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Archivi tag: Governo Renzi

Scusate, sono il conflitto di interessi, qualcuno si ricorda di me?

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Sottotitolo extrapost: in Francia gli scioperi bloccano le città, a Parigi la Torre Eiffel ieri è rimasta chiusa tutto il giorno a causa delle manifestazioni contro la riforma del lavoro, nessun ministro ha gridato allo scandalo internazionale né il governo ha pensato di ridurre la libertà di dissenso dei cittadini con leggi speciali di stampo fascista.
‪‎Loi Travail‬ è praticamente il jobs act di Renzi che qui è passato con la benedizione di tutti, anche di chi doveva difendere i lavoratori dallo scippo dei diritti.

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natangelo1apr“Non sapevo chi fosse il fidanzato della ‪‎Guidi‬ è il remake di “Ruby è la nipote di Mubarak”.
Per la falsa dichiarazione nell’autocertificazione sul possesso del televisore ora che il canone è diventato obbligatorio perché si paga con la bolletta dell’elettricità è prevista la galera. Non può esistere nessuna normalità democratica in un paese dove se a mentire è il comune cittadino si manda in galera mentre ai politici mascalzoni, gli stessi che fanno le leggi per mandare in galera solo quegli sfigati dei sudditi e che mentono per mestiere non succede mai niente.
Con questi non bastano le elezioni, ci vuole la corte marziale.

Il vulnus della democrazia non sono le intercettazioni come dice il noto delinquente seriale, lo è tutto quello che rivelano, gli intrecci fra la politica e quello che dovrebbe stare ben distante da chi ha ruoli istituzionali, malavita e mafie comprese, ecco perché la politica tutta ritiene che l’uso delle intercettazioni vada limitato.
Nel paese più corrotto d’Europa secondo il rapporto Transparency International 2014 non smentito da quello dello scorso anno che continua a confermare l’alto tasso di corruzione percepita il problema non possono essere le intercettazioni.
Non devono, anzi.
Senza le intercettazioni Renzi non avrebbe mai saputo con chi è fidanzata Federica ‪#‎Guidi‬.
Forse però non servivano le intercettazioni per sapere che l’ex vicepresidente e successivamente presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, ex amministratore delegato dell’azienda di famiglia non era la persona più adatta a ricoprire il ruolo di ministro dello sviluppo economico.
Ormai è diventato luogo comune pensare che sia sufficiente che una persona che entra in politica si dimetta da precedenti incarichi, purtroppo e invece non basta perché dimettersi da dirigente d’azienda non significa smettere di possedere l’azienda.
L’imprenditore è portato per sua natura, per il contesto in cui si è formato il suo vissuto a tutelare la sua proprietà ed è quindi totalmente inadeguato ad occuparsi degli interessi dei molti.
Ci siamo sciroppati vent’anni di berlusconi per niente, per ritrovarci un cialtrone, un bugiardo in un governo illegittimo che aveva promesso che con lui si sarebbero interrotti certi riti mentre non solo non li ha interrotti ma li ha perfino perfezionati.
Se prima gli industriali, i banchieri, i finanzieri avevano comunque la discrezione di farsi rappresentare in parlamento dal politico fidato oggi lo possono fare di persona, continuare a fare i loro interessi da ministri, sottosegretari al bilancio come Paola De Micheli anche lei ex manager nel settore agroalimentare, Poletti, ex presidentissimo delle Coop e nessuno di quelli che dovrebbero dire qualcosa sul conflitto di interessi normato dallo stato trova in tutto questo niente di anormale: la grande stampa italiana, ad esempio.
In un paese di sessanta milioni di persone sembra impossibile trovare dieci, quindici, venti persone a cui affidare incarichi politici di alto livello che non abbiano altri interessi che entrino in conflitto con la politica e nessun governo ha mai pensato né pensa di dover risolvere il conflitto di interessi estirpando il male alla radice.
Solo un gran farabutto poteva nominare ministra dell’industria un’imprenditrice.
In questo paese non manca solo la coscienza civile della gente: manca proprio la gente che fa caso a queste cose.
Tutto passa davanti agli occhi come se fosse normale, anche se di normale non c’è rimasto più niente.
Il conflitto di interessi si è mangiato questo paese e noi non siamo stati capaci di formare una classe dirigente decente che avrebbe potuto mettere un freno a questa indecenza, perché troppi non lo hanno mai considerato un problema.
L’unica legge che avrebbe salvato l’Italia noi non ce l’abbiamo.

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Considerazioni sull’affaire Guidi

L’impalpabile ministra dello Sviluppo Federica Guidi se ne va e un antico adagio consiglierebbe le si facessero “ponti d’oro”. Del resto non si è mai capito bene che cosa apportasse alla compagine governativa questa figlia d’arte educata a una visione punitiva del lavoro (il padre Guidalberto è sempre stato un falco di Confindustria), trascurabile presidentessa nazionale del Rotaract dei Giovani Imprenditori (il club dei padroncini under 40), simpatizzante berlusconiana conversa renziana.

Un personaggio destinato a finire immediatamente nel dimenticatoio se non avesse lasciato, sul davanzale della casetta di marzapane abitata da Maria Elena “Biancaneve” Boschi e dai nanetti del Giglio Magico, la mela avvelenata del coinvolgimento negli affari petroliferi di Total e altri faccendieri

Ora la Boschi potrà ammansirci l’abituale repertorio di ovvietà a propria discolpa. Subito sostenuta dalla canea di orchi da blog che la cordata al potere è solita scatenare contro i critici web.

Eppure le vicissitudini delle due bamboline di governo ripropongono alcune domande di un certo interesse per analizzare dove siamo andati a finire: cosa hanno in testa questi/e giovanotti/e di belle speranze e scarse attitudini, chi li ha condotti per mano alle loro poltrone e perché?

Il primo dato è – al tempo – sociale e generazionale: in larga massima si tratta di borghesucci emergenti (anche se la Guidi è nata “con il cucchiaio d’argento in bocca”) che l’accesso alle stanze del potere e alle relative opportunità in materia di consumo vistoso ha letteralmente fatto impazzire. Finiti i tempi in cui l’outsiderMatteo Renzi girava per Roma sulla giovanilistica smart scassata dell’amico Ernesto Carbone. Oggi ci si compra gli Air Force Oneesibizionisti, così da far schiattare d’invidia la Merkel (che viaggia su un vecchio Lufthansa restaurato); per andare a sciare aCourmayeur ci sono elicotteri di Stato su cui il parvenu può liberamente pavoneggiarsi.

Marginalità gossipare? Nient’affatto, visto che rivelano l’inquietante formazione di una mentalità per cui la “cosa pubblica” diventa “cosa propria”. La relativa interruzione dei corretti rapporti con la realtà tradotta in conseguente estraniazione. Ossia il senso – al tempo – di insindacabilità e invulnerabilità che parrebbe autorizzare comportamenti sull’asse capriccio-abuso, nella presunzione di non dover minimamente essere chiamati a risponderne. Una turbativa patologica del percepito che non si limita alle sedi centrali, ma che abbiamo visto dilagare a 360° in quelle periferiche, in primo luogo regionali (difatti gli attuali reggitori contro-riformisti della cosa pubblica vorrebbero arruolare il nuovo personale senatoriale proprio in tali congreghe ad elevato inquinamento dissipatorio).

 

Si determina così – alla faccia di quei pezzenti dei concittadini – la pericolosissima “sindrome da divinità dell’Olimpo”, a cui tutto è concesso; coltivata per effetto di contiguità pure dai familiari, nei più svariati esercizi di affarismo spregiudicato: dagli istituti bancari agli outlet (finanza di rapina e consumismo bulimico: i grandi business del tempo, secondo i vigenti criteri della neoborghesia accaparratrice).

Stabilito che il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica ha (incredibilmente) meno senso dello Stato di quello (tangentaro) della tarda Prima, sarebbe interessante capire quali siano state le “mani” che ne resero irresistibile l’ascesa. E per quali scopi.

Il secondo quesito ha una facile risposta: la corporazione del potere perseguiva rinnovamenti di facciata per continuare negli antichi andazzi. Più difficile capire chi fossero i veri mandanti; trovare una “pistola fumante” come nel salvataggio della politica corrotta al tempo di Mani Pulite, in cui Marco Pannella inventò l’abile deviazione della questione morale in questione istituzionale, spiegando che con il maggioritario tutto sarebbe andato a posto, e Silvio Berlusconi ci mise di suo la potenza mediatico-comunicativa. Per ora è difficile decifrare l’identità del “grande vecchio” del renzismo: Berlusconi è cotto e cerca solo un buen retiro, Denis Verdini può fare al massimo il capitano di ventura,Giorgio Napolitano era già stato la levatrice di Monti e Letta… Che siano nati sotto un cavolo?

 

 

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Fannullona sarà lei. Anzi, voi

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Tutte le persone che si sono alternate nei governi, li hanno affiancati in qualità di consulenti ufficialmente per migliorare le condizioni di vita, dal lavoro alla salute passando per la scuola non l’hanno mai fatto da persone informate sui fatti. La vita reale non è quella delle lauree, le specializzazioni, i master e il 110 e lode. Non capisce la vita chi gode di una condizione di privilegio, la Fornero come Mieli ma anche la Madia, raccomandata di ferro che ha scoperto di essere stata nominata ministro mentre guardava Peppa Pig che si permette di parlare di aria fritta, aprendo di fatto una polemica utile solo per sviare come al solito l’attenzione dai fatti importanti sapendo che è una polemica che produrrà il solito inutile dibattito e  molti consensi. Il primo quello di Squinzi, presidente di Confindustria. 

Chi dà ragione alla Madia è gente che non sa nulla di quello che avviene nella pubblica amministrazione dove le sanzioni si applicano eccome, così come i provvedimenti disciplinari: allontanamenti, trasferimenti di sede e anche il licenziamento per casi molto meno gravi di quelli che vedono coinvolti  onorevoli e senatori che restano al proprio posto con avvisi di garanzia, rinvii a giudizio e anche condanne: per informazioni chiedere a Denis Verdini, neo padrino costituente, Vincenzo De Luca l’intoccabile e Antonio Azzollini, riparato dalla galera col voto “di coscienza” proprio da quelli che vogliono licenziare gli incensurati. Ma le parole magiche in Italia sono “dipendenti pubblici”, meglio se associate a termini come “fannulloni” e “licenziamento”.  Se il rigore che si pretende dai lavoratori a mille euro al mese e col contratto bloccato da otto anni fosse lo stesso che si chiede alla politica oggi Marianna Madia non sarebbe nemmeno un ministro della repubblica.

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Qualche cenno storico su Marianna Madia

Esodati, Mieli: “Sfortuna che capita, povera Fornero”. E sul M5S: “Loro ricette? Fesserie”

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Secondo Paolo Mieli gli esodati creati dal talento tecnico ma sobrio di Elsa Fornero sono un incidente di percorso, cose che capitano, la poverina è lei che da quando ha messo la sua firma su una legge liberticida, una fucina di miseria e nuove povertà è dovuta emigrare per non essere molestata dalle migliaia di persone che ha fatto incazzare. 

Un po’ come dire che non è colpa dell’ingegnere se i ponti, le strade e i palazzi costruiti secondo il suo progetto crollano: povero ingegnere; oppure non è colpa del medico che sbaglia la cura e la terapia se il paziente muore: povero dottore.
Quando mio figlio a tre anni ha dovuto subire un piccolo intervento chirurgico purtroppo non riuscito bene, al pronto soccorso dove l’ho dovuto riportare d’urgenza una domenica mattina qualcuno mi disse che “non tutte le ciambelle riescono col buco”, come se avessi riportato un capo di abbigliamento fallato a chi me lo aveva venduto.
Ma magari scherzava e io non ho capito.
Lo spirito che anima la dichiarazione di Mieli è lo stesso del papa che si “amareggia”: per Bertone, l’attico, i 200.000 euro sottratti alla beneficenza, tutta la corte ingioiellata che abita al vaticano?
Certo che no, Francesco, il papa “laico” secondo Scalfari e rivoluzionario secondo quasi tutti si amareggia per la fuga di notizie: il problema non sono i comportamenti, le azioni ma come sempre chi porta alla luce contraddizioni, errori e talvolta reati le cui conseguenze poi ricadono negativamente e dannosamente sulla collettività.
Il papa, quello laico e rivoluzionario, invece di dare il benservito a calci in culo ai ladri e bugiardi che si ritrova in casa si addolora per chi fa la spia e in qualche modo cerca di salvare il salvabile com’era già successo col “corvo” di papa Ratzy.
Nella multinazionale della truffa e dell’inganno millenari denominata chiesa cattolica il pericolo arriva da chi denuncia i pericoli, un po’ come nella società reale, nell’Italia sempre ai primi posti nelle classifiche internazionali che la fanno arrivare ultima per decenza, civiltà e correttezza della classe dirigente il pericolo che destabilizza non è la classe dirigente quando fa affari con la criminalità e le mafie, quella che parte per il week end di mercoledì ma poi dà la colpa al senato se le leggi non si riescono a fare e quella che quando fa le leggi è per impoverire, tagliare i diritti, perfino quello alla salute dopo decenni in cui le casse dello stato sono state usate come bancomat dai ladri e truffatori di stato: sono i dipendenti fannulloni da mille euro al mese, un argomento sempre buono per soddisfare la voglia di vendetta dei benaltristi al contrario, quelli convinti che l’opera di moralizzazione debba partire dal basso anche se chi sta in alto è gente che dà tutt’altro che il buon esempio.

Una volta in paradiso ci andava la classe operaia: oggi ci vanno i boss della malavita

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Penultim’ora: sindaco, prefetto, questore e ministro dell’interno non si sono dimessi, però è stata sospesa la licenza all’elicotterista spargifiori in quanto il volo non era autorizzato.
L’unica cosa fuorilegge ieri a Roma erano i petali di rosa.

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Ricordiamoci della vergogna di ieri quando la prossima volta il questore, il prefetto o il ministro dell’interno vieteranno “per questioni di ordine pubblico” una manifestazione pubblica, democratica, alla quale partecipano persone perbene:  studenti, operai, insegnanti malmenati e offesi dalle forze dell’ordine e non un branco di criminali ai quali ieri nessuno ha torto un capello.

Il prefetto di Roma “non era stato informato”, la Curia scarica tutto sul parroco di quella stessa chiesa che negò il funerale religioso a Piergiorgio Welby  che, poverino, “non sapeva” che stava per dare l’estremo saluto ad un criminale con tanto di banda sul sagrato che intonava una sobria melodia come “Il padrino” e la gigantografia appesa sul portone.

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Cavalli e Rolls Royce: l’addio al boss Casamonica
Welby smentisce la Curia: ‘Poster lì dalla mattina’

Chissà che faceva il don mentre organizzavano la scenografia.
Ieri  Roma è stata subaffittata al clan criminale che da decenni se la comanda con l’estorsione, il traffico di droga, il racket della prostituzione e del gioco d’azzardo, l’usura, gli omicidi, i furti: un migliaio e forse più di persone coinvolte in tutto ciò che è criminalità pesante fino alla banda della Magliana a Roma e dintorni, che hanno costruito un patrimonio gigantesco col quale perpetuano l’ottima tradizione di famiglia e nessuno se ne assume la responsabilità. Muore il capostipite del clan criminale e il prefetto aspetta che gli arrivi l’informazione, la telefonata.
È lo stato che controlla i criminali o il contrario?

Monsignor Galantino non ha niente da dire sui “furbi cooptati” e ancorché criminali ai quali la chiesa non nega e non si nega?
Chi ha dato il permesso per la pagliacciata grottesca dei funerali del boss Casamonica con tanto di elicottero dispensatore di petali di fiori a volteggiare in uno spazio pubblico sulla Capitale d’Italia?  Dice il parroco che ha officiato il funerale al boss che “la pietà non si nega a nessuno”, meno però a Piergiorgio Welby, colpevole di non aver voluto continuare a non vivere. Siccome non era bastato lo scandalo di Enrico De Pedis detto Renatino, il boss della malavita che trovò posto da morto nella chiesa di sant’Apollinare sempre a Roma, che fu tolto da lì dopo ventidue anni durante i quali non fu possibile sapere perché un criminale assassino aveva potuto trovare posto fra papi e santi nella casa di Dio perché nessuna inchiesta trovò le risposte, impedite da numerosi fatti “contingenti”, ieri la chiesa ha ribadito qual è la sua idea di famiglia tradizionale e di misericordia.

Ringrazierei i Casamonica per aver tolto anche l’ultimo velo al gigantesco e millenario bluff della chiesa cattolica ipocrita, dalla doppia e tripla morale applicata soprattutto alle possibilità economiche dei suoi frequentatori e poco importa di chi sono i soldi se da oggi stesso le chiese d’Italia e del mondo si svuotassero. Così come avrei ringraziato quelli che hanno pensato che berlusconi poteva essere la risposta giusta alla politica inconcludente, incapace e disonesta se dopo di lui, l’altro mostruoso bluff venduto per politico, imprenditore capace e brillante mentre non era e non è altro che l’ennesimo inconcludente, incapace ma soprattutto disonesto personaggio del grande horror che è la politica di questo paese gli italiani avessero dimostrato maturità nelle scelte, desiderio di un cambiamento vero per rifare questo paese disastrato e disgraziato.
Ma non è così: le chiese non si svuoteranno e la maggioranza degli italiani continuerà a mandare al potere il pifferaio di turno che dice le cose che la gente vuole ascoltare, esattamente ciò che fanno i cosiddetti referenti di Dio dai loro pulpiti anche se poi alle parole non seguono mai fatti concreti, anzi l’azione successiva alle parole non va mai nella stessa direzione ma in quella opposta.
La cerimonia del boss criminale che dopo Roma si merita niente meno che il paradiso ci racconta la storia non solo di Roma ma di un paese che viene segnato da chi ne calpesta strade, piazze, da chi ci vive, lo forma, lo trasforma e lo deforma.
Evidentemente è questa l’Italia che piace agli italiani.
Io stanotte ho dormito pochissimo, questa faccenda mi ha disturbata nel profondo, uno spettacolo osceno che ribadisce, semmai ce ne fosse bisogno, che l’Italia è un paese abbandonato prim’ancora che dai suoi cittadini dalle istituzioni arroganti e oltremodo ciarliere di fronte alle piccolezze ma che chinano il capo silenti davanti al boss e, se esistesse davvero un Dio lo farebbe volentieri pure lui. 

Lo stato col crimine si trova perfettamente a suo agio, fatelo sapere anche a Mattarella che parla di lotta alla corruzione, alla mafia e perfino al terrorismo islamico.
Nel paese dove lo stato contrasta davvero il crimine cose come queste non si fanno perché lo stato per primo non lo permetterebbe.

So che è noioso e banale ripeterlo ma [nel paese normale] prefetto, questore, sindaco e ministro dell’interno si sarebbero già dimessi per manifesta incapacità.

Il paese dei “figli di…”

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Evidentemente la valutazione del governo è stata positiva. E tanto basta per definire di che pasta è fatto il governo di Renzi: la solita, condita con l’autoreferenzialità di casta e priva del senso minimo di responsabilità che un politico dovrebbe assumersi anche quando non gli conviene.

Sottotitolo: bei tempi quando su facebook si litigava perché qualcuno almeno si degnava di chiedere le dimissioni di ministri “inadeguati”.
Ad esempio Renzi.
Quella santa donna della Idem dovrebbe fare una class action contro chi l’ha costretta a dimettersi.
La Cancellieri e alfano no: loro hanno detto “sto”, come a sette e mezzo col cinque, e senza nemmeno soffrire come Lupi che  è uno dei risultati disastrosi delle larghe intese napolitane.  Perché non bisogna dimenticare chi ha voluto a tutti i costi gemellare e unire sotto l’ombrello di una necessità che non c’era gente che non poteva fare altro che produrre i disastri a cui assistiamo senza poter fare nulla. 

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La legge sulla responsabilità civile dei giudici non la chiedeva nessuno: nemmeno l’Europa.
Ma per Renzi era un’esigenza irrimandabile, da approvare in tempi brevissimi.
Quella sull’anticorruzione è chiusa da due anni in un cassetto e non saranno gli “alleluja” di Grasso a renderla operativa ma soprattutto efficace.
Solo uno stato profondamente corrotto intimidisce la Magistratura e lascia in pace i delinquenti, in particolar modo quelli “eccellenti” che piacciono alla destra, al centro e alla “sinistra”.  Il presidente del consiglio non dice nulla sugli arresti “eccellenti” di persone vicine al suo governo e vicinissime ai suoi ministri, così tanto da regalare Rolex a figli che si laureano, però sente il dovere di replicare al Presidente dell’Anm che lamenta un diverso trattamento della politica rispetto ai Magistrati e ai corrotti, che denuncia un governo che fa praticamente il contrario di ciò che dovrebbe mettendo l’urgenza sui provvedimenti disciplinari ai giudici e dilatando oltremodo quelli contro la corruzione che si è mangiata il paese. 

Ad oggi gli unici ad aver provato a ripulire questo paese sono stati i giudici, non la politica che li ha sempre osteggiati e contrastati in tutti i modi.
Non è colpa dei giudici se la politica ha sempre aspettato l’intervento della magistratura ma della politica che non ha mai fatto quello che deve, lo diceva ancora due sere fa Peter Gomez a Piazza pulita ad una frastornata Bonafè che insisteva nel dire che De Luca è stato votato, e finché la gente vota anche i condannati – talvolta anche i pregiudicati – non si può fare diversamente, mentre Gomez cercava di spiegarle che un partito serio non permette a un condannato, sebbene solo  in primo grado di potersi candidare in nessuna sede,  perché le regole del circolo della bocciofila che non manda in presidenza i condannati sono più severe di quelle che si dà la politica, che poi comunque le disattenderebbe come al solito.
Quindi i giudici andrebbero ringraziati, non rimproverati dal Leopoldo sdegnato che invece di agire contro il malaffare e la criminalità, anche quella di stato, ha pensato che fosse più utile e necessario fare strame dei diritti, del lavoro, della scuola: ci sono volute poche settimane per abolire l’articolo 18 ma la legge contro la corruzione è solo una delle tante ipotesi, come il game e over, il daspo per i politici indagati e condannati, del presidente del consiglio che si mette contro i giudici come un berlusconi qualunque.
E’ proprio ‪#‎lavoltabuona‬, come no.

 

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“Giovani choosy che vogliono restare sotto la gonna di mammà, sfaticati senz’ambizioni se non quella del monotono posto fisso”.
Tutte definizioni [relative ai figli degli altri] estrapolate da discorsi di genitori eccellenti di figli che, evidentemente, essendo i più bravi di tutti hanno invece meritato tutto quello che si ritrovano.
Due cattedre nell’università dove guarda caso insegnavano e facevano ricerca mamma e papà come la dottoressa Silvia Deaglio figlia di mamma Fornero, importanti incarichi manageriali strapagati durante e dopo con liquidazioni milionarie come Piergiorgio Peluso figlio di mamma Cancellieri, una vicepresidenza alla banca d’affari Morgan Stanley a 43 anni come Giovanni Monti, figlio del più noto Mario.
E come dimenticare il già viceministro della Fornero, Michel Martone, quello che “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”: figlio di Antonio, magistrato, professore associato a 27 anni, giusto un attimo prima della sfiga.
Alla lista si potrebbero aggiungere altri cognomi illustri: Catricalà, Profumo, Clini, Gnudi, Passera, Balduzzi, Severino i cui figli non hanno il destino e il futuro appesi, ma più che altro demoliti dalle leggi fatte col contributo dei loro genitori essendoseli assicurati per dinastia, si aggiunge ora anche il figlio di Lupi, un altro nato e cresciuto nella sua bella torre d’avorio del feudo Italia dove solo ai “figli di…” viene riconosciuto il merito, le competenze necessarie per accedere ai posti migliori.
Lupi è solo l’ultimo di un elenco odioso fatto di gente che ha letteralmente rubato la vita di chi se la deve inventare dal giorno in cui viene al mondo, e se lui “prova amarezza” per il figlio sbattuto in prima pagina provi ad immaginare cosa proviamo noi che non abbiamo un cognome eccellente, gli amici giusti al posto giusto che regalano Rolex da diecimila euro per tutte le porte sbattute in faccia ai nostri figli che, grazie ai genitori come lui, non possono nemmeno dimostrare quanto valgono.

Per indebolire Letta, mandarlo a casa sereno, Renzi ha usato anche la richiesta delle dimissioni della Cancellieri, fregandosene altamente se questo poteva dispiacere Napolitano, il grande sponsor dell’ex prefetta promossa ministra nel governo di Monti.
Nel caso di Lupi, che nel paese normale dovrebbe essere già a casa e non importa se sereno o no, nessuno vuole darsi reciproci dispiaceri.

Un partito insignificante per la politica come l’Ncd ma che può godere di protezioni altissime grazie alla vicinanza stretta con Comunione e Liberazione, che a sua volta è vicinissima anche al cardinal Bagnasco che pare accorgersi solo oggi che la corruzione in Italia è diventata insostenibile: vent’anni di berlusconi non gli avevano chiarito così bene le idee che può tenere sotto scacco il residuo minimo di dignità della politica e delle istituzioni, il cui unico interesse è che il governo dell’illegittimo non abbia di che preoccuparsi fino alla data di scadenza.

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Il ministro ai dipendenti “Non si accettano regali oltre 150 euro di valore” – Sebastiano Messina, La Repubblica, 18 marzo

Un anno fa Lupi firmò il codice etico del suo dicastero che vieta di ricevere doni o benefici come un Rolex o un lavoro.
La regola che dovrebbe spingerlo a dimettersi subito, il ministro Maurizio Lupi l’ha scritta lui stesso il 9 maggio dell’anno scorso. E’ il Codice Lupi, un decreto che fissa in maniera chiarissima cosa è tassativamente vietato a tutti i dipendenti del suo ministero, applicando il Codice Etico approvato dal governo Monti. Articolo 4: «Regali, compensi e altre utilità». Comma 2: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore», ovvero «non superiore a 150 euro». Queste sono le regole etiche di cui il ministro pretende l’assoluto rispetto da parte dei dirigenti e dei funzionari che lavorano con lui: mai accettare, «per sé o per altri», regali imbarazzanti come un Rolex o «altre utilità» come l’assunzione di un figlio.
Dunque il ministro sa benissimo come bisogna comportarsi in un ministero, visto che la norma l’ha scritta lui. In realtà, è stato obbligato a farlo. Il merito è di Mario Monti, che l’8 febbraio 2012, come titolare ad interim del ministero dell’Economia e delle Finanze, inviò una circolare ai suoi dirigenti che finì sui giornali perché a partire da quel giorno proibiva le spese di rappresentanza, le consulenze e i convegni. Minore attenzione fu inevitabilmente dedicata alla seconda parte della circolare, quella in cui Monti imponeva il rigoroso rispetto di un codice etico per i regali, vietando di accettare, «per sé o per altri, beni materiali quali regali o denaro, o beni immateriali o servizi e sconti per l’acquisto di tali beni (…) che eccedano il valore di 150 euro». Poi, per essere ancora più chiaro, il presidente del Consiglio aggiungeva: «I regali e gli omaggi ricevuti (…) in ogni caso devono essere tali da non poter essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio».
Ma quel governo non si accontentò di una circolare. E prima di uscire di scena approvò il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, un regolamento previsto dalla riforma Bassanini del 2001 ma inutilmente atteso da dodici anni. Alla voce «regali, compensi e altre utilità» il Codice – che porta la firma del ministro Patroni Griffi – ripeteva esattamente il divieto imposto da Monti: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri…». Poi però rinviava a ciascun ministero il compito di emanare un decreto ad hoc, che adattasse quella regola ai meccanismi dei suoi uffici. Così il 9 maggio dell’anno scorso la pratica è arrivata sul tavolo di Lupi, che ha firmato le norme valide per il suo ministero.
Ma lui che ha scritto il Codice Lupi, invece di dare l’esempio è stato il primo a non rispettarlo. Ha lasciato che un imprenditore al centro di appalti miliardari – capace di dirigere i lavori di 17 opere pubbliche contemporaneamente – regalasse a suo figlio Luca un Rolex Daytona, il più ambito dai collezionisti, un orologio da 10 mila euro. E non ha battuto ciglio quando lo stesso imprenditore, Stefano Perotti, un anno fa ha fatto assumere il giovane Lupi da suo cognato, spiegando che «il ragazzo deve prendere 2000 euro più Iva mensili ». Regali e favori che erano evidentemente destinati a ottenere la benevolenza del ministro e che Maurizio Lupi ha accettato: non per sé, ma «per altri», ovvero per suo figlio.
Non basta, come fa il ministro, prendere le distanze da quell’imbarazzante dono del Rolex: «L’avesse regalato a me non l’avrei accettato » ha detto al nostro giornale. Chi ha visto «I tartassati» – il magnifico film di Steno del 1959 – ricorda che a un certo punto il maresciallo della tributaria (Aldo Fabrizi) si accorge che il commerciante evasore (Totò) sta cercando di corromperlo svendendo a sua moglie un abito con l’improbabile sconto del 70 per cento. «Posalo» ordina il maresciallo alla moglie. Ecco, il ministro avrebbe dovuto imitare il maresciallo Fabrizi, e fare la stessa cosa: ordinare al figlio di restituire immediatamente quell’orologio. Ma lui non lo ha fatto, ha accettato che un suo familiare ricevesse un costosissimo regalo. Altrettanto zoppicante è la sua autodifesa sul lavoro che Perotti, tramite il cognato, ha procurato a suo figlio. «Per tutta la vita ho educato i miei figli a non chiedere favori» ha assicurato Lupi. Ha fatto benissimo. Ma avrebbe dovuto aggiungere che non bisogna neanche accettarli, i favori, soprattutto se a farli è un imprenditore che lavora con il ministero di papà. E forse è vero che lui non ha mai chiesto nulla, a quel potente imprenditore a casa del quale andava così spesso a cena. Eppure, come direbbe lui stesso se un dirigente fosse colto a violare il Codice etico in materia di regali, certi doni non basta non chiederli: non bisogna accettarli, né per sé ne per altri, se «possono essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio». Questa è la vera colpa politica del ministro. Che oggi non è più moralmente legittimato a chiedere ai suoi sottoposti il rispetto di regole che lui per primo ha infranto. E’ il Codice Lupi che oggi inguaia il ministro Lupi.

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FACCE DI BRONZO – Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano, 18 marzo

Lo scandalo è bello grosso e infatti di prima mattina eccoli paracadutati nei talk show per difendere l’indifendibile, negare l’evidenza, confondere le acque. In missione per conto di Renzi, in quel di Agorà (Rai3), la parola all’onorevole Ivan Scalfarotto, trascorsi decorosi per i diritti civili, oggi detergente multiuso. Prova “schifo” Ivan Mastro-lindo e vorrei vedere voi a passare lo straccio sul sistema Incalza, 35 anni di appalti, 14 inchieste, un vorace amico detto Pigliatutto. Niente paura, l’ottimo governo lavora indefesso per il bene comune e la puzza diventa odor di gelsomino. Nello studio delle facce di bronzo “siamo tutti garantisti” che per l’uso smodato del termine ricorda il patriottismo secondo Samuel Johnson, ultimo rifugio dei farabutti.

Il ministro Lupi non è indagato, lasciamo lavorare i magistrati, nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, non esistono più le mezze stagioni. E la legge anti-corruzione che giace da due anni? Utile approfondimento. E il premier che voleva il Daspo per i corrotti? Quando mai. La consigliera Ncd non finge di turarsi il naso. Lupi deve dimettersi? Giammai. E il figlio di Lupi? E il Rolex da diecimila euro? E l’assunzione presso lo studio Pigliatutto? E l’abito su misura? Niente persecuzioni. Si chiude con l’ossessione Salvini e i clandestini di Crotone, “che vogliono il wi-fi, ma non le lasagne”(mah).   Possibile che nulla riesca a scuoterli? Che il format sia sempre lo stesso, un compitino scritto per non dispiacere ai capi ? Mai che qualcuno dica: sì abbiamo sbagliato, fingevamo di non vedere che l’inamovibile supermanager era il palo di un sistema tangentizio che faceva comodo a tutti. E quando dal passato è apparso sullo schermo Antonio Di Pietro che nessun ladro ha fatto fesso, di fronte alle parole di plastica abbiamo provato nostalgia per la cruda umanità di Tangentopoli.

 

Tana libera tutti? No, solo lui. Sempre lui

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Hanno fatto indignare mezza Italia per mandarlo a dormire al quirinale? Dove s’appoggia s’addormenta. E nessuno che chieda mai scusa.

Preambolo: chissà se chi ha messo per iscritto la regola che prevede la presenza dei capipartito ai riti ufficiali della “democrazia” poteva immaginare che un giorno sarebbe servita a permettere ad un delinquente seriale di parteciparvi.

Non servirebbe nemmeno la condanna per frode per tenere lontano berlusconi dai palazzi.
Basterebbe ricordarsi di Vittorio Mangano, l’ergastolano che la mafia gli aveva messo in casa: l’eroe, di forza Italia fondata su richiesta di cosa nostra per interposto dell’utri per mettere al bando un simile personaggio da ogni contesto della società civile e da ogni ambito della politica.

Se la cosiddetta ragion di stato non prevede che negli affari di stato venga inserita anche un’etica, un’opportunità che siano di esempio e che impediscano ad un pregiudicato di poter essere considerato un uomo dello stato, uno a cui far decidere di riforme costituzionali, di leggi significa che non c’entra niente lo stato ma solo e soltanto i soliti interessi di casta. In nome dell’unità del paese, delle famose ricuciture promesse dal neo eletto al Quirinale e per tacere delle portentose riforme di Renzi si può e si deve sacrificare anche il senso minimo della decenza? Sarebbe ora che sia berlusconi ad adattarsi alla sua realtà privata, di cittadino che ha scelto spontaneamente di mettersi al di fuori delle regole e delle legge, smetterla di pretendere che si faccia il contrario obbligando un paese intero ad adeguarsi a berlusconi.
 Dalle bocche e le tastiere di quelli sempre col vassoio in mano dell’informazione à la carte non è uscita una parola a proposito di opportunità, di senso del decoro istituzionale, di quel bon ton che una volta veniva utilizzato perfino nel linguaggio della politica ma che oggi non bastano per chiudere la porta in faccia ad un pregiudicato delinquente. Al contrario i giornalisti, specialmente di area piddina gongolano del grande senso dello stato di Mattarella che ha telefonato personalmente e berlusconi per invitarlo a palazzo, per lui c’è sempre il trattamento ad personam.

Inutile parlare di lotta alla mafia se poi la mafia si fa entrare nella casa di tutti gli italiani.
La lotta alla mafia si fa, non si dice.
O, perlomeno, si può anche dire ma solo se alle parole poi seguono i fatti.
E per farla sul serio bisognerebbe non permettere agli amici della mafia di interferire nelle faccende di stato.
E’ giusto che l’arbitro sia imparziale, ma il garante non può non tenere conto che esistono dei principi e dei valori che non possono essere barattati con l’incoerenza dettata dalla tradizione di un cerimoniale che, quando è stato pensato non è stato certo realizzato in funzione di chi non ha i requisiti adatti per poter partecipare al rito più importante per la politica di un paese qual è l’elezione del presidente della repubblica, del capo dello stato.
Io, e credo di non essere la sola, oggi mi sento offesa, stanca di dover assistere allo spettacolo osceno di uno stato e delle istituzioni che in virtù della scelta di una minima parte di italiani a cui piace farsi rappresentare da un indegno, costringono tutti gli italiani a dover sopportare l’indegna presenza all’interno di quelle istituzioni che dovrebbero garantire almeno il rispetto dei principi e dei valori minimi: il rispetto della legge e dell’uguaglianza, quei diritti e doveri scritti sulla Costituzione da persone che non avrebbero mai pensato che un giorno sarebbero stati travolti, stravolti e cancellati a vantaggio di un traditore dello stato e del paese.

In questa giornata particolare che segna un altro punto a favore della divisione fra le istituzioni e la gente rivolgo un pensiero affettuoso alle famiglie di tutti i suicidati di equitalia per poche migliaia di euro, talvolta anche meno e a tutti i detenuti in Italia per reati infinitamente meno gravi di quelli commessi da berlusconi.

 

IL MIRACOLO DEL CONDANNATO B. DA CESANO BOSCONE AL COLLE (Carlo Tecce)

E PERCHÉ RIINA NO? (Massimo Fini)

 

Sottotitolo: la politica ha avuto vent’anni di tempo per darsi una regola, per fare in modo che bastasse almeno una condanna definitiva a togliere di torno il politico delinquente, visto che come diceva Borsellino quando implorava che fosse la politica a fare pulizia prima della Magistratura alla politica non va bene, non lo sa fare, non lo può fare, evidentemente. Ragioni di stato a noi sudditi sconosciute.
Una frode fiscale delle dimensioni di quella commessa da berlusconi altrove da qui sarebbe costata almeno centocinquant’anni di galera come al povero Bernard Madoff che non ha mai pensato di chiedere per precauzione la cittadinanza italiana.
Visto che qui centocinquanta anni di galera non li danno nemmeno ai serial killer sarebbe auspicabile che ci fosse almeno un modo, civile e democratico, ad esempio una legge, per allontanare dalle sedi istituzionali uno col vizio della delinquenza ai danni di tutti i cittadini.
Una volta e per sempre, indipendentemente dal seguito che ha, che siano elettori o fan, perché quello che vale per berlusconi allora dovrebbe valere anche per la rockstar, il campione di sport che pure hanno un loro seguito in molte migliaia e milioni di persone che si dispiacerebbero  se il loro idolo venisse perseguito dalla giustizia.
Un delinquente resta un delinquente, anche se lo votano dieci milioni di persone che su sessanta costituiscono solo una piccola minoranza.

A berlusconi degli interessi del paese e dello stato non è mai fregato nulla. Ed evidentemente nemmeno a quelli che hanno lottato con pervicacia affinché potesse arrivare fino ad oggi.

Le regole sono buone quando facilitano la civile convivenza, la rendono il più possibile armoniosa, equilibrata.
Ma quando la regola cozza anche col semplice buon senso significa che non è una buona regola, che sarebbe il caso di modificarla affinché sia applicabile alle cose che si fanno senza dare fastidio a nessuno.
Ad oggi il buon senso ispirato da quei principi che dovrebbero essere universalmente condivisi è ancora il miglior antidoto ai comportamenti incivili: non ce lo deve dire la legge che non si ruba, non si uccide, sono cose che sappiamo perché qualcuno che le ha imparate prima di noi ce le ha insegnate, e noi facciamo lo stesso con le nuove generazioni che vengono al mondo.
La stessa cosa vale per le leggi dello stato: il semplice buon senso di chi è chiamato a chiedere il rispetto di quelle scritture dovrebbe suggerire che ci sono cose che sarebbe meglio non fare, anche se la regola pensata in tempi diversi da quelli attuali quando molte cose non erano uguali a quelle di oggi, dice che si possono fare.
Ogni riferimento all’increscioso e miserabondo, tragico spettacolo dell’ex presidente del consiglio, ex senatore, ex cittadino meritevole di qualsiasi privilegio in quanto ex persona onesta e ritenuta indegna per sentenza che oggi si aggirava nella casa più alta della democrazia non è casuale.

Silvio Berlusconi libero per l’8 marzo: un regalo a tutte le donne!

Immagino il figurone che faremo in ambito internazionale.
Da oltre vent’anni tutta la politica paga in termini di discredito planetario la presenza di berlusconi nelle istituzioni, perfino il reazionario Luttwak non si capacita del perché sia ancora così presente anche nella sua veste di pregiudicato ma evidentemente non ne ha ancora abbastanza, la politica.
Non è ancora il momento di chiudere con lui.
Non arriva mai, quel momento.

L’altro giorno nel mio stato di facebook avevo scritto che mi era piaciuta la visita di Mattarella alle Fosse Ardeatine quale primo atto dopo la nomina a capo dello stato, perché la politica è fatta anche di simboli e di gesti altamente istituzionali. 

E il presidente della repubblica antifascista ha fatto benissimo ad andare a rendere omaggio alle vittime del regime nazifascista.
Ma la politica è fatta di gesti non solo simbolici ma anche opportuni.
Ecco, a me non è sembrato opportuno che Sergio Mattarella abbia invitato berlusconi alla cerimonia del suo insediamento ufficiale.
 Non solo per le questioni relative alla condanna che pure dovrebbero bastare per tenere berlusconi lontano distanze siderali dai palazzi ma proprio per la storia personale e pubblica di berlusconi.
Trovo alquanto singolare che un uomo devoto, cattolico, che alla prima uscita da eletto alla presidenza della repubblica si fa fotografare con delle suore davanti ad una chiesa possa trovare opportuna la presenza di una persona che al di là della vicenda penale che la riguarda ha avuto uno stile di vita sempre fuori dalle regole minime di etica e della giusta morale, del rispetto che dovrebbe mettere in pratica un uomo delle istituzioni qual è stato, purtroppo, silvio berlusconi.
E penso che l’uomo di stato Mattarella, il presidente che vuole essere di tutti, il garante e il custode delle regole che si è impegnato a ricucire gli strappi dovrebbe tener conto anche di queste cose visto che molte delle ferite ancora da rimarginare di questo paese portano la firma di berlusconi.

Il fatto che un paese intero debba essere ancora appeso alla vita di berlusconi, ai reati di berlusconi, all’accomodanza della politica e delle istituzioni con berlusconi è diventato umanamente inaccettabile.

Tutti insieme smemoratamente – Piergiorgio Paterlini

Ma sì, va bene. Anzi, benissimo.

Il buon esempio ai giovani, prima di tutto.

Riconciliazione. Pacificazione. Distensione.

One one one.

Ma sì, è giusto. Bando ai vecchi rancori.

Bando al moralismo catto comunista, come predica da anni Giuliano Ferrara. Chi è che non ruba, non froda il fisco, non paga delle minorenni per fare sesso, non dice clamorose bugie davanti ai tribunali e alle istituzioni più sacre e alla nazione tutta? Chi è che non ha nulla da nascondere su una giovinetta di Casoria? Alzi la mano chi non ha mai fatto le corna durante lo scatto ufficiale a un vertice dei ministri europei. E allora.

Berlusconi invitato d’onore al Quirinale. Molta gente lo ama, quindi i reati sono prescritti, anche quelli (i pochissimi) non prescritti. Cacciato dal Senato, torna al Quirinale immacolato, il giaguaro è smacchiato. (Se poi Renzi gli lascia, come pare, anche il regalino del 3% sull’evasione fiscale, con tutti gli onori verrà riabilitato).

E da domani, Pietro Maso a tenere corsi di formazione nelle scuole sul rapporto genitori-figli. Ha ricevuto migliaia di lettere in carcere, tra fan e candidate fidanzate. Tutte quelle lettere lo legittimano almeno quanto i voti.

La signora Franzoni ai corsi pre-parto. Anche lei ha innumerevoli sostenitori. Anche lei perseguitata dalla giustizia.

Renato Vallanzasca capo della formazione nazionale dei bancari.

Renato Farina a dirigere i corsi triennali di aggiornamento obbligatorio per i giornalisti.

Renato Brunetta Magnifico Rettore dell’Università del bon ton per Signore.

Vanna Marchi a dirigere i Tg. Bisogna essere davvero bravi per riuscire a vendere tutti i giorni tante patacche come fossero cose serie, cose salutari, cose vere.

I reati? La corruzione? Il malcostume? Prescritti dimenticati irrilevanti, di fronte alla pacificazione universale. Vuoi vedere che questo è l’Anno Santo e mi era scappato? Che siamo alla grande (s)vendita delle indulgenze e non me n’ero accorto? Tre Pater Ave Gloria e chi si è visto si è visto.

Sono in pessima compagnia, lo so, però per me è una vergogna, un antipersonalismo malinteso, un pessimo colpo di spugna quell’invito di Berlusconi al Quirinale.

Ai grandi peccatori era richiesto almeno il pentimento prima di essere riammessi in chiesa. Perché il perdono non fosse scambiato per connivenza, qualunquismo (a)morale, legittimazione del male.

La destra tutta legge, ordine, patria e galera, ma anche la “sinistra” non scherza

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Questo è il tweet nel quale un indignatissimo Alemanno un anno e mezzo fa prometteva o per meglio dire minacciava la querela a Milena Gabanelli e a Report che avevano iniziato ad indagare sui fatti di Mafia Capitale che l’inchiesta Mondo di mezzo ha solo confermato.

Alemanno ha estorto il voto ai romani dopo lo stupro e l’omicidio di Tor Di Quinto con la promessa di rendere la Capitale d’Italia un’isola felice. E’ poi migliorata Roma con lui? Naturalmente no, ma ai poveretti creduloni, agl’imbecilli fascisti che lo votarono è bastato vedere qualche sgombro ogni tanto per pensare che la soluzione fosse quella, che per ripristinare la sicurezza a Roma bastasse cacciare gli “zingari”, ma la criminalità, quella vera, quella che estorce, minaccia, si incista nell’amministrazione politica, quella che un tempo ammazzava senza pietà con alemanno sindaco è perfino aumentata, fino ai livelli che abbiamo scoperto oggi.
Parlando poi di destra tutta legge, ordine, patria e famiglia mi chiedevo come mai casapound non organizza nessun presidio, nessuna protesta per questi motivi.
Quali sono gli interessi e di chi, soprattutto, che sostiene questa banda di fuorilegge, se questo fosse un paese normale, capace di mettersi al fianco di salvini e borghezio per difendere l’Italia dalle invasioni ma che poi è costretta a tacere di fronte all’invasione vera dei delinquenti veri, loro compagni di merende.
Dove sono tutti quelli sempre in prima fila contro il pericolo dell’estensione dei diritti, quelli che difendono la famiglia tradizionale, l’italianità, il crocefisso nelle scuole e il presepio.

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Se Standard & Poor’s ha posizionato l’Italia appena un po’ prima il livello spazzatura e il Censis la dà praticamente per spacciata significa che l’articolo 18 non c’entrava niente.
Significa che le riforme in questo paese non passano per l’abolizione dei diritti e significa che i parametri coi quali le varie agenzie di controllo giudicano l’Italia sono altri.
Ad esempio quella corruzione che porta l’Italia al primo posto in Europa.
Significa che hanno mentito tutti, a cominciare da Napolitano che ha messo fretta alla conclusione del disastro perché sua maestà è stanco e vuole ritirarsi a miglior vita da vivo, che ha mentito la maggior parte dell’informazione che ha abbindolato gli italiani su quanto fossero urgenti e non più rimandabili le cosiddette riforme di Renzi, il quale parla di “sistema che fa schifo” a proposito dell’inchiesta su Mafia Capitale come se fosse un alieno arrivato da chissà quale pianeta ma poi non si è impegnato affatto a contrastare lo schifo che già si conosceva, che senza leggi adeguate non può che peggiorare.
Renzi che parla di sistema che fa schifo è il segretario di quel partito democratico che solo due giorni fa, a scandalo già esploso, ha votato no all’uso delle intercettazioni di Azzollini coinvolto in un’inchiesta per una frode da 150 milioni di euro, altri soldi, tanti soldi, sottratti alle risorse pubbliche.
Renzi che s’indigna e si schifa non prova gli stessi sentimenti, non li ha provati quando ha deciso che berlusconi poteva e doveva sedersi ancora al tavolo delle decisioni, quando ha considerato affidabile uno condannato per frode allo stato già socio in politica con un condannato per mafia e con svariati precedenti che non si sono trasformati in reati solo grazie all’aggiustamento in corsa delle leggi che lo avrebbero permesso, leggi che il governo di Renzi non ha nessuna intenzione di modificare e cancellare. Di conflitto di interessi ormai non si parla più, tutto risolto.
Renzi che parla di schifo per il sistema criminale per mezzo del quale la politica di tutti i colori non si è mangiata solo Roma ma tutta l’Italia, il presente e il futuro di un paese ormai inguardabile da qualsiasi angolazione è lo stesso che stringe la mano e s’intrattiene non per i fatti suoi ma quelli di tutto il paese con un quattro volte rinviato a giudizio, sempre per reati di truffa e corruzione.
E’ lo stesso Renzi delle cene da mille euro per il partito – e chissà chi può spendere mille euro per una cena – e degli ottanta euro per i voti.
Promettere dei soldi in cambio di voti non è forse corruzione?
Sì che lo è, il pd non avrebbe mai ottenuto quel 40,8% [della metà] senza la promessa dell’aiutino in busta paga.
In un paese normale, civile e sano la politica non chiede voti promettendo soldi ma impegnandosi ad eliminare lo schifo, ma è difficile, impossibile poterlo fare se si chiede la collaborazione di chi ha contribuito in larghissima parte a produrlo. Se qualcuno avesse dato retta a Milena Gabanelli che aveva visto giusto nel programma incriminato dall’indagato per mafia Alemanno ci saremmo risparmiati altri due anni di furti, truffe, corruzione e probabilmente, anzi sicuramente pure Renzi. Perché il dramma di questo paese non è solo la criminalità politica, sono poi quelle conseguenze che modificano, stravolgendolo, il corso della storia.
Senza tangentopoli non ci sarebbe mai stato nemmeno berlusconi considerato chissà perché dai superstiti di allora, da quelli che sono riusciti a scampare alle manette l’unico in grado di ridare dignità alla politica, mentre berlusconi non aveva proprio i requisiti minimi per accedere alla politica.
In che modo lo ha fatto, che tipo di dignità ha dato alla politica lo abbiamo visto e lo stiamo ancora subendo, ma evidentemente ancora non basta, ancora dobbiamo sopportare. Per questo dico a Renzi  che gli unici autorizzati a parlare di schifo siamo noi che lo dicevamo molto prima di lui, quando ci accusavano di populismo, demagogia, di essere dei giustizialisti che volevano mettere le manette a tutti.

Mentre noi le volevamo solo per i delinquenti, ad esempio quello che Renzi accoglie, al quale offre ascolto e concede la parola in politica, quello a cui ha ridato una dignità che la stessa legge che Renzi invoca gli aveva invece tolto per manifesta indegnità.
Quello che non gli fa poi così schifo quanto quel sistema che ha contribuito ad edificare.

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NONOSTANTE UN CORNO – Marco Travaglio

C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No. La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali. [Paolo Borsellino]

Forse siamo troppo cinici. O forse Saviano non lo è abbastanza. Ma domandarsi – come fa Roberto nel suo commento su Repubblica (clicca qui) – come può la politica “fidarsi ciecamente” di Buzzi & Carminati, il Rosso e il Nero, e a dare loro “massima fiducia, senza chiedere in cambio nessuna trasparenza”, nonostante i loro trascorsi rispettivamente di “assassino e terrorista dei Nar”, è un eccesso di ingenuità. Bisogna rassegnarsi ad abrogare i “nonostante”, i “malgrado” e i “sebbene” dal vocabolario politico.

I pregiudicati siedono a capotavola nei palazzi del potere non “nonostante” i loro precedenti penali, ma proprio per quelli. Così come non sono “deviati” quei settori della politica, dell’amministrazione, dell’imprenditoria, dei servizi segreti, delle forze dell’ordine che lavorano per (o trattano con) la criminalità. Ma quelli che lavorano per lo Stato e ne rispettano le leggi. Se una persona onesta chiede udienza a un potente, deve mettersi in fila, fare lunghissime anticamere, e anche nell’eventualità che venga ricevuta non ottiene quasi mai ciò che chiede: perché non ha nulla da offrire e nulla da tacere. Un delinquente invece viene subito accontentato, spesso prim’ancora di chiedere. Come disse Giuliano Ferrara: “Chi non è ricattabile non può fare politica”. Anche perché, di solito, chi è ricattabile è anche ricattatore. Io so tutto di te, tu sai tutto di me, e facciamo carriera sui nostri rispettivi silenzi.

La nuova legge sul voto di scambio politico-mafioso, sbandierata da Renzi come il colpo di grazia ai collusi, è stata scritta in modo da impedire qualsiasi condanna per voto di scambio. Ma non per un errore: apposta. Così come la legge Severino: si chiama “anticorruzione” ed è stata scritta proprio per salvare B. e Penati dai loro processi per concussione. Ora si scoprirà che il reato di autoriciclaggio, votato l’altroieri dal Parlamento, renderà impossibile la galera per chi ripulisce il bottino dei propri delitti. Giovedì, mentre Renzi annunciava la linea dura contro i corrotti (“una specie di ergastolo, di Daspo”) e spediva il commissario Orfini a bonificare la federazione romana del Pd di cui fa parte da quando aveva i calzoni corti e il commissario Cantone ad annunciare l’ennesima “task force”, il suo partito al Senato votava con FI, Ncd e Lega per respingere la richiesta dei giudici di usare le intercettazioni contro gli inquisiti Azzollini (Ncd) e Papania (Pd). Una svista “nonostante” i sospetti pesanti come macigni che gravano sui due politici? No, una scelta fatta proprio per quei sospetti pesanti come macigni.

Fa quasi tenerezza Luca Odevaine detto lo Sceriffo, che ad aprile vuole farsi un viaggetto negli Usa, ma si vede negare il visto: gli americani hanno scoperto che si chiama Odovaine con la “o” ed è pregiudicato per droga e assegni a vuoto. “Una roba da matti, una cosa assurda, in una democrazia come quella!”, si lamenta. La vocale se l’è fatta cambiare lui all’anagrafe per nascondere i suoi precedenti. Come se questi, in Italia, fossero mai stati un handicap e non facessero invece curriculum: ciò che negli Usa ti impedisce anche l’ingresso per turismo, in Italia basta e avanza per promuoverti vice capo di gabinetto della giunta Veltroni, capo della polizia provinciale della giunta Zingaretti e infine membro del Coordinamento nazionale richiedenti asilo del governo Renzi, naturalmente a libro paga di Mafia Capitale per 5 mila euro al mese. Nonostante i precedenti? No, grazie a quelli, che ti rendono affidabile. Ovviamente la Banda Carminati aveva scelto pure il presidente della Commissione di Controllo Garanzia e Trasparenza e il responsabile della Direzione Trasparenza del Comune di Roma (che, alla Trasparenza, ha non uno ma due addetti): due sceriffi di provata fede, ora indagati per mafia.

Se Marino s’è salvato parzialmente dalla catastrofe non è tanto perché, personalmente, è un onest’uomo: ma soprattutto perché gli assessori se li è scelti quasi tutti da sé, rifiutando quelli che tentava di imporgli il Pd. Sennò Carminati e Buzzi se li ritrovava perlomeno vicesindaci.

Il “Ri_Presidente”

Non capisco com’è potuta passare la leggenda di Napolitano garante della tenuta dello stato così tanto da meritarsi una seconda elezione, fatto unico nella storia di questo paese.
A memoria non si ricorda un presidente più divisivo: come ha messo lui lo stato contro i cittadini avendo cura che si notasse la differenza fra le varie caste sempre iperprotette, garantite e il popolo, nessuno mai prima.
Mentre il paese fa i conti con le incertezze, le paure per il futuro, col lavoro che non c’è perché invece di usare le risorse già scarse si continuano ad investire tonnellate di soldi pubblici in inutilissimi progetti per il paese ma utili a far mangiare la solita compagnia di giro, mentre il fango inghiotte paesi e città per colpa di quelli che hanno già mangiato, mentre non si trovano mai i responsabili di crimini destinati more solito a restare impuniti, mentre l’Italia è in balia di un chiacchierone inaffidabile, “l’episodio della sinistra”, come lo ha definito D’Alema, il Re Magna_Nimo mantenuto da sessantuno anni dai contribuenti di svariate generazioni, cosa che sarebbe impossibile in qualsiasi altro paese occidentale democratico dove la politica è davvero alternanza di partiti ma soprattutto di persone se ne va a passeggio per il centro di Roma, muovendo scorte, guardie del corpo, automobili blindatissime a comprare personalmente il regalino di compleanno per la moglie Clio. E uscendo dalla gioielleria di Piazza di Spagna non si degna di rispondere al cronista del Fatto Quotidiano che gli chiedeva lumi circa le sue dimissioni come ogni monarca assolutista che si rispetti. Lui ha deciso, lui ha ordinato, lui ha smontato e rimontato a sua immagine e somiglianza, lui ha preteso l’immonda esperienza delle larghe intese perché o così o miseria, terrore e morte come un berlusconi qualunque al quale ha riaperto le porte del palazzo anche da pregiudicato condannato alla galera.

E ora dopo di lui bisognerà trovarne un altro, o, che Dio o chi per lui ci aiuti un’altra che sia il più possibile condivis* per poter garantire ancora e ancora e nei secoli a venire la continuità di questa squallida repubblichetta di infima serie dove lo stato e i suoi poteri hanno disatteso TUTTE le regole scritte nella Costituzione – ché tanto chi se ne accorge con un’informazione che è sempre lì a sciogliere i peana al Re – che erano l’unica garanzia per quel popolo che sovrano non sarà mai più.

Smetto quando voglio – Marco Travaglio

Oddio, Napolitano se ne va e nessuno sa cosa mettersi. Come se non bastassero tutte le cause fisiologiche che fanno fibrillare la politica italiana, se ne aggiunge una patologica: i boatos sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica. Non si tratta del solito gossip dei retroscenisti appostati nei corridoi dei palazzi: a scrivere che entro fine anno, o al massimo a gennaio, Re Giorgio annuncerà o addirittura rassegnerà le dimissioni sono stati non solo il Fatto (notoriamente poco gradito sul Colle più alto), ma anche due fra i giornalisti più introdotti al Quirinale: Stefano Folli su Repubblica e Marzio Breda sul Corriere. Domenica, dopo 24 ore di silenzio, è arrivata la “nota del Colle”, al solito sibillina e fumantina. “Né si ha da smentire né da confermare” alcunché, ma sia chiaro che “le decisioni che riterrà di dover prendere” sono “esclusiva competenza del capo dello Stato”.

Quindi è tutto vero, ma Napolitano non gradisce che se ne parli adesso ed è furibondo con i giornali e le tv che danno “ampio spazio a ipotesi e previsioni sulle eventuali dimissioni”. E a cosa dovrebbero dare ampio spazio, di grazia? Sta per accadere un fatto mai visto prima: le dimissioni di un presidente (e che presidente: il monarca padrone dell’esecutivo, delle Camere, del Csm e ogni tanto della Consulta, che da 8 anni e mezzo fa e disfa i governi a prescindere dagli elettori e dà ordini e moniti a tutto su tutti) appena un anno e mezzo dopo la sua elezione, destinate a terremotare per mesi e mesi la vita politica con una serie di ripercussioni a catena prevedibili e già tangibili sul governo, sul Parlamento, sulla nuova legge elettorale, sulla nuova Costituzione, sulla “riforma” della giustizia, sulle alleanze fra i partiti, sulle tentazioni di elezioni anticipate, sulla Borsa, sui rapporti internazionali. E di che dovrebbe parlare la stampa? Di Balotelli che torna in Nazionale? O di Razzi che va all’Isola dei famosi?   Vengono rapidamente al pettine i nodi che – in beata solitudine – il nostro giornale evidenziò fin da subito, all’indomani della precipitosa rielezione di Napolitano il 20 aprile 2013 per scongiurare l’ascesa al Colle di un vero cultore della Costituzione come Stefano Rodotà, tradire l’ansia di rinnovamento uscita due mesi prima dalle urne e imbalsamare l’eterno inciucio fra il centrosinistra e Berlusconi. Tralasciando le bugie di Napolitano, che per un anno aveva detto e ripetuto che mai e poi mai avrebbe accettato la riconferma, scrivemmo che il suo discorso di reinsediamento a Montecitorio poneva ufficialmente sia lui sia la Repubblica fuori dalla Costituzione. Il Ripresidente disse infatti che sarebbe rimasto “fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”. E solo a patto che Pd e Pdl si mettessero subito insieme per fare ciò che avevano giurato agli elettori di non fare: un governo di larghe intese per le cosiddette “riforme”, cioè per manomettere la seconda parte della Costituzione e anche la giustizia. Espropriando il Parlamento, unico titolare del potere legislativo, il Presidente Monarca espose alle Camere il suo personale programma politico e le minacciò di andarsene se non avessero obbedito: “Ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Dunque il governo e i partiti dovevano ripartire dai “documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo”: i 10 fantomatici “saggi” extraparlamentari che, alle dipendenze del Quirinale e senz’alcuna legittimazione popolare, avevano scritto il programma del nuovo governo prim’ancora che nascesse. Insomma, in barba alla Costituzione che prevede un mandato pieno e incondizionato (art. 85: “Il Presidente della Repubblica è eletto per 7 anni”), Napolitano fece sapere che il suo era “a tempo” e “a condizione”.

E quando il suo ex portavoce Pasquale Cascella si lasciò sfuggire a La Zanzara che se ne sarebbe andato ben prima della scadenza del settennato, Re Giorgio con l’aria di smentirlo confermò quel che era chiaro a tutti: “Ho legato la mia rielezione al raggiungimento dell’obiettivo delle riforme e anche alla capacità delle mie stesse forze. Ma nessuno certo è in grado di prevederne la durata, sia per l’uno che per l’altro aspetto”.   Quell’albero marcio, trapiantato un anno e mezzo fa su un Paese ansioso di cambiare, produce oggi i frutti marci che tutti possono vedere a occhio nudo. Napolitano e chi lo rielesse sapevano benissimo che il suo secondo mandato sarebbe finito presto, per ovvi motivi anagrafici. Ma la fregola di mummificare il sistema contro ogni cambiamento fu più forte di ogni buonsenso. E anche dello spirito e della lettera della Costituzione (quella vera, quella del 1948) che, precisa come un cronometro svizzero, prevede un ordinato e sereno funzionamento delle istituzioni, con tempi certi e scadenze prevedibili. Il presidente dura in carica 7 anni perché si deve sapere quando inizia e quando finisce: negli ultimi sei mesi (il semestre bianco) non può sciogliere le Camere (a meno che la sua scadenza coincida con quella della legislatura) affinché il Parlamento sia libero di prepararne la successione senza condizionamenti, con la dovuta calma e serenità. Strano che l’unico presidente ad aver giurato due volte sulla Costituzione non lo sappia, o se ne infischi. Infatti fa sapere che se ne va quando vuole lui e ce lo farà sapere quando pare a lui. Niente semestre bianco, e Parlamento sotto ricatto fino all’ultimo giorno. La bomba a orologeria delle sue dimissioni anticipate seguiterà a ticchettare per settimane, forse per mesi, ben nascosta sotto le istituzioni, destabilizzandole vieppiù con uno stillicidio di indiscrezioni, moniti e finte smentite. Intanto l’Italia resterà appesa agli umori e ai malumori di un vecchietto bizzoso e stizzoso che cambia idea a seconda di come si sveglia. Nessuno, tranne lui, sa quando finirà il toto-Quirinale. Forse finirà soltanto quando Sua Maestà avrà qualche finto successo da sbandierare (una legge elettorale, una riforma della Costituzione, del lavoro e della Giustizia purchessia) per mascherare il misero fallimento del suo bis; e magari anche la garanzia che il suo successore sarà un suo clone e non farà nulla per riportare l’Italia dalla monarchia alla Repubblica. Solo allora abdicherà e, quando lo farà, sarà sempre e comunque troppo tardi.