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La realtà antipatica

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Sottotitolo: se dieci milioni di persone mi guardassero e ascoltassero quello che voglio dire, o meglio, quello che qualcuno mi suggerisce di dire, per poi mandarmi a quel paese quasi all’unisono non credo che sarei contenta. Non vi ringrazieremo, cari “giornalisti”, visto che vi secca sentirvi apostrofare giornalai e pennivendoli nonostante molti di voi facciate tutto fuorché dare notizie corrispondenti ai fatti reali e accaduti, quando deciderete di smettere di raccontarci balle, magari all’unisono che sarebbe meraviglioso: un nuovo Rinascimento praticamente.

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L’invenzione del reato di omicidio stradale compreso di “ergastolo della patente” è un’iniziativa sensazionalista quanto inutile come  quella che stabilisce l’aggravante per il cosiddetto femminicidio. Perché la guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti già dovrebbe costituire l’aggravante in caso di incidente e infatti lo fa. E lo stato può benissimo decidere di non restituire la patente di guida a chi ha commesso una strage perché guidava  ubriaco o drogato. Così come non dovrebbe richiedere nessuna aggiunta di pena  né una legge speciale il genere sessuale di chi è vittima di un omicidio a proposito del quale ci sono già svariate varianti di reato, da quello colposo a quello volontario passando per il preterintenzionale che a fare la lista viene il mal di testa.  Non c’è bisogno di riscrivere in continuazione leggi che già c’erano, inventarsi reati che già c’erano per farsi belli e progressisti. Basterebbe far rispettare seriamente le leggi esistenti che qui sarebbe già un lusso.

La Cancellieri vuole istituire il reato di omicidio stradale. 
Pene più severe per chi provoca incidenti a causa di imperizia, distrazione, guida pericolosa viziata dall’assunzione di sostanze che riducono l’attenzione. 

Bene, benissimo, chi guida sotto l’effetto di alcool e stupefacenti è un criminale e da tale va trattato. Ma che senso ha fare nuove ed inutili leggi per infilare tutti in galera e poi inventarsi l’indulto e lo svuotacarceri per tirare fuori tutti dalle galere? L’Italia è un paese ridicolo, surreale e grottesco non per colpa sua né della gggente ma perché amministrato da incapaci come quelli che spostano continuamente l’attenzione sulla criminalità comune che è quella che ha più rilevanza e impatto nell’opinione pubblica per distogliere l’attenzione da quella dei piani alti. La strategia è chiara così come è altrettanto chiara l’ininfluenza di queste aggiunte e appendici di reati se poi le sentenze non possono essere applicate perché applicando le sentenze relative a quelli dei piani bassi si rischia di disturbare chi delinque a quelli alti. E tutto va ad alimentare poi questo dibattito infinito permeato sempre dagli stessi argomenti.
Mi piacerebbe domandare alla superministra Cancellieri che ne pensa e che pena si merita chi si è macchiato dell’omicidio dello stato, della democrazia e tutto quello che di grave gli è capitato è rimanere in parlamento a spese dei contribuenti. E’ un’iperbole ma mica tanto. 

E che dire altresì di un ladro condannato, il più ladro di tutti con l’aggravante di essere uno degli artefici della distruzione dello stato e della democrazia che da cinque mesi e due giorni è ancora latitante alla luce del sole, lo può fare, ma questo pare ormai non interessare più nessuno tanto meno la Cancellieri, responsabile dell’ambito giustizia? 

Va benissimo l’inasprimento delle leggi quando sono manifestamente ingiuste e insufficienti a punire i responsabili di reati pesanti ma come mai per altre faccende non si richiede con lo stesso rigore la stessa assunzione di responsabilità? 

Perché negli altri paesi i reati che danneggiano la collettività sono considerati – giustamente – più gravi e puniti più severamente mentre qui da noi no? 

Che bisogna fare per ristabilire l’uguaglianza, in materia di giustizia? Chiedo.

 

AL CONFRONTO B. ERA UN DILETTANTE 

EVASIONI, STORIE DI LADRI: DALL’IDRAULICO AI POLITICI 

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Colle Oppio
Marco Travaglio, 3 gennaio

Siccome i sondaggi vanno maluccio, la stampa corazziera spaccia l’indice di ascolto del Supermonito di Capodanno per l’indice di gradimento del presidente. 
Come se il discorso di Napolitano fosse un varietà del sabato sera. 
Naturalmente l’ascolto dice soltanto quante persone erano davanti alla tv, non quante hanno condiviso le cose dette (e soprattutto non dette).
I telespettatori sintonizzati sulle reti unificate erano 9,98 milioni contro i 9,8 del 2012, cioè 180 mila (2% circa) in più: un po’ per la curiosità di sentire come Napolitano avrebbe risposto alle critiche dei suoi oppositori (prima non ne aveva mai avuti), un po’ perché la crisi ha trattenuto in casa molta più gente dell’anno prima.

Infatti lo share – calcolato sul totale dei telespettatori con la tv accesa – è calato: 53% contro il 55 del 2012 (-2%). Resta da capire dove mai l’Unità abbia tratto il dato degli “ascolti record (più 12,2%)”. È vero invece che il ridicolo boicottaggio di Forza Italia è fallito: ascoltare quel che ha da dire il capo dello Stato è comunque interessante, anche – anzi soprattutto – per chi lo critica: le critiche devono essere sempre motivate, non fatte a casaccio.
Tutt’altra storia è il messaggio di Beppe Grillo, politicamente rilevante per i contenuti ma soprattutto per i toni, decisamente nuovi rispetto al recente passato.

Non è vero che fosse la prima volta che i due messaggi si sovrapponevano la stessa sera: Grillo arringa gli italiani quasi a ogni Capodanno fin dal 1998, quando al Quirinale c’era ancora Scalfaro.

In ogni caso il raffronto con Napolitano è impossibile: Grillo non ha lanciato alcun boicottaggio e soprattutto non ha a disposizione Rai, Mediaset, La7 e Sky, ma solo il suo blog per la diretta streaming (subito saltata per eccesso di contatti) e poi youtube: in tutto quasi 1 milione di spettatori.
Tutti questi numeri però rischiano di narcotizzare la gente oscurando la vera novità del Supermonito: la malcelata coda di paglia per i deragliamenti degli ultimi anni e per la versione ufficiale della rielezione, che continua a fare acqua da tutte le parti. 
Dopo aver mandato avanti la stampa corazziera a propinarcela in tutte le salse, Sua Maestà l’ha raccontata lui stesso l’altra
sera.  Ma, rivedendosi, dev’essersi reso conto che non funzionava. Così ieri s’è registrato il replay di dieci giorni fa, quando una lettera di Cossiga approdò sulle prime pagine di Stampa , Corriere e Messaggero dopo essere “uscita dall’archivio personale di Napolitano” (Marcello Sorgi dixit).
Stavolta, aggirando un’altra volta i ferrei controlli dei corazzieri sull’uscio del Quirinale, è uscita a fare due passi e a prendere una boccata d’aria un’altra missiva, firmata da Sua Altezza in persona, datata 15 aprile 2013 e indirizzata a Bersani, Monti e Alfano. E si è autorecapitata al Corazziere della sera: “Cinque pagine – scrive  Marzio Breda – per sgombrare ogni equivoco sulla rielezione che diversi emissari già gli avevano chiesto: sarebbe ‘una soluzione di comodo’, una non soluzione”. E questa sarebbe la “prova documentale delle sue volontà”.

Infatti il Corriere titola: “Quella lettera per evitare il secondo mandato”. Purtroppo, come si dice in Veneto, l’è pezo el tacon del buso.
Per evitare il secondo mandato non c’era bisogno di scrivere lettere: bastava rifiutare la proposta indecente di B., cui si associarono Bersani, Maroni e Monti, e rispedirli tutti a votare in Parlamento, dove c’era un candidato perfetto: Stefano Rodotà, che avrebbe potuto raggiungere il quorum di 504 voti con quelli sicuri di M5S (162) e di Sel (44) e con i due terzi dei grandi elettori Pd (ne bastavano 298 su 452, vanificando fino a 146 franchi tiratori, ben più dei 101 mancati a Prodi).
Già, ma Rodotà presidente avrebbe escluso lo sconfitto B. dalla maggioranza, scongiurato l’inciucio appena bocciato dagli elettori e propiziato il “governo di cambiamento” – magari per pochi mesi – che Bersani sbandierava ma rendeva impossibile con la sua stessa presenza.  

Un governo che nessuno voleva: a parte la stragrande maggioranza degli italiani, si capisce.

Tana libera [quasi] tutti

Ultim’ora: Telefonate Napolitano-Mancino: “Pg chiede proscioglimento per pm Di Matteo”

 

L’incompetenza in ogni dove e poi si pretende la precisione scientifica col risvolto culturale da chi va a manifestare; ovvio che non si può condividere niente con chi per denunciare un disagio inneggia alla mafia e si mette sottobraccio ai fascisti, ma questo fatto che dal cittadino si pretende il comportamento esatto sempre  pena tuttoquanto e alla politica si concede sempre la licenza di fare cazzate a ripetizione non è più sopportabile.
Il dramma delle carceri esiste da almeno vent’anni, e tutto quello che sa fare la politica è il provvedimento ‘eccezionale’ ogni tot di anni, col risultato di non risolvere nessun problema ma al contrario di accentuarne altri così come è successo con  quell’indulto di cui hanno usufruito anche le bestie assassine di Federico Aldrovandi e i massacratori del G8. Senza l’indulto quelle sentenze avrebbero avuto tutt’altri esiti. Per non parlare delle licenze premio destinate e concesse ai serial killer. Un assassino seriale, totalmente infermo di mente in questo paese può ricevere il trattamento di favore perché il direttore del carcere dove è detenuto non era nemmeno a conoscenza dei suoi precedenti: la competenza prima di tutto.
Una società civile lo è anche quando la separazione fra onesti e delinquenti è netta, e non lascia spazio a nessuna interpretazione: chi ruba, ammazza, stupra, froda lo stato per i suoi interessi non è uguale a chi non lo fa.

E uno stato civile, sebbene garantendo diritti e tutela anche a chi viola la legge questo non lo può dimenticare. Anzi, lo dovrebbe proprio esaltare. E la politica tutto può fare fuorché indignarsi dei suoi stessi fallimenti.
La bonino che sgrana gli occhi davanti agli orrori di Lampedusa è la stessa che non ha fatto un plissé quando il governo di cui fa parte ha riconfermato angelino alfano dopo la deportazione di madre e figlia kazake. Mentre in un paese normale avrebbe dovuto fare le valigie pure lei.
Questi non conoscono il benché minimo significato della parola RESPONSABILITA’. Soprattutto delle loro.
L’amnistia concessa in emergenza, così come l’indulto, questo svuotacarceri di cui all’estero, nei paesi normali, non esiste traduzione, i decreti catalogati come “eccezionali” perché servono a tappare buchi ma non ad aggiustare la frana sono un fallimento dello stato i cui rappresentanti dovrebbero tenere gli occhi bassi e tacere, almeno.

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Visto che 7000 detenuti stanno per ricevere un bel regalo di natale che consiste nell’anticipazione della loro libertà, sarebbe carino se anche a Nino Di Matteo venisse restituita un po’ della sua. 

Cancellare il provvedimento disciplinare che lo riguarda sarebbe un bel gesto che il presidente della repubblica in qualità di capo del CSM potrebbe fare, se volesse. 
E, visto che ad oggi ancora non si è degnato di dire una parola nel merito delle minacce di morte al giudice Di Matteo, sarebbe anche un bel modo per farci dimenticare almeno in parte il precedente di un capo dello stato che si preoccupa e si è preoccupato – molto – della sorte dei delinquenti veri [soprattutto uno: il più delinquente di tutti] ignorando e fregandosene apertamente di quella di chi i delinquenti li combatte da una vita.

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Forche & Forconi – Marco Travaglio, 19 dicembre

Grande esultanza e complimenti vivissimi sta suscitando il decreto svuotacarceri Cancellieri-2, il terzo in tre anni dopo l’Alfano e il Cancellieri-1, varato dalla ministra dei Ligresti per liberare 7 mila criminali nei prossimi 12 mesi. La leggenda metropolitana inventata per giustificarlo è che così l’Italia non verrà più condannata dalla Corte europea che ci ha dato tempo fino al maggio 2014 per metter fine alle condizioni disumane dei 67 mila detenuti stipati in 47 mila posti-cella (solo teorici: quelli effettivi sono meno di 40 mila). In realtà l’Italia verrà condannata lo stesso: per scendere a 47 mila detenuti bisognerebbe liberarne 20 mila, uno su tre, e non farne entrare più nemmeno uno. Cioè pregare i criminali di astenersi dal delinquere fino al termine della legislatura o, in alternativa, ai giudici di andarsene in ferie o, se proprio vogliono lavorare, di assolvere tutti i colpevoli. Anche chi considera questa classe politica un pericoloso branco di cialtroni stenta a credere che il decreto Cancellieri possa davvero diventare legge dello Stato. E chi non stenta a crederlo è solo perché non lo conosce. Fra le geniali invenzioni partorite dalla ministra, oltre al regalino dei braccialetti elettronici obbligatori a Telecom (di cui è direttore finanziario il pargolo Piergiorgio Peluso), spiccano due norme ai confini della realtà. La prima è l’innalzamento da 3 a 4 anni delle pene (totali o residue) che i condannati potranno scontare comodamente in libertà, con la simpatica formula “affidamento in prova ai servizi sociali”. Oggi, in base alla legge Gozzini, chi deve scontare 3 anni o meno, resta fuori o, se è dentro, esce. I classici ladri di polli? No, la stragrande maggioranza dei condannati, visto che in media le pene irrogate dai tribunali, anche per reati gravi (soprattutto quelli finanziari e tipici dei politici e dei colletti bianchi), sono inferiori ai 3 anni. Siccome poi i reati commessi fino a maggio 2006 sono coperti dall’indulto di 3 anni, non fanno un giorno di carcere i condannati fino a 6. E, per meritare pene superiori ai 6 anni, bisogna proprio sparare o trafficare quintali di droga. Ora, non bastando questo formidabile bonus impunitario, la ministra ha previsto che resti o torni libero chi di anni ne deve scontare 4. Compresi i condannati a 7 anni per reati pre-2006. Per quelli che non riuscissero a farla franca con quel sistema, ecco la seconda ideona: l’innalzamento della “liberazione anticipata” da 45 a 75 giorni a semestre. Oggi il detenuto che si comporta bene (cioè non si comporta male: non scanna né stupra il compagno di cella) si vede detrarre 3 mesi di pena ogni 12. Ora, siccome non basta ancora, lo sconto sale a 5 mesi su 12. Immaginiamo la scena di un processo qualunque: dopo una decina d’anni passati fra indagini, interrogatori, perizie, rogatorie, arresti, perquisizioni, sequestri e intercettazioni, e poi udienza preliminare, e poi i dibattimenti di primo, secondo e terzo grado, spendendo un occhio e impegnando decine fra agenti, magistrati, cancellieri, segretarie, avvocati e così via, i giudici riescono finalmente a emettere la sentenza definitiva. Che, in caso di condanna, ammonta mediamente a 2-3 anni di pena. Mentre il presidente legge solennemente il dispositivo in nome del popolo italiano, l’avvocato dà di gomito al condannato: “Tranquillo, Jack, il giudice ha detto 3 anni, ma è tutto finto: 36 mesi vuol dire 21 e 21 vuol dire che non fai un giorno di galera. Però mi raccomando, non scordarti il braccialetto”. E Jack, asciugando il sudore dalla fronte con un sospiro di sollievo: “Ah meno male, avvoca’, chissà che mi credevo. Ho sempre pensato che il crimine paga. Ma, a furia di sentire ‘ sti politici parlare di ‘ certezza della pena’, quasi quasi ci cascavo anch’io”. Intanto la vittima se ne va schiumante di rabbia: “Se si rischia così poco, la prossima volta non lo denuncio: gli spacco direttamente la faccia”. 
Sono i risultati dal garantismo all’italiana: predica bontà e sotto sotto lavora per la forca.

O si fa come dico io o vi dimetto

Sottotitolo: processo lungo, prescrizione lunga. Dipende dall’esigenza del potente delinquente, quanto gli serve per scampare alla legge, così smantellano la giustizia da almeno vent’anni per farsi i favori reciproci ché l’oggi a te e domani a me, ma soprattutto a lui, il latitante a cielo aperto, è sempre in agguato e poi per riparare i loro danni pensano all’indulto e all’amnistia. Nel paese più corrotto al mondo, dove la galera è la prima ratio dei poveracci e di chi non ci dovrebbe proprio andare ma per il potente il trattamento è assai diverso: berlusconi e Anna Maria Cancellieri ce lo insegnano, l’unica soluzione, riforma della giustizia che sa trovare il parlamento anziché abolire quelle leggi che mettono in carcere chi non ci deve andare è il tana libera tutti per tamponare il dramma delle carceri troppo piene. 

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I tempi bui e lo spirito di verità Sandra Bonsanti per Libertà e Giustizia

Ecco perché Barbara Spinelli deve stare zitta;  lei lo conosce bene, Giorgio.
E questo Scalfari non lo può sopportare; non può tollerare che si parli di come è Napolitano e non di come ce lo descrivono i corazzieri di regime.

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Napolitano, il ricatto, il 2015 Alessandro Gilioli

[…] Insomma Napolitano è un po’ più solo e un po’ meno onnipotente, da qualche settimana, e lo sa. Di qui l’esigenza di ricordare e rafforzare il ricatto di aprile, ‘o si fa come dico io o me ne vado’: molto ai limiti della Costituzione ma soprattutto effetto di una supplenza di cui si sente sempre meno il bisogno.A proposito, Napolitano ha legato il suo secondo mandato a un progetto di governo la cui data di scadenza è adesso concordata: entro e non oltre la primavera 2015, a semestre europeo terminato.Non sarebbe il caso che a quella data – fatta la riforma elettorale, s’intende – lasciasse quindi anche il Capo dello Stato?  E non sarebbe questo un impegno che il Quirinale dovrebbe assumere già ora, anziché minacciare improbabili dimissioni ad horas ogni volta che ha bisogno di spostare a suo favore i rapporti di forza?

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Napolitano continua a non sentire il boom iniziato, con notevole ritardo, più o meno un anno fa. Si sente indispensabile e insostituibile, nonostante i rumors dicano da tempo che una consistente parte degli italiani che non si sentono rappresentati da questo signore, non senza motivi perché Napolitano ce li ha dati praticamente tutti, lo accompagnerebbero volentieri all’uscita pure adesso. L’elezione bis di Napolitano è stata sostenuta e voluta soprattutto da berlusconi che pensava che il presidente gli risolvesse l’annosa questione “galera sì galera no”, visto che Napolitano è lo stesso presidente che si è fatto garante con la sua firma di tutte le porcate che stanno consentendo a berlusconi di farsi beffe di una sentenza di condanna definitiva emessa ormai quasi cinque mesi fa. Ed è quindi comprensibile oggi il disappunto di brunetta che vuole revocare il mandato al presidente che non ha dato la grazia motu proprio al delinquente ma in compenso motu proprio sta decidendo lui al posto nostro chi deve rimanere in parlamento: cioè anche brunetta, e al Quirinale cioè lui se stesso medesimo.

Quindi quando Napolitano minaccia di andarsene se il governo non fa le riforme: demolire la Costituzione ad esempio, quando dice no a nuove elezioni nonostante il malessere diffuso nel paese che in questi giorni si sta manifestando anche in modo alquanto pericoloso, quando parla del suo spirito di abnegazione e amor di patria che gli avrebbero suggerito di accettare un secondo e straordinario mandato, mente. Perché non sta parlando al popolo che non vuole più questo parlamento né lui e lo sta dicendo in tutti i modi da mesi ma parla esclusivamente ai suoi amati partiti, quelli da difendere a tutti i costi nonostante siano proprio loro la causa del disastro Italia. In un paese diverso dal nostro un presidente della repubblica che avesse usato così malamente il suo mandato sarebbe stato messo in stato d’accusa da tempo, non perché quel mandato abbia dei limiti da riconsiderare, da lui poi, ma perché lui li ha superati tutti.

Nota a margine: basta con l’anzianità che diventa cattiveria. Una volta anzianità significava saggezza, l’anziano, il patriarca era il punto di riferimento della famiglia  a cui tutti i componenti della famiglia si affidavano soprattutto nei momenti di difficoltà, e nella società era il punto fermo del ragionamento, l’approdo culturale quando serviva un sostegno, una specie di capo tribù. Se guardo a Napolitano tutto mi viene in mente meno l’autorevolezza dell’età, un riferimento e la saggezza.

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NAPOLITANO MINACCIA RENZI: O SI FA COME DICO IO O LASCIO IL QUIRINALE (Fabrizio d’Esposito) – Il Fatto Quotidiano

Napolitano: “Incarico gravoso, renderò noti i limiti del mio mandato.”

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RENZI-GRILLO, LA SFIDA E LA SFIGA  – Marco Travaglio, 17 dicembre

Dire no a Renzi è un errore. Domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai.

Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre.

Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue.

Intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo.

Uno stato di diritto tutela anche i criminali

Non vorrei mai essere quella madre a cui suo figlio chiede aiuto e non glielo può dare. Piuttosto vorrei morire io al posto suo.

 La Cancellieri per Federico ha mandato l’ispezione dopo, per l’amica di famiglia  invece l’ha richiesta prima.

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“Il numero della Cancellieri non lo avevo
E mio figlio Federico è morto di carcere”

Intervista a Nobila Scafuro, madre del 34enne deceduto in prigione lo scorso 8 novembre. “Non ce la faccio più, mi stanno uccidendo”, le scriveva (leggi). Ma nonostante le ripetute perizie l’uomo non è mai stato scarcerato. [Il Fatto Quotidiano]

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Mentre tutti parlano del confronto Pd, di cui non mi fregava e frega assolutamente nulla, resto sconcertato dalla vicenda di Federico Perna. Un altro detenuto morto nell’indifferenza generale. L’ennesima prova tangibile di uno Stato assente, cinico e malato. Come Aldrovandi, come Cucchi, come Uva e tanti altri, che per loro sfortuna non conoscevano il cellulare del(la) Ministro della Giustizia.
La politica paragona empiamente berlusconi a Mandela, Moro e Pertini. E i martiri veri muoiono nell’indifferenza generale, con le madri costrette a pubblicare le foto dei figli martoriati per ricevere un briciolo di attenzione. Siamo un paese moralmente in coma. [Andrea Scanzi.]

Gli standard di moralità in politica di Polito

Ieri il Corriere della sera riportando le motivazioni della sentenza di primo grado che condanna berlusconi a sette anni per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile ha definito quelle motivazioni “accuse”. Come se fosse ancora tutto da stabilire, mentre l’unica cosa da stabilire e possibilmente fare è cacciare con disonore il più immorale di tutti. I parametri di Polito si rassegnino, e anche Polito.

I miei più sentiti complimenti a Polito che, dalle pagine del Corriere della sera, invece di augurarsi e auspicare una nuova stagione in cui non debbano più trovare spazio l’immoralità e l’indecenza in politica pensa che sia più utile trovare un compromesso; fissare l’immoralità ad una ipotetica cifra evidentemente decisa da lui [come se non bastasse quella già decisa e resa operativa dal Napo Capo] entro la quale il politico che seppur non commettendo nessun reato non si comporta come si conviene a uomini e donne di stato può essere tranquillamente perdonato e restare al suo posto. 

Si attende prossimamente la classifica stilata da Polito in persona che c’illuminerà su quali sono, secondo i suoi parametri, gli standard perfetti per concedere al politico di poter agire nel modo che vuole, anche facendosi beffe di legge e Costituzione senza dover rischiare nemmeno una critica.

Grazie a Polito che ha rimesso a posto le cose ricordandoci che l’ABC nella politica non è la trasparenza, l’azione favorevole al bene comune e non solo a quello di qualcuno [e qualcuna] ma il sottomettersi al ricatto del “se non mangi tutto cade il governo”. 

In un paese in cui fosse ben chiara la differenza fra pubblico e privato in politica, su quello che può fare il politico e quello che no, e quello che NO venisse sempre condannato, indipendentemente dallo schieramento a cui appartiene quel politico, nel quale non ci sia gente che pensa che tutto sommato sia giusto che chi può approfitti del suo ruolo, della raccomandazione, dei soldi di tutti; in un paese dove il desiderio di giustizia e di uguaglianza non viene confuso col giustizialismo e la sete di chissà quale vendetta, con l’invidia sociale,  uno come Polito [ma anche come molti dei suoi illustri colleghi al Corriere] che ha sempre fatto il pesce in barile arrivando anche a comprendere e giustificare le porcherie di berlusconi non farebbe nemmeno il giornalista. Polito fa parte di quel cerchiobottismo riverente a tutti i padroni e regimi di cui il Corriere è stracolmo che ha devastato questo paese. Dai giornali di b una se lo aspetta, anche se con una legge seria sul conflitto d’interessi berlusconi sarebbe finito in galera vent’anni fa e sallusti oggi chissà dove sarebbe e a fare che, invece di essere invitato ovunque come un giornalista vero. Ma dai giornali cosiddetti ‘indipendenti’ no. Noi non finanziamo i giornali per farci scrivere su che in una democrazia civile si può tollerare la modica quantità di disonestà e immoralità in politica.

Io trovo GRAVISSIMO che dalle pagine di un quotidiano come il Corriere della sera, il giornale dell’alta finanza, della borghesia e dell’élite dei privilegiati ma finanziato dai contribuenti, dalle vittime dell’indecenza, dell’immoralità e della disonestà politica vengano diffusi messaggi di questo tipo.

È il momento delle scuse  – Marco Travaglio, 23 novembre

È il momento delle scuse. Ci perdonino Josefa Idem e Micaela Biancofiore , defenestrate dal governo Napoletta l’una per un’evasioncella di 3 mila euro su una casa-palestra, l’altra per una sparata omofoba: visto che dello stesso governo continuano a far parte Anna Maria Cancellieri in Ligresti e Angelino Kazako Alfano, le due signore vogliano accettare le nostre più sentite scuse.

Ci perdoni anche Corrado Carnevale, da noi per anni attaccato, criticato e addirittura chiamato “Ammazzasentenze” perché annullava in Cassazione le condanne dei mafiosi per vizi di forma (un timbro saltato, una pagina mancante), riceveva a casa sua i loro avvocati e sparlava al telefono di Falcone e Borsellino. Ieri il Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, quello che convocò Grasso su ordine di Napolitano e Mancino per parlare dell’avocazione dell’inchiesta sulla Trattativa, ha avviato l’azione disciplinare contro Antonio Esposito: la scusa è l’intervista rilasciata il 6 agosto al Mattino in cui il giudice avrebbe anticipato la sentenza Mediaset, ma la colpa vera è la sentenza Mediaset, cioè la condanna di B. Infatti Esposito non anticipava le motivazioni della sentenza Mediaset, anzi diceva il contrario di quel che avrebbe scritto nella sentenza Mediaset. E di B. non parlava proprio (è l’intervistatore che l’ha fatto credere appiccicando una domanda su B. a una risposta generica). Ma, anche se avesse parlato di B. e anticipato le motivazioni, Esposito non avrebbe commesso illecito disciplinare lo stesso, perché la legge punisce solo i giudici che parlano di un processo “non definito”, e il processo Mediaset era già definito dal dispositivo della sentenza letto in aula il 1 agosto. Dunque, caro Carnevale, ci scusi tanto: nell’Italia delle larghe intese, il modello di giudice auspicato fin dai colli e dai palazzacci più alti è il suo: quello di chi le condanne eccellenti non le conferma, ma trova il modo di annullarle.

Mille scuse, infine, al giudice Renato Squillante, anche lui da noi ripetutamente attaccato soltanto perché, vicecapo dell’ufficio Istruzione e poi capo dell’ufficio Gip di Roma, faceva in modo di non arrestare o rinviare a giudizio i potenti, e aveva un conto in Svizzera comunicante con quello dell’avvocato Previti, insomma era a libro paga della Fininvest. Inezie, minuzie, quisquilie, pinzellacchere. Avevamo ingenuamente pensato che la sua condotta fosse incompatibile, non solo col Codice penale, ma anche con la Costituzione che vuole la legge uguale per tutti e tutti i cittadini uguali davanti a essa. Ci sbagliavamo: eravamo rimasti alla Costituzione del 1948, cioè alla versione non ancora aggiornata dai saggi ricostituenti. Ora è ufficiale: non tutti sono uguali davanti alla legge. Aveva ragione lei, caro Squillante. Guardi quel che sta accadendo in Sicilia ai suoi colleghi (ci scusi per l’indebito apparentamento) Di Matteo e Gozzo, isolati dallo Stato e minacciati dalla mafia perché si ostinano a cercare, a vent’anni e più dalle stragi, i mandanti occulti, i depistatori e i traditori che trescavano sottobanco con la mafia che aveva appena ucciso Falcone, Borsellino, le loro scorte e tanti altri cittadini innocenti, mentre pubblicamente fingevano di combatterla. L’altro giorno, nell’aula del processo Trattativa, a testimoniare solidarietà a Di Matteo c’erano soltanto il suo capo, Messineo, e un prete, don Luigi Ciotti. Le alte discariche dello Stato che si mobilitano in assetto di guerra e scatenano la forza pubblica non appena compare sul web una frasetta non proprio encomiastica sul loro conto, hanno altro a cui pensare. Il nostro pensiero deferente e un po’ nostalgico corre dunque a lei, caro Renatino, che negli anni 80 e 90 precorse le larghe intese, evitò ogni “guerra fra giustizia e politica”, infatti non subì neppure un procedimento disciplinare né un monito presidenziale. Si conservi in buona salute: presto – eliminati gli Esposito, i Di Matteo, i Gozzo e le altre mele marce in toga – ci sarà ancora tanto bisogno di lei.

IL LATO PORNO DELLA CASTA 

Chissà questi qui dove li metterebbe Polito. Bisognerebbe chiederglielo.

Caso Cancellieri: ‘diversamente morali’: l’Europa ci vede così

Pd, ovvero: povera democrazia

Mauro Biani

Dopo lo spettacolo osceno di ieri alla camera non oso immaginare cosa succederà il 27 prossimo quando si dovrà votare [forse, non è detto] la decadenza  del delinquente condannato, il latitante  ancora senatore dopo 110 giorni dalla sentenza definitiva di condanna per frode fiscale.

Il parlamento di questa repubblica ha ormai dimostrato di essere capace di tutto, anche di votare la fiducia sugli asini che volano [e purtroppo votano anche] per non deludere il padre padrone padrino di queste larghe e indecenti intese. 

Ma quanto può essere magnifico questo governo del “tutti per uno”: una volta è alfano, un’altra la Cancellieri, ed entrambi per ottimi motivi che ci fanno vergognare di fronte al mondo così tanto che viene quasi da rimpiangere i motivi per i quali lo faceva berlusconi?
Quanto è grande il ricatto al quale tutti si sono sottomessi?
E che può succedere di più grave di questa devastazione continuata della democrazia e della Costituzione, se cade il governo? gli elettori del pd non provano almeno un minimo di senso di frustrazione e di vergogna per aver pensato che quel partito fosse davvero quello del cambiamento?

Ieri mentre ascoltavo e purtroppo guardavo la seduta parlamentare in cui si è discussa la mozione di sfiducia alla Cancellieri proposta dai 5stelle pensavo a Letta, a quando ha detto che era finito il ventennio berlusconiano. Una cosa più berlusconiana del salvataggio della Cancellieri si fa fatica anche a immaginarla. Gli stessi metodi, lo stesso modus operandi dei 314 traditori dello stato – del resto una copiosa rappresentanza è ancora in parlamento – di Rubylanipotedimubarak.
Chissà se la presidentessa candida si è accorta di aver fatto da sponda ad una simile porcheria, lei che è sempre la prima a bacchettare chi “osa” e che difende la casa della democrazia, le istituzioni anche a sprezzo del ridicolo, tipo quando non fa nominare in aula il padre padrone padrino di quel caravanserraglio di irresponsabili incapaci e ricattati, succubi e devoti al re del nuovo millennio. 

La vergogna non può prescindere da una qualche forma di dignità.
Sono due cose strettamente legate fra loro.Evidentemente nel pd hanno deciso di fare a meno della dignità per non dover fare poi la fatica di vergognarsi. 

Aver sperato in quello scatto d’orgoglio che non c’è stato nemmeno per la questione relativa alla deportazione illegale di madre e figlia kazake, ovviamente sempre per il bene del paese e della stabilità del governo per la vicenda della Cancellieri era mera utopia.

Come diceva qualcuno “chi il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare”.

LIGRESTI AMMETTE DI AVER RACCOMANDATO LA CANCELLIERI A B: “PARLAI A SILVIO DEL DESIDERIO DI ANNAMARIA” 

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I MONITI DI RE GIORGIO E LA STORIA DI UN GOVERNO SUDDITO DEL COLLE 

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I PREFETTI DEL QUIRINALE 

Tutti quelli che hanno steso tappeti e lanciato petali di rose ad ogni sospiro di questo signore sono suoi complici. Spero che lo abbiano capito anche quelli molto avanti con gli anni tipo un certo fondatore di un giornale.

Il dito medio e la luna
Marco Travaglio, 21 novembre

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Dunque, ricapitolando. Il vero scandalo del caso Cancellieri è che la stampa abbia pubblicato le sue telefonate con i Ligresto’s. E il vero scandalo del caso Vendola è che i giornali abbiano riportato la sua chiacchierata ridanciana con Archinà, il faccendiere dei Riva. Lo sostiene una multiforme e trasversale combriccola di politicanti, che naturalmente ha deciso di lasciare la Cancellieri e il Vendola ai loro posti. Per la Cancellieri, la scusa è che non è indagata. Per Vendola non si può, perché è indagato sia sul caso Ilva (concussione) sia sulla malasanità pugliese (un paio di abusi d’ufficio), e allora la scusa è che non è stato condannato.

I fatti emersi dalle stesse parole dei due protagonisti, con tutta la loro dirompente rilevanza morale e politica, non contano: infatti l’unica preoccupazione è che siano venuti fuori e che l’opinione pubblica ne sia stata informata. Come sempre, indichi la luna e tutti guardano il dito. Anzi tentano di mozzartelo. Ieri, a SkyNews24, il noto Nitto Palma e l’ignoto Danilo Leva – inopinatamente responsabile giustizia del Pd – cinguettavano amorevolmente sullo scandalo della stampa che pubblica intercettazioni, mentre i loro partiti in Parlamento facevano scudo alla ministra dei Ligresto’s, che Letta Nipote si era caricato sulle spalle come fosse la sua pròtesi.

Così ha deciso il presidente della Repubblica, capo del governo e segretario del Pd: Giorgio Napolitano. In effetti, se i giornali non uscissero, o non pubblicassero notizie, o si limitassero alle pagine degli spettacoli, dei necrologi e della gastronomia, nessuno saprebbe nulla della ministra Cancellieri-Fonsai. Ci vuole una riforma. Potrebbe scriverla Brunetta, che alla Camera ha dato prova di saperla lunga: a suo dire, il caso Cancellieri non esiste, se non per “la macchina del fango messa in moto da Repubblica e dal Fatto Quotidiano, dotati di intercettazioni e tabulati che non si capisce come siano finiti dalle procure a loro”.

Se volesse capire come sono finiti a noi, glielo spieghiamo volentieri: sono atti pubblici, in quanto depositati agli avvocati e agli imputati dell’inchiesta ormai chiusa sulla spoliazione di Fonsai, perforata con un buco di quasi 1 miliardo dalla famiglia Ligresti che lui dovrebbe conoscere bene, visto che gentilmente l’ha ospitato per anni nella reggia Fonsai di via Tre Madonne, quartiere Parioli, Roma.

Anche la senatrice Finocchiaro potrebbe dare una mano: l’altro giorno la cosiddetta presidente della commissione Affari Costituzionali si è molto doluta con il presidente ridens del Senato, Piero Grasso, perché i giornali hanno pubblicato le sue telefonate con la compagna Maria Rita Lorenzetti, già governatrice dell’Umbria e poi presidente di Italferr (gruppo Fs), purtroppo arrestata per corruzione.

Bisogna assolutamente fare qualcosa: per esempio abolire la cronaca giudiziaria, così la gente non saprebbe nemmeno che il marito della Finocchiaro, Melchiorre Fidelbo, è sotto processo per abuso d’ufficio e truffa su un appalto senza gara da 1,7 milioni di euro. Quindi facciamo così: una bella legge-silenziatore firmata da Brunetta, Cancellieri, Finocchiaro, e magari pure da Vendola. Il quale, davanti al consiglio regionale pugliese, anziché dimettersi per l’indegna telefonata con Archinà, ha accusato il Fatto di averla manipolata. Forse gli sarebbe piaciuto: manipolandola, gli avremmo fatto un favore. La tragedia (sua) è che l’abbiamo pubblicata integrale.

Ps. Ieri i 5Stelle hanno fatto un figurone con la mozione di sfiducia alla Cancellieri e le proteste in aula per l’inaudito salvataggio. Infatti, come sempre in questi casi, hanno deciso di sputtanarsi con un inverecondo commento sul blog di Grillo che accusa la nostra Paola Zanca di avere “mentito sapendo di mentire” sulla notizia (vera, e per nulla scandalosa) della richiesta di un contributo ai parlamentari per autofinanziare il prossimo V-Day. Complimenti vivissimi: ogni volta che si differenziano dai partiti, fanno di tutto per scimmiottare i partiti.

Il governo della fiducia umanitaria

Detenuto morto a Poggioreale
​La madre: “Era malato, non doveva stare in carcere”

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LA CANCELLIERI SMENTITA DAI TABULATI: FU LEI A CHIAMARE LO ZIO DI GIULIA E NON VICEVERSA (Giustetti e Griseri)

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 Vorrei rileggere oggi tutti quelli che hanno difeso la Cancellieri perché secondo la procura di Torino era tutto a posto e la ministra non aveva affatto influenzato la scarcerazione della signora deperita, quella che per distrarsi va a fare shopping con le amiche nelle vie eleganti di Milano e partecipa al salotto notturno dell’insetto che striscia.
E mi dispiace, perché io stimo Caselli, ma a volte bisognerebbe applicare il motto dell’ “un bel tacer non fu mai detto”: il procuratore avrebbe dovuto evitare di correre in soccorso della Cancellieri, di trasformarsi lui stesso in quell’alibi che ha fatto straparlare mezza Italia di comportamenti corretti e istituzionali. Di un gesto normale che invece a quanto pare tanto normale non è stato.

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Sono stati una trentina i morti in carcere da quando la ministra Cancellieri è intervenuta amorevolmente per sollecitare l’intervento umanitario per la figlia degli amici: 139 nell’ultimo anno. Godiamocelo in diretta il terzo mondo Italia dove se muore un figlio in carcere sua madre lo viene a sapere non dallo stato che glielo ha ammazzato ma tramite un compagno di cella. Non si è ancora dimessa la ministra dell’umanitá un tanto al chilo? Chissá se riuscirá a sentire anche il dolore di questa madre su di sé. Quanto vale la vita degli sconosciuti che non possono vantare nessuna amicizia altolocata, ministro Cancellieri? Un cazzo come sempre, suppongo.

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In un paese dove vale tutto, dove ministri, presidenti del consiglio e della repubblica possono mentire spudoratamente al popolo e non succede niente, parole come democrazia, legalità, politica e Costituzione non valgono più niente.

E non vale niente nemmeno quel paese.

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SPUNTA UNA NUOVA TELEFONATA TRA IL GUARDASIGILLI E LA FAMIGLIA LIGRESTI
E Giulia partecipa alla puntata di Porta a Porta: “mi dispiace tantissimo per chi mi ha aiutato”.

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Napolitano: ‘Veleni e toni esasperati’

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Nel paese normale stamattina stessa Enrico Letta licenzierebbe la ministra bugiarda e un minuto dopo si dimetterebbe anche lui che alla ministra ha offerto la sua fiducia “a prescindere” prim’ancora che la Cancellieri spiegasse e riferisse alla camera e al senato. E nel paese normale anche Napolitano se fosse di parola metterebbe sulla sua scrivania una bella lettera di addio, visto che aveva promesso che qualsiasi cosa avesse pregiudicato la tenuta del bel governo delle larghe intese non avrebbe trovato il suo sostegno: ora, non so cosa ci può essere di più grave di un ministro che mente al popolo italiano e lo fa per proteggere l’amica colpevole di un reato.

Nel paese normale i presidenti di camera e senato convocherebbero il parlamento d’urgenza affinché quelli che hanno tributato la standing ovation alla ministra bugiarda si possano scusare con tutti gli italiani che non li pagano per giurare che una ladruncola marocchina è la nipote di un dittatore egiziano perché il capo dei capi ha deciso che così dev’essere, per prendere le difese di un vicepresidente del consiglio ministro dell’interno che acconsente alla deportazione di una madre e di sua figlia in un paese dove si rischia la vita e nemmeno per offrire la solita solidarietà di casta ad una signora diventata ministra per volontà di Napolitano e non del voto degli italiani.
Nel paese normale non passa l’idea che la raccomandazione sia un fatto normale solo perchè la si presenta come un gesto umanitario,  che una ministra che frequenta una famiglia come i Ligresti sia un fatto altrettanto normale; in un paese normale fatto di gente normale, di politici normali e di giornalisti normali una cosa del genere avrebbe dovuto destare almeno qualche sospetto, far alzare qualche sopracciglio, e invece niente, il dettaglio più importante, e cioè che una signora che ha lavorato a stretto contatto con lo stato prima da prefetto e poi da ministro abbia mantenuto dei rapporti di amicizia, a quanto pare pure piuttosto stretti e da decenni, che suo marito abbia avuto interessi in comune con una famiglia che da una trentina d’anni è al centro di scandali e reati di ogni tipo, più odiosi di altri perché danneggiano la collettività nel paese anormale è solo una coincidenza: chi non ha per amici truffatori e bancarottieri del resto?
Nel paese normale il presidente della repubblica non parlerebbe ogni due per tre dei troppi veleni che inquinano il paese ma avrebbe dovuto essere lui – in qualità di garante della democrazia e della Costituzione – l’antidoto e la cura evitando di fare da spalla più o meno occulta ai responsabili di quell’intossicazione.

Come si permette Napolitano di parlare di troppi veleni se uno degli inquinatori della democrazia è proprio lui, i suoi atteggiamenti ambigui, il suo non prendere mai una posizione, la sua arroganza di fronte a qualsiasi cosa si possa dire di decente e di sensato che a lui non va bene mai perché rovina le sue fantastiche larghe intese.
Ci facesse sapere Napolitano che ne pensa di un latitante da 106 giorni che secondo una legge dello stato ridicola e che non esiste in nessun altro stato civile doveva essere buttato fuori almeno dal parlamento IMMEDIATAMENTE, quanto veleno c’è in una sentenza definitiva non ancora applicata, in un delinquente pregiudicato ancora libero da senatore della repubblica e in grado di condizionare la vita politica e la democrazia. 
Chi e cosa ha garantito Napolitano da quando ha messo piede al Quirinale: gli editoriali di Scalfari?

L’idea di Napolitano non è quella di stato, di una politica che rispecchi le volontà del popolo: troppo stupido quel popolo che si riduce a votare per dei signori nessuno che male o bene ci stanno provando a fare quella “rivoluzione” di cui si è sempre sentito molto parlare da salotti e scrivanie. La sua idea è quella del tutor da asilo Mariuccia, quella del genitore severo che impone la sua “educazione” e a chi non sta bene, dietro la lavagna con le orecchie d’asino, sbertucciato dai “compagni”. Questo fatto che “o così o la catastrofe” è democraticamente inaccettabile. Questa gente se ne deve andare.

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Anna Maria Pinocchieri
Marco Travaglio, 15 novembre

Adesso, nel Paese dell’Embè, ci diranno che non fa niente se la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri ha mentito sotto giuramento ai magistrati che la interrogavano come testimone il 22 agosto sulle telefonate con la famiglia Ligresti. Tutti, dal Pdl al Pd a Scelta civica, per non parlare del silenzio-assenso del Quirinale che nomina i ministri, avevano già detto “embè?” sulle bugie della Guardagingilli al Parlamento. Balla più, balla meno, che sarà mai. Il Parlamento, poi, figurarsi. Tre anni fa votò che Ruby era la nipote di Mubarak, o comunque B. ci credeva davvero. E quattro mesi fa s’è bevuto che il vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano non sapeva niente del sequestro a Casal Palocco e della deportazione in Kazakhstan di Alma Shalabayeva e della sua figlioletta di 6 anni, organizzati nel suo stesso ministero. Sono tutti (o quasi) uomini di mondo, con stomaci forti e moquettati.

Digeriranno anche le frottole della cosiddetta ministra della Giustizia. La quale, il 17 luglio, la sera della retata che aveva portato agli arresti l’amico Salvatore Ligresti e le due figlie (il maschio latitava in Svizzera), chiamò la compagna del patriarca, Gabriella Fragni. E il 22 agosto, davanti ai pm di Torino, spiegò, che l’aveva fatto solo per “darle la mia solidarietà sotto l’aspetto umano”. E non era vero, perché aveva pure criticato i giudici (“non è giusto, non è giusto, è la fine del mondo” arrestare tre magnager che hanno spolpato un’azienda scavando un buco di almeno 600 milioni: dove andremo a finire, signora mia) e si era messa a disposizione (“qualunque cosa io possa fare, conta su di me”). Poi, sempre nell’interrogatorio, aggiunse: “Dopo di allora non ho più sentito la Fragni né altri in relazione al caso Ligresti, ad eccezione della telefonata con Antonino Ligresti (fratello di Salvatore, pure lui amico di famiglia, ndr) di cui ho già riferito”. È la chiamata del 19 agosto, in cui Antonino le segnala che Giulia è malata di anoressia e in carcere rifiuta il cibo, insomma bisogna tirarla fuori. La ministra, sempre per ragioni umanitarie, si attivò telefonando ai due vicecapi dell’Amministrazione penitenziaria, Cascini e Pagano, che per sua fortuna la stopparono e la salvarono da un’accusa di abuso d’ufficio.

Purtroppo però non è vero nemmeno che, dopo il 19 agosto, l’Umanitaria non abbia “più sentito altri in relazione al caso Ligresti”. Infatti – come rivela Paolo Griseri su Repubblica – i tabulati della Procura di Torino registrano un’altra telefonata, partita la sera del 21 agosto dal cellulare della ministra verso quello di Antonino Ligresti e durata 7 minuti e mezzo. È la sera prima dell’interrogatorio davanti ai pm, dunque è difficile che la Cancellieri possa averla dimenticata nel breve volgere di una notte. E che non l’abbia dimenticata lo dimostra lei stessa, quando aggiunge a verbale: “Ieri sera Antonino Ligresti mi ha inviato un sms chiedendomi se avessi novità e gli ho risposto che avevo effettuato la segnalazione, nulla di più”. Una risposta a un sms, una cosetta.

E qui casca l’asino, perché ora al posto dell’sms salta fuori una conversazione di 450 secondi. Perché nasconderla? E che senso hanno le numerose chiamate, anch’esse risultanti dai tabulati, dal telefono del marito della ministra, Sebastiano Peluso, a quello del solito Antonino negli stessi giorni? Sarà stato davvero il consorte a usare quel cellulare? Davvero bastano il gran cuore e lo sconfinato empito umanitario della Guardagingilli, per spiegare quella mobilitazione generale da emergenza nazionale? Il 21 novembre, finalmente, la Camera dovrà votare la mozione di sfiducia individuale presentata dai 5Stelle contro la Cancellieri. Il Pd inghiottirà anche il nuovo rospo per non disturbare le larghe intese e coprirà tutto con il solito “embè”? La speranza è che la Cancellieri non abbia consumato tutta la sua umanità per fare scarcerare la povera Giulia. E ne conservi ancora un pizzico per liberare il Pd dai Ligresti domiciliari.