La legge: per i nemici si applica, per gli amici ci pensa Matteo Renzi

Se noi qui “non podemos” è soprattutto per colpa e responsabilità del grande giornalismo autorevole italiano che spaccia cazzari per statisti rinnovatori, razzisti e fascisti per leader di una destra decente, europea e delinquenti incalliti per altruisti che si immolano in tarda età per il bene del paese e purtroppo molta gente ormai inebetita dai talk show, ci crede.

Matteo Renzi ha detto che la legge Severino è un problema superabile, e se il condannato De Luca, decaduto da sindaco proprio in virtù di quella legge fatta e votata da tutto il parlamento e rinnegata da tutto il parlamento appena viene applicata è stato scelto dai cittadini con le primarie è giusto e sacrosanto che, qualora fosse eletto abbia la possibilità di governare senza l’annosa e noiosa interferenza del rispetto della legge che dovrebbe valere anche per De Luca.

In Campania c’è la possibilità di punire l’arroganza di Renzi e di De Luca, io non la sciuperei.

I veleni nel Pd, i ritardi delle prefetture, venerdì la black list della Campania che fa paura a Renzi 
LA SOSPENSIONE DI DE LUCA IN MANO A RENZI E ALFANO 
E RENZI SALVERÀ DE LUCA E LA SUA GIUNTA 
“VINCO E GOVERNO” – De Luca tira dritto, “per Renzi la Severino è un problema superabile”
GLI IMPRESENTABILI DI DE LUCA ARRIVANO SUL FINANCIAL TIMES “A Napoli Renzi non conta nulla, De Luca è il vecchio sistema”

Quella della legittimazione popolare è la stessa teoria che ha permesso a berlusconi di rovesciare lo stato di diritto, di appellarsi continuamente al fatto che c’era gente che lo voleva e lo votava, anche sapendo dei suoi reati, delle sue frequentazioni mafiose e criminali, dei suoi comportamenti immorali e indecenti.
Quella che gli ha permesso di poter entrare al Quirinale per conferire con Napolitano, a palazzo Chigi con Enrico Letta, di sedersi al tavolo della trattativa nazarena con Renzi e di entrare di nuovo al Quirinale, invitato da Mattarella in persona alla cerimonia per il suo insediamento da pregiudicato perché rappresentante di una parte dell’elettorato.
Ed è quella che ha condizionato fortemente la sentenza che lo ha giudicato colpevole di frode allo stato e che gli ha concesso di poter scontare una condanna barzelletta, lo sconto di “pena” di 45 giorni e che oggi gli permette di fare la sua ennesima rentrée dalle porte principali dei media per fare campagna elettorale come se niente fosse accaduto e, infatti, nessuno gli chiede nulla del suo passato, meno e più recente. Per informazioni citofonare Fabio Fazio.
Mentre in una società civile davvero la legittimazione popolare dovrebbe costituire un’aggravante per il politico che si macchia di uno o più reati o anche semplicemente dimostra di essere inadeguato per comportamenti, amicizie, frequentazioni, levatura e caratura morali, etiche: quando tutto ciò che un politico è obbligato ad essere ma nei fatti dimostra il contrario.
Solo qui, invece, diventa il viatico per l’impunità.
La differenza fra ieri e oggi è che quando berlusconi rivendicava il suo diritto all’impunità in quanto scelto dal popolo il pd si indignava, oggi quelli che si indignavano, ma più che altro facevano finta, hanno lo stesso, preciso e identico atteggiamento di berlusconi e dicono le stesse cose che diceva lui a sua discolpa.
Chi pensava che con berlusconi l’Italia avesse toccato il fondo, si sbagliava, bisogna raschiare, ancora e ancora, e non è detto che ci si arrivi, perché quando l’obiettivo è avere i numeri che accrescono non una maggiore capacità di fare una buona politica al servizio dei cittadini ma servono soltanto per accrescere il potere già smisurato, spaventoso della politica succede che il parlamento si riempia di feccia disonesta e  fascista com’è stato con berlusconi o di gente che non avrebbe i requisiti e le referenze giuste nemmeno per il più umile dei mestieri ora con Renzi che, come berlusconi, non si sottrae alla ‘logica’ del più semo e mejo stamo: chi c’è, c’è e purtroppo per l’Italia, è destinato a restarci.


Di influencers, propaganda, par condicio e del Fatto Quotidiano

Sottotitolo: chi critica Renzi è un odiatore di professione, disfattista, gufo, un portajella sicuramente plagiato dal guru di sant’Ilario che si ostina a non capire quanto stia facendo bene il suo governo, altrimenti non si spiegherebbe come mai non è riuscito a farsi sedurre dall’aitante quarantenne.
Un po’ come succedeva prima con berlusconi: chiunque lo criticava era un comunista, cosa che ha ripetuto talmente tante volte che i comunisti alla fine si sono stufati e sono spariti dalla circolazione per non farsi importunare più.
Mentre nella questione delle pensioni criticare la toppa peggiore del buco spacciata per manna del cielo elargita dal Salvatore di Rignano, un provvedimento che, vale la pena di ricordare, Renzi è stato costretto a prendere per correggere l’errore della Fornero che poi ha incolpato Monti sanzionato dalla Consulta significa gioire per chi gode del privilegio di una pensione milionaria.
Questo è il livello del dibattito da social media, un livello, penoso, pietoso rivoltante, privo del benché minimo senso di rispetto per chi aveva ed ha delle idee indipendenti da chi si è seduto e siede in parlamento.

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Ai Renzimaniaci non sta più bene la legge sulla par condicio.

Ora che a beneficiare della violazione della regola è il loro idolo, difendono a spada tratta il presunto diritto di Renzi di invadere tutti i programmi televisivi in cui non dovrebbe andare, ad esempio quelli di intrattenimento come L’Arena di Giletti.
Eppure la legge è chiara: durante la campagna elettorale è fatto espressamente divieto ai politici di partecipare alle trasmissioni di intrattenimento.
Il siparietto di Giletti è inserito in un programma definito “contenitore”, un programma per le famiglie che non è un approfondimento politico.
Ma agli squadristi diffamatori a libro paga che commentano nel Fatto Quotidiano, evidentemente nostalgici dei bei tempi in cui Bongiorno, Vianello e la Mondaini – pace alle anime loro – potevano invitare a votare per silvio durante il varietà senza nascondersi nemmeno dietro alla metafora questo non sta bene, e allora i tapini si chiedono “perché Di Battista da Floris sì ma Renzi a Domenica in, a farsi intervistare dal fidanzato della Moretti, onorevole piddina candidata in Veneto, no”.

L’assurdità è che quelli che vanno in giro per la Rete appositamente per confondere, insultare chiunque si dissoci dal pensiero unico del partito unico della nazione di Renzi alla fine risultano più credibili di chi scrive a ragion veduta.

Questa forma di squadrismo moderno è pericolosa e violenta. Bastano una manciata di persone che si organizzano per annullare anche la pura verità. Non è possibile che si permetta a questa gentaglia di divulgare menzogne su tutti i muri della Rete in virtù del presunto diritto ad esprimere un’opinione. Le balle, le bugie, le menzogne, la diffamazione e le calunnie rivolte agli interlocutori non sono opinioni. E la moderazione del Fatto Quotidiano si rende protagonista dello squadrismo non censurando le menzogne, gli insulti ma le repliche alle une e agli altri.

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Vero che l’Italia è notoriamente un paese fatto di una grande maggioranza di persone con la memoria corta che in una settantina d’anni ha consegnato il paese a mussolini prima e a berlusconi dopo, Renzi che una maggioranza non l’ha però la doveva avere a tutti i costi si è piazzato a palazzo Chigi grazie ad una volgare manovra di palazzo [ché a chiamarla golpe, il terzo in meno di tre anni c’è il rischio che qualcuno cada dalla sedia] ma è inconcepibile, scandaloso, vergognoso che la questione della par condicio puntualmente tirata dentro il dibattito nei lunghi anni in cui a palazzo Chigi c’era berlusconi oggi venga praticamente ignorata anche da quelli che ieri strepitavano, squittivano e strillavano contro berlusconi che, chiamalo scemo, ha approfittato di quello che la politica gli ha messo a disposizione.
Gli stessi che oggi stanno collaborando attivamente alle continue violazioni di una regola importante e che ristabilisce un po’ di giustizia e uguaglianza commesse da Renzi &Co., di una legge voluta dalla politica, fatta dalla politica per arginare l’abominevole conflitto di interessi di berlusconi, al quale però nessuno ha pensato di mettere un tetto: con una legge contro i conflitti di interessi non sarebbe servita nemmeno la par condicio.
Qualche anno fa il concertone del 1 maggio fu trasmesso in differita e non in diretta proprio per evitare il rischio che, in concomitanza delle elezioni, dal palco qualcuno potesse dire cose che le avrebbero disturbate, oggi abbiamo un presidente del consiglio eletto da un parlamento di nominati grazie ad una legge illegale, anticostituzionale, che può farsi beffe di leggi e regole e nessuno, a parte i pochi soliti noti eversivi e sovversivi amanti della verità fa un fiato.


Salvini: il nomade coi soldi degli altri

Sottotitolo:  la lega nord, nata con intenti secessionisti e quindi contrari alla nostra Costituzione che ha previsto e ordinato che l’Italia fosse un paese unito e indivisibile andava messa fuori legge dal suo esordio. E’ ora di finirla di invocare la democrazia rispetto alla lega che ha in sé tutto ciò che va contro l’idea di paese civile e democratico.

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Nella “concezione rapinatoria della vita” tipica degli italiani, citata nel mini-monito di Mattarella due giorni fa ci sono anche i 120.000 euro al mese che pagano gli italiani per mandare in giro un razzista provocatore che in due mesi e mezzo ha impegnato più di ottomila agenti di polizia? Se salvini vuole fare campagna elettorale da leader politico si dimetta da parlamentare europeo, rinunci all’odiosissimo stipendio in euro che gli paga la comunità, lui come berlusconi che preferiva l’assistenza di cosa nostra sputa sullo stato e poi cerca il sostegno e le garanzie dello stato a spese degli italiani. E’ un vigliacco, e vigliacchi sono tutti quei giornalisti che in questi mesi lo hanno materialmente costruito, legittimato, elevato al ruolo di leader, che gli hanno permesso di diffondere il pensiero violento e razzista.

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Se in Italia c’è ancora spazio per associazioni che si ispirano al fascismo come casapound, alleata di salvini, a maggior ragione lo spazio ci deve essere per i centri sociali che non fanno nessuna apologia.
salvini che lamenta l’assenza di democrazia e poi chiede ad alfano di chiudere i centri sociali, e noi dobbiamo pagare milioni la sicurezza di uno che ha una concezione simile della democrazia, la pretende per sé ma la vuole togliere agli altri. 120.000 euro al mese, ottomilacinquecento uomini dello stato, dieci automobili di servizio ad ogni uscita per permettere ad un provocatore di andare in giro a propalare odio sono un insulto alle necessità primarie di migliaia di famiglie italiane in difficoltà anche per colpa della lega che, forse qualcuno lo ha dimenticato, ha governato per svariate legislature con berlusconi e anche con alfano, ridicolizzato da salvini un giorno sì e l’altro pure.

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C’è Salvini, scontri e due feriti a Massa

Ormai il leader leghista provoca disordini ovunque. Calci e pugni alla sua macchina. A Viareggio schiva un sasso. La solidarietà di Renzi.

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Complimenti a tutto il giornalismo italico che in questi mesi ha legittimato, ospitato, fatto parlare ogni giorno e ovunque il provocatore salvini ben sapendo quali risultati avrebbe prodotto la diffusione del pensiero violento e razzista.

Irresponsabili cialtroni che si nascondono dietro il diritto di parola di chiunque, che solo rarissime volte hanno contrapposto a salvini un contraddittorio serio e che fosse in grado di far perdere consistenza alle scemenze razziste del repertorio di salvini.
E se oggi quel pensiero si traduce in violenza fisica la responsabilità è di chi non ha fatto nulla per evitarlo ma, al contrario ha partecipato in solido alla costruzione del salvini “leader” legittimandone il pensiero violento.

Basterebbe tornare indietro di qualche mese nelle cronache politiche per capire a chi serve il “fenomeno” salvini.
Chi è che ha gonfiato questo sacco di ignoranza razzista, questo parassita elevandolo a uomo politico il cui “pensiero” si doveva, si deve non solo ascoltare ma analizzare fino al parossismo mediatico.
L’establishment che conta, opinionisti, giornalisti, tutti quelli che si sono coalizzati contro i 5stelle favorendo sfacciatamente l’ascesa politica di questa nullità ignorante e violenta,  loro i veri colpevoli, i costruttori della trasformazione in leader del provocatore razzista salvini dovrebbero farsi un serio esame di coscienza, sempreché la trovino da qualche parte e ripensare a quello che scrivevano quando sui palchi delle piazze al posto di casa pound, della sorellastra d’Italia c’erano persone come Dario Fo, Salvatore Borsellino, il giudice Imposimato.
Se Renzi ha la possibilità di ridersela e di campare politicamente tutto il tempo che vuole è soprattutto grazie alla servitù di regime che crea i mostri e poi non se ne sa liberare ma anzi permette loro di crescere e moltiplicarsi. 

Più del 60% degli italiani si informa solo attraverso la televisione generalista, e se la televisione generalista porta in televisione ogni giorno salvini è facile fare due più due. Senza Ballarò non sarebbe mai esistita la polverini, idem per la Gualmini, la Todini, “autorevoli” sconosciute che hanno potuto accedere alla politica, nei Cda delle aziende pubbliche grazie alle ospitate nei talk show che le hanno fatte conoscere al grande pubblico dei telerincoglioniti d’Italia.

Se il giornalismo, l’opinionismo sempre presente in televisione si fossero contrapposti a salvini quanto lo hanno fatto con Grillo oggi la situazione sarebbe diversa.

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Senza la Resistenza che ha messo a tacere la violenza della dittatura fascista adottando l’extrema ratio della lotta armata oggi salvini e quelli come lui non potrebbero andare in giro per l’Italia dispensando odio contro chi ha fatto il lavoro sporco anche per loro, dunque anche quei comunisti, le “zecche rosse” che hanno collaborato alla stesura della Costituzione “più bella del mondo” e che per questo non piace ai cialtroni, ai disonesti di oggi, non solo nella politica ma anche in quell’informazione sempre pronta a sdraiarsi davanti al potente prepotente di turno, in quella cosiddetta “intellighenzia” sempre presente nelle varie tribune che vuole convincerci a tutti i costi che il meglio è nemico del bene e per questo bisogna accontentarsi di quello che passa il convento, fosse anche il manovratore abusivo salito al potere senza il permesso di nessuno.
Per ricostituire quel partito fascista che la nostra Storia ha messo fuori legge non c’è bisogno di scrivere su un cartello, un manifesto, una lista elettorale “partito fascista”, perché il fascismo non è solo un’ideologia, è prima di tutto un modo di essere, di considerare le persone, è un’idea di società contraria a qualsiasi civiltà, giustizia, uguaglianza, umanità, solidarietà, proprio quello che anima la lega di salvini.
La società civile, quel che ne resta almeno, non prenda lezioni da questi guastatori incivili in camicia verde ma dall’anima nera che andavano messi fuori legge da subito, da chi vaneggia di negazione della democrazia rispetto a chi si oppone al pensiero violento, razzista e fascista di chi semina odio spacciandolo per pensiero illuminato e che per questo ha il diritto di essere espresso.

L’informazione del paese normale, sano, deve aiutare i cittadini a formarsi delle opinioni il più possibile collegate alla realtà.
Mandare in giro uno che ripete ossessivamente urbi et orbi ogni giorno che il problema italiano è una percentuale di problemi da zero virgola quasi niente, che agli extracomunitari paghiamo l’hotel a cinque stelle con vasca idromassaggio e aria condizionata, che una comunità di duecentomila persone su sessanta milioni, i Rom,  è il problema dei problemi e dopo che per vent’anni la lega ne ha dette di ogni su Roma ladrona e poi rubavano loro, ha vomitato ogni sconcezza sui meridionali  significa rendersi complici di quello che sta succedendo: è consapevole delinquenza.
Ormai salvini trova accoglienza solo ai talk show, l’Italia reale lo rifiuta, e sarebbe opportuno che l’informazione ne prendesse atto, prima che sia troppo tardi.
Perché si deve dare tutto questo spazio mediatico  a salvini?
A chi conviene salvini, solo allo share?
La funzione del talk show è di far guadagnare gli sponsor che investono sul razzismo e sul fascismo di salvini?
E di fronte a questo scempio c’è pure chi ha il coraggio di invocare la democrazia che deve lasciar parlare pure salvini?


Il mio 25 aprile di resilienza

Preambolo: per resilienza si intende la capacità dell’essere umano di reagire a dei colpi subiti, specificamente di ordine emotivo e psicologico, rispetto a traumi  di vario ordine e genere che si possono subire.

La resilienza serve ad adattarsi alle avversità a cui non ci si può opporre. 

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Sottotitolo: berlusconi non ha mai partecipato alle celebrazioni del 25 aprile e Napolitano non ha mai detto una parola, nemmeno un monitino piccino piccino.
Preferisco mille volte Mattarella, democristiano senza velleità rivoluzionarie ma che in meno di due settimane ha già ribadito varie  volte che fascismo e antifascismo non si mischiano, perché non era uguale chi lottava per la libertà a chi si era votato al regime, di Napolitano che da ex comunista ha rivalutato ufficialmente la figura di almirante “statista” e che l’anno scorso ha sciupato l’occasione del 25 aprile per elevare a eroi della nazione due presunti assassini.
La politica è fatta anche di simboli, di riconoscimento per la propria storia e questo Mattarella lo ha fatto prim’ancora di essere eletto quando è andato ad omaggiare le vittime del nazifascismo alle Fosse Ardeatine. Spero che il presidente si ricordi della nostra storia e delle sue belle parole di questi giorni anche quando avrà sotto gli occhi la legge elettorale fatta da Renzi  che vuole trasformare l’Italia in un paese di proprietà di chi vince le elezioni.

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25 aprile: a settant’anni dalla Liberazione gli Italiani hanno voglia di tornare schiavi?

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Mattarella: “Democrazia è lotta alla corruzione”
25 Aprile, “non c’è equivalenza tra le due parti “

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•LA TENTAZIONE DEL “TUTTI UGUALI”. MA I FASCISTI FURONO COMPLICI DELLO STERMINIO DEGLI EBREI 

•SANT’ANNA STAZZEMA – “SENZA ITALIANI STRAGE IMPOSSIBILE” “TRAVESTITI DA SS, TRADITI DA ACCENTO” 

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E’ vero che come ha ammesso un paio d’anni fa Angela Merkel la Germania avrà una responsabilità perenne riguardo i crimini della Shoah, ma senza la fattiva collaborazione di tanti italiani che hanno contribuito anche semplicemente con l’indifferenza la storia oggi avrebbe potuto essere un’altra. Quelli che facevano finta di niente oltre settant’anni fa avevano la stessa perfida mentalità di chi oggi può permettersi di scrivere in un social che i rom vanno “termovalorizzati”, che i profughi vanno lasciati al loro destino di morte e che non rischiano niente grazie a chi ha combattuto per estendere la libertà, non perché fosse una possibilità di pochi eletti.

Non ho mai sopportato quella voglia di riconciliazione che ha contaminato anche la politica di sinistra prima e di centrosinistra dopo. Secondo me l’Italia del dopo regime è stata fin troppo benevola con chi aveva scelto di tradirla. I fascisti mai pentiti hanno avuto fin troppe possibilità, la Francia non fu così compassionevole.

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Storace ha mandato a dire a Mattarella  che stamattina era a Milano per la celebrazione del 25 aprile, che avrebbe dovuto allungarsi verso piazzale Loreto per portare un fiore lì, dove venne esposto il cadavere del duce e che “dopo settant’anni non ha nessun senso fare la pagella sulle parti giuste e quelle sbagliate”.
La pagella sui buoni e i cattivi un senso ce l’ha, Mattarella va ringraziato perché in pochissimi giorni ha ripetuto varie volte che non potrà mai esserci nessuna equiparazione fra chi sosteneva il fascismo e chi lo ha combattuto; avrà un senso finché nel parlamento della repubblica troveranno posto quelli che pensano che durante il regime di mussolini furono fatte “anche cose buone”.
Quelli, e non sono solo a destra, che vorrebbero mandare sotto il tappeto le responsabilità di una parte degli italiani che non hanno esitato a tradire l’altra parte.
Non è uguale chi contribuiva alle deportazioni a chi le ha subite, gente venduta ai fascisti dai vicini di casa che poi prendevano possesso della sua casa, del posto di lavoro.
Non è uguale chi ha guadagnato dalle epurazioni e dallo sterminio a chi non è mai più tornato indietro.
E, per conto mio, non devo riconciliarmi con nessuno, tanto meno con chi come storace non ha mai preso le distanze dall’ideologia criminale che la Resistenza ha combattuto.

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Questo è il quarto 25 aprile che sfogliamo sul calendario senza un governo democraticamente eletto.
A novembre del 2011 arrivò Monti, ufficialmente per risolvere un’emergenza che nei fatti non c’era e anche se ci fosse stata lui non l’ha comunque risolta, anzi.
Da allora è stato tutto e solo un precipitare di eventi, dalle larghe intese di Napolitano imposte perché – così ci hanno detto – necessarie, fino ad arrivare ai giorni nostri con Renzi che si è insediato a palazzo Chigi grazie all’ennesima manovra di palazzo, ufficialmente per traghettare l’Italia a delle elezioni che consentissero ai cittadini di poter scegliere finalmente i propri rappresentanti in parlamento.
Mentre così non è: nelle intenzioni di Renzi c’è soprattutto l’obiettivo di ridurre ai minimi termini quella democrazia del popolo sovrano nata grazie alla Resistenza antifascista e a questo 25 aprile di Liberazione.

La legge elettorale di Renzi è stata concepita con la precisa intenzione di trasformare il parlamento in una zona franca, dove il presidente del consiglio decide, sceglie, impone e se la maggioranza gli dà ragione, e gliela dà perché la maggioranza attuale è di sua proprietà ed esclusiva, può fare quello che gli pare. Tutti i principi e le regole scritte nella Costituzione della Resistenza con Renzi sono diventati carta straccia, molto di più di quanto sia riuscito a berlusconi che almeno si limitava ad intervenire solo in funzione dei suoi interessi: evitarsi la galera ed arricchire il patrimonio.
Renzi, invece ha altri interessi e non sono solo i suoi ma anche  di quella parte di Italia alla quale importa poco della libertà collettiva, quella democratica e di tutti perché tutto quello che non trova fatto e non ha se lo può comprare.
L’Italia di oggi è un paese dove la libertà è stata svenduta e barattata col meno peggio di quel peggio usato per spaventare la gente, per giustificare tutte le iniziative prese in assoluto spregio della democrazia e della Costituzione, ed è inutile prendersi e prenderci in giro coi fiori rossi e le frasi d’epoca: questo non è più un paese libero, non è più quel paese dove tanta gente ha combattuto e perso la vita per regalare alle future generazioni un’Italia libera anche dal rischio che quello che era stato si potesse ripetere.
Oggi l’Italia è molto meno libera di settant’anni fa.
Quindi, per quello che mi riguarda non c’è niente da festeggiare e da celebrare.


Aspettando il “severo provvedimento” di alfano. Che non arriverà

Il 25 aprile andrebbe sospeso fino a data da destinarsi, ripristinato solo quando si riuscirà a ricostruire una democrazia degna di quella Resistenza antifascista che molti ipocritamente commemorano ma poi non le riconoscono nessun valore. 

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Dell’uso sconsiderato del web e della leggenda della zona franca dove tutto è permesso io ne scrivo da molto prima di facebook.  Sono in Rete ormai da una ventina d’anni praticamente tutti i giorni e il modus, l’atteggiamento, il modo di porsi della maggioranza dei suoi frequentatori se possibile è perfino peggiorato dal suo esordio quando almeno ci si poteva giustificare con la curiosità del nuovo strumento di comunicazione.

In Rete non bisogna farsi “belli” raccontando balle ma nemmeno mostrare la parte peggiore di sé, quella che ci si vergognerebbe di esibire nel proprio quotidiano o costruita appositamente a beneficio della propria identità virtuale. 
Non si capisce, invece,  perché questo accada puntualmente, tutti i giorni e ovunque, non solo su facebook  dove almeno la maggior parte dell’utenza ci mette faccia e nome perché obbligata da un regolamento che altrove non c’è ma ovunque dove  in troppi approfittano [ancora!] dell’anonimato per scrivere quello che vogliono. 
Basterebbe considerare il web non un mondo a parte ma una parte del proprio mondo, esattamente come i contesti familiari, amicali, lavorativi, comportarsi nello stesso modo.
Ma evidentemente le frustrazioni, il bisogno di trovarsi il nemico da abbattere quotidianamente a parole perché probabilmente chi agisce così non riesce a liberarsi di quelli reali coi gesti concreti hanno il sopravvento anche sul semplice buon senso che dovrebbe appartenere a persone adulte non solo per data di nascita.

Un idiota è un idiota sempre e ovunque, un deficiente, un deficiente anche se pensa di essere simpatico, un violento fascista resta un violento fascista anche sotto mentite spoglie e in quel caso fa bene a nascondersi.

Non è il posto che fa la gente ma il contrario.  Basterebbe ricordarsi di essere persone serie sempre, ovunque e dimostrarlo. La Rete non è il salotto privato di nessuno, è una casa comune e il rispetto deve diventare obbligatorio e necessario come nella vita di tutti i giorni.  La provocazione tout court, le volgarità anche violente espresse contro le persone alla fine diventano noiose e non dovrebbero piacere a nessuno di quelli che si reputano intelligenti e ben disposti al dialogo e al confronto.  I diritti vanno conquistati, quando dietro l’alibi del diritto alla libera espressione si nascondono altre intenzioni, quando ci si fa scudo del diritto di parola per usare la violenza nel linguaggio, quando si esercita la violenza su chi non può difendersi,  quando  si zittisce l’opinione sana  lasciando spazio all’insulto, agli oltraggi, alle apologie fasciste e razziste con la censura come si fa  nei siti dei quotidiani che si dichiarano liberi  ma poi anche loro agiscono per interesse lasciando spazio alla rissa verbale perché “fa clic” quello non è più un diritto: è un abuso.

Se lo stato per primo premia i metodi fascisti utilizzati dalle forze dell’ordine, non punisce i mandanti ma anzi li premia con promozioni e carriere favolose, agli esecutori dà un’amichevole pacca sulla spalla, non gli toglie nemmeno la divisa, permette senza fare un plissè che un sindacato di polizia dopo aver minacciato e diffamato le famiglie di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi faccia anche l’applauso a quattro assassini, se la politica stessa che nella figura di giovanardi e la santanchè è sempre lì  a dire che le forze dell’ordine svolgono correttamente e onestamente il loro mestiere “nel rispetto dei diritti umani e civili”  come si può pretendere il semplice rispetto delle persone che passa anche per la parola?

Presidente Boldrini,  forse c’è qualcosa di più urgente da fare prima di pensare di tradurre al femminile gli aggettivi che descrivono mestieri e professioni, ci sarebbe da cacciare i fascisti dalle istituzioni e dalla subcultura malata e criminale di questo paese. Questo dovrebbero fare la politica e le istituzioni serie  del paese antifascista.

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Diaz, le ‘mille volte’ di Tortosa: io non mi stupisco – Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano

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L’insostenibile leggerezza dei social network – Guido Scorza – Il Fatto Quotidiano

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Cos’è, niente “je suis Tortosa” stavolta?

Eppure, se vale il principio col quale molti hanno avvelenato la Rete dopo la strage fondamentalista di Charlie Hebdo scrivendo che “tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, anche fosse la più spregevole” dovrebbe valere anche per Tortosa, orgoglioso di indossare la divisa e di difendere a mazzate i “nemici” della democrazia, impersonati da chi dormiva per terra una sera di luglio a Genova.
Così come lo stesso principio deve valere per la Saluzzi che deve sentirsi libera di dare dell’imbecille al campione di Formula uno, deve, dovrebbe valere per gasparri che sempre secondo quel principio ha eccome licenza di poter scrivere pubblicamente ad una ragazzina che siccome è grassa dovrebbe mettersi a dieta e di ipotizzare, interrogando i suoi fan, che le ragazze tornate dalla Siria sono due poco serie che la davano a tutti come fa anche salvini quando scrive le sue scemenze razziste sotto forma di domanda.
Così come io che non mi sono mai sentita né definita nient’altro che me sono libera di scrivere che se De Gennaro, il capo della polizia di allora non fosse stato premiato dallo stato probabilmente i suoi uomini in divisa avrebbero perso un po’ di quella sicumera che li autorizza a tutelare l’ordine con le botte, che in un paese dove i responsabili e i mandanti dei pestaggi e degli omicidi di stato pagano davvero non avremmo assistito all’osceno spettacolo dei rappresentanti di un sindacato di polizia che fanno la standing ovation a quattro assassini mai spogliati della divisa e che il segretario del sindacato non si permetterebbe di dire che una legge civile è frutto del furore ideologico. E il presidente del consiglio non si sarebbe mai permesso di ribadire la sua fiducia a De Gennaro mantenendolo al posto che gli è stato regalato in virtù della sua bravura e competenza.

Benché spregevoli quelle di gasparri e salvini sono opinioni proprio come quella di Tortosa che “rientrerebbe mille e mille volte in quella scuola” nonostante una sentenza della Cassazione che tre anni fa stabilì che i fatti accaduti alla Diaz hanno gettato discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero, un’altra più importante di qualche giorno fa della Corte dei diritti umani europea che ha messo nero su bianco quello che sapevamo tutti ovvero che lo stato a Genova per mezzo del suo braccio armato fascista non si limitò a far rispettare l’ordine pubblico e tutelare la sicurezza dei cittadini ma esercitò violenze, tortura, ebbe comportamenti criminali e in quella occasione come tante, troppe altre fu lo stato il nemico della democrazia, non la gente che dormiva per terra in una scuola e che era andata a dire che non le piaceva questo paese, il mondo così com’era, come è ancora visto che da allora sono perfino peggiorati entrambi.

Dai che prima o poi ci arriviamo tutti alla semplice considerazione che no, non esiste quel diritto di poter dire quello che si pensa sempre, soprattutto se chi pensa di poter esercitare quel diritto è gente che per ruolo e mestiere rappresenta lo stato, quello democratico e dovrebbe dare l’esempio, non mettersi sotto il livello di ciò che dovrebbe contrastare.
Prima o poi capiremo tutti quanti che libertà e diritti non hanno niente a che fare con l’espressione della violenza, fosse anche solo scritta e detta a voce.

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Quando la mela è “sana” come minimo è omertosa, c’è una puntata di Presa diretta sui morti di stato che andrebbe trasmessa nella scuole già dalle medie inferiori.
Perché in questo paese la polizia che picchia è stata sempre autorizzata dai governi di tutti i colori, quando a Napoli durante il vertice Osce ci fu il preludio di quello che sarebbe accaduto quattro mesi dopo a Genova, quando i manifestanti furono portati nella caserma Raniero per essere pestati lontano da occhi indiscreti a palazzo Chigi c’era D’Alema: l’indignato de’ sinistra.
Quindi è inutile nascondersi dietro i propri paraventi dicendo che certe cose possono succedere solo coi governi di destra, ci sono metodi condivisi da tutta la politica che ha sempre autorizzato l’uso violento della forza anche quando non c’è nessun pericolo per la sicurezza nazionale come fu proprio a Genova dove la polizia si comportò come il peggiore dei vigliacchi e infami che colpisce alle spalle.
Ora la politica – nemmeno tutta – arriccia il naso perché dopo i processi farsa, le finte condanne e le promozioni vere, la sentenza della Cassazione che ha raccontato di una polizia che ha svergognato l’Italia agli occhi del mondo è arrivata l’ultima davanti alla quale non ci si può più nascondere, ma l’Italia delle istituzioni non si è indignata nello stesso modo quando a subire la tortura di stato sono stati cittadini singoli, fermati o trattenuti come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini morti di botte e di sistemi coercitivi fuori dalle regole e da qualsiasi diritto, pestati a sangue perché si sentivano male come Federico Aldrovandi e come tutti coloro che nelle questure di tutta Italia da Bolzano a Palermo ricevono il benvenuto dai funzionari di stato in divisa a forza di botte, e quelli che non picchiano ma tacciono e non denunciano i colleghi criminali sono colpevoli esattamente come loro se non peggio.

 


Stato di abbandono

“Il governo non ha alcun dubbio sulla qualità e la competenza di De Gennaro, a cui confermiamo fiducia”.
Così Matteo Renzi ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi. 

E anche se li avesse li terrebbe per sé: a capo di Finmeccanica un ex capo della polizia che non sapeva che facevano i suoi sottoposti e un imputato in un processo per strage. E’ tutta una catena di affetti che non si può interrompere.  

Renzi consegna la sua fiducia e quella di tutti gli italiani a De Gennaro senza che nessuno degli italiani l’abbia mai data a lui nell’unico modo possibile, ovvero con delle elezioni regolari e il mandato del popolo “sovrano”.
Se non fosse tragico sembrerebbe una barzelletta, molto più oscena di quelle che raccontava berlusconi che almeno non le spacciava per dichiarazioni ufficiali del governo.

Se Gianni De Gennaro è persona gradita a Matteo Renzi, alle istituzioni e alla politica tutti questi lor signori possono dimostrare la loro fiducia personale, la loro riconoscenza a De Gennaro nel modo che vogliono ma non offrirgli quelle di tutti gli italiani. Quando Matteo Renzi parla di fiducia da presidente del consiglio non si riferisce solo alla sua ma a quella di oltre sessanta milioni di cittadini fra i quali ce ne sono molti che non hanno nessun motivo di essere riconoscenti a Gianni De Gennaro né di avere fiducia in lui.
Anzi.

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Almeno tre pagine aperte su facebook in onore del killer di Milano; in una addirittura si chiede se Giardiello sia un eroe o un assassino con la famosa formula della domanda, quel punto interrogativo alla fine della frase che assolve dalla partigianeria, come dire “io lo chiedo, non dico che è vero”.

Proprio mentre scrivo questo post vedo passare l’ennesima idiozia diffusa da una delle tante pagine fascistoidi nel social che spaccia le sue stronzate per controinformazione e che si rivolge a chi dovrà giudicare il triplice omicida tenendo conto della crisi che ha mandato in rovina tanta gente. Come se fosse stata questa la causa.

Da ieri leggo ipotesi, tentativi di giustificare l’azione criminale di un folle che ha scaricato sugli altri, su gente che non c’entrava niente, non solo i proiettili di una pistola ma anche le sue responsabilità e quasi nulla sulle vittime, anzi si è molto criticato Gherardo Colombo che senza fare nessun parallelo si è permesso di dire che a furia di gettare discredito sui magistrati alla fine qualcuno che crede che i responsabili dello sfacelo italico siano loro si trova, concetto ripetuto ieri sera anche da Di Pietro a Servizio Pubblico quando ha detto che da troppo tempo ormai si cerca di rovesciare le colpe sui giudici e non sui ladri, sui corrotti, sui malfattori che si sono mangiati l’Italia, lo fa la politica, lo fanno i media, da troppo tempo si è ormai affermato il concetto di una giustizia che premia i potenti anche quando delinquono ignorando volutamente il fatto che a premiarli è la politica, non chi deve rispettare le leggi che fa la politica.
Vent’anni di berlusconi hanno prodotto un danno incalcolabile non solo in termini di reputazione collettiva di un paese ma specialmente culturale, ad esempio la semplificazione volgare di fatti gravi che vengono strumentalizzati pro domo qualcuno o qualcosa, il che sarebbe non meno disgustoso ma almeno comprensibile se chi lo fa ne traesse qualche vantaggio come è successo a berlusconi che sapeva benissimo perché doveva insultare i magistrati, che lo faccia la gente comune vittima non dei giudici ma dei truffatori seriali come Giardiello e berlusconi fa venire voglia di espatriare.
Quello che ha fatto Giardiello non era riuscito ai terroristi né ai mafiosi, una persona che entra con l’inganno in un palazzo delle istituzioni armato di una pistola per uccidere va condannata non solo dai giudici che dovranno processare quello che è un assassino: non una vittima né tanto meno un eroe ma da tutti quelli che non pensano che si possano risolvere delle questioni personali ammazzando gente a caso.

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Per avere un prestito in banca o chiedere un finanziamento bisogna meritarsi il titolo di “buoni pagatori”: verrebbe da chiedersi in che modo si possano riavviare molteplici attività dopo altrettanti fallimenti, chi è disposto a dare ancora fiducia e soldi a qualcuno che ha dimostrato ampiamente di non meritarsi l’una né gli altri per incapacità e disonestà manifeste.
Quella di ieri a Milano non è una tragedia della crisi, non si parla del povero imprenditore vessato da equitalia perché costretto ad evadere una parte di tasse per colpa della crisi che gli toglie il lavoro e non può pagare i dipendenti e l’affitto.
Giardiello è un habitué della truffa seriale, uno evidentemente avvezzo a comportarsi fuori delle regole, non una vittima del sistema, anzi le vittime le ha fatte lui non solo ammazzando quattro persone ma quando per  varie volte ha mandato gente in mezzo alla strada e senza un soldo per colpa dei suoi fallimenti.

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Le vignette di Mauro BianiQuando berlusconi attaccava i giudici un giorno sì e l’altro pure, li definiva un cancro, antropologicamente diversi dalla razza umana, quando diceva che i giudici sono matti perché se fossero stati sani avrebbero fatto un altro mestiere alfano era lì, al fianco di berlusconi.
Non risulta che si sia mai dissociato dalle parole del delinquente costituente, anzi è stato proprio alfano ad organizzare e a partecipare non ad una ma a due manifestazioni antigiudici: una a Brescia e l’altra proprio al tribunale di Milano teatro della strage di ieri.
Non si possono avere due facce come il culo contemporaneamente, eh Angelino?
La tragedia di ieri non nasce per caso, ma è una diretta conseguenza della progressiva delegittimazione della magistratura da parte della politica e delle istituzioni, della gran parte dei media,  della propaganda asfissiante contro la magistratura che ha affermato anche fra la gente comune l’idea che la colpa dei provvedimenti penali che possono riguardare chiunque, non solo il potente, sia della magistratura e non della politica che fa le leggi che la magistratura poi deve rispettare.
Se berlusconi non ha avuto i trecentocinquanta anni di galera che gli spettavano la responsabilità dei giudici è sempre relativa alle leggi di cui possono disporre, interpretandole poi per difetto come con berlusconi sulla spinta della pressione politica che in nessun altro paese democratico è capace di condizionare l’operato dei giudici come qui: in nessun altro paese sarebbe stato possibile il rovesciamento delle sentenze solo in certi processi come invece avviene puntualmente qui, o per eccesso quando leggiamo che al vecchietto che ruba la salsiccia gli fanno la multa milionaria.
Basterebbe non avere una legge che preveda il servizietto sociale ai giardinetti per un ladro di quella portata né una che sanzioni il poveraccio che ruba salsicce per fame con la multa milionaria.
Ma queste sono cose di cui si deve occupare la politica che invece in materia di giustizia è sempre lì ad occuparsi di se stessa, non i magistrati che diversamente dalla politica almeno ci provano a contrastare il crimine.

Una cosa è lo scetticismo popolare dovuto alla fragilità del nostro sistema democratico e un’altra far credere che la magistratura sia al servizio di chissà quale associazione segreta, che abbia chissà quali obiettivi sul filo dell’eversione e si diverta a correre dietro a ladri e corruttori con lo scopo di “sovvertire le scelte degli italiani” come invece hanno fatto e continuano a fare la politica e una buona parte dell’informazione ogni volta che i giudici devono confrontarsi con qualche indagato o imputato “eccellenti”.
E’ assolutamente insensata la campagna di discredito verso la magistratura che va avanti da quando berlusconi ha messo piede in parlamento e nella politica, perché troppa gente ha creduto davvero alla storiella della ‘guerra fra guardie e ladri’.
Nel paese normale non c’è nessuna guerra, c’è semplicemente la giusta dinamica fra la criminalità e chi la combatte.

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– Chi spera, chi spara –

Marco Travaglio, 10 aprile

Forse esagera Gherardo Colombo, sopraffatto dall’emozione per l’assassinio dell’ex collega e amico Ferdinando Ciampi, quando collega la sparatoria di ieri al Palazzo di Giustizia di Milano al “brutto clima” che si respira intorno alla magistratura. Ma il folle ragionamento che ha portato il killer Claudio Giardiello a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato-testimone, e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito né isolato. Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati che l’hanno scoperto, invece di guardarsi allo specchio e battersi il mea culpa sul petto. E siccome gli imputati eccellenti possiedono giornali e tv, o hanno amici che li possiedono, o avvocati in Parlamento, o magari vi siedono essi stessi, sono riusciti a dirottare l’attenzione dai crimini e da chi li commette verso i pm che li smascherano e i giudici che li processano.

Da dove nasce l’ossessione contro i magistrati, i pentiti, i testimoni e le intercettazioni, che ha prodotto una raffica di leggi per smantellare i più preziosi strumenti di indagine e di raccolta delle prove, se non dall’ansia di una classe dirigente ad altissimo tasso criminale di liberarsi del controllo di legalità per delinquere indisturbata? È la stessa radice “culturale” che ha appena prodotto la legge – unica al mondo – sulla responsabilità civile dei magistrati, che consente a qualunque imputato (nel penale) o denunciato (nel civile) di chiedere i danni allo Stato – senza filtri di ammissibilità – per qualsiasi decisione sgradita del suo giudice, nella speranza di costringerlo ad astenersi, cioè di sbarazzarsene al più presto e di trovarne un altro più morbido o più spaventato.

Il killer Claudio Giardiello non disponeva di questi strumenti per spaventare i suoi giudici. Non aveva un partito alle spalle, né avvocati famosi e/o parlamentari, né tv o giornali disposti a scatenare campagne mediatiche a suo favore. Non poteva contare su una maggioranza parlamentare pronta ad approvare mozioni sulla nipote di Mubarak. Né sguinzagliare 150 fra deputati e senatori per cingere d’assedio il Palazzo di Giustizia di Milano, come fecero gli eletti del Pdl l’11 marzo 2013, prima con un sit-in sulla scalinata e poi con l’ascesa in massa fino all’aula di Tribunale al quarto piano, dove si celebrava una delle ultime udienze del processo Ruby. Chissà se quell’indegna gazzarra è tornata in mente al cosiddetto ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il quale, due anni fa, guidava la falange berlusconiana all’assalto del tribunale milanese.

E ieri balbettava, alle prese con l’ennesima catastrofe della sicurezza nazionale nello stesso identico edificio. Il tutto, a due settimane dall’inaugurazione di Expo nella stessa identica città, Milano, che dovrebbe essere la più presidiata d’Italia, dopo le ricorrenti minacce dell’Isis in vista dell’evento.

Il fatto poi che a garantire la sicurezza (si fa per dire) del Palazzo di Giustizia di Milano – come di quasi tutti quelli del resto d’Italia – sia una ditta di vigilanza privata aggiunge un tocco di tragicommedia al tutto. Pochi lo sanno e molti l’hanno scoperto ieri: ma da anni non sono più i carabinieri e le altre forze dell’ordine a presidiare i tribunali. Sono imprese di guardie giurate a cui lo Stato (si fa per dire) ha deciso di appaltare il servizio di sorveglianza dopo averlo “esternalizzato”. Esattamente come ha fatto con il servizio delle intercettazioni, affidato a ditte private, da cui lo Stato affitta ogni anno le apparecchiature con costi esorbitanti (senza contare quelli che impongono le compagnie telefoniche allo Stato concessore incapace di imporre loro il servizio gratuito). Salvo poi scoprire, per esempio, che il manager della milanese Research Control System, appaltatrice delle intercettazioni delle Procure di Milano e di Palermo, aveva rubato la bobina di un colloquio segretato tra Fassino e Consorte e l’aveva donata a Berlusconi per il Natale del 2005, e soprattutto per la campagna elettorale del Giornale del 2006. La stessa fu poi incaricata di distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano sulla trattativa Stato-mafia il 22 aprile 2013, dopo la sentenza della Consulta. Con quali garanzie di segretezza, meglio non pensarci.

È la privatizzazione strisciante della giustizia e dell’intero Stato, che accomuna i governi degli ultimi anni, di destra e di sinistra, politici e tecnici, all’insegna – tutta da verificare – del risparmio e dell’efficienza. Chi ha mai condotto una seria analisi del rapporto costi-benefici dell’esternalizzazione del servizio di intercettazioni e, soprattutto, di vigilanza nei tribunali? Davvero ingaggiare dieci o venti contractor costa meno che piazzare agli ingressi altrettanti carabinieri o poliziotti? E come vengono scelte le imprese appaltatrici dai Comuni e dal Viminale? E queste con quali criteri assumono il personale? Siamo sicuri che, a vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità di magistrati, avvocati, testimoni, imputati, parti civili, collaboratori di giustizia, uomini delle scorte e personale ausiliario, non ci sia qualche mafioso o qualche amico degli amici? O, più semplicemente, qualche travet con la divisa e il pistolone che ama giocare alla guerra ma, al primo cenno di pericolo, corre a nascondersi al cesso o sotto un tavolo per portare a casa la pelle? Per queste ragioni, alcuni anni fa, i pm di Palermo si ribellarono alla proposta di privatizzare la sicurezza del loro Palazzo di giustizia, che infatti è uno dei pochissimi ancora presidiati dall’Arma. Di questo si dovrebbe discutere al Csm, in Parlamento e in Consiglio dei ministri, ora che si chiude il pollaio quando la volpe è entrata. E con la massima naturalezza è riuscita là dove avevano fallito persino i terroristi e i mafiosi: fare strage in un’aula di tribunale.


Comunicazione di servizio

La polizia indaga eccome, ho parlato un’oretta fa  al telefono con un funzionario di polizia gentilissimo che mi ha invitata domani in Commissariato con tutta la documentazione che ti riguarda, Daniela P., che sei imbecille due volte visto che io non ho precisato cosa viene dopo la P ma l’hai fatto tu, e la mentecatta decerebrata che mi rispondeva sul Fatto non aveva nome e cognome ma solo “daniela”, quindi sei proprio tu, la salvatrice dei cani di Padua, in Veneto, e non ti serviranno tutti gli indirizzi  fasulli  del pianeta per evitarti i guai che si meritano i miserabili come te. Inutile che continui a scrivere, ho inserito lo spam in automatico, i tuoi commenti vanno direttamente nella spazzatura, quello che ho mi basta e mi avanza. 


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