Riformatori

Preambolo: l’ultima cosa che ha fatto berlusconi da presidente del consiglio prima di dare le dimissioni per il bene del paese e cioè il suo è stata riunirsi coi figli, il socio in affari e malaffari Confalonieri e il povero Ghedini per escogitare il piano che avrebbe ridotto le inevitabili conseguenze sulle sue proprietà: ecco, questo chiarisce bene il concetto di “conflitto di interessi”.

Sottotitolo: ho smesso di comprare l’Unità  quando Concita De Gregorio fu cacciata, come già accadde per Colombo, Travaglio e Padellaro per ordini di partito, il PD,  Repubblica non la compro più da quasi due anni, e cioè da quando l’esimio fondatore anziano di Largo Fochetti ha deciso che anche il suo giornale dovesse fare da eco non alle cose che accadono e raccontarle per come accadono ma, dopo aver elogiato anche i sospiri del sobrio governo dei guastatori dello stato sociale, mettersi a completa disposizione di un partito, sempre il PD.

Se non possiamo ambire ad una libertà di informazione reale ma, stando ai dati internazionali  che  mettono l’Italia insieme o addirittura sotto a paesi da cui dovremmo stare invece lontani anni luce nemmeno parziale dunque assolutamente insufficiente, perché dobbiamo continuare a pagarla come se fosse buona? chi comprerebbe un prodotto scadente pagandolo come se fosse invece, eccellente? 

Riforma antigiudici, soldi ai partiti
La ricetta dei “saggi” di Napolitano

I ‘saggi’ imbavagliano le intercettazioni?

La Banda degli Stolti: inciucio sulla giustizia e denari ai partiti

Nella relazione del comitato, la limitazione delle intercettazioni e il controllo politico sul Csm
Quagliariello (Pdl)  festeggia: “Siamo legittimati”. E il finanziamento pubblico “non è eliminabile”
Blog Gomez: E’ arrivata l’agenda dell’inciucio – Economia: molto fumo e poco arrosto [Il Fatto Quotidiano]

In un paese devastato dagli scandali, sul piano morale prima di tutto, solo per le cose squallide, per i crimini commessi da chi dovrebbe dare un esempio di rettitudine, dopo quello che è uscito fuori, le ladrate, lo spreco di soldi intollerabile in un momento di crisi profonda a beneficio di chi aveva già il tutto e il troppo, mentre la gente si suicida, si svena e non in senso metaforico perché si vede negare i diritti di base, lo stipendio, una pensione, la sicurezza di un lavoro, la possibilità di curarsi, di studiare, non solo la politica, tradizionale e tecnica non si è mai messa dalla parte offesa, almeno quella dei cittadini in difficoltà, non solo ha dimostrato come ha potuto tutti i suoi fallimenti e la sua incapacità ma, ancora una volta, per mezzo dei dieci “saggi” nominati ed eletti dal sempre ottimo Napolitano in nome e per conto dei partiti, dei loro referenti, di quelle brutte facce impresentabili e oscene che sono dietro a tirare i fili di queste marionette pensa a tutelare i suoi interessi, la privacy…ah, la privacy, certo, abbiamo imparato a conoscerli certi contenuti di molte vite private di chi dovrebbe dare un esempio “alto” di moralità, di senso etico, non foss’altro perché poi obbliga noi, per mezzo delle leggi che fa e che non fa a comportarci in un certo modo, ci detta le linee guida circa la nostra vita pubblica, privata, incide sulle nostre scelte personali, ci vieta di fare cose che la politica, i potenti e i pre-potenti delinquenti però non si negano e non si sono mai negati, perché ci sono cose che non è giusto far sapere ai cittadini, i loro panni sporchi se li vogliono lavare in separata sede, nel silenzio omertoso di chi sa di aver sbagliato molto, troppo, ma non ha più nemmeno un culo a cui paragonare la sua faccia perché s’è venduto pure quello.
Non c’è stato mai nessuno che abbia ammesso di aver fallito e che se ne sia andato chiedendo scusa, nessuno. 
Sono ancora tutti lì, chi di dritto e chi di rovescio, ancora a spillare quattrini dei contribuenti sottoforma di tutto, di vitalizi, di liquidazioni, di buone uscite, luride sanguisughe senza vergogna né decenza.
E Napolitano ha avuto anche il coraggio di dire che è il fanatismo moralizzatore la rovina della politica, non lo schifo prodotto dalla politica e fatto subire a tutto il paese anche col suo consenso.

Bei tempi, quando Repubblica era sempre in prima linea contro i bavagli, le censure, a favore di una vera libertà di informazione, quando il giornale rivolgeva le dieci domande più dieci a berlusconi circa le sue attività di intrattenitore di cene eleganti.
Poi la curiosità come pure la richiesta è andata via via scemando, ad esempio sulla home page di stamattina non c’è traccia del fatto che i cosiddetti dieci saggi abbiano inserito nelle loro proposte l’ennesimo attacco alle intercettazioni.

Quando pensi che nessuno possa fare peggio di così, di qualsiasi così, c’è sempre e per fortuna qualcuno che rimette subito le cose in pari ricordandoci che questa è pur sempre l’Italietta dei mediocri, degli sciacalli, dei servi. 
Di gente incapace di agire in autonomia perché deve sempre rendere conto a qualcuno che a sua volta dovrà rendere conto a qualcun altro, incapace di alzare la testa e dire a chi la paga: “no, grazie, il mio mestiere è un altro, io faccio il giornalista”.

Come diceva Hugo: “c’è gente che pagherebbe per vendersi”, in Italia invece ce n’è un esercito che si fa pagare, che paghiamo anche noi con le nostre tasse e a peso d’oro, la sua vigliaccheria, un tanto al chilo le sue infamità salvo poi piagnucolare, fare la parte delle vergini violate, gridare al regime quando qualcuno tira fuori la questione dell’opportunità del finanziamento pubblico ai giornali, ché non sarebbe democratico rifiutarsi di sovvenzionare la carta stampata, ché sarebbe una limitazione della libertà impedire ai giornali di diffondere balle a getto continuo, di demolire quei personaggi che hanno osato infastidire il potere.
Informare i cittadini in modo pulito, onesto, è l’ultima delle preoccupazioni della stragrande maggioranza del giornalismo italiano, della carta stampata: il loro compito è sempre un altro, servire e riverire, agevolare i soliti giochi di potere dai quali poi, poterne ricavare convenienza, l’assicurazione per la sopravvivenza.
E allora io mi chiedo e chiedo in che modo noi cittadini possiamo difenderci, smettere di essere non contribuenti e finanziatori ma complici di indecenze vergognose che qualcuno spaccia per giornalismo, professionismo e informazione. 

Bisogna creare competizione anche nella carta stampata, in un paese normale e in assenza di conflitti di interesse sarebbe assolutamente normale che emergano i bravi e i meno bravi restino dietro.

Così come accade in tutte le altre attività imprenditoriali.

Ma siccome qui tutti vogliono assicurare all’ impunito, al conflitto di interessi fatto persona lunga vita che si tenessero anche le conseguenze di questo.

Il calcio dell’asino
Marco Travaglio, 13 aprile

Uno straniero che si trovasse a passare in Italia in questi giorni, nel leggere certi titoloni contro Antonio Ingroia, penserebbe che l’ex pm di Palermo sia stato colto con le mani nel sacco a rubare, a dire falsa testimonianza, a trescare con mafiosi, a coprire assassini, a corrompere minorenni. “Ingroia, vai a lavorare”. “Ingroia ha mentito anche a se stesso” (Libero ). “L’antico vizio di sentirsi il più antimafia di tutti. Ecco perché ha fallito il giudice palermitano coccolato dai media” (La Stampa). “Il finale grottesco del giudice Ingroia” (Repubblica). Cos’ha fatto Ingroia per meritarsi tutto questo? Si è candidato in politica come decine di suoi colleghi, ha perso le elezioni, ha chiesto il permesso di lavorare in un incarico extra-giudiziario — quello di commissario delle esattorie siciliane — a metà stipendio. Ma il Csm gli ha risposto picche confinandolo in Val d’Aosta (l’unica regione dove non era candidato). La prima destinazione, ineccepibile dal punto di vista delle regole, era quella di giudice: solo che ad Aosta gli organici giudicanti sono tutti coperti, dunque Ingroia sarebbe stato “in soprannumero”: avrebbe percepito stipendio pieno scaldando una sedia. A quel punto il Csm s’è accorto che la porcata era troppo sporca persino per i suoi standard e l’ha nominato pm, derogando al divieto di funzioni requirenti per chi si è candidato. Lui ha annunciato ricorso: deroga per deroga, c’è un posto ben più consono alla sua storia e competenza: quello di sostituto alla Procura nazionale antimafia, che ha competenza su tutta Italia e funzioni di puro coordinamento di indagini altrui, dunque non striderebbe troppo col divieto di tornare in toga dove ci si è candidati. Resta da capire perché Ingroia non può fare il commissario delle esattorie siciliane, crocevia di interessi illegali e spesso anche mafiosi, che richiede proprio un uomo della sua esperienza. La risposta dei sepolcri imbiancati è che l’incarico non ha attinenza con l’attività giudiziaria, dunque un magistrato non può ricoprirlo. Ingroia ha chiesto di esser sentito, per spiegare che così non è. Ma non l’hanno neppure degnato di una risposta. Che strano. Un anno fa il Csm autorizzò la giudice Augusta Iannini in Vespa, dal 2001 distaccata al ministero della Giustizia, a passare al Garante della privacy: che attinenza avrà mai quel ruolo con la giustizia? Del resto, in questi anni, Palazzo dei Marescialli ha autorizzato vari magistrati a fare gli assessori nella regione in cui fino al giorno prima erano pm (Russo nella giunta siciliana Lombardo e Marino nella giunta Crocetta): funzioni non elettive, ma di nomina politica, ben più delicate di un’esattoria. Perciò ha ragione da vendere Ingroia a denunciare il trattamento contra personam di un Csm presieduto da Napolitano, la cui voce fu da lui casualmente ascoltata intercettando Mancino. Fare due più due è facile, ma anche legittimo.
Eppure commentatori che non hanno mai scritto una riga in difesa di Ingroia quand’era massacrato perché indagava sui potenti, oggi lo massacrano perché s’è dato alla politica. Il solito Francesco Merlo, su Repubblica , lo accusa financo di aver “usato le indagini antimafia per uscire dalla magistratura” e di “danneggiarla” dando ragione a Sallusti. Ora — a parte il fatto che Sallusti non è in carcere grazie a Merlo che chiese per lui la grazia e a Napolitano che la concesse — dov’era Merlo quando Ingroia veniva isolato con i suoi colleghi perché osava indagare sulla trattativa Stato-mafia? Se gli piaceva tanto il pm Ingroia, perché non l’ha difeso quando tutti lo attaccavano? Il Fatto è stato il primo a criticare la scelta di Ingroia di fare politica (non perché non ne avesse diritto, ma perché rischiava di scendere di livello anziché salire). Ma pure a solidarizzare con lui e i suoi colleghi isolati e linciati da tutti.

Anche da quanti ora si esercitano nello sport italiota più diffuso e più vile: la bastonata allo sconfitto, detta anche il calcio dell’asino.

En passant

Libertà di stampa, l’Italia precipita al 61° posto.

La classifica di Reporter sans frontier: nel 2010 era al 50°.
Anche gli Usa perdono terreno: dal 20° al 47°.


Reporter Senza Frontiere
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Grillo: “70 giornali a rischio chiusura
Una buona notizia. Raccontano balle”

Se non possiamo ambire ad una libertà di informazione totale ma, stando ai dati circa la libertà di informazione in Italia che ci mettono insieme o addirittura sotto a paesi da cui dovremmo stare invece lontani anni luce nemmeno parziale dunque assolutamente insufficiente, perché dobbiamo continuare a pagarla come se fosse buona? tutti quelli che oggi strillano contro il fascista Grillo il quale esulta se chiudono testate che nessuno compra e legge ma che servono soltanto a spillare soldi dei contribuenti  hanno soldi da buttare? beati loro. 

Di conflitto di interessi nessuno parla più, questo paese è potuto sprofondare anche, soprattutto anzi, grazie alla mancanza di una vera sentinella del potere quale dovrebbe essere il giornalismo, la maggior parte del quale ha invece deciso scientemente di servire il proprio padrone di riferimento e oggi bisogna leggere che Grillo è fascista perché esulta se chiudono giornali pagati anche coi miei soldi che nessuno compra e legge? se i signori editori non vogliono correre il rischio di chiudere bottega imparassero a stare sul mercato offrendo un servizio migliore, decente, non asservito, e a chiedere insieme alla società civile che il conflitto di interessi venga rimesso sul tavolo della discussione politica e risolto, invece, per esempio, di sprecare energie per difendere diffamatori recidivi.
In un paese dove si taglia su sanità e istruzione, dunque sul necessario è semplicemente ridicolo che si continuino a buttare milioni di euro per finanziare il superfluo dunque il nulla.
O i lavitola.

Il problema non è analizzare quello che Grillo dice e trovare altri spunti per attaccarlo.
Esiste o no un problema legato all’informazione? esiste o no un gigantesco e insopportabile conflitto di interessi mai voluto risolvere da nessun governo?
L’informazione non è in pericolo se chiudono dispense sull’equitazione o su quant’è bello giocare a boccette da Canicattì a Bolzano.
L’informazione continua ad essere un pericolo per com’è gestita ad alti livelli, diventa un problema quando non informa ma si trasforma in cavalier servente del potente e pre-potente.
Quando non fa servizio pubblico pur essendo pagata dal pubblico, e sono queste cose che poi spingono la gente lontano dalla politica cosiddetta tradizionale.
Qualcuno dovrà rispondere in un tribunale o davanti alla storia sul perché non è stato voluto risolvere il conflitto di interessi, sul perché un paese come l’Italia, democrazia occidentale abbia potuto occupare posizioni in fatto di libertà di stampa pari o addirittura inferiori a paesi che almeno non si ammantano di aggettivi pomposi come “democrazia”.

Se fosse…[un paese normale]

Sottotitolo: l’altro giorno sfogliavo una copia di Repubblica trovata sul tavolino del bar della spiaggia. Pensavo che in redazione avessero perso il vizio di fare domande, e invece la domanda c’è, riguarda Formigoni e la richiesta di chiarimento circa le sue vacanze all’insaputa, come se nel frattempo non fosse successo nulla; ad esempio un presidente della repubblica che facendosi scudo del suo ruolo apre uno scontro senza precedenti con la Magistratura.
Si dice che la verità renda liberi, in un paese sano questa libertà ha molto a che fare con un’informazione altrettanto sana.
Appunto.

 

Ho sempre pensato che il finanziamento pubblico ai giornali fosse una garanzia di libertà. 
Che finanziare cartaccia come Libero, Il giornale, Il foglio del molto intelligente ma soprattutto molto e basta ferrara servisse ad avere la possibilità di poter leggere anche altro, che finanziare diffamatori, calunniatori per mestiere come feltri, belpietro, sallusti e compagnia pessima mi avrebbe garantito di poter leggere chi non diffama, non insulta, non racconta balle, non china la testa davanti al potente e al pre-potente.

Ma in questo ultimo periodo ho dovuto cambiare idea. 

Perché mi ero abituata all’idea che dei servi potessero fare solo quello per cui sono pagati; gli altri, quelli che servi non erano fino a che il centro della scena politica era occupato da un malfattore delinquente assurto al potere grazie alla collaborazione di chi avrebbe dovuto impedirlo in qualsiasi modo e che invece lo ha agevolato rendendogli tutto facile e possibile, avrebbero dovuto continuare a fare altro e cioè INFORMARE. 

E invece questo non succede più; da quando c’è Monti ma soprattutto da quando lo stato – dunque Giorgio Napolitano – ha aperto lo scontro con la Magistratura siciliana non c’è più distinzione fra l’informazione che informava e quella che si mette a disposizione del potere. 

Difendere il prestigio delle istituzioni, semmai si possa ancora parlare in questi termini di quelle italiane non significa mentire, tacere, negare, e non si può chiedere ai cittadini, quelli che pagano, di rendersi complici di questo immondo modo di “fare informazione”.

Io non voglio più contribuire, coi miei soldi, ad armare i sabotatori della verità.

 

Trattativa Stato-mafia, ecco tutte le firme di chi sta con la procura di Palermo

La petizione del Fatto Quotidiano a favore della procura di Palermo raccoglie sempre più adesioni A chiedere la fine dell’accerchiamento dei magistrati anche nomi della cultura e dello spettacolo.

 

I have a dream

 Marco Travaglio, 12 agosto

Il Presidente Napolitano è ripartito da Stromboli ed è tornato a Roma. “Parto — ha tenuto a sottolineare con certosina precisione in un imperdibile colloquio con l’Unità — dopo un soggiorno di poco più di otto giorni, più o meno come lo scorso anno”. Fissata con esattezza la durata della vacanza, restano da chiarire due punti. 
1) La sorte del cinghialotto e dell’upupa avvistati da Scalfari nella tenuta di Castelporziano durante la precedente intervista. 
2) L’esatto stato d’animo del Capo dello Stato: la solerte intervistatrice lo descrive basculante fra il “piacere” per la “schiarita nei rapporti tra il governo e le forze politiche che lo sostengono” e l'”inquietudine” per il “non vedere ancora vicine ad un approdo le discussioni che procedono attraverso continui alti e bassi su una nuova legge elettorale, mentre rimane ancora bloccato il progetto di sia pure delimitate modifiche costituzionali che era stato concordato prima di un’improvvisa virata sul tema così divisivo di un improvvisato cambiamento in senso presidenzialistico della Costituzione”. Almeno è certo che il Presidente gode di un poderoso apparato respiratorio, se riesce a pronunciare frasi di questa portata senza prender fiato. Roba da far invidia al bambino che “gli porge una foto e si rammarica” perché l’autografo presidenziale “fatto con la biro l’anno scorso s’è scolorito” (King George aveva finito l’inchiostro sulle leggi di B.) e — fortunello — “se ne guadagna così subito un altro”. Per carità di patria, l’Unità non lo sfrucuglia sull’altra ossessione: l’inchiesta sulla trattativa e la Mancino chat line. A quella provvedono i tweet clandestini del portavoce Cascella; le azioni disciplinari dell’apposito Pg della Cassazione contro i pm che osano parlare; e i vicemoniti del vicepresidente del Csm, Vietti contro il consigliere Racanelli, reo di aver dato ragione alla Procura di Palermo (azione disciplinare anche per lui? Pubblica gogna per lesa maestà? Si attendono lumi). Insomma, un’estate di inferno: fortuna che è l’ultima, da presidente. E dire che filerebbe tutto liscio, se solo Napolitano desse una ripassata alla Costituzione a proposito dei suoi poteri, evitando di impicciarsi in affari che non lo riguardano. Tipo le inchieste giudiziarie. O le “sia pure delimitate modifiche costituzionali” (non dovrebbe trasmettere la Costituzione intatta al successore, come diceva il suo sia pure ignaro maestro Einaudi?). O la legge elettorale, che è di squisita competenza parlamentare. Invece no, s’è messo in testa di dover (e soprattutto di poter) fare tutto lui. “Rientrando a Roma — minaccia — seguirò più da vicino il processo che dovrebbe portare all’attuazione dell’impegno ormai inderogabile di non tornare alle urne con la legge elettorale del 2005”. Ora, non saremo certo noi a difendere il Porcellum: tant’è che avevamo sostenuto il referendum Parisi-Segni-Di Pietro per tornare al Mattarellum. Ma, grazie anche alla moral dissuasion del Colle, la Consulta lo bocciò, cestinando 1 milione 200mila firme tra gli osanna del Palazzo tutto: “La legge elettorale spetta al Parlamento”. Era il 12 gennaio. È forse cambiato qualcosa? Il boom di 5 Stelle: lui sul momento disse di non averlo udito, ma poi con calma glielo spiegarono. Da allora, ogni notte, si sveglia di soprassalto e lancia un urlo: “Aaaarghhhh!”. Donna Clio, consiglieri, corazzieri, monitatori e trombettieri accorrono al capezzale: “Che è stato, Presidente? Il solito incubo dello spread?”. “No, no”. “L’euro?”. “Macché”. “Ancora la voce di Mancino?”. “Ma va, mica chiama più, quello. Ho di nuovo sognato quel tipo grassoccio, barba e capelli grigi, che si presenta nel mio ufficio in giacca e cravatta ridendo come un pazzo, mi grida all’orecchio ‘Presidenteeeee? Boom!’, poi dice che ha vinto le elezioni e che devo incaricarlo di formare il nuovo governo. Ditemi che non succederà mai”. “Ma no, Presidente, torni a riposare, vedrà che passa anche stavolta. Lo dicono i tweet di Cascella. 
L’upupa e il cinghialotto confermano”.

Se fosse un paese normale, non sarebbe l’Italia

Poi, alla fine, tutti concordi a dire: “L’Italia non è un paese normale.” Anche io, colpevole, l’ho scritto più volte, e ora scopro di essere stata vittima della stessa formuletta ripetuta fino alla nausea, proprio come un mantra.

 

Insomma, è diventato normale, che l’Italia non sia un paese normale, al punto che nemmeno ridiamo delle cose che dovrebbero far ridere o ci indigniamo per quei fatti che dovrebbero destare la nostra indignazione. Allora, siccome non siamo più normali, ma normalizzati, tutti giù a ridere perché quella strana cosa della santanchè, promette per Ottobre, un milione di persone in piazza per “silvio”.

 

Che c’è da ridere? A mio avviso proprio nulla. Non è strano, non è nemmeno impensabile che l’operazione possa andare a buon termine. Portare e deportare un milione di persone in piazza, oggi, non è difficile: ci riuscirono con 30 euro un panino e una bibita, oggi potrebbero anche abbassare il prezzo, e al posto della bibita dare solo una bottiglietta d’acqua scadente. La gente ci andrebbe, aggiungendovi la speranza di poter vedere da vicino, una di quelle facce che così tante volte hanno visto in televisione. Non importa che piaccia o no, l’importante è la foto scattata col cellulare o poter dire: “Io c’ero. L’ho visto! Ammazza oh! Fa davvero schifo da vivo. E poi mi hanno dato anche venti euro.” Per le deportazioni, sappiamo come funziona: basta una casa di riposo di proprietà di un connivente e qualche pullman con l’aria condizionata. Forse la promessa di una bella gita o di un premio al termine della giornata. Così capita già.

 

Peccato davvero che l’Italia ormai sia un paese anormale, questo ci ha fatto perdere l’occasione di una sonora risata, una di quelle gratis, che riempie tutta la bocca. C’era ben altro nelle dichiarazioni di quella vecchia cosa lurida, ossia il veto, per Passera, di ricoprire in futuro la carica di Primo ministro. Un sacrosanto divieto dato dall’etica e dalla morale: “Passera – dice la zoccola – è un evasore fiscale.” (Mi asciugo le lacrime, che per fortuna ancora riesco a ridere)

Se l’Italia non fosse stata così tanto normale nella sua anormalità, il giornalista sarebbe saltato sulla sedia: “Ma come? È come se domani, maroni dicesse che borghezio non può essere ministro perché è un razzista. O come se domani un vescovo dicesse che molestare un bambino è reato, oltre che mero peccato. È come se dell’utri si opponesse alla candidatura di cosentino, perché o’americano è vicino al clan dei casalesi …”

 

Invece no … tutti preoccupati per un milione di morti di fame che venderebbero le proprie figlie per un pieno di benzina. Della dignità e dell’intelligenza, noi ce ne fottiamo.

 

Perché l’Italia non è un paese normale, e se lo fosse non sarebbe l’Italia.

 

Rita Pani (APOLIDE)

 

Di censure, censurati, libertà di espressione, fatti, quotidiani, varie ed eventuali

In questo paese fare informazione è difficile, non solo per colpa del conflitto di interessi di berlusconi  che ha avuto solo “il merito” di peggiorare una situazione già complicata in precedenza ma  perché nonostante e malgrado quello che riguarda berlusconi sia il più gigantesco e insopportabile per una democrazia i conflitti di interessi sono molteplici, ed ecco spiegato il motivo per cui una legge per regolare controllati e controllori in questo paese non la pensano i governi di destra ma nemmeno quelli (cosiddetti) di sinistra.

Perché non è conveniente alla destra ma nemmeno alla (cosiddetta) sinistra.

Come ho scritto varie volte amo leggere i quotidiani in versione cartacea,  e – a malincuore – ho sempre detto che il finanziamento pubblico è una garanzia di libertà, perché finanziando anche cartaccia come Libero e Il Giornale ad esempio possiamo però avere la possibilità di leggere anche quei quotidiani che, sebbene con fatica (e infatti sono sempre meno) cercano di non perdere di vista che il dovere del giornalismo sarebbe, è, quello di informare, di raccontare le cose che accadono in modo corretto, preciso,  in maniera tale da poter consentire ai lettori (che poi saremmo noi cittadini che paghiamo) di formarsi delle opinioni il più possibile attinenti ai fatti, al modo in cui si fa politica, al pensiero dei politici circa tutto quello che la politica ha il dovere di regolare.

Scrivere, come hanno  fatto Il Giornale e Libero ieri che i PM e Il Fatto Quotidiano sono assassini in riferimento alla scomparsa del dottor D’Ambrosio non è solo una porcata ma un crimine, contro il quale tutta l’altra stampa, quella cosiddetta liberale (Repubblica, Unità, Stampa, Corriere) si sarebbe dovuta mettere di traverso anziché metterci il carico da undici. Il Giornale e Libero non sono nuovi a queste campagne denominate “macchina del fango”, si sono sempre distinti – nel senso peggiore – per aver diffamato chiunque fosse contrario e si sia opposto al progetto di distruzione etica, morale, democratica e civile voluta dal padrone di quello e molti (troppi) altri quotidiani, riviste, padrone di case editrici, tv private e, come se non bastasse avendo piazzato i suoi yesmen nella tv di stato (che nessuno ha rimosso, anzi il ministro Passera ha pensato di fargli un ulteriore regalo a proposito di frequenze televisive nel silenzio complice della presunta opposizione)  quando era presidente del consiglio ed è quindi in grado più di altri, più di tutti in questo paese, di orientare le opinioni comuni in tutti i modi che vuole. E nessuno, del Giornale né di Libero, ha mai pagato concretamente in sede civile e penale il modo mostruoso con cui credono di fare informazione.

Io difendo e difenderò sempre chi alle porcate e ai crimini, non solo intellettuali si oppone. L’ho sempre fatto anche in tempi meno sospetti di questo, quando ad esempio l’Unità metteva a disposizione dei suoi lettori un forum on line che un bel giorno venne chiuso dopo che i moderatori, sempre assenti quando c’era da dirimere risse che spesso oltrepassavano il limite della denuncia penale, operarono un “ban” collettivo che colpì, vado a memoria, una sessantina di utenti e ovviamente me compresa. Tutto questo perché sul forum di un giornale di sinistra qualcuno si era permesso di scrivere un post su papa Wojtyla considerato evidentemente irricevibile anche in un contesto come quello.

In quel periodo Marco Travaglio scriveva le sue dieci righe di “Bananas” proprio su l’Unità e spesso ci ritrovavamo a parlare di lui nel forum, anche allora, malgrado fosse meno presente di oggi era molto criticato, ed io mi ricordo che spesso scrivevo che sì, nessuno è incriticabile, cosa che penso anche oggi e anche a proposito di Travaglio ma che comunque andasse in qualche modo protetto e difeso perché era già allora una spanna sopra a molti suoi colleghi molto più famosi e conosciuti di lui.

Ed io continuo a pensare che un giornalista che si pone con lealtà va rispettato, e criticato sì ma SEMPRE  nel merito di quello che dice o scrive, cioè del suo lavoro, invece, e questo capita SOLO con Travaglio,  le critiche e i giudizi cui viene fatto oggetto sono di tutt’altro genere: “è antipatico, è di destra”, e queste sono le cose più banali che mi vengono in mente – perché spesso è davvero difficile poter confutare quello che scrive –  come se il dovere di un giornalista fosse quello di essere simpatico a tutti e di nascondere il suo orientamento politico invece di dare notizie.

Ora, evidentemente qualcuno da qualche parte deve avermi ascoltata quando, in altri periodi dicevo che un giornalista come lui anziché essere osteggiato e criticato sul piano personale si meritava la direzione di un quotidiano prestigioso: oggi infatti Travaglio – dopo varie vicissitudini fra cui l’esclusione da l’Unità voluta per lui, Antonio Padellaro e Furio Colombo dal pd, prima di quella più recente che ha riguardato Concita De Gregorio colpevole di non essersi allineata ai desiderata del partito, un giornale, Il Fatto Quotidiano, lo dirige davvero. Un giornale che non riceve finanziamenti pubblici e quindi si presume che possa agire davvero in libertà a beneficio e vantaggio dei suoi lettori/acquirenti. Soprattutto perché quel giornale ha fatto della lotta alle censure e della libertà di espressione le sue bandiere.

Quando però si parla di libertà di espressione bisogna includerci non solo la propria ma anche quella degli altri, e se un giornale che dispone anche di un’edizione on line mette i suoi articoli a disposizione dei lettori per poterli commentare, questa possibilità deve essere estesa a tutti, cosa che purtroppo Il Fatto Quotidiano non fa. I gestori di siti, dei blog, i responsabili delle versioni on line dei quotidiani hanno tutto il diritto di prendere gli opportuni provvedimenti tesi a contrastare chi crede di poter imbrattare ogni sede virtuale coi suoi delirii, apologie, diffamazioni, ingiurie e offese ma non hanno lo stesso diritto  di togliere la parola a chi invece di quelle sedi virtuali ne ha sempre fatto e ne fa buon uso, né tantomeno hanno quello di poter decidere chi – per diritto divino? può scrivere senza passare per le forche caudine di una  moderazione che doveva essere provvisoria e dalla quale gli utenti registrati dovrebbero essere esenti come da avviso e chi no, perché come dico sempre la censura è una cosa molto stupida e danneggia molto di più chi la applica  rispetto a chi suo malgrado, non avendo la possibilità di potersi sottrarre ai censori né ricevendo spiegazione alcuna, la deve subire.  

 A domande, poste sempre con la massima educazione mettendoci una faccia e un nome, si risponde.

Fino a qualche mese fa lo facevano, scusandosi, anche, prendendo a pretesto le solite questione ‘tecniche’.

Ora loro sono liberissimi di non sentirsi obbligati a rispondere ma così facendo non rendono onore alla coerenza con cui dicono di portare avanti le loro battaglie a favore della conoscenza dei fatti. Io per le questioni di principio mi faccio ammazzare piuttosto,  figuriamoci cosa me ne può fregare di sconosciuti maleducati.

Non è affatto una cosa di poco rilievo  un giornale che fa della massima espressione della libertà di espressione la sua bandiera metta in pratica la censura lui per primo. E non si tratta di censure a caso ma di esclusioni circoscritte a determinati utenti, sono mesi che si leggono lamentele, ma nessuno fa niente e nessuno pensa che sia il caso di dare delle spiegazioni sul perché ci siano utenti che possono e altri che NON possono pur non avendo mai mancato di rispetto a nessuno. I principi o si rispettano sempre o mai: il qualche volta non è previsto.