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Archivi tag: intercettazioni

Quel nonsocché di ridicolo

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Sottotitolo: quando Sciascia ha scritto dei “professionisti dell’antimafia” si riferiva a chi come Borsellino, specialmente a lui era indirizzato il messaggio, per combattere la mafia è morto. C’è gente che ha costruito fior di carriere perché si è sempre dichiarata contro le mafie, ma l’antimafia non si dice: si fa.
Gli antimafiosi veri in questo paese di solito li ammazzano, non gli mettono in mano il potere.

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L’ultima intervista a Pippo Fava, ammazzato dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984

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Non c’è un modo per dare una notizia: c’è la notizia,  se c’è il giornale e i giornalisti la divulgano.

Anche basta con questa storia dell’opportunità di pubblicare o meno che ha avuto il suo apice con berlusconi e quelle che erano tutt’altro che faccende sue private.
Quello che emerge dalle intercettazioni in cui sono coinvolti i politici dovrebbe interessare sempre, non per voyeurismo ma perché quei politici sono scelti dalla gente che [forse] se fosse più informata su chi sono le persone che manda al comune e in parlamento le sceglierebbe con più attenzione.
Dover rispiegare ogni volta e ancora l’importanza di conoscere il politico in tutte le sue dimensioni, anche quelle private, anche quando sono “penalmente irrilevanti” ma che danno comunque la misura della moralità e dell’etica della persona che si occupa delle cose di tutti è diventato nauseante.

I cattivi maestri ci vogliono convincere che l’intercettazione deve rimanere segreta, non essere diffusa quando i suoi contenuti non hanno niente di penalmente rilevante: la solita stucchevole tiritera che viene ripetuta ogni volta che qualcuno svela cosa c’è nel backstage della politica, una cosa normalissima che succede in tutti i paesi più civili del nostro.
Quelli buoni, invece, pensano che i cittadini abbiano il diritto di sapere chi sono, cosa fanno, cosa dicono e come si comportano SEMPRE i “signori” della stanza dei bottoni visto che sono quelli a cui si affida non solo la gestione del paese ma anche quella delle nostre vite che possono stravolgere a immagine e somiglianza: le loro, il che è tutto dire.
Ad esempio io a Renzi non avrei affidato nemmeno la gabbia dei criceti se ne avessi avuta una, mentre il 40,8% della metà degli italiani ha pensato che lui fosse la persona più giusta e più adatta per mettersi alla consolle di questo sciagurato paese il cui destino non viene deciso da istituzioni responsabili, da una politica che ha a cuore il bene collettivo ma viene manipolato da qualche gruppetto di amichetti di sontuose merende i cui interessi sono sempre altrove dai nostri.

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Leggendo certi commenti sembra che la procura abbia smentito che esista la telefonata fra ‪Crocetta‬ e Tutino: nient’affatto, la procura ha solo detto che non è stata trascritta negli atti, che è ben diverso dal negarne l’esistenza come piacerebbe a qualcuno di quelli che “il direttore de L’Espresso si deve dimettere”.
Se in questo paese molti tendono a fidarsi più di qualche giornale e di alcuni giornalisti che di una procura qualche ragione ci sarà.

Le intercettazioni servono non solo a farci capire chi sono le persone che esercitano l’autorità politica ma anche da che tipo di gente si fanno frequentare; ‘sti cazzi del penalmente irrilevante, la balla dietro alla quale si vuole nascondere il letamaio in cui galleggia la politica che conta che raccontano e se la raccontano anche quelli che sono nella nostra stessa barca  ai quali evidentemente va bene questo andazzo. Consideriamo che ad una ventina di milioni di italiani questo sistema è andato benissimo e per mantenerlo sarebbero e sono disposti anche a votare degli irriducibili bugiardi e disonesti. Lo hanno fatto, lo continuano a fare.
Ma nel paese normale, civile e democratico davvero i cittadini hanno il diritto di sapere chi sono, chi frequentano, come si comportano in certe situazioni i politici che li governano [parlando con pardon].
Questo sarà un paese diverso il giorno in cui gli elettori potranno scegliere di non votare il politico solo perché si mette le dita nel naso, altroché le balle della Boschi. 

Ma per fortuna come diceva Ennio Flaiano la situazione politica in Italia “è grave ma non seria”. 

C’è sempre quel nonsocché di grottesco, ridicolo che aiuta a metabolizzare anche le schifezze più allucinanti.
Ad esempio il garantismo à la carte del pd secondo il quale “nessuno è colpevole fino al terzo grado” ma  nel caso di berlusconi si può anche sorvolare su una sentenza definitiva facendolo addirittura accomodare al tavolo della trattativa nazarena, però Crocetta si deve dimettere per una faccenda ancora tutta da chiarire.
Poi quel “metodo Boffo” stracitato ad cazzum ignorando che il metodo Boffo è quello orchestrato ai danni di qualcuno che viene screditato con la diffusione di menzogne come fu proprio per Dino Boffo o per delle idiozie di nessuna rilevanza non solo penale ma anche sociale come il colore dei calzini del giudice Mesiano, le foto di Vendola ragazzo nudo su una spiaggia nudisti, la Boccassini che in gioventù flirtava con un comunista, come se questi fossero dettagli determinanti a definire la serietà di persone che hanno avuto poi responsabilità pubbliche e politiche.
La facilità con la quale in questo paese tanta gente riesce ad introiettare il linguaggio usato dai politici quando devono difendersi da qualche accusa, fosse anche un’amicizia con persone discutibili è uno dei motivi per cui qui un “caso Watergate” non sarebbe mai potuto accadere e non potrebbe accadere.
La mentalità provinciale tipica di tanti italiani che di fronte a cose più grandi di loro anziché sforzarsi di comprenderle le temono, condannano chi le porta alla luce, avrebbe messo in croce anche Carl Bernstein e Bob Woodward, i due giganti del giornalismo d’inchiesta che inchiodarono Nixon – senza preoccuparsi di urtare la sensibilità di qualcuno – costringendolo alle dimissioni.

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E lo sventurato rispose

Sottotitolo: le parole più dure andavano dedicate a chi, ancora una volta, ha messo l’Italia in una posizione vergognosa di fronte al mondo intero.
E invece si preferisce adottare il metodo “un po’ di qua un po’ di là”.
La politica si comporta male, delinque, deve smetterla MA.
Come un padre che sgrida il figlio discolo poi per par condicio, per non mortificarlo troppo, fa la ramanzina anche al figlio che ubbidisce. Se quello poi s’incazza ha ragione.
“Patologia eversiva” sono parole pesantissime che Napolitano ha indirizzato verso l’obiettivo sbagliato. Eversione è far partecipare un delinquente al tavolo delle decisioni, è aver trovato ogni tipo di alibi e giustificazione per rendere normale l’anormalità di tre anni di legislature imposte, non volute e scelte dal popolo come Costituzione comanda.
E non può mai essere eversione, tanto meno patologica, chi a tutto questo si ribella.

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E’ arrivato il supermonito: colpa della politica ladra e corrotta? No, come sempre fra le guardie e i ladri l’occhio di riguardo è per questi ultimi.

Non è colpa dei ladri se sono ladri ma di chi se ne accorge. Più o meno le stesse cose le aveva dette il 25 aprile di due anni fa: il refrain è sempre lo stesso, non è mai colpa della politica ma sempre e solo di chi la critica, la giudica, le si oppone. Napolitano da bravo alto funzionario del sistema deve difenderlo con tutti i mezzi, soprattutto con la menzogna. Di fronte ad uno degli scandali politici più grave di tutti i tempi il presidente che ha a cuore la sorte del paese, dei cittadini, della repubblica e della democrazia avrebbe fatto tutt’altro discorso, ma la parola d’ordine more solito è il depistaggio, portare il ragionamento altrove dal problema. C’è da capirlo: tutta colpa di chi ha rovinato la bella intesa “mafia-criminalità-politica”.
Il repulisti destabilizza, effettivamente la ricerca dell’onestà in politica è un po’ eversiva in un paese dove deve sempre arrivare la magistratura a fare quello che dovrebbe fare la politica.
C’è il rischio che chi non ha capito fino adesso stavolta capisca.
Meglio mettere le mani avanti.

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Giorgio Napolitano: “Critica alla politica è degenerata in patologia eversiva”.

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La vera patologia che affligge questo paese da sempre è l’incapacità della politica ad essere onesta. Il monito di Napolitano fa il paio con le critiche di Franceschini ai manifestanti alla Scala di tre giorni fa: non è la politica ad essere degenerata, corrotta, sempre invischiata in affari sporchi, una politica che da vent’anni –  solo perché quelli di prima erano almeno presentabili –  ha reso l’Italia lo zimbello del mondo ma chi vorrebbe vivere in un paese normale, dove i ladri fanno i ladri e i politici, i politici. E dove i politici mandano in galera i ladri, non gli fanno riscrivere la Costituzione.

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Nell’Italia prima in classifica in Europa per corruzione il presidente del consiglio che voleva il daspo per i politici indagati ma poi fa le riforme con quello addirittura plurindagato per reati come truffa e corruzione Verdini e con l’altro condannato per frode allo stato berlusconi, pensa che sia il caso di inasprire le pene per i reati legati alla corruzione solo davanti al più gigantesco scandalo di corruzione e criminalità politica dopo tangentopoli. 

Il presidente del consiglio che è anche segretario di quel pd che solo qualche giorno fa ha negato l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni di Azzollini, senatore Ncd indagato per associazione a delinquere, truffa allo stato, frode in pubbliche forniture, abuso d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
La scoperta delle torture inflitte dalla CIA su terroristi e presunti tali, molti infatti erano innocenti, l’ha fatta il Senato americano, non la magistratura.
Ecco che torna di nuovo il pensiero di Paolo Borsellino: sulla delinquenza politica la politica deve intervenire prima dei giudici, perché quando intervengono loro i danni sono ormai incalcolabili.
Il danno più grave prodotto da questa politica complice del malaffare in prima persona o perché non l’ha voluto/potuto/saputo contrastare è principalmente la perdita di fiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Chi può credere infatti che nel cosiddetto patto del Nazareno Renzi possa inserire provvedimenti severi per quei reati che berlusconi è riuscito a minimizzare fino a farli sparire come il falso in bilancio?
Le nozze coi fichi secchi non si possono fare, e nemmeno si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, se Renzi vuole essere credibile non può chiedere la collaborazione di Verdini e berlusconi per mandare in galera i politici ladri e i corrotti.

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Il tutorial di Matteo Renzi per sconfiggere la corruzione in quattro minuti – Christian Raimo

Lo spot di Matteo Renzi sulla corruzione, il video di quasi quattro minuti che è sul sito del governo, cerca di rimediare alla crisi di credibilità che nell’ultima settimana ha colpito il Partito democratico con l’apertura dell’inchiesta su Mafia capitale.

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Le vignette di Riccardo Mannelli.

Il sistema criminale fascista e mafioso nel quale Carminati aveva un ruolo di prim’ordine non gradisce il giornalismo di inchiesta, proprio come la politica che non minaccia di “fratturare la faccia” ai giornalisti ma il metodo persuasivo, quello della querela temeraria ad esempio col quale il potente tenta di scoraggiare i giornalisti che hanno l’ardire di indagare sulla politica disonesta non è meno violento.

Solidarietà a Lirio Abbate per minacce di Carminati. – Articolo 21

Carminati non era fuori perché come ha detto giorni fa il suo avvocato aveva estinto il suo debito con la giustizia ma perché in passato ha potuto beneficiare di sette sconti di pena e per ben tre volte del provvedimento pietoso, quell’indulto pensato per i poveri cristi ma che poi mette fuori anche i grandi barabba.
In questo paese funziona così: la politica e i governi fanno leggi per riempire le carceri coi poveri cristi, poi quando le carceri sono troppo piene perché quelle leggi sono sbagliate, mandano in carcere chi non ci dovrebbe andare tirano fuori i provvedimenti di emergenza, così di quel tana libera tutti possono usufruire anche quelli come Carminati, terrorista, eversore, fascista, criminale comune con precedenti che in qualsiasi paese normale gli avrebbero garantito la galera a vita.
In questo paese la politica e i governi evitano accuratamente di fare leggi necessarie tipo quella sulle torture che l’Europa chiede da svariati anni, quelli che vengono dopo si guardano bene dal ripristinare quelle eliminate da quelli che c’erano prima tipo il falso in bilancio, di fare le leggi che quelli di prima non avevano potuto fare per non andare contro gli interessi di un delinquente elevato a statista ma poi tutta la politica e tutti i governi fanno annegare l’Italia in un mare magnum di leggi inutili e ancorché incostituzionali come la bossi fini e la fini giovanardi che sono state la causa principale di quel sovraffollamento delle carceri col quale poi si giustificano i provvedimenti cosiddetti di clemenza invocati dal papa e da Napolitano. Provvedimenti che tutta la società civile poi accetta con commozione perché pensa alla libertà del povero cristo, il quale nella stragrande maggioranza dei casi verrà ribeccato a delinquere e non al grande barabba che non ha mai smesso nemmeno quando era in carcere.
E con questi presupposti Renzi si vanta che non lascerà Roma ai criminali, a quelli che lui non chiama mafiosi perché è un termine che non gli esce mai dalla bocca ma “tangentari all’amatriciana”: in effetti il suo patto con berlusconi fa pensare che nelle sue intenzioni ci sia quella di lasciare ai criminali non solo Roma ma tutta l’Italia.

Il complotto, reloaded

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Nunzia De Girolamo, ministro delle Politiche agricole, ha riferito in un’Aula semideserta per difendersi da accuse pesanti in merito alla vicenda delle Asl beneventane

“Ho fatto una cazzata, scusate e arrivederci a mai più qui [in parlamento]. 
Saluto tutti quelli che mi conoscono.”
Troppo facile, no?

Ne hanno fatte talmente tante da aver terminato anche le definizioni per le apposite autoassoluzioni. 
Ogni volta c’è il complotto. 
Possibile che ci sia gente così perversa, malata mentale, che sta lì, magari notte e giorno ad architettare il complotto perfino ad una nullità come la De Girolamo? E poi insomma basta anche questa moda del riferirò. Bloccare un parlamento ogni volta, una situazione che visto l’andazzo si ripete troppo spesso per sentire questi incapaci, bugiardi e anche abbastanza miserabili sperticarsi in giustificazioni sui loro comportamenti tutt’altro che istituzionali, giustificazioni peraltro inutili perché quello che hanno detto, o fatto è lì e lascia poco spazio ad interpretazioni diverse [vale per nonna Pina Cancellieri  e anche per il “noto frequentatore di se stesso” alfano] sta diventando una pessima e costosa abitudine. Noi non paghiamo queste persone per sentirle recitare a rotazione letterine scritte da avvocati e segreterie compiacenti. E’ già molto che le paghiamo per tutto il resto che NON fanno.

E, a Michele Serra che nella sua Amaca di oggi fa capire che una legge per stringere sulle intercettazioni a lui andrebbe benissimo perché non sta bene, signora mia, che venga mostrato quel privato che invece serve a dare la misura dello spessore di gente che ha dei ruoli pubblici e importanti, e che per questo dovrebbe essere coerente, somigliare come dice Stefano Benni, alle parole che dice  in pubblico e alla politica che dice di fare specialmente quando è improntata su principi e valori sani, consiglio, invece di limitarsi ad analizzare il piccolo mondo antico dell’italico squallore politico e quello nuovo, per questo a lui ostile mondo web di fare un piccolo esercizio di memoria, di andare a vedere di che si occupano tutti i giorni che dio o chi per lui manda in terra i giornali all’estero. Forse scoprirebbe che non solo il quarto e il quinto potere si prendono la libertà di riportare quello che vogliono, che pensano sia utile al dibattito e alla formazione della pubblica opinione ma questo succede e nessun governo tipo il nostro fatto di nonne Pine d’assalto e dei suoi degni predecessori, di destra e di “sinistra” si sognerebbe di fare una legge che lo impedisca. Senza le intercettazioni oggi berlusconi sarebbe un anziano rincoglionito un po’ sporcaccione solo perché racconta barzellette sconce. Altrove, in quei paesi di cui Michele Serra – che oggi si scandalizza per la privacy violata a differenza di quando i rumors riferivano delle orge eleganti in quel di HardCore e dintorni grazie alle quali Repubblica ha praticamente campato di rendita per mesi – evidentemente ignora l’esistenza, quelli dove si intercetta e si pubblica senza preoccuparsi dei turbamenti a venire, un ministro, un presidente, anche un politico di secondo livello beccato in flagranza di cazzata o di reato, chiede scusa, sparisce e si mette a disposizione, eventualmente, della legge. Non resta in parlamento a piagnucolare di complotti né a farsi fare leggi che gli consentano di continuare a fare cazzate e/o a delinquere a spese dello stato dunque nostre.

USA e getta

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La cosiddetta “ragion di stato” serve a tutto fuorché a proteggere davvero uno stato. Che si chiami Datagate o trattativa stato mafia non fa nessuna differenza. Nella storia, nella politica come nella vita quello che conta è come sempre la verità. Senza verità non può mai esserci nessun progresso civile, nessuna giustizia. Nessuna democrazia.

Datagate, la Merkel spiata dal 2002
P. Chigi, i privati controllano la rete


La ragion di stato non serve a proteggere lo stato ma unicamente chi fa il male di quello stato. Lo abbiamo visto qui in sessant’anni di presunta democrazia durante i quali sono stati coperti e protetti gli autori delle stragi dando di volta in volta una matrice opportuna all’attentato, alla bomba fatta esplodere in una banca e alla stazione, all’autostrada e al palazzo saltati in aria, perché nessuno doveva e deve sapere che pezzi consistenti dello stato agivano e si muovevano in contrasto con i loro doveri, e anche quando i nomi c’erano lo stato, le sue istituzioni alte e quelle altissime hanno agito in modo tale che “il buon nome” del paese non dovesse essere messo in discussione. 

Perché non è credibile un paese i cui governi e lo stato proteggono e riparano chi agisce contro lo stato così come non è credibile un paese le cui amministrazioni, che siano repubblicane o democratiche non fa differenza, pensano che sia utile esportare civiltà con le bombe, con la guerra, ma poi quello che succede durante una guerra non si deve sapere. 

In un mondo normale Manning, Assange e Snowden sarebbero considerati i Resistenti del nuovo millennio, i Partigiani della verità, in questo invece li considerano dei fuori legge da isolare e chiudere in una galera.

La verità è un lusso che i disonesti non possono permettersi.

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Ultimi della classe: stampa e corruzione. Non ci resta che piangere [G.Gramaglia]

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PESSIMA QUALITÀ DELLA VITA E ANALFABETI: SIAMO ULTIMI, O AL PARI CON PAESI DEL TERZO MONDO

La politica è da buttare, l’economia va male, il lavoro non c’è, la fiducia neppure. Che brutta Italia, proprio “un paese dei cachi”. Vabbeh!, ma vuoi mettere la qualità della vita? Attenzione a non farci illusioni: manco quella abbiamo, se diamo credito a statistiche e classifiche, che saranno pure stilate da qualche noioso e pignolo burocrate nordico o asiatico delle organizzazioni internazionali, ma spesso ci azzeccano. Non ci resta che consolarci con le giornate di sole che – complice la geografia – sono più numerose che altrove. Ma poi scopriamo che la grigia Germania ha molto più fotovoltaico di noi e ci viene la depressione. Se già vi sentite un po’ giù, non inoltratevi in questo viaggio nelle magagne italiche. Se, invece, amate cullarvi nelle vostre malinconie, questa lettura v’è consigliata: preparatevi a indossare la Maglia Nera, percorrendo un’antologia di dati tutti recenti – e tutti, ahimè, negativi -, senza andare a scartabellare troppo indietro negli archivi.

Trasparenza e Corruzione 
L’indice della corruzione di Transparency International ci vede circa a metà del gruppo di 174 Paesi censiti, al 72° posto, sempre in fondo al plotone dell’Ue con Grecia e Bulgaria e con un voto ben lontano dalla sufficienza e lontanissimo dai Paesi leader, Danimarca, Finlandia e una sorprendente, ma costante, Nuova Zelanda. Forse le cose stanno per migliorare, perché, sempre secondo Transparency International, l’Italia è fra i Paesi che meglio applicano la Convenzione dell’Ocse contro la corruzione – ma i risultati, finora, non si vedono.

Fondi e infrazioni 
Nell’Unione europea, siamo, con Bulgaria e Romania, Paesi, però, da poco arrivati, quelli con minore capacità di spesa dei fondi a noi destinati: del pacchetto per la coesione, settennale, abbiamo utilizzato, adesso che s’avvicina la fine del periodo, il 31 dicembre, solo il 40% del totale. Ci lamentiamo che dall’Ue arrivano pochi soldi, ma riusciamo a spendere solo due euro su cinque.

Procedure di infrazione
In compenso, ne sprechiamo un sacco a pagare multe per il mancato recepimento delle direttive o per le infrazioni alle stesse: siamo i campioni incontrastati su questo fronte. Eravamo appena scesi sotto quota cento infrazioni, a 99, a fine 2012, ma siamo rapidamente tornati sopra collezionando più nuove procedure di quante non riusciamo a chiuderne di vecchie. Ambiente e rifiuti sono le voci dove siamo messi peggio.

Leggere e fare i conti
Per l’Ocse, gli italiani, con gli spagnoli, sono i cittadini che meno sanno leggere e far di conto – lo studio è stato condotto in 24 Paesi: giapponesi e finlandesi guidano l’elenco (e i cechi sono bravi in aritmetica). Per la serie mal comune mezzo danno, gli americani non ne escono molto meglio di noi.

Abbandono della scuola
Vanno a braccetto con le cifre dell’Ocse quelle di Eurostat: l’Italia non tiene il passo dell’Unione nella battaglia contro l’abbandono scolastico: 17,6% contro una media Ue del 12,8% – l’obiettivo è il 10%. Mentre i giovani in possesso di qualifiche di istruzione superiore sono il 21,7% – media Ue 35,8%, obiettivo 40%.

I ritardi di Internet
Anche per l’accesso a internet, l’Italia è lontana dalla media Ue: il 43% delle famiglie non ha una connessione, contro una media del 32%. Peggio di noi Bulgaria, Romania e Grecia, mentre in Svezia solo il 7% delle famiglie non ha Internet. Gli italiani, complice la carenza, rispetto alla media Ue, della banda larga, sono anche fra i più reticenti a fare acquisti online e ad utilizzare i servizi di e-government: appena il 22% vi ricorre (in Danimarca, l’80%), in parte perché il loro funzionamento è il peggiore nell’Unione – Romania a parte.

Qualità della vita
Un recente rapporto della Commissione europea indica che le città italiane non reggono il confronto con le migliori europee: fra i 79 centri urbani del campione prescelto, ci sono Bologna, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Verona, la migliore, che si piazza 18a, mentre in cima alla classifica stanno Aalborg, in Danimarca, Amburgo, Zurigo e Oslo. Settore per settore, Roma, Napoli e Palermo sono le ultime della classe per i trasporti pubblici e l’efficienza amministrativa, Roma è la peggiore per i servizi scolastici, Palermo la più sporca. L’unica altra metropoli europea che fa loro persistente compagnia sul fondo classifica è Atene.

Libertà di Stampa
Freedom House la misura ogni anno, con un doppio indicatore, numerico da 1 a 100, e qualitativo, stampa libera, semi-libera, non libera: l’Italia con 33 punti, è 73a su 187 Paesi al Mondo, ma è soprattutto l’unico Paese senza libera stampa dell’Europa cosiddetta occidentale, con la Turchia. I criteri della classifica sono discutibili, ma trovarci in testa Finlandia, Svezia e Norvegia non sorprende, così come trovarci in fondo la Corea del Nord, l’Eritrea e vari Paesi dell’ex Urss.

Al Capone non entrava alla Casa Bianca, berlusconi al Quirinale sì

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In questa vignetta c’è tutta la miseria delle nostre istituzioni. Oggi si capisce meglio forse, spero che tutti lo abbiano fatto, che la sceneggiata della seconda nomina di Napolitano è stata tutt’altro che improvvisa e improvvisata. Che Napolitano DOVEVA restare al Quirinale per fare tutto quello che ha fatto e sta facendo, compreso dare dignità e residenza al pregiudicato silvio berlusconi.

Sottotitolo: nessun organo di informazione ha le prove televisive dell’incontro al Quirinale fra berlusconi e Napolitano di  due giorni fa.

Questo significa che l’episodio raccapricciante può essere conservato solo nella memoria di chi l’ha saputo leggendo i giornali di questi giorni.

La presidenza della repubblica, solitamente così prodiga, non ha ritenuto opportuno far pervenire alla stampa e agli organi di informazione nemmeno una traccia dei contenuti dell’importantissima conversazione fra i due statisti.
E il capo dello stato, anche lui solitamente così prodigo e ben disposto a monitare sulla qualunque non ha ancora pronunciato mezza parola sull’evento, non pensa che sia il caso di doversi giustificare, ecco.

Ma quando Laura Boldrini appena nominata presidente della camera  andò da Fazio a Che tempo che fa a dire che gli italiani dovevano imparare [o tornare] ad innamorarsi delle istituzioni l’ha fatto perché sperava che obnubilati dal fuoco della passione non ci accorgessimo della raffica di porcherie che le istituzioni avrebbero continuato a rifilarci? a proposito, che fine hanno fatto i presidenti di camera e senato, non hanno niente da dire su tutto quello che sta succedendo dentro e intorno al parlamento?

E se anche Civati si mette ad arricciare il naso, a dire che Di Battista sulla questione degli F35 “è stato volgare” è roba da ridere.

Cos’è più volgare, un presidente della repubblica che dà udienza a un delinquente dopo che lo stesso era stato ricevuto dal nipote dello zio oppure un ragazzo – fino a prova contraria – onesto che con parole semplici e oneste prova a spiegare quello che succede in parlamento? 

E di fronte allo scempio costituzionale [ci mancava anche l’ipotesi di Gianni Letta senatore a vita: il colpo di grazia, praticamente] che sta subendo un paese intero per mano di chi dovrebbe difenderlo, all’abuso reiterato nascosto dietro il paravento della “pacificazione” è davvero e ancora il caso di attaccarsi alla forma o sarebbe il caso di guardare finalmente alla sostanza? 

E per quale motivo gli italiani si dovrebbero innamorare dei complici di un ricattatore o anche semplicemente guardarli con rispetto?
Da parte mia nessun rispetto per gente così, per chi ha barattato la dignità di un paese intero in funzione di silvio berlusconi.

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Ha detto Mentana ieri sera al tg che la frase offensiva [quel fango di Falcone] di Miccoli  estrapolata dalle intercettazioni è peggio di un reato ma non è un reato.

Dunque si lascia ancora ad intendere che delle intercettazioni venga fatto trapelare il non dovuto con l’obiettivo di sottoporre alla cosiddetta gogna mediatica gl’intercettati. Il mio non è un appunto a Mentana; voglio semplicemente rilevare che nemmeno altre dichiarazioni trapelate dalle intercettazioni sono reati, io scrivo su una bacheca facebook e un paio di blog, Mentana parla da un tg molto seguito  a diffusione nazionale, le intercettazioni sono sempre sotto attacco, e star lì a dire che “sì va bene, però”, può essere interpretato in modo distorto da chi pensa che il problema di questo paese siano le intercettazioni.
Nemmeno definire il vecchio debosciato condannato “culo flaccido” è un reato, però sapere che le amichette del cuore e dei conti in banca avessero – e probabilmente ce l’hanno sempre avute ma al conto si sa, non si comanda – certe opinioni sul presidente più amato degli ultimi 153 anni serve a definire il linguaggio con cui abitualmente si esprime e il contesto in cui si muove gente che poi pretende di presentarsi in società solo con la faccia bella e il vestito della festa.

Siccome gran parte della decadenza etica e morale di questo paese è dovuta soprattutto a gente così, che parla così e agisce così, che poi viene presa a modello, invidiata da ragazzi e ragazze posso dire che a me che vengano sputtanati la Minetti, Lele Mora o berlusconi in persona non suscita un particolare dispiacere, anzi, mi provoca un sottile e perverso brivido di piacere. 

E’ in questa melma disgustosa in cui il paese annega da quasi vent’anni che sono nati e stanno crescendo i nostri figli, che si stanno formando le nuove generazioni.
berlusconi non è pericoloso solo perché sta condizionando il presente da tutto questo tempo, perché è entrato con violenza nella vita di tutti ma perché ha già stravolto e deformato anche il futuro.
Fermarlo dovrebbe essere l’imperativo, un dovere di tutti, altroché pensare di farci affari e intese politiche.

Ciò detto a me la polemica di Grillo, l’ennesima contro Napolitano e i suoi comportamenti istituzionali irresponsabili, è piaciuta.

GRILLO: “IL CAPO DELLO STATO INCONTRA B.? COME SE AVESSE INVITATO AL CAPONE”

 Il fatto che il Quirinale, la casa di tutti gli italiani sia diventata il crocevia, il fermoposta, la segreteria, il refugium peccatorum di un ex ministro indagato in cerca di chissà quali conforti, di un diffamatore seriale che si crede un giornalista e che ottiene la grazia senz’aver scontato un’ora della sua condanna, di un ex presidente del consiglio che viene indagato e condannato al ritmo del suo respiro, uno con un bagaglio impressionante  di reati, processi, capi d’imputazione, pendenze giudiziarie di ogni tipo e misura, il tutto abilmente camuffato da esigenza istituzionale, come se fosse normale che il presidente della repubblica sia obbligato a conferire con silvio berlusconi invece di metterlo alla porta come si conviene, a me fa letteralmente vomitare.  Senza arrivare a quel che succede(va) in quel di HardCore e dintorni basterebbe ricordarsi le corna, il cucù alla Merkel, Obama l’abbronzato, la pietosa scenetta sul palco della Greenpower, la barzelletta sull’olocausto raccontata il 27 gennaio, giorno della Memoria, “mussolini ha fatto anche cose buone” e le altre squallide e volgari performance in cui si è esibito per spiegare che forse uno così con le istituzioni, con la politica e con lo stato non c’entra niente.

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Berlusconi da Napolitano: l’incontro fantasma che non finisce in Tv

Paolo Ojetti, Il Fatto Quotidiano, 28 giugno

Il Minculpop era un’associazione di filantropi, al confronto.
Cos’è, Napolitano si vergogna a far sapere in giro di certe sue frequentazioni?

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L’arte di Riccardo Mannelli

Nessuno saprà mai – e se anche qualcuno lo sapesse, verrebbe smentito a raffica – se l’ordine è partito dal Quirinale. Oppure (meno probabile) da Palazzo Grazioli. Oppure se c’è stata una indipendente congiura mediatica di giornalisti televisivi esperti in censura chirurgica. Fatto sta che dell’incontro fra il condannato Silvio Berlusconi e il rieletto Napolitano non esiste nemmeno un’immagine, nemmeno un fotogramma, nemmeno una mini sequenza, nemmeno un’istantanea. Nulla sulle televisioni, pubbliche-private-locali, nulla su Youtube. È tutto sulla fiducia. Solo il servizio di Gaia Tortora su La7 ha fatto uno scoop: ha inquadrato la nuova Audi del Cavaliere (vetri neri, forse vuota), che entrava al Quirinale, seguita dal solito furgone blindato, con a bordo una brigata di guardaspalle e fucilieri. Il Tg5 non aveva nemmeno quella e ha riproposto l’Audi vecchia, circondata da passanti e poliziotti con il cappottone, tripla sciarpa e bonnet di lana siberiana, dunque una salita al Colle dell’inverno scorso. Poi ha aggravato la truffa riciclando uno struscio fra Napolitano e Berlusconi del 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Stessa vecchia Audi per il Tg1, con Simona Sala tutta in tiro: “L’incontro è servito a spazzare le nubi dopo la sentenza di Milano”.

Spazzare le nubi: ecco, al Colle si rappresentava Mary Poppins nel ballo degli spazzacamini. In compenso, si sono sprecate le riprese delle strette di mano fra Napolitano e Letta, Napolitano e Alfano, Napolitano e Cancellieri, Napolitano e Giovannini, Napolitano e Moavero, Napolitano e Saccomanni, Napolitano e un corazziere impalato. Certo, sarebbe stato imbarazzante immortalare una vigorosa stretta fra la mano di Napolitano e quella del pregiudicato Berlusconi, ancora sudaticcia dopo “la sentenza di Milano” su concussione per costrizione e prostituzione minorile, un reato che per tutti – cavalieri soprattutto – viene ritenuto davvero infamante. Anche se – il Tg2 in particolare ha enfatizzato – la parola d’ordine del giorno puntava a trasformare il Cavaliere in un personaggio eroico: “Ha avuto il coraggio di tenere distinta la sua vicenda giudiziaria dalla sorte del governo”. Di questo passo, la fragile opinione pubblica sarà stata convinta (sempre che la Santanchè smetta con gli “stili di vita”) che esistono due Berlusconi: quello buono, il politico e l’altro, il torbido utilizzatore finale di minorenni. Poiché è certo che i due non si frequentano e nemmeno si conoscono.

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Nel fondo di Travaglio dedicato a Gianni Letta manca un particolare: sempre nell’ambito dell’affare Mammì quando Gianni Letta finì sotto inchiesta con Galliani  il pm Maria Cordova chiese di arrestarli entrambi, ma il gip Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa disse di no perché Letta era, e si presume che sia ancora, un «amico di famiglia».

Il capo della Iannini era all’epoca dei fatti Renato Squillante, quello Squillante lì.

Strano che Travaglio abbia dimenticato il particolare più gustoso.

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Il Conte Zio
Marco Travaglio, 28 giugno 

Scorrendo l’elenco dei senatori a vita nominati dai presidenti della Repubblica dal 1949, s’incontrano i nomi di Toscanini, De Sanctis, Trilussa, Sturzo, Paratore, Merzagora, Parri, Montale, Eduardo De Filippo, Bo, Bobbio, Spadolini, Levi Montalcini, Luzi. Tutti personaggi che — articolo 59 della Costituzione — hanno “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.

Ora, per dire come siamo ridotti, corre voce che Napolitano si accinga a nominare Gianni Letta. E già, all’ombra dei cipressi e dentro l’urne dei principali famedii, si registra un leggero venticello originato dal rivoltarsi nelle tombe di molti illustri precedessori. 

Ma è tutta invidia postuma. In realtà la biografia del Conte Zio combacia alla perfezione con il dettato costituzionale, avendo egli illustrato la Patria per altissimi meriti in tutti in campi indicati. Anzitutto quello letterario, come direttore negli anni 70 e 80 de Il Tempo, uno dei quotidiani più servili che la storia del giornalismo e del servilismo ricordi. In quella veste, nel 1984, è coinvolto nello scandalo dei fondi neri dell’Iri, quando il presidente dell’Italstat Ettore Bernabei mette a verbale davanti a Gherardo Colombo: “Venne a trovarmi Gianni Letta, al quale consegnai 1,5 miliardi di lire in Cct, dietro promessa di appoggio alla politica economica di Italstat”. Letta ammette: “Fu un’operazione legittima. L’Iri pagava una campagna promozionale.

Chi doveva dirci che i fondi erano neri?”. Peccato che a Bernabei quella campagna non risultasse: “Nulla so dell’effettiva utilizzazione da parte del Letta di Cct per 1,5 miliardi di lire”. Il processo trasloca da Milano a Roma e lì riposa in pace. Intanto, nel 1987, Letta-Letta (come lo chiamava Sergio Saviane, che aggiungeva: “Ha un nome da uomo, veste da uomo, porta la cravatta da uomo ma sembra sua sorella”) è passato alla Fininvest: conduttore e vicepresidente. 

E lì ha modo di illustrare la Patria nel campo artistico: anche quella delle mazzette è un’arte. Che nel ’93 gli vale l’ambìto riconoscimento di un avviso di garanzia a Milano per una stecca di 70 milioni di lire versata nel 1989, vigilia della legge Mammì, al segretario Psdi Antonio Cariglia. Lui racconta, con comprensibile orgoglio: “La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”. 

Lo salva l’amnistia. Ma subito un pm di Roma chiede il suo arresto per aver illustrato la Patria anche in campo scientifico: ramo telecomunicazioni. Antefatto. Nel ’92 il ministro Mammì incarica il suo portaborse e portamazzette, Davide Giacalone, di stilare il piano delle frequenze tv: gli aspetti tecnici li segue la ditta di tal Remo Toigo, ovviamente in cambio di tangenti ai politici. Ma la Fininvest non gradisce il modus operandi di Toigo, che viene perciò convocato da Galliani. Questi gli dice che il ministero non apprezza il suo lavoro. Toigo ha un attacco di labirintite: ohibò, e che c’entra la Fininvest col ministero? Ingenuo. Galliani chiama Letta, lo prega di organizzare un incontro al ministero e parte con Toigo per la capitale. Ad attendere i due al ministero non c’è il ministro: ci sono Letta e Giacalone, che raccomanda a Toigo di fare come dice la Fininvest. 

Subito dopo Giacalone diventa consulente Fininvest e viene mezzo assolto e mezzo prescritto. Letta invece assolto. Ciò malgrado diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio nei tre governi B., nonché gentiluomo di Sua Santità. E illustra la Patria in campo gastronomico (il “patto della crostata” della Bicamerale a casa sua) e soprattutto sociale, sponsorizzando gentiluomini come Pollari, Bertolaso, Bisignani e Guarguaglini. Perché ha un fiuto da rabdomante per le persone perbene. 

Come del resto Napolitano, che l’altroieri ha ricevuto al Quirinale un condannato per frode fiscale, concussione e prostituzione minorile, onde esortarlo a sostenere Letta (Enrico, il nipote). Forse, per il Conte Zio, il Senato a vita è un po’ riduttivo. Santo subito.

La politica, il web e quell’ossessione per la censura

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Stefano Rodotà: tecnologia e democrazia, identità e diritti digitali

Il Garante per la protezione dei dati personali, nella relazione annuale al Parlamento, ha sottolineato che non è più possibile “essere indulgenti con la violenza verbale presente nella rete”. E Google, Facebook e Amazon “diventano sempre più intermediari esclusivi tra produttori e consumatori”

Privacy, Soro: “Intercettazioni, norme
in arrivo. Stop a strapotere colossi web”

Nemmeno i governi di berlusconi si sono mai accaniti sul web come sta facendo questo delle necessità e delle priorità.
Ignoranti matricolati che non sanno di quello che parlano semplicemente perché non lo conoscono, e lo si vede dal modo che hanno di rapportarsi coi linguaggi della Rete e dal terrore che incute loro uno strumento solo perché in grado di conservare la memoria e dunque anche le innumerevoli porcate che la politica dice e fa.
Mi fanno molto ridere quelli che vorrebbero vietare l’odio, che sarebbe come voler vietare l’amore.
L’odio è un sentimento legittimo che, finché non sfocia nell’atto violento è altrettanto legittimo poter provare.
Altra cosa è che si dovrebbe dare il meno possibile di occasioni alla politica e ai moralisti, agl’irriducibili  tout court, quelli che “smetto quando voglio”  di poter esprimere certi giudizi sulla Rete, i suoi strumenti e i suoi frequentatori.
Basterebbe applicare qui gli stessi comportamenti che si hanno nei diversi contesti sociali in cui si vive: la famiglia, gli amici, il posto di lavoro. 
Ma purtroppo c’è ancora troppa gente che pensa che questa sia una zona franca dove tutto è permesso e concesso; invece non è così e non deve essere così.
Ma per questo non serve la censura, bastano, come spiegazione, le parole sagge del professor Rodotà.
E inoltre, la televisione che veicola cose molto peggiori di internet raggiungendo un pubblico molto più vasto non è altrettanto pericolosa? non è pericoloso il sito on line di un giornale che pubblica il video di un uomo che si sta per suicidare minuto per minuto?

 In nessun paese democratico la politica ha sempre l’occhio fisso sulla Rete, qui sì e da sempre.
Dunque significa che bisogna difenderla, il modo per farlo è usarla bene.

Che vuole dire Soro, garante della privacy, quando parla di “favorire un giornalismo maturo e responsabile?”

I colossi del web godranno anche di uno strapotere ma almeno offrono più alternative rispetto all’informazione convenzionale che è tutt’altro che matura, responsabile e democratica, altrimenti l’Italia non sarebbe in una graduatoria mondiale da paese del quarto mondo, da regime. 

Siamo il paese costretto a subire e sopportare il conflitto di interessi più indecente del mondo, sul quale nessuno vuole mettere delle regole per togliere il monopolio di tutto ad un uomo solo, ma quello che spaventa la politica è il web, dove quell’uomo solo non ha la possibilità di mettere i suoi marchi ovunque. Evidentemente in quel conflitto di interessi ci galleggiano anche altri, anche quelli che avrebbero dovuto porvi rimedio. E ci si trovano anche bene.

Ma il problema è diventato improvvisamente quello di regolare internet.

Tutta quest’attenzione della politica sulla Rete a me non piace, non credo affatto che l’intenzione di questi ignorantissimi signori che vorrebbero occuparsi di qualcosa che evidentemente non conoscono sia l’intervento sulle regole del web a fin di bene, per tutelarne i fruitori.

Mi sembra piuttosto l’ennesimo tentativo di tacitare quel dissenso che almeno viene canalizzato sotto forma di parole, quindi in modo assolutamente pacifico. 

E  continuo a non fidarmi quando la politica si vuole occupare di internet, specialmente in un momento come questo in cui, e davvero, “ci sarebbero altre cose a cui pensare”. 

Le leggi ci sono già tutte, come ha detto benissimo varie volte  il professor Rodotà  “quello che è illegale off line deve esserlo anche on line”. 
Ma da quando anche vip e politici hanno preso l’abitudine di frequentare la Rete il tema della violenza e delle molestie nel web sembra diventato l’unico problema da affrontare. 

Da quando Laura Boldrini ha aperto la discussione circa un suo problema personale relativo a delle minacce ricevute c’è stata un’escalation di interesse morboso verso qualcosa che è sempre esistita, ovvero il dissenso verso il potere, è solo cambiato il modo di esprimerlo, molto più sicuro di quello utilizzato in altri periodi dove l’attentato era dietro ogni angolo di strada. 

Cosa vogliono questi signori, che la gente torni per strada? io fossi in loro ringrazierei questo strumento che ne tiene buona un bel po’, almeno.

I linguaggi volgari, violenti nei dibattiti pubblici, nei programmi televisivi esistono da molto prima dell’avvento dei social network, vero terrore della politica perché in grado di veicolare e far conoscere, discutere, notizie in tempo reale, non li ha sdoganati Grillo e, parrà strano, ma le leggi per contrastare gli eccessi quando diventano reati ci sono, andrebbero solo applicate.

Anche coi sallusti, possibilmente.

E poi basta nascondere certe intenzioni e la smania di censura dietro l’alibi della difesa della privacy: c’è un sacco di gente, me compresa, che prima di tutto sa benissimo che frequentando la Rete è impossibile difenderla completamente, come lo è anche in altri ambiti, basta avere una carta punti di un supermercato per dire addio all’idea di riservatezza e, in second’ordine, non vive nell’ossessione di doversi nascondere: nemmeno qui.

Il palo, c’era

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Ruby conferma: “Palo da lap dance alle feste di berlusconi”.
Finalmente, oh io non ne potevo più di stare co’ ‘sto pensiero palo sì palo no.

Nella casa di uno che ha un certo stile di vita non può mancare un palo per la lap dance, è un complemento d’arredo necessario, indispensabile, come lo scrittoio del ‘700, la lampada stile vintage, il salotto chippendale, cose così, ecco.

E la minetti che si toglie il vestito da suora restando in lingerie è stato il clou della rivisitazione mediasettiana dello svolgimento delle cene eleganti, tutte calici tintinnanti e tovaglie di Fiandra. 
Come? non c’era? mannaggia…

Che tristezza, i travestimenti da suora e da infermiera sono i più banali anche per i fetiscisti più irriducibili, al pari della fatina e zorro per carnevale, per non parlare della scimunita che si mascherava da Ilda Boccassini.

Alla fine era quasi meglio Mosley, quello della Formula Uno che le sue mignotte le faceva travestire da kapo’.

Litania della pacificazione

Lasciamoci alle spalle la guerra dei vent’anni contro Berlusconi, dicono i terzisti in coro. Dimenticandosi chi è davvero il capo del Pdl. Giudicato colpevole in vari procedimenti. E salvato solo da prescrizioni e depenalizzazioni.

di Marco Travaglio, da L’Espresso, 17 maggio 2013

Va di moda la scemenza della “guerra dei vent’anni”, una lunga “guerra civile” combattuta fra berlusconiani e antiberlusconiani (che curiosamente le han date tutte vinte a Berlusconi) e chiusa dal provvidenziale governo Letta.
Dalla scemenza principale discendono poi altre bizzarrie. Urge la «provvisoria e parziale messa tra parentesi del conflitto alla luce di un interesse superiore» (Michele Salvati, “Corriere”). La sinistra «recuperi l’identità smarrita nella confusione dell’antiberlusconismo viscerale, cioè della contrapposizione alla persone dell’avversario più che alla visione del mondo di cui lo stesso era (sic, ndr.) portatore» (Giovanni Pellegrino, “l’Unità”). «Non si misura su Berlusconi la nostra identità» (Emanuele Macaluso, “l’Unità”). «Tutti dovremmo imparare ad abbassare la voce, a rispettare gli avversari, a guardare in faccia la realtà di un Paese che, nella maggioranza della sua opinione pubblica, è stanco della politica urlata e concepita come scontro continuo» (Giovanni Belardelli, “Corriere”).

Queste e altre lezioncine terziste dimostrano una sola cosa: a vent’anni dalla sua discesa in campo, gran parte degli intellettuali italiani continuano a far finta di non sapere chi è Berlusconi. E così i presunti belligeranti del Pd. Il giorno della condanna in appello del Cavaliere a 4 anni per frode fiscale, il viceministro Bubbico dichiarava che la sentenza «finché non diventa definitiva è nulla».

In realtà quello di appello è l’ultimo giudizio di merito e ha stabilito che la vittima della guerra civile è tecnicamente un delinquente, avendo mostrato «particolare capacità di delinquere nell’architettare» e «ideare una scientifica e sistematica evasione fiscale di portata eccezionale» che gli ha procurato «un’immensa disponibilità economica all’estero, ai danni non solo dello Stato, ma anche di Mediaset e, in termini di concorrenza sleale, delle altre società del settore».

Ora la Cassazione dirà se i giudici d’appello hanno rispettato il diritto. Ma i fatti sono definitivamente cristallizzati. Così come in un’infinità di altri processi, chiusi per amnistia o prescrizione (previo accertamento di colpevolezza), oppure per non doversi (anzi potersi) procedere perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato», essendo stato depenalizzato dall’imputato.

Nel caso Guardia di Finanza la Cassazione ha stabilito che la Fininvest pagò tre mazzette per addomesticare verifiche fiscali: non si sa se ad autorizzarle fu Paolo o Silvio Berlusconi (assolti), ma si sa chi le pagò (Salvatore Sciascia, condannato e promosso senatore) e chi depistò le indagini (Massimo Berruti, condannato e promosso deputato). Al processo Mondadori la Cassazione ha stabilito che la Fininvest corruppe il giudice Metta tramite gli avvocati Previti, Pacifico e Acampora (condannati), nell’interesse e con soldi di Berlusconi (prescritto). Al processo Mills la prescrizione gli ha risparmiato la condanna per aver corrotto con 400 mila dollari il teste inglese in cambio del suo silenzio.

Al processo All Iberian la Cassazione ha stabilito che Berlusconi finanziò illegalmente Craxi con 21 miliardi di lire (condannati in primo grado, i due compari si salvarono poi per prescrizione). Al processo sul consolidato Fininvest, la prescrizione tagliata dalla sua controriforma l’ha miracolato dal reato documentato di aver falsificato i bilanci per occultare ben 1.550 miliardi di lire su 64 offshore. Stessa scena per i bilanci falsi del Milan nell’acquisto di Lentini. L’amnistia del 1990 gli ha risparmiato due sicure condanne per falsa testimonianza sulla P2 e falso in bilancio sui terreni di Macherio.

Dunque, senz’attendere i giudizi di primo grado su Ruby, d’appello sulla divulgazione del nastro Fassino-Consorte e di Cassazione sui diritti tv, si può già affermare senza tema di smentite che Berlusconi è uno spergiuro, pluricorruttore, multifalsario di bilanci ed evasore. Ora rileggete le frasi all’inizio di quest’articolo e vedete se riuscite a restare seri.