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“Rai, di tutto, di Renzi” non era una battuta di Crozza ma una facile previsione

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Su twitter leggevo che qualcuno si lamentava tanto per cambiare di Virginia Raggi che avrebbe copiato parte del programma da testi esistenti scritti da altri, come se prima di lei non lo avesse fatto nessuno.
Se un’idea e una proposta sono buone e realizzabili non si capisce dove stia il problema.
Volevo solo ricordare agli storditi dall’afa che Matteo Renzi sta ‘governando’ l’Italia a colpi di piano di rinascita del fu venerabile Licio Gelli, ma quelli sempre molto attenti alla pagliuzza dei 5stelle e ai quali piace sorvolare, invece, sulle travi del pd non lo scrivono su twitter.

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L’accusa che si sente spesso ripetere ai 5stelle è di essere un movimento padronale che deve rispondere ai vertici di qualsiasi decisione, mentre il pd è un partito dove la democrazia interna mette tutti allo stesso livello: quella esterna un po’ meno e al quale basta un congresso per stabilire che il comandante in carica non va più bene e sceglierne un altro. Pare vero, eh?
Non serve nemmeno tornare al metodo con cui il pd sceglie i suoi dirigenti, quelle primarie che ci hanno raccontato di tutto e di più sul sistema che fa vincere o perdere, vorrei solo ricordare che le uniche elezioni vinte da Renzi finora sono state quella da sindaco di Firenze e poi, appunto, le primarie del suo partito che, parrà strano, ma non sono il viatico per andare al governo del paese.
Se il partito è “scalabile” da chiunque riscuota il gradimento e il consenso degli elettori questo non significa che tutti i chiunque che di volta in volta vincono le primarie abbiano poi l’autorizzazione di scalare il paese.
Per fare questo bisogna andare bene alla maggioranza del paese tenendo conto che ci sarà sempre una minoranza contraria: in democrazia funziona così, non ai pochi intimi che pagano due euro per dire che gli piace più Renzi di Bersani o Cuperlo.
Aver dato a Renzi la possibilità di stare al comando del partito e del governo nei modi che sappiamo si è trasformato nella morsa che giorno dopo giorno ha stritolato la politica, il dissenso vero ma più che altro presunto della cosiddetta minoranza del partito aumentando già così in maniera esponenziale, esagerata per una democrazia il potere di Renzi che ormai può fare quello che vuole con la certezza che nessuno si metterà di traverso al suo progetto, che significa un paese rifatto nelle istituzioni, aziende pubbliche, scuole, ospedali, nella Rai, nella Costituzione a immagine e somiglianza di Renzi, non di chi già c’è che vorrebbe contare qualcosa, dire la sua e di chi verrà dopo di lui.
Ai più ingenui, speranzosi e fiduciosi sembrerà strano, ma i regimi nascono proprio così.
Ecco perché tutte le discussioni sul pericolo dei 5stelle manipolati e manovrati dai capi, la polemica sulla “mondezza” di Roma hanno davvero poco senso, sono solo l’ennesima arma distrazione di massa.
Più che sui sacchetti di Roma bisognerebbe concentrarsi su chi nel suo sacco vuole metterci tutta l’Italia, ovvero Matteo Renzi.

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renzieraiDispiace e un po’ stupisce dover leggere che, in fin dei conti Renzi sta facendo quello che hanno fatto tutti fino ad ora e quindi che male c’è se lo fa pure lui.
Perché è stato Renzi a dire in tutti i modi e a proposito di tutto che non avrebbe mai fatto tutto quello che hanno fatto gli altri.
E lo ha detto l’altroieri, non cinque, dieci, vent’anni fa, chi non tiene conto di questo non ha dimenticato, o non lo sa perché non è informato o non gliene frega niente.
Renzi non solo fa tutto quello che hanno fatto gli altri molto di più di quanto abbiano fatto gli altri, non solo mettere in pratica quei sistemi da prima repubblica che diceva di detestare gli piace tanto, ma lo fa peggio e non prova nemmeno a nascondere di essere come – peggio – di chi lo ha preceduto.
Lo dicevo e lo scrivevo già in altri periodi: Renzi non è come berlusconi che aveva degli interessi preminenti negli affari di stato, uno su tutti quello di non finire in galera, obiettivo perfettamente centrato, Renzi è peggio di berlusconi proprio perché non avendo interessi di quel tipo di carattere privato e personale sta dimostrando che quello che vuole è il potere.
Il potere solo nelle sue mani.
La lottizzazione delle reti Rai, che la politica ha sempre attuato quando gli amichetti di merende si dividevano prima due, poi tre reti e oltre non ha niente a che fare con un presidente del consiglio che, non dimentichiamo, sta lì per grazia napolitana ricevuta che fa completamente suo il servizio pubblico radiotelevisivo con l’intenzione di trasformarlo nello strumento di propaganda del governo.
Renzi ha trovato un modo truffaldino di far pagare il canone a tutti con l’obiettivo preciso di fare della Rai la dependance di palazzo Chigi, molto di più di quanto lo sia stata fino ad ora e con finalità ben più gravi, ecco perché io trovo di una superficialità e menefreghismo imbarazzanti che la faccenda venga liquidata con il solito “così hanno fatto tutti” o col giudizio su Bianca Berlinguer perché la faccenda stavolta è enormemente più grave, più seria e più pericolosa.
Difendere la Rai non significa fare lo stesso col giornalismo asservito a tutti i poteri purché gli vengano garantite le poltrone, assicurati il posto fisso e lo stipendio milionario.
Il servizio pubblico radiotelevisivo va difeso tanto quanto la scuola pubblica e la sanità pubblica.

Nota a margine: al referendum sulle riforme costituzionali si vota NO anche per mandare a casa un governo che porta l’Italia in guerra, esponendola al rischio di attacchi terroristici dai quali è scampata finora in virtù di qualche fortunata congiunzione astrale in spregio alla vera Costituzione, la stessa che ieri Renzi spiegava a Erdogan per vantarsi del nostro stato di diritto, quello dei servi del vaticano e dell’America, ostaggio delle mafie che tutto il mondo c’invidia e senza chiedere il permesso agli italiani.

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Quando la realtà supera lo storytelling la politica perde e muore

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orfini consideraAl posto di chi ironizza sul dopo quando ancora non si è arrivati nemmeno al dunque io guarderei con più rispetto i risultati ottenuti dai 5stelle nelle persone delle signore Appendino e Raggi che hanno sbaragliato un sistema politico lungo decenni praticamente a mani nude, senza la stessa propaganda asfissiante sulla quale ha potuto contare il partito democratico.
Da sole si sono dovute impegnare a sfondare il muro dei giudizi e dei pregiudizi, della propaganda contro, dei colpi bassi di quella che molti considerano “buona politica” e di un sistema mediatico rivoltante e odioso che ha fatto di tutto affinché non potessero raggiungere il loro obiettivo. Se proprio non si vuol dare alla sconfitta del pd un significato “antirenziano” si puó almeno dire che i due schiaffoni presi a Roma e Torino sono la risposta all’insopportabile arroganza del pd e di tutto l’entourage che ruota attorno al giglio ormai tragico di Renzi, il quale, se questo fosse un paese normale si dovrebbe dimettere eccome. Invece la morale della favola renziana e renzista è che il voto alle amministrative è locale e dunque la disfatta del pd non è un motivo per far dimettere Renzi né da segretario del partito né da presidente del consiglio di un governo che non ha mai avuto la maggioranza nel paese, mentre il voto alle europee che non c’entrava nulla con la politica locale né con quella nazionale ma molto con i famosi ottanta euro tirati con l’elastico  è potuto diventare il viatico per sfasciare la Costituzione senza il permesso di nessuno [oltre a quello di Napolitano].
Per riconoscere questo non bisogna nemmeno essere elettrici ed elettori del movimento cinque stelle.

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“Io capisco l’esigenza di ogni premier di esibire ottimismo e di inoculare fiducia, ma quando il distacco tra gli illusionismi e la realtà diventa troppo ampio, l’effetto è quello opposto. Si insinua cioè il forte dubbio, in molti, di essere presi per i fondelli.

E’ finita l’aria serena dell’Ovest

[Alessandro Gilioli – L’Espresso]

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Quando per una semplice colica renale che sarà anche fastidiosa e dolorosa ma non è un’ustione di terzo grado, dunque non mette in pericolo la vita, si sposta l’elisoccorso solo perché il costipato si chiama vittorio sgarbi non ci si può lamentare se poi la gente schifa la politica che ha costruito un paese dove i vittorio sgarbi possono usufruire dell’elisoccorso per un semplice malessere temporaneo.

Perché bisognerebbe stupirsi del voltafaccia degli elettori che votano in un paese dove un elicottero si può alzare per soccorrere vittorio sgarbi mentre milioni di italiani non possono nemmeno accedere alle cure di base per malattie serie e gravi?
Chi è il responsabile di questo degrado incivile e immorale: la politica di destra, quella di sinistra o quella che ha fatto sempre semplicemente schifo perché responsabile delle condizioni di un paese che si sta avviando verso il feudalesimo, di questa sottospecie di stato dove solo ai pochi è concesso tutto mentre i molti possono crepare di malattie e di inedia nell’indifferenza della politica?

Non è stato molto utile aver fatto ruotare la campagna elettorale di Roma  intorno all’occasione “storica” delle Olimpiadi a Roma e, in generale nel resto d’Italia usando l’arma della denigrazione dell’avversario,  guardando continuamente a quel che facevano e dicevano i dirimpettai, aver organizzato un’enorme macchina da guerra mediatica che ha colpito alla do’ cojo cojo solo per destabilizzare e disorientare gli elettori che ad un certo punto non hanno ben compreso perché i loro problemi quotidiani dovessero avere una qualsiasi attinenza con le Olimpiadi, coi battibecchi al talk show, la battaglia nei social a contrastare l’orda dei troll sguinzagliati ovunque ma che hanno ritrovato prontamente la lucidità quando si sono trovati a dover scegliere fra chi aveva già dimostrato tutto quello che NON ha saputo, voluto e potuto fare e chi almeno non ha nessuna responsabilità di quei problemi.
Cose che la “sinistra”, avvolta nella sua arroganza e ormai più che presunta superiorità morale e politica, annichilita da vent’anni di berlusconismo durante i quali le campagne elettorali sono state sempre di questo tenore e spessore: non dire quello che si poteva fare ma accusare l’avversario di non essere all’altezza di poter fare meglio e di più,  senza dimostrare coi fatti concreti di essere migliore,  non capirà mai.

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BYE BYE STORYTELLING. IN ITALIA È TORNATA LA REALTÀ – Flavia Perina – stradeonline.it

Oltre il dato numerico e politico, frana in queste elezioni amministrative l’idea che si possa costruire consenso con il famoso storytelling, una delle ossessioni ventennali della sinistra e della destra. “Non è la storia, ma è come la racconti” ci dicono da due generazioni: la storia dei ristoranti pieni di Silvio, dei boy scout di Matteo che prendono il potere cantando, di Torino “amministrata benissimo”, di Roma “che si salverà con le Olimpiadi”. Un immenso castello di carta costruito dai giornali, dalle tv, dagli opinionisti, mentre il reale andava da un’altra parte: e il reale erano le periferie, i troppi poveri, le élite immobili rinnovate solo per cooptazione, il circo culturale sempre in mano ai soliti, la finzione di destra/sinistra ormai perse dentro un generico governismo.

Lo storytelling ai piani bassi della contesa elettorale diventa la Panda Rossa e gli scontrini di Marino, la villa con piscina di Giachetti, la dichiarazione dei redditi della Raggi, insomma: il racconto di un avversario ladro, incapace, bugiardo, infido, con le modalità denigratorie del ciclo berlusconiano (“Comunisti!”; “Puttaniere!”) riciclate all’infinito e adattate via via ai personaggi che si affacciano. Quel ciclo è finito. La Raggi, come ha scritto qualcuno, a Roma avrebbe potuto pure menare vecchiette con l’ombrello e avrebbe vinto uguale. La Appendino, idem. E lo stesso, a Napoli, De Magistris, un Masaniello che però sa intercettare il mood della città, farsi napoletano tra i napoletani, e hai voglia a dirgli “incapace”, “populista”: lo votano a valanga.

L’altra grande lezione di questo voto – una lezione un po’ nascosta, meno evidente delle altre – è la fine dell’idea che restringere la base elettorale, tifare sotto-sotto per l’astensionismo, sia vantaggioso per le classi dirigenti che possono giocarsela non sull’ampia e incontrollabile base del corpo elettorale ma sul suo segmento più “interessato”, sulle filiere che vanno al voto perché direttamente coinvolte negli esiti delle urne. Le élite di tutta Europa hanno contato su questo meccanismo, giudicandolo una garanzia contro improvvisi cambiamenti, e si sono dette: meno gente vota meglio è. E anche da noi, quante parole sull’irrilevanza dell’astensionismo, sul fatto che sia un trend di tutte le “democrazie mature” – Come in America! Come in Inghilterra! – e quanta sottovalutazione dei suoi esiti finali: basta un modesto spostamento di voti, un’emozione nuova, un fremito dell’opinione pubblica, per rovesciare il tavolo. Partita chiusa.

Immaginare che destra e sinistra capiscano queste cose, e cambino modalità, è secondo me quasi impossibile. Ci sono troppo dentro, è la loro intera cultura politica che si fonda su questi due pilastri, e nessuno (tra l’altro) saprebbe più che cosa dire al “popolo”: non a caso, chi al popolo parla è stato derubricato a “populista”, una definizione che tiene banco da dieci anni come un esorcismo di massa. Ma altra strada non c’è. O si ricomincia a fare politica puntando gli occhi sul reale, abbandonando lo storytelling in favore di una corretta lettura della storia “vera”, abbandonando la tattica della Panda Rossa, del nemico alle porte, e guardando in faccia questa Italia stremata dalla crisi, oppure giochi chiusi. La sinistra perde e lo sappiamo, ma anche la destra esce dopo un ventennio dal governo delle sue roccaforti – Latina e Varese tra tutte – ammazzata da esperienze civiche che non hanno l’imprinting Cinque Stelle ma si muovono fuori dai simboli tradizionali e dalle alleanze consuete.

Frana, qui e oggi, anche l’idea “europea” della Grossekoalition, o più modestamente del Modello Nazareno. La destra non vota la sinistra, mai. E viceversa. Non in Italia. Prenderne atto. Non illudersi di cambiare le cose con l’ennesimo ritocco alla legge elettorale. Capire che il problema è più largo del doppio turno o del premio di coalizione. Licenziare gli spin doctor. Smettere di dire sciocchezze come «Li vedremo alla prova», «Vincono le facce giovani», e tutta la caterva di banalità retoriche che ascoltiamo in queste ore. Stare sui social per capire che succede e non per postare propaganda vuota. Scoraggiare il naturale conformismo dell’informazione, cercare ragionamenti taglienti invece che consolatori. E limitare lo psicodramma delle analisi del voto, perché il voto è chiarissimo per tutti: l’Italia sta licenziando dopo vent’anni élite che percepisce come imbroglione e bugiarde, caccia il populismo di potere degli ottimati in nome di un altro populismo, che magari si rivelerà salto dalla padella alla brace, ma tant’è: la realtà è questa.

 

 

Traditori

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Il pd in tutte le sue versioni del prima, mentre e durante che per vent’anni ha parato il culo ad un delinquente abituale oggi manda a casa Marino violando tutte le regole della democrazia per un avviso di garanzia e due scontrini che, al confronto di quanto ci è costato e purtroppo ci continuerà a costare il faraone di Rignano sono il nulla.
Naturalmente Vincenzo De Luca, che non è indagato ma proprio condannato, secondo le nuove regole della democrazia p2.0 di Renzi può restare.

Nel pd uno non vale uno ma 25+1 [che ne accontentano uno].
26 persone che pensano tutte la stessa cosa e la fanno.
Più che un partito una religione, una setta, una congrega, un’esseppia, un’associazione.
Renzi lo fa per noi, per farci disabituare al significato delle elezioni, basta col luogo comune sulla democrazia, sul popolo sovrano che vota e sceglie: da oggi in poi il presidente del consiglio può proporre il candidato, spostarlo come ha fatto con la Barracciu che si è presentata già col suo bel vestitino da indagata ma poi, siccome pareva brutto, meglio il parlamento che la presidenza della sua regione: lì so’ tanti e si confondono, nessuno ci fa caso, al limite ci si può sempre dimettere dalla carica e comunque ci sono sempre Verdini e Azzollini che in parlamento fanno la loro porca figura e, soprattutto, la fanno fare alla politica.
E se proprio il candidato, seppur votato, sebbene eletto non piace al capo basta che la setta decida e si manda via, senza nemmeno gli otto giorni di preavviso.
Quindi, a che servono le elezioni?
A niente, ha ragione Renzi.

La prossima volta che in casa 5stelle qualcuno verrà espulso in base alle regole che il movimento stesso si è dato, i cari democratici, i paladini del rispetto delle regole de’ ‘sta minchia sono pregati di tenere la bocca chiusa e le mani a posto, lontane dalla tastiera. 

Perché se il movimento espelle dal movimento in base ad una regola condivisa, Renzi e il pd hanno espulso Marino‬ non grazie ad una regola interna al partito ma obbligando i 25 a tradire il mandato ricevuto dagli elettori in virtù della legge della democrazia: quella vera, non quella riveduta, corretta e stravolta dal pd di Renzi a misura di Renzi.

I cittadini hanno molto più da rimetterci in termini di considerazione e rispetto per le loro scelte elettorali in un paese dove il presidente del consiglio può ordinare le dimissioni di qualcuno, che sia il sindaco, il funzionario statale o l’amministratore del suo condominio.
La democrazia ha le sue regole, a chi non vanno più bene quelle regole voti un partito che nel programma inserisce anche i capricci  reazionari di un narciso impostore, miracolato dalle “contingenze” che lo hanno portato a palazzo Chigi, le famose contingenze napolitane, che vuole fare tutto lui senza rispettare i dovuti passaggi che la democrazia impone affinché si cambino quelle regole.

Oggi Renzi e il pd hanno tagliato un’altra consistente fetta alla democrazia, ma per i servitori abituali, quelli del talk show, dei giornali e telegiornali non c’è nessun pericolo. La deriva autoritaria dello sceicco del consiglio autorizzato dall’emerito novantenne invadente e  impiccione era solo una chiacchiera, un pettegolezzo, una malignità.

Chi gioisce dei 25, i traditori, né più né meno di quelli che “Ruby è la nipote di Mubarak” che sono andati a consegnare le loro dimissioni –  spontaneamente – ci mancherebbe altro per mandare a casa Marino‬, sappia che in vaticano stanno facendo lo stesso.
Chiaro?

Di proteste e proposte

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In questo mare è annegata anche l’ultima speranza di un cambiamento moderno, riformista, liberale, democratico davvero. Questa Europa, per come l’hanno costruita e in funzione di cosa è un tragico bluff, un circolo vizioso, una dannazione. E non ce ne potremo liberare.

Il  risultato francese è la risposta, forte e chiara, a tutti quelli che “destra e sinistra non contano”. 
Quelli che vanno “oltre le ideologie”.
Quelli che “non contano i partiti, contano le persone”, le idee. E che idee.
A Strasburgo andrà un eurodeputato nazista tedesco: in momenti e periodi di crisi i popoli si spostano sempre verso la politica più dura, fascista, anche oltre il fascismo pensando che sia quella che poi restituirà una serenità sociale.
“Oltre” è una parola molto bella, sa di eternità, di panorami sconfinati, di libertà senza limiti.
Ma non tutti gli oltre sono uguali, perché ci sono ambiti in cui il confine deve essere netto e ben marcato, quello che chiude a tutte le forme autoritarie già conosciute e sperimentate qual è, appunto, la politica fascista, anche oltre il fascismo, come quella di Marina Le Pen, che non ha mai risolto un solo problema sociale ma ha creato solo disordine, repressione, violenza, assenza di libertà e di qualsiasi forma di serenità.

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Se il pd ha stravinto sui 5stelle nonostante l’alleanza con berlusconi, la vigliaccata di Renzi fatta subire a Letta, la profonda sintonia col criminale, le balle di Renzi e Renzi è perché o la gente ha scelto  di nuovo quello che pensava fosse il male minore o  perché si è spaventata pensando che il nuovo non fosse poi così affidabile.

Nel paese normale la lega di salvini che in Europa viene trattata – giustamente – a calci nel culo veri e non metaforici non prenderebbe più voti della lista di Tsipras. La Grecia si è ripresa la sua polis, gli altri paesi, compresa l’Italia, fanno schifo al cazzo. E meritano di sprofondare.

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Spero vivamente che la batosta inflitta al movimento sia utile a far capire quello che in questi mesi, modestamente, cercavo di spiegare anch’io. 
E l’ho continuato a fare anche mentre la mia lista facebook si assottigliava, mentre leggevo le bacheche dei cosiddetti amici che lanciavano anatemi offensivi, accuse miserabili verso tutti quelli che cercavano di dire ai movimentisti vinciamonoisti che la filosofia della volgarità, dell’insulto, della minaccia, dell’io sono meglio di te senza dimostrarlo nei fatti alla conta che conta non paga. Stamattina di sfuggita ho letto in una bacheca fb  cinquestellata che Rodotà e Zagrebelsky sono dei coglioni perché hanno votato la lista di Tsipras.  A tutto c’è un limite.
E  non basta essere onesti, che la svolta culturale di cui ha parlato Di Battista non passa per una campagna elettorale modulata sul tono di voce più alto, sull’eccesso, sull’iperbole esagerata e violenta; in questo modo non passa nessun messaggio positivo e convincente.
Un movimento di gente fatto dalla gente non potrà mai sfondare se quella gente continua a difendere il modus operandi di chi lo rappresenta anche quando è oggettivamente ed evidentemente indifendibile.
Se non si mette in testa che la politica è anche, e come no, una questione di linguaggio, che i cori da stadio vanno bene allo stadio.
Un movimento di gente fatto dalla gente avrebbe dovuto essere più intransigente con chi andava in piazza a urlare epiteti, trivialità che soddisfano forse le pance ma non saziano le menti, soprattutto quelle di chi forse ci avrebbe voluto provare a dare fiducia alla politica fatta dalla gente per la gente.
E questa sconfitta dispiace soprattutto a chi crede nella democrazia fatta di alternanze, di voci diverse, di persone che si attivano per dare un contributo utile alla causa di tutti.
Perché io ho gioito quando i 5stelle alle passate elezioni hanno raggiunto un risultato inimmaginabile per dei non professionisti della politica, mi dicevo che la politica, quella tradizionale, napolitana, da quel momento in poi avrebbe sentito il fiato sul collo di chi controllava il suo operato, e che forse per la prima volta nella storia di questo paese maggioranza e opposizione avrebbero potuto rendersi un favore reciproco: la maggioranza lavorando meglio perché sotto controllo e l’opposizione crescendo in base a quello che la gente le avrebbe chiesto di fare: alle esigenze e alle necessità vere di un paese allo stremo psicologico, prim’ancora che economico e sociale.
Invece è stata una delusione continua, un’innalzare sguaiatamente e inutilmente i toni, senza fare nulla di veramente politico per dare un senso al consenso, allontanando quella gente che non per dispetto ma per una voglia sincera di trasformazione e cambiamento nella politica avrebbe fatto un passo verso la novità.
Invece così non succederà niente e le voci che in molti abbiamo cercato di contrastare, quelle della propaganda spicciola, della stampa serva e inchinata alla politica che si dimentica della gente ma si ricorda molto bene di se stessa da ora in poi avranno altri argomenti e li useranno, anzi, già lo stanno facendo, e quando ri_parleranno i vecchi tromboni che in tutti questi mesi ci hanno allietato da quotidiani, talk show, dalla solita radio non potremo andare a nasconderci da nessuna parte.
Tutto questo perché non è stato usato l’unico ingrediente necessario a condire la battaglia politica che è l’intelligenza, quella – appunto – che non basta dire: noi siamo meglio di loro senza dimostrarlo poi nei fatti e nelle azioni.

Chi ha fatto della comunicazione diretta il suo cavallo di battaglia ha dimostrato di non capire nulla di come poi va usata. E se i 5stelle hanno perso tre milioni di voti invece di guadagnarne ancora malgrado i fatti che nel frattempo erano e sono  accaduti, arresti, vicende di corruzione, l’Expo, significa che l’idea di una democrazia liquida, orizzontale, che parte da quel basso che dovrebbe pretendere il meglio ma poi si accontenta dei vaffanculo in piazza, non affascina. Grillo quel patrimonio ottenuto alle elezioni passate non l’ha fatto fruttare, in tutto questo tempo ci ha giocato al più bello del reame, la gente se n’è accorta e l’ha punito.
E sarebbe bello sapere con chi avrebbero lavorato i 5stelle in Europa, loro che hanno sempre rifiutato anche il minimo contatto, quegli accordi che in politica sono necessari per produrre qualche risultato utile. Se la proposta è solo protesta non si vince.
Alla protesta vanno aggiunte azioni propositive, produttive, insomma, essere pro è molto più utile che essere contro a prescindere.
Non si vincono le elezioni ipotizzando tabule rase, processi e tribunali di piazza.

Gli sputi non vanno mai bene, sia reali che virtuali.
E se Grillo fosse onesto fino in fondo oggi il processo dovrebbe farlo solo a se stesso.

 

 

 

 

 

 

Concorso esterno

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Preambolo: se la priorità per un governo è l’abolizione di una tassa su richiesta, per meglio dire, su ricatto, di chi quella tassa l’ha pensata e voluta e non ha invece a che fare con problemi più urgenti, su quei diritti civili di cui nessuno si occupa ufficialmente per mancanza di tempo ma sappiamo tutti quali sono i veri motivi per cui nessun governo l’ha mai fatto, non ha mai anteposto il diritto ai diritti [un cittadino non è solo una spugna da cui spremere doveri] come Costituzione comanda, quel governo non potrà mai fare nulla di buono.

“L’idea non era quella di fare un governo coi 5s, l’idea era quella di chiedere ai 5s di consentire che nascesse un governo di csx pur rimanendo cosa ristretta [cosa loro, ecco: nota di R_L]
Avevamo valutato e proposto ai 5s di non opporsi, di consentire tecnicamente la nascita di un governo.” [Marina Sereni, pd a Porta a Porta, 30 aprile]

Conflitto d’interessi, vietato parlarne

Sottotitolo: il 27 aprile Marco Travaglio intervistato al telefono da Mentana al tg di la7  disse queste parole: “la verità vera è che nessuno del pd ha mai pensato di fare un governo coi 5S.

Tutte le richieste di Bersani contenevano implicitamente il pretesto per farsele rifiutare da Grillo per poi dargli la responsabilità di non poter fare un governo.
Ci sono tante amnesie nelle ricostruzioni, ma adesso che è caduto anche il loden di Monti finalmente pd e pdl hanno potuto ufficializzare l’inciucio”.

Insomma è un po’ come organizzare un matrimonio, spedire le partecipazioni, prenotare il ricevimento, scegliere insieme le bomboniere, gli anelli e poi arrivati al fatidico giorno uno dei due futuri sposi dicesse all’altro: “guarda, non era vero niente, chi l’ha detto che volevo sposarti?”

Ebbrava la Sereni che, non si capisce se in un eccesso di sincerità, di ingenuità o sempre per la ormai famosa e totale incapace politica relativa al “maggior partito di opposizione”  ha, speriamo, tolto anche l’ultimo dubbio circa il fatto che Bersani un governo coi 5s non lo voleva, non l’avrebbe mai fatto.

Quindi  Travaglio ha sempre avuto ragione e che quella di Letta quando disse “meglio berlusconi di Grillo in parlamento”, era molto di più di un’opinione personale ma la previsione esatta di quello che sarebbe poi accaduto.

Ha ragione Scanzi, sono meravigliosi, quelli del piddì.

Dunque  il piddì voleva il concorso esterno dei 5s.
La loro collaborazione ad una maggioranza ma non la relativa considerazione, con l’intento magari di poter addossare la colpa ai 5s qualora non avessero votato quelle cose che non erano nel programma dei 5s ma in quello del pd sì e accusarli di  mettere a rischio la tenuta del governo.

Tipo il concorso esterno del pd a favore del pdl, cosa che peraltro c’è sempre stata anche senza ufficializzazione, altrimenti non saremmo mai arrivati fin qui.
Bastava uno straccio di legge sul conflitto di interessi per sbarazzarsi di berlusconi, non ci voleva una particolare genialità politica.

Un po’ come accaduto in precedenza a Rifondazione comunista quando si rifiutava di votare in parlamento il finanziamento agli armamenti e alle guerre e generalmente a tutto quello che un governo di centrosinistra non dovrebbe fare.

Il governo Prodi è caduto per colpa di Mastella ma a tutt’oggi c’è chi crede ancora che la responsabilità sia stata di Rossi e Turigliatto che, siccome sono comunisti, agivano secondo il loro sentire e non in virtù degli opportunismi politici e degli accordi contrari non solo ad un’ideologia di sinistra ma proprio alla Costituzione, ad esempio rifiutando di votare l’appoggio economico e umano alle guerre.

Dipartito democratico – Marco Travaglio, 1 maggio

Dicono che i pesci rossi abbiano la memoria corta, tre mesi non di più. Ma la stampa italiana li supera, diffondendo balle à gogò che non tengono minimo conto della storia degli ultimi tre mesi: elezioni, consultazioni, presidenziali. 1. ”Il governo Letta non ha alternative: i 5Stelle hanno detto no a Bersani e il Pdl ha detto sì a Letta”. Ma i 5Stelle han detto no a Bersani che chiedeva la fiducia a un suo governo di minoranza, fondato su 8 genericissimi punti, che per sopravvivere avrebbe raccattato i voti qua e là in Parlamento. Nessuno ha proposto un governo Pd-M5S presieduto da un uomo super partes. Errore di Bersani, che non andava al di là del proprio nome, convinto di aver vinto le elezioni. Ed errore dei 5Stelle che, quando salirono al Colle la seconda volta coi nomi di Settis, Zagrebelsky e Rodotà in tasca, non li fecero perché Napolitano disse no a un premier extra-partiti. Così rinunciarono a vedere il bluff del Pd: anche se Bersani fosse stato sincero, un suo governo con M5S non avrebbe mai ottenuto la fiducia da tutto il Pd (che s’è spaccato persino su Marini e Prodi, figurarsi su un’alleanza coi grilli). 

2. “M5S, se voleva governare col Pd, doveva votare Prodi”. Ma M5S aveva candidato Rodotà, uomo storico della sinistra, uscito al terzo posto delle loro Quirinarie, mentre Prodi era a fondo classifica. Chi ridacchia dei pochi voti raccolti da Rodotà (4677) dovrebbe ridacchiare di più di quelli avuti da Prodi (1394). Ma soprattutto: mentre i 5Stelle facevano scegliere a 48 mila iscritti il loro candidato, Bersani faceva scegliere il suo a uno solo: Berlusconi. Che indicava Marini, poi impallinato dal Pd. Che allora mandava allo sbaraglio Prodi. Ma, mentre Grillo chiedeva ufficialmente al Pd di votare Rodotà per governare insieme, Bersani non ha mai chiesto a M5S di votare Prodi per governare insieme (con Rodotà premier). Si è tentato invece lo “scouting” sottobanco per strappare i 15 voti che mancavano a Prodi al quinto scrutinio. Ma Prodi non ci è neppure arrivato, perché al quarto gli son mancati 101 voti Pd. Come poteva il Pd pretendere che M5S votasse spontaneamente, senza richieste ufficiali, un candidato osteggiato dal suo partito, rischiando di spaccarsi e di non riuscire neppure a eleggerlo a causa dei franchi tiratori Pd?

3. “Grillo voleva fin dall’inizio l’inciucio Pd-Pdl”. Ma, se così fosse, avrebbe lasciato andare le cose com’erano sempre andate, anziché fondare un movimento contro “Pdl e Pdmenoelle”. E soprattutto avrebbe scelto un candidato di bandiera per il Colle (se stesso o Fo o un parlamentare qualunque), per blindarsi in un dorato isolamento: non avrebbe certo interpellato la base online, notoriamente influenzata da grandi personalità della sinistra come quelle poi uscite dalle Quirinarie. In realtà Grillo aveva semplicemente previsto l’inciucio, previsione che non richiede particolare acume a chi segue la politica da un po’.

4. “Quello di Letta è un governissimo di larghe intese”. A contare gli elettori che rappresenta, è un governino di minoranza: su un corpo elettorale di 47 milioni (di cui 35 hanno votato), i partiti che l’appoggiano raccolgono appena 20 milioni di voti, avendone persi per strada 10 rispetto a cinque anni fa. Gli stessi partiti che sostenevano il governo Monti e che, dopo le urne, riconobbero che quel governo era stato bocciato. E ora riesumano lo stesso ménage à trois, con ministri più giovani ma meno autorevoli e competenti dei tecnici. Come se gli italiani non avessero votato.

5. ”Il governo Letta pone fine a vent’anni di guerra civile fredda”. Sarà, ma a giudicare dagli inciuci ventennali, dai teneri abbracci Bersani-Letta-Alfano e dagli occhi dolci che si fanno gli ex combattenti, non si direbbe. Spaccato su nonno Marini e papà Prodi, il Pd ritrova una rocciosa compattezza su padron Silvio, da sempre al centro dei sogni erotici dei suoi dirigenti. Più che di una guerra, è la fine di una lunga relazione clandestina con l’outing liberatorio dei due amanti: “Sì, è vero, andiamo a letto da vent’anni: embè?”.

La questione immorale

Inserito il

Sottotitolo: la mia solidarietà e la mia vicinanza affettuosa  alla famiglia di Stefano Cucchi, senza l’obbrobrio della legge che porta il nome di fini e giovanardi Stefano sarebbe ancora vivo, nessuno lo avrebbe mai arrestato per una manciata di fumo, e non sarebbe mai morto di botte, di fame e di stato.

Ilaria Cucchi: Tutti condannati. Anche Stefano

Caso Cucchi, stai a vedere che è colpa di Stefano

Incredibile requisitoria al processo per la morte del detenuto. Insinuazioni su di lui e i familiari. Chieste pene lievi.

Nel frattempo, a Palermo si va in giro così, non per colpa delle banane, e nemmeno del traffico.
Un paese che difende i suoi figli migliori col mitra e quelli peggiori con un posto in parlamento assicurandogli immunità e impunità è un paese da buttare.

Napolitano sponsorizza le larghe intese
E attacca le “campagne moralizzatrici”

Oggi gli eversori sono quelli che difendono la Costituzione, la giustizia, la legalità e l’onestà, anche quella intellettuale.

Tutti gli altri sono statisti moderati, comunisti pentiti, gente che ha prodotto solo disastri per opportunismo politico o perché sotto il ricatto di qualcuno che ha avuto evidentemente ottimi argomenti per tenere sotto scacco lo stato e le sue istituzioni.

Io oggi mi sento legittimata e autorizzata a pensare quello che voglio della politica di questo paese, del suo agire, e a fare tutte le ipotesi che lo stato delle cose suggerisce.
Che si vergognino, e anche molto, tutti quelli che in questi lunghissimi mesi di caos hanno cercato di convincere gli italiani che Napolitano stava lavorando bene, che lo hanno difeso quando firmava, quando taceva invece di parlare e quando faceva il contrario per portare acqua al mulino di qualcuno, una volta era Monti, un’altra berlusconi, un’altra ancora i partiti politici ma mai, MAI una per quel popolo che avrebbe dovuto garantire e tutelare.
Mancano le parole per descrivere lo sgomento che si prova a rendersi conto di essere stati lasciati soli, in balia di politici disonesti, di uno stato sempre assente ma che in compenso dai cittadini onesti, da quelli in difficoltà, dai poveri ha preteso tutto.

Un presidente della repubblica che ha ostacolato varie volte – non solo ieri ma in tutto il suo settennato legittimando un abusivo impostore, favorendogli il cammino nell’illegalità firmando leggi apposite per renderlo “più uguale degli altri” e quindi non soggetto al rispetto delle leggi e delle regole – l’opera di moralizzazione nella politica che in questo paese non è solo opportuna ma proprio necessaria, che promuove, dopo quasi due decenni di accordi sottobanco che hanno generato il caos, il disastro etico e morale di questo paese, un’intesa a cielo aperto fra un partito di sgarrupati incapaci e quello di proprietà del primo delinquente d’Italia.

Una richiesta spacciata per compromesso storico, per un’azione politica utile al bene del paese; una conciliazione necessaria, e che importa poi se per raggiungere l’obiettivo si calpesta la Storia, si offende la memoria di due galantuomini per far passare l’idea che sì, in fin dei conti si può fare perché berlusconi e Bersani sono uguali ad Enrico Berlinguer e Aldo Moro, si tace sulle conseguenze di quel compromesso del ’76 che ha prodotto  bettino craxi, silvio berlusconi e i governi della p2.

Tutto questo per far finta che in questo paese non sia successo niente, per  delegittimare i cinque stelle che, con buona pace di chi non si rassegna sono stati votati dalla gente e come scrivevo all’inizio della loro avventura tutti coloro che sono scelti dalla gente per mezzo del voto hanno il diritto di esprimersi come tutti gli altri, quelli che c’erano prima e che ci hanno portato fino a qui.  Mi sono sempre tenuta fuori dalla guerriglia contro i 5S anche per questo motivo, per essere libera di dare ragione o torto quando bisogna farlo, senza farmi condizionare da nessuno.

Napolitano: il miglior migliorista di tutti, quello che Kissinger definì “il mio comunista preferito”, e adesso sappiamo anche il perché.

Maledetta primavera [che non ne vuole sapere di arrivare]

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Un rapporto rivela: “L’opposizione ha salvato 5098 volte la maggioranza”

I dati vengono dall’analisi dell’associazione Openpolis. Tra i deputati della Camera, quello che ha favorito più volte il governo Berlusconi non presentandosi in aula, è il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani.

La cosa grottesca è che fare certe considerazioni venga considerata dietrologia. Nella politica non esistono dietrologie, perché tutte le azioni sono il frutto di altre, come in un effetto domino il caos di oggi non si può non imputare all’incapacità di altri, di scelte fatte in precedenza. E in questo periodo storico così disastroso sotto molti punti di vista in Italia, mi piace sempre ricordare che, Costituzione alla mano, non quella che ha letto d’alema [forse], berlusconi, l’artefice principale del disastro attuale ma che non sarebbe mai riuscito nell’impresa se non avesse trovato sponda nella politica in modo rigorosamente trasversale e anche nel presidente della repubblica che non gli ha negato mai una firma né la difesa [specialmente nella sua eterna partita con la Magistratura] nascondendola dietro quella per l’istituzione, non avrebbe mai potuto accedere alla carriera politica.

Questo è sempre il punto da cui partire, per non dimenticare che tutti gli orrori si possono ripetere.

 

 

Siccome sono già in tanti a farlo ho deciso che non mi unirò alla guerra totale a Grillo. 

Vedo gente che non fa praticamente nient’altro dalla mattina alla sera, ma a me non è mai piaciuto far parte di nessun esercito né club, figuriamoci di un clan, anzi più di uno che notte e giorno sono impegnati a fare ricerche, a portare in evidenza “…quella volta che Grillo ha fatto, o ha detto” come se fosse il più sensazionale degli scoop.

Le maggioranze non sono sempre affidabili: vent’anni di mussolini e diciotto di berlusconi dovrebbero avercelo insegnato molto bene.

Ma gl’italiani sono specialisti nel fare danni e poi dimenticarsene.

Capisco che ci sono persone che devono farlo per mestiere, anche se scoprire cose che nulla c’entrano con l’azione politica del MoVimento equivale a far passare un Magistrato per uno con problemi psichici solo perché indossa un paio di calzini blu, o un altro inaffidabile perché in gioventù ha avuto un flirt con un comunista e l’ha perfino baciato.
Insomma, la macchina del fango ha diversi modelli e cilindrate, c’è quella potente supportata da mezzi  altrettanto potenti – per esempio i giornali e le tv di berlusconi – ma può trasformarsi in un’utilitaria piuttosto malconcia peraltro quando a guidarla sono persone che non dovrebbero avere nessun interesse a concentrare tutte le loro attenzioni su un unico argomento, in modo quasi compulsivo, per cosa poi? per una comparsata in tivvù delle loro pagine sui social network…no, non è roba per me.

Tutti sfruttiamo il web, anche per meri motivi di narcisismo, che, finché è buono non c’è nulla di male, triste è quando si trasforma in voglia di esibizionismo.
Io, preferisco di no, preferisco spaziare, guardarmi intorno, occuparmi di tante cose ed, eventualmente anche di Grillo e dei 5s quando fanno o dicono cose su cui non si può proprio sorvolare.
Ad esempio di un Magistrato antimafia minacciato dalla mafia e verso il quale nessuna isituzione ha speso una parola di sostegno, di solidarietà, nemmeno un minimonito di Napolitano ha interrotto per un attimo la consuetudine degli argomenti tutti uguali e noiosissimi di questi giorni. 
Penso che libertà significhi anche questo, non unirsi a nessun coro, valutare quando è il caso di preoccuparsi, agitarsi e quando no, e di farlo in piena autonomia di pensiero, come ho sempre fatto, qui e fuori di qui.

La ministra che dice bugie
Marco Travaglio, 4 aprile

Qualche ingenuo si aspettava forse una parola di solidarietà del governo al pm Nino Di Matteo finito nel mirino di Cosa Nostra. Chissà, magari, se non è chiedere troppo, anche un mezzo monito di Napolitano. O un paio di monosillabi del Csm e dell’Anm. Invece niente, silenzio di tomba. Anzi, peggio. La ministra della Giustizia Paola Severino ha parlato, ma per elogiare il Pg della Cassazione Gianfranco Ciani che ha appena promosso l’azione disciplinare contro Di Matteo. L’elogio, reso noto dallo stesso Ciani dinanzi al Csm che l’ha molto applaudito, è contenuto nella risposta scritta della Guardasigilli a una vecchia interrogazione della fu-Idv sulle pressioni esercitate un anno fa da Ciani sull’allora Pna Piero Grasso, affinché intervenisse sulle indagini della Procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, come gli avevano chiesto l’indagato Mancino e il presidente Napolitano. Il 19 aprile 2012 il Pg convocò Grasso in Cassazione e gli chiese di avocare le indagini oppure di “coordinarle” con quelle della Procura di Caltanissetta (che indaga su tutt’altro). Grasso, correttamente, respinse le due proposte indecenti, spiegando di non avere poteri di avocazione né di indirizzo e, quanto al coordinamento, esso era già assicurato dal Csm con un protocollo del 28 aprile 2011 sempre rispettato dalle due Procure. L’Idv chiedeva se non fosse il caso di promuovere l’azione disciplinare contro il Pg, ma la Severino ha risposto picche sperticandosi in peana a Ciani. Purtroppo, nell’empito elogiativo, è incorsa in alcune bugie davvero gravi per un ministro, per giunta della Giustizia. Forse perché si è bevuta la versione dell’alto magistrato, purtroppo contraddetta dalle carte. Ciani assicura di non aver mai chiesto a Grasso né di avocare né di indirizzare l’indagine di Palermo, limitandosi a svolgere la sua normale funzione di sorveglianza. Il che, scrive la Severino, risulterebbe “dal tenore della relazione redatta da Grasso su richiesta esplicita del Pg”. Prima bugia: fu Grasso, come ha raccontato lui stesso in varie interviste, a pretendere che il Pg gli mettesse per iscritto le sue richieste, così da potergli rispondere a sua volta nero su bianco e lasciare traccia dell’accaduto. Seconda bugia: nel verbale della riunione si legge che il Pna Grasso “precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28.4.2011 tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis Cpp. Il Pna rimetterà al Pg un’informativa scritta”. L’esatto contrario di quel che affermano Ciani e Severino. Del resto, se il Pg non avesse chiesto a Grasso di avocare l’indagine, perché mai Grasso avrebbe risposto di non poterla avocare? Terza bugia: Grasso ha ricostruito i fatti in un’intervista del 22 giugno 2012 alla nostra Sandra Amurri. E ha raccontato di avere respinto le richieste del Pg non solo di avocare, ma anche di indirizzare e influenzare i pm di Palermo: “Mi è stata richiesta (da Ciani, ndr) una relazione sul coordinamento tra le procure. Ho espresso la volontà che mi venisse messo per iscritto. Mi è stato fatto presente che era nei suoi poteri chiederlo verbalmente. Il 22 maggio ho risposto per iscritto specificando che nessun potere di coordinamento può consentire al Pna di dare indirizzi investigativi e ancor meno di influire sulla valutazione degli elementi di accusa acquisiti dai singoli uffici giudiziari”. Peccato che Ciani e Severino dicano l’opposto. Si spera che Grasso, divenuto nel frattempo presidente del Senato, li smentisca (non foss’altro che per non dover smentire se stesso). E soprattutto che, risolta la questione, qualcuno si decida a dire due parole su Di Matteo che rischia la pelle a Palermo proprio per quelle indagini così popolari nel Palazzo. Ma forse l’elogio del ministro al Pg che ha trascinato Di Matteo dinanzi al Csm basta e avanza a farci capire da che parte sta lo Stato: dalla solita.