I servi sciocchi

Fecondazione assistita, Consulta: “Divieto di eterologa è incostituzionale”

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della norma della legge 40 che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta. [Il Fatto Quotidiano]

La Consulta oggi ha ribadito che negli ultimi dieci anni – e per tacere su quelli precedenti – a fare leggi in parlamento c’era un manipolo di estranei al mestiere della politica, gente che evidentemente non conosce le norme costituzionali e ha sfornato, con una certa frequenza, leggi che poi si sono rivelate carta straccia. Tre domande: perché ci vogliono dieci anni per stabilire che una legge non è buona? E perché bisogna affidarsi sempre alla pervicacia di privati cittadini, come l’avvocato che ha mandato in frantumi la legittimità delle ultime tornate elettorali o di quei cittadini che provano sulla loro pelle l’incostituzionalità di una legge? Non si potrebbero controllare prima che facciano danni, queste leggi? 
Per sistemare in parte i danni prodotti da questa politica incapace, serva della chiesa, che non legifera per risolvere problemi né preoccupandosi delle esigenze della gente ma lo fa istruita dall’ideologia e dalla paura di turbare gl’invasori d’oltretevere ci vogliono otto, dieci anni. Un frattempo nel quale tanta gente è stata danneggiata da quelle leggi sbagliate. A partire da quella elettorale, la bossi – fini e questa sulla fecondazione che hanno prodotto disastri e dolore personale. Una devastazione che non verrà addebitata a nessuno. Nessuno insorgerà chiedendo la responsabilità civile e ancorché penale del politico che pensa obbrobri incostituzionali, illegittimi perché privi perfino del semplice buon senso né quella di un presidente della repubblica che ci mette la firma. E finché nessuno pagherà in solido i danni che produce, anche col licenziamento così come avviene in qualsiasi contesto lavorativo qual è anche il parlamento, non ne usciremo. “Loro” continueranno a fare i danni e noi a subirli senza nemmeno poter dire che non siamo d’accordo, che così non può funzionare.

Io penso proprio a dare la responsabilità a chi danneggia lo stato. E lo devono fare i diretti interessati, così come dovrebbero farlo col politico delinquente, la politica si può sistemare e riformare anche da dentro, prima di  arrivare alle elezioni. Chi  fa  leggi e chi le ha approva malgrado e nonostante sappia di sbagliare, di non rispettare la Costituzione quale unico riferimento al quale guardare quando si pensa una legge deve andare via dalle istituzioni, perché non offre le garanzie necessarie. E’ gente di cui non ci si può fidare.

Colgo l’occasione per ricordare che il referendum sulla legge 40 fu osteggiato, ignorato dai media e il vaticano fece una campagna violenta e vergognosa per invitare la gente a disertare le urne.  A votare ai referendum si va, anche quando la questione non rientra nei nostri interessi personali, i referendum sono uno strumento democratico, forse anche di più delle elezioni, perché chiedono direttamente ai cittadini se sono d’accordo o meno su una legge che poi, se a decidere sono l’assenteismo e il menefreghismo saranno chiamati a rispettare anche se non va bene, se non è utile, se è dannosa come lo era la legge 40 alla quale però si poteva e si doveva dire no, non servivano dieci anni di attesa.  E’ più difficile fare strame di un paese quando i cittadini dimostrano di essere maturi, consapevoli, quando si informano, quando si mettono anche un po’ nei panni degli altri pensando a come sarebbe se qualcosa mancasse, non si potesse fare pur rientrando nel proprio diritto a farla, e avere un figlio, un figlio sano quando si desidera deve essere considerato un diritto, non una fortunata coincidenza. Questo paese va liberato da una classe dirigente  bigotta, retriva,  che fa subire a noi cittadini l’influenza, l’invadenza e l’ingerenza della chiesa negli affari di stato con tutte le conseguenze, che si chiamano negazione dei diritti civili,  per una mera questione di opportunismo politico. 

Truffatori, con viva & vibrante soddisfazione

L’avvocato Aldo Bozzi ha seppellito il Porcellum in punta di diritto. Con altri venticinque cittadini, il nipote dell’omonimo leader liberale ha scardinato il sistema elettorale più impopolare della storia repubblicana. Fino al trionfo.

«SEPPELLIRE LA PORCATA MI È COSTATO DIECIMILA EURO» 

Auguriamo lunga vita ai magistrati.
Senza il loro intervento, necessario, non ho idea di quello che sarebbe questo paese da sempre nelle mani di perfetti incapaci, e in più disonesti fino al midollo ai quali serve sempre l’insegnante di sostegno e poi si lamentano pure perché i giudici interferiscono nella politica.
Ma dove doveva andare, se non verso il giusto fallimento, un paese dove si affida la responsabilità di fare la legge elettorale a calderoli? 
Se il parlamento fosse un’azienda oggi tutti i dipendenti troverebbero la lettera di licenziamento sulla loro scrivania. Ci sono voluti otto anni e l’impegno CIVILE di un privato cittadino per stabilire l’illegittimità della legge denominata porcata dal suo stesso ideatore che per primo oggi si meraviglia che la questione sia stata trascinata fino ad oggi: sono soddisfazioni. Una cosa che tutti sapevano ma che faceva molto comodo che restasse com’era. Leggi, finanziarie, provvedimenti “eccezionali”, leggi ad personam a tutela di un delinquente pregiudicato regolarmente firmate dal presidente illegittimo: tutto fuorilegge, illegale. Una truffa a getto continuo spacciata per esercizio della democrazia.

La sentenza che dichiara illegale e illegittima la legge elettorale è stata possibile solo grazie a quella Costituzione sulla quale un parlamento di abusivi ha già messo le mani. 

Questa sentenza ha restituito in parte la sovranità al popolo scippata da un manipolo di gente voluta da nessuno ma che si è messa in testa di modificare il paese di tutti a sua immagine e somiglianza, quelle di chi agisce nell’illegalità e di conseguenza costringe noi a vivere secondo la sua idea di illegalità. 

Chi in tutto questo tempo ha parlato di oligarchia, di regime, di dittatura mascherata, di azioni al limite del colpo di stato è stato bollato come populista, demagogo, antistato e qualunquista anche dal presidente della repubblica clandestino, illegittimo, quello che non aveva sentito il “boom”e ha continuato a fare finta di niente, a non vedere un paese stanco di una politica chiusa nel fortino che di tutto si interessa fuorché della politica, che ha firmato una legge illegittima che chiede, pretende anzi, riforme a tutto tondo, compresa quella della Costituzione, senza nessuna autorità per poterlo fare.


I FUORILEGGE – Marco Travaglio, 5 dicembre

Volete prima la notizia buona o quella cattiva? Ma sì, dài, cominciamo con quella buona: nell’ottavo compleanno del Porcellum, voluto nel dicembre 2005 dall’Udc di Casini, scritto da Calderoli, approvato da tutto il centrodestra e poi conservato anche dal centrosinistra, la Corte costituzionale ha finalmente stabilito che quella legge non è soltanto una porcata: è anche incostituzionale in almeno due punti, il premio di maggioranza del 55% dei seggi alla Camera per la coalizione più votata (senz’alcun tetto) e le liste bloccate con i candidati nominati dai partiti. Ne discende che sono, se non giuridicamente, almeno moralmente incostituzionali tutti i parlamenti eletti con quel sistema: quello del 2006 (maggioranza Unione), quello del 2008 (maggioranza Pdl-Lega) e soprattutto quello attuale, uscito dalle elezioni del 24-25 febbraio.

Dunque sono incostituzionali anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rieletto dai parlamentari incostituzionali, e con molti più voti del dovuto (quelli dei deputati Pd-Sel eletti dal premio di maggioranza ora cassato). E lo è anche il governo di Letta jr., che a Montecitorio gode di una vasta maggioranza dopata da quel premio ora caduto: decenza vorrebbe che i deputati in sovrappiù decadessero e andassero a casa. Insomma, tutto il sistema è fuorilegge. E, se avesse un minimo di dignità, procederebbe a una rapida eutanasia per riportarci al più presto alle urne con una legge elettorale finalmente legittima: una nuova, se mai riusciranno a trovare uno straccio di accordo (che sarebbe comunque frutto di un Parlamento illegittimo); o quella disegnata ieri dalla Corte con una sentenza formalmente “caducatoria” (cancella premio e liste bloccate), ma sostanzialmente “additiva” e “paralegislativa” (disegna un sistema elettorale alternativo al Porcellum, che sarà valido al deposito delle motivazioni, visto che il Paese non può restare senza legge elettorale neppure un istante).

Naturalmente lo sapevano tutti che il Porcellum era incostituzionale. Ma si comportavano come se fosse legittimo. Fino alla suprema protervia di pretendere, dal Colle in giù, che un Parlamento e un governo porcellizzati riscrivessero la Costituzione. Con la complicità di decine di presunti “saggi”, anch’essi incostituzionali per contagio, che hanno screditato se stessi e l’intera categoria prestandosi alla controriforma. Ora almeno quella minaccia pare sventata. Ma sia chiaro che qualunque altra “riforma” (tipo quella della giustizia) sarebbe viziata dallo stesso peccato originale: quindi si spera che lorsignori ci risparmino altre porcate.

La cattiva notizia è che, a causa dell’insipienza dei partiti e del loro Lord Protettore e Imbalsamatore, la Consulta riporta le lancette dell’orologio indietro di vent’anni, riesumando l’ultima legge elettorale della Prima Repubblica: quella con cui si votò nel 1992, il proporzionale puro con preferenza unica (a parte lo sbarramento al 4% per l’accesso alla Camera e all’8 per l’accesso al Senato dei partiti non coalizzati). Quella sonoramente bocciata dall’82,7% degli italiani il 18-19 aprile ’93 nel referendum di Segni&C. che introdusse il maggioritario (poi in parte recepito e in parte no dal “Mattarellum”).

Le forbici della Consulta proprio questo fanno: trasformano il Porcellum da legge maggioritaria in legge proporzionale spianando la strada ai nemici del bipolarismo. Napolitano, Letta, Alfano e Casini in testa: i nostalgici dei governi che non nascevano delle urne, ma dagli accordi aumma aumma nelle segrete stanze dei partiti e del Quirinale. Se, come dicono, Renzi e i 5Stelle vogliono difendere il bipolarismo (“Morto il nano, ce la giocheremo noi e il Pd, e ne resterà solo uno”, tuonava Grillo), possono rendere un grande servigio al Paese: scrivendo insieme una nuova legge elettorale, col ritorno al Mattarellum o col doppio turno alla francese, che salvi il bipolarismo. Se invece ci faranno votare con la legge della Consulta, ci condanneranno a un futuro terrificante: quello dell’Inciucio Eterno.

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Operazione Casta Concordia

Mauro Biani

PASSA LA LINEA MORBIDA. SCHIFANI: “B. COMANDERA’ LONTANO DAL PARLAMENTO”  – Stefano Feltri, Il Fatto Quotidiano

 Gli arresti domiciliari non sono una specie di convalescenza, di vacanza, di periodo di aspettativa. Sono – appunto – arresti domiciliari durante i quali ai delinquenti comuni viene inibito ogni contatto con l’esterno.
berlusconi politica non l’ha mai fatta nemmeno in parlamento e nei suoi domicili faceva altro, ad esempio le famose cene eleganti; ma basta con queste prese per il culo a getto continuo. Se la linea “morbida” è quella che consente al pregiudicato amico e pagatore di mafiosi di poter mettere ancora bocca e becco nella politica, il modo è ancora tutto da studiare, bisognerà pure inventarsi qualcosa per spiegare agli italiani ma soprattutto a chi dagli arresti domiciliari o comunque in una condizione di persona condannata a quattro anni di galera da scontare in comode rate e in un luogo a scelta del condannato non può e in nessun modo comunicare con l’esterno e figuriamoci con un parlamento della repubblica, non oso immaginare a quale sarebbe stata quella dura.

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Chissà perché a Repubblica e al Corriere della sera non interessa che l’appena nominato alla Consulta Giuliano Amato abbia avuto in passato dei comportamenti che non fanno di lui quell’esempio di moralità e imparzialità indispensabile per far parte, esserne addirittura responsabile, dell’ultimo tribunale, il più alto, la Consulta, quello preposto a stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato nel merito di decisioni importantissime che riguardano tutto il paese?

Non dovrebbe essere un dovere del giornalismo “indipendente” quale si vantano di essere i due suddetti quotidiani contribuire ad informare i cittadini?
Nascondere al grande pubblico i fatti che riguardano Giuliano Amato, seri, gravi e che costituiscono molto più di un precedente per fare del dottor Sottile il meno adatto a ricoprire una carica così importante, lasciare che sia il solito Fatto Quotidiano a fare i lavori sporchi, tipo chiedere le dimissioni dell’inadeguato Amato per accusarlo poi di essere il giornale dei giustizialisti, dei manettari non è la più infame e vigliacca delle azioni?

In un paese che cade a pezzi, dove le istituzioni e la politica non trovano, perché non possono e non vogliono, il modo di buttare fuori dal parlamento il pregiudicato delinquente berlusconi e un presidente della repubblica si rende complice di questa oscena operazione di salvataggio a tutti i costi fino a nominare Giuliano Amato alla Consulta, quello stesso Amato che per ben due volte il centro destra di berlusconi avrebbe voluto al Quirinale, la notizia più importante con cui aprire giornali e telegiornali può mai essere lo spostamento della nave incagliata all’isola del Giglio?

Una domanda a questi cosiddetti grandi organi di stampa e informazione: “ma per chi ci avete preso? pensate davvero di poter continuare ancora per molto a rendervi complici di questo scandalo denominato governo delle larghe intese in funzione del quale bisogna tacere su ogni nefandezza per non disturbare il progetto di pacificazione nazionale, ovvero l’annullamento della sentenza che condanna il più delinquente di tutti?”

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Il silenzio che salvò Amato dal crollo di Craxi – Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano

[VIDEO] Giuliano Amato alla vedova del senatore Psi: “Zitta coi giudici, non fare una frittata”

In una chiamata del 1990 l’allora vice del Psi di Craxi, oggi alla Consulta, chiede
alla vedova di un senatore di non parlare dei protagonisti di una mazzetta: “Tirati fuori dalla storia”.

Giuliano Amato alla Consulta, orgasmo da Rotterdam

I consigli di Amato alla vedova di un socialista: “Zitta coi giudici, niente nomi”

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MORRA: “AMATO SI DIMETTA, DA M5S INTERROGAZIONE URGENTE”

E pensare che [se questo fosse un paese normale] queste dimissioni  le avrebbe dovute chiedere il piddì.
E non solo le sue ma anche quelle del cosiddetto garante della Costituzione.
Ma purtroppo è solo l’italietta, della politica e delle istituzioni marce e corrotte, quella della politica bella  degli inciuci, delle pastette sotto e sopra il banco.

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Dimissioni di Amato per non trascinare nel fango Consulta e Quirinale – [Peter Gomez, Il Fatto Quotidiano]

Giuliano Amato ha un’unica strada per evitare di trascinare in un colpo solo nel fango la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale: rinunciare al suo incarico di giudice della Consulta.

Qualunque persona di buon senso e in buona fede dopo aver ascoltato il nastro del suo colloquio telefonico con la vedova del senatore socialista, Paolo Barsacchi, scovato dal nostro valente collega Emiliano Liuzzi, non può arrivare a conclusioni diverse. Invitare una testimone in un processo per tangenti a non fare nomi per tenere fuori da uno scandalo i vertici del proprio partito è un comportamento incompatibile con la funzione di giudice costituzionale.

L’obiezione secondo cui il colloquio, registrato dalla signora Barsacchi, è molto antico (risale al 1990), non vale. Nella carriera dell’ex vicesegretario del Psi, due presidenze del Consiglio e più volte ministro, ci sono altri episodi del genere. Storie spesso diverse tra loro che dimostrano però come il caso Barsacchi, per Amato, non sia stato un incidente di percorso, ma la regola.

Bettino Craxi, infatti, utilizzò Amato per tutti gli anni ’80 e i primi anni ’90 per tentare di arginare (leggi insabbiare) il crescente numero di inchieste che coinvolgevano gli amministratori del Garofano. Non per niente l’ex sindaco di Torino, Diego Novelli, durante la bufera scatenata dalla scoperta delle mazzette versate nel suo comune a Dc, Psi e Pci, fu rimproverato proprio dal neo giudice costituzionale per aver portato in Procura il faccendiere-testimone d’accusa Adriano Zampini “anziché risolvere politicamente la questione”. E nel 1992, quando il dottor Sottiledivenne per la prima volta premier, fu proprio il suo governo a spingere il Sismi e il Sisde a raccogliere dossier sui magistrati di Mani Pulite che stavano scoperchiando l’enorme rete di corruttele che aveva messo in ginocchio il Paese.

Lo si legge nella relazione del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezzadel 6 marzo del ’96 e lo racconta nel suo libro, Sorci Verdi, l’ex ministro dell’Ambiente del governo Amato, Carlo Ripa di Meana: “Giuliano mi riproverò: disse che l’azione giudiziaria di Mani Pulite – come indicavano i servizi e il capo della Polizia Vincenzo Parisi – era un pericolo per le istituzioni”. Una considerazione significativa che dimostra come nella testa del neo giudice costituzionale alberghi da sempre un singolare ragionamento: il problema in Italia non sono i ladri e le ruberie, ma chi li scopre.

Anche per questo, ma non solo, oggi le istituzioni sono di nuovo in pericolo. Quale fiducia potranno avere d’ora in poi i cittadini nelle decisioni della Consulta, visto che tra loro siede un giudice che giustifica e anzi consiglia ai testimoni di essere reticenti? Cosa penseranno delle scelte del Quirinale gli italiani quando sentiranno Giorgio Napolitano ripetere le parole da lui stesso utilizzate un anno fa, il 25 settembre del 2012: “Chi si preoccupa dell’antipolitica deve risanare la politica” perché “far vincere la legge si può come avvenne contro la mafia, come dimostrano Falcone e Borsellino”?

Domande retoriche. Alle quali in qualsiasi Paese del mondo non si risponde con il silenzio imbarazzato dei partiti delle larghe intese di queste ore, ma con una lettera d’immediate dimissioni. La firmerà Amato? Alla luce dell’esperienza pensiamo di no. Ma per una volta ci piacerebbe essere smentiti. Vedere l’ex vice-segretario Psi picconare con la sua presenza ciò che resta della credibilità di Consulta e Quirinale è un brutto spettacolo.  È una di quelle  scene di cui l’Italia non ha davvero più  bisogno.

Amato, da chi?

 

Come dice un mio caro amico è vero che in Italia abbiamo un problema culturale enorme da cui scaturiscono limiti intellettuali altrettanto enormi, ma la colpa non è solo nostra, della gggente, è soprattutto di chi da pulpiti autorevoli, da ribalte pubbliche, maggiormente nella politica e nelle istituzioni stimola certe reazioni, riflessioni.
C’è un sacco di gente, me compresa, che quando si alza al mattino vorrebbe pensare ad altro, occuparsi serenamente delle sue cose, ma non ce lo fanno fare.
Nel dibattito pubblico non cambia una virgola da vent’anni; berlusconi, i reati di berlusconi, le condanne di berlusconi, i salvataggi in extremis di berlusconi, i papi, gli anatemi sulla famiglia uomo + donna = figli, la negazione dei diritti civili, la politica che non si occupa più di niente se non di stessa, chiusa nella sua autorefenzialità di casta e inginocchiata davanti a poteri più dannosi e devastanti di quanto possa esserlo la politica stessa.

L’Italia è un paese per schizofrenici, non per persone normali, sane, che vogliono essere libere di vivere, respirare e farlo possibilmente in un un paese sano, non corrotto, non nelle mani dei soliti ignobili personaggi.

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Nuovo ricatto dei Riva “Dopo sequestro di ieri chiudiamo le aziende” 

In un paese normale una volta stabilito che un imprenditore è un criminale gli si toglie la possibilità di nuocere ancora, come anche al politico criminale.
Qui no, si preferisce il sadomaso.
Ce piace soffrì.

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Se una gigantessa come Barbara Spinelli scrive che un’eventuale caduta di governo non comporterebbe nessun’aggiunta alla catastrofe in corso da una ventina d’anni [per tacere sui precedenti] io le credo: istintivamente sono più propensa ad avere fiducia in lei che in Napolitano, Letta e in tutti quelli che dalle loro tribune, specialmente quelle “repubblicane” [ogni riferimento a Scalfari non è puramente casuale] minacciano miseria, terrore e morte se il capolavoro napoletano delle larghe intese dovesse si dovesse guastare.

Barbara Spinelli: “Lo stravolgimento dell’art.138 è un colpo di mano”

“Si parla di deroga, ma la parola giusta è violazione della Costituzione: finché non è modificato, l’articolo 138 è legge da osservare. Tanto più è un colpo di mano se pensiamo alla presente congiuntura storica: un Parlamento di nominati, un governo di larghe intese che gli elettori non volevano e che distorce la democrazia”.

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Papa Francesco: “Fecondità dalla differenza. Matrimonio uomo-donna nella Costituzione”.

Ennò, purtroppo non c’è.
Quegli sbadati dei padri costituenti hanno dimenticato di precisare che il matrimonio è quello previsto solo fra donne e uomini. L’articolo 29 parla genericamente di CONIUGI ma non specifica che debbano essere specificamente moglie e marito, ovvero ‘n omo e ‘na donna [cit. Carlo Verdone].

Perché il papa non va a dire a Francia e Inghilterra che hanno appena approvato la legge sui matrimoni omosessuali che “la fecondità sta nella differenza”?

E chi non vuole figli? chi non li può avere? 

Ma basta con questa storiaccia che l’unico matrimonio è quello finalizzato a far nascere dei figli.

 

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Quando è stata approvata la legge che trasforma gli arresti domiciliari in un specie di telelavoro, uno di quelli che si facevano una volta da casa  tipo fare le collanine, imbustare documenti eccetera?

Perché sentir ripetere la storiella che berlusconi non avrebbe problemi a lasciare il parlamento perché potrebbe poi continuare a fare politica “da fuori” a me pare l’ennesima presa per i fondelli in quanto berlusconi più che avere la possibilità di fare politica da fuori dovrebbe smettere di farla, semmai l’abbia mai fatta, in quanto il suo posto sarebbe “dentro”.

I cosiddetti ladri di polli quando sono ai domiciliari devono rispettare anche il confine fra la porta di casa e il pianerottolo, se si azzardano a superarlo e li beccano li riportano direttamente in galera per evasione, qui invece abbiamo avuto alessandro sallusti che in qualità di detenuto ai domiciliari, sebbene per poche ore, ha avuto la possibilità di usare un computer, connettersi alla rete e twittare tutta la sua disperazione di persona deprivata ingiustamente della libertà di poter diffamare ancora e ancora, tant’è che Napolitano alla fine si è commosso e lo ha messo nella condizione di poter continuare a farlo da persona libera.

Perché finché certe cose le dicono i soliti, quelli che sulle balle, sulla disinformazione hanno creato la loro fortuna e il loro potere è una cosa, ma se una minchiata come la politica svolta per videoconferenza mentre si scontano gli arresti domiciliari la dice anche Cacciari in televisione la questione diventa seria.

Avere a disposizione un computer per connettersi ad internet è molto di più che avere la possibilità di uscire di casa, significa poter continuare a comunicare con l’esterno con chi si vuole e quando si vuole, qualcosa che ai detenuti normali, sia che scontino la pena in carcere o a casa non è concessa.

Avvertite Cacciari.

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Napolitano piazza Amato alla Consulta

L’ennesima poltrona per il signore della Casta, Giorgio Meletti

 

Napolitano ha nominato Giuliano Amato giudice della Corte costituzionale

Presidente del Consiglio, ministro della Repubblica in tre diversi governi (Goria, Prodi, D’Alema), già senatore e deputato, giurista e docente universitario. Con questo curriculum l’ex socialista (e braccio destro di Craxi) e poi democratico diventa nuovo componente della Consulta. Il centrodestra lo ha candidato due volte al Quirinale.

AMATO, PIÙ POLTRONE DI DIVANI&DIVANI (DI M. TRAVAGLIO)


BOBO CRAXI DISSE: “PAPÀ CAPO DEI LADRI? AMATO ERA IL VICE” 

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Se il centrodestra che è di berlusconi come un sacco di altre cose, pure troppe, ha candidato due volte Giuliano Amato al Quirinale sarà legittimo dubitare della sua imparzialità quando la Consulta sarà chiamata a decidere su questioni che riguardano berlusconi? io penso di sì.

Fino ad oggi avevamo l’ultimo appiglio, l’ultima speranza che che gli errori, chiamiamoli così, fatti dalla politica trovassero poi una giusta correzione, che i giudici della Corte Costituzionale rendessero nulle le decisioni che la politica prende non in funzione degli interessi di tutti come dovrebbe essere ma solo di qualcuno, spesso solo di uno, il noto pregiudicato delinquente.

E’ grazie alla Consulta che sono state rigettate quelle leggi su cui Napolitano metteva frettolosamente la sua firma senz’accorgersi  che non andavano bene, che non erano in linea con quella Carta che dovrebbe essere il faro nella nebbia della politica e non un fastidioso orpello di cui liberarsi.

Oggi questa certezza non l’abbiamo più, e non perché Giuliano Amato non abbia le competenze per occupare quel ruolo ma perché è un uomo della politica, di quella politica che ha trascinato l’Italia nel baratro, e come scrive Marco Travaglio nel fondo di oggi se a capo di quella Corte così importante, fondamentale per la stabilità della democrazia Napolitano avesse messo una persona “terza” sarebbe stato molto meglio, avrebbe rassicurato tutti circa quell’imparzialità indispensabile con la quale è chiamata a decidere la Consulta.

Invece io ho la sensazione che questa nomina sia  il vero scacco matto alla democrazia, un altro duro colpo inferto alla Costituzione dal bravo presidente, quel garante di tutti ma che in realtà, proprio nei fatti, ha dimostrato di voler garantire solo qualcuno.

Se Amato è il migliore che c’è sulla piazza, e contando gli incarichi che ha avuto, la sua pensione milionaria pare proprio di sì, forse è la risposta del perché questo è un paese da buttare, da radere al suolo e spargerci su il sale, come dopo la battaglia di Cartagine.

E pensare che avere una seconda occupazione per tentare almeno di sopravvivere qui è un reato.
E’ lavoro considerato nero; una truffa allo stato.

E chissà perché chi fa le leggi poi può permettere ai soliti noti di  avere sette, otto, dieci, trenta incarichi tutti pagati [per informazioni citofonare Befera, Abete, Montezemolo, Mastrapasqua, Amato and so on], di fare tutto ciò che vuole tranquillamente, alla luce del sole, lontani dal nero della miseria e della povertà in cui sta sprofondando l’Italia.

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Orgasmo da Rotterdam, Marco Travaglio, 13 settembre

Un giorno o l’altro, magari da qualche casuale intercettazione o ritrovamento di elenchi o liste, scopriremo le doti nascoste di Giuliano Amato, l’uomo che non doveva pensionarsi mai, la salamandra che passava indenne tra le fiamme, il dinosauro sopravvissuto alle glaciazioni, il “sederinodoro” (come diceva Montanelli) che riusciva a occupare contemporaneamente mezza dozzina di cadreghe alla volta. I collezionisti di poltrone e pensioni troveranno a pagina 3 l’elenco completo delle sue. Ma qui c’è di più e di peggio: in un Paese dove nessuno riconosce più alcun arbitro imparziale, figura terza, autorità indipendente, non si sentiva proprio il bisogno di trapiantare un vecchio arnese della politica in quello che dovrebbe essere il massimo presidio della legalità costituzionale: la Consulta. Già negli ultimi anni, spesso a torto e qualche volta a ragione, la Corte è finita nella rissa politica per sentenze o decisioni che puzzavano di compromesso col potere. Specie da quando l’arbitro supremo che sta sul Colle ha smesso la giacchetta nera e s’è messo a giocare le sue partite politiche trasformando la Repubblica in sultanato (vedi bocciatura del referendum elettorale e verdetto sul caso Mancino).

Lo vede anche un bambino che di questi tempi la Consulta e gli altri organi di garanzia hanno bisogno di un surplus di indipendenza e di terzietà. Invece che t’inventa Re Giorgio? Prende un suo amico, ex braccio destro di Craxi, deputato e vicesegretario Psi, vicepremier, due volte premier, ministro del Tesoro (due volte), dell’Interno, delle Riforme, degli Esteri, senatore dell’Ulivo e deputato dell’Unione, candidato al Quirinale nel ’99, nel 2006 e nel 2013, “vicino” (si dice così?) al Montepaschi, consulente Deutsche Bank, insomma ex tutto, e lo promuove giudice costituzionale. Possibile che Napolitano non conosca un giurista meno incistato nel potere politico e finanziario di lui? Gli dicono nulla nomi come Pace, Carlassare, Cordero? Già la Corte è piena di politicanti camuffati da giureconsulti e nominati dal Parlamento, cioè dai partiti. Almeno il Quirinale avrebbe potuto, anzi dovuto scegliere una figura indipendente, fuori dai giochi, magari sotto i 50 anni (e, se non è troppo, donna): invece ha voluto il Poltronissimo. Nonostante certi suoi trascorsi, o forse proprio per quelli.

Nel 1983, spedito da Craxi e commissariare il Psi travolto dallo scandalo Zampini, Amato rimproverò al sindaco Novelli di aver portato il testimone d’accusa in Procura anziché “risolvere politicamente la questione” (tipo insabbiarla). Nell’84-85 ispirò i vergognosi decreti Berlusconi – le prime leggi ad personam di una lunga serie – donati da Craxi all’amico Silvio quando tre pretori sequestrarono le antenne Fininvest fuorilegge. Infatti nel ’94 il Cavaliere riconoscente lo issò all’Antitrust, dove Amato non si accorse mai del monumentale trust berlusconiano sul mercato della tv e della pubblicità (in compenso sbaragliò impavido un temibile trust nel ramo fiammiferi e accendini). Non riportiamo qui, per carità di patria, i fax di Bettino da Hammamet sul “professionista a contratto” che in tante campagne elettorali non s’era mai accorto delle tangenti al Psi. Molto più interessante è la sua intervista del 2009 a Report. Bernardo Iovene gli ricorda che il decreto Craxi-Berlusconi del-l’85 era “provvisorio” e doveva durare solo 6 mesi, in attesa della legge di sistema sulle tv; ma lui s’inventò che era solo “transitorio”, quindi non andava neppure rinnovato una volta scaduto. Anziché arrossire e nascondersi sotto il tavolo, Amato s’illumina d’incenso: “Sa, noi giuristi viviamo di queste finezze: la distinzione fra transitorio e provvisorio è quasi da orgasmo per un giurista… Quando discuto attorno a un tavolo tecnico e qualcuno dice ‘questa cosa è vietata’, io faccio aggiungere ‘tendenzialmente’…”. Ora che dovrà esaminare la legittimità delle leggi firmate dall’amico Giorgio, sarà tutto un orgasmo. Provvisorio e tendenziale.

Aspettando la sentenza della Consulta [come se ci volesse la Consulta a stabilire chi è silvio berlusconi]

Sottotitolo: E se per caso – Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

Questa volta nessuno potrà negare che si tratti di conflitto di interessi. Elevato a conflitto tra poteri dello stato. Era legittimo l’impedimento invocato da Berlusconi, la convocazione improvvisa di un consiglio dei ministri il primo marzo del 2010, data in cui si doveva svolgere a Milano una delle udienze del processo Mediaset che in seguito lo avrebbe visto prendere 4 anni di carcere sia in primo grado che in appello?  Oppure fecero bene i giudici a ritenerla un scusa, un espediente processuale, e a proseguire?  Ma ciò su cui deve decidere da oggi la Corte Costituzionale è, in realtà, la natura stessa dell’avventura politica di Berlusconi. L’episodio per il tutto. Immaginate le conseguenze di una sentenza che dica che il capo del governo subordinò la massima attività dell’esecutivo alle sue tattiche di difesa dal processo. Con che faccia i rappresentanti del centrosinistra potrebbero continuare a governare con un uomo così, a discutere con lui la riforma della costituzione. Saprebbero dargli addosso come hanno fatto sull’euro, nascondendosi dietro Draghi e la Merkel?  Saprebbero dirgli:  con te no, come hanno fatto con Grillo?

Preambolo: nella magnifica quanto incredibile eventualità che la sentenza della Consulta abbia un esito sfavorevole a b e quindi favorevole per l’Italia dovrebbero dimettersi tutti, anche quelli che per vent’anni hanno fatto finta di opporsi al più grande farabutto della storia di questa repubblica, che ancora oggi permettono che questo paese sia ostaggio dei suoi ricatti e delle sue minacce ammantando il tutto, non senza la consueta viva e vibrante soddisfazione, con la pomposa quanto menzognera definizione di “governo di necessità”.

Danilo Maramotti per l”Unità

Mediaset, la Consulta decide
Il pessimismo di Berlusconi

Il verdetto della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento.

[Fiorenza Sarzanini – Corriere della Sera]

Già: chissà se Napolitano ci ha pensato a questa conseguenza, lui sempre e da sempre in mezzo fra berlusconi e la Magistratura.

E se ci ha pensato quando ha voluto a tutti i costi questo bel governo dei larghi sottintesi.
Guai se un simile statista debba vedersi negata la possibilità di sedersi al tavolo delle decisioni.
E’ proprio la persona adatta con cui riformare nientemenoche la Costituzione.

L’impunità a b è stata sempre offerta sul classico piatto d’argento.
Nel corso della sua storia politica che inevitabilmente è andata di pari passo con le sue vicende giudiziarie perché è stata costruita appositamente per evitare che silvio berlusconi rispondesse davanti alla legge delle sue azioni, dei suoi reati, molti dei quali commessi prima della sua ormai tristemente famosa discesa in campo, della sua immoralità delinquenziale tutti, destra, centro, centrosinistra, si sono prodigati per mettere i bastoni fra le ruote ai Magistrati.

Mi chiedevo in quale paese sarebbe possibile organizzare addirittura un esercito per “proteggere” berlusconi dai giudici.

In quale paese si potrebbe dire impunemente che Ilda Boccassini dovrebbe essere indagata per diffamazione aggravata solo perché è un giudice che fa onestamente il suo lavoro.

E mi chiedevo in quale paese il presidente della repubblica, nonché capo supremo dei giudici anziché tutelare quei giudici da attacchi continui, di pretendere rispetto per un potere dello stato, avrebbe potuto fare invece sempre l’opposto permettendo che quei giudici fossero insultati, denigrati, avrebbe guardato in silenzio chi ha manifestato contro quei giudici da ministro e vicepresidente del consiglio: cose di una gravità inaudita e che non sarebbero permesse in nessun paese democratico davvero.

E mi chiedevo come si fa a sacrificare la civiltà democratica – ché nominare la parola dignità a proposito della politica è diventato ormai un esercizio inutile – di un paese per salvare dai suoi guai un delinquente abituale per sentenza.

Con un casellario giudiziario come quello di b, i suoi precedenti, le sue frequentazioni, il suo partito fondato da un condannato per mafia, il boss mafioso ospitato in casa, le mignotte, i papponi, la corruzione, in un paese normale sarebbe impossibile fare anche il più umile dei mestieri.
Figurarsi chi, oltre a Giorgio Napolitano, avrebbe dato la possibilità ad uno così di riformare leggi e Costituzione, di “poter partecipare alla delicata fase politica”.

berlusconi non ha più bisogno dell’assoluzione di un tribunale perché ha già ottenuto quella morale dalla politica, quella legittimazione per cui lo si considera ancora l’interlocutore col quale discutere, quello con tutti i titoli per decidere le sorti di questo paese.

  Una democrazia, la Costituzione, vanno protette anche da quello che sembra uno scherzetto innocente come l’esercito di silvio.

Non si lascia fare senza dire una parola. Quella è eversione in piena regola.

Ma se il primo sostenitore di berlusconi è il ministro dell’interno, quello chiamato a difendere il paese e non chi ne ha fatto strame, che speranza ha questo paese di potersi salvare? secondo me nessuna.

L’essenziale è invisibile agli occhi. La verità, idem.

Sottotitolo: l’unico vero conflitto realmente esistente in questo paese è quello fra le parole Italia e democrazia.  Sono state – da sempre –  due parole distinte e separate.
Non legano, non c’è niente da fare.

“Distruggere le intercettazioni”

Trattativa stato mafia [e viceversa], la Consulta accoglie il ricorso del Quirinale: ma che sorpresa, chi l’avrebbe mai detto?

Trattativa, accolto ricorso del Quirinale
Ingroia: “Sentenza politica già scritta”

 Trattativa, la Consulta accoglie ricorso del Quirinale. “Distruggere intercettazioni”

“Il capo dello stato ha diritto alla riservatezza assoluta.”
Bene: io allora mi riservo il diritto di pensare che in un paese normalmente civile il capo dello stato non dà asilo né sostegno di nessun tipo ad un ex ministro indagato per falsa testimonianza.
Mi riservo il diritto di pensare che il capo dello stato non ha, non dovrebbe avere – ad esempio – nessuna facoltà di intervenire a [s]favore di una sentenza emessa [le sentenze si rispettano sempre, anche quelle che condannano ad una non pena ridicola un diffamatore recidivo]. 

Mi riservo il diritto di pensare che se in un ipotetico futuro una persona qualsiasi contatterà privatamente il presidente della repubblica per un motivo qualsiasi, fosse anche un motivo equivoco, ambiguo, qualcosa che non rientra nel diritto di intervento da parte del capo dello stato  sancito dalla Costituzione i cittadini non lo devono sapere; non hanno il diritto di sapere se il loro presidente della repubblica si comporta e agisce da presidente della repubblica.

Mi riservo il diritto di pensare e dire che ci sono articoli della Costituzione che andrebbero aboliti perché non hanno più nessun valore, l’ineguaglianza fra cittadini è un fatto talmente evidente, acclarato che continuare a ribadire l’articolo 3 è diventato ormai un puro esercizio di masochismo intellettuale.

E mi riservo il diritto di pensare che non mi va più di riconoscermi in questo stato, nemmeno per sbaglio: uno stato dove non si riconosce ai cittadini il diritto di sapere come si comportano le istituzioni che lo rappresentano non è il mio stato.

Le chiacchiere, come sempre,  stanno a zero, e anche più sotto dello zero in questo paese ridicolo.

Se in quelle telefonate non ci fosse stato davvero niente di rilevante Napolitano non avrebbe aperto il conflitto con la Magistratura siciliana.

Il fatto che lui abbia deciso il contrario, lui, che dovrebbe essere GARANTE dei Magistrati sia sia invece comportato diversamente autorizza chiunque a pensare quello che vuole.

Non ci si può ricordare della Costituzione solo quando fa comodo, applicarla in modalità  prêt-à-porter né si possono modificare o inventare di sana pianta leggi apposite per dare ragione a questo piuttosto che a quello.

Non c’è scritto da nessuna parte, ad esempio, che il presidente della repubblica debba occuparsi personalmente delle vicende di un diffamatore condannato, ma nel paese alla rovescia è successo anche questo.
E, personalmente ne ho abbastanza e anche oltre di questi colpi di stato a getto continuo mascherati da azioni legittime perché c’è da riparare le istituzioni anche quando non si comportano da istituzioni.

Il procuratore Grasso aveva ragione a voler premiare berlusconi per la sua lotta antimafia.

Ogni paese ha gli statisti che si merita.

L’ambo berlusconi – Napolitano ha prodotto tutto l’orribile che in un paese normale nessuno si sognerebbe mai nemmeno di immaginare.

Se

Sottotitolo:  domani Alemanno, in previsione delle previsioni [del tempo]  che fa, “chiama esercito?”
Voglio dire, il capo della protezione civile invece di chiedere ai cittadini prudenza e di restare a casa dovrebbe chiedere ai loro datori di lavoro di dire ai dipendenti che possono stare a casa.

Il ministero dell’interno si attivasse e ognuno si prenda le sue responsabilità.
Perché immagino che la giustificazione “me l’ha detto Gabrielli al tiggìuno” non sia sufficiente a far perdere soldi a chi a casa proprio non ci può restare nemmeno se sta male.

Figurarsi quando piove o nevica.
Bisognerebbe un po’ smetterla di delegare sempre tutto al senso di responsabilità dei privati perché il pubblico, quello che dovrebbe garantire sicurezza anche quando piove e nevica non è all’altezza delle situazioni.

E non lo è perché i soldi che si dovrebbero investire  nella sicurezza,  sulla quale proprio Alemanno ha imbastito tutta la sua campagna elettorale coi risultati che sappiamo, vengono spesi poi anche per  i due Suv, la X5 Bmw e la Jeep Cherokee dal “batman” di turno, oltreché per le  famose ostriche e lo champagne.

Primarie, sul web vince Renzi
E contro Berlusconi un milione di no

Ricerca di Reputation Manager per ilfattoquotidiano.it (qui i dati)

  Il sindaco di Firenze “mobilita” 
blog e social network, Bersani presente ma “immobile”.

Stop di massa a un ritorno del Cavaliere

[altre due parole del volpino del Tavoliere  su Renzi e lo fanno presidente della repubblica per direttissima… ]

Se Napolitano avesse usato la stessa pervicacia, la stessa ostinazione coi traditori dello stato, quelli che “ruby è la nipote di mubarak” così come sta facendo con la Magistratura siciliana, se avesse lanciato anche allora un bel conato di monito per dire agli italiani che in parlamento ci sono i traditori dello stato così come praticamente da sei, sette mesi ci annoia praticamente tutti i giorni con la retorica del populismo e delle demagogie;  se un certo giornalismo qualche volta, per una volta, anziché ribadire l’orrendo concetto che “gli italiani hanno quello che si meritano” perché  “sono come chi li rappresenta” [Michele Serra sì, ce l’ho anche con te], così come si è permesso di dire ieri  anche l’ottimo procuratore antimafia Grasso, quello che voleva premiare berlusconi per il suo impegno nella lotta antimafia, dicesse che non siamo noi ad avere quello che ci meritiamo, visto che non abbiamo nemmeno la possibilità di scegliere quello che vogliamo ma è Napolitano a rappresentare e difendere la classe politica che, per disonestà è riuscita a surclassare perfino quella dei tempi di tangentopoli, questo forse sarebbe un paese meno ridicolo. 

Perché omettere e negare si può: ma fino a un certo punto.
Chi porta i  fiorito in regione, i lusi, i belsito a gestire i soldi di tutti nel bel modo che abbiamo saputo,  la gente o il  loro partito?  dunque  finché saranno i partiti a sguinzagliare i loro ascari in ogni dove io non la vorrei più sentire questa storia che abbiamo quello che ci meritiamo.
Possibile che formigoni sia ancora lì? possibile che una democrazia  sana non possa e non sappia costruire una legge  che obblighi formigoni e quelli come lui a dimettersi  senza trattativa visto che da solo non lo fa?
 Se il politico che ruba in galera ci va solo se è l’ultima ruota del carro ma, appena sale di livello si fanno leggi apposite per non mandarcelo,  o come per formigoni, non esecutore materiale di ruberie e malaffare [forse, esiste la presunzione di innocenza ma anche quella di colpevolezza, considerato quel che è successo nel cosiddetto Pirellone] ma comunque responsabile del consiglio regionale e – a cascata – anche dei suoi consiglieri gli si consente di dire  “non me ne vado” la gente non capisce niente.
E non riesce a fare più neanche la semplice distinzione fra onestà e disonestà. 
Responsabilità e irresponsabilità: caratteristiche indispensabili per chiunque voglia fare politica.
Se la bindi, d’alema, fassino, fioroni, per dire i primi quattro che mi vengono in mente quando si tratta di discutere di diritti civili pensano come giovanardi e la binetti che la legge sulla regolarizzazione delle coppie di fatto non s’ha da fare la gente, ancora una volta  non capisce niente.
Si trova senza punti di riferimento, poi è inutile lamentarsi quando arriva il santone, il guru, il buffone a riempire i vuoti di una politica che ha fatto harakiri solo per non aver mai voluto  una semplicissima legge sul conflitto di interessi [che, ricordo, non la vuole la destra per ovvi motivi ma non l’ha mai voluta neanche la sinistra] e per aver permesso ad un abusivo di poter accedere al parlamento malgrado e nonostante ci fosse una legge che dice che non ci doveva andare. 
Hanno fatto tutto da soli e adesso dove lo cercano il colpevole, fra la gente? non si può fare.
Gli italiani devono pretendere e ottenere  una legge elettorale  che consenta anche al delinquente di andare a governare, ma solo se quel delinquente è scelto e voluto dalla maggioranza dei cittadini così come democrazia comanda.

Passer(à) anche questo [speriamo]

Sottotitolo: “Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent’anni fa” .
Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io.” { Licio Gelli, 28 settembre 2003 }

In questo paese anche il concetto di “turn over” si applica ad personam.
Per smantellare la procura di Palermo e rendere ancora più complicata l’azione antimafia è buono, per fare un repulisti come si deve in parlamento, no.
Nell’unico ambito in cui un ricambio è necessario, igienico e salutare al turn over, chissà perché, non ci ha pensato mai nessuno.
Evviva, come sempre, l’Italia.

Palermo, azzerata la squadra antimafia. E anche in procura arriva il turnover

Preambolo: c’è trattativa e trattativa.
Con le BR no, con tanti saluti ad Aldo Moro, con la mafia sì.
Sarebbe carino se sul sito del Governo pubblicassero un elenco dei possibili interlocutori, così poi ci  si regola.

Strepitoso  Travaglio che in una pagina e mezza di giornale ieri  ha smontato tutta la commedia degna del  peggior Teatro de’ servi sceneggiata e prodotta dalla premiatissima ditta «Eugenio Scalfari: un uomo molti perché».

Dal primo all’ultimo {speriamo} atto.

Non riesco a capire perché “La Repubblica” non sia stata  abbandonata da quelle firme che hanno ancora un’idea degna del giornalismo.

Povero D’Avanzo, che delle inchieste di mafia aveva fatto una delle sue ragioni di vita.

Troppo facile, per un quotidiano che vuole definirsi prestigioso  scrivere per settimane, mesi, per anni  quasi esclusivamente del mignottificio di Hardcore.

Allora valeva tutto, domande,  post-it, dossier, “speciali” mandati in onda in diretta  e in replica dalle radio associate al Gruppo Espresso.

Per SM Re Giorgio, invece,  su qualcosa si puó sorvolare e dimenticarsi del proprio professionismo.

Ragion di stato: “robba forte”.

“Eugenio che dici”, i 10 motivi per cui Scalfari sbaglia sulla trattativa Stato-mafia

Il fondatore di Repubblica ha risposto a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo. E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità dei magistrati e la memoria di Falcone.

Famiglia Cristiana attacca il Meeting: “Cl applaude soltanto i potenti”

Dalle colonne del settimanale cattolico l’attacco alla kermesse ciellina che fa più male: “Cossiga, Andreotti, Craxi, Formigoni: applausi per tutti a prescindere da ciò che dicono. Poco importava se il Paese, intanto, si avviava sull’orlo del baratro. Su cui ancora continuiamo a danzare. Non c’è senso critico, ma omologazione”.

Corrado Passerella
Marco Travaglio, 22 agosto

Due estati fa il banchiere Corrado Passera sfilava in passerella al Meeting di Rimini, dove ormai è una rubrica fissa, con una requisitoria contro “tutta la classe dirigente italiana” che “non risolve i problemi della gente” e “suscita indignazione”. Applausi a scena aperta dalla platea di Comunione e Fatturazione, che un applauso non l’ha mai negato a nessuno, anch’essa indignata contro la classe dirigente che non risolve i problemi della gente, ma quelli del Meeting di Cl sì, finanziato negli anni dai migliori esponenti della classe dirigente: Berlusconi, Ciarrapico, Tanzi, Eni, Banca Intesa (cioè Passera coi soldi dei risparmiatori) e Regione Lombardia (cioè Formigoni coi soldi dei lombardi). Il noto marziano naturalmente non aveva nulla a che vedere col Passera che amministrò Olivetti (poi venuta a mancare all’affetto dei suoi dipendenti), Poste Italiane e Intesa, dunque membro della classe dirigente che fa indignare i cittadini. Altrimenti avrebbe dovuto autodenunciarsi e beccarsi bordate di fischi. L’altroieri il Passera è tornato per la decima volta al Meeting, non più in veste di banchiere ma in quella di esaministro (Sviluppo economico, Infrastrutture, Trasporti, Comunicazioni, Industria e Marina mercantile): infatti ha evitato di riprendersela con la classe dirigente. Ha invece annunciato che “l’uscita dalla crisi è vicina, dipenderà molto da quello che si riuscirà a fare”. Altrimenti l’uscita è lontana.  Applausi scroscianti, gli stessi che nel corso degli anni han salutato Andreotti, Sbardella, Martelli, Forlani, Cossiga, D’Alema, Berlusconi, Napolitano, Bersani, persino Tarek Aziz e ieri Betulla Farina, Alfonso Papa e Luciano Violante (se un giorno salisse sul palco una donna delle pulizie o Jack lo Squartatore e si spacciassero per ministri di qualcosa, verrebbero sommersi di ovazioni). Il “nuovo Passera” uscito dal fonte battesimale di Rimini, manco fossero le acque del Giordano o del Gange o dello Yangtze, distinguibile dal vecchio per via delle maniche di camicia al posto della giacca, ha poi distillato altre perle di rara saggezza: essendo indagato per frode fiscale, ha detto che “bisogna trovare le risorse per abbassare le tasse,  una vera zavorra, fra le più alte al mondo”. In qualunque altro posto, gli avrebbero domandato: “Scusi, lo dice a noi che le paghiamo? Ma lei è un ministro o un passante?”. Lì invece l’hanno applaudito. Anche se, in nove mesi da esaministro, non ha toccato palla (leggendario il giorno in cui annunciò un “decreto per la crescita” che avrebbe addirittura “mobilitato risorse fino a 80 miliardi”, ovviamente mai visti manco in cartolina). Poi ha minacciato la platea con un modesto “sappiate che la responsabilità che sentivo verso il vostro mondo nelle vite precedenti, in quella attuale è molto aumentata”. Mecojoni, direbbero a Roma. Applausi. Siccome poi Maroni l’ha invitato agl’imminenti, imperdibili “Stati generali del Nord” in programma a Torino, ha aggiunto: “Dobbiamo riprendere il federalismo”. Ma certo, come no. I retroscenisti dei giornali, chiamati a decrittare il sànscrito dei politici, e ora dei tecnici, sostengono che Passera era a Rimini perché “il Meeting porta fortuna” e lui sogna una Lista Passera, o un Partito dei Tecnici, o una Cosa Bianca, o un Grande Centro, o un centrino, o un centrotavola, insomma qualcosa che lo issi a Palazzo Chigi o al Quirinale, visto che ritiene “improbabile” un suo ritorno a Intesa (e a Intesa condividono). Ormai si crede un leader, un trascinatore di folle, e nessuno ha il cuore di avvertirlo che gli applausi ciellini non han mai portato voti a nessuno. Un banchiere con la faccia da travet, specie di questi tempi, può travestirsi come vuole, farsi fotografare dai rotocalchi sulla spiaggia con la faccia da figaccione, la sua signora e l’incolpevole prole, ma resta sempre un banchiere con la faccia da travet, la cui popolarità fra gli elettori è inversamente proporzionale a quella sui giornali. Passerà (con l’accento).

Il Partito della Costituzione

Mi piacerebbe sapere qual è il ruolo della politica in questo paese se la politica non si fa garante nemmeno della salute dei cittadini anteponendo – more solito – la logica del profitto alla logica e basta che dovrebbe essere quella per cui nessuno deve scegliere fra morire di cancro e morire di disoccupazione [i famosi motivi “ignoti” per i quali la gente s’impicca, si spara, si dà fuoco, ecco…].

E ancora qualcuno ha il coraggio di parlare di Magistratura politicizzata? ben venga, se la Magistratura è stata fino ad ora l’unica Istituzione che ha dimostrato di voler lavorare davvero per il bene comune. 
Quando la politica non fa la politica è ridicolo che la stessa accusi poi altri di volersi sostituire a chi dovrebbe occuparsi di risolvere i problemi.

Vale per “il buffone” e anche per quei giudici che tentano da anni, disperatamente, di ripristinare il vero senso dello stato, visto che la politica NON lo fa, non lo vuole fare salvo poi sragionare su presunte “ragioni di stato” che impediscono ad uno stato di essere tale.

Spero che la Consulta ridicolizzi questa gentaglia che parla di ‘futuro compromesso’ dalla chiusura di una fabbrica che il futuro non si limita solo a comprometterlo ma lo ammazza proprio.

Ricordiamoceli bene e tutti, i politici che lavorano per il bene “comune”, quando e se ci rimanderanno a votare.

100.000 FIRME. UN ALTRO GIUDICE NEL MIRINO, SE L’ILVA UCCIDE E’ COLPA SUA 
Boom di adesioni per i pm siciliani. Intanto a Taranto migliaia di persone muoiono per i veleni della fabbrica. E ora che la magistratura vuole porre fine alla strage e costringere i proprietari alla bonifica, governo e Pdl-Udc-Pd, dopo aver permesso lo scempio, trascinano il gip Anna Todisco davanti alla Consulta [Il Fatto Quotidiano]

[Tra gli oltre 90 mila che hanno firmato la sottoscrizione del Fatto per i magistrati di Palermo ecco quelli ci stanno e perché. Sulla guerra dichiarata a questi magistrati impegnati sulla trincea più rischiosa, tacciono perfino i vertici dell’Anm con l’eccezione di quello palermitano (firma la petizione)]

Ilva, Catricalà: “Faremo ricorso alla Consulta” e Clini: “Eutanasia non è cura”

Taranto, cittadini in piazza a difesa del Gip “Salviamo la città e i nostri figli dall’Ilva”

Il Partito della Costituzione – Marco Travaglio, 14 agosto 2012

 

Dobbiamo prepararci a difenderne tanti, di magistrati aggrediti e isolati dal potere. I 100 mila che in quattro giorni han firmato l’appello del Fatto per i pm siciliani si tengano pronti: presto dovremo richiamarli a raccolta per altre battaglie in difesa della Giustizia, nella speranza che nasca un Partito della Costituzione che contrasti questo schifo. Fino all’altroieri ci si domandava cosa accomuni l’allegra ammucchiata Pdl-Udc-Pd che non solo sostiene il governo Monti con la benedizione apostolica del Colle, ma ha una gran voglia di stabilizzare il ménage à trois nella prossima legislatura. Ma ora la risposta è arrivata: il mastice che tiene insieme la più arlecchinesca Armata Brancaleone mai vista dai tempi del film di Monicelli è la sete di vendetta contro la magistratura, almeno quella che prende sul serio la propria indipendenza da ogni altro potere per garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini. In una parola, l’odio per la Costituzione. Prima il presidente Napolitano e poi il governo Monti hanno trascinato alla Consulta magistrati che disturbano il potere: i pm di Palermo che indagano su chi trattò con la mafia e il gip di Taranto Anna Todisco che sequestra gli impianti omicidi dell’Ilva. In entrambi i casi il potere politico accusa il giudiziario d’invasione di campo, come se non spettasse alla magistratura decidere se e quando distruggere un’intercettazione e fermare una strage in corso da anni nell’indifferenza dei governi incapaci e/o complici in Puglia e a Roma. Ma a questo siamo: quando c’è di mezzo il potere, politico o industriale, la legge non è più uguale per tutti. I magistrati devono voltarsi dall’altra parte, od obbedire al potere. Se no, peggio per loro. 
A sindacare i loro insindacabili provvedimenti provvedono Quirinale, Pg della Cassazione, partiti, governo, addirittura il ministro della Giustizia che acquisisce le ordinanze del gip non si sa bene a che titolo, ma con sicuro effetto intimidatorio (anche sul Riesame, che sta ancora scrivendo la motivazione). Mentre noi comuni mortali, per contestare una sentenza sgradita, non abbiamo altra arma che impugnarla in appello e in Cassazione, lorsignori si rivolgono direttamente alla Corte costituzionale, cioè a giudici nominati dalla politica: oseranno mai dare torto al Presidente e al Governo, innescando gravi “scontri istituzionali”? La giustizia domestica regola e sistema tutto nelle segrete stanze. 
E tutti i magistrati impegnati in inchieste delicate sono avvertiti: non s’azzardino a dare torto al potere. Colpirne due o tre per educarli tutti. È il trionfo dell’abuso e del conflitto d’interessi.Napolitano ha un interesse personale nel conflitto aperto con i pm di Palermo (mettere la sordina alle sue telefonate con Mancino). E così vari ministri del governo Monti che aggredisce il gip di Taranto sono pappa e ciccia con l’Ilva e i suoi padroni (per esempio i due Corradi: Passera, a Banca Intesa, era socio di Riva nella Cai, ed era pure l’advisor che lo chiamò nella compagnia; Clini, dalle intercettazioni, è descritto come la quinta colonna dell’Ilva al ministero dell’Ambiente). E così il Pd col suo ex candidato Ferrante, per non parlare dei soldi di Riva a Bersani e Forza Italia. Spudoratamente sull’Unità Giovanni Pellegrino esprime tutto il suo “rimpianto per la magistratura degli anni 60, che riteneva che nell’applicazione della legge l’interesse generale dovesse prevalere”. Ah quei begli insabbiatori di una volta! Quella magistratura forte coi deboli e debole coi forti, che lasciava intonso mezzo Codice penale per non disturbare i manovratori, infatti non indagava mai su tangenti, collusioni e inquinamenti. Questo si vuole. Viva la faccia, almeno è tutto chiaro. Nel caso Ilva non si può nemmeno sventolare la solita scusa delle toghe che parlano troppo e “fanno politica”: nessuno sa come la pensi la gip Todisco, né che voce abbia. Eppure la colpiscono lo stesso. Come dice Davigo, “non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”.

 

 

 

Infarto di stato [avvoltoi, sciacalli and so on]

 

Sottotitolo: è più facile che si suicidi chi non ha più niente perché gli è stato tolto anche quel poco che aveva o morire d’infarto per colpa di Ingroia e del Fatto Quotidiano? chiedo.

***

Preambolo: quando Di Pietro accusò il governo di Monti di essere il mandante morale (ma più che altro immorale) dei tanti morti suicidi dei mesi scorsi  (di cui oggi non si parla più), gente a cui è stata sottratta anche la speranza, la possibilità di poter dire “domani” senza tremare e che infatti ha scelto di risolvere il problema alla radice eliminando tutti i suoi domani, subito si levarono i lamenti della solita canea bipartisan, perché guai a dire che le decisioni troppo severe,  orientate nella direzione sbagliata,  di un governo potevano essere state DAVVERO la causa di molte di quelle morti che forse si sarebbero potute evitare; nessuno si doveva permettere di accusare nessun altro.

Oggi questa teoria non vale più?

Oggi va bene che un capo di stato spari a casaccio ad alzo zero per giunta,  facendo la stessa identica accusa ma – al contrario di Di Pietro senza fare nomi.

Napolitano ha sdoganato l’accusa alla “‘ndo cojo cojo” e tutto va bene: non è successo niente. Lui, può.

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Morte D’Ambrosio, Padellaro: “Sciacallaggio di Libero e Giornale” (video)

Il direttore de Il Fatto Quotidiano commenta i titoli (“Pm assassini” e “Condannato a morte”) sul consigliere del presidente Napolitano: “Lettori e giornalisti di quelle testate dovrebbero vergognarsi. La Procura di Palermo non è fatta di assassini”.

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Volendo, si potrebbe scendere al livello di Libero, Il Giornale, Il Foglio, ma anche de Il Corriere della sera,  La Stampa e di Repubblica, che ormai sembrano uniti come un sol uomo quando c’è da mistificare, omettere, nascondere oppure evidenziare la fuffa a vantaggio della merda la cui puzza però difficilmente si può coprire con due gocce di Chanel numero 5.

Io però non voglio, non ci penso neanche, perché sono assolutamente convinta che nessuno sia autorizzato a veicolare veleni, fango e merda spacciandoli per “notizie”, e penso che ci vorrebbe una class action contro quel “giornalismo” pagato coi soldi dei contribuenti ma che non rende alcun servizio utile ai cittadini che pagano, anzi,  li danneggia impedendo che si possano costruire, formare delle opinioni SANE a proposito della qualunque come funziona in qualsiasi democrazia compiuta.
Non è più umanamente sopportabile vivere in un paese dove non solo la politica non fa nulla per distinguersi, destra e sinistra da anni si rincorrono nell’interpretare l’una la peggior copia malriuscita dell’altra e dove anche quel giornalismo che almeno un po’ di differenza prima (before Monti) la faceva ma adesso sembra diventato un’unica accozzaglia di riverenti e compiacenti al potere.

In un paese normale un giornale non deve chiedere l’autorizzazione di nessuno per fare le sue inchieste e anche per scrivere, laddove è necessario, che il presidente della repubblica in certe (molte) occasioni, non ha fatto – esattamente – il presidente della repubblica.

***

Infarto di Stato 
Marco Travaglio, 28 luglio

Mentre stormi di avvoltoi e branchi di sciacalli si aggirano famelici attorno alla salma di Loris D’Ambrosio, additando improbabili colpevoli del suo infarto e scambiando per “assassinio” il dovere di cronaca e il diritto di critica, è il caso di rinfrescare la memoria agli smemorati di Libero, Giornale, Foglio, Corriere, Stampa e Repubblica, ieri macabramente uniti nel mettere alla gogna Il Fatto Quotidiano nel tentativo (vano) di spegnere ogni residua voce di dissenso. Un’operazione tanto più indecente e ricattatoria in quanto, di fronte alla morte, tutti ammutoliscono nel doveroso cordoglio e non è molto popolare azzardarsi a criticare i morti per quel che han fatto da vivi. Ma a chi non rinuncia al dovere di informare non rimane che lasciare in pace i morti e occuparsi dei vivi, mettendo ancora una volta in fila i fatti. Se il dottor D’Ambrosio è finito sui giornali, è a causa di intercettazioni legittimamente disposte da un giudice sul telefono di Mancino e legittimamente pubblicate dalla stampa, una volta depositate alle parti e dunque non più coperte da segreto. E, se il dottor D’Ambrosio è stato indirettamente intercettato, è colpa di Mancino che ha deciso di coinvolgere il Quirinale in una sua grana privata, ma anche del Quirinale che ha deciso di dargli retta e di prodigarsi per favorirlo, mettendo a repentaglio l’imparzialità della Presidenza della Repubblica.

Decisione, quest’ultima, che è rimasta finora senz’alcuna spiegazione (il Quirinale “deve” qualcosa a Mancino e, se sì, perché?). Ma che D’Ambrosio attribuiva non a una sua iniziativa personale, bensì a una precisa e perentoria scelta del “Presidente”, che “ha preso a cuore la questione” e si è “orientato a fare qualcosa”: “Il Presidente parlerà con Grasso nuovamente”, “mi ha detto di parlare con Grasso”, “parlava di vedere un secondo con Esposito”, suggeriva a Mancino di “parlare con Martelli” per concordare una versione comune, scriveva al Pg della Cassazione per “non mandare lei (Mancino, ndr) allo sbaraglio” e perché il Pg “eserciti i suoi poteri nei confronti di Grasso. Tu, Grasso, fai il lavoro tuo”, insomma “si decide insieme” e il Presidente “sa tutto, e che non lo sa?”. Sono tutte parole di D’Ambrosio, non invenzioni dei suoi assassini a mezzo stampa. Se quelle segretissime manovre per depotenziare o addirittura scippare ai titolari l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia sono note, non è grazie alla trasparenza del Colle, ma all’inchiesta di Palermo. E, se sono finite nel nulla, non è perché il Quirinale non ci abbia provato. Ma perché Grasso le ha respinte, ricordando che l’invocato “coordinamento” delle indagini era stato assicurato un anno prima da una delibera del Csm presieduto dallo smemorato Napolitano. Checché ne dicano il Presidente e gli sciacalli, D’Ambrosio non ha subìto (almeno sul Fatto) alcuna “campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni ed escogitazioni ingiuriose”. Se illazioni ci sono state, hanno inevitabilmente riguardato le conversazioni rimaste segrete fra Mancino e Napolitano, a causa della decisione del Quirinale di non renderle pubbliche, anzi di pretenderne la distruzione, a costo di trascinare la Procura di Palermo davanti alla Consulta con un conflitto che Franco Cordero (sul Corriere, sul Fatto e infine su Repubblica) ha dimostrato infondato. Su D’Ambrosio non c’era da insinuare o escogitare nulla: abbiamo semplicemente pubblicato e commentato criticamente, come altri giornali, le sue testuali parole intercettate. E, unico giornale in Italia, abbiamo subito intervistato D’Ambrosio per dargli la possibilità di spiegarle. Lui l’ha fatto, ma ci ha pure esternato il suo disagio per ciò che non poteva dire, essendo vincolato dal “segreto” su parole e azioni del Presidente che – ricordava ossessivamente nell’intervista – “sono coperte da immunità”. Gli abbiamo chiesto di farsi sciogliere dal vincolo, ma dopo qualche ora ci ha fatto rispondere dal portavoce del Quirinale che il Presidente non l’aveva sciolto. Lo stesso vincolo che ha esposto lui, magistrato, a due imbarazzanti figuracce dinanzi ai suoi colleghi di Palermo, che lo sentivano come teste su ciò che aveva confidato a Mancino di sapere sulla trattativa: lui sulle prime negò tutto, ma poi, messo di fronte alle sue parole intercettate, dovette ammettere parecchie cose fra mille contraddizioni, e sfiorò l’incriminazione per reticenza. Non conoscendo personalmente D’Ambrosio, noi possiamo soltanto immaginare con quale stato d’animo un uomo tanto riservato abbia vissuto questi 40 giorni di esposizione mediatica e il drammatico ribaltamento della sua immagine: da collaboratore di Falcone nella stesura del decreto sul 41-bis a difensore d’ufficio di chi aveva revocato il 41-bis a centinaia di mafiosi, o almeno non l’aveva impedito. Insomma, da servitore dello Stato a servitore di Mancino. Ma, se Napolitano avesse ragione a collegare la sua morte a quanto è stato scritto di lui, dovrebbe anche domandarsi chi ha esposto D’Ambrosio a quelle critiche, a quelle figuracce e a quel ribaltamento d’immagine: non certo chi ha riferito doverosamente le cose che aveva detto e fatto, semmai chi gli aveva chiesto di dire e di fare quelle cose.