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Archivi tag: Eugenio Scalfari

O si fa come dico io o vi dimetto

Sottotitolo: processo lungo, prescrizione lunga. Dipende dall’esigenza del potente delinquente, quanto gli serve per scampare alla legge, così smantellano la giustizia da almeno vent’anni per farsi i favori reciproci ché l’oggi a te e domani a me, ma soprattutto a lui, il latitante a cielo aperto, è sempre in agguato e poi per riparare i loro danni pensano all’indulto e all’amnistia. Nel paese più corrotto al mondo, dove la galera è la prima ratio dei poveracci e di chi non ci dovrebbe proprio andare ma per il potente il trattamento è assai diverso: berlusconi e Anna Maria Cancellieri ce lo insegnano, l’unica soluzione, riforma della giustizia che sa trovare il parlamento anziché abolire quelle leggi che mettono in carcere chi non ci deve andare è il tana libera tutti per tamponare il dramma delle carceri troppo piene. 

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I tempi bui e lo spirito di verità Sandra Bonsanti per Libertà e Giustizia

Ecco perché Barbara Spinelli deve stare zitta;  lei lo conosce bene, Giorgio.
E questo Scalfari non lo può sopportare; non può tollerare che si parli di come è Napolitano e non di come ce lo descrivono i corazzieri di regime.

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Napolitano, il ricatto, il 2015 Alessandro Gilioli

[…] Insomma Napolitano è un po’ più solo e un po’ meno onnipotente, da qualche settimana, e lo sa. Di qui l’esigenza di ricordare e rafforzare il ricatto di aprile, ‘o si fa come dico io o me ne vado’: molto ai limiti della Costituzione ma soprattutto effetto di una supplenza di cui si sente sempre meno il bisogno.A proposito, Napolitano ha legato il suo secondo mandato a un progetto di governo la cui data di scadenza è adesso concordata: entro e non oltre la primavera 2015, a semestre europeo terminato.Non sarebbe il caso che a quella data – fatta la riforma elettorale, s’intende – lasciasse quindi anche il Capo dello Stato?  E non sarebbe questo un impegno che il Quirinale dovrebbe assumere già ora, anziché minacciare improbabili dimissioni ad horas ogni volta che ha bisogno di spostare a suo favore i rapporti di forza?

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Napolitano continua a non sentire il boom iniziato, con notevole ritardo, più o meno un anno fa. Si sente indispensabile e insostituibile, nonostante i rumors dicano da tempo che una consistente parte degli italiani che non si sentono rappresentati da questo signore, non senza motivi perché Napolitano ce li ha dati praticamente tutti, lo accompagnerebbero volentieri all’uscita pure adesso. L’elezione bis di Napolitano è stata sostenuta e voluta soprattutto da berlusconi che pensava che il presidente gli risolvesse l’annosa questione “galera sì galera no”, visto che Napolitano è lo stesso presidente che si è fatto garante con la sua firma di tutte le porcate che stanno consentendo a berlusconi di farsi beffe di una sentenza di condanna definitiva emessa ormai quasi cinque mesi fa. Ed è quindi comprensibile oggi il disappunto di brunetta che vuole revocare il mandato al presidente che non ha dato la grazia motu proprio al delinquente ma in compenso motu proprio sta decidendo lui al posto nostro chi deve rimanere in parlamento: cioè anche brunetta, e al Quirinale cioè lui se stesso medesimo.

Quindi quando Napolitano minaccia di andarsene se il governo non fa le riforme: demolire la Costituzione ad esempio, quando dice no a nuove elezioni nonostante il malessere diffuso nel paese che in questi giorni si sta manifestando anche in modo alquanto pericoloso, quando parla del suo spirito di abnegazione e amor di patria che gli avrebbero suggerito di accettare un secondo e straordinario mandato, mente. Perché non sta parlando al popolo che non vuole più questo parlamento né lui e lo sta dicendo in tutti i modi da mesi ma parla esclusivamente ai suoi amati partiti, quelli da difendere a tutti i costi nonostante siano proprio loro la causa del disastro Italia. In un paese diverso dal nostro un presidente della repubblica che avesse usato così malamente il suo mandato sarebbe stato messo in stato d’accusa da tempo, non perché quel mandato abbia dei limiti da riconsiderare, da lui poi, ma perché lui li ha superati tutti.

Nota a margine: basta con l’anzianità che diventa cattiveria. Una volta anzianità significava saggezza, l’anziano, il patriarca era il punto di riferimento della famiglia  a cui tutti i componenti della famiglia si affidavano soprattutto nei momenti di difficoltà, e nella società era il punto fermo del ragionamento, l’approdo culturale quando serviva un sostegno, una specie di capo tribù. Se guardo a Napolitano tutto mi viene in mente meno l’autorevolezza dell’età, un riferimento e la saggezza.

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NAPOLITANO MINACCIA RENZI: O SI FA COME DICO IO O LASCIO IL QUIRINALE (Fabrizio d’Esposito) – Il Fatto Quotidiano

Napolitano: “Incarico gravoso, renderò noti i limiti del mio mandato.”

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RENZI-GRILLO, LA SFIDA E LA SFIGA  – Marco Travaglio, 17 dicembre

Dire no a Renzi è un errore. Domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai.

Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre.

Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue.

Intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo.

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A proposito di gogne mediatiche

Sottotitolo: senza Marco Travaglio, ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta facendo in questi anni. Molti lo sanno: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Alcuni non lo sanno ancora: se vogliono una lampada, cominceranno a leggerlo presto. Poi ci sono quelli che lo sanno meglio di tutti gli altri: non c’è da stupirsi se da loro viene oggi – rancorosa, vendicativa – l’accusa di terrorismo mediatico.
Sarebbe bello se tra i giornalisti indipendenti di tutte le testate ci fosse più solidarietà: con Travaglio, con il Fatto Quotidiano, con Repubblica-Espresso. [Barbara Spinelli, 16 dicembre 2009] Questo, in risposta a Le parole vili e sciagurate dell’on. Cicchitto.

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Così ci capiamo. E così magari prendiamo anche posizione, che sarebbe ora. Sono certo che il nuovo gruppo dirigente del Pd lo farà. Perché lo farà, vero? [Giuseppe Civati]

Sul sito dell’Unità c’è un’intera sezione dedicata ad improperi e falsità varie su Travaglio e Il Fatto Quotidiano puntualmente smentiti coi e dai fatti.
Marco Travaglio per anni ha collaborato al fu giornale di Antonio Gramsci ed è stato, insieme a Furio Colombo e Antonio Padellaro CACCIATO dal giornale per volontà del partito di riferimento, la stessa sorte è toccata a Concita de Gregorio.
Ma naturalmente nessuno legge quegli articoli né tanto meno la selva di insulti fra i commenti che vengono rivolti al giornalista e al quotidiano di cui è vicedirettore e men che meno qualcuno si sogna di parlare di gogna, di frasi oltraggiose che mettono a rischio l’incolumità di Marco Travaglio. 

Scalfari invece inaugura la gogna fatta in casa, quella mascherata da ramanzina a Barbara Spinelli che ha la grave, gravissima colpa di apprezzare da sempre il giornalismo di Marco Travaglio e per questo si merita lo sputtanamento di Scalfari sullo stesso giornale in cui scrive, e dove per anni ha scritto anche Travaglio che ancora oggi ha una sua rubrica fissa su L’Espresso. 

E, anche in questo caso nessuno si sogna di dire mezza parola circa l’attacco alla libertà di opinione di Barbara Spinelli colpevole, oltre che di apprezzare Marco Travaglio di non aver mai partecipato all’attacco mediatico sistematico e puntuale di Repubblica ai 5stelle ma di aver sempre espresso opinioni non aggressive che invitano alla riflessione.

Colpevole inoltre di non aver mai paragonato il MoVimento all’alba dorata nazista per il semplice fatto che non è vero. 

Barbara Spinelli è una giornalista di lungo corso, seria, attenta, preparata e non allineata che dunque non può trovare spazio su quella Repubblica che interpreta come una mission il sostegno a tutte le porcherie napolitane perché il suo fondatore, estimatore e amico personale di Giorgio Napolitano, ha deciso che così deve essere e nessuno si deve mettere di traverso, pena le sculacciate di Scalfari che poi pensa di cavarsela semplicemente “dimenticando” le libere opinioni di Barbara Spinelli che lui considera sgradevoli [e ‘sti cazzi non ce li mettiamo?]. Le larghe intese di Repubblica sono iniziate il giorno che Letta dichiarò che era meglio il pdl dei 5stelle in parlamento. Dichiarazione mai riportata da Repubblica, io ho smesso di comprare quel giornale il giorno dopo.

Ma naturalmente questo è giornalismo, financo eccellente, quello di Grillo è squadrismo mediatico.

Barbara Spinelli è una donna.
Come Laura Boldrini che si lamenta sempre dell’attacco sessista, ogni critica su di lei viene letta in chiave misoginica, anche quando sessismo e misoginia non c’entrano niente, e per questo riceve la solidarietà di tanta gente, soprattutto quella d’accatto. Per dire, solo per dire.

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Un paese che perde il senso delle parole di EUGENIO SCALFARI

 [Per chi avesse voglia di leggere l’inevitabile sproloquio del fondatore di Largo Fochetti: guai, se qualcuno togliesse la libertà di parola a Scalfari magari per sopraggiunti limiti di età.]
Risposta a Scalfari di BARBARA SPINELLI

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Dal Fatto Quotidiano, 16 dicembre

Chissà se oggi i giornali e i tg, l’Ordine dei giornalisti e la Federazione della stampa, ma anche il premier Letta e la presidente della Camera Boldrini, denunceranno la nuova “gogna per giornalisti” e solidarizzeranno con la vittima.

L’interrogativo sorge spontaneo, visto che la gogna non l’ha allestita Grillo contro una penna ostile ai 5 Stelle, ma Eugenio Scalfari contro Barbara Spinelli, la più prestigiosa editorialista di Repubblica, cioè del suo stesso giornale. Finora soltanto Gad Lerner, anche lui firma illustre del quotidiano, ha osato criticare sul suo blog la “ramanzina sgradevole, impropria e di pessimo gusto”.

Diversamente dal blog Grillo, che pubblica stralci di articoli menzogneri e poi ne smonta il contenuto (talvolta insultandoli, come con la Oppo, talvolta no, come con Merlo e Battista), Scalfari fa di peggio. Insulta chi si permette di criticare Napolitano (“il fuoco dei cannoni da strapazzo… spara Grillo, spara Travaglio, spara perfino Barbara Spinelli”).

Ma non cita mai quelle critiche per contestarle nel merito, forse nel timore che i lettori le condividano. Il peccato mortale della Spinelli è di non aver partecipato alla demonizzazione di Grillo e soprattutto di aver raccontato a Marco Travaglio, per il libro “Viva il Re!”, uno scambio di lettere e un incontro con Napolitano.

Ma questo i lettori di Repubblica non devono saperlo, dunque Scalfari non lo dice. Le scrive invece di aver “ascoltato i tuoi appunti su Napolitano affidati alla ‘recitazione’ di Travaglio”. Allusione all’ultima puntata di Servizio Pubblico, in cui Travaglio non ha mai recitato alcunché: semplicemente Santoro ha affidato a un’attrice la lettura di alcuni brani dell’intervista alla Spinelli contenuta nel libro.

Invece di smentire, casomai ci riuscisse, l’allergia di Napolitano alle critiche della libera stampa descritta e documentata dalla Spinelli, Scalfari attacca personalmente la editorialista dandole dell’ignorante (“conosce poco o nulla la storia d’Italia”). Le ricorda che è “figlia di Altiero Spinelli” perchè questo è il suo “maggior bene”, manco fosse una ragazzina che deve presentarsi accompagnata dai genitori e chiedere il loro permesso per scrivere e per pensare.

Infine la informa di aver “cancellato dalla mia memoria” quanto ha scritto su Grillo e detto su Napolitano. Per molto meno, c’è chi verrebbe accusato di fascismo, squadrismo, gogna, liste di proscrizione, macchina del fango, misoginia e sessismo.

Se Barbara non fosse una signora, potrebbe ricordare a Scalfari – come fece Giorgio Bocca – che è figlio di un croupier del casinò di Sanremo, o – come fanno in pochi – che da giovane era caporedattore di “Roma Fascista”. Si attende comunque con ansia l’intervento del governo, del Parlamento, del Quirinale e possibilmente dell’Onu per il vile attentato alla libertà di stampa.

 

“Vi vergognerete tutta la vita di avermi cacciato”. E per avercelo tenuto, chi si deve vergognare?

Se berlusconi può ancora vaneggiare a reti unificate di una sua onestà, così elevata al punto tale da fargli dire che Napolitano DEVE dargli la grazia anche senza che lui la chieda perché la sua dignità glielo impedisce, perché lui non ha fatto niente di male e niente di cui doversi pentire, quindi figuriamoci se un tribunale può condannarlo alla galera così come si fa con tutti i cittadini che commettono reati, è perché nessuno ha mai detto che il vero colpo di stato e allo stato di questo paese si chiama silvio berlusconi. Chi lo ha accolto a braccia aperte nonostante la legge e la Costituzione dicono di no, che uno così alla politica non si sarebbe dovuto accostare nemmeno per sbaglio  dovrebbe chiedere scusa agli italiani e sparire dalla circolazione, altroché la rottamazione di Renzi e i vaffanculi di Grillo. Il pd si accorge adesso dell'”orgia di affermazioni eversive” del delinquente? berlusconi non ha fatto nient’altro da vent’anni e ci vuole solo la gran faccia di culo di d’alema per riproporsi alla politica di oggi, perché lui dovrebbe essere proprio  il primo della lista di quelli che dovrebbero chiedere scusa e sparire. Che il finale sarebbe stato molto peggio di quello del Caimano di Moretti io lo dico da anni. Troppo spazio si è dato a questo spregevole individuo. L’informazione ha una grande responsabilità nel percorso di berlusconi di tutti questi anni. In un paese informato la gente sbaglia di meno. E non saremmo mai arrivati fino ad oggi.  La Rai, la televisione pubblica pagata coi soldi di tutti che dà tutto quello spazio ai deliri farneticanti di un condannato alla galera di chi fa il gioco? lo chiedo a tutti quelli che “Santoro e Travaglio hanno fatto un favore a b.” nella famosa puntata di Servizio Pubblico.

B: “Voto sulla decadenza è colpo di Stato
Napolitano mi dia grazia senza richiesta”

B. prepara discorso in stile Craxi: “Vi vergognerete”.

Marco Travaglio è una cura per la memoria di questo paese disgraziato e presuntuoso fatto anche di gente che dice di sapere tutto mentre, e invece, non sa nulla e quel poco che sa lo mette da parte, lo dimentica. E quando qualcuno osa ricordarglielo viene trattato molto italianamente a pesci in faccia. I suoi due ultimi articoli, quello di ieri e di oggi sono da incorniciare più di altri non solo per la loro consueta precisione e dovizia di particolari scritti col suo solito linguaggio magistralmente ironico, in grado di arrivare ovunque e a tutti quelli che vogliono capire ma perché denotano un suo scoramento personale. E se anche un guerriero come lui si fa fregare significa che la situazione è più grave di quello che appare.

Mentre il giornalismo considerato autorevole, quello del Corriere della sera ad esempio che tramite Polito ci racconta che la politica può essere immorale sì ma fino a un certo punto, disonesta sì purché non lo sia in modo troppo sfacciato, ma anche di Repubblica che tramite il suo fondatore ci sta raccontando da mesi tutta la magnificenza della grande opera di Giorgio Napolitano, quel governo che non può cadere perché chissà che succederebbe dopo, come se non fosse già sufficiente conoscere quel che sta succedendo mentre, di un’irriconoscibile e inguardabile Unità che ha scelto da tempo di dimenticare che si può morire anche per difendere un’idea di libertà come è accaduto ad Antonio Gramsci che quel giornale ha costruito,  mentre il caterpillar dell’informazione di regime travolge  tutti quelli che si permettono di disturbare questa splendida armonia delle larghe e oscene intese Travaglio ci ricorda tutti i giorni che da qualche parte c’è chi lotta e s’impegna per combattere sul serio – non con le chiacchiere enunciate urbi orbi et sordi scritte nelle segreterie dei partiti, di palazzo Chigi e del Quirinale – il vero cancro di questo paese che non è l’antipolitica, il populismo, la demagogia tanto declamati con disprezzo, come se fossero nati dal nulla, nei discorsetti ufficiali delle varie rappresentanze dello stato ma è, è stato e sarà finché a questa lotta non si uniranno davvero e sul serio la politica e le istituzioni, la pericolosa vicinanza fra lo stato e quella criminalità mafiosa di cui la politica e le istituzioni non hanno la capacità, forse perché non possono, di liberarsi e liberare così anche questo paese e noi.

In un paese dove la politica e le istituzioni non avessero avuto niente da nascondere, nulla da cui doversi riparare coi silenzi, le omissioni e i segreti di stato uno come berlusconi non avrebbe mai potuto trovare tanto consenso, non gli sarebbe mai stato permesso di stravolgere un paese a sua immagine e somiglianza, non sarebbe mai stato considerato l’interlocutore da far sedere nelle stanze del potere.

In un paese libero dai ricatti il presidente della repubblica, del senato e della camera, il presidente fantoccio di un consiglio ridicolo oggi sarebbero al fianco della magistratura siciliana minacciata di morte, non sarebbero in silenzio a fare le controfigure di chi comanda davvero, non parlerebbero d’altro e molto spesso di niente di fronte alla tragedia di un’Italia martoriata dalla criminalità a tutti i livelli in grado di condizionare, minacciare, ricattare, impedendo quindi un normale decorso il più possibile democratico in questo paese.
Quindi io ringrazio e ringrazierò sempre Marco Travaglio e chi come lui mette la sua faccia davanti a parole pesantissime ma che descrivono, raccontano e spiegano perfettamente il perché questo paese è potuto cadere così in basso.

Alte discariche dello Stato – Marco Travaglio, 24 novembre

Perché Totò Riina è così inferocito contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo alla trattativa Stato-mafia? Secondo alcuni detrattori di quel processo, Riina dovrebbe esser grato ai pm per avere spostato l’attenzione dalle responsabilità di Cosa Nostra a quelle dello Stato. E allora perché l’ex (?) capo dei capi vuole ucciderli “come tonni”? Le possibili spiegazioni sono due. La prima: per ogni boss, il prestigio e la credibilità personali sono parte integrante del potere. La storia della trattativa dipinge invece un Riina feroce, ma anche – per così dire – ingenuo: mandato avanti a fare le stragi da chi – come disse Provenzano a Vito Ciancimino – “gli ha promesso qualcosa di veramente grosso”, poi coinvolto nella trattativa, poi indotto a eliminare Borsellino che la ostacolava e infine intrappolato dagli stessi Ros con cui aveva trattato, forse con la collaborazione di Provenzano. Non proprio una bella figura. La seconda spiegazione, peraltro sovrapponibile alla prima, riguarda l’oggi: finchè la trattativa fu una voce di pentiti perlopiù ignorata dalla grande stampa e dunque dai cittadini, lo scambio di favori fra Stato e mafia poteva continuare indisturbato. E infatti continuò fino a tre-quattro anni fa (il terzo “scudo fiscale” per il rimpatrio anonimo e quasi gratuito dei capitali sporchi è del 2009). Ma ora, complice la vasta eco suscitata dalle telefonate Mancino-Quirinale e dalla citazione di Napolitano come testimone, la trattativa è all’attenzione di tutti. Dunque è più difficile per la classe politica elargire altri regali alle mafie senza dare nell’occhio. Il che fa letteralmente impazzire i boss, specie quei pochi che marciscono al 41-bis da vent’anni, comprensibilmente stufi dei politici che li hanno usati “come merce di scambio” senza mantenere le promesse, non tutte almeno (lo ricordò Leoluca Bagarella nel 2002 dalla gabbia di un processo, leggendo un comunicato “a nome dei detenuti al 41-bis”, manco fosse un sindacalista). La revoca dei 41-bis a 334 mafiosi nel ’93, la legge “manette difficili” del ’95, la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara nel ’97, l’abolizione dell’ergastolo (poi ritirata) nel ’99, la legge ammazza-pentiti Napolitano-Fassino del 2001 e i tre scudi fiscali dal 2001 al 2009 sono regali graditissimi. Ma l’aspettativa, nel ’92, era ben più pretenziosa: la posta in palio erano anche e soprattutto la revisione del maxiprocesso, il“fine pena forse”, la “dissociazione” a costo zero al posto del devastante pentitismo. Nonostante i generosi sforzi di destra e sinistra, questi obiettivi non sono stati raggiunti. B. pensava, sì, agli amici degli amici, ma soprattutto a se stesso. E oggi qualunque cedimento, anche se ammantato come sempre di “garantismo”, farebbe gridare alla nuova Trattativa, dunque viene stoppato sul nascere. Il tutto mentre la Seconda Repubblica sta declinando per cedere il passo alla cosiddetta Terza. Parte di Cosa Nostra vorrebbe infilarvisi alla solita maniera, quella delle stragi: ma il fatto stesso che le minacce si susseguano, finora fortunatamente a vuoto, indica che il fronte è spaccato: fra la vecchia guardia (alla Riina) che sa parlare solo con le bombe e quella nuova che (sulla scia di Provenzano) sa parlare anche altri linguaggi. Tra quell’incudine e quel martello, si muove Di Matteo con i suoi colleghi, in un processo che forse neppure lui immaginava così scomodo: non solo per lo Stato, ma anche per la mafia. Infatti, mentre la mafia lo minaccia, lo Stato lo processa davanti al Csm. Si dice sempre che un messaggio delle alte cariche dello Stato è come la sigaretta per il condannato a morte: non si nega mai a nessuno. Ma non è più così: in tanti mesi di minacce di morte, Di Matteo non ha mai ricevuto una riga di solidarietà, né pubblica né privata, da Napolitano (si chiama Di Matteo, mica Mancino), da Grasso, dalla Boldrini, dalla Cancellieri (si chiama Di Matteo, mica Ligresti). Silenzio di tomba. Almeno le urla belluine di Riina hanno il merito di farlo sentire un po’ meno solo.

Puttanate

 Dire che un pregiudicato delinquente – perché lo ha detto una sentenza di un tribunale dopo un processo durato undici anni condannandolo in via definitiva per i suoi reati –  è un pregiudicato delinquente secondo la nota principessa del foro Casellati è maleducazione. E come lo chiamano quelli del partito dell’ammmòre uno che ha  rubato allo stato: berlusconi?

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Pdl, Casellati vs Travaglio: “Maleducato. O va via lui o me ne vado io”

“Berlusconi è stato condannato per quei 7,3 milioni di euro di evasione fiscale, che sono l’ultima parte superstite di una montagna di evasione che ammonta a oltre 300 milioni di euro”. La discussione deflagra quando viene affrontato il tema delle società off-shore e il giornalista viene nuovamente interrotto dalla furia verbale della parlamentare. “Io chiudo qui” – si sfoga Travaglio, rivolgendosi alla Gruber – “è assolutamente impossibile in un collegamento riuscire a finire una sola frase e interloquire con le puttanate che dice questa signora“. “Vado via io” – sbotta la Casellati – “lei è una persona maleducata. Una persona che si permette di dire questo è bene che se ne vada. O va via lui o me ne vado io. E’ una mancanza di rispetto”. La conduttrice riesce a sedare il match, che riprende nuovamente alle battute finali del programma. La Casellati rende il suo ennesimo tributo al Cavaliere: “Camminando per strada, incontro le persone e tutti sperano che Berlusconi resti a continuare la sua attività politica per il rilancio economico del Paese“. E attacca Travaglio, che definisce il leader del Pdl “pregiudicato delinquente”: “Lei è un vero signore, un vero gentleman”

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La contesa Sermonti-Scalfari su: “In piazza contro l’orrore morale” o no?di Vittorio Sermonti e Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari: “Nella lettera di Sermonti a Napolitano una mancanza di realismo estremamente pericolosa”. Vittorio Sermonti: “E’ la testimonianza di un orrore morale (e culturale) che mi auguro e immagino tu stesso condivida”. 
SONDAGGIO Sei d’accordo con Sermonti o Scalfari?

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Secondo il “laico opinionista” Scalfari mantenere in sella questo governo val bene concedere a berlusconi di violentare la Costituzione e rendere inutile, nulla al pari della peggiore delle menzogne proprio nei fatti oltre che in quelle che sono molto più di ipotesi da barzelletta, quella frase che campeggia in tutti i tribunali della repubblica italiana che dice che “la legge è uguale per tutti”. 
A Scalfari dunque va benissimo che in questo paese chi ha soldi e potere possa beffare la legge come quando e quanto vuole in virtù di una non meglio precisata sicurezza nazionale che verrebbe pregiudicata senza i noti pezzi da novanta che compongono il governo delle larghe intese.

Scalfari si augura che questo governo vada avanti niente meno fino al 2015 probabilmente perché non è un suo problema, così come non lo è  per Napolitano che data l’età il 2015 potrebbero non vederlo nemmeno ma pensano e agiscono in maniera tale che lo scempio di democrazia che entrambi sostengono con tutte le loro forze debba proseguire per farne godere a chi ci sarà dopo di loro. 

La gente come Napolitano e Scalfari non si accontenta di mettere a rischio il presente: sostenere la teoria – e agire di conseguenza – che un delinquente possa continuare a vivere da persona libera perché è lui, berlusconi, e non un altro significa non ridicolizzare ma proprio vomitare su quella Carta in cui c’è scritto altro, vuole rendere pericoloso anche quel futuro che non vedrà mai, creare il precedente secondo il quale non importa se uno che con la politica non c’entrava niente per legge abbia avuto invece possibilità di stravolgere la vita politica e sociale italiana, non importa se nel suo percorso di vita abbia commesso dei reati proprio a danno di quello stato che Napolitano e Scalfari dicono di voler difendere, secondo l’esimio fondatore di largo Fochetti tutto questo si può, anzi, si deve perdonare, condonare con un colpo di spugna perché “il governo deve andare avanti per il bene del paese”.

Dove, e quale sarebbe il bene, a queste condizioni, non è dato sapere.

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Sacrifici umani
Marco Travaglio, 10 settembre

Non c’era miglior modo per solennizzare l’anniversario dell’8 settembre ’43, simbolo dell’Italia voltagabbana e opportunista: se 70 anni fa Real Casa e Badoglio si giocarono la faccia e il futuro con l’armistizio, il cambio di alleanza e l’immortale annuncio “la guerra continua”, ovviamente dalla parte opposta, anche oggi è tempo di sacrifici umani per garantire l’agognata “pacificazione”. Non più fra italiani e angloamericani, ma fra guardie e ladri. L’altro giorno Sallusti ha sferrato sul Giornale un attacco suicida a Napolitano che lo salvò dagli arresti forzando le regole e le prassi, mentre con B. ancora non l’ha fatto. Ieri un altro kamikaze, Fedele Confalonieri, ha tentato di farsi esplodere sul Senato con un’intervista al sito di Magna Carta ripreso dal Pornale: “La prova che la condanna di B. è aberrante è che io, che sono quello che firma i bilanci Mediaset, sono stato assolto”. Ecco di cosa avranno parlato lui e Napolitano, nell’amorevole colloquio dell’altro giorno. Naturalmente il disperato tentativo di immolarsi per l’amico Silvio è a costo zero (essendo già stato assolto, non può più essere riprocessato per lo stesso reato: ne bis in idem).

E addirittura controproducente: l’assoluzione di Confalonieri al processo Mediaset rafforza la condanna di B. e dimostra che i giudici non condannano alcuno perché “non poteva non sapere” (“È fortemente plausibile” – scrive la Corte d’appello – che Confalonieri, per le sue cariche aziendali e la vicinanza a B. “fosse a conoscenza della frode e, violando i suoi precisi doveri, nulla abbia fatto” per fermarla; ma ciò non basta a condannarlo). Non per questo il gesto del fedele Fidel è meno encomiabile e commovente. Il novello Salvo d’Acquisto carica sulle sue spalle le colpe di Silvio (“prendete me”), subentrando nel ruolo di scudo umano a Paolo B., ormai inservibile dopo varie assoluzioni dai reati che invano confessava per conto del fratello finendo in galera al posto suo. Alla nobile gara di solidarietà partecipa anche il pm veneziano Carlo Nordio, giocandosi quel che resta della sua credibilità aderendo come la carta moschicida alla tesi farlocca della non retroattività della Severino.

“Anche nella religione – sdottoreggia il giureconsulto lagunare – è così. È un po’ di tempo che la Chiesa dice: non pagare le tasse è un peccato mortale. Benissimo. Ora so che se non le pago vado all’inferno, ma da ora in poi. Non per quelle che non pagavo tanti anni fa”. Già, un po’ di tempo. Quanti anni saranno che Mosè portò giù le tavole col VII comandamento “Non rubare”? Qualche mese, non di più. Intanto Scalfari sfida le ire dei suoi lettori con l’affettuoso invito all’ex nemico B. perché “chieda un provvedimento di clemenza”, nel qual caso “forse l’otterrebbe” dal suo amico Napolitano (suo di B. e di Scalfari). A patto – si capisce – che “assicuri il percorso del governo per il tempo necessario” (a chi? Soprattutto a B. per farla franca e a Napolitano per non doversi dimettere). E ci aiuti a liberarci della vera piaga che ammorba il Paese: “la sinistra movimentista e para-grillina” che vorrebbe “buttare giù il governo e andare alle elezioni”, col rischio che nemmeno stavolta diano l’esito sperato e costringano chi di dovere a un nuovo golpetto tipo Egitto.

Molto meglio un bell’armistizio, a suggello della trattativa Stato-Mediaset. 

Seguirà monito para-badoglino: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’ìmpari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Berlusconi, comandante in capo delle forze alleate di Mediaset-Fininvest- All Iberian. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze Mediaset-Fininvest-All Iberian deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Firmato: Badoglitano.

Meno male che Francesco c’è. Il papa, dico

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Arrivando qui al mattino si vorrebbe anche scrivere qualcosa che abbia un senso, poi succede che si aprono i giornali on line e si legge di migranti annegati mentre cercavano un’altra vita o più propriamente UNA vita, della Turchia e della polizia violenta, come lo è sempre quando invece di tutelare la parte debole della cittadinanza si trasforma nel braccio armato di un potere altrettanto violento qual è quello di Erdogan, della Grecia che dopo essere stata deprivata della sua televisione pubblica si è vista scippare anche l’orchestra sinfonica che, come la tv pubblica è un simbolo importante della cultura democratica di un paese.

Tornando a casa nostra si sente ancora l’eco dell’oscenità nazista andata in scena in quel di Milano spacciata per libera espressione del pensiero e, davvero, mancano le parole per descrivere il disagio e lo sgomento.

Ma meno male che il papa le trova sempre e domenica scorsa ci ha ricordato che bisogna avere sempre il rispetto per la vita e rinunciare a tutto quel che la svilisce, ad esempio il piacere materiale.

Poi è andato a benedire i bikers in sella alle loro potenti Harley Davidson.

Ci vuole un bel coraggio o una faccia tosta senza eguali – per non dire altro ed evitare la volgarità – per parlare di giornalisti faziosi, dopo aver letto uno qualsiasi degli editoriali del filosofo anziano di Largo Fochetti.
Per non parlare poi della diversa influenza che ha Scalfari rispetto ad un giornalista “semplice” che, ad esempio, non può frequentare da abituée le residenze del presidente della repubblica, parlare amabilmente così come si fa fra amici con lui fra un cinghialotto e un’upupa.
Dunque se Travaglio parla con Grillo in via confidenziale e poi decide di pubblicare quella chiacchierata perché pensa che abbia dei contenuti interessanti su cui si può discutere è uno stronzo – ché tanto quello lo sarebbe a prescindere anche se scrivesse che la terra è rotonda – perché a Grillo doveva chiedere questo, quello e pure il tal’altro, ma se Scalfari va a trovare Napolitano e poi sulla base di quella conversazione confeziona un editoriale sfacciato e servile quello sì che è giornalismo.
Come se gli editoriali di Scalfari avessero poi lo stesso peso e la stessa capacità di orientare, o per meglio dire disorientare, l’opinione pubblica rispetto a quanto lo possano fare un articolo di Scanzi o il fondo quotidiano di Travaglio che, diversamente dai famosi editoriali vengono presi di mira da tutti, perfino da Pigì Battista e ho detto tutto.
Repubblica ha dimenticato da un bel po’ che significa essere un giornale al servizio dei lettori.
Fatte salve quelle rarità che ancora resistono ed insistono a scrivere è un quotidiano ormai praticamente inguardabile, a cominciare dal suo fondatore.

Scalfaroni
Marco Travaglio, 18 giugno

“Lunga la strada, stretta la via, ma la marcia è cominciata”.

Così, con un titolo alla Wertmüller (Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto ) o alla Arbore (Ffss: cioè che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? ), uno Scalfari strapazzato da anomala passione celebra il governo in una memorabile articolessa su Repubblica, affiancata da un imperituro titolone sul decreto del fare, ma soprattutto del dire e del baciare: “Letta: ’80 misure per ripartire'”. Sono belle cose. Soddisfazioni. Uno guarda ‘sto Letta, così smunto e gracilino, magari pensa a Berlusconi e Brunetta che gli scrivono i testi, e tutto immagina fuorché “80 misure per ripartire”. Invece zac! Eccole qua, l’una in fila all’altra. Merito anzitutto di Saccomanni, che “non è semplicemente un banchiere”: no — assicura Scalfari — “è anche dotato di fiuto politico” ed è un po’ come la Dea Calì: “ha contatti con le altre Banche centrali, il Fondo monetario, la Banca dei regolamenti, la Banca europea degli investimenti, la Commissione di Bruxelles e soprattutto la Bce di Draghi”, sempre sia lodato.

E poi “ha un ottimo punto di riferimento nel suo presidente del Consiglio Enrico Letta, che a sua volta può contare sull’appoggio sistematico di Giorgio Napolitano”.

Ecco, non sporadico od occasionale: sistematico.

Come dice il Sassaroli al Meandri in Amici miei: “È tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare. Lei ama Donatella, che è affezionata al cane Birillo, che mangia un chilo di macinato al giorno, un chilo e mezzo di riso e ogni mattina bisogna portarlo a orinare alle 5 sennò le inonda la casa. Birillo adora le bambine, che sono attaccatissime alla governante, tedesca, severissima, in uniforme. Insomma, chi si prende Donatella si prende tutto il blocco”. Qui ci sarebbe pure un Caimano pronto a tirare la catena in caso di sentenze sfavorevoli, e intanto detta l’agenda sull’Imu, che in campagna elettorale Pd e Scalfari difendevano perché era opera dell’amato Monti e le priorità erano altre.

Ma ora Saccomanni che adora Draghi che è molto affezionato a Letta che è attaccatissimo a Napolitano dice che la priorità è l’Imu: e allora viva il rinvio Imu. Anzi “a ottobre sarà abolita e sostituita con un’imposta immobiliare”. In pratica le cambiano il nome. Chi? “Il tandem Letta-Saccomanni”. Come? “Con consumata abilità”. E ci mancherebbe, con quella catena di affetti dietro. Insomma “il nostro governo si muove nel modo migliore”: è quasi meglio del governo Pella. “Immaginare che la necessità venga meno fra pochi mesi è del tutto illusorio”.

Ed è “pericoloso supporre una nuova maggioranza” con Pd e transfughi a 5Stelle. Non sia mai che il Pd scarichi B. Però continui pure ad acquistare grillini: basta chiamare l’operazione Scilipoti-bis “ricerca di libertà” e “rivendicazione della dignità di teste pensanti”. Purché la pensino come lui, sennò tanto pensanti, libere e dignitose non saranno, le teste.

“Tra il demos e le diverse parti politiche c’è sempre un rapporto interrelazionale: il demos modifica le parti politiche e queste a loro volta modificano il demos”. Con scappellamento a destra come foss’antani. Piuttosto, che s’è sognata la Gruber di invitare Dario Fo per parlare di Grillo? “Ma è possibile? Un attore con una degna storia di teatro alle spalle e anche di pensiero. È mai possibile?

Che non la pensi come Scalfari e che glielo lascino pensare? Poi, certo, ci sarebbe pure B., il padrone del governo. Nella catena degli affetti Scalfari non lo cita. Ma garantisce per lui: anche in caso di sentenze sfavorevoli, “non accadrà nulla”, anzi B. è lanciatissimo con tutto il governo per una draconiana “lotta all’evasione”.

È come se i due si fossero sentiti: domenica il compagno Silvio ha ripetuto a memoria l’articolo di Eugenio: “La collaborazione fra destra e sinistra deve durare”. Che amori. Sembrano fatti per piacersi, bisognerebbe proprio farli incontrare. O forse si conoscono già?

Il remake

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Sottotitolo:

Gli scorpioni e lo stupore scemo – di Alessandro Gilioli

Ma perché mai Alfano, che un paio di mesi fa guidava l’occupazione del Palazzo di Giustizia di Milano, non sarebbe dovuto andare al comizio contro la magistratura di Brescia? Qualcuno in giro aveva davvero creduto che nel giro di poche settimane l’uomo che ha dato il suo nome al Lodo salva-Silvio fosse diventato un Norberto Bobbio redivivo? O qualcuno poteva pensare che la nuova carica istituzionale rendesse “responsabili” gli eversivi del Cavaliere che da vent’anni ci dimostrano di anteporre proprio il Cavaliere alle istituzioni, anzi di usare semplicemente le seconde per gli interessi del primo?

Ma davvero in giro ci sono idioti così, convinti che bastava abbracciare gli scorpioni nell’aula della Camera per togliere loro il veleno?

Mio padre rispettava i giudici e si è sempre presentato in tribunale.

 L’esecutivo appena nato a Brescia rischia il crac  di Eugenio Scalfari

L’angoscioso dramma domenicale di Scalfari non è come salvare l’Italia da berlusconi ma il pd da berlusconi.
Tutto ciò che preoccupa l’esimio fondatore di largo Fochetti è la tenuta di un governo di servi, di venduti, di gente senza dignità che si è consegnata a berlusconi dietro il paravento della necessità delle larghe alleanze, come se noi fossimo la Francia, la Germania o qualsiasi altro paese civile, come se in qualunque altro paese democratico fosse normale che dei ministri, un vicepresidente del consiglio scendano in piazza a manifestare contro un potere dello stato per sostenere chi di quello stato, delle sue regole e leggi si è fatto e si fa beffe.

Come se in un paese normale e civile si permettesse a un berlusconi di salire ai piani alti della politica.
Ma, e molti lo sapevano prima, altri spero che lo abbiano capito adesso, anche l’ultimo romantico che pensava davvero al governo di necessità, quello formato per risolvere i guai degli italiani, quelle larghe intese sono solo l’ultimo espediente offerto a berlusconi, il regalo ultimo per sottrarlo alle sue responsabilità penali.
Solo un idiota senza memoria fa poteva pensare che la teppa del pdl potesse cambiare pelle, dimostrare davvero il senso di responsabilità necessario a questo paese senza una guida, senza un punto di riferimento, senza un presidente della repubblica, che ieri ha taciuto di fronte allo scempio, richiamato di corsa perché lui e solo lui poteva evitare la catastrofe, e invece l’ha praticamente costruita mettendo un paese in mano a degli sciagurati traditori della Costituzione sulla quale hanno giurato solo pochi giorni fa: il remake di un film già visto e del quale si conosceva già il finale. 
Ma nemmeno questo è servito a scoraggiare i sostenitori di un obbrobrio qual è questo governo, nemmeno la certezza scientifica che alla prima occasione i cosiddetti responsabili non avrebbero avuto nessuna difficoltà a vestire i panni consueti, quelli degli eversori anti stato al servizio del boss.
Ecco perché io, a differenza di Scalfari,  auguro a questo governo e a chi lo compone la fine ingloriosa che si merita chi tradisce la Costituzione e lo stato.

La voce del ladrone
Marco Travaglio, 12 maggio

Bella l’idea del pellegrinaggio nella sua Medjugorje privata, Brescia, dove da vent’anni sogna di traslocare i processi da Milano. Purtroppo per lui, anziché dai giudici amici, il Cainano ha trovato ad accoglierlo migliaia di contestatori col dito medio alzato, cori “In galera” e cartelli con scritto “Hai le orge contate”. Il pretesto della scampagnata era sostenere un tal Adriano Paroli, il solito ciellino candidato a sindaco. Il quale, a cose fatte, è salito sul palco affiancato – per peggiorare la sua già penosa condizione – dalla Gelmini. E si è scusato di esistere: “Non era previsto un mio saluto…”. Intanto il Popolo delle Libertà – qualche migliaio di poveretti – sfollava rapidamente la piazza, come alla fine dei concerti quando arrivano gli elettricisti e i facchini a portar via gli strumenti. Il meglio era accaduto prima, quando l’anziano delinquente (parola del Tribunale e della Corte d’appello), aveva intrattenuto i complici sull’imprescindibile tema dei cazzi suoi.Raramente s’erano viste scene più paradossali (a parte il silenzio di Pd, Letta e Napolitano, troppo impegnati contro i 5Stelle per accorgersi di quanto accade a Brescia). Un vecchietto di 77 anni coi capelli bicolori – gialli sulla calotta asfaltata, neri ai lati –, gli occhi che non si aprono più, la dentiera che fischia e una preoccupante emiparesi al labbro superiore, annuncia un piano ventennale per salvare l’Italia da lui governata per 10 anni su 12 (un premier con qualche potere in più di Mussolini, un Parlamento ridotto a bivacco di manipoli, una Consulta e una Giustizia a sua immagine e somiglianza). Un monumentale evasore promette a quelli che pagano le tasse al posto suo di ridurgliele, dopo averle votate (così come Equitalia). Il politico più ricco del mondo lacrima il suo “struggimento per chi ha perso il lavoro” a causa dei suoi governi. Un imputato recidivo che da vent’anni si trincera dietro l’immunità e le leggi ad personam suam per non farsi processare, si paragona a Tortora che rinunciò all’immunità per farsi processare. Il leader del terzo partito dà ordini al primo, da vero padrone del governo Letta (“ci ho lavorato a lungo, l’ho voluto io, è un fatto storico, epocale”). E quando gli iloti sotto il palco urlano “chi non salta comunista è”, ridacchia: “Io non posso saltare perché coi comunisti ci governo insieme!”. Il vicepremier e ministro dell’Interno Alfano, col ministro Lupi, noti moderati non divisivi e fautori della pacificazione, sfilano contro un altro potere dello Stato. Molto applaudite le parole dello spirito di mamma Rosa: “Mi diceva che sono troppo buono per far politica: da bambino mi impediva di legarmi campanelli alle caviglie per avvertire le formichine del mio passaggio e non schiacciarle”. Due sole volte il Cainano perde il buonumore. Quando evoca Grillo, la mascella si contrae, gli occhi a fessura saettano, la gente tumultua. Quando cita “gli eventi drammatici di questi giorni” si pensa alle donne uccise o sfigurate con l’acido, ai morti di Genova, alla guerra in Siria. Invece lui parla della sua condanna, “me lo chiedono tutti”. Segue la solita sbobba piduista sulla responsabilità civile dei giudici (che c’è già dal 1988), la separazione delle carriere, i pm ridotti ad “avvocati dell’accusa che vanno dai giudici col cappello in mano” (come Previti quando andava da Squillante col cappello pieno di banconote), le intercettazioni (non gli piacciono, a parte quella Consorte-Fassino), la carcerazione preventiva (non si arresta uno prima del processo: se scappa o delinque ancora, tanto meglio). Poi viene finalmente al punto: “Le carceri sono un inferno”. Lo sanno bene i suoi guardagingilli Castelli, Alfano e Palma, che le hanno ridotte così. Prossima mossa: una bella amnistia. Così escono un po’ di delinquenti e soprattutto non ne entrano altri, tipo lui. Ma questo non lo dice, non è ancora il momento: “Mi fermo qui, sono sopraffatto dalla commozione”. Appena pensa alla sua cella, gli vien da piangere.

Riflessioni del giorno dopo

Preambolo: solidarietà dei colleghi ad uno degli ASSASSINI di Federico Adrovandi, con tanto di presidio e applausi perché, avendo collaborato insieme ad altri tre alla morte violenta di un ragazzino “purtroppo ha dovuto subire un processo”.

Poi se la gente si allontana dalla politica, la colpa è sua, perché, secondo lo Scalfari pensiero i cittadini italiani non amano lo stato.

Invece lo stato dimostra ogni giorno di amarli molto i cittadini, da vivi, e da morti ammazzati per mano di suoi funzionari solo un po’ esuberanti, e che vuoi che sia se ogni tanto gli effetti collaterali della loro caratterialità particolare consistono nel  togliere qualche figlio a una madre, male che vada si può sempre contare sulla solidarietà dei colleghi e l’indifferenza di chi arma le mani a queste bestie immonde permettendo che abusino del loro potere e dopo, non succede niente, non si perde nemmeno il posto di lavoro.
I quattro assassini di Federico sono solo in aspettativa causa omicidio, lo stato che noi dovremmo amare per votare bene [secondo Scalfari] non licenzia chi ammazza a calci e botte una persona, gli fa due carezzine e continua a pagargli uno stipendio.

Caso Aldrovandi, a Bologna poliziotti
applaudono il collega condannato

 
All’uscita del tribunale di sorveglianza trenta agenti del Sap hanno atteso l’esito dell’udienza per l’incarcerazione, o meno, di Enzo Pontani, uno degli assassini del ragazzo ferrarese per esprimergli la loro solidarietà.
”Siamo qui per dare vicinanza a un collega che era intervenuto per un 
fatto di servizio ha dovuto subire 36 udienze e purtroppo è stato 
condannato”.
Capito? ammazzare di botte un ragazzino fino a spaccargli il cuore è “un fatto di servizio”.

Sottotitolo: chissà perché in Abruzzo, Molise, Campania, Lazio, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia c’è gente che vota la lega che vorrebbe fare stato a sé per staccarsi dai “terùn”.  Un mistero, davvero.

Oggi mi va di essere politicamente scorretta, mi voglio adeguare al trend di un paese dove il 30% di gente vota un criminale abituale [per sentenza di un giudice e non per le opinioni personali mie e di altri] e Milano,  la cosiddetta capitale morale viene consegnata con giubilo  insieme a tutta la Lombardia,  all’ex ministro azzannapolpacci della lega. Il grande ministro dell’interno la cui abilità è stata riconosciuta perfino da Roberto Saviano che nel frattempo spero si sia pentito almeno un po’ di quel suo giudizio pubblico su uno che per il solo fatto di pensare di vivere nel paese che non esiste se non nelle teste bacate dei ladri e dei cialtroni vestiti di verde, andrebbe estromesso da qualsiasi contesto civile.
Io non vi odio, perché l’odio è un sentimento  alto e per questo va dedicato a cose e persone molto più importanti di voi meschini, rifiuti subumani che avete permesso che questo paese diventasse la latrina d’Europa e del mondo civile.

Semplicemente, mi fate schifo e pena e vi auguro di vivere abbastanza per pentirvi di essere quello che siete, per aver trascinato anche me nella melma in cui vi piace vivere.

Non c’è un paese come l’Italia che abbia potuto sperimentare realmente su se stesso e, purtroppo su tutti noi quante falle ci sono nella democrazia e quanti danni può provocare quel principio del suffragio universale che oggi consente – giusto per fare un esempio – ad una nullità come scilipoti di potersi trasferire addirittura dalla camera al senato anziché sparire dalla circolazione.
Ecco perché  io sono sempre favorevole ad una preparazione di base; non esiste il diritto di pilotare un aereo, di condurre treni ad alta velocità, sottomarini e astronavi senza una preparazione adeguata, degli esami e il rilascio di patenti e brevetti.
E allora per quale stracazzo di ragione può esistere quello di contribuire a far sprofondare un paese grazie a chi va a votare senza il minimo indispensabile di conoscenza della storia, della Costituzione; io questo non l’ho mai capito, e le cose che non capisco m’inquietano assai.

 Ho molto rispetto per la Storia, per chi è morto per consentirci di poter mettere una croce su un foglietto e delegare alla politica la cura del paese, e dunque la nostra, almeno questo è quel che dovrebbe fare la politica; però qualcosa mi dice che se molti di loro avessero immaginato che il loro sacrificio sarebbe servito a far entrare in parlamento una che si chiama mussolini, o gente del ‘calibro’ di razzi, scilipoti et similia, credo che ci avrebbero ripensato. Sono sicura, anzi. 

Secondo Benigni la folla sceglie sempre Barabba, e in parte avrebbe ragione se il suo intento non fosse stato quello di dire agli italiani che i partiti – soprattutto uno, il PD – sono meglio dei movimenti civici di gente comune e dunque non esperta.
Oggi io chiederei a Benigni secondo lui chi è e come e dove si può classificare chi sceglie maroni e berlusconi che non sono parte di movimenti ma di partiti istituzionalmente riconosciuti, quei partiti che il presidente della repubblica difende a spada tratta per ribadire il pericolo del populismo. Vorrei chiedere a Benigni perché un elettore della lega o del pdl che tutto hanno già dimostrato deve essere migliore di uno del M5S considerato, vieppiù, un deficiente antistato.

Quando gli storici del prossimo secolo scriveranno dei fatti che hanno riguardato l’Italia di questo ventennio – che dell’altro ormai si sapeva il tutto e l’oltre e qualcuno ingenuamente pensava che non si potessero più ripetere certi errori – noi della nostra generazione non ci saremo più; e sarà un vero peccato perché sarebbe interessante conoscere in che modo verrà analizzato con la comprensione del poi tutto quello a cui abbiamo dovuto assistere noi, quello che abbiamo dovuto subire senz’aver fatto nulla per meritarcelo, come sia potuto avvenire un tale scempio di dignità e intelligenze attraverso la lobotomia di massa, la ripetizione a random delle stesse menzogne, di ragionamenti perversi confusi con analisi politiche indegne perfino del peggior bar di Caracas ma alle quali la gente crede e che hanno inibito, impedito e ucciso ogni capacità di critica e ogni possibilità di scelta consapevole, onesta e libera davvero, e, in virtù di tutto questo un criminale incallito sotto processo  viene ancora votato dal 30% degli italiani, mezzo paese viene riconsegnato a ladri conclamati convinti di vivere in un paese che non c’è, puttane siliconate vengono considerate opinioniste degne di una ribalta pubblica quotidiana e Alessandro Sallusti e Giuliano Ferrara giornalisti da litigarsi nei talk show.  E qualcuno ancora si chiede dove sia il problema di questo paese, se non in un’informazione pietosa e penosa, ecco perché poi quelle rarità che, come scrivevo ieri se ne fottono perché non devono rendere conto a nessun padrone sono considerati fascisti bastonatori, faziosi.

Quelli che rispondono ai desiderata invece, vanno nei talk show, anche se un tribunale li ha condannati per diffamazione.

Ritengo  l’informazione  responsabile del novanta per cento delle porcherie che sono accadute negli ultimi diciotto anni. Gli italiani sono stati disabituati alla conoscenza perché  la maggior parte dei  giornalisti hanno accettato di essere ostaggi della politica, spesso senza opporre nessuna resistenza ma anzi, mettendosi comodi perché è conveniente e questi sono i risultati. 

Il 70% degli italiani vota in base a quello che sente dire in televisione. Non aver risolto il conflitto di interessi, lo ripeterò finché vivo, è una responsabilità STORICA della sinistra e del centrosinistra italiani.