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“Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare”

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“Un giullare che dileggia il potere”.
Con questa motivazione  il 13 ottobre di diciannove anni fa Dario Fo fu premiato col  Nobel per la letteratura.
Oggi i giullari che un tempo il regimetto democristiano si limitava a censurare come capitò proprio a Dario Fo e Franca Rame, cacciati dalla Rai dove non poterono mettere piede per quindici anni, si portano in tribunale.
E’ la modernità, bellezza.

dario-foUn’intera generazione di italiani sta scomparendo lasciando un paese peggiore di quello che aveva provato a costruire anche attraverso la cultura nel momento peggiore per l’Italia uscita dal regime fascista e dalla guerra.
Molti, fra i quali Dario Fo lo hanno fatto mettendosi a disposizione di chi non aveva mezzi, possibilità, conoscenza e sapere.
Se guardiamo a chi è andato e chi di quella generazione è ancora qui, con altri obiettivi, c’è da avere paura.

Dario Fo, diversamente da chi dopo aver costruito una carriera dall’altra parte del potere ha abdicato al suo ruolo incamminandosi sulla facile scorciatoia per avvicinarsi al potere nel modo peggiore, sostenendo apertamente quel potere, ha difeso la sua libertà fino all’ultimo assumendosene sempre la responsabilità: non ha mai usato il paravento dell’ipocrisia.

“Io, populista e me ne vanto”

Farsi sfiorare dal dubbio sui motivi che spingono una persona di enorme cultura,  intelligenza ad avvicinarsi al movimento ‘populista’ non interessa quanto, invece, è interessato a tutta la cosiddetta intellighenzia de’ sinistra marchiare Dario Fo col bollino riservato alle canaglie.
Scalfari addirittura si scandalizzò ascoltando Fo a Otto e mezzo parlare di Grillo, si meravigliò e lo accusò di essere un Narciso, ma non si vergogna né prova imbarazzo il fondatore di un giornale chiamato Repubblica quando scrive editoriali che celebrano l’oligarchia come unica forma di potere.

mistero-buffo

 Grazie ad un uomo che più e meglio di altri e di tanti ha saputo dare un valore concreto e  prezioso alla parola “libertà”.

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Del web, dei social brutti, cattivi, pericolosi e assassini

Riflessioni di un webete – @zeropregi per Il Manifesto

La verità è che tutti quelli che hanno un pulpito cosiddetto autorevole dal quale esprimersi, per ruolo, qualifica professionale eccetera hanno preso atto da un bel po’ che anche il semplice blogger, utente social come l’autore di questo articolo con un po’ di impegno e voglia di rendersi utile è in grado di comprendere e decifrare il linguaggio della politica, dei media ufficiali e tradurlo in concetti non solo comprensibili ma molto più vicini alla verità di quanto lo siano quelli dei filosofi alla Serra, Gramellini,  degli affamati di censura sempre presenti al talk show che campano di rendita sulla battuta di Eco sui social pieni di imbecilli, rilanciata continuamente da chi non si è mai fatto premura di capirla ed ha la presunzione di pensare di non rientrare nella categoria.  Si potrebbe fare una lista infinita di tutto ciò che andrebbe evitato perché potenzialmente pericoloso. Al primo posto c’è l’uso della parola. Oggi molti parlano di internet nello stesso modo col quale trent’anni fa si parlava di televisione, chi lo fa è gente che grazie a questa ha acquisito notorietà, autorevolezza  perlopiù senz’alcun merito ed ecco perché oggi teme tutto quello che può metterle in discussione. Una volta la parola dei giornalisti era come quella di Dio. Loro scrivevano, parlavano, pontificavano e nessuno si poteva mettere in mezzo: al massimo si  scriveva qualche lettera sdegnata alle redazioni  di giornali e telegiornali senza ricevere mai una risposta.
Oggi invece c’è chi si mette in mezzo, chi riesce a costringere il giornalista alla risposta, alla rettifica, alla smentita o può semplicemente dimostrarne la pochezza. E questo per certuni è insopportabile.

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cyberb16Facciano molta attenzione tutti quelli che si stanno adoperando per agevolare il governo ad approvare la legge ammazzaweb, perché senza internet e senza i social la maggior parte di loro sarebbero confinati nell’oblio che spetta a tutti quelli che non hanno un cazzo da dire, se ce l’hanno è generalmente sbagliato e dannoso ma poi trovano sempre qualche ribalta televisiva che glielo fa dire.

La Gruber che invita ad #ottoemezzo Paolo Crepet, habitué del salotto di vespa dove si fa tutto meno che informazione a parlare di internet, dei social è uno dei sintomi che rivelano chiaramente che il problema non sta mai nello strumento ma sempre nell’uso che se ne fa: proprio come succede per la televisione.
Se si usassero per la tivù gli stessi parametri di giudizio, merito e demerito elencati ogni volta che si parla del web cattivo e di chi avrebbe il diritto o meno di potersi esprimere gli studi televisivi resterebbero inesorabilmente vuoti.
Gli agguati mediatici orditi dai bravi giornalisti e conduttori solo quando bisogna parlare della pericolosità di internet e dei social, gli stessi che inspiegabilmente tacciono su tutte le iniziative positive che è possibile intraprendere grazie ai social e alla rete sono il segno della malafede che esprime chi non ha nessun interesse a parlare per spiegare e aiutare nella comprensione delle cose ma solo quello di ergersi a giudice  per sentenziare su quello che si può o non si può fare.
La Rete e i social vengono descritti sempre come brutti, cattivi,  pericolosi perché pieni di gente brutta, cattiva e pericolosa solo perché danno la parola a tutti.  Questo dà molto fastidio non solo alla politica che sta tentando in tutti i modi di mettere dei limiti non perché le interessi realmente un’educazione all’uso del mezzo ma per la solita e irresistibile voglia di censura, irrita moltissimo tutti quelli che fino ad una manciata di anni fa avevano l’esclusiva del pulpito, potevano dire e scrivere quello che volevano senza il timore di essere smentiti e sputtanati: la Rete e i social hanno tolto ai cosiddetti addetti ai lavori della politica e dell’informazione il monopolio della diffusione del pensiero, non possono più trattare i cittadini da cretini senza conseguenze.
E’ tutto qui il problema.
Miliardi di persone ogni giorno nel mondo si mettono al volante di un’automobile, usano un martello, un coltello senza provocare ogni volta una strage.
Strumentalizzare la vicenda tragica di Tiziana per riportare ancora una volta il dibattito sul web pericoloso è un’operazione abominevole fatta da chi poi non ha nessuna remora ad invitare a parlare in televisione gente come sgarbi e salvini, molto più dannosi di qualsiasi utente social.
Tiziana non l’ha ammazzata il web ma l’irresponsabilità umana.

Il family day after

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Ai reazionari del family day il sabato pomeriggio su tutti i canali, tutti i telegiornali, tutti gli spazi e gli anfratti dai quali è stato possibile propagandare urbi et orbi omofobia, odio, menzogne, minacce ripetute e ribadite.
Per parlare di educazione sentimentale e sessuale, materia obbligatoria nelle scuole dei paesi civili già dall’infanzia, utile, fondamentale a contrastare soprattutto l’omofobia e la violenza di genere bisogna aspettare la sera tardi perché giudicata un argomento troppo sensibile.
Qualche giorno fa canale5 ha mandato in onda alle 21:30 il film sadomaso che al cinema era stato vietato ai minori di 14 anni.

La Rai su richiesta, suggerimento o ispirazione di chissà chi sposta Presa diretta su Raitre  che ieri sera trattava tematiche da famiglia in orario da fascia ultraprotetta dagli sguardi indiscreti dei minori perché ad alto tasso educativo, istruttivo proprio per la famiglia.
Campo Dell’Orto e la Maggioni non hanno niente da dire agli italiani che pagano un servizio perché sia pubblico, non sottoposto alla volontà di qualcuno che può decidere facendo pressioni di chissà quale genere e con quali motivazioni cosa si può vedere, cosa no e a che ora nella televisione di tutti?

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Quelli come Adinolfi e Adinolfi possono essere al massimo l’avanguardia per l’islam più retrivo e fondamentalista, giusto perché non c’è l’obbligo della barba per gli uomini e del capo coperto per le donne che non vengono lapidate sulla pubblica piazza ma poi chissà che succede nel segreto delle case delle sposate e sottomesse come la Miriano.
Nessuna persona sana di mente seguirebbe i deliri visti e sentiti  al family day e non si capisce perché i media abbiano dato tanto spazio ad un evento organizzato da integralisti ignoranti, ipocriti che spacciano menzogne abituati come sono a credere in qualcuno che nessuno ha mai visto né sentito parlare, perché abbiano conferito l’autorevolezza di una manifestazione seria cui dedicare tanto spazio, meritevole dell’attenzione della politica e del governo a quella sceneggiata terroristica fuori dal tempo, dalla civiltà, dalla storia e da una semplice serietà di intenzioni.
Lo spirito del family day è lo stesso che anima chi imbraccia un fucile e va a sparare al ginecologo che pratica l’aborto: non bisogna farsi incantare dai palloncini e dalla presenza dei bambini, non c’era nulla di pacifico, non c’era nessun interesse per la famiglia.
Quello che purtroppo ci hanno costretto a vedere e sentire a reti praticamente unificate è solo fanatismo, pericoloso soprattutto per le nuove generazioni e che la società civile deve combattere, altroché dedicargli giornate da ricordare.

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70.000 persone sono il pubblico di uno stadio durante una partita cosiddetta “di cartello”, un derby, una finale di coppa.
Uno stadio di una grande città può ospitare anche centomila spettatori, ognuno con la sua aspettativa, la speranza di veder vincere la sua squadra.
Quando la partita finisce si accetta il risultato, ognuno lo farà col suo stato d’animo, il pubblico perdente tornerà a casa triste e sconsolato ma senza pretendere che si giochi nuovamente la partita per dare un’altra possibilità alla sua squadra, né chiederà – minacciando – che la federazione del calcio riveda i regolamenti per fare in modo che si ribaltino i risultati del campo: che i perdenti si trasformino in vincitori per alzata di mano.
Quelli del family day hanno avuto la loro occasione, l’hanno persa nonostante la massiccia propaganda, l’occultamento scientifico del flop.
Se 70.000 persone non possono cambiare il risultato di una partita di calcio figuriamoci se possono influire nella storia di un paese, interrompere il percorso di civiltà, ricattare la politica e il governo affinché si neghino dei diritti necessari a chi finora non li ha mai avuti.

 

 

Quando c’era lui [silvio], i talk show facevano più ascolti di Rambo

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Massimo Giannini oggi fa il conduttore al servizio pubblico di Raitre dopo essere stato per anni il vicedirettore di un quotidiano, La Repubblica, che ha fatto la guerra a berlusconi su tutte le cose che oggi perdona a Renzi, compresa l’insopportabile legge bavaglio che quando la voleva fare berlusconi diocenescampieliberi ma ora che la fa Renzi è tutta un’altra cosa e dopo avergli tirato la volata per mesi. Dunque è abbastanza difficile se non impossibile cucirgli addosso i panni del perseguitato ora che il nemico dell’informazione non è più il caimano ma il pupillo stracoccolato dalla grande stampa italiana.

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Rai, Giannini: “Renzi ha liberato i cani
Partita la caccia ai programmi scomodi
Nella sostanza è come l’Editto bulgaro”

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Il fatto che ci sia gente che pensa al giornalista come ad un’entità soprannaturale, senza idee proprie, senza un orientamento politico, una fede religiosa se ne ha bisogno dà l’esatta misura del perché il giornalismo in Italia è ridotto ai minimi termini: la gente non giudica nel merito del servizio e dei contenuti  ma basandosi sulla persona, un giudizio che spesso è viziato dal pregiudizio sul giornalista antipatico e dunque non credibile perché è troppo di destra, troppo di sinistra o troppo indipendente.
Non è importante se il giornalista è di destra o di sinistra, se crede in Dio, Buddha o Allah, non sono importanti le sue faccende private, se è eterosessuale, lesbica o omosessuale.
Dal giornalismo e dai giornalisti si deve pretendere che facciano quello che hanno liberamente scelto di fare e cioè INFORMARE: tutto il resto è  la solita fuffa e caciara costruite ad arte da chi ha la necessità di difendere pedissequamente il proprio idolo, totem e guru e per questo rinuncia a confrontarsi con la realtà che diventa odio, livore, menzogna.
Le persone intelligenti,  interessate alla conoscenza dei fatti li vanno a cercare ovunque e preferiscono sempre sapere con chi hanno a che fare,  proprio per poter valutare la credibilità e l’esattezza di chi dà le notizie e le commenta secondo il suo punto di vista.
Questo per quanto riguarda un’opinione pubblica lobotomizzata da decenni di propaganda.

Parlando nel merito di ciò che deve fare un giornalista, che piaccia o meno al podestà di turno, ai suoi vassalli e servi sciocchi al seguito il compito del giornalista è, contrariamente a quello che pensano in troppi proprio quello di criticare la politica, altroché seguire una linea o accorgersi di chi “ha vinto le elezioni”, fra l’altro Renzi non ha vinto proprio niente, è diventato perfino noioso dover ricordare ogni volta in che modo Renzi è andato a finire a palazzo Chigi.
Chi parla di odio, livore e partigianeria a proposito di un certo giornalismo vada a guardarsi un talk show in un qualsiasi paese civile, dove i palinsesti non li fanno i capi del governo in concerto con le redazioni e le domande non vengono concordate con gli uffici stampa del politico.
Normalmente il giornalista fa la prima domanda ma soprattutto la seconda, ed esige una risposta, perché da giornalista sa di non dover rendere conto al politico ma ai cittadini che per mezzo dell’intervista possono costruirsi una libera opinione sul politico. Uno come Renzi verrebbe inchiodato per ore nel talk show e invitato a dimostrare con i fatti tutte le balle che si limita a citare e ad annunciare. Punto su punto.
Ma questo è incomprensibile in un paese dove si calcola tutto in piccoli e miserabili numeri per ricavarci la percentuale di share, di chi parla di più o di meno e sulla base del proprio sentire, così tutto quello che è contrario ai desiderata del capetto e dell’infatuato viene considerato alla stregua del dispetto personale.
Non esiste paese al mondo, se parliamo di democrazie occidentali, dove la politica interferisce in modo così asfissiante sull’informazione come succede qui. Questo si rovescia inevitabilmente poi sulla scelta della classe dirigente fatta da cittadini continuamente imbambolati e rincoglioniti dalla propaganda coi risultati che vediamo, perché a fronte di una piccola minoranza di gente responsabile che non si fa guidare e indirizzare dal talk show ci sarà sempre la maggioranza rincoglionita che si è fatta abbindolare e che impone le sue scelte politiche anche alle incolpevoli vittime della minoranza.
Le cose buone fatte dalla politica, dai governi non deve raccontarle il giornalista: se ne devono accorgere i cittadini vedendo la loro vita cambiare in meglio, perché tutto funziona meglio.
Ma siccome la politica e i governi sanno di non essere mai nel giusto allora hanno bisogno di chi racconti le cose per come dovrebbero essere ma non sono.
E tutto quello che si contrappone fra la realtà vissuta e la menzogna raccontata diventa un pericolo, qualcosa da eliminare dalla visuale dei cieli azzurri e del panorama del tutto va bene.
E’ tutta qui la storia.

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E’ seccante dover dire “io l’avevo detto”, però lo avevo detto, e l’ho ripetuto nel tempo in varie occasioni quando la truppa d’assalto degli antigrillo si organizzava per terrorizzare, paventare il pericolo dell’ascesa del movimento del popolo, il movimento “fascista”, mentre il vero fascismo si organizzava per tornare in grande stile sotto forma dell’ancien régime più reazionario e antidemocratico che abbia mai preso possesso del potere dopo il ventennio, non quello di berlusconi ma di mussolini.
Ed è veramente pietoso ascoltare e leggere le arrampicate sugli specchi di chi ancora adesso, alla luce delle minacce di Vincenzo De Luca al “giornalismo camorristico” e alle richieste di Renzi per bocca di Michele Anzaldi, segretario della commissione di vigilanza Rai circa un maggiore asservimento dell’informazione: specificamente quella del servizio pubblico al pensiero unico del partito unico, continua a ripetere la filastrocca di Grillo che faceva la lista dei giornalisti “cattivi” sul blog, come se si potesse anche lontanamente paragonare un presidente del consiglio andato al potere in modo arbitrario e assai discutibile all’opinione, spesso legittima anche se talvolta espressa male di chi è stato ed è continuamente bersagliato dagli stessi media che tacciono sulla bulimia di potere che affligge Renzi e il suo centro di potere.
Nota a margine: difendere il giornalismo libero significa, ad esempio, pretendere che il direttore di un telegiornale non si offra all’osceno siparietto organizzato da Bianca Berlinguer che è andata di persona dal presidente del consiglio a farsi rassicurare nel merito del suo futuro professionale dopo le minacce di epurazione del segretario della vigilanza Rai.
Perché se fino a ieri il dubbio sull’imparzialità del Tg3 non c’era oggi forse a qualcuno gli viene.

Di influenze, propaganda e libertà di espressione

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Sottotitolo: potenzialmente tutti possono diventare un punto di riferimento per il proprio settore, potenzialmente tutti possono crearsi uno spazio in cui sparare cazzate. [Veronica Gentili]

Preambolo: anch’io, in misura piccolissima, minima rispetto ai grandi opinion makers del web ho una piccola cerchia di persone che mi legge, mi segue e che sulle cose importanti è d’accordo con me, perché se è vero che il contraddittorio non prevede l’assenso sempre e comunque è  normale ed inevitabile che relazionarsi ogni giorno con continuità da una pagina web permette che si crei un’affinità, che le persone poi si ritrovino in quei concetti che dovrebbero essere universalmente riconosciuti come l’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto ad ogni forma di discriminazioni e violenze anche verbali. Ecco perché so di avere una responsabilità circa le cose che scrivo, che non posso mettermi davanti al mio computer e impiastrare questo blog e la mia pagina facebook di sciocchezze,  non posso istigare le persone che mi leggono con la persuasione malsana finalizzata a dirottare il  pensiero e incentivare reazioni violente e volgari. So che è mio dovere mettermi sempre di traverso davanti a chi nascost* dietro un nick ma anche disinvoltamente con nome e cognome usa la Rete per esprimere violenza e volgarità gratuite. Non sono mai stata d’accordo sulla teoria che in Rete è come fuori. Nella vita di tutti i giorni non ci si pone verso gli altri con la disinvoltura con cui molti lo fanno qui potendo contare sull’immunità. Prima di dire “puttanella succhiacazzi” in faccia a una ragazzina che per età potrebbe essere una figlia ci penserebbero. Non sarebbe possibile rovesciare le proprie frustrazioni sui colleghi di lavoro, in famiglia e con gli amici senza pagarne le conseguenze. E quello che manca qui è proprio la conseguenza,  l’assunzione di responsabilità, tutto diventa permesso in virtù della libera espressione del pensiero anche quando diventa oltraggio e  violenza. Una violenza da cui non sempre è possibile difendersi, non tutti abbiamo gli strumenti che può avere ad esempio il personaggio politico e quello pubblico, non per evitare di subire l’aggressione virtuale ma per obbligare all’assunzione di responsabilità quelli che pensano di avere un diritto all’offesa e all’oltraggio.

In un mondo sempre più dipendente dalla Rete è molto più facile orientare le opinioni di quanto lo sia stato quando le informazioni circolavano solo attraverso la carta stampata; l’opinionista, il giornalista oggi hanno meno potere di quanto ne abbia chi ogni giorno si esprime nei social e riesce ad acquistare una considerevole quota di consensi. 

Mille, duemila, cinquemila persone che fanno parte di liste di chi apre un account nei social e che ogni giorno si connettono a facebook, a twitter non solo per seguire quei siti che divulgano l’informazione ufficiale, quella che poi leggiamo anche nelle versioni cartacee dei quotidiani ma anche per andare a vedere cosa ha scritto quell’utente che, perché ha un sacco di gente che lo o la segue deve essere sicuramente affidabile.
Tutto questo fa sì che quell’utente diventi nel tempo un riferimento, le sue parole vengono condivise, fatte proprie, acquistano un’autorevolezza.
Molto spesso poi l’utente famoso, quello delle bacheche dei 5000 è la stessa persona che leggiamo in blog seguitissimi o in rubriche radiofoniche e televisive che trattano l’informazione riuscendo così ad ampliare il suo raggio di “influenza”.
Nella maggior parte dei casi queste persone agiscono in buona fede, ovvero fanno quello che fa qualche miliardo di persone ogni giorno in Rete: esprime i suoi punti di vista che si possono condividere o meno, confutare o prendere per buoni così come sono, ma c’è un sottobosco di “influencers” che non opera affatto in questo senso.
C’è una consistente presenza fissa nei siti online dei quotidiani e nei social, persone che scrivono sulla pagina pubblica del politico e del giornalista e che lo fanno su commissione, scendono ogni giorno nell’arena del web con lo scopo preciso di orientare le opinioni, fanno propaganda.
E questo costituisce un pericolo sì ma fino a un certo punto, chi conosce un po’ le dinamiche web sa benissimo dove andare ad attingere per informarsi e quali utenze meritano considerazione e attenzione. Impara a leggere e a selezionare. Io ho un contenzioso aperto da anni con la moderazione del Fatto Quotidiano on line dove si lasciano passare commenti violenti, offensivi e si censurano quelli che provano a restituire un livello civile alla discussione. L’influencer lo fa lo stesso media che poi ricava dei guadagni. Più gente entra in un sito e più il sito guadagna. Una discussione civile in Rete non “acchiappa”, è noiosa, mentre lo scontro, il botta e risposta attirano e invogliano a partecipare.
Ma che succede quando l’influencer è il segretario di un partito politico?
Prendiamo ad esempio il caso della liberazione di Greta e Vanessa ma anche la strage di Parigi: senza l’ossessionante martellamento di salvini circa le paure per “i milioni di tagliagole pronti ad ammazzarci tutti” e “lo schifo per il pagamento del riscatto” ci sarebbe stata lo stesso l’escalation di commenti violenti e incivili verso i musulmani che non sono terroristi e le ragazze colpevoli al massimo di ingenuità?
Io dico di no, perché il pericolo non è costituito soltanto dalle parole irresponsabili di salvini che mirano a fare cassa nel suo elettorato, sono parole che poi anche a fin di bene e col solo scopo di contrastarle e dissociarsene vengono condivise, riprese, fatte circolare in ogni dove.
Ed è lì che scatta l’influenza in grado di orientare, quando certe parole vengono lette da chi non ha un’opinione precisa su un fatto e leggendo che salvini alla cazzata razzista quotidiana prende due o tremila likes, colleziona migliaia di condivisioni potrebbe avere ragione quando dice e scrive che ai confini dell’Italia sono pronte orde di terroristi che verranno ad ammazzarci tutti, quando apparentemente in buona fede chiede se la gente “ha paura” oppure quando dice, da tutte le ribalte che i media e il mainstream gli mettono ogni giorno a disposizione, scrive nella sua pagina facebook che gli fa schifo che gli italiani abbiano contribuito con una cifra irrisoria a salvare la vita di due ragazze di poco più di vent’anni.
Quindi attenzione a vantarsi di “essere Charlie” e libertari tout court pensando che sia giusto e doveroso lasciare la libertà anche al segretario di partito che diventa un troll per opportunismi suoi di poter istigare alla violenza e procurare allarmi in un paese intero.
Io, rispetto a salvini e quelli come lui non sarò mai Charlie, non per censura ma per autodifesa.

La parola vigliacca – Massimo Gramellini

Quando i messaggi in Rete divennero di uso comune, noi fanatici della scrittura vivemmo un momento di rivalsa. L’oralità trionfante cedeva sorprendentemente il passo a una comunicazione meno spudorata, che avrebbe consentito anche ai timidi e ai riflessivi di fare sentire la propria voce nella piazza dell’umanità. Mai previsione è stata più stropicciata dalla realtà. Che si parli della malattia di Emma Bonino o della liberazione delle ragazze rapite in Siria – per limitarsi agli ultimi giorni – sul web si concentra un tasso insostenibile di volgarità e di grettezza. Una grettezza cupa, oltretutto, raramente attraversata da un refolo di ironia. 

Non mi riferisco al merito dei commenti. Nell’Occidente di Charlie ciascuno è libero di esprimere le opinioni più urticanti, purché rispettose della legge. No, è la forma dei messaggi che corrompe qualsiasi contenuto. Una radiografia di budella, una macedonia di miasmi, una collezione di frasi impronunciabili persino con se stessi. Nessuna di queste oscenità pigiate sui tasti troverebbe la strada per le corde vocali. Nessuno di quelli che per iscritto augurano dolori atroci alla Bonino e rimpiangono il mancato stupro delle cooperanti liberate avrebbe la forza di ripetere le sue bestialità davanti a un microfono o anche solo a uno specchio. La solitudine anonima della tastiera produce il microclima ideale per estrarre dalle viscere un orrore che forse neppure esiste. Non in una dimensione così allucinata, almeno. Per noi innamorati della parola scritta è una sconfitta sanguinosa che mette in crisi antiche certezze. Per la prima volta guardo il tasto «invio» del mio computer come un nemico.  

 

Il coraggio di essere Raif l’ha avuto solo Raif

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Abbiano almeno il coraggio di farlo in nome di “IO”, di ammettere una volta e per tutte che di libertà di parola, di espressione, di risata non si offenderebbe nessuna entità trascendentale ma che la trasformazione in offesa, oltraggio, vilipendio da punire con leggi terrene, tutt’altro che spirituali, avviene solo nei piccoli cervelli di chi ha avuto bisogno di costruire il suo edificio mistico e divino per meglio sopportare la vita di questo mondo. Quella che si vive da vivi.
Abbiano il coraggio di ammettere che la religione è il pretesto per poter dare sfogo alla bestialità violenta, la stessa di chi è disposto a uccidere per una squadra di calcio, perché il coglione gli ha fregato il posto nel parcheggio e per un amore finito.

 

Sottotitolo: con che faccia manifestano contro il terrorismo quelli che in nome della loro idea di democrazia vanno a bombardare i paesi ammazzando gente innocente, bambini?
Quelli che affamano metà del pianeta mentre spendono miliardi per le guerre?
Fanno schifo, fa schifo la loro ipocrisia, fa schifo la loro idea di controllo del mondo imposto con la violenza della guerra e la negazione dei diritti, umani e civili . In prima fila  ieri a Parigi a manifestare per la libertà e contro tutti i terrorismi, a favore di telecamere e obiettivi, gente che nei propri paesi manda in galera i giornalisti e che arma le mani al terrorismo globale.

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Doudi tiene fra le mani la foto di suo papà Raif Badawi.

Raif Badawi ha trent’anni, è in carcere dal 2012 ritenuto colpevole di aver offeso l’Islam attraverso il suo blog: “Liberali dell’Arabia Saudita”. Condannato a dieci anni, venerdì scorso dopo la preghiera alla moschea di Al-Jafali a Gedda in Arabia Saudita davanti ad un pubblico festante ha ricevuto la prima razione della pena accessoria che consiste in 1000 frustate che gli verranno date in comode rate ogni venerdì, sempre dopo la preghiera e sempre davanti alla folla plaudente per diciannove settimane. 

L’Arabia Saudita fa parte del cosiddetto Islam moderato che ha condannato il massacro di ‪Charlie Hebd‬. Amnesty International ricorda che le frustate, così come altre forme di sanzione corporale, sono vietate dal diritto internazionale.
Dov’è la comunità internazionale, quella dei pacifinti che ieri hanno manifestato per la libertà di opinione, quella del ‪#‎siamotutticharlie‬?
Perché si fa presto a stare con Charlie dopo che è morto, la vera impresa, la sfida del futuro, è stare con chi è ancora vivo e difenderla davvero, la libertà di opinione.

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Per i morti del Charlie Hebdo: aboliamo ogni tutela legale del sacro

Troppo deboli le reazioni del mondo musulmano a questo atto di guerra compiuto in nome della religione. Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi.

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I dieci anni di carcere e le mille frustate a cui è stato condannato Raif Badawi, blogger e attivista saudita, l’Arabia fa parte del cosiddetto Islam moderato che ha condannato il massacro di Parigi, sono la risposta migliore a chi in questi giorni ha detto e sta ancora dicendo che la satira si deve adeguare al sentire comune, non deve essere offensiva, non deve istigare il fondamentalismo.
Perché Raif non faceva satira nel suo blog, si limitava a fare quello che noi facciamo ogni giorno qui: esprimeva le sue opinioni circa la politica e anche la religione.
Qualcosa che nel mondo civile deve essere permesso fare.
E se oggi io non difendessi anche la possibilità di irridere le religioni domani potrei non trovare chi difende la mia libertà di poter scrivere su un blog e una pagina facebook quello che penso della politica e anche delle religioni. Troppo facile “essere Charlie” – ipocritamente come tutti quelli che hanno sfilato ieri da capi di stato e di governi di paesi, compreso questo,  dove si attua la censura, si mandano in galera i giornalisti.

Porre dei limiti fino a stabilire per legge piegando la pubblica opinione ad una forma di censura preventiva circa quello che è pubblicabile e quello che no significa regalare al fondamentalismo di ogni genere la possibilità di costruire un mondo basato sull’idea di etica fondamentalista: quella dei dieci anni di galera, delle frustate al blogger arabo, dei massacri di gente innocente la cui unica colpa era quella di disegnare per ridere e far ridere.
Significa consegnare all’integralismo violento di qualsiasi matrice la libertà di scegliere, decidere in che modo la gente del mondo deve pensare, cosa può esprimere e come.
Significa dare a chiunque la possibilità di ritenere offensivo ciò che personalmente non gradisce, non condivide. Di poterlo eliminare con la censura e il gesto violento.
Oggi è la satira, domani è il libro [è già successo], dopodomani il film [è già successo], dopodomani ancora tutti quelli che si vestono di blu, chi preferisce la carne al pesce, chi l’amatriciana alla carbonara, solo perché tutto questo non è gradito al fondamentalista/integralista che pretende di avere delle forme di tutela speciali per sé pur negando ad altri di essere tutelati nel loro diritto all’espressione libera.
La stessa identica dinamica che ha ispirato le teorie naziste di hitler.
Democrazia è invece avere la possibilità di pensare quello che si vuole e di poterlo esprimere, attraverso parole, immagini, musica, lasciare che a stabilire cosa sia offensivo, oltraggioso, diffamante, calunnioso e cosa no siano le leggi e le autorità di tutte le società che regolano attraverso il diritto civile, non secondo il dogma, il comandamento religioso, quello che si può fare e quello che non si deve fare.
Il mondo civile si vieta qualcosa per legge non perché sia brutto, indecente, inguardabile, offensivo, moralmente sbagliato ma perché costituisce un pericolo e un danno per la collettività: cose che, anche fosse la più becera, non è mai stata la satira. Io non consegno la mia libertà, quella di mio figlio, all’integralismo violento di tutte le religioni, non sarò mai complice di chi in nome di un dio, qualsiasi dio vuole imporre, negare, vietare, decidere cosa si può fare e cosa no né di chi per paura, perché ha scelto di non esporsi, pensa che la censura totale e globale sia la soluzione.  

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Charlie Hebdo, il tweetstorm che svela la sfilata degli ipocriti a Parigi – Fabio Chiusi

Il Guardian ha diffuso una lista dei capi di Stato e delle autorità presenti a Parigi per la marcia per la libertà di espressione dopo il massacro di Charlie Hebdo. Al suo interno ci sono figure che non hanno alcuna legittimità a ergersi a difensori della causa, come dimostrano le loro storie personali e la cronaca politica. Su Twitter, Daniel Wickham della MiddleEast Society della LSE ne ha riassunto alcuni passaggi eclatanti in un tweetstorm che andrebbe letto da chiunque voglia separare i genuinamente addolorati per l’attentato ai diritti civili – oltre che alle persone – dai puri e semplici ipocriti che avrebbero dovuto restarsene a casa, a meditare sui propri errori invece di proporre nuove misure per regolamentare Internet in funzione antiterrorismo.

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La campana suona anche per noi – Alessandro Gilioli, L’Espresso

Alla fine, da tutta questa terribile vicenda, usciremo migliori o peggiori? Usciranno migliori o peggiori le nostre democrazie, le nostre culture, le nostre libertà?

Non ci si poteva non chiederselo ieri, vedendo due milioni di persone in piazza – una piazza bellissima – per la tolleranza, per la libertà, per la biodiversità culturale. Eppure in prima fila, eterna ambivalenza di ogni manifestazione umana, alcuni dei peggiori rappresentanti dei governi, in termini di violazione del diritto d’espressione.

Appunto: da questa terrificante esperienza e da questo sangue che si è sparso, alla fine usciremo più feroci e incattiviti o più libertari e tolleranti? Avremo più o meno leggi che soffocano la libertà di espressione di comunicazione? Avremo più o meno mostre artistiche censurate, più o meno minacce di querele dal sapore intimidatorio, più o meno norme burocratiche che disincentivano la rete, più o meno autorità amministrative che ne rimuovono i contenuti, più o meno multe per chi esercita anche smisuratamente la sua libertà, più o meno pagine cancellate dal web per nascondere fatti avvenuti anni fa, più o meno ‘oltraggi al capo dello Stato’ e ‘vilipendi alla religione’ eccetera eccetera?

Anche perché, lo sappiamo, la campana suona anche per noi, noi italiani: che nella cartina siamo color giallo scuro e nella classifica al 49° posto, dopo il Niger e il Botswana, lontanissimi dalla bianca Finlandia, ecco.

 

 

#‎iosonocharlie‬. Purché la satira non disturbi i manovratori, di terra e di cielo

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#iosonocharlie, purché resti a casa sua.

Sono tutti Charlie ma pochi hanno rischiato la vita e l’hanno persa per esserlo fino in fondo, senza ipocrisie, pregiudizi, senza preoccuparsi se fosse opportuno e conveniente.

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Le immagini del terrorista che spara in testa al poliziotto,  gli dà il colpo di grazia hanno fatto il giro del mondo a tutte le ore. Ugualmente quelle di ieri che lo scrupoloso Mentana ha mandato in onda fuori dall’orario di fascia protetta in cui vengono mostrate le immagini dell’irruzione delle teste di cuoio francesi nel supermercato con tanto di cadavere in primo piano. Nessuno ha chiesto di non mostrare al mondo queste immagini violente per non urtare la sensibilità dei familiari dei coinvolti nella strage di Parigi. Ad un presunto diritto di cronaca si può e si deve sacrificare tutto,  la questione si rovescia, si riempie di suggerimenti, consigli, pretese, strumenti legali come il reato di “vilipendio alla religione” che costò a vauro una condanna a tre mesi  quando si tratta di satira che deve essere in linea col sentire personale. Ma la satira non tiene conto delle miserabili regole dettate dall’ignoranza di chi rifiuta tutto quello che non riesce a capire e impone per legge che lo facciano anche gli altri. E’ libera, nuda e per questo bellissima. I parametri dell’offesa non li stabilisce il sentire comune o quello personale ma il codice penale, e se ci sono stati in cui il culto non viene considerato una specie protetta da tutelare con leggi apposite la satira agisce di conseguenza, ovvero senza considerare i turbamenti e le opportunità.

Ad esempio io non tollero la violenza nemmeno quando è finzione. Non riesco più a vedere film d’epoca sul nazifascismo, mi vengono il mal di stomaco e la nausee perché so che quegli orrori sono stati commessi davvero, quando mio marito vuole vedersi un film d’azione dove si spara e si ammazza  me ne vado altrove dalla televisione. Nello stesso modo mi piacerebbe vivere in un paese e in generale in un mondo dove quelli che “la satira deve essere opportuna per non offendere” andassero altrove da immagini che non condividono soprattutto perché non le capiscono, in perfetta armonia con la libertà di poter vedere o non vedere quello che interessa, perché se oggi il pericolo è la satira domani potrebbe essere un film, un libro. Un tempo c’è stato chi bruciava persone che si ponevano delle domande, che mettevano il dubbio nella testa di chi si accontentava di quello che gli veniva detto senza guardare oltre, senza incuriosirsi, lo faceva in nome del suo dio, poi abbiamo avuto il nazismo che sul rogo ci metteva ancora persone e anche i libri e lo faceva in virtù di una superiorità di razza. Oggi qualcuno ci vuole mettere la satira perché disturba, questa è una follia pari a quella di chi si arma per uccidere.  Chiedere che la satira si adegui al sentire comune vuol dire arrendersi all’imbecillità criminale di chi non accetta che TUTTO si possa ridicolizzare, anche dio che se esistesse lo farebbe lui per primo.

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Mostrare le immagini di corpi dilaniati dalle bombe non aggiunge e non dà nessun contributo utile a far sì che le guerre smettano di essere.

 Eppure qui in Rete ci sono state discussioni ferocissime con gente che pretende che sia nel suo diritto postare corpi e corpicini spezzettati fregandosene bellamente se questo può dare fastidio a chi preferirebbe non vederle perché solo in questo modo, dicono, si può capire l’orrore della guerra. 

Per la satira, invece, bisogna essere “opportuni”, perché, dicono, non è giusto offendere e urtare la sensibilità di chi crede nel suo dio.
Io sono fra quelle persone che non pensa affatto che la visione di corpi massacrati nelle guerre serva da deterrente, che abbia una qualche funzione “educativa”, al contrario ho sempre pensato che mettere violenza su violenza faccia abbassare sensibilmente la soglia della percezione della violenza, ci si abitua a quelle immagini e poi comunque tutti sanno che in guerra si muore, vedere come non è necessario. Non per tutti, almeno.
La satira invece una funzione educativa ce l’ha, l’ha sempre avuta, è nata per questo.
Ai tempi dello stracitato Voltaire per qualcosa poi che non si è mai sognato di affermare come il morire per dare a tutti la possibilità di esprimersi, la satira prendeva già di mira la casta di allora, l’aristocrazia sullo stile “mangino brioches”, per mezzo della satira si cercava di illuminare le menti di chi accettava la sua condizione di sottomissione al potere senza reagire.
E la religione è esattamente questo: una forma di potere che sottomette, secondo me la peggiore perché quel potere viene esercitato per mezzo della seduzione, esige una fedeltà incondizionata imposta dal volere di entità che nessuno ha mai visto, sentito parlare ma che si esprimono attraverso il pensiero di uomini in carne ed ossa, testi, parole che poi vengono letti e interpretati in base a quello che si desidera ottenere a vantaggio di quel potere.
Non dubita, il credente, e guai a chi osasse mettere in discussione l’esistenza del suo dio.
Mentre il dubbio è il nutrimento essenziale dell’evoluzione umana sul piano culturale, senza il dubbio oggi la terra sarebbe ancora quadrata.
Le vignette di ‪#‎CharlieHebd‬ avevano e spero avranno ancora per lungo tempo la funzione di instillare il dubbio nelle menti, ecco perché se nessuna immagine di corpi insanguinati farà mai desistere l’umanità dal farsi la guerra, soprattutto in nome di quel dio rappresentato come buono, giusto al quale però si fanno dire un sacco di sciocchezze che poi gli uomini mettono in pratica il linguaggio della satira può servire eccome ad eccitare quel dubbio, smontare quelle teorie, quei dogmi che non servono affatto a vivere meglio ma che contribuiscono alla divisione e a tutte le forme di ostilità, come abbiamo visto anche le più violente.