Quel nonsocché di ridicolo

Sottotitolo: quando Sciascia ha scritto dei “professionisti dell’antimafia” si riferiva a chi come Borsellino, specialmente a lui era indirizzato il messaggio, per combattere la mafia è morto. C’è gente che ha costruito fior di carriere perché si è sempre dichiarata contro le mafie, ma l’antimafia non si dice: si fa.
Gli antimafiosi veri in questo paese di solito li ammazzano, non gli mettono in mano il potere.

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L’ultima intervista a Pippo Fava, ammazzato dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984

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Non c’è un modo per dare una notizia: c’è la notizia,  se c’è il giornale e i giornalisti la divulgano.

Anche basta con questa storia dell’opportunità di pubblicare o meno che ha avuto il suo apice con berlusconi e quelle che erano tutt’altro che faccende sue private.
Quello che emerge dalle intercettazioni in cui sono coinvolti i politici dovrebbe interessare sempre, non per voyeurismo ma perché quei politici sono scelti dalla gente che [forse] se fosse più informata su chi sono le persone che manda al comune e in parlamento le sceglierebbe con più attenzione.
Dover rispiegare ogni volta e ancora l’importanza di conoscere il politico in tutte le sue dimensioni, anche quelle private, anche quando sono “penalmente irrilevanti” ma che danno comunque la misura della moralità e dell’etica della persona che si occupa delle cose di tutti è diventato nauseante.

I cattivi maestri ci vogliono convincere che l’intercettazione deve rimanere segreta, non essere diffusa quando i suoi contenuti non hanno niente di penalmente rilevante: la solita stucchevole tiritera che viene ripetuta ogni volta che qualcuno svela cosa c’è nel backstage della politica, una cosa normalissima che succede in tutti i paesi più civili del nostro.
Quelli buoni, invece, pensano che i cittadini abbiano il diritto di sapere chi sono, cosa fanno, cosa dicono e come si comportano SEMPRE i “signori” della stanza dei bottoni visto che sono quelli a cui si affida non solo la gestione del paese ma anche quella delle nostre vite che possono stravolgere a immagine e somiglianza: le loro, il che è tutto dire.
Ad esempio io a Renzi non avrei affidato nemmeno la gabbia dei criceti se ne avessi avuta una, mentre il 40,8% della metà degli italiani ha pensato che lui fosse la persona più giusta e più adatta per mettersi alla consolle di questo sciagurato paese il cui destino non viene deciso da istituzioni responsabili, da una politica che ha a cuore il bene collettivo ma viene manipolato da qualche gruppetto di amichetti di sontuose merende i cui interessi sono sempre altrove dai nostri.

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Leggendo certi commenti sembra che la procura abbia smentito che esista la telefonata fra ‪Crocetta‬ e Tutino: nient’affatto, la procura ha solo detto che non è stata trascritta negli atti, che è ben diverso dal negarne l’esistenza come piacerebbe a qualcuno di quelli che “il direttore de L’Espresso si deve dimettere”.
Se in questo paese molti tendono a fidarsi più di qualche giornale e di alcuni giornalisti che di una procura qualche ragione ci sarà.

Le intercettazioni servono non solo a farci capire chi sono le persone che esercitano l’autorità politica ma anche da che tipo di gente si fanno frequentare; ‘sti cazzi del penalmente irrilevante, la balla dietro alla quale si vuole nascondere il letamaio in cui galleggia la politica che conta che raccontano e se la raccontano anche quelli che sono nella nostra stessa barca  ai quali evidentemente va bene questo andazzo. Consideriamo che ad una ventina di milioni di italiani questo sistema è andato benissimo e per mantenerlo sarebbero e sono disposti anche a votare degli irriducibili bugiardi e disonesti. Lo hanno fatto, lo continuano a fare.
Ma nel paese normale, civile e democratico davvero i cittadini hanno il diritto di sapere chi sono, chi frequentano, come si comportano in certe situazioni i politici che li governano [parlando con pardon].
Questo sarà un paese diverso il giorno in cui gli elettori potranno scegliere di non votare il politico solo perché si mette le dita nel naso, altroché le balle della Boschi. 

Ma per fortuna come diceva Ennio Flaiano la situazione politica in Italia “è grave ma non seria”. 

C’è sempre quel nonsocché di grottesco, ridicolo che aiuta a metabolizzare anche le schifezze più allucinanti.
Ad esempio il garantismo à la carte del pd secondo il quale “nessuno è colpevole fino al terzo grado” ma  nel caso di berlusconi si può anche sorvolare su una sentenza definitiva facendolo addirittura accomodare al tavolo della trattativa nazarena, però Crocetta si deve dimettere per una faccenda ancora tutta da chiarire.
Poi quel “metodo Boffo” stracitato ad cazzum ignorando che il metodo Boffo è quello orchestrato ai danni di qualcuno che viene screditato con la diffusione di menzogne come fu proprio per Dino Boffo o per delle idiozie di nessuna rilevanza non solo penale ma anche sociale come il colore dei calzini del giudice Mesiano, le foto di Vendola ragazzo nudo su una spiaggia nudisti, la Boccassini che in gioventù flirtava con un comunista, come se questi fossero dettagli determinanti a definire la serietà di persone che hanno avuto poi responsabilità pubbliche e politiche.
La facilità con la quale in questo paese tanta gente riesce ad introiettare il linguaggio usato dai politici quando devono difendersi da qualche accusa, fosse anche un’amicizia con persone discutibili è uno dei motivi per cui qui un “caso Watergate” non sarebbe mai potuto accadere e non potrebbe accadere.
La mentalità provinciale tipica di tanti italiani che di fronte a cose più grandi di loro anziché sforzarsi di comprenderle le temono, condannano chi le porta alla luce, avrebbe messo in croce anche Carl Bernstein e Bob Woodward, i due giganti del giornalismo d’inchiesta che inchiodarono Nixon – senza preoccuparsi di urtare la sensibilità di qualcuno – costringendolo alle dimissioni.

E lo sventurato rispose

Sottotitolo: le parole più dure andavano dedicate a chi, ancora una volta, ha messo l’Italia in una posizione vergognosa di fronte al mondo intero.
E invece si preferisce adottare il metodo “un po’ di qua un po’ di là”.
La politica si comporta male, delinque, deve smetterla MA.
Come un padre che sgrida il figlio discolo poi per par condicio, per non mortificarlo troppo, fa la ramanzina anche al figlio che ubbidisce. Se quello poi s’incazza ha ragione.
“Patologia eversiva” sono parole pesantissime che Napolitano ha indirizzato verso l’obiettivo sbagliato. Eversione è far partecipare un delinquente al tavolo delle decisioni, è aver trovato ogni tipo di alibi e giustificazione per rendere normale l’anormalità di tre anni di legislature imposte, non volute e scelte dal popolo come Costituzione comanda.
E non può mai essere eversione, tanto meno patologica, chi a tutto questo si ribella.

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E’ arrivato il supermonito: colpa della politica ladra e corrotta? No, come sempre fra le guardie e i ladri l’occhio di riguardo è per questi ultimi.

Non è colpa dei ladri se sono ladri ma di chi se ne accorge. Più o meno le stesse cose le aveva dette il 25 aprile di due anni fa: il refrain è sempre lo stesso, non è mai colpa della politica ma sempre e solo di chi la critica, la giudica, le si oppone. Napolitano da bravo alto funzionario del sistema deve difenderlo con tutti i mezzi, soprattutto con la menzogna. Di fronte ad uno degli scandali politici più grave di tutti i tempi il presidente che ha a cuore la sorte del paese, dei cittadini, della repubblica e della democrazia avrebbe fatto tutt’altro discorso, ma la parola d’ordine more solito è il depistaggio, portare il ragionamento altrove dal problema. C’è da capirlo: tutta colpa di chi ha rovinato la bella intesa “mafia-criminalità-politica”.
Il repulisti destabilizza, effettivamente la ricerca dell’onestà in politica è un po’ eversiva in un paese dove deve sempre arrivare la magistratura a fare quello che dovrebbe fare la politica.
C’è il rischio che chi non ha capito fino adesso stavolta capisca.
Meglio mettere le mani avanti.

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Giorgio Napolitano: “Critica alla politica è degenerata in patologia eversiva”.

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La vera patologia che affligge questo paese da sempre è l’incapacità della politica ad essere onesta. Il monito di Napolitano fa il paio con le critiche di Franceschini ai manifestanti alla Scala di tre giorni fa: non è la politica ad essere degenerata, corrotta, sempre invischiata in affari sporchi, una politica che da vent’anni –  solo perché quelli di prima erano almeno presentabili –  ha reso l’Italia lo zimbello del mondo ma chi vorrebbe vivere in un paese normale, dove i ladri fanno i ladri e i politici, i politici. E dove i politici mandano in galera i ladri, non gli fanno riscrivere la Costituzione.

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Nell’Italia prima in classifica in Europa per corruzione il presidente del consiglio che voleva il daspo per i politici indagati ma poi fa le riforme con quello addirittura plurindagato per reati come truffa e corruzione Verdini e con l’altro condannato per frode allo stato berlusconi, pensa che sia il caso di inasprire le pene per i reati legati alla corruzione solo davanti al più gigantesco scandalo di corruzione e criminalità politica dopo tangentopoli. 

Il presidente del consiglio che è anche segretario di quel pd che solo qualche giorno fa ha negato l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni di Azzollini, senatore Ncd indagato per associazione a delinquere, truffa allo stato, frode in pubbliche forniture, abuso d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
La scoperta delle torture inflitte dalla CIA su terroristi e presunti tali, molti infatti erano innocenti, l’ha fatta il Senato americano, non la magistratura.
Ecco che torna di nuovo il pensiero di Paolo Borsellino: sulla delinquenza politica la politica deve intervenire prima dei giudici, perché quando intervengono loro i danni sono ormai incalcolabili.
Il danno più grave prodotto da questa politica complice del malaffare in prima persona o perché non l’ha voluto/potuto/saputo contrastare è principalmente la perdita di fiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Chi può credere infatti che nel cosiddetto patto del Nazareno Renzi possa inserire provvedimenti severi per quei reati che berlusconi è riuscito a minimizzare fino a farli sparire come il falso in bilancio?
Le nozze coi fichi secchi non si possono fare, e nemmeno si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, se Renzi vuole essere credibile non può chiedere la collaborazione di Verdini e berlusconi per mandare in galera i politici ladri e i corrotti.

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Il tutorial di Matteo Renzi per sconfiggere la corruzione in quattro minuti – Christian Raimo

Lo spot di Matteo Renzi sulla corruzione, il video di quasi quattro minuti che è sul sito del governo, cerca di rimediare alla crisi di credibilità che nell’ultima settimana ha colpito il Partito democratico con l’apertura dell’inchiesta su Mafia capitale.

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Le vignette di Riccardo Mannelli.

Il sistema criminale fascista e mafioso nel quale Carminati aveva un ruolo di prim’ordine non gradisce il giornalismo di inchiesta, proprio come la politica che non minaccia di “fratturare la faccia” ai giornalisti ma il metodo persuasivo, quello della querela temeraria ad esempio col quale il potente tenta di scoraggiare i giornalisti che hanno l’ardire di indagare sulla politica disonesta non è meno violento.

Solidarietà a Lirio Abbate per minacce di Carminati. – Articolo 21

Carminati non era fuori perché come ha detto giorni fa il suo avvocato aveva estinto il suo debito con la giustizia ma perché in passato ha potuto beneficiare di sette sconti di pena e per ben tre volte del provvedimento pietoso, quell’indulto pensato per i poveri cristi ma che poi mette fuori anche i grandi barabba.
In questo paese funziona così: la politica e i governi fanno leggi per riempire le carceri coi poveri cristi, poi quando le carceri sono troppo piene perché quelle leggi sono sbagliate, mandano in carcere chi non ci dovrebbe andare tirano fuori i provvedimenti di emergenza, così di quel tana libera tutti possono usufruire anche quelli come Carminati, terrorista, eversore, fascista, criminale comune con precedenti che in qualsiasi paese normale gli avrebbero garantito la galera a vita.
In questo paese la politica e i governi evitano accuratamente di fare leggi necessarie tipo quella sulle torture che l’Europa chiede da svariati anni, quelli che vengono dopo si guardano bene dal ripristinare quelle eliminate da quelli che c’erano prima tipo il falso in bilancio, di fare le leggi che quelli di prima non avevano potuto fare per non andare contro gli interessi di un delinquente elevato a statista ma poi tutta la politica e tutti i governi fanno annegare l’Italia in un mare magnum di leggi inutili e ancorché incostituzionali come la bossi fini e la fini giovanardi che sono state la causa principale di quel sovraffollamento delle carceri col quale poi si giustificano i provvedimenti cosiddetti di clemenza invocati dal papa e da Napolitano. Provvedimenti che tutta la società civile poi accetta con commozione perché pensa alla libertà del povero cristo, il quale nella stragrande maggioranza dei casi verrà ribeccato a delinquere e non al grande barabba che non ha mai smesso nemmeno quando era in carcere.
E con questi presupposti Renzi si vanta che non lascerà Roma ai criminali, a quelli che lui non chiama mafiosi perché è un termine che non gli esce mai dalla bocca ma “tangentari all’amatriciana”: in effetti il suo patto con berlusconi fa pensare che nelle sue intenzioni ci sia quella di lasciare ai criminali non solo Roma ma tutta l’Italia.

Arrendiamoci, siamo circondati

Sottotitolo:  “Che faremo con B?” L’imbarazzo del Pd. 

Beh, effettivamente c’è da farsela questa domanda.
Oggi.

In caso di condanna perde l’Italia, dice il segretario traghettatore.

Come se in tutti questi anni l’Italia avesse guadagnato qualcosa, ma probabilmente Epifani parlava per sé, per la classe dirigente di cui fa parte, per l’Italia degli interessi da difendere a tutti i costi.

Epifani come Renzi teme il contraccolpo negativo per il paese, che invece avrebbe solo da guadagnarci se condannassero berlusconi: qualcosa non torna, c’è chi proprio non si vuole rassegnare. 

Sarebbe bello se la Cassazione desse un segnale forte e chiaro per far capire a questi leader da riporto che le cose sono più semplici di quello che sembrano.

Sono alla disperazione ormai, gli ci vuole un tribunale per capire che coi delinquenti alleanze non se ne fanno.

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Preambolo: non mi aspetto nulla. Nulla che cambi in modo sostanziale e concreto le sorti di questo paese sciagurato.  Nel paese alla rovescia, dove un padre che ruba per far mangiare i figli va in galera per direttissima e chi ruba miliardi allo stato la fa franca e può vantare ancora il titolo di cavaliere, può succedere di tutto. Anche che assolvano un delinquente seriale.

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Sentenza Mediaset, quello sconto sull’interdizione è a rigor di legge Bruno Tinti, Il Fatto Quotidiano

Così dovrebbe andare. Ma, sapete com’è, se il diritto fosse semplice basterebbe un computer. Invece servono i giudici che, quando assolvono Berlusconi sono brave persone e quando lo condannano persecutori comunisti.

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Processo Mediaset, il giorno del giudizio
“Che faremo con B?” L’imbarazzo del Pd

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Quello che scrive Bruno Tinti sul Fatto di oggi serve anche come risposta alla figlia del corrotto latitante in quel di Hammamet che accusa la Magistratura di aver formato, in questi anni, dei clan di un contropotere occulto con lo scopo di sovvertire la volontà di quegli elettori a cui piace farsi rappresentare da corrotti, corruttori, amici dei mafiosi.
Mentre la realtà dice chiaramente che mai come in questi anni il parlamento è stato l’approdo naturale di chi aveva dei contenziosi seri da regolare con la legge. 
E che in assenza di politici conniventi col malaffare e che commettono reati in prima persona i Magistrati non sarebbero diventati l’extrema ratio, l’ultima e unica speranza per liberarsi dei politici delinquenti, visto che la politica non lo vuole fare come suggeriva saggiamente Paolo Borsellino quando diceva che forse un politico vicino, troppo vicino a gente poco raccomandabile non sta commettendo nessun reato ma sarebbe meglio tenerlo fuori dagli affari di stato. 
Uno che il boss mafioso se lo teneva in casa negli affari di stato non dovrebbe entrarci nemmeno.

Secondo la santanchè, quella che “non gliel’avrebbe mai data”, nessuno deve toccare silvio, secondo i molti altri a libro paga del boss nessuno lo dovrebbe nemmeno giudicare. 

Può stare tranquilla la garnero ex santanchè, alle persone normalmente oneste fa ribrezzo anche e solo l’idea di farsi non dico toccare ma semplicemente sfiorare o dividerci un metro quadro di suolo pubblico con uno così.

Lasciamo volentieri a quelle e quelli come lui, nonché ai suoi complici più o meno occulti la soddisfazione di averlo fatto, di avergli aperto le porte invece di serrarle a doppia mandata, di avergli stretto la mano, di averci mangiato insieme, di averlo ricevuto a palazzo come uno statista vero e non il miserabile millantatore disonesto che è, la soddisfazione di aver dedicato tempo ed energie in spregio della propria dignità per cercare di restituirne una mai posseduta ad un delinquente per natura.

Uno che in un contesto normale, in una società normale fatta di gente sana non sarebbe mai diventato quello che è, nessuno gli avrebbe dato la possibilità di deformare un paese a sua immagine e somiglianza, nessuno lo avrebbe seguito, sostenuto, considerato un interlocutore politico da prendere seriamente e al quale dare la possibilità di stravolgere le fondamenta della democrazia.

Uno da cui tenersi alla larga indipendentemente dalle sentenze di un tribunale che devono stabilire su un documento scritto quello che è davanti agli occhi di tutti: anche di quelli che lo difendono.

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Comunque vada è un complotto
Marco Travaglio, 1 agosto

Ieri ero collegato con La7 per lo speciale di Enrico Mentana sull’imminente sentenza del processo Mediaset in Cassazione. A un certo punto è giunta in studio la notizia di una manifestazione del Pdl fissata per oggi alle ore 17 dinanzi a Palazzo Grazioli, in contemporanea o subito prima o subito dopo la lettura del verdetto. In men che non si dica, l’onorevole Pdl Osvaldo Napoli ha aderito entusiasta all’iniziativa, negando però che si trattasse di un’intimidazione alla Corte chiamata a giudicare il suo capo. Anzi, si trattava di un’innocua “presenza” sotto le finestre dell’Augusto, peraltro improntata al proverbiale “rispetto” che lui e il suo partito nutrono verso la magistratura tutta. Alla manifestazione-presenza ha subito aderito, e non poteva essere altrimenti, il celebre “Esercito di Silvio”, anch’esso noto per la sua devozione verso l’ordine togato. Poi il coordinatore del Pdl Denis Verdini ha comunicato che la notizia della manifestazione-presenza era destituita di ogni fondamento. 

Purtroppo il Napoli si era nel frattempo allontanato, ma siamo certi che avrebbe immantinente preso le distanze da quell’incauto, anzi diciamo pure demenziale annuncio che tanto l’aveva entusiasmato solo pochi minuti prima. Viva le manifestazioni-presenza, ma anche assenza. Vedremo oggi se la notizia vera era l’annuncio o la smentita (probabilmente suggerita dall’avvocato Coppi, che fatica sette camicie a mettere la museruola ai rottweiler berlusconiani, tutti lì schiumanti a mordere il freno dietro la rete). Ma la notizia della manifestazione su una sentenza, convocata al buio, prim’ancora di conoscere la sentenza medesima, è talmente elettrizzante che ci auguriamo fosse autentica. Ci pare di vederli, i rottweiler riuniti nella notte con le pitonesse, i falchi e tutto lo zoo, intenti a preparare con la vernice spray gli striscioni con gli slogan multiuso e le dichiarazioni pret à porter, che vanno bene in caso sia di conferma della condanna sia di annullamento con rinvio sia di annullamento senza rinvio. Insomma, si portano su tutto. In caso di conferma: “È la prova del complotto politico-giudiziario. 

Il disegno eversivo della magistratura golpista iniziato dalle toghe rosse milanesi nel 1994 trova oggi il suo compimento con questa sentenza politica che mira a eliminare dalla scena il leader più amato e votato dagli italiani. Una sentenza ad personam e a orologeria, sintomo di appiattimento dei giudici sulle tesi dei pm nonostante l’evidenza dell’innocenza di Silvio Berlusconi, reincarnazione di Enzo Tortora, che rende ancor più urgente la riforma della giustizia con la separazione delle carriere”. In caso di annullamento con rinvio: “È la prova che c’era un complotto politico-giudiziario. Il disegno eversivo della magistratura golpista iniziato dalle toghe rosse milanesi nel 1994 continua con questa sentenza politica che non ha voluto dare completamente torto alla Procura che ancora mira a eliminare dalla scena il leader più amato e votato dagli italiani. Una sentenza ad personam e a orologeria, sintomo dell’appiattimento dei giudici sulle tesi dei pm nonostante l’evidenza dell’innocenza di Silvio Berlusconi, reincarnazione di Enzo Tortora, che rende ancor più urgente la riforma della giustizia con la separazione delle carriere”. In caso di annullamento senza rinvio: “È la prova che c’era un complotto politico-giudiziario. Finalmente il giudice a Berlino ha smontato definitivamente il disegno eversivo della magistratura golpista iniziato dalle toghe rosse milanesi nel 1994 a colpi di sentenze politiche che miravano a eliminare dalla scena il leader più amato e votato dai cittadini. Le condanne di primo e secondo grado, pronunciate nonostante l’evidenza dell’innocenza di Silvio Berlusconi, reincarnazione di Enzo Tortora, erano un evidente sintomo dell’appiattimento dei giudici sulle tesi dei pm che rende ancor più urgente la riforma della giustizia con la separazione delle carriere”. 
Amen.

La mafia uccide, il silenzio pure

”Bisogna trarre le dovute conseguenze dalle vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituiscono reato, ma li rendevano inaffidabili nella gestione della cosa pubblica. 
Questo giudizio non è mai stato tratto perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza.”

[Paolo Borsellino]

Quale alleato di governo dell’amico dei mafiosi – inutile ribadire chi si teneva in casa in qualità di stalliere lo statista più amato degli ultimi 153 anni e nemmeno che il partito col quale è ‘sceso in campo’ è stato confezionato da un condannato per mafia [e già questo dovrebbe bastare e avanzare per non prenderci nemmeno un caffè con uno così,  figurarsi farci alleanze di governo] andrà alle commemorazioni per la strage di via D’Amelio? chi ci mandano, l’ex superprocuratore antimafia, quello che è andato al funerale di un prescritto per mafia, il vicepresidente del consiglio che va a manifestare contro i Magistrati davanti ai tribunali e vende donne e bambini ai dittatori o ci andrà direttamente Napolitano a dire che “ventun anni fa non ci lasciammo intimidire?”

Chiedo.

Dice Napolitano, a proposito della vicenda del sequestro di Alma e Alua che si è trattato di una storia inaudita.
L’unica cosa veramente inaudita è che come al solito, come è sempre successo in questo paese i veri responsabili, seduti comodamente sulle loro poltrone in parlamento e protetti proprio da Napolitano che si fa premura di ‘avvisare’ – contro ogni regola costituzionale che non dà al presidente della repubblica la prerogativa di poter intimare alla stampa di farsi da parte, di smettere di insistere su certe faccende per non disturbare il meraviglioso idillio bipartisan e nemmeno di  dire al parlamento quello che deve fare – non pagheranno, in virtù, ça va sans dire, di quella ragion di stato che in Italia non ha mai protetto lo stato ma unicamente chi lo ha offeso, vilipeso e tradito.

Non facciamoci imbambolare dai parolai di regime: Napolitano non “blinda” proprio niente, il termine blindare sta a significare che bisogna proteggere, mettere in sicurezza qualcosa di molto prezioso dal pericolo che qualcuno lo possa rubare, e si fa fatica ad immaginare che ci sia qualcuno che vuole portarsi alfano e franceschini a casa sua, per dire.

Napolitano fa un’altra cosa, che non gli compete per Costituzione, e cioè IMPONE, che è tutt’altro dal blindare – parlando a nuora affinché varie suocere intendano – la durata di questo governo minacciando una catastrofe a cui dobbiamo credere sulla parola: la sua.

Io ho scelto di non fidarmi.

Taci, il kazako ti ascolta – Marco Travaglio, 19 luglio

Riccardo Mannelli

“Perché non parli?”, avevano domandato a Napolitano il Fatto e Gustavo Zagrebelsky. E ieri Napolitano ha parlato. 

Solo che non l’ha fatto per difendere l’onore del Parlamento, preso in giro da un vicepremier ridicolo e bugiardo. Né per tutelare l’immagine del Quirinale, unica istituzione (secondo noi a torto) ancora apprezzata dalla maggioranza degli italiani. Né per garantire la dignità dell’Italia, prostituita da B. e dai suoi servi ai peggiori tiranni di mezzo mondo e ridotta a provincia del Kazakistan. 

L’ha fatto – alla cerimonia del Ventaglio, che già fa aria da sé – per assolvere Alfano, il mandante e i complici; per apporre il timbro sulle sue tragicomiche bugie; e soprattutto per dare ordini al Parlamento, ai partiti, alle correnti e alla stampa, esortata – come già sugli scandali sessuali di B. e sul caso Montepaschi – ad autoimbavagliarsi per carità di patria. Il tutto con la scusa che bisogna tenere in piedi il governicchio Nipote, peraltro sostenuto dalla più ampia maggioranza mai vista. 

Mai, neppure nel lungo regno di Giorgio I, si era smantellata così sistematicamente la Costituzione come nel Supermonito di ieri, a colpi di congiuntivi esortativi d’irresistibile comicità involontaria: “si eviti”, “non ci si avventuri, “si sgombri il terreno”.

1) “Non ci si avventuri a creare vuoti e staccare spine”. Ma in Parlamento nessuno tenta di rovesciare il governo. Non esistono contro di esso mozioni di sfiducia. Ce n’è una individuale di M5S e Sel contro il cosiddetto ministro Alfano, destinata all’insuccesso anche se fosse affiancata da una dei renziani (peraltro subito rientrati all’ovile dopo il Supermonito). Ma, anche se fosse approvata, se ne andrebbe Alfano, non il governo: non sarebbe la prima né l’ultima volta che un ministro incapace viene sostituito (di solito da un altro incapace). E non spetta al Presidente della Repubblica decidere se, quando e chi debba sfiduciare governi o ministri. 

2) “Il governo in due mesi e mezzo s’è guadagnato riconoscimenti e apprezzamenti per la sua capacità di iniziativa e di proposta”. E da chi, di grazia: dai bradipi e dalle talpe? E quali iniziative, visto che il governo delle larghe attese non fa che rinviare i problemi (Imu, Iva, Irap, F-35, Porcellum ecc.)? 

3) “Si sgombri il terreno da sovrapposizioni improprie tra vicende giudiziarie dell’on. Berlusconi e prospettive di vita dell’eventuale governo”. A parte la perfetta definizione di “eventuale governo”, che significa “sovrapposizioni improprie”? Se i giudici accertano B. è un evasore, concussore e utilizzatore di prostitute minorenni, la maggioranza dev’esserne orgogliosa?

4) “Una storia inaudita, una precipitosa espulsione in base a una reticente e distorsiva rappresentazione e a pressioni e interferenze inammissibili di diplomatici stranieri”. Ora sta’ a vedere che la colpa è dei kazaki che interferiscono e non del governo che li lascia interferire. 

5) “Il governo ha opportunamente deciso di sanzionare funzionari che hanno assunto decisioni non sottoposte al vaglio dell’autorità politica. Per i ministri è assai delicato e azzardato evocare responsabilità oggettive”. Ma qui nessuno evoca responsabilità oggettive (che valgono solo nella giustizia sportiva). Semmai politiche, come da art. 95 della Costituzione: “I ministri sono responsabili… individualmente degli atti dei loro dicasteri”. O è abolito pure quello perché dà torto ad Alfano e noia a Re Giorgio?

6) “Il richiamo alle responsabilità del momento si rivolge anche alla stampa, perché la sollecitazione e l’amplificazione mediatica influenza molto parole e comportamenti dei politici”. Ma in base a quale potere costituzionale il capo dello Stato impartisce direttive alla stampa perché tradisca la sua missione di fare domande e dare notizie?

Viene quasi nostalgia del Minculpop, che almeno le veline ai giornali le passava con più discrezione. E comunque tutti sapevano di vivere sotto una dittatura. 
Oggi la democrazia muore, ma a nostra insaputa.

Chi va col kazako…di Massimo Rocca, il Contropelo di Radio Capital

Provo a trovare una motivazione positiva. Blindare Alfano oggi, dire che il governo non può cadere salvo contraccolpi irrecuperabili, significa poter dire le stesse parole tra dodici giorni se la Cassazione dovesse spedire al gabbio il Cavaliere. Poi, però, stremato mi rendo conto che col piffero che Napolitano ha speso le stesse parole in occasione dei tentativi semi eversivi in parlamento o al tribunale di Milano. E allora lascio perdere. Perché io non ne posso più di questo presidenzialismo mascherato e un po’ vigliacchetto cui siamo sottoposti senza contrappesi e nel silenzio della buona stampa. Cerco vanamente nella costituzione un articolo, un comma, un lemma che affidi al capo dello stato il potere di dire che un governo è insostituibile, perché se i contraccolpi sono irrecuperabili, il governo è ovviamente insostituibile. Mi chiedo chi come dove quando e perché abbia firmato questa sospensione dell’agibilità politica del paese, e come possa la sovranità popolare essere esercitata se le forme previste dalla costituzione, compresa l’assenza di mandato imperativo, sono state messe sotto sequestro sostanziale.

Ma che siamo kazakistani?

Peppino, l’Italia e la memoria violentata

Il casolare dove fu assassinato Peppino Impastato venga consegnato alla collettività: l’appello si può firmare su http://www.change.org/it

I tifosi del Torino durante il minuto di silenzio per la morte di Andreotti, alzano una foto di Falcone e Borsellino.

Scrivevo ieri sera nella mia bacheca di  facebook che a parte qualche sporadico flash nessun telegiornale di punta e nelle ore di punta ha ricordato ieri Peppino Impastato ammazzato dalla mafia trentacinque anni fa, il 9 maggio, lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, niente succede per caso, l’hanno ammazzato apposta il 9 maggio così tutti avrebbero parlato di Moro e non di lui. 

Anche questo fa parte del progetto Portella della Ginestra il cui marchio è stato depositato il 1 maggio del 1947.

Ecco come si uccide anche la memoria dopo le persone, in questo paese i morti di mafia e di stato si ricordano solo quando si vogliono insultare, per informazioni chiedere alle famiglie Giuliani, Cucchi e Aldrovandi, per non parlare di quanto sono stati e sono ancora insultati i Magistrati antimafia ammazzati dalla mafia dopo essere stati abbandonati da quello stato che avrebbe dovuto proteggerli, sostenerli, difenderli.
Ecco perché tocca a noi ricordare, senza nulla togliere alla statura morale e politica di Moro [i politici che non valgono niente non li ammazza nessuno: al massimo li nominano nelle commissioni, li fanno ministri, se poi valgono meno di niente possono addirittura aspirare alla presidenza del consiglio: il riferimento non è solo al noto delinquente ma anche ai suoi eredi, figliocci, o per meglio dire, nipoti]. 
Se questo fosse un paese normale, un ragazzo di trent’anni che ha speso tutta la sua giovane vita a combattere le ingiustizie, la criminalità, la mafia, e non lo faceva dalla tastiera di un computer ma in prima linea, mettendoci tutto se stesso e che per questo è stato ammazzato dovrebbe essere un punto di riferimento per le nuove generazioni, dovrebbe essere ricordato nelle scuole di ogni ordine e grado di tutta Italia, gli dovrebbero intitolare piazze e vie, mentre invece solo l’anno scorso il prete di una chiesa di Catania negò la commemorazione religiosa a Peppino con la motivazione che “i tempi non erano ancora maturi”, solo qualche giorno prima nella stessa chiesa lo stesso prete non negò la celebrazione di una messa dedicata a mussolini nell’anniversario della sua morte.
Ma per Napolitano il grande dramma di questo paese è la violenza verbale, questo sì, è veramente preoccupante.
Dire due parole nel merito di una sentenza che ha confermato la condanna al noto delinquente di cui sopra è invece disdicevole, anzi no, è divisivo.

“Napolitano è andato alla camera ardente di Andreotti e il presidente del Senato Grasso, fino all’altroieri procuratore anti-mafia, è andato al funerale. Il giorno prima era a quello di Agnese Borsellino, il giorno dopo a quello di Andreotti: prima il dovere poi il piacere. E ora qualcuno trattiene il fiato, perché Provenzano sta poco bene”.

 “I politici considerano Andreotti il loro santo protettore: ne ha combinate di tutti i colori, ma l’ha sempre fatta franca. Per loro è un portafortuna e un motivatore: se l’ha sfangata persino uno come lui, noi nanetti che -per quanto ci sforziamo- non riusciremo
mai a combinarne tante, siamo a cavallo. Perciò ripetono come un mantra che è stato assolto: la sua falsa assoluzione è anche la loro, per quel che han fatto e per quel che faranno. Ma, oltre alla statura dei politici, si dice che c’è anche un’altra differenza fra prima e seconda Repubblica: la perdita dell’ipocrisia…” [Marco Travaglio]

Gli interdetti
Marco Travaglio, 10 maggio

Mette sempre di buonumore leggere i giornali di B. all’indomani di una sentenza su B. Intanto perché denotano una preoccupante penuria lessicale, ai limiti dell’analfabetismo di ritorno (e anche di andata). Usano sempre le stesse 3 o 4 parole: persecuzione, politicizzazione, orologeria e — ultima new entry — pacificazione. Si domandano il perché di tanti processi a B., con la stessa impudenza con cui Riina si domanda il perché di tanti processi a Riina: l’idea che il numero dei processi di un imputato mai denunciato da nessuno derivi dalla sua capacità criminale non li sfiora proprio. E soprattutto abbandonano ogni barlume di logica: usano le sue presunte “assoluzioni” (quasi sempre prescrizioni del reato commesso o depenalizzazioni del delitto contestato) per dimostrare che B. è un perseguitato, senz’accorgersi che i perseguitati non vengono assolti; e che, dando credito alle sentenze che assolvono, si dà automaticamente credito anche a quelle che condannano. Un altro refrain è quello di inquadrare le sentenze nel clima politico del momento. Se B. viene condannato prima delle elezioni, è una manovra per fargliele perdere; se dopo aver vinto le elezioni, è una rappresaglia contro la vittoria; se dopo averle perse, è un complotto per fiaccare l’opposizione; se mentre va al governo col Pd, è un colpo mortale alla pacificazione del Paese. Qualunque sia la durata dal processo, è sempre troppo breve. Quello sui diritti Mediaset iniziò nel 2006: eppure il Giornale titola sulla “sentenza a tempo di record” e Libero sulla “sentenza lampo”: in effetti appena sette anni per due gradi di giudizio denotano una fretta sospetta. Ci vuole una riforma per rallentare un altro po’. Per Sallusti, “B. è l’unico capitano d’industria che per i giudici non poteva non sapere”. E il suo gemello con le mèches, su Libero , lamenta che in appello non siano stati risentiti tutti i testi e gli imputati (non sa, lo sventurato, che salvo casi eccezionali l’appello si fa sugli atti del primo grado) e che i giudici milanesi, dunque persecutori, hanno “scelto” di confermare i 5 anni di interdizione, ma “è lecito dubitare” che la “scelta” verrà confermata dalla Cassazione, che per fortuna “non è ancora a Milano”, dunque immune dal virus. Non sa, il poveretto, che per le condanne superiori ai 3 anni è obbligatoria e automatica l’interdizione di 5 anni, e per quelle sopra i 5 anni l’interdizione perpetua (art. 29 Cp). Lorsignori, poi, fingono di ignorare le carte del processo, da cui emerge che B. non è stato condannato perché non poteva non sapere, ma perché sapeva e faceva. Confalonieri “è fortemente plausibile che fosse a conoscenza della frode e, violando i suoi precisi doveri, nulla abbia fatto”, ma in mancanza di prove ulteriori è stato assolto. Su B. invece esistono — si legge nella prima sentenza, confermata l’altroieri — pesano “piene prove orali e documentali”. 
La testimonianza dell’ex Ad Fininvest Franco Tatò: “L’area dei diritti tv era assolutamente chiusa e impenetrabile, gestita da Bernasconi che dava conto direttamente a Berlusconi e non al Cda”. Quella dell’ex responsabile contratti Silvia Cavanna: “Bernasconi mi diceva ‘picchia giù con i prezzi’ solitamente dopo incontri ad Arcore con Berlusconi”. Una mail del contabile della Fox, Douglas Schwalbe: “Non si vuole che Reteitalia (Fininvest, ndr) faccia figurare utili… i profitti vengono trattenuti in Svizzera”, le reti tv “sono state ideate per perdere soldi… L’impero di Berlusconi funziona come un elaborato shell game con la finalità di evadere le tasse”. La lettera-confessione del produttore-prestanome Frank Agrama: “Ero loro rappresentante” (di Mediaset). Altre formidabili prove non sono disponibili solo perché — racconta la Cavanna — dopo le prime perquisizioni “furono fatti sparire 15 anni di carte in Lussemburgo, credo con camion”. 
In qualunque altro paese del mondo, uno così non farebbe le marce davanti ai tribunali. 
Ma al gabbio, nell’ora d’aria.

Giovanni Impastato, fratello di Peppino, denuncia: «Mi chiedo se sia un paese civile quello che ricopre con l’immondizia il sangue di mio fratello. È vergognoso, quel casolare è il luogo della memoria più importante della Sicilia che ha lottato contro la mafia. Mi chiedono di mettere almeno una targa, ma il tetto è rotto e il proprietario porta qui le mucche a pascolare. Qualche giorno fa mi sono recato sul posto insieme a una scolaresca di ragazzi del Nord, ma ho bloccato tutto perchè ho provato vergogna. Non dico di mettere il tappeto rosso, ma il sindaco potrebbe almeno vigilare sulla pulizia facendo leva sul proprietario».

«È una questione di dignità, noi qui abbiamo trovato il sangue di Peppino. Mi vado sempre più convincendo che la memoria di Peppino non interessa più a nessuno. Neanche a quelli che dicono di volerla difendere, fra le istituzioni e la cosiddetta società civile. La verità è che siamo stati abbandonati da tutti».

Firma questa petizione per aderire all’appello di Rete 100 passi.

http://www.change.org/it/petizioni/il-casolare-dove-fu-assassinato-peppino-impastato-venga-consegnato-alla-collettività-4?utm_campaign=autopublish&utm_medium=facebook&utm_source=share_petition

Ius Soli

Sottotitolo: la morte di Agnese Borsellino è un fatto molto più triste di quanto già lo sia la morte stessa. 

Perché senza diritti si muore ogni giorno anche mentre si vive. 
E sapere chi toglie la vita e perché, in modo violento, compiendo una strage ad una persona cara se questo fosse un paese civile rientra nel diritto di ognuno ad avere la propria quota di giustizia. 
E invece l’unica cosa certa è che – come al solito – ci saranno i soliti discorsi pieni di retorica e falsità, pronunciati proprio da chi avrebbe dovuto permettere che Agnese ottenesse quella giustizia, impegnarsi per farlo e invece le si è opposto in tutti i modi.

 La solidarietà e la partecipazione sono cose serie, da riservare solo alle persone serie e ai fatti importanti.

L’ingiustizia relativa alle stragi di mafia e non solo  è una ferita che non si dovrebbe mai rimarginare, affinché nessuno debba mai dimenticare che in questo paese non è possibile fare e ottenere giustizia.

Fabio Fazio e il domandone delle cento pistole: “e l’alleanza col Pdl?”
“Siamo in un frangente terribile e la richiesta del presidente della Repubblica non poteva trovare il Pd non pronto”.

Non so, a me pare che tutti insieme appassionatamente abbiano riacchiappato Napolitano sulla porta proprio per mettere fine alla relazione “clandestina”.
Che Napolitano, sebbene abbia toppato alla grande in decine di occasioni e tutte importantissime, fondamentali per il mantenimento di una democrazia almeno di facciata, che non facesse more solito sfigurare l’Italia rispetto alle democrazie civili di tutto il mondo, avrebbe fatto volentieri a meno di rendersi ridicolo dicendo che un altro mandato per lui sarebbe stato ridicolo per poi accettare quel mandato.
Ma per articolare un ragionamento del genere e far dire a Letta almeno una parte di verità ci sarebbe voluto un giornalista vero.

Capitolo IMU: non ci sarà nessun’abolizione ma solo una sospensione a tempo, quello necessario a berlusconi per presentarsi davanti agli italiani e dire di essere stato bravo a far togliere una tassa che lui e il suo governo avevano ideato e realizzato. 
Tanto potrà contare come sempre sulla stragrande maggioranza degli italiani che soffre di una strana forma di amnesia a compartimenti stagni: si ricorda delle cazzate con precisione scientifica ma le cose importanti le rimuove nello spazio di una partita di calcio, di una vacanza, del matrimonio della starlette in prossimità del viale del tramonto trasmesso in diretta tv, e aspettare che l’informazione faccia il suo dovere che sarebbe quello di ricordare le cose importanti agli italiani è una mera utopia. 
Basta leggere gli editoriali di Scalfari e dei suoi figliocci sparsi nelle redazioni di altri quotidiani “eccellenti” per capire il perché.

“Paghi solo chi ha di più”: ecco, su questo si potrebbe anche essere d’accordo, peccato che come per la patrimoniale non ci sarà nessuna intenzione di far tirare fuori i quattrini a chi ce l’ha, a chi ne ha troppi accumulati perlopiù in modo illegale, come al solito si preferirà andare a colpo sicuro togliendone ancora e ancora a chi ne ha meno, perché come diceva Ettore Petrolini “bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.
E in Italia politici con caratteristiche da Robin Hood, quello che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, che poi sarebbe la miglior politica socialista e l’unica risposta alla povertà dilagante non ce ne sono.
In compenso ne abbiamo tanti, a destra come a centrosinistra, che vestono benissimo i panni dello sceriffo di Nottingham senza provare vergogna né rimorsi.

Nominare la Kyenge ministro è stato come aprire un registro per l’autocertificazione delle teste di cazzo.

[spinoza.it]

Lega, Boso: “Sono razzista, Cecile Kyenge deve tornare in Congo”

“Scelta del cazzo, ha la faccia da casalinga”. Gli insulti di Borghezio al ministro Cècile Kyenge

“Sono razzista, non l’ho mai negato”.

La lega nord non sarebbe mai dovuta diventare una forza di governo.
La politica seria di un paese serio non avrebbe mai dovuto permettere ad un movimento secessionista, razzista, omofobo e che applicherebbe volentieri le teorie naziste se non avessimo una Costituzione ancora e per fortuna in grado di ripararci dal baratro definitivo.

Che poi è la stessa Costituzione sulla quale hanno giurato in passato anche appartenenti alla lega quando – grazie a quella politica che non l’ha mai circondata di un opportuno cordone sanitario così come si è fatto e si fa nei paesi normalmente civili: Chirac preferì perdere le elezioni piuttosto che allearsi coi nazisti di Le Pen – ha consentito addirittura ai sovversivi in camicia verde di poter accedere al ruolo di ministri.
Ministri della repubblica italiana ma che, come castelli andavano nelle piazze a cantare ritornelli sul genere di “chi non salta italiano è”.

Sovversivi che pensano di vivere in un paese che non c’è né ci sarà mai.

bossi, borghezio, calderoli, salvini e tutta l’orrida ciurma separatista e razzista, dunque eversiva, dovevano essere allontanati dalla società civile.
E invece quando bossi si dimise per cause di forza maggiore, dunque le solite ladrate,  potè contare sulla solidarietà di un sacco di gente, del fior fiore dell’italico giornalismo che offrì la spalla al “leone ferito”: il Winston Churchill delle lande brianzole al quale andava riconosciuto “l’onore delle armi”.
L’uscita, seppur virtuale del troglodita letta in chiave sentimentale, coi media che si sperticarono ad offrire ribalte, la Rai con Ballarò e l’Annunziata, la solita Repubblica e il solito Pigì Battista.

In nessun altro paese del mondo un partito di ladri, golpisti, secessionisti, xenofobi, razzisti, omofobi e fascisti avrebbe mai potuto trovare così tanto spazio mediatico, e nessun giornalista degno di questo aggettivo andrebbe, ancora oggi, a chiedere pareri a borghezio e all’ altro imbecille consentendogli di insultare il ministro nero.
Qui invece l’indegno postribolo non solo ha trovato il sostegno trasversale di tutta la politica, ma perfino un posto in parlamento.

Meno male che Marco c’è

Preambolo: SENTENZA STORICA Mediaset  perde contro Travaglio  

Quest’anno le vacanze a Travaglio le paga silvio: non è meraviglioso?

Sottotitolo: se a centrosinistra vinceranno le elezioni hanno detto di voler fare una legge per evitare la commistione fra la Magistratura e la politica [per quella con la mafia invece no, ci vorrà ancora un po’ di tempo: il paese non è pronto e la gggente non capirebbe].

I Magistrati, untori del terzo millennio, alla politica non si devono avvicinare né per fare il loro mestiere, ché mandare in galera i politici delinquenti non è bello e non si fa per le ragioni di cui sopra frapparentesi, e nemmeno per occuparsene da cittadinanza attiva come società civile.
Gli avvocati, gli imprenditori, i banchieri, gli stessi magistrati che già c’erano, Nitto Palma e tutta la lista che cita stamattina Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano che sono entrati in parlamento hanno forse dato le dimissioni? c’è gente che svolge dieci professioni, tutte regolarmente strapagate, e non si sogna minimamente di lasciare quello che faceva per andare a fare il sottosegretario, il ministro, il presidente del consiglio.

Ingroia però sì, si deve dimettere perché sennò non è credibile.

Un uomo onesto e perbene  che dice di voler fare politica per un paio d’anni deve essere messo in condizioni di scegliere, cosa che non è stata pretesa per NESSUNO.

Nel paese che galleggia nel conflitto di interessi fa paura un Magistrato che decide di voler andare a vedere coi suoi occhi quello che succede nella stanza dei bottoni.
La politica ha una grande responsabilità non avendo fatto quelle leggi per tutelare il paese ed evitare che gente che faceva un altro mestiere fosse in qualche modo costretta a doversi occupare della politica.
Con una legge sul conflitto di interessi non saremmo mai arrivati fino a qui.
Per non parlare dell’idiozia che per cacciare dal parlamento i delinquenti si debba aspettare una sentenza e che, addirittura, vengano rimandati i processi che riguardano berlusconi per non disturbargli la campagna elettorale.
Queste cose le diceva anche Borsellino ma chissà perché quando si evocano Falcone e Borsellino lo si fa sempre per tutt’altre argomentazioni.
Non è colpa di Ingroia se fare il magistrato antimafia in Italia significa doversi poi occupare inevitabilmente anche di politica visto che entrambe sembrano non poter fare a meno l’una dell’altra.

Dico da sempre che in un paese normale ognuno farebbe il suo mestiere, ma se la politica non è in grado di badare a se stessa e pretende che dei politici disonesti, collusi e conniventi con la mafia non se ne occupi la Magistratura quando è il caso – cioè quasi sempre, basta pensare alla vicenda Ilva –  mi sembra altrettanto inevitabile che qualcuno, estraneo alla politica,  un bel giorno decida di  rimboccarsi le maniche per dare il suo contributo e cercare  di porre rimedio ad una situazione/condizione diventata insostenibile.La politica non deve più essere una sorta di privilegio riservato alla solita élite dei soliti noti, dei loro amici, parenti e conoscenti: prima lo capiamo tutti meglio è.

Ingroia ha già detto che non tornerà a fare il Magistrato in Sicilia,  e non si capisce perché  chi  oggi pretende tutto da Grillo e da Ingroia non lo abbia fatto anche coi politici di professione dai quali, invece, ha accettato il tutto e l’oltre. 

Che paese timoroso è diventato l’Italia, è bastato un Renzi per mandarlo in confusione…

Boccassini vs Ingroia, sarà colpa della politica?

 
Leggo che anche Daria Bignardi e quell’eminenza giornalistica di Beppe Severgnini hanno cazzeggiato su Ingroia ieri sera alle Invasioni barbariche su la7.
Quindi dopo Sallusti, Santanché, D’Alema, Boccassini, Casini, Romano [ideatore lista Monti], Berlusconi, Granata, Carfagna, Finocchiaro,  varie testate giornalistiche considerate financo di sinistra perché sostengono il piddì  chi sarà il prossimo o la prossima? staremo a vedere, l’elenco è in aggiornamento.
Meno male che Travaglio c’è: il suo fondo di oggi è un vero faro nella nebbia.
E mi rasserena il fatto che molti dei concetti che ha espresso sono gli stessi che scrivo anch’io da ieri un po’ ovunque.
Idealizzazioni a parte, che non mi riguardano, io non sono una fan del giornalista come chi lo considera una specie di rock star, penso che sia un professionista molto al di sopra della media di quel che passa il convento Italia e che meriti non dico la stima, quella è una questione personale di ognuno, ma il rispetto sì, quindi sono molto più felice di essere in sintonia con lui che con i tanti detrattori che stanno spalmando fango e altro materiale organico e meno nobile da ieri sulla persona di Antonio Ingroia.
Fra questi ci sono anche giornalisti e professionisti che dovrebbero scrivere e parlare per smorzare una polemica inutilmente assurda ma ai quali invece piace tanto buttare altra benzina sul fuoco.
E non credo che lo stiano facendo per mero piacere personale.

Falconi e avvoltoi – Marco Travaglio, 31 gennaio

Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone. S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, anche da parte di colleghi, molto simili a quelli che hanno investito l’Ingroia politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega , Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel ’91 suo fratello decise di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. Ora però sarebbe il caso che tutti — politici, magistrati e giornalisti — siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla festa del Fatto , mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di bottega. Ma vien da domandarsi perché né la Boccassini né la Falcone aprirono bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della Giustizia di Berlusconi, si appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della controriforma della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi tradire la memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle trattative, o depistando le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano.

Così almeno è tutto più chiaro.

Trattativa prêt-à-porter

   

Sottotitolo: Certo che ne passano di schifezze al meeting di comunione e fatturazione [cit. Don Gallo]. La politica già fa schifo di suo, ma quella vicina al vaticano è la più pericolosa. Per eventuali chiarimenti  sul perché rivolgersi allo (s)governatore lombardo. Mai vista tanta gente sobria, elegante, professionista e professionale, temere le intercettazioni come un utilizzatore finale qualsiasi.  

Mettere poi sullo stesso piano intercettazioni e corruzione equivale al concetto di omosessuale= pedofilo.

Ma chiaramente nessuno fra il giornalismo illustre farà caso a questa bazzecola.
Passera è sempre indagato, vero?
Appunto.

Mentre il ministro [indagato per frode fiscale] Passera si occupa di intercettazioni, il suo collega agli affari esteri non tocca di un euro gli emolumenti principeschi dei suoi colleghi ambasciatori.  Equità come se piovesse e Italia paese laico una cippa.
E’ vero, la Costituzione ha bisogno di essere restaurata, bisognerebbe togliere tutti quegli articoli che parlano di cazzate quali uguaglianza, leggi uguali per tutti, del lavoro come un diritto e non un privilegio di caste e sottocaste che certo non dovranno mai preoccuparsi di non percepire stipendi e pensioni; e, cosa più importante, a questo punto sarebbe opportuno anche rendere legali mafie e corruzione, visto che chi le combatte è considerato un sovversivo e visto che TUTTI i governi hanno sempre indebolito chi alla mafia e alla corruzione si è opposto anche a prezzo della vita. Così Scalfari ci risparmia i suoi articoletti, Rondolino non chiede più di chiudere la procura di Palermo, Violante la smette di insultare i suoi ex colleghi che adesso avranno capito per quanto tempo si sono tenuti la serpe in seno.

Io però poi voglio anche la marijuana, legale, famo a capisse.

Dunque Eugenio Scalfari ci fa sapere che ci sono trattative e trattative.

Alla sua veneranda età vorrebbe convincere quegli italiani che – coraggiosamente – sotto la canicola africana affrontano la lettura dei suoi editoriali che ci sono come dire? situazioni e situazioni, e che i governi di uno stato serio devono poter scegliere qual è il male minore in presenza di una o più minacce per quello stesso stato.  Solo la frase ” love of my life” ormai relegata nello stanzino delle scope e degli stracci della Storia  sembrava dare  soddisfazione al gran pezzo di giornalista.

Se non ci sono le mignotte parte del giornalismo di Repubblica  non si eccita. Soffre di una strana forma di depravazione intellettuale.

Volevo timidamente dire all’anziano voltagabbana, all’inventore delle battaglie per la libertà di espressione à la carte [quello che andava bene per berlusconi per Giorgio The King è inammissibile] che quando si tratta di mafia alternative non ce ne dovrebbero essere, in un paese NORMALE i ladri fanno i ladri, gli assassini gli assassini e le istituzioni, le istituzioni.

Avere un’opinione diversa, pensare che in certe occasioni va bene sedersi a tavola coi ladri e con gli assassini non significa cercare di evitare il male peggiore, a casa mia si chiama connivenza, complicità, si chiama rendersi ricattabili da una criminalità consapevole che nel momento del bisogno pezzi dello stato si faranno sempre trovare disponibili a trattare, e poco importa se questo significa tradire la fiducia dei cittadini che di quelle istituzioni invece, vorrebbero potersi fidare.

Napolitano non è al di sopra della legge esattamente come non lo è berlusconi, anche se in tutti questi anni la politica, tutta, ha lavorato incessantemente per farcelo diventare.

 Evidentemente la nuova (probabile?) alleanza del PD con l’UDC ex partito alleato di berlusconi e il comportamento assai discutibile di Napolitano impongono a Repubblica una nuova e diversa linea editoriale: sono lontani anni luce ormai i post it contro tutti i bavagli. Oggi il bavaglio va bene alla destra, al centro, alla presunta sinistra e pure a Scalfari.

Approvare, giustificare, far diventare un atto istituzionale legittimo e normale la trattativa stato mafia è rivoltante quanto chi blatera di “ragion di stato” per giustificare e proteggere gli autori delle stragi fasciste, quanto chi promette giustizia e verità  sui cadaveri dei morti ammazzati e sui loro altari ai familiari delle vittime di stragi di mafia ben sapendo che quella giustizia non potrà mai arrivare perché la trattativa non la prevede.

Sono proprio contenta di aver smesso di comprare La Repubblica da parecchie settimane, perché  Scalfari il complice lo può fare se vuole, se ritiene che sia giusto, ma non con i  miei soldi.  

La coscienza civile applicata alle cose dei tutti i giorni è la migliore strategia per non rendersi complici inconsapevoli di questo ridicolo regimetto che è l’Italia.

Quando, quindici anni fa scrivevo e dicevo che non compravo nulla targato Mondadori molta gente si straniva, come se non si potesse fare a meno di Chi dell’ottimo Signorini, di Panorama, di Sorrisi e Canzoni e di tutta la porcheria stampata per conto dell’ex tizio, strumenti di propaganda ben peggiori dei fogliacci diretti da feltri, belpietro e sallusti nonché del Foglio del moltoebbasta ferrara.

L’ex magistrato e presidente della Camera: «L’inchiesta sulla possibile trattativa tra Stato e mafia? C’è un populismo giuridico che ha come obiettivo Monti e Napolitano»
Ecco un altro campione di obiettività, quello che trattò sottobanco con berlusconi assicurandogli che nessuno avrebbe toccato le sue tv [e infatti nessuno le ha toccate] e quasi si vantò in parlamento che, durante i governi di centrosinistra le ricchezze di berlusconi aumentarono di 25 volte [nel ’93, ora saranno molte di più].
Questa è la sinistra che si contrappone alla destra peggiore presente in parlamento dai tempi del regime di mussolini.

 

Che fine han fatto i giornali e gli editori che un anno fa marciavano con la Fnsi contro il bavaglio targato Alfano? Ora rilanciano a una sola voce gli ukase di Monti che, senza sapere quel che dice, denuncia “abusi nelle intercettazioni” e annuncia la riedizione riveduta e corrotta in salsa tecnica del bavaglio Al Fano. Spariti i post-it gialli, petizioni, mobilitazioni, paginate su “Tutto quello che non avreste saputo e non saprete più”. L’Anm si spinge a definire addirittura “impropria” l’uscita di Monti, ma in un comunicato senza firme, come se si fosse scritto da solo. Zitti il Pd e la presunta sinistra. Comprensibilmente entusiasti Pdl e Udc. Soave corrispondenza di amorosi sensi fra il Foglio, che insulta Zagrebelsky al punto di difendere Scalfari, e la fu Unità, che critica Zagrebelsky per conto terzi (anzi Colle). La fu Unità, poi, attacca con argomenti berlusconiani la gip Clementina Forleo che ha osato, su Facebook, solidarizzare con la collega Todisco aggredita da un governo “illegittimo”. Il che metterebbe “in discussione la terzietà e imparzialità del magistrato”. Quasi che la Forleo avesse fra i suoi imputati il governo. O che i giudici, per esser imparziali, dovessero essere tutti governativi. Come quelli che hanno condannato le Pussy Riot. Piacerebbe, eh? [Marco Travaglio]

Trattativa, Scalfari: ‘Normale in guerra’. E attacca Zagrebelski: applausi da Bondi

Nel suo editoriale domenicale il fondatore di Repubblica risponde al presidente emerito della Consulta, che aveva invitato il Colle a ripensare al conflitto di attribuzioni sollevato con la Procura del capoluogo siciliano ( Il costituzionalista, infatti, dando ragione ai pm di Palermo, aveva invitato il Colle a ripensare al conflitto di attribuzione sollevato con la Procura del capoluogo siciliano.). Sui pm dice: “Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati”. E l’ex ministro della cultura paragona le idee del giornalista a quelle di B: “Le opinioni del Cavaliere sostenute da una penna potente”.

Se fosse…[un paese normale]

Sottotitolo: l’altro giorno sfogliavo una copia di Repubblica trovata sul tavolino del bar della spiaggia. Pensavo che in redazione avessero perso il vizio di fare domande, e invece la domanda c’è, riguarda Formigoni e la richiesta di chiarimento circa le sue vacanze all’insaputa, come se nel frattempo non fosse successo nulla; ad esempio un presidente della repubblica che facendosi scudo del suo ruolo apre uno scontro senza precedenti con la Magistratura.
Si dice che la verità renda liberi, in un paese sano questa libertà ha molto a che fare con un’informazione altrettanto sana.
Appunto.

 

Ho sempre pensato che il finanziamento pubblico ai giornali fosse una garanzia di libertà. 
Che finanziare cartaccia come Libero, Il giornale, Il foglio del molto intelligente ma soprattutto molto e basta ferrara servisse ad avere la possibilità di poter leggere anche altro, che finanziare diffamatori, calunniatori per mestiere come feltri, belpietro, sallusti e compagnia pessima mi avrebbe garantito di poter leggere chi non diffama, non insulta, non racconta balle, non china la testa davanti al potente e al pre-potente.

Ma in questo ultimo periodo ho dovuto cambiare idea. 

Perché mi ero abituata all’idea che dei servi potessero fare solo quello per cui sono pagati; gli altri, quelli che servi non erano fino a che il centro della scena politica era occupato da un malfattore delinquente assurto al potere grazie alla collaborazione di chi avrebbe dovuto impedirlo in qualsiasi modo e che invece lo ha agevolato rendendogli tutto facile e possibile, avrebbero dovuto continuare a fare altro e cioè INFORMARE. 

E invece questo non succede più; da quando c’è Monti ma soprattutto da quando lo stato – dunque Giorgio Napolitano – ha aperto lo scontro con la Magistratura siciliana non c’è più distinzione fra l’informazione che informava e quella che si mette a disposizione del potere. 

Difendere il prestigio delle istituzioni, semmai si possa ancora parlare in questi termini di quelle italiane non significa mentire, tacere, negare, e non si può chiedere ai cittadini, quelli che pagano, di rendersi complici di questo immondo modo di “fare informazione”.

Io non voglio più contribuire, coi miei soldi, ad armare i sabotatori della verità.

 

Trattativa Stato-mafia, ecco tutte le firme di chi sta con la procura di Palermo

La petizione del Fatto Quotidiano a favore della procura di Palermo raccoglie sempre più adesioni A chiedere la fine dell’accerchiamento dei magistrati anche nomi della cultura e dello spettacolo.

 

I have a dream

 Marco Travaglio, 12 agosto

Il Presidente Napolitano è ripartito da Stromboli ed è tornato a Roma. “Parto — ha tenuto a sottolineare con certosina precisione in un imperdibile colloquio con l’Unità — dopo un soggiorno di poco più di otto giorni, più o meno come lo scorso anno”. Fissata con esattezza la durata della vacanza, restano da chiarire due punti. 
1) La sorte del cinghialotto e dell’upupa avvistati da Scalfari nella tenuta di Castelporziano durante la precedente intervista. 
2) L’esatto stato d’animo del Capo dello Stato: la solerte intervistatrice lo descrive basculante fra il “piacere” per la “schiarita nei rapporti tra il governo e le forze politiche che lo sostengono” e l'”inquietudine” per il “non vedere ancora vicine ad un approdo le discussioni che procedono attraverso continui alti e bassi su una nuova legge elettorale, mentre rimane ancora bloccato il progetto di sia pure delimitate modifiche costituzionali che era stato concordato prima di un’improvvisa virata sul tema così divisivo di un improvvisato cambiamento in senso presidenzialistico della Costituzione”. Almeno è certo che il Presidente gode di un poderoso apparato respiratorio, se riesce a pronunciare frasi di questa portata senza prender fiato. Roba da far invidia al bambino che “gli porge una foto e si rammarica” perché l’autografo presidenziale “fatto con la biro l’anno scorso s’è scolorito” (King George aveva finito l’inchiostro sulle leggi di B.) e — fortunello — “se ne guadagna così subito un altro”. Per carità di patria, l’Unità non lo sfrucuglia sull’altra ossessione: l’inchiesta sulla trattativa e la Mancino chat line. A quella provvedono i tweet clandestini del portavoce Cascella; le azioni disciplinari dell’apposito Pg della Cassazione contro i pm che osano parlare; e i vicemoniti del vicepresidente del Csm, Vietti contro il consigliere Racanelli, reo di aver dato ragione alla Procura di Palermo (azione disciplinare anche per lui? Pubblica gogna per lesa maestà? Si attendono lumi). Insomma, un’estate di inferno: fortuna che è l’ultima, da presidente. E dire che filerebbe tutto liscio, se solo Napolitano desse una ripassata alla Costituzione a proposito dei suoi poteri, evitando di impicciarsi in affari che non lo riguardano. Tipo le inchieste giudiziarie. O le “sia pure delimitate modifiche costituzionali” (non dovrebbe trasmettere la Costituzione intatta al successore, come diceva il suo sia pure ignaro maestro Einaudi?). O la legge elettorale, che è di squisita competenza parlamentare. Invece no, s’è messo in testa di dover (e soprattutto di poter) fare tutto lui. “Rientrando a Roma — minaccia — seguirò più da vicino il processo che dovrebbe portare all’attuazione dell’impegno ormai inderogabile di non tornare alle urne con la legge elettorale del 2005”. Ora, non saremo certo noi a difendere il Porcellum: tant’è che avevamo sostenuto il referendum Parisi-Segni-Di Pietro per tornare al Mattarellum. Ma, grazie anche alla moral dissuasion del Colle, la Consulta lo bocciò, cestinando 1 milione 200mila firme tra gli osanna del Palazzo tutto: “La legge elettorale spetta al Parlamento”. Era il 12 gennaio. È forse cambiato qualcosa? Il boom di 5 Stelle: lui sul momento disse di non averlo udito, ma poi con calma glielo spiegarono. Da allora, ogni notte, si sveglia di soprassalto e lancia un urlo: “Aaaarghhhh!”. Donna Clio, consiglieri, corazzieri, monitatori e trombettieri accorrono al capezzale: “Che è stato, Presidente? Il solito incubo dello spread?”. “No, no”. “L’euro?”. “Macché”. “Ancora la voce di Mancino?”. “Ma va, mica chiama più, quello. Ho di nuovo sognato quel tipo grassoccio, barba e capelli grigi, che si presenta nel mio ufficio in giacca e cravatta ridendo come un pazzo, mi grida all’orecchio ‘Presidenteeeee? Boom!’, poi dice che ha vinto le elezioni e che devo incaricarlo di formare il nuovo governo. Ditemi che non succederà mai”. “Ma no, Presidente, torni a riposare, vedrà che passa anche stavolta. Lo dicono i tweet di Cascella. 
L’upupa e il cinghialotto confermano”.

Se fosse un paese normale, non sarebbe l’Italia

Poi, alla fine, tutti concordi a dire: “L’Italia non è un paese normale.” Anche io, colpevole, l’ho scritto più volte, e ora scopro di essere stata vittima della stessa formuletta ripetuta fino alla nausea, proprio come un mantra.

 

Insomma, è diventato normale, che l’Italia non sia un paese normale, al punto che nemmeno ridiamo delle cose che dovrebbero far ridere o ci indigniamo per quei fatti che dovrebbero destare la nostra indignazione. Allora, siccome non siamo più normali, ma normalizzati, tutti giù a ridere perché quella strana cosa della santanchè, promette per Ottobre, un milione di persone in piazza per “silvio”.

 

Che c’è da ridere? A mio avviso proprio nulla. Non è strano, non è nemmeno impensabile che l’operazione possa andare a buon termine. Portare e deportare un milione di persone in piazza, oggi, non è difficile: ci riuscirono con 30 euro un panino e una bibita, oggi potrebbero anche abbassare il prezzo, e al posto della bibita dare solo una bottiglietta d’acqua scadente. La gente ci andrebbe, aggiungendovi la speranza di poter vedere da vicino, una di quelle facce che così tante volte hanno visto in televisione. Non importa che piaccia o no, l’importante è la foto scattata col cellulare o poter dire: “Io c’ero. L’ho visto! Ammazza oh! Fa davvero schifo da vivo. E poi mi hanno dato anche venti euro.” Per le deportazioni, sappiamo come funziona: basta una casa di riposo di proprietà di un connivente e qualche pullman con l’aria condizionata. Forse la promessa di una bella gita o di un premio al termine della giornata. Così capita già.

 

Peccato davvero che l’Italia ormai sia un paese anormale, questo ci ha fatto perdere l’occasione di una sonora risata, una di quelle gratis, che riempie tutta la bocca. C’era ben altro nelle dichiarazioni di quella vecchia cosa lurida, ossia il veto, per Passera, di ricoprire in futuro la carica di Primo ministro. Un sacrosanto divieto dato dall’etica e dalla morale: “Passera – dice la zoccola – è un evasore fiscale.” (Mi asciugo le lacrime, che per fortuna ancora riesco a ridere)

Se l’Italia non fosse stata così tanto normale nella sua anormalità, il giornalista sarebbe saltato sulla sedia: “Ma come? È come se domani, maroni dicesse che borghezio non può essere ministro perché è un razzista. O come se domani un vescovo dicesse che molestare un bambino è reato, oltre che mero peccato. È come se dell’utri si opponesse alla candidatura di cosentino, perché o’americano è vicino al clan dei casalesi …”

 

Invece no … tutti preoccupati per un milione di morti di fame che venderebbero le proprie figlie per un pieno di benzina. Della dignità e dell’intelligenza, noi ce ne fottiamo.

 

Perché l’Italia non è un paese normale, e se lo fosse non sarebbe l’Italia.

 

Rita Pani (APOLIDE)

 

Politica VS Legge e Costituzione

Sottotitolo: anch’io vorrei provare ad  ammazzare una persona  e poi SCEGLIERMI la pena. Ma mi sa che non me lo farebbero fare.

Omicidio Aldrovandi, i poliziotti colpevoli assegnati ai servizi socialmente utili

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In ginocchio da Cosa Nostra. Nero su bianco

“Spiace ai cultori del negazionismo professionista, ma l’unico aggettivo che si può togliere, nella narrazione della trattativa tra Stato e mafia, è “presunta”. A cancellarlo è la sentenza della Cassazione del processo sulle stragi del ’93 a Firenze, Roma e Milano, che ha certificato l’esistenza della ‘trattativa’ ponendo il proprio autorevole timbro alla ricostruzione, confermata nei tre gradi di giudizio, e sintetizzata dalle parole contenute nel verdetto di primo grado: “L’iniziativa del Ros (che contattò Vito Ciancimino, ndr) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa: l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. E nonostante le più buone intenzioni con cui fu avviata, (quest’iniziativa, ndr) ebbe sicuramente un effetto deleterio per le istituzioni”.

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 IL CSM PREPARA LA LEGGE NAPOLITANO
Il vicepresidente Vietti incontra il Capo dello Stato, poi dice al Fatto: top secret le parole dei “soggetti terzi intercettati, ma non indagati”. Con tanti saluti alle responsabilità politiche.

[Il Fatto Quotidiano]

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Ci vuole una grandissima faccia come il culo a scrivere, come ha fatto l’Unità, che l’ascesa politica di berlusconi fu la naturale conseguenza dal “conflitto” fra politica e Magistrati. Certi giornali – cosiddetti di sinistra – ultimamente più che riportare notizie e citare fatti realmente accaduti belano, cinguettano, talvolta abbaiano – ma solo quando c’è da prendere le parti di qualche indifendibile eccellente – unicamente menzogne, mistificazioni, capovolgimenti di verità ormai storiche potendo confidare nel fatto che qualcuno crederà perfino che siano cose serie.
E se anche l’Unità scrive  – senza che nessun dirigente del partito smentisca e si dissoci da questa sesquipedale bufala –  di una colossale falsità inventata ad arte come il conflitto fra politica e Magistratura, gli elettori del pd sanno che devono crederci perché questo vuole il partito, diventato ormai l’unico editore di riferimento del povero quotidiano che fu di Antonio Gramsci, il quale, sono sicura, avrebbe avuto un altro concetto di ‘conflitto’, non avrebbe mai pensato infatti, che un Magistrato che porta a processo criminali, corruttori, mafiosi – anche se fanno i politici – sia lui il pericolo, il nemico da abbattere o tutt’al più, per non dare troppo nell’occhio ché ricostruire autostrade e quartieri è anche un po’ costoso e c’è la crisi, esiliandoli altrove dove non possono “far danni”, tipo indagare sui rappresentanti di uno stato che anziché lavorare per sconfiggere la mafia ci si siedono a tavola mettendosi anche comodi: un pranzo che dura praticamente da vent’anni.
Ricordiamo agli smemorati che l’ascesa di berlusconi, impostore, abusivo della politica e con guai giudiziari antecedenti alla famosa “discesa in campo” fu resa possibile con quello che davvero si può ritenere un atto eversivo/sovversivo e cioè ignorare la legge che glielo avrebbe impedito, dunque un colpetto di stato in piena regola.
La bicamerale [necessaria eh?] del cazzatore [di rande] ma più che altro cazzaro, quello che qualcuno considera addirittura uno statista ha completato l’opera consegnandogli praticamente le chiavi del paese.
L’unico vero conflitto, esistente dalla notte dei tempi in Italia, è solo quello della politica fra la legge e il suo rispetto, che deve valere per tutti meno per chi – indegnamente – la rappresenta.   Il pd non andrà a governare perché NON CONVINCE, perché tratta e in malomodo sui diritti  e la legalità che sono la priorità per un paese civile, molto più dell’economia. Un paese è molto più povero quando viene privato della sua dignità.

Una politica seria e onesta non parla di conflitto con la Magistratura:  la sostiene e ci lavora affianco.

 Chi tocca la casta e tutto ciò che ad essa ruota attorno – quindi soprattutto il malaffare – muore, anche restando vivo.

Magistrati, giornalisti, militanti, non ce n’è per nessuno.   Pensate che bella la nuova legge elettorale che ci aspetta.

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In nano veritas
Marco Travaglio, 1 agosto

La Seconda Repubblica è nata dal “peccato originario” (sic) del “conflitto tra politica e magistratura” che l’ha attraversata come un “filo rosso permanente”. “A trarre il massimo vantaggio da quest o conflitto fu Berlusconi” grazie alla “destrutturazione della politica operata in buona parte dalla magistratura”, poi però “si aprì uno scontro insanabile fra Berlusconi e la magistratura”. Un “conflitto ventennale che ha visto contrapposti Berlusconi e la magistratura, costituitasi e progressivamente rinsaldatasi in un ruolo di custode generale dell’eticità dello Stato”. I reati di B. e dei suoi compari, ma anche di vari esponenti del centrosinistra finiti sotto processo, non c’entrano: è stata una guerra civile, “condotta da entrambe le parti” — truppe berlusconiane e togate — “con furore giacobino, senza esclusione di colpi” e s’è conclusa “senza vincitori né vinti”. Ora però “la Seconda Repubblica è finita” e i due eserciti devono ritirarsi in buon ordine in nome dell'”equilibrio dei poteri”, per fare spazio alla “politica”. Resistono, purtroppo, alcune schegge di magistratura “recalcitranti e invadenti”, ma vanno prontamente “cancellate” come “fantasmi di un passato che dev’essere chiuso”. Ed “è su questo sfondo storico che va considerata e apprezzata la decisione del presidente Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione presso la Consulta sulle intercettazioni operate da una procura” (era un gip, ma fa lo stesso): “Essa è importante” perché “segnala la necessità di chiudere disfunzioni formali e distorsioni materiali della Seconda Repubblica” e “si propone di ridefinire compiti e funzioni di ciascuno” per “aprire una nuova fase della democrazia, liberandola finalmente dalle contrapposizioni del passato e dalle macerie personali e collettive che esse hanno lasciato sul terreno”. Chi pensasse che questi pregevoli scampoli di prosa siano usciti sul Giornale, sul Foglio, su Libero, su Panorama, sul Corriere a firma del quartetto Galli della Loggia-Panebianco-Ostellino-Battista, resterà sorpreso: l’autore è Michele Ciliberto, editorialista della fu Unità. Qualcuno dirà: Ciliberto chi? Giusto, se non fosse che l’Unità è tornata a essere l’organo ufficiale del Pd.
Quindi, a meno che qualcuno non ci spieghi che Ciliberto non rispecchia la posizione del Pd, siamo autorizzati a pensare che anche il Pd ha finalmente fatto outing sposando il berluscones-pensiero: i processi a B.&C. per mafia, corruzione di giudici, finanzieri e testimoni, frode fiscale, falso in bilancio, concussione, prostituzione, così come le indagini sulle trattative Stato-mafia non sono la conseguenza di gravissimi delitti, ma di uno “scontro fra politica e magistratura” combattuto “da entrambe le parti con furore giacobino”; e che il conflitto del Colle contro la Procura di Palermo che indaga sulle immonde trattative non serve tanto a stabilire se le intercettazioni indirette del Presidente andassero o meno distrutte dai pm senza passare dal gip e dal contraddittorio fra le parti; quanto piuttosto a mettere in riga quei pm facinorosi, “recalcitranti e riottosi”, che si ostinano a credere che la legge sia uguale per tutti e a non comprendere che la guerra è finita e la politica deve comandare sul potere giudiziario come ai bei tempi del Duce e del Re Sole. Nel qual caso, B. può ritenersi soddisfatto, ritirarsi in una delle sue ville con le sue squinzie, rinunciare alla faticosa e incerta ridiscesa in campo e lasciar fare ai “comunisti”. Ormai ha vinto lui. Le sue parole d’ordine campeggiano sulla prima dell’Unità, succulento antipasto di quel che ci riserva la prossima legislatura. Intanto la guerra alle intercettazioni e alla Procura di Palermo, che finora l’aveva visto soccombente, la combatte per lui il capo dello Stato fra gli osanna di destra, di centro e di sinistra (fa eccezione Di Pietro, ma una simpatica vignetta sull’Unità lo definisce “molto malato”, pronto per la rieducazione “in clinica”). Quod non fecerunt berluscones, fecerunt corazzieri.