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Aspettando il “severo provvedimento” di alfano. Che non arriverà

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Il 25 aprile andrebbe sospeso fino a data da destinarsi, ripristinato solo quando si riuscirà a ricostruire una democrazia degna di quella Resistenza antifascista che molti ipocritamente commemorano ma poi non le riconoscono nessun valore. 

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Dell’uso sconsiderato del web e della leggenda della zona franca dove tutto è permesso io ne scrivo da molto prima di facebook.  Sono in Rete ormai da una ventina d’anni praticamente tutti i giorni e il modus, l’atteggiamento, il modo di porsi della maggioranza dei suoi frequentatori se possibile è perfino peggiorato dal suo esordio quando almeno ci si poteva giustificare con la curiosità del nuovo strumento di comunicazione.

In Rete non bisogna farsi “belli” raccontando balle ma nemmeno mostrare la parte peggiore di sé, quella che ci si vergognerebbe di esibire nel proprio quotidiano o costruita appositamente a beneficio della propria identità virtuale. 
Non si capisce, invece,  perché questo accada puntualmente, tutti i giorni e ovunque, non solo su facebook  dove almeno la maggior parte dell’utenza ci mette faccia e nome perché obbligata da un regolamento che altrove non c’è ma ovunque dove  in troppi approfittano [ancora!] dell’anonimato per scrivere quello che vogliono. 
Basterebbe considerare il web non un mondo a parte ma una parte del proprio mondo, esattamente come i contesti familiari, amicali, lavorativi, comportarsi nello stesso modo.
Ma evidentemente le frustrazioni, il bisogno di trovarsi il nemico da abbattere quotidianamente a parole perché probabilmente chi agisce così non riesce a liberarsi di quelli reali coi gesti concreti hanno il sopravvento anche sul semplice buon senso che dovrebbe appartenere a persone adulte non solo per data di nascita.

Un idiota è un idiota sempre e ovunque, un deficiente, un deficiente anche se pensa di essere simpatico, un violento fascista resta un violento fascista anche sotto mentite spoglie e in quel caso fa bene a nascondersi.

Non è il posto che fa la gente ma il contrario.  Basterebbe ricordarsi di essere persone serie sempre, ovunque e dimostrarlo. La Rete non è il salotto privato di nessuno, è una casa comune e il rispetto deve diventare obbligatorio e necessario come nella vita di tutti i giorni.  La provocazione tout court, le volgarità anche violente espresse contro le persone alla fine diventano noiose e non dovrebbero piacere a nessuno di quelli che si reputano intelligenti e ben disposti al dialogo e al confronto.  I diritti vanno conquistati, quando dietro l’alibi del diritto alla libera espressione si nascondono altre intenzioni, quando ci si fa scudo del diritto di parola per usare la violenza nel linguaggio, quando si esercita la violenza su chi non può difendersi,  quando  si zittisce l’opinione sana  lasciando spazio all’insulto, agli oltraggi, alle apologie fasciste e razziste con la censura come si fa  nei siti dei quotidiani che si dichiarano liberi  ma poi anche loro agiscono per interesse lasciando spazio alla rissa verbale perché “fa clic” quello non è più un diritto: è un abuso.

Se lo stato per primo premia i metodi fascisti utilizzati dalle forze dell’ordine, non punisce i mandanti ma anzi li premia con promozioni e carriere favolose, agli esecutori dà un’amichevole pacca sulla spalla, non gli toglie nemmeno la divisa, permette senza fare un plissè che un sindacato di polizia dopo aver minacciato e diffamato le famiglie di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi faccia anche l’applauso a quattro assassini, se la politica stessa che nella figura di giovanardi e la santanchè è sempre lì  a dire che le forze dell’ordine svolgono correttamente e onestamente il loro mestiere “nel rispetto dei diritti umani e civili”  come si può pretendere il semplice rispetto delle persone che passa anche per la parola?

Presidente Boldrini,  forse c’è qualcosa di più urgente da fare prima di pensare di tradurre al femminile gli aggettivi che descrivono mestieri e professioni, ci sarebbe da cacciare i fascisti dalle istituzioni e dalla subcultura malata e criminale di questo paese. Questo dovrebbero fare la politica e le istituzioni serie  del paese antifascista.

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Diaz, le ‘mille volte’ di Tortosa: io non mi stupisco – Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano

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L’insostenibile leggerezza dei social network – Guido Scorza – Il Fatto Quotidiano

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Cos’è, niente “je suis Tortosa” stavolta?

Eppure, se vale il principio col quale molti hanno avvelenato la Rete dopo la strage fondamentalista di Charlie Hebdo scrivendo che “tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, anche fosse la più spregevole” dovrebbe valere anche per Tortosa, orgoglioso di indossare la divisa e di difendere a mazzate i “nemici” della democrazia, impersonati da chi dormiva per terra una sera di luglio a Genova.
Così come lo stesso principio deve valere per la Saluzzi che deve sentirsi libera di dare dell’imbecille al campione di Formula uno, deve, dovrebbe valere per gasparri che sempre secondo quel principio ha eccome licenza di poter scrivere pubblicamente ad una ragazzina che siccome è grassa dovrebbe mettersi a dieta e di ipotizzare, interrogando i suoi fan, che le ragazze tornate dalla Siria sono due poco serie che la davano a tutti come fa anche salvini quando scrive le sue scemenze razziste sotto forma di domanda.
Così come io che non mi sono mai sentita né definita nient’altro che me sono libera di scrivere che se De Gennaro, il capo della polizia di allora non fosse stato premiato dallo stato probabilmente i suoi uomini in divisa avrebbero perso un po’ di quella sicumera che li autorizza a tutelare l’ordine con le botte, che in un paese dove i responsabili e i mandanti dei pestaggi e degli omicidi di stato pagano davvero non avremmo assistito all’osceno spettacolo dei rappresentanti di un sindacato di polizia che fanno la standing ovation a quattro assassini mai spogliati della divisa e che il segretario del sindacato non si permetterebbe di dire che una legge civile è frutto del furore ideologico. E il presidente del consiglio non si sarebbe mai permesso di ribadire la sua fiducia a De Gennaro mantenendolo al posto che gli è stato regalato in virtù della sua bravura e competenza.

Benché spregevoli quelle di gasparri e salvini sono opinioni proprio come quella di Tortosa che “rientrerebbe mille e mille volte in quella scuola” nonostante una sentenza della Cassazione che tre anni fa stabilì che i fatti accaduti alla Diaz hanno gettato discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero, un’altra più importante di qualche giorno fa della Corte dei diritti umani europea che ha messo nero su bianco quello che sapevamo tutti ovvero che lo stato a Genova per mezzo del suo braccio armato fascista non si limitò a far rispettare l’ordine pubblico e tutelare la sicurezza dei cittadini ma esercitò violenze, tortura, ebbe comportamenti criminali e in quella occasione come tante, troppe altre fu lo stato il nemico della democrazia, non la gente che dormiva per terra in una scuola e che era andata a dire che non le piaceva questo paese, il mondo così com’era, come è ancora visto che da allora sono perfino peggiorati entrambi.

Dai che prima o poi ci arriviamo tutti alla semplice considerazione che no, non esiste quel diritto di poter dire quello che si pensa sempre, soprattutto se chi pensa di poter esercitare quel diritto è gente che per ruolo e mestiere rappresenta lo stato, quello democratico e dovrebbe dare l’esempio, non mettersi sotto il livello di ciò che dovrebbe contrastare.
Prima o poi capiremo tutti quanti che libertà e diritti non hanno niente a che fare con l’espressione della violenza, fosse anche solo scritta e detta a voce.

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Quando la mela è “sana” come minimo è omertosa, c’è una puntata di Presa diretta sui morti di stato che andrebbe trasmessa nella scuole già dalle medie inferiori.
Perché in questo paese la polizia che picchia è stata sempre autorizzata dai governi di tutti i colori, quando a Napoli durante il vertice Osce ci fu il preludio di quello che sarebbe accaduto quattro mesi dopo a Genova, quando i manifestanti furono portati nella caserma Raniero per essere pestati lontano da occhi indiscreti a palazzo Chigi c’era D’Alema: l’indignato de’ sinistra.
Quindi è inutile nascondersi dietro i propri paraventi dicendo che certe cose possono succedere solo coi governi di destra, ci sono metodi condivisi da tutta la politica che ha sempre autorizzato l’uso violento della forza anche quando non c’è nessun pericolo per la sicurezza nazionale come fu proprio a Genova dove la polizia si comportò come il peggiore dei vigliacchi e infami che colpisce alle spalle.
Ora la politica – nemmeno tutta – arriccia il naso perché dopo i processi farsa, le finte condanne e le promozioni vere, la sentenza della Cassazione che ha raccontato di una polizia che ha svergognato l’Italia agli occhi del mondo è arrivata l’ultima davanti alla quale non ci si può più nascondere, ma l’Italia delle istituzioni non si è indignata nello stesso modo quando a subire la tortura di stato sono stati cittadini singoli, fermati o trattenuti come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini morti di botte e di sistemi coercitivi fuori dalle regole e da qualsiasi diritto, pestati a sangue perché si sentivano male come Federico Aldrovandi e come tutti coloro che nelle questure di tutta Italia da Bolzano a Palermo ricevono il benvenuto dai funzionari di stato in divisa a forza di botte, e quelli che non picchiano ma tacciono e non denunciano i colleghi criminali sono colpevoli esattamente come loro se non peggio.

 

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Stato di abbandono

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“Il governo non ha alcun dubbio sulla qualità e la competenza di De Gennaro, a cui confermiamo fiducia”.
Così Matteo Renzi ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi. 

E anche se li avesse li terrebbe per sé: a capo di Finmeccanica un ex capo della polizia che non sapeva che facevano i suoi sottoposti e un imputato in un processo per strage. E’ tutta una catena di affetti che non si può interrompere.  

Renzi consegna la sua fiducia e quella di tutti gli italiani a De Gennaro senza che nessuno degli italiani l’abbia mai data a lui nell’unico modo possibile, ovvero con delle elezioni regolari e il mandato del popolo “sovrano”.
Se non fosse tragico sembrerebbe una barzelletta, molto più oscena di quelle che raccontava berlusconi che almeno non le spacciava per dichiarazioni ufficiali del governo.

Se Gianni De Gennaro è persona gradita a Matteo Renzi, alle istituzioni e alla politica tutti questi lor signori possono dimostrare la loro fiducia personale, la loro riconoscenza a De Gennaro nel modo che vogliono ma non offrirgli quelle di tutti gli italiani. Quando Matteo Renzi parla di fiducia da presidente del consiglio non si riferisce solo alla sua ma a quella di oltre sessanta milioni di cittadini fra i quali ce ne sono molti che non hanno nessun motivo di essere riconoscenti a Gianni De Gennaro né di avere fiducia in lui.
Anzi.

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Almeno tre pagine aperte su facebook in onore del killer di Milano; in una addirittura si chiede se Giardiello sia un eroe o un assassino con la famosa formula della domanda, quel punto interrogativo alla fine della frase che assolve dalla partigianeria, come dire “io lo chiedo, non dico che è vero”.

Proprio mentre scrivo questo post vedo passare l’ennesima idiozia diffusa da una delle tante pagine fascistoidi nel social che spaccia le sue stronzate per controinformazione e che si rivolge a chi dovrà giudicare il triplice omicida tenendo conto della crisi che ha mandato in rovina tanta gente. Come se fosse stata questa la causa.

Da ieri leggo ipotesi, tentativi di giustificare l’azione criminale di un folle che ha scaricato sugli altri, su gente che non c’entrava niente, non solo i proiettili di una pistola ma anche le sue responsabilità e quasi nulla sulle vittime, anzi si è molto criticato Gherardo Colombo che senza fare nessun parallelo si è permesso di dire che a furia di gettare discredito sui magistrati alla fine qualcuno che crede che i responsabili dello sfacelo italico siano loro si trova, concetto ripetuto ieri sera anche da Di Pietro a Servizio Pubblico quando ha detto che da troppo tempo ormai si cerca di rovesciare le colpe sui giudici e non sui ladri, sui corrotti, sui malfattori che si sono mangiati l’Italia, lo fa la politica, lo fanno i media, da troppo tempo si è ormai affermato il concetto di una giustizia che premia i potenti anche quando delinquono ignorando volutamente il fatto che a premiarli è la politica, non chi deve rispettare le leggi che fa la politica.
Vent’anni di berlusconi hanno prodotto un danno incalcolabile non solo in termini di reputazione collettiva di un paese ma specialmente culturale, ad esempio la semplificazione volgare di fatti gravi che vengono strumentalizzati pro domo qualcuno o qualcosa, il che sarebbe non meno disgustoso ma almeno comprensibile se chi lo fa ne traesse qualche vantaggio come è successo a berlusconi che sapeva benissimo perché doveva insultare i magistrati, che lo faccia la gente comune vittima non dei giudici ma dei truffatori seriali come Giardiello e berlusconi fa venire voglia di espatriare.
Quello che ha fatto Giardiello non era riuscito ai terroristi né ai mafiosi, una persona che entra con l’inganno in un palazzo delle istituzioni armato di una pistola per uccidere va condannata non solo dai giudici che dovranno processare quello che è un assassino: non una vittima né tanto meno un eroe ma da tutti quelli che non pensano che si possano risolvere delle questioni personali ammazzando gente a caso.

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Per avere un prestito in banca o chiedere un finanziamento bisogna meritarsi il titolo di “buoni pagatori”: verrebbe da chiedersi in che modo si possano riavviare molteplici attività dopo altrettanti fallimenti, chi è disposto a dare ancora fiducia e soldi a qualcuno che ha dimostrato ampiamente di non meritarsi l’una né gli altri per incapacità e disonestà manifeste.
Quella di ieri a Milano non è una tragedia della crisi, non si parla del povero imprenditore vessato da equitalia perché costretto ad evadere una parte di tasse per colpa della crisi che gli toglie il lavoro e non può pagare i dipendenti e l’affitto.
Giardiello è un habitué della truffa seriale, uno evidentemente avvezzo a comportarsi fuori delle regole, non una vittima del sistema, anzi le vittime le ha fatte lui non solo ammazzando quattro persone ma quando per  varie volte ha mandato gente in mezzo alla strada e senza un soldo per colpa dei suoi fallimenti.

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Le vignette di Mauro BianiQuando berlusconi attaccava i giudici un giorno sì e l’altro pure, li definiva un cancro, antropologicamente diversi dalla razza umana, quando diceva che i giudici sono matti perché se fossero stati sani avrebbero fatto un altro mestiere alfano era lì, al fianco di berlusconi.
Non risulta che si sia mai dissociato dalle parole del delinquente costituente, anzi è stato proprio alfano ad organizzare e a partecipare non ad una ma a due manifestazioni antigiudici: una a Brescia e l’altra proprio al tribunale di Milano teatro della strage di ieri.
Non si possono avere due facce come il culo contemporaneamente, eh Angelino?
La tragedia di ieri non nasce per caso, ma è una diretta conseguenza della progressiva delegittimazione della magistratura da parte della politica e delle istituzioni, della gran parte dei media,  della propaganda asfissiante contro la magistratura che ha affermato anche fra la gente comune l’idea che la colpa dei provvedimenti penali che possono riguardare chiunque, non solo il potente, sia della magistratura e non della politica che fa le leggi che la magistratura poi deve rispettare.
Se berlusconi non ha avuto i trecentocinquanta anni di galera che gli spettavano la responsabilità dei giudici è sempre relativa alle leggi di cui possono disporre, interpretandole poi per difetto come con berlusconi sulla spinta della pressione politica che in nessun altro paese democratico è capace di condizionare l’operato dei giudici come qui: in nessun altro paese sarebbe stato possibile il rovesciamento delle sentenze solo in certi processi come invece avviene puntualmente qui, o per eccesso quando leggiamo che al vecchietto che ruba la salsiccia gli fanno la multa milionaria.
Basterebbe non avere una legge che preveda il servizietto sociale ai giardinetti per un ladro di quella portata né una che sanzioni il poveraccio che ruba salsicce per fame con la multa milionaria.
Ma queste sono cose di cui si deve occupare la politica che invece in materia di giustizia è sempre lì ad occuparsi di se stessa, non i magistrati che diversamente dalla politica almeno ci provano a contrastare il crimine.

Una cosa è lo scetticismo popolare dovuto alla fragilità del nostro sistema democratico e un’altra far credere che la magistratura sia al servizio di chissà quale associazione segreta, che abbia chissà quali obiettivi sul filo dell’eversione e si diverta a correre dietro a ladri e corruttori con lo scopo di “sovvertire le scelte degli italiani” come invece hanno fatto e continuano a fare la politica e una buona parte dell’informazione ogni volta che i giudici devono confrontarsi con qualche indagato o imputato “eccellenti”.
E’ assolutamente insensata la campagna di discredito verso la magistratura che va avanti da quando berlusconi ha messo piede in parlamento e nella politica, perché troppa gente ha creduto davvero alla storiella della ‘guerra fra guardie e ladri’.
Nel paese normale non c’è nessuna guerra, c’è semplicemente la giusta dinamica fra la criminalità e chi la combatte.

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– Chi spera, chi spara –

Marco Travaglio, 10 aprile

Forse esagera Gherardo Colombo, sopraffatto dall’emozione per l’assassinio dell’ex collega e amico Ferdinando Ciampi, quando collega la sparatoria di ieri al Palazzo di Giustizia di Milano al “brutto clima” che si respira intorno alla magistratura. Ma il folle ragionamento che ha portato il killer Claudio Giardiello a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato-testimone, e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito né isolato. Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati che l’hanno scoperto, invece di guardarsi allo specchio e battersi il mea culpa sul petto. E siccome gli imputati eccellenti possiedono giornali e tv, o hanno amici che li possiedono, o avvocati in Parlamento, o magari vi siedono essi stessi, sono riusciti a dirottare l’attenzione dai crimini e da chi li commette verso i pm che li smascherano e i giudici che li processano.

Da dove nasce l’ossessione contro i magistrati, i pentiti, i testimoni e le intercettazioni, che ha prodotto una raffica di leggi per smantellare i più preziosi strumenti di indagine e di raccolta delle prove, se non dall’ansia di una classe dirigente ad altissimo tasso criminale di liberarsi del controllo di legalità per delinquere indisturbata? È la stessa radice “culturale” che ha appena prodotto la legge – unica al mondo – sulla responsabilità civile dei magistrati, che consente a qualunque imputato (nel penale) o denunciato (nel civile) di chiedere i danni allo Stato – senza filtri di ammissibilità – per qualsiasi decisione sgradita del suo giudice, nella speranza di costringerlo ad astenersi, cioè di sbarazzarsene al più presto e di trovarne un altro più morbido o più spaventato.

Il killer Claudio Giardiello non disponeva di questi strumenti per spaventare i suoi giudici. Non aveva un partito alle spalle, né avvocati famosi e/o parlamentari, né tv o giornali disposti a scatenare campagne mediatiche a suo favore. Non poteva contare su una maggioranza parlamentare pronta ad approvare mozioni sulla nipote di Mubarak. Né sguinzagliare 150 fra deputati e senatori per cingere d’assedio il Palazzo di Giustizia di Milano, come fecero gli eletti del Pdl l’11 marzo 2013, prima con un sit-in sulla scalinata e poi con l’ascesa in massa fino all’aula di Tribunale al quarto piano, dove si celebrava una delle ultime udienze del processo Ruby. Chissà se quell’indegna gazzarra è tornata in mente al cosiddetto ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il quale, due anni fa, guidava la falange berlusconiana all’assalto del tribunale milanese.

E ieri balbettava, alle prese con l’ennesima catastrofe della sicurezza nazionale nello stesso identico edificio. Il tutto, a due settimane dall’inaugurazione di Expo nella stessa identica città, Milano, che dovrebbe essere la più presidiata d’Italia, dopo le ricorrenti minacce dell’Isis in vista dell’evento.

Il fatto poi che a garantire la sicurezza (si fa per dire) del Palazzo di Giustizia di Milano – come di quasi tutti quelli del resto d’Italia – sia una ditta di vigilanza privata aggiunge un tocco di tragicommedia al tutto. Pochi lo sanno e molti l’hanno scoperto ieri: ma da anni non sono più i carabinieri e le altre forze dell’ordine a presidiare i tribunali. Sono imprese di guardie giurate a cui lo Stato (si fa per dire) ha deciso di appaltare il servizio di sorveglianza dopo averlo “esternalizzato”. Esattamente come ha fatto con il servizio delle intercettazioni, affidato a ditte private, da cui lo Stato affitta ogni anno le apparecchiature con costi esorbitanti (senza contare quelli che impongono le compagnie telefoniche allo Stato concessore incapace di imporre loro il servizio gratuito). Salvo poi scoprire, per esempio, che il manager della milanese Research Control System, appaltatrice delle intercettazioni delle Procure di Milano e di Palermo, aveva rubato la bobina di un colloquio segretato tra Fassino e Consorte e l’aveva donata a Berlusconi per il Natale del 2005, e soprattutto per la campagna elettorale del Giornale del 2006. La stessa fu poi incaricata di distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano sulla trattativa Stato-mafia il 22 aprile 2013, dopo la sentenza della Consulta. Con quali garanzie di segretezza, meglio non pensarci.

È la privatizzazione strisciante della giustizia e dell’intero Stato, che accomuna i governi degli ultimi anni, di destra e di sinistra, politici e tecnici, all’insegna – tutta da verificare – del risparmio e dell’efficienza. Chi ha mai condotto una seria analisi del rapporto costi-benefici dell’esternalizzazione del servizio di intercettazioni e, soprattutto, di vigilanza nei tribunali? Davvero ingaggiare dieci o venti contractor costa meno che piazzare agli ingressi altrettanti carabinieri o poliziotti? E come vengono scelte le imprese appaltatrici dai Comuni e dal Viminale? E queste con quali criteri assumono il personale? Siamo sicuri che, a vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità di magistrati, avvocati, testimoni, imputati, parti civili, collaboratori di giustizia, uomini delle scorte e personale ausiliario, non ci sia qualche mafioso o qualche amico degli amici? O, più semplicemente, qualche travet con la divisa e il pistolone che ama giocare alla guerra ma, al primo cenno di pericolo, corre a nascondersi al cesso o sotto un tavolo per portare a casa la pelle? Per queste ragioni, alcuni anni fa, i pm di Palermo si ribellarono alla proposta di privatizzare la sicurezza del loro Palazzo di giustizia, che infatti è uno dei pochissimi ancora presidiati dall’Arma. Di questo si dovrebbe discutere al Csm, in Parlamento e in Consiglio dei ministri, ora che si chiude il pollaio quando la volpe è entrata. E con la massima naturalezza è riuscita là dove avevano fallito persino i terroristi e i mafiosi: fare strage in un’aula di tribunale.

Italia: stato di figli, figliastri e figli di nessuno

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Sottotitolo: all’epoca della sentenza che ha condannato Fabrizio Corona anch’io pensavo ancora che non bisognava fare il distinguo, che un reato è un reato e che chi si pone oltre il rispetto della legge va punito di conseguenza. Ma nel frattempo sono accaduti tanti fatti gravi, gravissimi che la giustizia non ha considerato con lo stesso rigore applicato a Corona. Impossibile quindi avere oggi le stesse opinioni di ieri. Il modo in cui vengono trattati certi reati, ma specialmente chi li commette,  inevitabilmente modifica poi, da parte della pubblica opinione l’idea di affidabilità e di serietà dello stato nella figura delle sue istituzioni. 

Preambolo: “Frequentazioni criminali e atteggiamenti fastidiosamente inclini alla violazione di ogni regola di civile convivenza a cui si sommano numerosi e cospicui precedenti penali, senza dimenticare la ricerca ad ogni costo di facili [ed illeciti] guadagni e condotte prive di scrupoli volte ad accaparrare risorse da investire in un tenore di vita lussuoso e ricercato”.

Una descrizione che potrebbe essere applicata non solo a berlusconi ma anche alle decine di persone colpevoli di essersi arricchite a danno dello stato. Comportamenti che nella politica disonesta sono la consuetudine. Amici criminali, sfregio assoluto della legge, delle regole di convivenza civile, comportamenti che delineano una persona socialmente pericolosa abituata a violare la legge, invece questa è parte della sentenza che ha condannato Corona che a differenza dei politici criminali in galera ci è andato per restarci.

Dell’Utri è stato condannato a sette anni per concorso “esterno” in associazione mafiosa che sta scontando dopo un tentativo di latitanza, berlusconi a quattro per frode allo stato ridotti a qualche ora di passeggiatine in giardino coi vecchietti e alla riforma costituzionale con Renzi; i cosiddetti devastatori di Genova, accusati di aver sfasciato cose e non persone hanno avuto condanne anche a dieci anni; tre anni e sei mesi ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi che non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, una sentenza ridicola dovuta al fatto che in Italia non esiste il reato di tortura e ai provvedimenti fintamente pietosi come l’indulto che viene sempre giustificato con la necessità di non infierire troppo sulla microcriminalità che riempie le carceri ma poi agisce soprattutto su quella macro, rimettendo in libertà anche i grandi delinquenti o non mandandoli in galera nemmeno per un giorno come fu ad esempio per  i mandanti dei massacri del G8 di Genova, funzionari di stato, che hanno ottenuto anziché  una giusta condanna, in relazione anche alla loro responsabilità di garantire la sicurezza e l’ordine,  premi, promozioni e avanzamenti di carriera. Ai  politici ladri di stato,  tangentari, corruttori e corrotti il peggio che può capitare è di scontare i domiciliari, poca roba, in case, ville faraoniche frutto della loro disonestà e continuare a ricevere lo stipendio pagato con le tasse dei cittadini onesti. A Fabrizio Corona, invece, tredici anni e otto mesi poi ridotti a nove per il reato di estorsione:  nove anni in galera non c’è rimasta nemmeno la Franzoni condannata a sedici per l’omicidio di suo figlio.
Qualcosa che non va, anzi molto, c’è. Se di riforma della giustizia si deve proprio parlare si potrebbe iniziare da qui, chissà che ne pensa Napolitano.

Marco Travaglio fa benissimo a rimettere ciclicamente sul tavolo del dibattito pubblico la questione della giustizia uguale per tutti, a far notare le contraddizioni di questo stato malato, visto che non lo fa nessuno. 

Non lo fa nemmeno il senatore de’ sinistra Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, quella che ha definito il Kazakistan una dittatura “temperata”, Manconi che si fa promotore, sempre ciclicamente, di provvedimenti di alleggerimento di pene per tutti che invece preferisce andare a piagnucolare sul Foglio di Ferrara di quanto Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano siano brutti, cattivi e giustizialisti, invece di aprire lui la questione sul diritto di una persona che, sebbene abbia commesso dei reati non è giusto che venga trattata e considerata dallo stato italiano peggiore, e di conseguenza meriti una pena detentiva più severa di chi ammazza un ragazzino a calci e pugni a cui viene rifilata una condanna ridicola, di chi ruba ai cittadini e allo stesso stato e viene condannato a raccontare barzellette a incolpevoli anziani ospiti di una casa di cura.
Alessando Sallusti, diffamatore seriale pluricondannato, che per mezzo del giornale che ancora dirige ha messo a rischio e pericolo la vita di un uomo perbene per sei anni, permettendo che dalle pagine di quel giornale si raccontassero menzogne su di lui, la sua vita privata e professionale, è stato graziato su cauzione dal presidente della repubblica in persona. Diffamare qualcuno in Italia costa 15.000 euro, ma solo se ci si chiama Alessandro Sallusti.
E in un paese dove la diffamazione viene sanzionata con una multa come un divieto di sosta e la frode allo stato premiata con la concessione di poter riscrivere niente meno che la Costituzione, il paradigma per la giustizia giusta, equa, uguale per tutti non può essere Fabrizio Corona, che ha commesso sì dei reati odiosi ma la sua colpa più grave è stata quella di andare a commetterli dove non si poteva e non si doveva.
Fabrizio Corona, essendo un frequentatore di un ambiente qual è quello del gossip i cui protagonisti sono i potenti con un sacco di soldi è stato punito così severamente con la galera da scontare, non coi domiciliari in villa, affinché a nessun altro potesse poi venire in mente di fare le cose che ha fatto lui.
E un paese non sarà mai normale finché l’estorsione, ma solo quella al vip, sarà considerata e trattata dalla legge un reato più grave di un omicidio, un sequestro di persona, la truffa allo stato e la diffamazione.  In Italia nove anni in galera non ci resta nemmeno uno stupratore, un assassino.
Corona si è mosso all’interno di un mondo, un ambiente, dove tutto ruota attorno ai soldi, alla superficialità volgare e ne ha semplicemente approfittato, commettendo dei reati, certo, ma non ha ammazzato nessuno né portato un paese al ridicolo etico, morale e al disastro economico, non ha derubato lo stato. 
Senza contare poi che, se il cosiddetto vip non avesse avuto niente da nascondere poteva far pubblicare le foto come se ne pubblicano a centinaia tutti i giorni. Il ricatto, l’estorsione, nasce dalla malafede dell’oggetto delle attenzioni di Corona. Una cosa vecchia come il mondo. Chi ha pagato Corona non è migliore di lui.

E ora graziate Corona – Marco Travaglio

Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno? Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato.

Latitante negli Usa, senz’aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori.   Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente, e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet. I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione   – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale… garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”. Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a se stesso.

 

Meglio tardi che mai: sicuro?

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Diaz, Cassazione: «discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero»

Mauro Biani

Riepilogo, per non dimenticare:  a capo del governo c’era berlusconi, al ministero dell’interno scajola [forse già a sua insaputa], c’erano la russa, fini, il regista, e gasparri che invocavano punizioni esemplari. I mandanti sono sempre gli stessi, cambiano nome ma non ruolo; da Portella della Ginestra alle stragi  neofasciste passando per le brigate rosse, al tentativo di golpe, servizi deviati al soldo del neofascismo e della mafia, la solita gente impunita fino ai giorni nostri.

La notte della Repubblica bis, targata berlusconi, durante la quale lo stato ha usato violenza a gente incolpevole, che dormiva, non ha difeso lo stato da pericolosi terroristi.

Essere un funzionario di polizia in Italia è un privilegio, perché si può tranquillamente tradire lo stato [di diritto?] che si rappresenta massacrando, ammazzando gente a calci e manganellate ed essere giudicati poi secondo la legge di uno stato di diritto.
Non finiremo mai di ringraziare mastella e l’indulto da lui voluto per fare un favore a berlusconi mentre era ministro col governo Prodi, che non si oppose,  decretando di fatto la morte del suo governo, e anche chi in tutti questi anni si è opposto affinché non si istituisse il reato di tortura, visto che la prescrizione ai macellai di stato è scattata proprio sul reato di lesioni e in assenza di quell’indulto molte sentenze avrebbero avuto tutt’altri esiti.

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Nel paese dove la giustizia uguale per tutt* è diventata ormai un’utopia quanto l’uguaglianza che mette quei tutt* allo stesso livello anche per quanto attiene alla giustizia, entrambe ordinate dalla Costituzione e dunque non opzionali ma obbligatorie, il ministro della giustizia  pensa a dei provvedimenti di facciata per salvare la sua faccia e la sua credibilità che lei stessa ha messo in discussione quando, da ministro, si attivò per accelerare i tempi della concessione degli arresti domiciliari all’amica di famiglia Ligresti.  Compito dello stato è – sempre per Costituzione – garantire  i diritti, fra i quali esiste anche quello della restituzione della giustizia a chi ne è stato privato, in special modo con la violenza. In Italia questo non succede  mai quando a commettere violenza e delitti sono i funzionari dello stato, ai quali viene riservato un trattamento diverso concedendo loro una corsia preferenziale anziché agire nei loro riguardi con maggior severità proprio perché rappresentano lo stato. 

G8 Genova, 3 poliziotti ai domiciliari 13 anni dopo. Agnoletto: “Ora le scuse”

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E furono tutti prescritti e contenti

15 giugno 2013

“Dice Amnesty International, che definì le violenze al G8 “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”: “la Cassazione ha ribadito in modo definitivo che a Bolzaneto furono commesse gravi violazioni dei diritti umani, che la sentenza di ieri conferma le responsabilità della maggior parte degli imputati, ma la prescrizione comporta la sostanziale impunità per molti di loro”. E dice anche che da parte dello stato non c’è stata nessuna assunzione di responsabilità nel merito delle violenze.

La mancanza di una legge contro la tortura è una questione politica che la politica non ha nessuna intenzione di risolvere.

Molte sentenze a carico di funzionari dello stato hanno ammesso che quei funzionari in varie occasioni non hanno affatto tutelato l’ordine pubblico ma, al contrario, hanno contribuito in modo violento al disordine però non si possono punire perché [casualmente? eppure è l’Europa che ce lo chiede] manca il reato.

Le sentenze non si discutono? ma per favore”.

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Siamo ridotti talmente male che per festeggiare il compimento della giustizia basta che un processo si concluda con una sentenza. 
Quale che sia. 
Andò così per Federico Aldrovandi nonostante la non condanna dei quattro poliziotti che lo pestarono fino a spaccargli il cuore e a cui lo stato ha avuto la premura di mantenergli il posto di lavoro. 
E’ andata così per silvio berlusconi anche se non risulta nessuna applicazione della sentenza che lo ha condannato e nemmeno se ne parla per adesso, tanto abbiamo tempo: tutta la vita davanti, che problema c’è? 
E anche ora, dopo la non condanna di tre dei responsabili dei massacri di Genova al G8 c’è chi pensa che “giustizia” sia stata fatta. 
Dopo 13 anni, le promozioni in carriera dei vertici della polizia di stato fra cui i “condannati” di ieri, gli insulti a Carlo Giuliani, i non risarcimenti alle vittime della “più grave sospensione della democrazia dopo la seconda guerra mondiale” ordinata e voluta dalla politica ed eseguita dal braccio violento e infame del potere.

 

“Non voltiamo pagina. Per voltarla serve chiarezza su cosa è successo intorno a piazza Alimonda. E poi, ricordiamocelo tutti e con buona pace del giudice Caselli, se i nemici dell’economia imperante al G8 erano tutti quei ragazzi che gridavano ‘un altro mondo è possibile’, oggi i nemici dell’economia imperante sono i ragazzi della Val di Susa. Li caricano come allora e loro, come allora, chiedono giustizia. Attenzione a non girarci dall’altra parte, ancora una volta”. [Don Andrea Gallo, prete del Marciapiede]

E furono tutti prescritti e contenti

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Bolzaneto, Cassazione conferma
tutto: 7 condanne e 4 assoluzioni

Bolzaneto, in Cassazione 7 condanne e 4 assoluzioni. Ma i prescritti sono 37

Chiuso l’ultimo dei grandi processi sul G8 di Genova. Pena massima, tre anni e due mesi, al poliziotto che spaccò la mano a un manifestante. Furono oltre 300 le persone che subirono abusi e minacce nella caserma. Respinta la richiesta di contestare il reato di tortura. Bartesaghi (Verità e giustizia): “Soddisfatti, ora scuse dallo Stato”. Amnesty: “Vergognosa mancanza di assunzione di responsabilità”.

Tutto virtuale.
I risarcimenti che nessuno ha ancora iniziato a pagare così come le condanne tutte ben protette dall’indulto e dalle prescrizioni.
Le botte no, quelle erano vere.
E anche Carlo Giuliani era vero.

 

Nei processi contro i violenti in divisa – quando si riesce a portarli a processo – la prescrizione scatta soprattutto sul reato di lesioni perché in questo paese non esiste il reato che punisce chi abusa in modo violento del suo potere.

I processi avrebbero e avrebbero avuto tutt’altri esiti se nel nostro ordinamento fosse stato inserito il reato di tortura così come esiste in tutti i paesi democratici e civili e come ha chiesto anche l’Europa.

Dice Amnesty International, che definì le violenze al G8 “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”: “la Cassazione ha ribadito in modo definitivo che a Bolzaneto furono commesse gravi violazioni dei diritti umani, che la sentenza di ieri conferma le responsabilità della maggior parte degli imputati, ma la prescrizione comporta la sostanziale impunità per molti di loro”. E dice anche che da parte dello stato non c’è stata nessuna assunzione di responsabilità nel merito delle violenze.

La mancanza di una legge contro la tortura è una questione politica che la politica non ha nessuna intenzione di risolvere.

Molte sentenze a carico di funzionari dello stato hanno ammesso che quei funzionari in varie occasioni non hanno affatto tutelato l’ordine pubblico ma, al contrario, hanno contribuito in modo violento al disordine però non si possono punire perché [casualmente? eppure è l’Europa che ce lo chiede] manca il reato.

Le sentenze non si discutono? ma per favore.

  Tre leggi per la Giustizia e i Diritti. Tortura, Carceri, Droghe.

Se il reato di tortura fosse stato già inserito nel nostro codice penale come ci chiede anche l’Europa che però in molti casi – soprattutto quelli che hanno a che fare con l’applicazione dei diritti civili –  viene bellamente ignorata,  molti processi a carico dei macellai in divisa avrebbero avuto tutt’altri esiti. Non sarebbe scattata la prescrizione proprio sul reato di lesioni al processo per i massacratori del G8, per esempio.

Non avere una legge che punisca la tortura nel paese delle mele marce e delle schegge impazzite significa dare altre possibilità a chi approfitta e abusa del suo ruolo perché sa che dopo non succede praticamente niente.

Povero Stefano, ucciso ancora e ancora

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“Non mi arrendo, mio fratello è morto di ingiustizia” Sei medici condannati per la morte di Stefano Cucchi,arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo all’ospedale ‘Sandro Pertini’. Agenti ed infermieri sono stati assolti. Cinque dei sei medici sono stati condannati per omicidio colposo a un anno e 4 mesi ,il sesto a 8 mesi per il falso ideologico .Le pene sono state tutte sospese. Lo ha deciso la III Corte d’Assise di Roma.

Sottotitolo: l’avvocato di uno degli assolti che esprime sollievo perché, dice, è finito, almeno per ora, “il circo” [sì, ha detto proprio così] allestito intorno alla vicenda tragica di Stefano Cucchi. 
E poteva mancare l’autorevole opinione di giovanardi che da tre anni e sette mesi insulta Stefano e la sua famiglia? ovviamente no, tutti eravamo ansiosi di leggere l’insulto finale di giovanardi che parla di Stefano come di un caso umano con gravi patologie e incapace di gestirsi.
Non si vedeva l’ora che un giornalista coraggioso glielo andasse a chiedere. 
Stefano stava bene quando l’hanno arrestato, ma non fatelo sapere a giovanardi, e nemmeno a quei giornalisti che in tutti questi anni non glielo hanno mai detto né ricordato.

 

Le sentenze, dicono quelli bravi, non si commentano.
Quelle dei processi che vedono imputati uomini e donne in divisa invece si commentano sempre, ché non si sbaglia mai, in questo paese.

Processo Cucchi: assolti gli agenti penitenziari, ovvero quelli che avevano la responsabilità di non far succedere niente a Stefano: appunto li chiamano tutori della legge. 
La condanna a due anni ma con la pena sospesa scatta solo per i medici, rei di averlo fatto morire di fame. 
Singolare poi che ad un ragazzo di trent’anni sia bastato appena qualche giorno per morire addirittura di fame.
E il reato contestato è naturalmente l’omicidio colposo.
Così Stefano per la giustizia italiana è morto solo di fame, appena appena, le foto del suo corpo martoriato dimostrano molto bene cosa può succedere a chi muore di disidratazione e mancanza di nutrimento.

Se ogni volta che dei funzionari dello stato commettono dei reati, anche pesantissimi come l’omicidio se la cavano con la prescrizione, l’assoluzione, se non perdono nemmeno il posto di lavoro com’è accaduto con gli assassini di Federico Aldrovandi, quando addirittura non vengono promossi com’è accaduto coi mandanti e gli esecutori dei massacri al G8 di Genova, questa spirale violenta non s’interromperà mai. 
Ci sarà sempre la prossima volta.

Stefano Cucchi è morto di botte, di fame, di sete e di stato.
Visto che le sentenze sono diventate poco più di un punto di vista tanto sono incredibili nella loro ingiustizia, ognuno ha il suo.
Io, come Ilaria, non mi arrendo.

Il terzo mondo ma pure il quarto, ce l’abbiamo appena fuori dalle finestre di casa nostra.
Non serve allontanarsi troppo.

Hasta siempre, Compagno Andrea

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«Sogno una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna»

 L’ultimo messaggio su twitter di Andrea, è di lunedì sera.

ADDIO DON GALLO, PRETE CONTRO

Il sacerdote si è spento a 84 anni a Genova, nella sua Comunità di San Benedetto al Porto (leggi)
Un Che Guevara con la tonaca sempre al fianco dei movimenti e in rotta con le gerarchie della 

Io trovo del cristianesimo negli altri, trovo del cristianesimo nelle prostitute, trovo del cristianesimo nei miei carissimi barboni, trovo del cristianesimo nell’ateo.. Cioè la buona novella, chi mi dà una buona notizia è un evangelista.
Chi mi dà una cattiva notizia no.. L’aborto no, questo no, questo no, i divorziati no, le coppie eeeh se convivono no, no, no, no, no… e non è buona novella! Non è una buona notizia!

“Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. 
Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri”. [Don Gallo]


Mica parlava di tolleranza, il prete di strada, parlava di accoglienza.
La tolleranza è solo l’anticamera del razzismo, perché significa sopportare qualcuno con rassegnazione od ostilità, solo perché esiste e non si può fare diversamente.
Accogliere, abbracciare, è tutt’altra cosa. E non c’entra niente con la tolleranza.

Il bene che da atea  ho voluto a quest’uomo non lo so nemmeno spiegare.
Il problema non è che una persona della sua età muore, il ciclo della vita si è compiuto nella sua interezza.

Ha lavorato tanto Andrea. 
Il dramma è che non ce n’è un altro come lui, senza togliere nulla a tutti i sacerdoti che davvero si spendono per una causa giusta, per diffondere la cristianità vera, quella dell’altruismo, della solidarietà e non quella di una chiesa opportunista, cattiva, assente nei problemi della gente, che nega i diritti e favorisce la discriminazione, lui era unico.

Ciao, Compagno Andrea