Il fu venerabile eversore

Sottotitolo “extrapost”: se si mette uno come Tronca, anzi proprio Tronca a fare le veci del sindaco non ci si può stupire se festeggiare il capodanno non rientri nelle sue priorità. Non ha le physique du rôle, ecco.
Leopoldo VI vuole le Olimpiadi a Roma, Montezemolo che le deve organizzare già si fa le pippe e Tronca dice che non ci sono i soldi per il capodanno a Roma?  Tutta questa propaganda al “non abbiamo paura” e poi a capodanno si spengono le luci a Roma?
Un anno di giubileo sì e il capodanno no?
Cialtroni, sono solo dei cialtroni.

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“Con la Loggia P2 avevamo l’Italia in mano”, è morto l’ex “venerabile” :

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venerabile

“Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo.
Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore.
La giustizia, la tv, l’ordine pubblico.
Ho scritto tutto trent’anni fa”. [Licio Gelli, 28 settembre 2003]

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Morto Licio Gelli, capo della loggia massonica P2
Dal fascismo alle stragi, vita di scandali e misteri

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•IL “PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA” DELLA P2 CON I COMMENTI DI MARCO TRAVAGLIO

•DALLA STRAGE DI BOLOGNA AL CRAC DEL BANCO AMBROSIANO: LE INCHIESTE CHE HANNO COINVOLTO IL VENERABILE DELLA P2

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Se Licio Gelli da vivo voleva i diritti d’autore  per l’Italia di berlusconi dopo le “riforme” di Renzi e della Boschi fra le quali l’abolizione del senato: lo stesso obiettivo che fu prima di mussolini poi proprio di Gelli nel piano di rinascita adesso che è morto toccherà fargli il monumento, a imperitura memoria di chi ha fatto l’Italia. Garibaldi je spiccia casa.  Gelli ormai era considerato uno statista, un autorevole opinionista da intervistare, già il nomignolo di venerabile, ovvero uno che dovrebbe incutere rispetto addirittura in odor di santità dovrebbe significare qualcosa. I golpisti di ieri iscritti alla loggia sono diventati “faccendieri” e sono ovunque, un aggettivo neutro che non tutti capiscono e che non  significa niente.

Perfino la morte schifa l’infamità e vuole averci a che fare il più tardi possibile, ecco perché l’erba cattiva “non muore mai”. Oggi gli eredi della politica di ieri ma anche di questa più recente sono in lutto. E’ morto il loro principale ispiratore.

Solo in un paese misero e senza memoria come questo si poteva ridurre un’organizzazione eversiva alla stessa stregua del circolo della bocciofila, ritrovarsi i suoi iscritti ovunque in politica, nei media, in tutti i gangli dello stato, gente ridotta al rango di “faccendieri” invece di renderla riconoscibile con quello di “golpisti”.
La ‪#‎P2‬ non era, non è un ritrovo della borghesia ma un’associazione che voleva sovvertire l’ordine dello stato in maniera un po’ soft, senza che la gente se ne accorgesse, senza la violenza del colpo di stato effettivo e dei carri armati in piazza.
Il nome di Licio Gelli ritorna in tutte le vicende peggiori di questo paese: dalle stragi fasciste a quelle mafiose, dal rapimento di Moro a mani pulite fino ad arrivare ad oggi, a certe cosiddette riforme della politica che erano le stesse che aveva pensato Gelli nel suo piano di rinascita.
Tutta la storia più nera e fascista del dopoguerra porta il marchio della P2 e la firma di Gelli.

 

E lo sventurato rispose

Sottotitolo: le parole più dure andavano dedicate a chi, ancora una volta, ha messo l’Italia in una posizione vergognosa di fronte al mondo intero.
E invece si preferisce adottare il metodo “un po’ di qua un po’ di là”.
La politica si comporta male, delinque, deve smetterla MA.
Come un padre che sgrida il figlio discolo poi per par condicio, per non mortificarlo troppo, fa la ramanzina anche al figlio che ubbidisce. Se quello poi s’incazza ha ragione.
“Patologia eversiva” sono parole pesantissime che Napolitano ha indirizzato verso l’obiettivo sbagliato. Eversione è far partecipare un delinquente al tavolo delle decisioni, è aver trovato ogni tipo di alibi e giustificazione per rendere normale l’anormalità di tre anni di legislature imposte, non volute e scelte dal popolo come Costituzione comanda.
E non può mai essere eversione, tanto meno patologica, chi a tutto questo si ribella.

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E’ arrivato il supermonito: colpa della politica ladra e corrotta? No, come sempre fra le guardie e i ladri l’occhio di riguardo è per questi ultimi.

Non è colpa dei ladri se sono ladri ma di chi se ne accorge. Più o meno le stesse cose le aveva dette il 25 aprile di due anni fa: il refrain è sempre lo stesso, non è mai colpa della politica ma sempre e solo di chi la critica, la giudica, le si oppone. Napolitano da bravo alto funzionario del sistema deve difenderlo con tutti i mezzi, soprattutto con la menzogna. Di fronte ad uno degli scandali politici più grave di tutti i tempi il presidente che ha a cuore la sorte del paese, dei cittadini, della repubblica e della democrazia avrebbe fatto tutt’altro discorso, ma la parola d’ordine more solito è il depistaggio, portare il ragionamento altrove dal problema. C’è da capirlo: tutta colpa di chi ha rovinato la bella intesa “mafia-criminalità-politica”.
Il repulisti destabilizza, effettivamente la ricerca dell’onestà in politica è un po’ eversiva in un paese dove deve sempre arrivare la magistratura a fare quello che dovrebbe fare la politica.
C’è il rischio che chi non ha capito fino adesso stavolta capisca.
Meglio mettere le mani avanti.

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Giorgio Napolitano: “Critica alla politica è degenerata in patologia eversiva”.

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La vera patologia che affligge questo paese da sempre è l’incapacità della politica ad essere onesta. Il monito di Napolitano fa il paio con le critiche di Franceschini ai manifestanti alla Scala di tre giorni fa: non è la politica ad essere degenerata, corrotta, sempre invischiata in affari sporchi, una politica che da vent’anni –  solo perché quelli di prima erano almeno presentabili –  ha reso l’Italia lo zimbello del mondo ma chi vorrebbe vivere in un paese normale, dove i ladri fanno i ladri e i politici, i politici. E dove i politici mandano in galera i ladri, non gli fanno riscrivere la Costituzione.

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Nell’Italia prima in classifica in Europa per corruzione il presidente del consiglio che voleva il daspo per i politici indagati ma poi fa le riforme con quello addirittura plurindagato per reati come truffa e corruzione Verdini e con l’altro condannato per frode allo stato berlusconi, pensa che sia il caso di inasprire le pene per i reati legati alla corruzione solo davanti al più gigantesco scandalo di corruzione e criminalità politica dopo tangentopoli. 

Il presidente del consiglio che è anche segretario di quel pd che solo qualche giorno fa ha negato l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni di Azzollini, senatore Ncd indagato per associazione a delinquere, truffa allo stato, frode in pubbliche forniture, abuso d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
La scoperta delle torture inflitte dalla CIA su terroristi e presunti tali, molti infatti erano innocenti, l’ha fatta il Senato americano, non la magistratura.
Ecco che torna di nuovo il pensiero di Paolo Borsellino: sulla delinquenza politica la politica deve intervenire prima dei giudici, perché quando intervengono loro i danni sono ormai incalcolabili.
Il danno più grave prodotto da questa politica complice del malaffare in prima persona o perché non l’ha voluto/potuto/saputo contrastare è principalmente la perdita di fiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Chi può credere infatti che nel cosiddetto patto del Nazareno Renzi possa inserire provvedimenti severi per quei reati che berlusconi è riuscito a minimizzare fino a farli sparire come il falso in bilancio?
Le nozze coi fichi secchi non si possono fare, e nemmeno si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, se Renzi vuole essere credibile non può chiedere la collaborazione di Verdini e berlusconi per mandare in galera i politici ladri e i corrotti.

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Il tutorial di Matteo Renzi per sconfiggere la corruzione in quattro minuti – Christian Raimo

Lo spot di Matteo Renzi sulla corruzione, il video di quasi quattro minuti che è sul sito del governo, cerca di rimediare alla crisi di credibilità che nell’ultima settimana ha colpito il Partito democratico con l’apertura dell’inchiesta su Mafia capitale.

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Le vignette di Riccardo Mannelli.

Il sistema criminale fascista e mafioso nel quale Carminati aveva un ruolo di prim’ordine non gradisce il giornalismo di inchiesta, proprio come la politica che non minaccia di “fratturare la faccia” ai giornalisti ma il metodo persuasivo, quello della querela temeraria ad esempio col quale il potente tenta di scoraggiare i giornalisti che hanno l’ardire di indagare sulla politica disonesta non è meno violento.

Solidarietà a Lirio Abbate per minacce di Carminati. – Articolo 21

Carminati non era fuori perché come ha detto giorni fa il suo avvocato aveva estinto il suo debito con la giustizia ma perché in passato ha potuto beneficiare di sette sconti di pena e per ben tre volte del provvedimento pietoso, quell’indulto pensato per i poveri cristi ma che poi mette fuori anche i grandi barabba.
In questo paese funziona così: la politica e i governi fanno leggi per riempire le carceri coi poveri cristi, poi quando le carceri sono troppo piene perché quelle leggi sono sbagliate, mandano in carcere chi non ci dovrebbe andare tirano fuori i provvedimenti di emergenza, così di quel tana libera tutti possono usufruire anche quelli come Carminati, terrorista, eversore, fascista, criminale comune con precedenti che in qualsiasi paese normale gli avrebbero garantito la galera a vita.
In questo paese la politica e i governi evitano accuratamente di fare leggi necessarie tipo quella sulle torture che l’Europa chiede da svariati anni, quelli che vengono dopo si guardano bene dal ripristinare quelle eliminate da quelli che c’erano prima tipo il falso in bilancio, di fare le leggi che quelli di prima non avevano potuto fare per non andare contro gli interessi di un delinquente elevato a statista ma poi tutta la politica e tutti i governi fanno annegare l’Italia in un mare magnum di leggi inutili e ancorché incostituzionali come la bossi fini e la fini giovanardi che sono state la causa principale di quel sovraffollamento delle carceri col quale poi si giustificano i provvedimenti cosiddetti di clemenza invocati dal papa e da Napolitano. Provvedimenti che tutta la società civile poi accetta con commozione perché pensa alla libertà del povero cristo, il quale nella stragrande maggioranza dei casi verrà ribeccato a delinquere e non al grande barabba che non ha mai smesso nemmeno quando era in carcere.
E con questi presupposti Renzi si vanta che non lascerà Roma ai criminali, a quelli che lui non chiama mafiosi perché è un termine che non gli esce mai dalla bocca ma “tangentari all’amatriciana”: in effetti il suo patto con berlusconi fa pensare che nelle sue intenzioni ci sia quella di lasciare ai criminali non solo Roma ma tutta l’Italia.

La destra tutta legge, ordine, patria e galera, ma anche la “sinistra” non scherza

Questo è il tweet nel quale un indignatissimo Alemanno un anno e mezzo fa prometteva o per meglio dire minacciava la querela a Milena Gabanelli e a Report che avevano iniziato ad indagare sui fatti di Mafia Capitale che l’inchiesta Mondo di mezzo ha solo confermato.

Alemanno ha estorto il voto ai romani dopo lo stupro e l’omicidio di Tor Di Quinto con la promessa di rendere la Capitale d’Italia un’isola felice. E’ poi migliorata Roma con lui? Naturalmente no, ma ai poveretti creduloni, agl’imbecilli fascisti che lo votarono è bastato vedere qualche sgombro ogni tanto per pensare che la soluzione fosse quella, che per ripristinare la sicurezza a Roma bastasse cacciare gli “zingari”, ma la criminalità, quella vera, quella che estorce, minaccia, si incista nell’amministrazione politica, quella che un tempo ammazzava senza pietà con alemanno sindaco è perfino aumentata, fino ai livelli che abbiamo scoperto oggi.
Parlando poi di destra tutta legge, ordine, patria e famiglia mi chiedevo come mai casapound non organizza nessun presidio, nessuna protesta per questi motivi.
Quali sono gli interessi e di chi, soprattutto, che sostiene questa banda di fuorilegge, se questo fosse un paese normale, capace di mettersi al fianco di salvini e borghezio per difendere l’Italia dalle invasioni ma che poi è costretta a tacere di fronte all’invasione vera dei delinquenti veri, loro compagni di merende.
Dove sono tutti quelli sempre in prima fila contro il pericolo dell’estensione dei diritti, quelli che difendono la famiglia tradizionale, l’italianità, il crocefisso nelle scuole e il presepio.

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Se Standard & Poor’s ha posizionato l’Italia appena un po’ prima il livello spazzatura e il Censis la dà praticamente per spacciata significa che l’articolo 18 non c’entrava niente.
Significa che le riforme in questo paese non passano per l’abolizione dei diritti e significa che i parametri coi quali le varie agenzie di controllo giudicano l’Italia sono altri.
Ad esempio quella corruzione che porta l’Italia al primo posto in Europa.
Significa che hanno mentito tutti, a cominciare da Napolitano che ha messo fretta alla conclusione del disastro perché sua maestà è stanco e vuole ritirarsi a miglior vita da vivo, che ha mentito la maggior parte dell’informazione che ha abbindolato gli italiani su quanto fossero urgenti e non più rimandabili le cosiddette riforme di Renzi, il quale parla di “sistema che fa schifo” a proposito dell’inchiesta su Mafia Capitale come se fosse un alieno arrivato da chissà quale pianeta ma poi non si è impegnato affatto a contrastare lo schifo che già si conosceva, che senza leggi adeguate non può che peggiorare.
Renzi che parla di sistema che fa schifo è il segretario di quel partito democratico che solo due giorni fa, a scandalo già esploso, ha votato no all’uso delle intercettazioni di Azzollini coinvolto in un’inchiesta per una frode da 150 milioni di euro, altri soldi, tanti soldi, sottratti alle risorse pubbliche.
Renzi che s’indigna e si schifa non prova gli stessi sentimenti, non li ha provati quando ha deciso che berlusconi poteva e doveva sedersi ancora al tavolo delle decisioni, quando ha considerato affidabile uno condannato per frode allo stato già socio in politica con un condannato per mafia e con svariati precedenti che non si sono trasformati in reati solo grazie all’aggiustamento in corsa delle leggi che lo avrebbero permesso, leggi che il governo di Renzi non ha nessuna intenzione di modificare e cancellare. Di conflitto di interessi ormai non si parla più, tutto risolto.
Renzi che parla di schifo per il sistema criminale per mezzo del quale la politica di tutti i colori non si è mangiata solo Roma ma tutta l’Italia, il presente e il futuro di un paese ormai inguardabile da qualsiasi angolazione è lo stesso che stringe la mano e s’intrattiene non per i fatti suoi ma quelli di tutto il paese con un quattro volte rinviato a giudizio, sempre per reati di truffa e corruzione.
E’ lo stesso Renzi delle cene da mille euro per il partito – e chissà chi può spendere mille euro per una cena – e degli ottanta euro per i voti.
Promettere dei soldi in cambio di voti non è forse corruzione?
Sì che lo è, il pd non avrebbe mai ottenuto quel 40,8% [della metà] senza la promessa dell’aiutino in busta paga.
In un paese normale, civile e sano la politica non chiede voti promettendo soldi ma impegnandosi ad eliminare lo schifo, ma è difficile, impossibile poterlo fare se si chiede la collaborazione di chi ha contribuito in larghissima parte a produrlo. Se qualcuno avesse dato retta a Milena Gabanelli che aveva visto giusto nel programma incriminato dall’indagato per mafia Alemanno ci saremmo risparmiati altri due anni di furti, truffe, corruzione e probabilmente, anzi sicuramente pure Renzi. Perché il dramma di questo paese non è solo la criminalità politica, sono poi quelle conseguenze che modificano, stravolgendolo, il corso della storia.
Senza tangentopoli non ci sarebbe mai stato nemmeno berlusconi considerato chissà perché dai superstiti di allora, da quelli che sono riusciti a scampare alle manette l’unico in grado di ridare dignità alla politica, mentre berlusconi non aveva proprio i requisiti minimi per accedere alla politica.
In che modo lo ha fatto, che tipo di dignità ha dato alla politica lo abbiamo visto e lo stiamo ancora subendo, ma evidentemente ancora non basta, ancora dobbiamo sopportare. Per questo dico a Renzi  che gli unici autorizzati a parlare di schifo siamo noi che lo dicevamo molto prima di lui, quando ci accusavano di populismo, demagogia, di essere dei giustizialisti che volevano mettere le manette a tutti.

Mentre noi le volevamo solo per i delinquenti, ad esempio quello che Renzi accoglie, al quale offre ascolto e concede la parola in politica, quello a cui ha ridato una dignità che la stessa legge che Renzi invoca gli aveva invece tolto per manifesta indegnità.
Quello che non gli fa poi così schifo quanto quel sistema che ha contribuito ad edificare.

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NONOSTANTE UN CORNO – Marco Travaglio

C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No. La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali. [Paolo Borsellino]

Forse siamo troppo cinici. O forse Saviano non lo è abbastanza. Ma domandarsi – come fa Roberto nel suo commento su Repubblica (clicca qui) – come può la politica “fidarsi ciecamente” di Buzzi & Carminati, il Rosso e il Nero, e a dare loro “massima fiducia, senza chiedere in cambio nessuna trasparenza”, nonostante i loro trascorsi rispettivamente di “assassino e terrorista dei Nar”, è un eccesso di ingenuità. Bisogna rassegnarsi ad abrogare i “nonostante”, i “malgrado” e i “sebbene” dal vocabolario politico.

I pregiudicati siedono a capotavola nei palazzi del potere non “nonostante” i loro precedenti penali, ma proprio per quelli. Così come non sono “deviati” quei settori della politica, dell’amministrazione, dell’imprenditoria, dei servizi segreti, delle forze dell’ordine che lavorano per (o trattano con) la criminalità. Ma quelli che lavorano per lo Stato e ne rispettano le leggi. Se una persona onesta chiede udienza a un potente, deve mettersi in fila, fare lunghissime anticamere, e anche nell’eventualità che venga ricevuta non ottiene quasi mai ciò che chiede: perché non ha nulla da offrire e nulla da tacere. Un delinquente invece viene subito accontentato, spesso prim’ancora di chiedere. Come disse Giuliano Ferrara: “Chi non è ricattabile non può fare politica”. Anche perché, di solito, chi è ricattabile è anche ricattatore. Io so tutto di te, tu sai tutto di me, e facciamo carriera sui nostri rispettivi silenzi.

La nuova legge sul voto di scambio politico-mafioso, sbandierata da Renzi come il colpo di grazia ai collusi, è stata scritta in modo da impedire qualsiasi condanna per voto di scambio. Ma non per un errore: apposta. Così come la legge Severino: si chiama “anticorruzione” ed è stata scritta proprio per salvare B. e Penati dai loro processi per concussione. Ora si scoprirà che il reato di autoriciclaggio, votato l’altroieri dal Parlamento, renderà impossibile la galera per chi ripulisce il bottino dei propri delitti. Giovedì, mentre Renzi annunciava la linea dura contro i corrotti (“una specie di ergastolo, di Daspo”) e spediva il commissario Orfini a bonificare la federazione romana del Pd di cui fa parte da quando aveva i calzoni corti e il commissario Cantone ad annunciare l’ennesima “task force”, il suo partito al Senato votava con FI, Ncd e Lega per respingere la richiesta dei giudici di usare le intercettazioni contro gli inquisiti Azzollini (Ncd) e Papania (Pd). Una svista “nonostante” i sospetti pesanti come macigni che gravano sui due politici? No, una scelta fatta proprio per quei sospetti pesanti come macigni.

Fa quasi tenerezza Luca Odevaine detto lo Sceriffo, che ad aprile vuole farsi un viaggetto negli Usa, ma si vede negare il visto: gli americani hanno scoperto che si chiama Odovaine con la “o” ed è pregiudicato per droga e assegni a vuoto. “Una roba da matti, una cosa assurda, in una democrazia come quella!”, si lamenta. La vocale se l’è fatta cambiare lui all’anagrafe per nascondere i suoi precedenti. Come se questi, in Italia, fossero mai stati un handicap e non facessero invece curriculum: ciò che negli Usa ti impedisce anche l’ingresso per turismo, in Italia basta e avanza per promuoverti vice capo di gabinetto della giunta Veltroni, capo della polizia provinciale della giunta Zingaretti e infine membro del Coordinamento nazionale richiedenti asilo del governo Renzi, naturalmente a libro paga di Mafia Capitale per 5 mila euro al mese. Nonostante i precedenti? No, grazie a quelli, che ti rendono affidabile. Ovviamente la Banda Carminati aveva scelto pure il presidente della Commissione di Controllo Garanzia e Trasparenza e il responsabile della Direzione Trasparenza del Comune di Roma (che, alla Trasparenza, ha non uno ma due addetti): due sceriffi di provata fede, ora indagati per mafia.

Se Marino s’è salvato parzialmente dalla catastrofe non è tanto perché, personalmente, è un onest’uomo: ma soprattutto perché gli assessori se li è scelti quasi tutti da sé, rifiutando quelli che tentava di imporgli il Pd. Sennò Carminati e Buzzi se li ritrovava perlomeno vicesindaci.

Il gioco di prestigio

Il patto – Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Dice Dario Ginefra, parlamentare del Pd, che far cadere il governo in caso di condanna definitiva di Berlusconi sarebbe «venir meno a un patto assunto con il Presidente della Repubblica».

Ginefra, nato in Puglia ma uomo di mondo, ci ha detto insomma pubblicamente quello che tutti già sapevamo ma nessuno aveva il coraggio di ammettere. E cioè che in Italia c’è stato un patto tra il Pd, Berlusconi e Napolitano per arrivare alle ‘larghe intese’ e perpetuarle qualsiasi cosa accada.

Un patto non scritto – certo, ci si vergognerebbe a scriverlo – su cui tuttavia si regge tutto lo status quo. Un patto che trascende da tutto: dalle scelte politiche del governo così come dalle eventuali condanne del Cavaliere.

Un patto siglato in stanze chiuse e, com’è evidente, del tutto extracostituzionale.

Ed è proprio a questo patto che hanno puntato – con successo – i famosi 101.

Ringraziamo Ginefra per il coming out. Sarebbe tuttavia interessante sapere che cosa di questo patto pensa la maggioranza degli italiani – elettori di Ginefra compresi.

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Noi intanto stiamo ancora scontando la nostra condanna, roba che in Italia vent’anni non li danno nemmeno a chi ammazza una persona, per noi non ci sono state nemmeno le attenuanti, un indultino, un’amnistiuccia anche minima. E’ praticamente un fine pena mai quello che stiamo subendo.

Sottotitolo:  il termine “patto” evoca un nonsocché di stampo mafioso.

In politica sarebbe meglio usare il termine “accordo”, così, giusto per dare un diverso garbo semantico a quella che è e resta comunque una porcheria irricevibile, ovvero un paese fatto ostaggio dalla politica circa i reati di berlusconi, i processi di berlusconi, le sentenze che riguardano berlusconi e di berlusconi. E il dramma nel dramma è continuare a sentir dire a tutti che l’eventuale condanna di b non DEVE avere ripercussioni sul governo, e invece dovrebbe, eccome. Se questo fosse un paese normale, posto che in un paese normale non ci sarebbe mai stato un berlusconi in parlamento.

In ogni caso  l’unico patto che la politica è chiamata a rispettare non è quello stretto nelle segrete stanze con “chillo che voi sapete chi è”, l’innominabile grazie al lodo Grasso – Boldrini, ma quello fra la politica e gli elettori.
In un paese normale, in una democrazia parlamentare il pdr non si sceglie il governo a sua immagine e somiglianza, non va a disturbare i Magistrati che, secondo lui non consentono al pregiudicato imputato di non poter partecipare alla vita politica, mentre secondo loro e noi vorrebbero semplicemente applicare quella legge uguale per tutti come la Costituzione che NPLTN dovrebbe proteggere, farsene proprio scudo umano, comanda.

 L’entrata in scena di b dopo i disastri di tangentopoli rievoca un po’ Portella della Ginestra quando, per il timore che in Italia avanzasse un governo di sinistra dopo il ventennio fascista qualcuno, che ha nomi e cognomi: il vaticano, l’America e la mafia [e questa è storia, non la mia opinione, ci sono documenti a conferma di quello che scrivo, basta consultare la Rete] ha pensato ad un’azione, la strage dei braccianti che festeggiavano il 1 maggio dopo la caduta del fascismo,  che servisse a riequilibrare un sistema in cui la sinistra dava fastidio.  Non doveva avere voce in capitolo.

Mentre uno così non avrebbe mai dovuto avere la possibilità di accedere alla politica, perché a nessuno sano di mente, nessuno che avesse davvero a cuore le sorti del paese avrebbe potuto pensare che l’imprenditore che si è fatto da sé, il self made man poteva essere la soluzione, invece qualcuno ci ha pensato, per evidenti questioni di interessi che con una sinistra al governo, e allora una sinistra c’era, sarebbero stati messi in discussione e in pericolo.

E, last but not least ormai tutti dovrebbero aver capito che la politica è servita a berlusconi per sistemare i suoi privatissimi cazzi.

La politica dunque in tutto questo non c’entra nemmeno di striscio. 

E il pd continuerà, in virtù del bene del paese, dunque di berlusconi, delle necessità e priorità del paese, dunque di quelle di berlusconi col quale si vuole addirittura modificare la Costituzione, a governare [parlando con pardon] con un evasore fiscale, con uno che si teneva il boss mafioso in casa a fare  da baby sitter ai suoi figli, con un vecchio satrapo che paga[va] ragazzine per i suoi sollazzi eleganti, il che anche se non fosse il reato che invece e per fortuna è farebbe già abbastanza schifo e dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per non voler avere niente a che fare con una persona così, e cioè con berlusconi.

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Comunque vada sarà un insuccesso, l’ennesimo fallimento di una politica che non sa agire senza avere il capobanda di riferimento.
Quello che alla fine mette la sua faccia per tutti; nel bene ma specialmente nel male, quello dietro al quale si sono nascosti tutti quelli che sapevano di agire contro le regole, la legge e lo stato semplicemente appoggiandolo, sostenendo le sue cause, non facendo nulla nel concreto per arginare il suo strapotere.

Trasformare in una questione politica in grado di mettere a rischio e pericolo la tenuta del paese e di un governo per il quale non esistono più definizioni delle sentenze che devono stabilire se è vero o no che un uomo di potere, con un enorme potere, spropositato e mai regolato da una legge sul conflitto di interessi e al quale è stato concesso di entrare in politica nonostante non ne avesse il diritto né i requisiti ha commesso o no dei reati pesantissimi, che nulla hanno a che fare con un’attività politica inesistente come la sua essendo lui il più assente dal parlamento è stato il più grande gioco di prestigio col quale il potere ha incantato gli italiani, che nemmeno il mago più perverso avrebbe potuto immaginare e realizzare, soprattutto.

E per potere intendo anche l’informazione SERVA che si adegua, che non spiega alla gente quello che succede perché deve rispondere sempre all’editore, al politico che spesso sono la stessa persona, sempre quella, e quando no fa lo stesso perché l’editore e il politico hanno [ha] le mani in pasta anche dove non dovrebbe. E quando no no perché come diceva Hugo “c’è gente che pagherebbe per vendersi”, che potrebbe essere il giusto slogan per l’ottanta per cento abbondante dei disinformatori italiani.

Perché che berlusconi parli della Magistratura come di un potere anomalo che vuole sovvertire la volontà popolare ci sta, ma che TUTTA la politica, compreso quello lì che non si deve dire lo abbia seguito in questo delirio è un crimine peggiore della somma dei reati che gli vengono contestati.

Chi se ne frega se il capo dei capi, il boss, continua a ricevere il consenso dei SUOI elettori, se in questo paese c’è così tanta gente che si fa affascinare da uno a cui piacciono i comportamenti borderline, fuorilegge, quelli che non si perdonerebbero al vicino di casa ma a lui sì significa che c’è una parte del paese da rieducare, e cosa c’è di meglio di una sentenza che dica una volta e per tutte che no, di uno così non ci si può fidare, non ci si DEVE fidare? ma di che stabilità cincischiano i lor signori del grande imbroglio? chi consegnerebbe le sue chiavi di casa a chi ha una reputazione dubbia, a chi fa della truffa e della corruzione il suo modus operandi? come dice sempre il giudice Davigo se il nostro vicino di casa è indagato per pedofilia gli affideremmo i nostri figli da portare a scuola e ai giardinetti in nostra assenza? e allora perché si deve accettare in virtù di una pacificazione, di una necessità, di un patto, niente meno, che uno con una dubbia reputazione possa avere voce in capitolo e decidere in materia di leggi, di riforme costituzionali niente meno. Dico: sono impazziti tutti quanti? quanto pensano che si possa ancora credere alla favoletta della stabilità se le fondamenta su cui la vogliono costruire portano anche la firma di silvio berlusconi? solo dei pazzi scriteriati possono pensare una cosa del genere.

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Domani è un altro porno
Marco Travaglio, 31 luglio

Orsù, signori del Pd, non vi agitate. Comunque vada a finire il processo Mediaset in Cassazione, cambia poco o nulla. Siamo in Italia, mica in un Paese serio. Altrimenti oggi si processerebbe un vecchio pensionato della politica, già da tempo allontanato dai suoi compari di partito per questioni di decenza e isolato dalle opposizioni (pare che nei Paesi seri esistano, e si oppongano pure) e dalle massime cariche dello Stato, che rifiuterebbero di stringergli la mano e farsi fotografare con lui per motivi igienici. Ma, appunto, siamo in Italia: dunque non c’è nulla che la Corte possa aggiungere sul conto dell’illustre imputato che già non si sapesse prima. Nulla che possa precludergli ciò che una legge del ’57 e i principi di disciplina e onore fissati dalla Costituzione avrebbero dovuto da sempre impedirgli: fare politica. Se la Corte annulla la sua condanna con rinvio a un nuovo appello, il reato cade in prescrizione (e sarebbe la nona volta). 

Se la Corte annulla la condanna senza rinvio (pare che il giudice relatore sia un annullatore impenitente), B. è salvo per un altro paio d’anni, finché non arriva in Cassazione il processo Ruby. Se la Corte conferma la condanna a 4 anni, di cui 3 coperti dall’indulto gentilmente offerto dal centrosinistra nel 2006, B. sconterà l’anno residuo agli arresti domiciliari in una delle sue numerose dimore o, se ne farà richiesta, in affidamento in prova al servizio sociale: che, detta così, sembra una gran cosa, in realtà significa libertà assoluta con la finzione di firmare ogni giorno in qualche comunità di recupero, magari per minorenni disadattate da rieducare. Lui dice che vuole andare in galera, tanto sa benissimo (la legge Cirielli l’ha fatta lui) che non ci andrà mai neppure se insiste. Ci sarebbe, è vero, l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Ma intanto deve passare dal voto della giunta e dell’aula del Senato, dove col voto segreto può succedere di tutto: anche che il partito unico Pdmenoellepiùelle trascini la cosa alle calende greche sino a fine legislatura (come a fine anni 90 con Dell’Utri) o addirittura respinga la sentenza definitiva innescando un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Consulta dai tempi biblici. 

Ma, anche se B. fosse interdetto col timbro del Senato, continuerebbe a fare politica esattamente come oggi. Come Grillo, mai eletto né candidato. E B., pur eletto, in Parlamento non mette mai piede (ha il record mondiale di assenteismo: 99,84%). In ogni caso, nessuno gli impedirebbe di presentare alle elezioni una lista Pdl o Forza Italia o Forza Gnocca o Forza Frode con su scritto “Berlusconi Presidente” e, in caso di vittoria, intestare il governo al solito prestanome (magari la figlia) in attesa che scada l’interdizione e qualche servo si dimetta per farlo eleggere al suo posto. Dunque, signori del fu Pd, cos’è tutta questa agitazione? Che sia un delinquente lo sappiamo tutti da anni, basta leggere una sola delle sue sentenze di prescrizione o di assoluzione perché si era depenalizzato il reato. L’unico pericolo per il governo sarebbe un vostro colpo di reni: un leader, ad averlo, che si alzasse in piedi e dicesse “con quel delinquente non possiamo restare alleati un minuto di più”. 

Ma avrebbe già potuto-dovuto accadere prima di entrare con lui in Bicamerale 15 anni fa, o nel governo Monti due anni fa, o nel governo Nipote due mesi fa. Ora è tardi. E B. il governo Letta non ve lo fa cadere manco se lo condannano, tanto comanda lui e la faccia la mettete voi. Il peggio che può capitarvi è sputtanarvi un altro po’ con i vostri elettori superstiti, ma anche qui il più è fatto. Dunque state sereni. Fate come lui che la sa lunga: se fa casino è solo per spaventare la Corte, caricandola di responsabilità che toccherebbero ad altri, e per ricattare il Pd e il Colle. Così domani incasserà l’ennesimo premio-fedeltà: tipo un’amnistia o una mezza grazia alla Sallusti che gli commuti la pena cancellando l’interdizione. 
Tranquilli, ragazzi. Domani, comunque vada in Cassazione, è un altro porno.

Settimo: non rubare

Severino: “Oggi nuova Tangentopoli
Gravissimo lucrare su soldi pubblici”

Il ministro della Giustizia dalla Latella a Sky Tg24 ha commentato gli scandali che hanno travolto la politica. Ha ricordato che il governo si impegna a varare il ddl corruzione entro un mese: prevede l’incandidabilità dei condannati non con sentenza definitiva. Eliminata norma ‘cancella Ruby’.

[…] “lucrare illecitamente sul denaro pubblico rappresenta cosa sempre estremamente grave” [Paola Severino]

Dunque significa che esiste anche un modo lecito per farlo e che non sarebbe altrettanto grave? le parole sono importanti, sempre.
E la signora ministra come ce la spiega una legge anticorruzione che dovrà essere discussa e approvata anche da chi di corruzione si è macchiato?

 Siamo l’unico paese in evidente conflitto di interessi fra chi deve fare certe leggi e il suo operato: come si fa a chiedere al ladro di farsi allacciare le manette e pretendere che lo faccia anche ridendo?

Quella di oggi non è una nuova tangentopoli: è semplicemente la metastasi del cancro di vent’anni fa che si è sviluppato, ha continuato a rodere e corrodere proprio perché è mancata la serietà della politica e dei governi di voler dare un taglio netto alla criminalità in politica.
Perché è mancato il rigore, a destra come a sinistra per liberarsi della politica disonesta, di certi suoi rappresentanti che sono ancora quelli di ieri.
Quelli che partecipavano al banchetto e ai quali molto spesso è stato agevolata la possibilità di continuare a rubare rendendo meno dolosi o per niente certi reati, ad esempio il falso in bilancio che non c’è più.
Sparito, cancellato, per volontà di chi ha contribuito, non del tutto e non da solo, soprattutto, ma significativamente, a rendere l’Italia il paese che è.

Quando si tratta di spolpare la gente a fare una legge  bastano quindici giorni, ridurre costi, sprechi, ruberie è  “un lavoro molto complesso” come c’insegna la signora  Fornero:  forse perché gli spreconi e i ladri sono quelli che poi devono fare certe leggi e gli toccherebbe perfino rispettarle? e dire che non dovrebbe esserci bisogno di nessuna imposizione, di nessuna richiesta europea di allineamento coi paesi civili per fare una semplicissima legge che dica “o fai il ladro o fai il politico”. 

Questa legge che l’Europa chiede all’Italia da tredici anni farà schifo, sarà la solita legge truffa  per dare all’Europa un contentino,  come a dire:” voi ce l’avete chiesta e noi l’abbiamo fatta”, ma nessuna sicurezza a noi cittadini che i politici o chi per loro, smetteranno davvero di “lucrare illecitamente sul denaro pubblico”.

Si prega di non disturbare il conducente

Sottotitolo: ” La libertà di espressione diventa così libertà di applauso: come nelle dittature. Nelle democrazie, invece, si può parlare liberamente sia per consentire sia per dissentire dal potere. Ma, anziché insorgere contro questa vergogna bipartisan, il presidente Napolitano ha subito esortato i partiti a riformare l’ordinamento giudiziario per inserire fra gli illeciti disciplinari anche le esternazioni che gli garbano: quelle dissonanti dal pensiero unico. Una “riforma condivisa” da fare a tutti i costi, “arginando” chi si permette di non condividerla. Così la prossima volta Ingroia, oltreché bacchettato, verrà anche punito. Colpirne uno per educarne cento.” (M.T.)

In un paese dove un presidente del consiglio può dire pubblicamente e da presidente del consiglio, che i Magistrati sono “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana”, che se fossero stati sani di mente avrebbero scelto un altro mestiere (magari quello di delinquente corruttore puttaniere colluso con le mafie?) e, a sostegno del suo dire una delle sue dipendenti a libro paga – con la bocca sempre troppo aperta – può rilanciare dicendo che la Magistratura è un cancro da estirpare, una metastasi, in un paese dove un presidente del consiglio, sempre quello, può dare impunemente del coglione a chiunque non abbia votato né ha intenzione di farlo per la coalizione cui appartiene, può bestemmiare in pubblico certo del fatto che quella ennesima volgarità gli verrà perdonata come un’ingenua marachella da buontempone e quel perdono arriva nientemeno che dalle alte sfere del vaticano per bocca del monsignore che ‘contestualizzò’ quella bestemmia ma poi non fa lo stesso con tutto quello che attiene alla libertà degli altri cittadini –  anche di quelli che non bestemmiano né organizzano orge in casa allo scopo (ops!) di svagarsi utilizzando per i loro passatempi prostitute minorenni, per dire – tutti gli altri, ma proprio tutti, possono dire tutto quello che vogliono e a proposito di tutto, perfino della chiesa.
Fa piacere – comunque –  sapere di vivere in un paese dove chi ha un ruolo che ne so, nella Magistratura – per esempio – non si possa proclamare pubblicamente un difensore partigiano (Partigiano, sì, e come potrebbe essere no?) della Costituzione e dello stato mentre invece chi ha un ruolo che ne so, ad esempio politico,  possa difendere la mafia negando l’arresto a chi è sotto processo appunto per mafia.

Evviva, come sempre l’Italia.

Do not disturb – Marco Travaglio – 17 febbraio 2012

Qui non si tratta di decidere se Celentano ha ragione o ha torto. Ma se ha il diritto di dire ciò che pensa in un programma per cui è stato regolarmente scritturato dalla Rai e poi pompato da tg e spot all’insegna del “chissà cosa dirà a Sanremo quel matto di Adriano”, per lucrare clamore, ascolti e introiti pubblicitari. Forse Celentano non avrebbe diritto di parlare in Rai se nessuno lo stesse ad ascoltare. Ma il boom di ascolti nella sua serata, seguito dal crollo in quella senza di lui, dimostra che milioni di italiani vogliono ascoltare le sue
“banalità qualunquiste” (come le han definite i commentatori più carini): cioè le sacrosante critiche alla Consulta, che ha cestinato il milione e 200 mila firme che lui stesso aveva contribuito a raccogliere per cambiare la legge elettorale; le sue critiche (sia pure nel mucchio: Famiglia Cristiana non le meritava, l’Avvenire sì) a un mondo cattolico più impegnato in beghe di potere che nell’annuncio della Resurrezione; le sue critiche alla Rai della sora Lei, che ormai è una protesi del Vaticano oltreché dei defunti partiti, e tiene fuori dalla porta chi fa stecca nel coro del pensiero unico, chi non rispetta il recinto grammaticale e sintattico delle cose che non si possono dire. Critiche talmente banali e qualunquiste che non le fa nessuno. Anche a noi non è piaciuto l’invito a chiudere due giornali cattolici. Ma Celentano, per fortuna, non ha alcun potere di chiudere giornali. Quel potere ce l’hanno i partiti, aprendo e sbarrando i rubinetti dei finanziamenti pubblici all’editoria. E quel potere l’aveva B. che, appena chiedeva la chiusura di un programma Rai, lo otteneva e, appena invocava la cacciata del direttore di un giornale, veniva accontentato nell’indifferenza di quanti oggi strepitano contro Celentano. Ora, dalla censura smaccata e pagliaccesca dell’Era B., all’insegna del “non disturbare il manovratore”, siamo passati a quella felpata e tecnica delle grandi intese, all’insegna del “non disturbare i manovratori”, che sono diventati parecchi. Monti, a Strasburgo, se la prende con un bravo giornalista del Corriere, Ivo Caizzi, reo di aver sollevato dubbi sulla sua irresistibile carriera europea. Grandi giornali attaccano il Fatto perché osa pubblicare documenti autentici sulla corruzione e i complotti in Vaticano ed esultano quando pensano (poveretti) che la Gendarmeria abbia “identificato le talpe”. Il Csm è costretto ad assolvere a livello disciplinare il pm Ingroia, ma trova comunque il modo di bacchettarlo perché s’è detto “partigiano della Costituzione” al congresso del Pdci. Il testo raccapricciante scritto a quattro mani dai “laici” Zanon (berlusconiano) e Calvi (dalemiano) e votato dal plenum definisce “particolarmente vistosa e inopportuna” l’esternazione di Ingroia: sia perché è avvenuta a un congresso di partito (ma nessuna regola deontologica lo vieta: anche Falcone e Borsellino parlavano di mafia in manifestazioni di partito), sia perché – udite udite – “fortemente polemica” verso programmi e leggi (nel caso specifico sono programmi e leggi incostituzionali) di forze politiche “facilmente riconoscibili”. Dal che si deduce che un magistrato può parlare, ma solo per plaudire a leggi e programmi partitici incostituzionali, e solo senza renderli riconoscibili: cioè parlando in politichese per non far capire che cosa sta dicendo. La libertà di espressione diventa così libertà di applauso: come nelle dittature. Nelle democrazie, invece, si può parlare liberamente sia per consentire sia per dissentire dal potere. Ma, anziché insorgere contro questa vergogna bipartisan, il presidente Napolitano ha subito esortato i partiti a riformare l’ordinamento giudiziario per inserire fra gli illeciti disciplinari anche le esternazioni che gli garbano: quelle dissonanti dal pensiero unico. Una “riforma condivisa” da fare a tutti i costi, “arginando” chi si permette di non condividerla. Così la prossima volta Ingroia, oltreché bacchettato, verrà anche punito. Colpirne uno per educarne cento.

La politica, da destra a sinistra, ha salvato i ladri

Davigo: la politica salvò i ladri
Legge anticorruzione al palo

Ma questa Europa che ci ha chiesto tutto, non avrebbe dovuto chiederci anche di fare piazza pulita del marciume, dei corrotti, corruttori, puttanieri, mafiosi di tutti i colori, non avrebbe dovuto opporsi a tutte le leggi fatte e regolarmente fatte passare da un presidente della Repubblica distratto o inconsapevole per difendere i criminali di tutti i colori, la delinquenza, il malaffare di tutti i colori? non avrebbe dovuto obbligarci a sottoscrivere nei fatti la legge anticorruzione come hanno fatto gli altri paesi ma dimenticata chissà come mai anche dai sobrii professori che però non si sono dimenticati di assicurare la salvezza ai delinquenti prossimi futuri col decreto cosiddetto ‘svuotacarceri’? per tutto questo non vale l’unione, ognuno può fare quel cazzo che vuole? lo stato è sovrano solo quando deve difendere i suoi cittadini peggiori? all’Europa interessa solo la nostra pelle, quella dei cittadini onesti? Unione significa altro, significa che se una legge viene sottoscritta dai paesi cosiddetti membri poi quei paesi la devono anche mettere in pratica, perché allora che ci stiamo a fare, in un’Europa così: a che serve l’unione se poi non fa la forza?

Slitta il decreto anti corruzione. Strano!

Ecco, finalmente anche il pdl si accorge che forse al suo interno c’è il rischio di infiltrazioni mafiose, e per ovviare a questo pericolo è stata istituita una commissione col ruolo di vigilanza. A capo della commissione è stato messo Denis Verdini.

L’articolo potrebbe finire qui. Perché non c’è tanto da aggiungere senza correre il rischio di essere prolissi e inutilmente ridondanti. Il partito della mafia, creato da dell’utri, il senatore condannato per mafia, sospetta di avere infiltrazioni mafiose e lascia il compito della vigilanza a un ladro patentato, socio di dell’utri e …

Siamo a vent’anni da mani pulite. In TV si vede spesso un giovane Di Pietro. Com’era buffo in quel suo modo di fare! L’ex poliziotto che ce l’aveva fatta, che aveva indagato craxi, che aveva scoperto le porcherie che tutti sapevano, di quei ladri che governavano, ma che però, a differenza di questi non erano così ingordi da risucchiare anche le briciole.

Vent’anni. Poi venne quel tizio, quello del partito della mafia, il palazzinaro rozzo, che si era arricchito con i soldi di craxi e le sue televisioni, lo stesso che per anni ci ha oltraggiato governando un paese come se fosse cosa sua, e che ha cambiato le leggi perché si potesse alla fine rubare e restare impuniti.

 Vent’anni, ma è ora di cambiare. Roma 2020 non si farà, per i costi che non si potrebbero sostenere, dicono in italiano elegante, senza il coraggio della verità. Roma 2020 è un rischio che non si può correre perché la corruzione è così dilagante che in otto anni, i soliti imprenditori mafiosi o collusi, ruberebbero pure i camion con l’asfalto scadente, o i il cemento armato senza ghiaia che verrebbe utilizzato per le opere faraoniche destinate a creparsi sotto la prima pioggia.
Roma 2020 è stato il primo no alla mafia di stato che è diventata insostenibile per lo stesso stato, ma senza velleità moralistiche, solo per le congiunture astrali sfavorevoli, e per altro dobbiamo ancora iniziare a pagare alla mafia la penale per il  “Ponte sullo stretto” che la mafia non farà.

La Corte dei Conti ha stabilito che la perdita dello stato, attribuibile alla corruzione si aggira intorno ai sessanta miliardi di euro. Bruscolini. Eppure la seduta del parlamento del prossimo 27 febbraio, che avrebbe dovuto iniziare a discutere del problema non si farà. Sono stati presentati 7000 emendamenti, la data quindi è slittata.
Potrei smettere qua di scrivere le ovvietà che scappano dalle dita.
Non c’è nulla di strano in fondo. Siamo un paese in cui un partito mafioso affida una commissione interna di vigilanza a un malavitoso. Siamo un paese in cui in parlamento siedono i malavitosi; un paese che ha partiti politici nati da costole di bande criminali, gente che riderebbe in faccia a Craxi per la sua ingenuità, gente che è andata oltre il furto per il partito, ma ruba per se stesso (anche se a volte a sua insaputa) e allora, di grazia, avrebbe senso far discutere di cibo a un anoressico? Davvero siamo così ingenui da poter pretendere di affidare la nostra salute alimentare a Giuliano Ferrara? L’educazione delle nostre figlie alla Santanchè?
Ma chissà, forse avremo davvero un giorno una legge contro la corruzione, una legge seria che aprirà le galere. Magari l’avremo il giorno dopo del decreto che farà pagare l’ICI alla chiesa.
Sognare è ancora gratis.
(Walff il presidente tedesco si è dimesso per un mutuo agevolato. Quel tizio pluripregiudicato continua a strillare come una vecchia isterica per la persecuzione dei giudici.)

 

Rita Pani (APOLIDE)

Lo spread morale – Marco Travaglio, Il Fatto quotidiano – 18 febbraio

Il caso Tedesco, in Italia, è il Parlamento che salva due volte l’ennesimo parlamentare dall’arresto per corruzione, concussione, falso, truffa, turbativa d’asta, associazione per delinquere. Il caso tedesco, in Germania, è il presidente della Repubblica che si dimette per un prestito agevolato. Lo spread che divide Italia e Germania è tutto qui: il diverso rendimento dei titoli di Stato è solo una conseguenza. E chi, in questi mesi, si è molto divertito a sbeffeggiare Angela Merkel perché “fa gli interessi della Germania”, dovrebbe vergognarsi e andarsi a nascondere. Che dovrebbe fare un capo di governo, se non gli interessi del suo paese? E che dovrebbe fare un capo di Stato coinvolto in uno scandalo se non dimettersi e consegnarsi alla Giustizia? Lo stupore di noi italiani alla notizia delle dimissioni di Wulff è la nostra irredimibile dannazione. Siamo così abituati alle cazzate dei politici sull’immunità parlamentare, sulla presunzione di innocenza, sull’accanimento giudiziario, sullo scontro fra politica e magistratura, sulle toghe politicizzate, sul “così fan tutti” e sull’“a mia insaputa”, da non capacitarci dinanzi al gesto normale di uno statista chiacchierato che se ne va a casa. Con il candore disarmante del bambino che urla “il re è nudo ! ”, la Merkel ha commentato: “Il presidente non poteva più servire il popolo”.

Qualcuno in Italia penserà che si sia convertita al maoismo: invece è e resta una robusta democristiana. Ma lo spread fra Italia e Germania è tutto qui: in quel “servire il popolo”. Non si può servire il popolo quando si è sospettati di comportamenti scorretti, né quando ci si deve dividere fra i palazzi delle istituzioni e quelli di giustizia. Checché ci abbiano raccontato i trombettieri di regime a ogni lodo Maccanico-Schifani, a ogni lodo Alfano, a ogni legittimo impedimento sulla necessità di importare la celebre “immunità per le alte cariche” che sarebbe già “prevista in tutto il mondo”, scopriamo che quella immunità, come la pensano i nostri ladri della patria, non esiste da nessuna parte. In pochi paesi, come la Francia, è prevista solo per il capo dello Stato e solo finché resta in carica. E in Germania nemmeno per lui: spetta al Parlamento, come per qualunque parlamentare, concedere o negare l’autorizzazione a procedere: ma solo sulla carta, perché nella realtà il Parlamento tedesco l’autorizzazione ai giudici la concede sempre.

Wulff sapeva che avrebbe presto perduto lo scudo protettivo. E, dinanzi alla prospettiva di fare il presidente e l’imputato, s’è dimesso da presidente. In Italia, dovendo scegliere, si dimettono da imputati. E, si badi bene, Wulff non ammette affatto di essere colpevole, anzi: si proclama innocente. Ma vuole difendersi come un comune cittadino, senza i privilegi connessi alla carica. Esattamente come fece il suo omologo israeliano Katsav, accusato di molestie sessuali: pur potendo avvalersi dell’i mmunità presidenziale, non la invocò neppure (gli veniva daridere all’idea che molestare segretarie fosse un reato connesso alla carica). Così le democrazie vere si difendono dalla corruzione: dando l’esempio dall’alto.

Da ieri B. ha un motivo in più per detestare la “culona” (mentre Wulff si dimetteva, il Pdl nominava il plurimputato Verdini commissario a Modena per ripulire il partito inquinato da infiltrazioni malavitose: come nei film western, quando il bandito diventa sceriffo). Ma il caso tedesco (con la t minuscola) mette in mora tutta la classe dirigente italiota: i nostri partiti, ma anche i tecnici alla Severino, che continuano a baloccarsi con la famosa e fumosa “legge anticorruzione” di rinvio in rinvio, per far scadere anche questa legislatura senz’aver fatto nulla contro il cancro che ci trascina verso il baratro. C’è da sperare che la Merkel perda le prossime elezioni e dunque, come si usa nelle democrazie serie, vada in pensione: quando anche Monti alzerà bandiera bianca, sconfitto dal partito trasversale del malaffare, potremo sempre prenderla in prestito

”La patonza deve girare” (cit: Silvio Berlusconi)

Oggi, oltre al ventennale di Mani Pulite, era il 17 febbraio 1992 infatti quando Mario Chiesa venne arrestato per tangenti, da allora le cose non solo non si sono aggiustate ma se possibile sono perfino peggiorate, ricorre l’anniversario della morte, avvenuta il 17 febbraio 1600, del filosofo Giordano Bruno. Fu condannato per eresia dal Tribunale centrale del Sant’Uffizio ed arso sul rogo a Roma, con la bocca serrata perché non parlasse. Per l’esattezza inchiodata alla mandibola e  per ordine del Cardinale Bellarmino.
Il cattolicesimo, per dire.

Sanremo, dall’Adriano Celentano show al servizio pubico di Belen Rodriguez

IL “SERVIZIO PUBICO” DI BELEN

[…] Sabato, intanto, tornerà Adriano Celentano. Consiglio non richiesto per il Molleggiato: dica tutto ciò che vuole, esageri, spari altri 125 milioni di cazzate, ma lo faccia scoprendo l’inguine e mostrando un po’ di pelo pubico. Lorenza la Cattolica non avrà nulla da ridire, ne siamo sicuri.[…]

Twitter: #Domenico Naso – Il fatto quotidiano

Mani impunite

 
Anche le massime istituzioni repubblicane han voluto celebrare degnamente il ventennale di Mani Pulite. Il Parlamento ha salvato un’altra volta dall’arresto il senatore Tedesco, mentre l’ex premier B. collezionava una richiesta di condanna a 5 anni di carcere per corruzione giudiziaria e un altro senatore, il preclaro De Gregorio, veniva indagato per aver fatto sparire 23 milioni di fondi pubblici all’editoria. Una cosetta. Superano ormai il centinaio i parlamentari indagati o imputati o pregiudicati (24), ma c’è ancora un anno di legislatura per darsi da fare e battere il record del ’93. Intanto la corruzione continua a mangiarsi 60-70 miliardi l’anno e l’evasione altri 120-150. Ed è da questi presupposti che il capo dello Stato ha aulicamente tratto le conseguenze dinanzi al Csm: “Può senz’altro percepirsi un positivo mutamento dell’atmosfera per quel che riguarda reali disponibilità di confronto costruttivo su problemi più urgenti in materia di politica della giustizia”. Finalmente c’è “piena consonanza nella individuazione delle ragioni della crisi, delle priorità da affrontare e degli immediati rimedi riformatori”.
Un ingenuo o uno straniero di passaggio potrebbe pensare che il Presidente parli di legge anticorruzione, riforma dei reati fiscali, ripristino del falso in bilancio, ratifica delle convenzioni internazionali sul traffico d’influenze, l’autoriciclaggio, la corruzione privata, la prescrizione. In effetti tre parole tre le dice (“seri adeguamenti normativi”). Ma il confronto costruttivo serve a ben altri e più nobili scopi: mandare a casa migliaia di detenuti o stiparli nelle camere di sicurezza delle questure accanto a chi li ha arrestati (la nuova frontiera del garantismo). E soprattutto tappare la bocca alle toghe e privarle dei diritti civili. Il mondo si domanda come sia possibile che in Italia siano candidabili i condannati. Ma l’uomo del Colle trova disdicevole che si candidino i magistrati. Il fatto che un ladro entri o resti in Parlamento, anche se ha confessato di aver fregato 13 milioni al suo partito, non pare turbarlo. Ma “le troppe esternazioni esorbitanti i criteri di misura” e “l’assunzione inopportuna di incarichi politici” da parte di magistrati, queste sì “disorientano i cittadini”. In effetti siamo talmente abituati ai ladri che, quando vediamo una guardia in politica, siamo subito colti da vertigini. Quando poi un magistrato parla, “innesca periodicamente spirali polemiche e acuiscono molteplici tensioni”, e così quando “inserisce nei provvedimenti giudiziari riferimenti non necessari ai fini della motivazione e che spesso coinvolgono terzi estranei”. Se, per dire, uno legge in un’ordinanza le telefonate fra un ladro o un mafioso e un politico, chissà cosa va a pensare: tipo che anche il politico sia un poco di buono e che il Colle dovrebbe monitare un po’ anche contro di lui. Ottimo anche l’elogio del neoprocuratore di Roma Pignatone, che già acquisì meriti a Palermo emarginando alcuni dei migliori pm antimafia. Elogi anche al giudice Casalbore e al pm Guariniello dopo la sentenza Eternit? Non pare il caso. Un monito contro la porcata Pini sulla responsabilità civile dei giudici? Meglio di no. Invece bisogna punire più severamente i pm che si permettono di parlare in dissenso dal pensiero unico: oggi “sfuggono alla sanzionabilità disciplinare per la legge del 2006”, urge “riforma” per imbavagliarli meglio. E, se qualcuno non condivide le “riforme condivise”, rendendole un po’ meno condivise perché non le condivide, va “arginato”: i partiti che garbano al Colle “reagiscano con la massima fermezza alle resistenze alle riforme della giustizia”, specie da parte di quegli “intraprendenti parlamentari che sventolano vessilli di santuari intoccabili”. Ma sì, dai che l’abbiamo capito chi è l’intraprendente parlamentare: quello che vent’anni fa scoprì Tangentopoli. L’avessero arginato all’epoca, come diceva l’amico Bottino Craxi, signora mia…

Marco Travaglio – 16 febbraio 2012 – Il Fatto Quotidiano