Aspettando il “severo provvedimento” di alfano. Che non arriverà

Il 25 aprile andrebbe sospeso fino a data da destinarsi, ripristinato solo quando si riuscirà a ricostruire una democrazia degna di quella Resistenza antifascista che molti ipocritamente commemorano ma poi non le riconoscono nessun valore. 

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Dell’uso sconsiderato del web e della leggenda della zona franca dove tutto è permesso io ne scrivo da molto prima di facebook.  Sono in Rete ormai da una ventina d’anni praticamente tutti i giorni e il modus, l’atteggiamento, il modo di porsi della maggioranza dei suoi frequentatori se possibile è perfino peggiorato dal suo esordio quando almeno ci si poteva giustificare con la curiosità del nuovo strumento di comunicazione.

In Rete non bisogna farsi “belli” raccontando balle ma nemmeno mostrare la parte peggiore di sé, quella che ci si vergognerebbe di esibire nel proprio quotidiano o costruita appositamente a beneficio della propria identità virtuale. 
Non si capisce, invece,  perché questo accada puntualmente, tutti i giorni e ovunque, non solo su facebook  dove almeno la maggior parte dell’utenza ci mette faccia e nome perché obbligata da un regolamento che altrove non c’è ma ovunque dove  in troppi approfittano [ancora!] dell’anonimato per scrivere quello che vogliono. 
Basterebbe considerare il web non un mondo a parte ma una parte del proprio mondo, esattamente come i contesti familiari, amicali, lavorativi, comportarsi nello stesso modo.
Ma evidentemente le frustrazioni, il bisogno di trovarsi il nemico da abbattere quotidianamente a parole perché probabilmente chi agisce così non riesce a liberarsi di quelli reali coi gesti concreti hanno il sopravvento anche sul semplice buon senso che dovrebbe appartenere a persone adulte non solo per data di nascita.

Un idiota è un idiota sempre e ovunque, un deficiente, un deficiente anche se pensa di essere simpatico, un violento fascista resta un violento fascista anche sotto mentite spoglie e in quel caso fa bene a nascondersi.

Non è il posto che fa la gente ma il contrario.  Basterebbe ricordarsi di essere persone serie sempre, ovunque e dimostrarlo. La Rete non è il salotto privato di nessuno, è una casa comune e il rispetto deve diventare obbligatorio e necessario come nella vita di tutti i giorni.  La provocazione tout court, le volgarità anche violente espresse contro le persone alla fine diventano noiose e non dovrebbero piacere a nessuno di quelli che si reputano intelligenti e ben disposti al dialogo e al confronto.  I diritti vanno conquistati, quando dietro l’alibi del diritto alla libera espressione si nascondono altre intenzioni, quando ci si fa scudo del diritto di parola per usare la violenza nel linguaggio, quando si esercita la violenza su chi non può difendersi,  quando  si zittisce l’opinione sana  lasciando spazio all’insulto, agli oltraggi, alle apologie fasciste e razziste con la censura come si fa  nei siti dei quotidiani che si dichiarano liberi  ma poi anche loro agiscono per interesse lasciando spazio alla rissa verbale perché “fa clic” quello non è più un diritto: è un abuso.

Se lo stato per primo premia i metodi fascisti utilizzati dalle forze dell’ordine, non punisce i mandanti ma anzi li premia con promozioni e carriere favolose, agli esecutori dà un’amichevole pacca sulla spalla, non gli toglie nemmeno la divisa, permette senza fare un plissè che un sindacato di polizia dopo aver minacciato e diffamato le famiglie di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi faccia anche l’applauso a quattro assassini, se la politica stessa che nella figura di giovanardi e la santanchè è sempre lì  a dire che le forze dell’ordine svolgono correttamente e onestamente il loro mestiere “nel rispetto dei diritti umani e civili”  come si può pretendere il semplice rispetto delle persone che passa anche per la parola?

Presidente Boldrini,  forse c’è qualcosa di più urgente da fare prima di pensare di tradurre al femminile gli aggettivi che descrivono mestieri e professioni, ci sarebbe da cacciare i fascisti dalle istituzioni e dalla subcultura malata e criminale di questo paese. Questo dovrebbero fare la politica e le istituzioni serie  del paese antifascista.

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Diaz, le ‘mille volte’ di Tortosa: io non mi stupisco – Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano

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L’insostenibile leggerezza dei social network – Guido Scorza – Il Fatto Quotidiano

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Cos’è, niente “je suis Tortosa” stavolta?

Eppure, se vale il principio col quale molti hanno avvelenato la Rete dopo la strage fondamentalista di Charlie Hebdo scrivendo che “tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, anche fosse la più spregevole” dovrebbe valere anche per Tortosa, orgoglioso di indossare la divisa e di difendere a mazzate i “nemici” della democrazia, impersonati da chi dormiva per terra una sera di luglio a Genova.
Così come lo stesso principio deve valere per la Saluzzi che deve sentirsi libera di dare dell’imbecille al campione di Formula uno, deve, dovrebbe valere per gasparri che sempre secondo quel principio ha eccome licenza di poter scrivere pubblicamente ad una ragazzina che siccome è grassa dovrebbe mettersi a dieta e di ipotizzare, interrogando i suoi fan, che le ragazze tornate dalla Siria sono due poco serie che la davano a tutti come fa anche salvini quando scrive le sue scemenze razziste sotto forma di domanda.
Così come io che non mi sono mai sentita né definita nient’altro che me sono libera di scrivere che se De Gennaro, il capo della polizia di allora non fosse stato premiato dallo stato probabilmente i suoi uomini in divisa avrebbero perso un po’ di quella sicumera che li autorizza a tutelare l’ordine con le botte, che in un paese dove i responsabili e i mandanti dei pestaggi e degli omicidi di stato pagano davvero non avremmo assistito all’osceno spettacolo dei rappresentanti di un sindacato di polizia che fanno la standing ovation a quattro assassini mai spogliati della divisa e che il segretario del sindacato non si permetterebbe di dire che una legge civile è frutto del furore ideologico. E il presidente del consiglio non si sarebbe mai permesso di ribadire la sua fiducia a De Gennaro mantenendolo al posto che gli è stato regalato in virtù della sua bravura e competenza.

Benché spregevoli quelle di gasparri e salvini sono opinioni proprio come quella di Tortosa che “rientrerebbe mille e mille volte in quella scuola” nonostante una sentenza della Cassazione che tre anni fa stabilì che i fatti accaduti alla Diaz hanno gettato discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero, un’altra più importante di qualche giorno fa della Corte dei diritti umani europea che ha messo nero su bianco quello che sapevamo tutti ovvero che lo stato a Genova per mezzo del suo braccio armato fascista non si limitò a far rispettare l’ordine pubblico e tutelare la sicurezza dei cittadini ma esercitò violenze, tortura, ebbe comportamenti criminali e in quella occasione come tante, troppe altre fu lo stato il nemico della democrazia, non la gente che dormiva per terra in una scuola e che era andata a dire che non le piaceva questo paese, il mondo così com’era, come è ancora visto che da allora sono perfino peggiorati entrambi.

Dai che prima o poi ci arriviamo tutti alla semplice considerazione che no, non esiste quel diritto di poter dire quello che si pensa sempre, soprattutto se chi pensa di poter esercitare quel diritto è gente che per ruolo e mestiere rappresenta lo stato, quello democratico e dovrebbe dare l’esempio, non mettersi sotto il livello di ciò che dovrebbe contrastare.
Prima o poi capiremo tutti quanti che libertà e diritti non hanno niente a che fare con l’espressione della violenza, fosse anche solo scritta e detta a voce.

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Quando la mela è “sana” come minimo è omertosa, c’è una puntata di Presa diretta sui morti di stato che andrebbe trasmessa nella scuole già dalle medie inferiori.
Perché in questo paese la polizia che picchia è stata sempre autorizzata dai governi di tutti i colori, quando a Napoli durante il vertice Osce ci fu il preludio di quello che sarebbe accaduto quattro mesi dopo a Genova, quando i manifestanti furono portati nella caserma Raniero per essere pestati lontano da occhi indiscreti a palazzo Chigi c’era D’Alema: l’indignato de’ sinistra.
Quindi è inutile nascondersi dietro i propri paraventi dicendo che certe cose possono succedere solo coi governi di destra, ci sono metodi condivisi da tutta la politica che ha sempre autorizzato l’uso violento della forza anche quando non c’è nessun pericolo per la sicurezza nazionale come fu proprio a Genova dove la polizia si comportò come il peggiore dei vigliacchi e infami che colpisce alle spalle.
Ora la politica – nemmeno tutta – arriccia il naso perché dopo i processi farsa, le finte condanne e le promozioni vere, la sentenza della Cassazione che ha raccontato di una polizia che ha svergognato l’Italia agli occhi del mondo è arrivata l’ultima davanti alla quale non ci si può più nascondere, ma l’Italia delle istituzioni non si è indignata nello stesso modo quando a subire la tortura di stato sono stati cittadini singoli, fermati o trattenuti come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini morti di botte e di sistemi coercitivi fuori dalle regole e da qualsiasi diritto, pestati a sangue perché si sentivano male come Federico Aldrovandi e come tutti coloro che nelle questure di tutta Italia da Bolzano a Palermo ricevono il benvenuto dai funzionari di stato in divisa a forza di botte, e quelli che non picchiano ma tacciono e non denunciano i colleghi criminali sono colpevoli esattamente come loro se non peggio.

 

Stato di abbandono

“Il governo non ha alcun dubbio sulla qualità e la competenza di De Gennaro, a cui confermiamo fiducia”.
Così Matteo Renzi ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi. 

E anche se li avesse li terrebbe per sé: a capo di Finmeccanica un ex capo della polizia che non sapeva che facevano i suoi sottoposti e un imputato in un processo per strage. E’ tutta una catena di affetti che non si può interrompere.  

Renzi consegna la sua fiducia e quella di tutti gli italiani a De Gennaro senza che nessuno degli italiani l’abbia mai data a lui nell’unico modo possibile, ovvero con delle elezioni regolari e il mandato del popolo “sovrano”.
Se non fosse tragico sembrerebbe una barzelletta, molto più oscena di quelle che raccontava berlusconi che almeno non le spacciava per dichiarazioni ufficiali del governo.

Se Gianni De Gennaro è persona gradita a Matteo Renzi, alle istituzioni e alla politica tutti questi lor signori possono dimostrare la loro fiducia personale, la loro riconoscenza a De Gennaro nel modo che vogliono ma non offrirgli quelle di tutti gli italiani. Quando Matteo Renzi parla di fiducia da presidente del consiglio non si riferisce solo alla sua ma a quella di oltre sessanta milioni di cittadini fra i quali ce ne sono molti che non hanno nessun motivo di essere riconoscenti a Gianni De Gennaro né di avere fiducia in lui.
Anzi.

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Almeno tre pagine aperte su facebook in onore del killer di Milano; in una addirittura si chiede se Giardiello sia un eroe o un assassino con la famosa formula della domanda, quel punto interrogativo alla fine della frase che assolve dalla partigianeria, come dire “io lo chiedo, non dico che è vero”.

Proprio mentre scrivo questo post vedo passare l’ennesima idiozia diffusa da una delle tante pagine fascistoidi nel social che spaccia le sue stronzate per controinformazione e che si rivolge a chi dovrà giudicare il triplice omicida tenendo conto della crisi che ha mandato in rovina tanta gente. Come se fosse stata questa la causa.

Da ieri leggo ipotesi, tentativi di giustificare l’azione criminale di un folle che ha scaricato sugli altri, su gente che non c’entrava niente, non solo i proiettili di una pistola ma anche le sue responsabilità e quasi nulla sulle vittime, anzi si è molto criticato Gherardo Colombo che senza fare nessun parallelo si è permesso di dire che a furia di gettare discredito sui magistrati alla fine qualcuno che crede che i responsabili dello sfacelo italico siano loro si trova, concetto ripetuto ieri sera anche da Di Pietro a Servizio Pubblico quando ha detto che da troppo tempo ormai si cerca di rovesciare le colpe sui giudici e non sui ladri, sui corrotti, sui malfattori che si sono mangiati l’Italia, lo fa la politica, lo fanno i media, da troppo tempo si è ormai affermato il concetto di una giustizia che premia i potenti anche quando delinquono ignorando volutamente il fatto che a premiarli è la politica, non chi deve rispettare le leggi che fa la politica.
Vent’anni di berlusconi hanno prodotto un danno incalcolabile non solo in termini di reputazione collettiva di un paese ma specialmente culturale, ad esempio la semplificazione volgare di fatti gravi che vengono strumentalizzati pro domo qualcuno o qualcosa, il che sarebbe non meno disgustoso ma almeno comprensibile se chi lo fa ne traesse qualche vantaggio come è successo a berlusconi che sapeva benissimo perché doveva insultare i magistrati, che lo faccia la gente comune vittima non dei giudici ma dei truffatori seriali come Giardiello e berlusconi fa venire voglia di espatriare.
Quello che ha fatto Giardiello non era riuscito ai terroristi né ai mafiosi, una persona che entra con l’inganno in un palazzo delle istituzioni armato di una pistola per uccidere va condannata non solo dai giudici che dovranno processare quello che è un assassino: non una vittima né tanto meno un eroe ma da tutti quelli che non pensano che si possano risolvere delle questioni personali ammazzando gente a caso.

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Per avere un prestito in banca o chiedere un finanziamento bisogna meritarsi il titolo di “buoni pagatori”: verrebbe da chiedersi in che modo si possano riavviare molteplici attività dopo altrettanti fallimenti, chi è disposto a dare ancora fiducia e soldi a qualcuno che ha dimostrato ampiamente di non meritarsi l’una né gli altri per incapacità e disonestà manifeste.
Quella di ieri a Milano non è una tragedia della crisi, non si parla del povero imprenditore vessato da equitalia perché costretto ad evadere una parte di tasse per colpa della crisi che gli toglie il lavoro e non può pagare i dipendenti e l’affitto.
Giardiello è un habitué della truffa seriale, uno evidentemente avvezzo a comportarsi fuori delle regole, non una vittima del sistema, anzi le vittime le ha fatte lui non solo ammazzando quattro persone ma quando per  varie volte ha mandato gente in mezzo alla strada e senza un soldo per colpa dei suoi fallimenti.

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Le vignette di Mauro BianiQuando berlusconi attaccava i giudici un giorno sì e l’altro pure, li definiva un cancro, antropologicamente diversi dalla razza umana, quando diceva che i giudici sono matti perché se fossero stati sani avrebbero fatto un altro mestiere alfano era lì, al fianco di berlusconi.
Non risulta che si sia mai dissociato dalle parole del delinquente costituente, anzi è stato proprio alfano ad organizzare e a partecipare non ad una ma a due manifestazioni antigiudici: una a Brescia e l’altra proprio al tribunale di Milano teatro della strage di ieri.
Non si possono avere due facce come il culo contemporaneamente, eh Angelino?
La tragedia di ieri non nasce per caso, ma è una diretta conseguenza della progressiva delegittimazione della magistratura da parte della politica e delle istituzioni, della gran parte dei media,  della propaganda asfissiante contro la magistratura che ha affermato anche fra la gente comune l’idea che la colpa dei provvedimenti penali che possono riguardare chiunque, non solo il potente, sia della magistratura e non della politica che fa le leggi che la magistratura poi deve rispettare.
Se berlusconi non ha avuto i trecentocinquanta anni di galera che gli spettavano la responsabilità dei giudici è sempre relativa alle leggi di cui possono disporre, interpretandole poi per difetto come con berlusconi sulla spinta della pressione politica che in nessun altro paese democratico è capace di condizionare l’operato dei giudici come qui: in nessun altro paese sarebbe stato possibile il rovesciamento delle sentenze solo in certi processi come invece avviene puntualmente qui, o per eccesso quando leggiamo che al vecchietto che ruba la salsiccia gli fanno la multa milionaria.
Basterebbe non avere una legge che preveda il servizietto sociale ai giardinetti per un ladro di quella portata né una che sanzioni il poveraccio che ruba salsicce per fame con la multa milionaria.
Ma queste sono cose di cui si deve occupare la politica che invece in materia di giustizia è sempre lì ad occuparsi di se stessa, non i magistrati che diversamente dalla politica almeno ci provano a contrastare il crimine.

Una cosa è lo scetticismo popolare dovuto alla fragilità del nostro sistema democratico e un’altra far credere che la magistratura sia al servizio di chissà quale associazione segreta, che abbia chissà quali obiettivi sul filo dell’eversione e si diverta a correre dietro a ladri e corruttori con lo scopo di “sovvertire le scelte degli italiani” come invece hanno fatto e continuano a fare la politica e una buona parte dell’informazione ogni volta che i giudici devono confrontarsi con qualche indagato o imputato “eccellenti”.
E’ assolutamente insensata la campagna di discredito verso la magistratura che va avanti da quando berlusconi ha messo piede in parlamento e nella politica, perché troppa gente ha creduto davvero alla storiella della ‘guerra fra guardie e ladri’.
Nel paese normale non c’è nessuna guerra, c’è semplicemente la giusta dinamica fra la criminalità e chi la combatte.

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– Chi spera, chi spara –

Marco Travaglio, 10 aprile

Forse esagera Gherardo Colombo, sopraffatto dall’emozione per l’assassinio dell’ex collega e amico Ferdinando Ciampi, quando collega la sparatoria di ieri al Palazzo di Giustizia di Milano al “brutto clima” che si respira intorno alla magistratura. Ma il folle ragionamento che ha portato il killer Claudio Giardiello a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato-testimone, e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito né isolato. Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati che l’hanno scoperto, invece di guardarsi allo specchio e battersi il mea culpa sul petto. E siccome gli imputati eccellenti possiedono giornali e tv, o hanno amici che li possiedono, o avvocati in Parlamento, o magari vi siedono essi stessi, sono riusciti a dirottare l’attenzione dai crimini e da chi li commette verso i pm che li smascherano e i giudici che li processano.

Da dove nasce l’ossessione contro i magistrati, i pentiti, i testimoni e le intercettazioni, che ha prodotto una raffica di leggi per smantellare i più preziosi strumenti di indagine e di raccolta delle prove, se non dall’ansia di una classe dirigente ad altissimo tasso criminale di liberarsi del controllo di legalità per delinquere indisturbata? È la stessa radice “culturale” che ha appena prodotto la legge – unica al mondo – sulla responsabilità civile dei magistrati, che consente a qualunque imputato (nel penale) o denunciato (nel civile) di chiedere i danni allo Stato – senza filtri di ammissibilità – per qualsiasi decisione sgradita del suo giudice, nella speranza di costringerlo ad astenersi, cioè di sbarazzarsene al più presto e di trovarne un altro più morbido o più spaventato.

Il killer Claudio Giardiello non disponeva di questi strumenti per spaventare i suoi giudici. Non aveva un partito alle spalle, né avvocati famosi e/o parlamentari, né tv o giornali disposti a scatenare campagne mediatiche a suo favore. Non poteva contare su una maggioranza parlamentare pronta ad approvare mozioni sulla nipote di Mubarak. Né sguinzagliare 150 fra deputati e senatori per cingere d’assedio il Palazzo di Giustizia di Milano, come fecero gli eletti del Pdl l’11 marzo 2013, prima con un sit-in sulla scalinata e poi con l’ascesa in massa fino all’aula di Tribunale al quarto piano, dove si celebrava una delle ultime udienze del processo Ruby. Chissà se quell’indegna gazzarra è tornata in mente al cosiddetto ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il quale, due anni fa, guidava la falange berlusconiana all’assalto del tribunale milanese.

E ieri balbettava, alle prese con l’ennesima catastrofe della sicurezza nazionale nello stesso identico edificio. Il tutto, a due settimane dall’inaugurazione di Expo nella stessa identica città, Milano, che dovrebbe essere la più presidiata d’Italia, dopo le ricorrenti minacce dell’Isis in vista dell’evento.

Il fatto poi che a garantire la sicurezza (si fa per dire) del Palazzo di Giustizia di Milano – come di quasi tutti quelli del resto d’Italia – sia una ditta di vigilanza privata aggiunge un tocco di tragicommedia al tutto. Pochi lo sanno e molti l’hanno scoperto ieri: ma da anni non sono più i carabinieri e le altre forze dell’ordine a presidiare i tribunali. Sono imprese di guardie giurate a cui lo Stato (si fa per dire) ha deciso di appaltare il servizio di sorveglianza dopo averlo “esternalizzato”. Esattamente come ha fatto con il servizio delle intercettazioni, affidato a ditte private, da cui lo Stato affitta ogni anno le apparecchiature con costi esorbitanti (senza contare quelli che impongono le compagnie telefoniche allo Stato concessore incapace di imporre loro il servizio gratuito). Salvo poi scoprire, per esempio, che il manager della milanese Research Control System, appaltatrice delle intercettazioni delle Procure di Milano e di Palermo, aveva rubato la bobina di un colloquio segretato tra Fassino e Consorte e l’aveva donata a Berlusconi per il Natale del 2005, e soprattutto per la campagna elettorale del Giornale del 2006. La stessa fu poi incaricata di distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano sulla trattativa Stato-mafia il 22 aprile 2013, dopo la sentenza della Consulta. Con quali garanzie di segretezza, meglio non pensarci.

È la privatizzazione strisciante della giustizia e dell’intero Stato, che accomuna i governi degli ultimi anni, di destra e di sinistra, politici e tecnici, all’insegna – tutta da verificare – del risparmio e dell’efficienza. Chi ha mai condotto una seria analisi del rapporto costi-benefici dell’esternalizzazione del servizio di intercettazioni e, soprattutto, di vigilanza nei tribunali? Davvero ingaggiare dieci o venti contractor costa meno che piazzare agli ingressi altrettanti carabinieri o poliziotti? E come vengono scelte le imprese appaltatrici dai Comuni e dal Viminale? E queste con quali criteri assumono il personale? Siamo sicuri che, a vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità di magistrati, avvocati, testimoni, imputati, parti civili, collaboratori di giustizia, uomini delle scorte e personale ausiliario, non ci sia qualche mafioso o qualche amico degli amici? O, più semplicemente, qualche travet con la divisa e il pistolone che ama giocare alla guerra ma, al primo cenno di pericolo, corre a nascondersi al cesso o sotto un tavolo per portare a casa la pelle? Per queste ragioni, alcuni anni fa, i pm di Palermo si ribellarono alla proposta di privatizzare la sicurezza del loro Palazzo di giustizia, che infatti è uno dei pochissimi ancora presidiati dall’Arma. Di questo si dovrebbe discutere al Csm, in Parlamento e in Consiglio dei ministri, ora che si chiude il pollaio quando la volpe è entrata. E con la massima naturalezza è riuscita là dove avevano fallito persino i terroristi e i mafiosi: fare strage in un’aula di tribunale.

Comunicazione di servizio

La polizia indaga eccome, ho parlato un’oretta fa  al telefono con un funzionario di polizia gentilissimo che mi ha invitata domani in Commissariato con tutta la documentazione che ti riguarda, Daniela P., che sei imbecille due volte visto che io non ho precisato cosa viene dopo la P ma l’hai fatto tu, e la mentecatta decerebrata che mi rispondeva sul Fatto non aveva nome e cognome ma solo “daniela”, quindi sei proprio tu, la salvatrice dei cani di Padua, in Veneto, e non ti serviranno tutti gli indirizzi  fasulli  del pianeta per evitarti i guai che si meritano i miserabili come te. Inutile che continui a scrivere, ho inserito lo spam in automatico, i tuoi commenti vanno direttamente nella spazzatura, quello che ho mi basta e mi avanza. 

Se D’Alema si sente offeso e indignato figuriamoci noi che abbiamo sopportato anche D’Alema

Il furto di identità è un reato, Daniela P. 
Allora, o smetti di impestarmi il blog di insulti, elimini immediatamente quella mail che hai registrato col mio nome e cognome, smetti di allegare il link del mio blog alle porcherie che stai inviando  oppure ci porto tutto il computer dalla polizia, visto che io non ho niente da nascondere ma tu evidentemente sì, e fai bene, visto che razza di sciagurata mentecatta sei.

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Una volta si diceva che i politici dovessero guadagnare molto per non cadere in tentazione, e si diceva anche che è giusto che i cittadini devono finanziare la politica per non farla diventare un’élite di gente ricca che se la può permettere: per non consegnare la gestione del paese a poche persone in grado di sostenere il costo della politica. Dal momento che entrambe le teorie si sono rivelate fallimentari: i politici cedono spesso e anche volentieri alle tentazioni anche se guadagnano molto, troppo, e con Renzi l’élite nella politica è molto  più di una realtà, potremmo almeno sapere i nomi di chi finanzia la bella politica di Renzi&Co.?
Così, giusto per poterli ringraziare, uno per uno.

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Se io ricevo un’eredità lo stato mi rivolta come un calzino, arrivano prima le cartelle delle tasse da pagare che il tesoretto capitato: sono io che devo consegnare allo stato i fatti miei e il relativo pizzo che il fisco estorce anche su un guadagno casuale per non incorrere in sanzioni, altroché i diritti di privacy invocati e tutelati da una legge apposita per negare il diritto ai cittadini di sapere, ad esempio, chi finanzia le fondazioni alla politica che comprendono beni dal valore immenso, immobili prestigiosi nei centri storici delle città che poi restano patrimonio della politica a vita.
Stessa cosa per le spese eccezionali: noi cittadini costretti a giustificare e spiegare allo stato  dove troviamo i soldi per la macchina, la ristrutturazione della casa e il salotto nuovo, però di loro, di chi ha in mano la cloche non si deve sapere niente in virtù di una privacy, sacrosanta per loro ma inesistente per noi, che siamo sempre oggetto di controlli da parte dello stato anche se ci comportiamo bene.
Qui non si parla dei risvolti privati della vita del politico che pure in altri paesi non rientrano affatto in una riservatezza da garantire a dispetto di tutto ma di soldi, montagne di soldi che la politica riceve per garantirsi l’esistenza da chi poi “potrebbe” chiedere in cambio la stessa cosa: garantirsi l’esistenza da imprenditore, finanziere, industriale, da persona i cui interessi sono strettamente legati alla politica, a chi governa e fa le leggi che “potrebbero” poi favorire l’imprenditore, l’industriale e il finanziere ma non i cittadini comuni: quelli coi diritti alla mercé di chi comanda, compreso quello della riservatezza inviolabile per “loro” ma sempre discutibile per “noi”.

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PD, INDAGINI SU UN PARTITO AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO (Giampiero Calapà, Andrea Giambartolomei, Vincenzo Iurillo, Giuseppe Lo Bianco, Davide Milosa e Ferruccio Sansa) Il Fatto Quotidiano

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Per una ventina d’anni l’alibi è stato che “la gente votava berlusconi”, dunque il partito di un losco affarista disonesto nato da un’idea di un poi condannato per mafia e quindi quello che succedeva era la conseguenza logica dell’aver affidato l’Italia al losco disonesto in combutta con l’amico, che di mafia se ne intendevano già prima della condanna di dell’utri per concorso “esterno” in associazione mafiosa.
Ogni tanto, per brevi periodi, sembrava che il giochino dell’alternanza democratica fosse davvero una cosa seria: un po’ di potere alla destra e un po’ alla sinistra affinché questo agli occhi del mondo potesse sembrare davvero un paese normale dove governava chi vinceva le elezioni.
Ma la realtà ci ha sempre detto altro, ovvero che l’alternanza è sempre stata solo di facciata, perché i partiti continuavano a farsi reciproci favori anche quando avrebbero dovuto contrastarsi, dimostrare di essere maggioranza e opposizione.
Poi la situazione è precipitata, i problemi giudiziari di berlusconi sono diventati troppi anche per chi faceva finta di niente, aiutava sua bassezza a farsi le leggi su misura che lo facevano sembrare onesto anche se non lo era, non lo è mai stato, poi la crisi, poi Napolitano che invece di battere il pugno sul tavolo e incazzarsi coi disonesti infieriva sulle vittime, cioè noi, continuando ad imporre al paese una politica guidata da chi ha usato lo stato per i beati cazzi suoi e chi invece di reagire opponendosi teneva ben aperto il sacco, perché meglio quelli che il rischio demagogia, populismi, il movimento casinista tanto inviso ma che però ha avuto il grande merito di togliere anche l’ultimo velo di ipocrisia dalle facce e le figure di chi si era spacciato per statista e da quei partiti che come aveva previsto Enrico Berlinguer nella sua ormai dimenticata questione morale si erano trasformati in qualcosa di molto peggio di “macchine del potere”, volendo esagerare si potrebbe parlare di vere e proprie associazioni a delinquere.
Poi-poi sono arrivati i governi cosiddetti di emergenza, quelli necessari per il nostro bene e cioè sempre il loro, quelle larghe intese tanto care all’ex comunista e già emerito che ha plasmato la sua creatura con le nude mani pensando forse di essere a capo di un paese civile dove le larghe intese funzionano semplicemente perché non esistono partiti di proprietà di un delinquente passato poi alla condizione di pregiudicato.
Nel mentre qualcuno costruiva l’odioso luogo comune secondo il quale la “colpa” di tutto non era di chi rubava, reggeva il sacco, faceva finta di fare politica ma in realtà, come ci raccontano perfettamente le cronache di questi ultimi mesi stava mettendo da parte la legna per l’inverno: era nostra di cittadini.
Noi colpevoli di tutto anche ora che siamo stati derubati [ancora!] dell’unico strumento per mezzo del quale poter dire che non siamo d’accordo con la gestione criminosa del paese di questo Robin Hood al contrario che toglie ai poveri per dare ai ricchi, agli amichetti suoi che hanno contribuito in solido alla sua ascesa politica.
Ora, siccome sono una cittadina anch’io, qualcuno di quelli bravi del “siamo tutti”, del “ci meritiamo”, degli “italiani” citati sempre con disprezzo perché portatori insani di tutte le peggiori caratteristiche dis-umane potrebbe essere così gentile da spiegarmi che cazzo c’entro io con tutto questo che è solo la minima parte di quello che è accaduto?  

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MATTEO E LA DITTA (Antonio Padellaro)

Il Fatto Quotidiano

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Se il produttore ripete tutti i giorni che il suo vino è buono  anche se non lo è, anche se dentro ci sono sostanze nocive, ha la possibilità di pubblicizzare il suo prodotto per cielo terra e mare e nessuno di quelli della réclame pensa che sia il caso di indagare su quel vino, se è realmente come lo descrive il suo produttore che ha tutto l’interesse che il suo vino venga comprato, quel vino verrà venduto.
Perché nessuno dice ai possibili acquirenti che c’è l’inganno.
Il problema dunque non è che “la gggente vota pure i pessimi”, il dramma è che la gente continua a votare i partiti degli indagati, dei rinviati a giudizio e finanche dei condannati in via definitiva perché continuano ad essere presentati [da “quelli della réclame”] come il vino buono e degno di essere venduto.
Non c’è stato scandalo in questo paese in cui non fossero presenti esponenti e referenti di tutti i partiti, da una parte le tangenti, la corruzione, il malaffare, la complicità fra la criminalità – anche quella mafiosa – con la politica di tutti gli schieramenti e dall’altra la solita litania del “non sono tutti uguali” a cui si è andata ad aggiungere la strafottenza del presidente del consiglio che non pensa sia utile e proficuo proprio per la politica togliere di mezzo tutte le ombre che portano a pensare male della politica: gli indagati che non si toccano, le leggi contro i giudici che vanno troppo in ferie e che devono pagare per i loro errori, mentre al politico mal che gli vada un vitalizio, anche da condannato, gli verrà comunque assicurato, lo stato continua a garantire uno stipendio milionario anche a chi lo ha tradito.
Siamo sempre noi i malpensanti?

 

Il paese dei “figli di…”

Evidentemente la valutazione del governo è stata positiva. E tanto basta per definire di che pasta è fatto il governo di Renzi: la solita, condita con l’autoreferenzialità di casta e priva del senso minimo di responsabilità che un politico dovrebbe assumersi anche quando non gli conviene.

Sottotitolo: bei tempi quando su facebook si litigava perché qualcuno almeno si degnava di chiedere le dimissioni di ministri “inadeguati”.
Ad esempio Renzi.
Quella santa donna della Idem dovrebbe fare una class action contro chi l’ha costretta a dimettersi.
La Cancellieri e alfano no: loro hanno detto “sto”, come a sette e mezzo col cinque, e senza nemmeno soffrire come Lupi che  è uno dei risultati disastrosi delle larghe intese napolitane.  Perché non bisogna dimenticare chi ha voluto a tutti i costi gemellare e unire sotto l’ombrello di una necessità che non c’era gente che non poteva fare altro che produrre i disastri a cui assistiamo senza poter fare nulla. 

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La legge sulla responsabilità civile dei giudici non la chiedeva nessuno: nemmeno l’Europa.
Ma per Renzi era un’esigenza irrimandabile, da approvare in tempi brevissimi.
Quella sull’anticorruzione è chiusa da due anni in un cassetto e non saranno gli “alleluja” di Grasso a renderla operativa ma soprattutto efficace.
Solo uno stato profondamente corrotto intimidisce la Magistratura e lascia in pace i delinquenti, in particolar modo quelli “eccellenti” che piacciono alla destra, al centro e alla “sinistra”.  Il presidente del consiglio non dice nulla sugli arresti “eccellenti” di persone vicine al suo governo e vicinissime ai suoi ministri, così tanto da regalare Rolex a figli che si laureano, però sente il dovere di replicare al Presidente dell’Anm che lamenta un diverso trattamento della politica rispetto ai Magistrati e ai corrotti, che denuncia un governo che fa praticamente il contrario di ciò che dovrebbe mettendo l’urgenza sui provvedimenti disciplinari ai giudici e dilatando oltremodo quelli contro la corruzione che si è mangiata il paese. 

Ad oggi gli unici ad aver provato a ripulire questo paese sono stati i giudici, non la politica che li ha sempre osteggiati e contrastati in tutti i modi.
Non è colpa dei giudici se la politica ha sempre aspettato l’intervento della magistratura ma della politica che non ha mai fatto quello che deve, lo diceva ancora due sere fa Peter Gomez a Piazza pulita ad una frastornata Bonafè che insisteva nel dire che De Luca è stato votato, e finché la gente vota anche i condannati – talvolta anche i pregiudicati – non si può fare diversamente, mentre Gomez cercava di spiegarle che un partito serio non permette a un condannato, sebbene solo  in primo grado di potersi candidare in nessuna sede,  perché le regole del circolo della bocciofila che non manda in presidenza i condannati sono più severe di quelle che si dà la politica, che poi comunque le disattenderebbe come al solito.
Quindi i giudici andrebbero ringraziati, non rimproverati dal Leopoldo sdegnato che invece di agire contro il malaffare e la criminalità, anche quella di stato, ha pensato che fosse più utile e necessario fare strame dei diritti, del lavoro, della scuola: ci sono volute poche settimane per abolire l’articolo 18 ma la legge contro la corruzione è solo una delle tante ipotesi, come il game e over, il daspo per i politici indagati e condannati, del presidente del consiglio che si mette contro i giudici come un berlusconi qualunque.
E’ proprio ‪#‎lavoltabuona‬, come no.

 

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“Giovani choosy che vogliono restare sotto la gonna di mammà, sfaticati senz’ambizioni se non quella del monotono posto fisso”.
Tutte definizioni [relative ai figli degli altri] estrapolate da discorsi di genitori eccellenti di figli che, evidentemente, essendo i più bravi di tutti hanno invece meritato tutto quello che si ritrovano.
Due cattedre nell’università dove guarda caso insegnavano e facevano ricerca mamma e papà come la dottoressa Silvia Deaglio figlia di mamma Fornero, importanti incarichi manageriali strapagati durante e dopo con liquidazioni milionarie come Piergiorgio Peluso figlio di mamma Cancellieri, una vicepresidenza alla banca d’affari Morgan Stanley a 43 anni come Giovanni Monti, figlio del più noto Mario.
E come dimenticare il già viceministro della Fornero, Michel Martone, quello che “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”: figlio di Antonio, magistrato, professore associato a 27 anni, giusto un attimo prima della sfiga.
Alla lista si potrebbero aggiungere altri cognomi illustri: Catricalà, Profumo, Clini, Gnudi, Passera, Balduzzi, Severino i cui figli non hanno il destino e il futuro appesi, ma più che altro demoliti dalle leggi fatte col contributo dei loro genitori essendoseli assicurati per dinastia, si aggiunge ora anche il figlio di Lupi, un altro nato e cresciuto nella sua bella torre d’avorio del feudo Italia dove solo ai “figli di…” viene riconosciuto il merito, le competenze necessarie per accedere ai posti migliori.
Lupi è solo l’ultimo di un elenco odioso fatto di gente che ha letteralmente rubato la vita di chi se la deve inventare dal giorno in cui viene al mondo, e se lui “prova amarezza” per il figlio sbattuto in prima pagina provi ad immaginare cosa proviamo noi che non abbiamo un cognome eccellente, gli amici giusti al posto giusto che regalano Rolex da diecimila euro per tutte le porte sbattute in faccia ai nostri figli che, grazie ai genitori come lui, non possono nemmeno dimostrare quanto valgono.

Per indebolire Letta, mandarlo a casa sereno, Renzi ha usato anche la richiesta delle dimissioni della Cancellieri, fregandosene altamente se questo poteva dispiacere Napolitano, il grande sponsor dell’ex prefetta promossa ministra nel governo di Monti.
Nel caso di Lupi, che nel paese normale dovrebbe essere già a casa e non importa se sereno o no, nessuno vuole darsi reciproci dispiaceri.

Un partito insignificante per la politica come l’Ncd ma che può godere di protezioni altissime grazie alla vicinanza stretta con Comunione e Liberazione, che a sua volta è vicinissima anche al cardinal Bagnasco che pare accorgersi solo oggi che la corruzione in Italia è diventata insostenibile: vent’anni di berlusconi non gli avevano chiarito così bene le idee che può tenere sotto scacco il residuo minimo di dignità della politica e delle istituzioni, il cui unico interesse è che il governo dell’illegittimo non abbia di che preoccuparsi fino alla data di scadenza.

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Il ministro ai dipendenti “Non si accettano regali oltre 150 euro di valore” – Sebastiano Messina, La Repubblica, 18 marzo

Un anno fa Lupi firmò il codice etico del suo dicastero che vieta di ricevere doni o benefici come un Rolex o un lavoro.
La regola che dovrebbe spingerlo a dimettersi subito, il ministro Maurizio Lupi l’ha scritta lui stesso il 9 maggio dell’anno scorso. E’ il Codice Lupi, un decreto che fissa in maniera chiarissima cosa è tassativamente vietato a tutti i dipendenti del suo ministero, applicando il Codice Etico approvato dal governo Monti. Articolo 4: «Regali, compensi e altre utilità». Comma 2: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore», ovvero «non superiore a 150 euro». Queste sono le regole etiche di cui il ministro pretende l’assoluto rispetto da parte dei dirigenti e dei funzionari che lavorano con lui: mai accettare, «per sé o per altri», regali imbarazzanti come un Rolex o «altre utilità» come l’assunzione di un figlio.
Dunque il ministro sa benissimo come bisogna comportarsi in un ministero, visto che la norma l’ha scritta lui. In realtà, è stato obbligato a farlo. Il merito è di Mario Monti, che l’8 febbraio 2012, come titolare ad interim del ministero dell’Economia e delle Finanze, inviò una circolare ai suoi dirigenti che finì sui giornali perché a partire da quel giorno proibiva le spese di rappresentanza, le consulenze e i convegni. Minore attenzione fu inevitabilmente dedicata alla seconda parte della circolare, quella in cui Monti imponeva il rigoroso rispetto di un codice etico per i regali, vietando di accettare, «per sé o per altri, beni materiali quali regali o denaro, o beni immateriali o servizi e sconti per l’acquisto di tali beni (…) che eccedano il valore di 150 euro». Poi, per essere ancora più chiaro, il presidente del Consiglio aggiungeva: «I regali e gli omaggi ricevuti (…) in ogni caso devono essere tali da non poter essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio».
Ma quel governo non si accontentò di una circolare. E prima di uscire di scena approvò il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, un regolamento previsto dalla riforma Bassanini del 2001 ma inutilmente atteso da dodici anni. Alla voce «regali, compensi e altre utilità» il Codice – che porta la firma del ministro Patroni Griffi – ripeteva esattamente il divieto imposto da Monti: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri…». Poi però rinviava a ciascun ministero il compito di emanare un decreto ad hoc, che adattasse quella regola ai meccanismi dei suoi uffici. Così il 9 maggio dell’anno scorso la pratica è arrivata sul tavolo di Lupi, che ha firmato le norme valide per il suo ministero.
Ma lui che ha scritto il Codice Lupi, invece di dare l’esempio è stato il primo a non rispettarlo. Ha lasciato che un imprenditore al centro di appalti miliardari – capace di dirigere i lavori di 17 opere pubbliche contemporaneamente – regalasse a suo figlio Luca un Rolex Daytona, il più ambito dai collezionisti, un orologio da 10 mila euro. E non ha battuto ciglio quando lo stesso imprenditore, Stefano Perotti, un anno fa ha fatto assumere il giovane Lupi da suo cognato, spiegando che «il ragazzo deve prendere 2000 euro più Iva mensili ». Regali e favori che erano evidentemente destinati a ottenere la benevolenza del ministro e che Maurizio Lupi ha accettato: non per sé, ma «per altri», ovvero per suo figlio.
Non basta, come fa il ministro, prendere le distanze da quell’imbarazzante dono del Rolex: «L’avesse regalato a me non l’avrei accettato » ha detto al nostro giornale. Chi ha visto «I tartassati» – il magnifico film di Steno del 1959 – ricorda che a un certo punto il maresciallo della tributaria (Aldo Fabrizi) si accorge che il commerciante evasore (Totò) sta cercando di corromperlo svendendo a sua moglie un abito con l’improbabile sconto del 70 per cento. «Posalo» ordina il maresciallo alla moglie. Ecco, il ministro avrebbe dovuto imitare il maresciallo Fabrizi, e fare la stessa cosa: ordinare al figlio di restituire immediatamente quell’orologio. Ma lui non lo ha fatto, ha accettato che un suo familiare ricevesse un costosissimo regalo. Altrettanto zoppicante è la sua autodifesa sul lavoro che Perotti, tramite il cognato, ha procurato a suo figlio. «Per tutta la vita ho educato i miei figli a non chiedere favori» ha assicurato Lupi. Ha fatto benissimo. Ma avrebbe dovuto aggiungere che non bisogna neanche accettarli, i favori, soprattutto se a farli è un imprenditore che lavora con il ministero di papà. E forse è vero che lui non ha mai chiesto nulla, a quel potente imprenditore a casa del quale andava così spesso a cena. Eppure, come direbbe lui stesso se un dirigente fosse colto a violare il Codice etico in materia di regali, certi doni non basta non chiederli: non bisogna accettarli, né per sé ne per altri, se «possono essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio». Questa è la vera colpa politica del ministro. Che oggi non è più moralmente legittimato a chiedere ai suoi sottoposti il rispetto di regole che lui per primo ha infranto. E’ il Codice Lupi che oggi inguaia il ministro Lupi.

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FACCE DI BRONZO – Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano, 18 marzo

Lo scandalo è bello grosso e infatti di prima mattina eccoli paracadutati nei talk show per difendere l’indifendibile, negare l’evidenza, confondere le acque. In missione per conto di Renzi, in quel di Agorà (Rai3), la parola all’onorevole Ivan Scalfarotto, trascorsi decorosi per i diritti civili, oggi detergente multiuso. Prova “schifo” Ivan Mastro-lindo e vorrei vedere voi a passare lo straccio sul sistema Incalza, 35 anni di appalti, 14 inchieste, un vorace amico detto Pigliatutto. Niente paura, l’ottimo governo lavora indefesso per il bene comune e la puzza diventa odor di gelsomino. Nello studio delle facce di bronzo “siamo tutti garantisti” che per l’uso smodato del termine ricorda il patriottismo secondo Samuel Johnson, ultimo rifugio dei farabutti.

Il ministro Lupi non è indagato, lasciamo lavorare i magistrati, nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, non esistono più le mezze stagioni. E la legge anti-corruzione che giace da due anni? Utile approfondimento. E il premier che voleva il Daspo per i corrotti? Quando mai. La consigliera Ncd non finge di turarsi il naso. Lupi deve dimettersi? Giammai. E il figlio di Lupi? E il Rolex da diecimila euro? E l’assunzione presso lo studio Pigliatutto? E l’abito su misura? Niente persecuzioni. Si chiude con l’ossessione Salvini e i clandestini di Crotone, “che vogliono il wi-fi, ma non le lasagne”(mah).   Possibile che nulla riesca a scuoterli? Che il format sia sempre lo stesso, un compitino scritto per non dispiacere ai capi ? Mai che qualcuno dica: sì abbiamo sbagliato, fingevamo di non vedere che l’inamovibile supermanager era il palo di un sistema tangentizio che faceva comodo a tutti. E quando dal passato è apparso sullo schermo Antonio Di Pietro che nessun ladro ha fatto fesso, di fronte alle parole di plastica abbiamo provato nostalgia per la cruda umanità di Tangentopoli.

 

Di bambini “sintetici”, di libertà di espressione and so on

Sottotitolo: “bambini sintetici, semi scelti da un catalogo”, chissà dov’è l’opinione in questa schifezza che rimanda all’eugenetica nazista degli esperimenti di Mengele.

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La mia generazione è quella dei figli di madri che rimanevano incinte la prima notte di nozze: posso immaginare il grado di responsabilità col quale al tempo si decideva di diventare genitori, di mettere al mondo persone nuove. Oggi che per fortuna una relazione di coppia si vive senza l’angoscia della maternità quale trofeo da mostrare ad amici e parenti, che quasi tutti hanno preso atto che i rapporti sessuali non sono finalizzati solo alla procreazione che è solo uno dei vari motivi per cui si fa sesso bisognava trovare un’altra scusa per favorire lo scontro su quella che è e dovrebbe restare una scelta personale. 

Gli uteri in affitto non li ha inventati Elton John, da che esiste il mondo ci sono sempre  state donne che hanno partorito figli per poi darli in adozione, dentro ma soprattutto fuori dalla legalità; madri che hanno prestato i loro organi riproduttivi a figlie sterili: un gesto d’amore più grande, di altruismo disinteressato è difficile anche da immaginare.

Se la natura [Dio] ha previsto che non si possano avere figli col metodo tradizionale, se un figlio non è un diritto quando si desidera e se dipendesse dagli oltranzisti del no a tutto quello che non piace a loro non sarebbe un diritto della donna nemmeno poter decidere di interrompere una gravidanza: chi si oppone alle tecniche scientifiche di riproduzione sono gli stessi che dicono no anche all’aborto sempre per la solita questione dell’etica personale, allora non deve essere un diritto nemmeno farsi curare le malattie, visto che la natura [Dio] ha previsto anche quelle. 

Però la scienza ci piace quando fa progressi per i nostri interessi personali, quando ci viene incontro per farci stare meglio, bene; quando trova nuovi strumenti e metodi di cure, cento anni fa si moriva di broncopolmonite, oggi si può guarire perfino dal cancro.

  Quando si concepiscono dei figli col metodo naturale si tiene forse conto della loro volontà di persone, adulti futuri? Noi mettiamo al mondo dei figli perché lo decidiamo ispirati dai nostri desideri, non quelli di chi verrà, quali diritti ha a disposizione una “non persona” che potrebbe anche maledire tutti i giorni della sua vita il giorno che è stata concepita?
I figli voluti sono solo il frutto degli egoismi degli adulti, dei desideri di proiezione nel futuro di persone perfettamente in grado di scegliere se averli o non averli, e lo sono sempre, non solo quando per averli si usufruisce della scienza.
Il bambino che nasce non sa in che modo è stato concepito, quando vengono al mondo lo fanno nello stesso modo sia i figli concepiti con l’atto sessuale che con la tecnica della fecondazione, il problema è a monte, ovvero se quei figli sono entrambi voluti e desiderati per amore. Cosa molto più probabile che accada al figlio cercato anche per mezzo della scienza anziché a quello che “può capitare” magari perché ha fallito l’anticoncezionale.
Un bambino non ha mai la possibilità di scegliere dove nascere e chi saranno i suoi genitori. Due adulti però hanno la possibilità di cercare di avere dei figli solo se li vogliono davvero.

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buonanno, ha potuto dire, da parlamentare tutelato più del normale cittadino anche se dice cazzate che i Rom sono la feccia dell’umanità: “ha avuto il coraggio” di dire quello che la maggior parte degli italiani pensa. 

La metà di D&G “ha avuto coraggio” perché ha espresso, da omosessuale miliardario e privilegiato, il sentire di una gran parte degli italiani contrari ad un’idea di felicità personale e che ritengono un’onta imperdonabile la scelta di avere dei figli fatta da persone, non solo omosessuali, impossibilitate ad averne col metodo naturale.
Si può quindi tranquillamente dire che c’è una gran parte di italiani che ha un concetto semplicemente aberrante del coraggio che, storicamente, non è mai servito a promuovere discriminazioni e razzismi: chi ha dimostrato nei fatti di averlo e l’ha messo a disposizione del bene comune ha sempre combattuto per sconfiggerli.

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Forza nuova manda due tessere ai filosofi della mutanda in evidenza per complimentarsi del coraggio avuto nel sostenere la famiglia tradizionale.E questo chiude qualsiasi discorso sul fascismo/totalitarismo del pensiero,  accusa mossa a chi come me non pensa che tutto ciò che si pensa possa e debba essere candeggiato dietro il diritto alla libera espressione, alla libertà di discriminare e offendere persone che fanno delle scelte che non danneggiano nessuno e che non tolgono a nessuno la possibilità di comportarsi come vogliono. Perché quando un pensiero è approvato e premiato da forza nuova non dovrebbe essere condiviso da nessuno di quelli che hanno a cuore la vera libertà, non solo quella del pensiero, che non dovrebbero avere niente in comune con le ideologie di forza nuova.

Il pensiero discriminante, omofobo, razzista non fa parte di nessuna libertà di opinione/espressione/pensiero ma, soprattutto poterlo esprimere non rientra affatto in quel diritto inalienabile, intoccabile col quale va protetta la vera libertà di espressione: quella che non discrimina e non offende chi fa semplicemente delle scelte diverse da quelle di altri. Maggiore è il pubblico a cui ci si rivolge e maggiore è la responsabilità di misurare quello che si dice in previsione dell’impatto che avrà in chi ascolta e legge. Questo nascondere ogni sconcezza, istigazione, apologia dietro la libertà di opinione è sintomatico della consapevolezza che hanno tutti quelli che sanno perfettamente che non tutto è opinione, pensiero libero da accogliere con rispetto.   

I morti di Charlie non ci ricordano la difesa della libertà totale di parola ma la difesa del diritto di poter smontare, semplicemente ridicolizzandole, teorie basate sulla suggestione e la seduzione che poi diventano un intralcio e un pericolo al vivere civile.

I liberi pensatori non hanno mai difeso la libertà di oltraggio e ingiuria, Giordano Bruno non è andato a finire sul rogo per difendere la libertà di dire scemenze offensive, menzogne, falsità ma proprio per il motivo contrario: per impedire che si continuassero a dire. Il signor Barilla ha dovuto chiedere scusa e fare un’opportuna quanto salutare marcia indietro per il bene della ditta quando disse che mai avrebbe permesso a degli omosessuali di interpretare gli spot dei suoi prodotti. Taormina, l’avvocato delle cause perse è stato addirittura condannato da un tribunale per aver affermato che non avrebbe mai assunto degli omosessuali a lavorare con lui. Quindi è evidente che fra la chiacchiera dei quattro amici al bar e la dichiarazione pubblica di personaggi famosi, in grado di fare tendenza nell’opinione pubblica qualche differenza c’è. Se Dolce come Taormina avessero detto quelle cose mentre erano a cena con gli amici nessuno avrebbe montato la polemica né ci sarebbe stato l’intervento di un giudice. Il problema quindi non è tanto quello che si dice ma in quale contesto lo si dice.  Io sono contraria ad una discreta quantità di cose che però nella società vanno accettate, anche obtorto collo, perché non danneggiano nessuno, il signor Dolce avrebbe potuto semplicemente dire che lui non farebbe, non avrebbe fatto quello che invece fanno altri. E allora sì, sarebbe stata libertà di pensiero. Lui invece ha giudicato e con disprezzo, tant’è che la sua dichiarazione è stata premiata da forza nuova.

A me preoccupa molto di più la vita di bambini fatti e finiti col metodo tradizionale, non la tecnica con cui si permette a chi non può di avere dei figli. Bambini soldato, che muoiono di fame e di stenti, di malattie curabili se il mondo fosse più giusto per tutt*, bambini  sfruttati anche sessualmente, e di cosa ci dovremmo preoccupare? Di ciò che la legge, evidentemente, ha permesso di fare a Elton John e a suo marito alla luce del sole: avere dei figli, non far mancare loro nulla e potergli garantire un futuro senza problemi.  

Il sogno di tutti i genitori, praticamente.

Dolce e Gabbana e la finta famiglia naturale di Chiara Lalli, bioeticista

[…] 

Il secondo passaggio degno di nota è quello in risposta alla domanda “Avreste voluto essere padri?”. Ecco di nuovo Dolce: “Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”.

“Se non c’è vuol dire che non ci deve essere”: immagino che valga anche per la salute o per la vista. I due stilisti portano entrambi gli occhiali: se uno non ci vede bene vuol dire che non ci deve vedere, perché questa hybris dell’indossare un paio di occhiali? E se vi rompete una gamba? O se vi viene qualche naturalissima malattia? Ognuno si priva di quello che vuole, ma sarebbe apprezzabile evitare queste fallacie grossolane. La natura, poi, andrebbe rispettata sempre, non solo quando fa comodo. Buttate gli occhiali, sputate le aspirine, e pure quel computer non va tanto bene. Per non parlare dei vestiti dorati. Tutte cose innaturali! Tornate nelle caverne, in quell’arcadia allucinata e piena di parassiti e bestie feroci. Non pretendete però di portarci lì insieme a voi. Preferiamo la chimica – o almeno preferiamo avere la possibilità di scegliere se e quando farvi ricorso – e i divani imbottiti.

That’s all folks? [sì, ve piacerebbe]

Sottotitolo: un giorno qualcuno ci spiegherà perché si continua a considerare forza Italia e berlusconi il centro destra “moderato”.
Ma moderati de che?
I peggiori reazionari, epidermicamente ostili alle regole democratiche sono tutti al fianco di berlusconi che ha riportato fuori dalle fogne la peggior feccia fascista per fare numero, e non si capisce perché si continua a spacciare berlusconi per un politico moderato mentre in realtà è solo uno smodato farabutto.

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Se qualcuno viene minacciato pubblicamente non ha forse il diritto di difendersi pubblicamente? Io dico di sì.
Quindi, tutti quelli che “ancora berlusconi”, a proposito dell’apertura, maestosa, di Michele Santoro ieri sera a Servizio Pubblico farebbero bene a tacere, visto che probabilmente non hanno mai fatto parte delle persone minacciate da berlusconi o da chi per lui, squadracce fasciste comprese.
Travaglio ha spiegato perfettamente che la decadenza politica di berlusconi non coincide con la perdita del potere che lui ha potuto accumulare grazie a chi non ha mai fatto nulla per impedirlo, ovvero la politica cosiddetta di opposizione, le istituzioni che ancora oggi lo ritengono un interlocutore degno di accoglienza e ascolto e il solito giornalismo che “franza o spagna, eccetera eccetera”.
berlusconi ha ancora molte possibilità in questo paese, quindi fa benissimo chi parla di lui non per compatirlo, per descrivere la figura del povero vecchio finito e rincoglionito dai bagordi ma per mettere in guardia chi pensa che lui non abbia più la possibilità di condizionare il consenso verso di lui.
L’eternità a berlusconi non gliel’hanno regalata Santoro e Travaglio, anche basta con questa stronzata immonda, con questa falsità usata da tutti quelli che potevano contrastare berlusconi e il suo potere ma non lo hanno mai fatto per screditare gli unici giornalisti che ce lo hanno sempre mostrato e descritto per come è. 

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Il processo Ruby e la responsabilità civile come arma contundente

In attesa di valutare i paventati e prevedibili effetti concreti della responsabilità di cui la maggioranza va orgogliosa, abbiamo avuto un’anticipazione dell’uso intimidatorio e ritorsivo della nuova legge a livello politico e mediatico: un messaggio preventivo ai magistrati.

E questo scatenamento di minacce e di anatemi  solo perché nella fisiologia dei tre gradi di giudizio e soprattutto grazie al provvidenziale intervento in itinere della riforma Severino la Cassazione ha confermato un’assoluzione dopo una condanna in primo grado.

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Il “sistema prostitutivo” messo in piedi da berlusconi non è un teorema inventato dai suoi oppositori politici –  semmai ce ne fosse rimasto ancora qualcuno – né da magistrati che non hanno niente di meglio da fare che indagare su un personaggio di cui altrove non si parlerebbe più da almeno quindici anni. Come ha ben detto Santoro ieri sera a Servizio Pubblico il fatto che non si sia potuta confermare  la concussione nell’appello definitivo grazie al ritocchino in corsa della legge Severino, concussione che invece c’è stata nella telefonata di b a Ostuni come ci fu quando bastarono quattro parole di berlusconi in una conferenza stampa all’estero per licenziare Biagi, Luttazzi e lo stesso Santoro dalla Rai sono parte di un enorme vuoto legislativo, sono la dimostrazione che il potere politico tracima laddove non dovrebbe. 

In un altro paese, dove i giudici non sono costretti a considerare continuamente il clima politico né il consenso del politico che sono chiamati a giudicare, cosa accaduta nella concessione dei servizi sociali che non spettavano al frodatore mai pentito in quanto privo dei requisiti minimi non sarebbe andata a finire così. La Cassazione è frutto di nomine politiche, della stessa politica che fa le leggi che i magistrati poi devono rispettare, e finché a fare le leggi saranno anche quelli che poi entrano nei tribunali da imputati la situazione sarà sempre quella di uno stato fin troppo rigoroso coi ladri di polli ma molto poco intransigente col potente delinquente, verso il quale la legge viene applicata  sempre al ribasso.

Come dice spesso  il giudice Davigo se i politici indagati, sotto processo per reati che non hanno niente a che fare con l’esercizio della politica si facessero da parte, fossero costretti a farlo dai loro pari, possibilmente senza una legge che stabilisca se un politico indagato si deve o no allontanare dalla scena politica, i giudici si troverebbero davanti un cittadino come un altro, non dovrebbero subire pressioni di alcun tipo e certi processi si potrebbero svolgere in un clima più disteso, lontano dai riflettori e dal voyeurismo da talk show. E probabilmente avrebbero tutt’altri esiti.  Al di là di ogni sentenza ufficiale restano i fatti stabiliti proprio nel processo che ha assolto berlusconi, che da presidente del consiglio ha telefonato in una questura per sollecitare un favore personale, che c’è stata la prostituzione e ci sarebbe stato  anche l’abuso di potere se  qualcuno non lo avesse cancellato.

That’s all folks.

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Per me Ilda Boccassini è e resterà una gran donna, l’eccellente Magistrato che coraggiosamente ha sfidato il sistema marcio e criminale di questo paese che premia i delinquenti, i furbi, gl’incompetenti grazie al familismo, al clientelismo, alle raccomandazioni, ai ricatti politici, all’opportunismo, relega gli onesti, anche quelli che avrebbero titoli e meriti per stare al posto dei vari manovratori nelle stanze del potere nel limbo di chi non ha diritti, nemmeno di poter dimostrare quanto vale.
La ringrazio per aver tolto anche l’ultimo velo dal mantello di ipocrisia con cui è stato ricoperto e protetto un personaggio squallido, disonesto da sempre, uno di cui si dovrebbero vergognare anche i figli che è stato trasformato in un politico rispettabile malgrado e nonostante non sia mai stato l’uno né l’altro da un certo giornalismo, dalla politica e dalle istituzioni alte e altissime.
Uno che senza il castello di menzogne e coperture che è stato costruito intorno a lui, senza la politica che lo ha lasciato fare e in molti casi lo ha aiutato a fare, si è nascosta dietro la sua ingombrante presenza per sembrare migliore di lui, per elevarsi dalla sua pochezza, senza l’esercito di manipolatori a libro paga di cui si è servito per portare a termine l’unico suo progetto, quell’impunità eterna che gli interessava avere dal primo giorno in cui da abusivo e impostore si è presentato in società, non avrebbe mai avuto nessuna possibilità.

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Non chiedo scusa a berlusconi – Michele Santoro a Servizio Pubblico

Non chiedo scusa a Berlusconi, ha mentito agli italiani, ha detto “Ad Arcore si tenevano cene eleganti, qualche volta si ballava, ma io non partecipavo al ballo per un fioretto fatto in gioventù; più spesso si parlava di politica, di gossip, io confezionavo battute e cantavo i pezzi di Apicella. Mai si sono svolte scene di valenza sessuale”. La sentenza che lo assolve in appello, che lo fa giustamente gioire perché confermata in cassazione dice invece testualmente: “Le serate di Arcore erano caratterizzate da atti sessuali pubblici per stimolare la libidine del padrone di casa”. È normale che un imputato a sua difesa dica qualsiasi cosa, ma un Presidente del Consiglio, in un paese serio, non può permettersi di prendere per i fondelli gli elettori senza conseguenze.

 Non chiedo scusa a Rubi, che ha raccontato la favola che ha frequentato Berlusconi solo per chiedergli di aiutarla a sottrarsi all’abbraccio di uomini cattivi che la spingevano a prostituirsi, mentre i giudici che assolvono Berlusconi scrivono: “Fra Berlusconi e Rubi c’è stato un effettivo svolgimento di atti di natura sessuale certamente retribuiti”. E l’avvocato Coppi, difensore vittorioso, prima di Andreotti, adesso di Berlusconi,  aggiunge “Va bene, ad Arcore si sono svolte cene e prostituzione a pagamento, ma non c’è prova alcuna né che Berlusconi conoscesse la vera età di Rubi, né che abbia indotto i funzionari di polizia ad agire contrariamente al loro dovere. Ha fatto solo una telefonata, informando che c’era una consigliera regionale pronta a prendere in consegna la minore, Nicole Minetti, che poi si rivelerà” – dice proprio Coppi, attenzione – “quella che è”. Il presidente e la malafemmina.

Non chiedo scusa agli italiani, che troppo consegnano alle sentenze la selezione della classe dirigente del loro paese e, tanto meno, chiedo scusa a chi oggi crocifigge la Bocassini, perché prima dovrebbe spiegare a quelli che li ascoltano, che se una minore viene fermata per furto e racconta di prostituirsi a pagamento in un giro che coinvolge il Presidente del Consiglio i magistrati dovrebbero far finta di non sentire e girarsi dall’altra parte.
Non chiedo scusa al dottor Ostuni, capo gabinetto del questore di Milano, che la sentenza di assoluzione dice chiaramente non è stato né costretto né concusso né indotto ad agire in quel modo. Ma alla Repubblica Anna Maria Fiorillo, il magistrato che aveva deciso di avviare Rubi in comunità spiega: “Io impartisco una disposizione, ma la funzionaria di polizia la disattende”. Perché la disattende? Perché glielo chiede il suo capo, Ostuni, e perché glielo chiede? Perché riceve la telefonata di Berlusconi.
E qui che sta l’abuso. Il Presidente del Consiglio, scrive, proprio così, la sentenza che lo assolve, agisce, non per altruismo, ma nel suo personale interesse: alza il telefono per impedire uno scandalo che potrebbe nuocergli. Allo stesso modo, lo stesso Presidente del Consiglio, ha potuto alzare il telefono per chiedere ad altre autorità, che dovrebbero essere indipendenti, di chiudere i programmi a lui sgraditi.
Non si è verificato un reato né nel primo caso, né nel secondo caso. Io questa la considero una enormità, un vuoto della legge, un vuoto del diritto, anche se noi viviamo in un paese in cui il candidato governatore del PD in Campania definisce l’abuso di ufficio una sciocchezza.
Dunque, chiedo scusa, ma solo a voi spettatori, non per aver detto cose false, visto che abbiamo sempre detto cose che si sono confermate come vere, ma per il disturbo che certe trasmissioni hanno provocato.

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Gli olgettini – Marco Travaglio, 13 marzo

Ricordate il processo Mills? Nel 2005 si scoprì che B. aveva pagato 600 mila dollari all’avvocato inglese, creatore di decine di società offshore nei paradisi fiscali per schermare le sue frodi fiscali e i suoi fondi neri, perché non raccontasse nulla nei due processi dov’era testimone: quello per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e quello per la mazzettona da 21 miliardi di lire a Craxi dai conti All Iberian. Mills testimoniò il falso, o meglio disse poco o nulla di ciò che sapeva, poi riferì al suo commercialista “ho tenuto Mr B. fuori da un mare di guai”, e B. la fece franca: condannato e poi prescritto nel 1999 su All Iberian, condannato e poi assolto in Cassazione nel 2001 sulla Gdf per insufficienza di prove.

 Quelle prove che Mills, se non fosse stato pagato, avrebbe portato in aula, dimostrando il movente delle tangenti ai finanzieri: l’interesse personale di B. ad addomesticare le verifiche per evitare che il sistema All Iberian affiorasse già a fine anni 80.   Mills fu poi condannato in primo e secondo grado, poi prescritto in Cassazione (ma sicuro colpevole, infatti dovette risarcire il ministero della Giustizia). B., a furia di allungare il brodo fra leggi e lodi ad personam, arraffò la prescrizione già in primo grado. Così la sfangò sia nel processo a monte (Gdf) sia in quello a valle (Mills). Se non avesse corrotto Mills, nel 2001 anziché assolto sarebbe stato condannato e, da pregiudicato, sarebbe finito subito in galera anziché a Palazzo Chigi, senza uscirne più. E di lì si sarebbe visto negare le attenuanti generiche che gli regalarono la prescrizione in cinque successivi processi, accumulando altrettante condanne. Ma, siccome la corruzione di Mills fu scoperta dopo la conclusione del processo Guardia di Finanza, questo ormai era impossibile da riaprire, in virtù del ne bis in idem. Conclusione: corrompere i testimoni conviene. Ora, mentre si chiude per sempre il processo Ruby-1, sta per aprirsi il processo Ruby-3: B., tanto per cambiare, è accusato di aver corrotto una cinquantina di testimoni, fra cui Ruby e un esercito di olgettine, perché dicessero il falso o tacessero il vero nel Ruby-1. Che le abbia pagate, non c’è dubbio: milioni all’ex minorenne, centinaia di migliaia di euro alle maggiorenni. Resta da dimostrare la causale dei versamenti: se fosse il silenzio e/o la menzogna delle destinatarie, verrebbe condannato per corruzione in atti giudiziari e non ci sarebbe prescrizione che tenga, visto che il reato continua tuttora. A quel punto, però, gli sarebbe comunque convenuto corrompere.

Grazie al silenzio o alle bugie delle testimoni, l’ha fatta franca nel Ruby-1. E, quanto al Ruby-3, campa cavallo: fra primo, secondo e terzo grado, ci si rivede fra 7-8 anni: quando B. ne avrà 86-87 e forse, chissà, sarà politicamente fuori gioco. A quel punto qualcuno potrebbe ricordarsi della sentenza di martedì sera: quella che l’ha assolto dall’induzione perché la Severino l’ha di fatto resa impunibile, e dalla prostituzione minorile perché le prove sulla sua consapevolezza della minore età di Ruby sono insufficienti. Chi avrebbe potuto fornirle, quelle prove? Ruby e le olgettine, che però – sempreché l’ipotesi accusatoria regga al vaglio processuale – sono state corrotte. Il processo Ruby-1 non si potrà rifare (ne bis in idem), ma almeno sarà legittimo ritenerel’assoluzioneinappelloe inCassazioneunerroregiudiziario, e rivalutare – almeno sulla prostituzione minorile – la condanna in Tribunale. Questa, naturalmente, è un’ipotetica del terzo tipo, almeno in Italia, dove il panorama mediatico è dominato da giornalisti e commentatori stipendiati da B. I quali, senza un filo d’imbarazzo per il loro conflitto d’interessi di impiegati dell’imputato, continuano a pontificare sui processi al principale tirandosela da osservatori super partes. Montano in cattedra e chiamano sul banco degli imputati chi ha sempre scritto la verità, intimandogli di discolparsi, pentirsi, scusarsi col puttaniere. I più spudorati fanno a gara a inventarsi costi immaginari di un processo costato 65 mila euro (Il Tempo li calcola in “mezzo milione”, Salvini in “qualche milione”, Libero in “500 miliardi”: chi offre di più?). I più impermeabili al ridicolo, tipo quello con le mèches, scrivono che “l’Italia aveva già capito tutto” e “la gente aveva emesso già da tempo la sua sentenza”: infatti, dopo Ruby, il padrone ha perso appena 6,5 milioni di voti. I più commoventi sono gli Stanlio e Ollio del Foglio. Stanlio, il direttore Cerasa che si ostina a scrivere di giustizia senza distinguere un codice da un paracarro, vaneggia di un presunto “reato di cena elegante”, come se nel Codice penale non esistessero la concussione, l’induzione e la prostituzione minorile e, anziché farsi qualche domanda su chi gli paga lo stipendio, emette la sua personale condanna contro i veri “colpevoli”: “i professionisti del moralismo, i campioni del porno-giornalismo”. Ollio, l’ex direttore Ferrara, rivendica orgoglioso la manifestazione autobiografica “Siamo tutti puttane” da lui promossa per difendere quello che da vent’anni e più gli passa la mesata: l’amichetto della nipote di Mubarak (una “storiella alla Totò” che “chi non possiede il sense of humour” non può cogliere). Sempre Il Foglio ricorda che pure i processi per le tangenti Fininvest ai giudici romani, svelati da Stefania Ariosto, “finirono tra proscioglimenti e miserie personali della supertestimone”: tipo le condanne di Previti, Metta, Pacifico e Acampora a 7 anni e mezzo per Mondadori e Imi-Sir.   In qualunque paese la parola di questi gazzettieri olgettini varrebbe una cicca. In Italia, oro colato. È ora di riabilitare Ruby e le altre olgettine: anche loro raccontano un sacco di balle, ma almeno si fanno pagare meglio.