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L’uomo senza struttura

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senza-strutturaQuando quel che restava della politica dopo la strage di tangentopoli ha consegnato l’Italia a berlusconi, ufficialmente come Trump “uomo senza struttura” anche se poi con dell’utri abbiamo scoperto che la struttura c’era eccome, molto più salda di quella di Trump gli opinionisti alle vongole di allora, fra i quali ce ne sono molti che abbiamo la fortuna [sic] di leggere e sentire anche oggi ce l’hanno raccontata dicendo che per far uscire l’Italia da quel periodo oscuro serviva un uomo che segnasse la separazione fra la prima e la seconda repubblica.
L’uomo nuovo del cambiamento, il non politico, il quale doveva servire per riavvicinare la politica ai cittadini che avevano perso la fiducia nella politica.
Di berlusconi si sapeva molto anche se non tutto, quel tanto che doveva bastare per tenerlo lontano dalla politica come fra l’altro prevede[va] la legge che impedisce ai possessori di media di intraprendere una carriera politica.
Eppure nulla è stato fatto, berlusconi ha trovato immense praterie per fare quello che ha voluto ma soprattutto che gli è servito per consolidare il suo patrimonio e mettersi in sicurezza rispetto alla legge, ha potuto contare sul consenso e l’accoglienza delle istituzioni che durano ancora oggi nonostante i suoi trascorsi, la sua condanna che non gli vietano di essere ancora un interlocutore della politica e delle istituzioni.

Le domande sono: perché berlusconi andava bene come novità, nessuno al tempo  parlava di qualunquismo, populismo, di democrazia in pericolo nonostante ci fossero tutti i segnali per capire che il pericolo c’era quanto e invece lo si fa oggi in relazione alle novità politiche nazionali e internazionali? Gli stati uniti hanno molti più anticorpi dell’Italia: lì bastano un giornalista e un’inchiesta per mettere fuori gioco un politico e perfino il presidente, cosa che non potrebbe mai succedere in Italia dove la maggior parte del giornalismo si è sempre adeguata, sdraiata davanti a chiunque abbia preso in mano la leva del comando. Per quale motivo, allora, Trump che arriva non solo dopo Obama ma dopo i due Bush deve essere più pericoloso per il mondo di quanto lo siano stati appunto il padre e il figlio che pure di danni ne hanno fatti e il movimento più pericoloso per l’Italia di quanto lo sia stato berlusconi? Cos’è che non possono sopportare il mondo e l’Italia: gli outsider nella politica o la frattura del sistema politico nazionale e internazionale che ci ha accompagnato dolcemente in questa catastrofe globale?  Nessuno metteva in discussione il suffragio universale quando berlusconi vinceva le elezioni grazie ai mezzi di informazione che possiede e agli strumenti di propaganda che poteva utilizzare a suo vantaggio: come mai oggi questo suffragio è diventato così criticabile al punto che qualcuno può perfino dire che forse andrebbe rivisto, che non va più bene consentire al popolo di poter esprimere la sua scelta col voto e le politiche europee, compresa l’Italia si organizzano affinché la gente abbia sempre meno occasioni per esprimere la sua volontà elettorale? I grandi esperti nel ventilare ipotesi di disastri, catastrofi e sciagure quando il popolo dimostra la sua disaffezione per la politica non potrebbero invece concentrarsi sui motivi che poi portano la gente a voltare le spalle alla politica?

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E’ la guerra, bellezza

Sottotitolo, dedicato specialmente ai vagabondi che credono di essere anonimi: il furto di identità è ancora un reato perseguibile dalla giustizia reale. Renzi non l’ha ancora depenalizzato, ecco.

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Anche bombardare paesi è un atto di guerra.
Costringere la gente a scappare dalla sua terra senza sapere dove andare, abbandonarla ad un destino infame, è un atto di guerra.
Chissà come mai gli atti di guerra vengono considerati tali solo quando colpiscono l’obiettivo occidentale, mentre in tutti gli altri casi sono “esportazione di democrazia” o “difesa dei valori”.

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Ben svegliati a tutti quelli che scoprono solo oggi che le guerre sono divisive, che nessun atto di prevaricazione violenta ha in sé alcuna finalità positiva e figuriamoci democratica.
Se il momento non fosse tragico sentire Obama che parla degli attentati di Parigi definendoli “un oltraggio ai nostri valori”, quelli che tutti abbiamo imparato nel tempo a conoscere, farebbe sganasciare dalle risate.
Ci volevano terrorizzati, impauriti, spaventati e chiusi nei nostri piccoli recinti di “libertà”, ecco: ci sono riusciti.

Se l’Italia fin’ora si è salvata dagli attacchi del fondamentalismo nonostante la santanchè, salvini, gasparri, ferrara, i quotidiani di berlusconi, la scelleratezza delinquenziale di chi continua ad offrire la ribalta mediatica ai seminatori di odio razzisti e fascisti spacciati per leader ‘moderati’ non è perché abbia qualche merito particolare o una politica autorevole che sa garantire la sicurezza nazionale, è semplicemente perché proprio grazie alle sue politiche è stata sempre il paese più servo di tutti, il più capace di tutti a trattare con tutti per vigliaccheria e impossibilità di tenere la testa alta davanti ai poteri di ogni ordine e grado.
Un paese ininfluente a livello internazionale che si piega ad ogni desiderata che arriva dai piani alti, che non incute timore a nessuno.
Uno stato gestito da gente responsabile non avrebbe mai assecondato  un papa che pensa che sia questo il momento più adatto per far entrare qualche milione di persone in Italia a celebrare il suo anno santo e misericordioso.

Una volta in paradiso ci andava la classe operaia: oggi ci vanno i boss della malavita

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Penultim’ora: sindaco, prefetto, questore e ministro dell’interno non si sono dimessi, però è stata sospesa la licenza all’elicotterista spargifiori in quanto il volo non era autorizzato.
L’unica cosa fuorilegge ieri a Roma erano i petali di rosa.

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Ricordiamoci della vergogna di ieri quando la prossima volta il questore, il prefetto o il ministro dell’interno vieteranno “per questioni di ordine pubblico” una manifestazione pubblica, democratica, alla quale partecipano persone perbene:  studenti, operai, insegnanti malmenati e offesi dalle forze dell’ordine e non un branco di criminali ai quali ieri nessuno ha torto un capello.

Il prefetto di Roma “non era stato informato”, la Curia scarica tutto sul parroco di quella stessa chiesa che negò il funerale religioso a Piergiorgio Welby  che, poverino, “non sapeva” che stava per dare l’estremo saluto ad un criminale con tanto di banda sul sagrato che intonava una sobria melodia come “Il padrino” e la gigantografia appesa sul portone.

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Cavalli e Rolls Royce: l’addio al boss Casamonica
Welby smentisce la Curia: ‘Poster lì dalla mattina’

Chissà che faceva il don mentre organizzavano la scenografia.
Ieri  Roma è stata subaffittata al clan criminale che da decenni se la comanda con l’estorsione, il traffico di droga, il racket della prostituzione e del gioco d’azzardo, l’usura, gli omicidi, i furti: un migliaio e forse più di persone coinvolte in tutto ciò che è criminalità pesante fino alla banda della Magliana a Roma e dintorni, che hanno costruito un patrimonio gigantesco col quale perpetuano l’ottima tradizione di famiglia e nessuno se ne assume la responsabilità. Muore il capostipite del clan criminale e il prefetto aspetta che gli arrivi l’informazione, la telefonata.
È lo stato che controlla i criminali o il contrario?

Monsignor Galantino non ha niente da dire sui “furbi cooptati” e ancorché criminali ai quali la chiesa non nega e non si nega?
Chi ha dato il permesso per la pagliacciata grottesca dei funerali del boss Casamonica con tanto di elicottero dispensatore di petali di fiori a volteggiare in uno spazio pubblico sulla Capitale d’Italia?  Dice il parroco che ha officiato il funerale al boss che “la pietà non si nega a nessuno”, meno però a Piergiorgio Welby, colpevole di non aver voluto continuare a non vivere. Siccome non era bastato lo scandalo di Enrico De Pedis detto Renatino, il boss della malavita che trovò posto da morto nella chiesa di sant’Apollinare sempre a Roma, che fu tolto da lì dopo ventidue anni durante i quali non fu possibile sapere perché un criminale assassino aveva potuto trovare posto fra papi e santi nella casa di Dio perché nessuna inchiesta trovò le risposte, impedite da numerosi fatti “contingenti”, ieri la chiesa ha ribadito qual è la sua idea di famiglia tradizionale e di misericordia.

Ringrazierei i Casamonica per aver tolto anche l’ultimo velo al gigantesco e millenario bluff della chiesa cattolica ipocrita, dalla doppia e tripla morale applicata soprattutto alle possibilità economiche dei suoi frequentatori e poco importa di chi sono i soldi se da oggi stesso le chiese d’Italia e del mondo si svuotassero. Così come avrei ringraziato quelli che hanno pensato che berlusconi poteva essere la risposta giusta alla politica inconcludente, incapace e disonesta se dopo di lui, l’altro mostruoso bluff venduto per politico, imprenditore capace e brillante mentre non era e non è altro che l’ennesimo inconcludente, incapace ma soprattutto disonesto personaggio del grande horror che è la politica di questo paese gli italiani avessero dimostrato maturità nelle scelte, desiderio di un cambiamento vero per rifare questo paese disastrato e disgraziato.
Ma non è così: le chiese non si svuoteranno e la maggioranza degli italiani continuerà a mandare al potere il pifferaio di turno che dice le cose che la gente vuole ascoltare, esattamente ciò che fanno i cosiddetti referenti di Dio dai loro pulpiti anche se poi alle parole non seguono mai fatti concreti, anzi l’azione successiva alle parole non va mai nella stessa direzione ma in quella opposta.
La cerimonia del boss criminale che dopo Roma si merita niente meno che il paradiso ci racconta la storia non solo di Roma ma di un paese che viene segnato da chi ne calpesta strade, piazze, da chi ci vive, lo forma, lo trasforma e lo deforma.
Evidentemente è questa l’Italia che piace agli italiani.
Io stanotte ho dormito pochissimo, questa faccenda mi ha disturbata nel profondo, uno spettacolo osceno che ribadisce, semmai ce ne fosse bisogno, che l’Italia è un paese abbandonato prim’ancora che dai suoi cittadini dalle istituzioni arroganti e oltremodo ciarliere di fronte alle piccolezze ma che chinano il capo silenti davanti al boss e, se esistesse davvero un Dio lo farebbe volentieri pure lui. 

Lo stato col crimine si trova perfettamente a suo agio, fatelo sapere anche a Mattarella che parla di lotta alla corruzione, alla mafia e perfino al terrorismo islamico.
Nel paese dove lo stato contrasta davvero il crimine cose come queste non si fanno perché lo stato per primo non lo permetterebbe.

So che è noioso e banale ripeterlo ma [nel paese normale] prefetto, questore, sindaco e ministro dell’interno si sarebbero già dimessi per manifesta incapacità.

L’Euroricatto

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Duecento anni fa, Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti: “Penso che le banche siano, per la nostra libertà, più pericolose di un esercito… se la gente permette alle banche private di controllare l’emissione di moneta, prima con inflazione e poi con deflazione, le banche e le corporations che cresceranno attorno alle grandi banche priveranno la gente delle proprie cose, finché i loro figli si troveranno a dormire sotto i ponti”.

Tsipras è una persona onesta, un politico dignitoso che ha vinto le elezioni perché si è impegnato a tirare fuori la sua gente dall’incubo dell’austerità: non ha promesso due spicci in cambio del voto come ha fatto il miracolato di Rignano assurto al trono dopo la vigliaccata fatta al suo predecessore.
Juncker, presidente della Commissione europea che oggi è uno di quelli che nega una proroga alla Grecia è lo stesso che in passato, quando era primo ministro in Lussemburgo, creò un sistema di elusione fiscale per favorire i grandi evasori delle multinazionali.
La Merkel non potrebbe essere dov’è, giocare alla prima della classe se la Germania nella storia non fosse stata graziata dal fallimento due volte.
Per due volte il mondo ebbe pietà per la Germania perdente in guerra, laboratorio del nazismo che provocò milioni di morti, devastazioni ovunque e rinunciò ad un giusto risarcimento, solo questo consentì alla Germania di diventare il cosiddetto motore d’Europa.

Se la Merkel giustamente riconosce alla Germania una responsabilità perenne per l’olocausto nazista dovrebbe ricordare anche che altri paesi non glielo rinfacciarono quando si fecero carico dei tanti miliardi di dollari di debiti tedeschi a cui hanno rinunciato per permettere alla Germania di essere quella che è oggi.  

Se chi sbaglia deve pagare iniziamo a pretendere il risarcimento da tutti quelli che hanno infilato l’Europa nell’incubo euro, millantando che fosse l’unica scelta possibile, la migliore, per risollevare l’economia di un intero continente.
Quelli che si sono piegati agli ordini della finanza facendo in modo che i popoli sacrificassero tutto ai bilanci dei vari stati invece di essere i controllori della finanza.
L’esperienza dell’euro ci ha insegnato che non esiste etica nella politica né il fine ultimo, e unico, che dovrebbe essere la cura degli interessi collettivi, non delle associazioni a delinquere che gestiscono i nostri soldi.
Ci avevano detto che con l’euro sarebbe stato tutto meglio, i fatti ci dicono che non è vero, oggi ci dicono che senza l’euro sarebbe tutto peggio di così, ovvero di quello che è già il peggio, una gestione così superficiale dei paesi della cosiddetta unione è un crimine contro l’umanità.
E il fatto che Tsipras qui in Italia venga umiliato da quelli che hanno sostenuto e sostengono il miracolato che a sua volta sostiene sia Junker sia la Merkel contro la Grecia dove la gente è ridotta alla soglia più bassa e infame della povertà, le persone non si possono curare, i bambini muoiono di fame [e tutto questo non suscita lo stesso sdegno mainstream come quello espresso per i migranti e i profughi], dovrebbe far riflettere un po’ tutti.

La triste vicenda della Grecia ci ha mostrato ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, quanto è irresistibilmente naturale il servilismo della gran parte della sciagurata informazione italiana verso i potenti, quali che fossero e che sono non è mai stato un problema: la posizione a 90 scatta in automatico, anzi, di default, per restare in tema.

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La Grecia e il debito, populismo vero contro populismo presunto – Alessandro Robecchi 

Da qui al referendum chiunque, ma proprio chiunque, spiegherà al popolo greco che votando “no” si metterà ancor più nei guai, che si rischia il disastro, eccetera, eccetera.
Per cui tirate le somme, sarebbe “populismo” chiedere a un popolo di esprimersi nelle urne ma non lo è interferire in quello che il popolo scriverà sulla scheda. Il presidente della Commissione europea, i vari leader del continente che indicano ai greci come votare, pregandoli di votare “sì” e sottoponendoli ad ogni tipo di pressioni sarebbero invece sinceri democratici antipopulisti. Mah.

Mafia: un affare di stato [il monito oscuro]

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C’è poco da inquietarsi per le cazzate di Grillo: se lo stato ha pensato che fosse opportuno entrare in trattativa con la mafia evidentemente ha riconosciuto alla mafia non solo una morale ma perfino il diritto di residenza.

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Succede solo in Italia.

Solo in Italia il presidente della repubblica può testimoniare in un processo per mafia da diretto interessato, può chiedere e ottenere che una parte significativa della sua vita politica possa essere nascosta ai cittadini che rappresenta.
Così come andò per le intercettazioni delle telefonate con Mancino distrutte dopo qualche ora dalla sua seconda elezione, anche questa la prima della storia di questa repubblica perché il contenuto fu giudicato irrilevante ma noi non sapremo mai se è vero, anche oggi Napolitano ha potuto imporre i suoi diktat, ovvero pretendere la testimonianza occulta che gli è stata concessa nonostante e malgrado la Costituzione non preveda che un cittadino possa scegliere di mettersi in una posizione superiore a quella degli altri.
Questo paese è una farsa, quello che succede qui non potrebbe accadere in nessun altrove dove la democrazia, la legge uguale per tutti, vengono messe in pratica anche coi potenti. Anzi, soprattutto con loro.
Mi chiedo, alla luce di questa vicenda di cui molti purtroppo non percepiscono la gravità, che senso abbia parlare ancora di politica.
Un presidente della repubblica che deve testimoniare in un processo di mafia si dovrebbe dimettere quattro minuti dopo ché cinque già sono troppi.
Solo perché non lo ha fatto prima.

 

“Si conosce solo l’orario d’inizio. Le dieci di stamattina, nella sala del Bronzino nota anche come “sala oscura”, perché non ha finestre sul mondo esterno. Poi tutto quello che accadrà al piano nobile del Quirinale sarà ignoto, in una sorta di blackout di stampo nordcoreano. Persino la disposizione di persone, una quarantina, tavoli e poltrone non è ammesso sapere. Giorgio Napolitano testimonierà al “buio” sulla trattativa tra Stato e mafia. Fino all’ultimo si sono moltiplicati gli appelli per dare trasparenza all’esame davanti alla Corte d’Appello di Palermo, in trasferta eccezionale a Roma. Il più autorevole ieri sul Corriere della Sera , a firma del quirinalista di via Solferino, Marzio Breda. Sembrava così che in giornata si fosse aperto uno spiraglio, ma alle sei di sera dagli uffici del consigliere per la stampa e per la comunicazione la risposta è stata laconica: “Non sono ammessi giornalisti”. Stop. [Il Fatto Quotidiano]

«Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire» [Napolitano scrive alla Corte d’Assise di Palermo, 25 Novembre 2013]

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In questo paese, spiace per i detrattori tout court, il problema non è Grillo che lancia la sua ennesima boutade sulla mafia ma è uno stato che con la mafia ci ha trattato per ragioni sue e che non sono – evidentemente – quelle di chi per combattere la mafia è morto né le nostre di cittadini che abbiamo il diritto di sapere quanto è stato ed è coinvolto e in che misura il presidente della repubblica di questo paese nella trattativa con la mafia tutt’altro che presunta.
Un chiarimento che non avverrà perché intorno al presidente della repubblica è stato steso un cordone protettivo, una censura intollerabile per una democrazia, qualcosa che in qualsiasi altro paese democratico nessuno avrebbe mai potuto pensare di poter fare ma in Italia sì.
Ecco perché vi prendono e ci prendono per il culo quando fanno credere che il problema sia quello che dice Grillo e non quello che ha fatto e fa lo stato.
E chi guarda con commozione e rispetto alle vittime della mafia di questo paese, quelli che Grillo è sempre brutto e cattivo dovrebbero ricordarsi che oggi, a distanza di anni, dal periodo in cui la mafia faceva saltare i palazzi e le autostrade, scioglieva i bambini nell’acido c’è un presidente del consiglio che insieme ad un amico stretto della mafia, quella montagna di merda lì, può invece rovesciare le fondamenta di questa nostra già fragilissima democrazia. E lo farà.

 

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Per chi è abituato a parlare quando nessuno glielo chiede e vieppiù quando nemmeno dovrebbe, rispetto a situazioni e contesti in cui non è richiesto il suo autorevole parere [anzi], non dovrebbe essere difficile rispondere a una ventina di domande su qualcosa che invece lo riguarda eccome e che conosce bene.
Mai vista, ma soprattutto sentita già dalla voce tanta servile deferenza da parte dei giornalisti costretti a dire, per dare il minimo sindacale delle notizie, che oggi Napolitano dovrà rispondere ai magistrati di Palermo quale teste nel processo sulla trattativa stato mafia; magistrati dei quali è il capo supremo e quindi da lui sarebbe stato naturale aspettarsi un atteggiamento non ostile ma rispettoso di quello che la magistratura rappresenta, Napolitano dovrebbe essere l’esempio per tutti e la risposta a chi per decenni ha insultato la magistratura colpevole di fare quello che fanno i giudici in tutti i paesi civili: processare imputati accusati di reati e assolverli o condannarli sulla base dell’evidenza delle prove.
In questo paese c’è un sacco di gente nei settori che contano, soprattutto quello dell’informazione, ben disposta ma soprattutto predisposta naturalmente ad inchinarsi al potente e a fare in modo che non abbia di che preoccuparsi di nulla, gente che anticipa gesti di servilismo non richiesto, gente che rispetto a quello che accadrà oggi ne ha dette di ogni, inventandosele anche, per convincere gli italiani che non è normale che s’interroghi il presidente della repubblica in un processo di mafia, mentre l’anormalità è esattamente il contrario, ovvero non è normale che possa diventare presidente della repubblica un personaggio che ha dei trascorsi di coinvolgimento tale da rendere necessaria la sua testimonianza in un processo di mafia. Un evento mai successo prima nella storia di questo paese.

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Oggi è ancora più chiaro che gli investitori stranieri rinunciano all’Italia quale partner economico perché c’è l’articolo 18 e perché scioperano gli assistenti di volo per fare un dispetto al cretinetti amico del bugiardo seriale.
Non lo fanno mica perché questo era, è e resterà a dispetto di chiunque andrà al potere il paese zimbello del mondo. Credevate che fosse finita con berlusconi eh? Io però l’avevo detto, perché berlusconi continua a non essere la causa ma la conseguenza della mancanza di una netta presa di posizione dello stato contro le organizzazioni mafiose. Chi in questo paese  ha provato a combattere la mafia sul serio è morto ammazzato dalla mafia dopo essere stato abbandonato, lasciato solo da quello stato che avrebbe dovuto garantire e tutelare i veri servitori dello stato, non trattare con l’antistato. La solitudine è uno dei temi ricorrenti di tante affermazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato per fortuna nostra e loro ancora vivi sono stati abbandonati dallo stato nonostante le ripetute minacce da parte della mafia e, nel caso di Scarpinato anche da pezzi dello stato corrotti. I Magistrati antimafia di questo paese accerchiati e impediti non solo dalle organizzazioni criminali che contrastano ma anche dallo stato che dovrebbe agevolarli nel lavoro ma non lo fa perché evidentemente non può. Il perché non può è scritto a chiare lettere anche nelle attività pubbliche che hanno a che fare con lo stato. Domenica sera Milena Gabanelli in un’altra puntata di Report da far studiare ai ragazzini a scuola ci ha raccontato che sono mafia, corruzione e criminalità tutte quelle cose che vengono ammantate con la definizione di grandi opere, mentre altro non sono che il furto reiterato e perpetuato dallo stato ai danni dei cittadini che non hanno bisogno di opere grandi ma delle necessità quotidiane che vengono negate, perché le risorse che uno stato serio dovrebbe investire a favore delle esigenze e dei bisogni del paese vengono invece canalizzate in quell’altrove che poi si traduce nei rapporti fra le istituzioni che rappresentano il paese con la malavita ordinaria, quella che ha, evidentemente, mezzi e strumenti per tenere sotto ricatto quei rappresentanti dello stato che peraltro non oppongono mai resistenza: s’offrono. Ed ecco che la mafia non fa più saltare autostrade e palazzi perché non è più necessario, perché c’è chi garantisce anche alla mafia la possibilità di continuare ad essere in una tranquilla convivenza, quella che auspicava Lunardi l’ex ministro di un governo di berlusconi: l’amico di dell’utri e di mangano, persone non vicine alla mafia ma proprio dentro la mafia.

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Nota a margine: Se ci fosse un giornalismo degno in questo paese si eviterebbero anche un mucchio di polemiche inutili, perché le persone si fiderebbero di quello che leggono sui giornali e di ciò che viene riportato dai telegiornali.
Io non sono pagata per scrivere quello che vedo e le relative opinioni su quello che accade, chi si esprime da una radio, dalle televisioni e sui giornali sì: viene pagato non per raccontare cose, perlopiù balle, menzogne e falsità basandosi sulle sue simpatie ma su quello che realmente le persone dicono e fanno.
Per fare chiarezza e perché la gente capisca e possa poi costruirsi un’opinione il più possibile vicina alla realtà, non per armare casini e polemiche di cui si parlerà giorni e giorni ovunque: per radio, in televisione, sui giornali e che trasformano i social nella consueta arena da derby.
Questo piccolo preambolo solo per dire che servi non si nasce, lo si diventa, ma volendo si può anche decidere di smettere: come con l’alcool, il fumo e tutte le dipendenze che rischiano di avere poi delle ricadute sulla collettività, come la propaganda oscena che molti fanno dai canali che hanno a disposizione.
La propaganda è un male sociale, un danno collettivo e sarebbe l’ora e anche il caso che un certo giornalismo abituato a servire i vari padroni pensi ad un modo onesto per guadagnarsi lo stipendio facendo quello che fa normalmente il giornalismo nei paesi semplicemente normali; mettersi al servizio dei cittadini, non del padroncino di turno.

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Al cittadino non far sapere – Marco Travaglio, 28 ottobre

L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbatté il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca. Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia. Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo. Hanno ribaltato la verità, trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle.

Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare. Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire). Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati. E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini).   Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia. Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà, suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”. Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà o non dirà il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali” dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”. Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali. Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle.   Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”. Già: il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi” fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano. Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone poté farsi un’idea della sincerità del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto. Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà nessuno, perché non sarà neppure filmata. Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”. Chissà come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.

 

 

 

 

La carretta dei senatori

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Che differenza c’è fra la pagina del Corriere della sera con cui si esprime solidarietà e vicinanza a dell’utri, collaboratore stretto della mafia e per questo condannato a sette anni di carcere, e la maglia di Genny la famosa “carogna” della serata tragica che è costata la vita a Ciro Esposito, dove, con una frase si faceva lo stesso nei confronti di un condannato per omicidio dopo un processo piuttosto ambiguo? 
Spero nessuna, anche per i moralisti tout court che si sono indignati per la maglia e per Genny che almeno il capoclan lo fa coi suoi pari, non ha messo su un partito politico su richiesta della mafia, non è stato il tramite fra la mafia e un ex presidente del consiglio per almeno diciotto anni.  Se domani qualcuno volesse comprare una pagina di giornale per Riina e Provenzano, o per mandare saluti al latitante Messina Denaro che farà il Corriere, si venderà anche a loro, per soldi?

 Quando a qualcuno verrà in mente di ritirare fuori la solita storiella degli italiani che sono privi di valori, che gli piacciono i delinquenti perché vorrebbero essere come loro e per questo si meritano quello che hanno, ricordategli questa pagina di giornale, che è quello di cui parlava Berlinguer a proposito della questione morale, quando diceva che non si doveva permettere che il Corriere della sera finisse nelle mani e nella proprietà sbagliate. Ecco, ricordate chi è stato e chi è che lavora senza sosta per la distruzione dei valori e dei principi morali che poi diventano quell’etica che dovrebbe suggerire i giusti comportamenti a tutti. Anche ad un direttore di un quotidiano che di fronte a una richiesta simile e alla relativa offerta in soldi avrebbe dovuto dire: “no, in questo giornale non si fa solidarietà ai mafiosi”.

 

Preambolo: SENATORI IN MUTANDE, di Diego Cugia, alias Jack Folla

Siamo stati eliminati a morsi, ci hanno fatti a “prandelli” e ce lo siamo meritati. 
Il calcio come la politica, gli spettacoli televisivi e la produzione industriale, è lo specchio di una nazione. I ragazzi che hanno perso contro l’Uruguay erano ombre tremule di quello stesso specchio. Importiamo dall’estero format televisivi e goleador a bizzeffe, ci ingozziamo di idee e di sogni altrui, siamo fatalmente dipendenti dalle fonti energetiche di altri paesi, produciamo una classe politica scadente, campiamo sulle vecchie glorie: della moda, dello spettacolo, del calcio. Dobbiamo cambiare, più che sistema di gioco, schema mentale. Chiederci: perché i campioni nascono nelle favelas? Rottamare non l’età, ma il circo vip, la grancassa mediatica, il velleitarismo e la boria ingiustificata di una nazione che non è più nobile e antica, ma solo spendacciona, corrotta e mentalmente sorpassata. Anche noi abbiamo le nostre favelas. Ed è qui che dobbiamo cercare. Nelle favelas geografiche ed esistenziali sorte sui disastri della “finanza creativa” e dell’ingordigia collettiva. Le eccellenze, in campo artistico, industriale, sportivo, nascono nelle avversità. Si diventa campioni dal basso e non l’inverso.
Ieri sera, nella conferenza stampa dopo la batosta, il portiere della nazionale si è parzialmente giustificato: «Solo i senatori hanno tirato la carretta». Ecco, un calciatore che si autodefinisce “senatore” è lo specchio di un paese che elegge senatore un Dell’Utri.

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Il senso di una fine (CONCITA DE GREGORIO)

Brava Concita.
Solo una piccola nota che l’informazione ha dimenticato di citare: il contratto di Abete era in scadenza, alla fine di questo mese, il che riduce di molto il valore del bel gesto delle dimissioni.

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Sottotitolo: a proposito di senatori: La pagina comprata sul Corriere della Sera con messaggi di incoraggiamento per Marcello Dell’Utri  Ma ovviamente pecunia non olet nemmeno per il quotidiano dell’alta borghesia italica, non si può dire no a chi chiede una pagina di giornale per solidarizzare con un MAFIOSO, no? Poi magari dalle stesse pagine di quel giornale si legge la morale agli italiani fatta da Battista, Cazzullo e loro compagnia. 

In una società normale, equilibrata dove si rispettano i ruoli e dove occorre anche le gerarchie è altrettanto normale che i “vecchi” siano investiti da responsabilità maggiori e che servano poi a dare l’esempio alle generazioni successive, quelle che si stanno formando.
Il problema è quando la morale sulle responsabilità viene fatta da gente come Buffon che può essere qualsiasi cosa e rappresentarne altre mille per chi apprezza lo sportivo e vuole bene alla persona ma non può certo essere l’esempio per i giovani.
“Con i miei soldi faccio quello che voglio”, disse quando fu scoperto il giro di scommesse a cui partecipava anche lui che nel “quello che voleva” aveva investito un milione e mezzo di euro malgrado la regola della Figc che vieta espressamente ai tesserati di partecipare a questo tipo di attività. E per me uno che se ne frega delle regole che gli impone il mestiere non è diverso dal politico che se ne frega della Costituzione. Quindi di quali esempi si parla non lo so.
Ma il nostro è il paese dalle mille contraddizioni, quello che non si perdona al politico né al vicino di casa viene tranquillamente concesso all’idolo sportivo e alla squadra del cuore in virtù del fatto che il calcio è solo un gioco, la valvola di sfogo per le frustrazioni, il divertissement dopo una giornata, settimana di lavoro e allora guai a scrivere, provocatoriamente è chiaro, si scrive sempre per suscitare delle reazioni, di essere contenta che l’Italia abbia perso, prima di tutto perché non meritava di vincere e poi perché in questo paese ogni occasione è buona per distrarsi e distrarre come ha fatto Giovanna Cosenza [
Perché sono felice che l’Italia abbia perso] che è stata inondata di insulti probabilmente dalle stesse persone che poi partono lancia in resta contro la politica quando non dà il buon esempio e non fa il suo lavoro.

Per favore, non mordermi sul collo – Marco Travaglio

La palla è rotonda, però…

Vincere, e vinceremo! “Caro Prandelli, cari ragazzi, in questi anni la Nazionale ha dato tante soddisfazioni agli italiani, quello che vi chiediamo è di giocare con intelligenza, dignità e onore, sempre nel rispetto dei valori dello sport. Mettetecela tutta, mettiamocela tutta! Nel 2006 ero a Berlino con la squadra di Marcello Lippi a soffrire in tribuna e poi a festeggiare negli spogliatoi la vittoria del Mondiale. Due anni fa ho visto a Danzica i ragazzi di Cesare Prandelli debuttare nell’Europeo in una bellissima partita con la Spagna fino ad arrivare con pieno merito alla finale. Ho potuto apprezzare lo spirito di sacrificio e l’amore di Patria che vi uniscono. I risultati da voi conseguiti dimostrano come traguardi in partenza difficili possono essere raggiunti se si lavora insieme, con spirito di squadra, per un obiettivo comune. Il vostro impegno ha rappresentato l’immagine più bella del calcio italiano” (messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Nazionale Italiana, 12-6). 

  Pronti, via. “Siamo pronti a sorprendere. Ci siamo preparati bene fisicamente e mentalmente. Le prime partite non sono decisive, ma vincere dà una forza straordinaria” (Cesare Prandelli alla vigilia di Italia-Inghilterra, Repubblica, 14-6).

   Da Maracanà a Oronzo Canà. “Pirlo all’ultimo show: ‘Prima la finale al Maracanà poi lascio la Nazionale’” (La Stampa, 12-6).

   La perfida Albione. “Fa piacere mandare a fare… gli inglesi, boriosi e coglioni” (Maurizio Gasparri, Twitter dopo il 2-1 con l’Inghilterra, 15-6).

   Cesare e i Britanni. “Quella con l’Inghilterra è stata una partita epica, la ricorderemo per tutta la vita” (Cesare Prandelli dopo la prima e unica vittoria al Mondiale contro gli inglesi, 15-6).

   Brrr che fresco. “La dieta anti-calore. Papaia e frutta secca. L’Italia vince a tavola” (Libero, 18-6). Che tesori. “Il tesoretto. Prandelli cambia, ecco un’Italia più esperta. Buffon si tuffa, è l’ora di Abate e Bonucci”(Corriere, 19-6).

   Panettone Motta. “Il momento di Thiago Motta, la stella che preferì l’Italia: ‘Io non mi sento brasiliano’” (Repubblica, 19-6). “Motta a centrocampo, Cesare lancia il brasiliano che servirebbe a Scolari” (Libero, 19-6). “Thiago vuol dire sicurezza: ‘Se tocca a me io sono pronto’” (Corriere, 19-6).

   Palpami il popò. “Bonolis, non vada via senza essersi fatto dare una palpatina al popò, che porta bene” (Marco Mazzocchi, Notti Mondiali, Rai1, 19-6).

   Baciami il Balo. “Se battiamo la Costa Rica voglio un bacio, ovviamente sulla guancia, dalla regina d’Inghilterra” (Mario Balotelli, Twitter, 20-6)

   Sogno o son desto. “Riprovaci, Italia. Col Costa Rica voglia di sognare” (Repubblica, 20-6). In o a fondo? “Non voglio essere una star, ma un Campione del mondo. In Brasile è scattato qualcosa in me. Guardo le altre gare per divertirmi, non mi interessa chi può andare in fondo: conta solo che in finale ci sia l’Italia” (Mario Balotelli, Repubblica, 20-6).

   Colpa del caldo. “Scoperto il vero nemico: ‘Il caldo complica le cose’” (La Stampa, 21-6). L’arguto Johnny Renzotta. “L’ufficialità del disastro è venuta alle 19:20 quando ‘nomfup’, nome twitter di Filippo Sensi, arguto portavoce del presidente del Consiglio Matteo Renzi, ammette sconsolato: ‘Quei momenti in cui non ti senti neanche CT ma resti appeso lì a una sgomenta speranza’. Se il braccio destro del premier della sesta potenza industriale al mondo (saremmo l’ottava, ma fa lo stesso, ndr), presto capo dell’Unione europea, si sentiva così, figuratevi noi… Un’Italia viva è utile al look fresco, giovane, pimpante di Renzi, gli azzurri rottamati dalla Costa Rica non fanno bene all’immagine del Paese” (Gianni Riotta, La Stampa, 21-6).

 Basta poco. “Adesso dobbiamo solo recuperare le energie: non sono enormi i nostri problemi, la qualificazione non è a rischio” (Prandelli dopo la sconfitta con la Costa Rica, La Stampa, 21-6).

   Basta il pari. “Tutto da rifare, ma per gli ottavi basta un pareggio con l’Uruguay” (La Stampa, 21-6). “Con l’Uruguay basta l’X. Ma poi c’è la Colombia” (Libero, 21-6). “Abbiamo due risultati su tre” (Gianluigi Buffon, il Giornale, 21-6) L’amuleto. “La sola nota positiva è che dopo la maledizione della seconda partita, viene la terza… Martedì a Natal, assicura Thiago Motta, tra Italia e Uruguay ‘passerà chi avrà più voglia’” (Aldo Cazzullo, Corriere, 21-6).

   Il portafortuna. “L’Italia vincerà il Mondiale” (Mick Jagger, 22-6).

   Tutto bene. “Conta la testa, non le gambe. Ma stavolta andrà bene, non faranno la nostra fine. Siamo più squadra dell’Uruguay e non abbiamo tutti gli infortunati che avevo io. Il blocco Juve e il modulo a tre non tradiranno” (Marcello Lippi, Repubblica, 23-6).

   Affogato al Buffon. “Contro l’Uruguay servono cuore caldo e testa fredda. La bravura di Prandelli è che, nonostante le assenze, trova sempre un equilibrio… Ora serve autostima. C’è la giusta preoccupazione, ma più la posta in palio è alta e meglio rispondiamo: lo dice la Storia” (Gianluigi Buffon, La Stampa e Repubblica, 23-6).

   Mission. “Balotelli&Immobile, la missione della coppia più nuova del mondo” (Repubblica, 23-6).

   La Patria chiamò. “Ricordiamoci che giochiamo anche per la Patria, perché noi qui rappresentiamo l’Italia, la Nazione” (Cesare Prandelli, 23-6). Fattore G, come gomme. “Suarez fa paura, ma l’Uruguay non è perfetto. Il centrocampo ha poca qualità e Godin ha le gomme sgonfie” (Corriere della Sera, 23-6. L’indomani l’Italia sarà sconfitta ed eliminata dall’Uruguay con un gol di Godin a 9 minuti dalla fine).

   Li mejo. “Siamo più forti noi dell’Uruguay” (Paolo Rossi, Corriere della Sera, 24-6).

   Italia proletaria e renzista, in piedi! “L’Italia ha un vantaggio sull’Uruguay e su un’altra decina di squadreediPaesi:neimomentidifficiliècapacedi reazioni impreviste. Non ha il passo lungo della costanza e del metodo… Ma talora ha avuto, non solo nel calcio, uno scatto che l’ha portata a superare ostacoli più impervi anche della coppia Suarez-Cavani… Pure nel calcio ci sono segni che qualcosa nella coscienza del Paese è cambiata (sic, ndr). Oggi l’inno lo cantano pure i calciatori di origine argentina come Paletta o brasiliana come Motta. Se i simboli sono importanti, oggi l’Italia ha più consapevolezza di se stessa anche nel calcio” (Aldo Cazzullo, “Orgoglio e giudizio”, Corriere della Sera, 24-6).

   Per aspera ad astra. “Solonelle asperità riusciamo a dare il meglio di noi. Mescolare sport e politica è talora fuorviante, ma questo non è un fatto solo calcistico, fa parte della mentalità nazionale… Il ‘particulare’ di cui parlava già Guicciardini prevale quasi sempre sul generale. Fino a quando non scatta una scintilla che si può chiamare orgoglio, senso del dovere, talento finalmente all’altezza di se stesso. Nel calcio è più facile… La maglia azzurra è una cosa seria, e la speranza non è l’ultimo dei mali” (Cazzullo, ibidem).

   Gli Insonni. “Nessun dorma”, “SuperMario sa già come si fa”, “La generazione X è più serena dei senatori” (Corriere della Sera, 24-6).

   Siam pronti alla morte/1. “L’Italia chiamò”, “Balo-Immobile, l’Italia tira fuori il coraggio” (Libero, 24-6).

   Siam pronti alla morte/2. “Si fa l’Italia o si muore” (Il Giornale, 24-6).

   L’uomo della Provvidenza. “Finalmente Immobile. Tocca all’uomo del destino. Re dei marcatori in A, è il più in forma” (La Stampa, 24-6).

   Tutti giù dal carro. “Di nuovo bella e di successo. Riecco l’Italia che sa stupire. Il fisico risponde, la preparazione ha funzionato. Il centrocampo fa la differenza. Candreva con Darmian: l’intesa che sorprende. Balotelli c’è, se osa può segnare di più” (La Stampa, 16-6). “Quanto vale l’Italia? Solo la Germania ha un altro passo. Brasile e Olanda si sono ridimensionati. Il borsino azzurro aspettando la Costa Rica. Brasile? Il divario si è ridotto. Argentina? Noi siamo una squadra, loro Messi più dieci. L’Olanda? Avremmo delle chance contro la difesa friabile. Francia? Benzema uomo chiave ma abbiamo l’antidoto” (La Stampa, 19-6). “Pessima prestazione, azzurri a pezzi”, “Il fallimento di Cesare”, “Crolla il nostro calcio”, “Italia azzerata. Si chiude un ciclo” (La Stampa, 25-6).

   Belli, no brutti. “La bella Italia si gode gli applausi. Tutti ci invidiano Balotelli e Pirlo”, “Nuovo stile Italia, addio catenaccio e contropiede” (Repubblica, 16-6). “La resa di Cesare, l’uomo che ha perso tradendo se stesso”, Un gruppo mediocre” (Repubblica, 25-6).

   Patrioti, anzi traditori. “Una partita per tutto il Paese. I nostri patrioti siete voi” (Il Giornale, 24-6). “Disastro mondiale”, “Fuori per giusta causa”, “Fallimento Italia, tradimento Balo”, “La solita mancanza di voglia e di coraggio” (il Giornale, 25-6).

   Ciak si gira, anzi no. “È una squadra che ‘gira’. Ecco perchè Cesare insiste con l’unica punta Ba-lo” (Libero, 18-6). “Prandelli fallisce e dà la colpa a Libero”, “Balo traditore azzurro scappa dalla sconfitta”, ”Addio al Ct senza coraggio e fantasia” (Libero, 25-6).

   I meglio, anzi i peggio. “Noi siamo più forti, favoriti da maggiori possibilità matematiche (due risultati su tre) e da una superiore completezza… Un pronostico: 3-1 Italia, si va agli ottavi come primi nel girone (l’Inghilterra batte la Costa Rica)” (l’Unità, 24-6. Finirà 0-1 con l’Italia fuori, mentre l’Inghilterra pareggerà 0-0 con la Costa Rica). “Traditi da Cesare”, “L’8 settembre del nostro calcio” (l’Unità, 25-6).

   Ci azzecca, no sbaglia tutto. “La lezione del calcio europeo”, “Marchio di fabbrica. Prandelli ha azzeccato gli uomini e il modulo. Ora guarda avanti: ‘Tutto bene, ma è solo l’inizio’”, “L’Italia trasformata in un diesel che resiste a ogni stress ambientale”, “Balotelli ambasciatore di una bella Nazionale che sa farsi voler bene” (Corriere della Sera, 16-6). “Fuori dai Mondiali, un caso nazionale”, “Stessa disfatta di 4 anni fa”, “Perché fallisce il nostro calcio”, “Il crollo del sistema-calcio”, “Basta alibi, è un calcio da cambiare” (Corriere della Sera, 25-6).

   W Immobile, anzi abbasso. “Hai un centravanti sopravvalutato, che ha segnato poco e parlato troppo ovunque sia stato… Come tutti i sopravvalutati, il pacco azzurro è un asso nel vendersi e nell’incantare gli innamorati dei luoghi comuni. Diventa il simbolo della squadra e segna un gol all’esordio contro una difesa di paracarri. Tutti sanno che a ogni suo rarissimo acuto seguono mesi di catalessi, eppure tanto basta per farne un titolare inamovibile. Hai un altro centravanti che ha segnato 22 gol negli ultimi sei mesi ed è circonfuso di grazia celeste: corre come un satanasso dietro a qualsiasi cosa si muova e ogni palla che lo sfiora si trasforma in una carambola imprendibile. È un bravo ragazzo del Sud, serio e lavoratore, si diceva una volta. Giovane e dalle prospettive illimitate, però forte e perbene, quindi poco spendibile sul mercato della panna montata… Hai questi due centravanti e, poiché sei italiano, preferisci il bluff patinato al benedetto dal destino. Ti meriti di perdere: la partita e Immobile. E di tenerti Balotelli” (Massimo Gramellini, La Stampa, 21-6). “Persino il mio Immobile, che in Italia si era aggirato per le aree di rigore come un lupo mannaro, sembrava un barboncino al guinzaglio della difesa uruguagia” (Massimo Gramellini, La Stampa, 25-6).

   Cesare imperatore, anzi pippa. “A Cesare Prandelli sta accadendo quel che accade in Italia alle persone perbene, che non alzano la voce, non insultano, rispettano il prossimo. La loro correttezza viene scambiata per accondiscendenza. E alla prima difficoltà viene ritorta contro di loro. Il processo che si è aperto anzitempo contro il ct, più che ingeneroso, è grottesco. Quando mai si è visto un allenatore della Nazionale costretto a giustificarsi per non aver convocato un calciatore? Prandelli ha preso in mano una Nazionale umiliata in Sudafrica e fischiata in qualsiasi stadio si presentasse. L’ha avvicinata all’Italia profonda, portandola sui campi di provincia, sulle terre sequestrate alla mafia, nelle città provate dal terremoto… Ha riconciliato il Paese con la sua squadra di calcio… In un calcio che spesso premia la furbizia e l’italica arte di arrangiarsi, quando non la tracotanza e la violenza, Prandelli ha ripristinato le regole e la responsabilità… L’operazione è riuscita, perché i valori che Prandelli ha appreso sono quelli degli ambienti in cui è cresciuto… Che Prandelli abbia spessore tecnico e sostanza etica, questo è difficile da negare. Gli scaramantici ricordano che quando tutto va bene i Mondiali riescono malissimo, e quando si parte tra le polemiche si finisce alla grande. Ma questa non è una ragione valida per cominciare il tiro al bersaglio contro un italiano perbene” (Aldo Cazzullo, Corriere, 5-6). “Alla fine l’esito e la sostanza del nostro Mondiale confermano la mediocrità del nostro calcio… che non esprime una propria cultura calcistica e un proprio modulo tattico come in passato. E finisce inevitabilmente per rispecchiare il momento difficile di un Paese che sembra aver perso la fiducia in se stesso fino all’autodenigrazione. Prandelli paga per tutti. Ma non è un capro espiatorio. Ha le sue responsabilità, ovviamente. Anche il ct esce ridimensionato dal disastro complessivo” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 25-6).

   Riottocrazia. “È l’era del demerito. All’italiana non si vince più. Dai salvataggi aziendali allo sviluppo in Europa. Per il successo servono genio e lavoro, non furbizia” (Gianni Riotta, La Stampa, 25-6). Basta con questi scrittori allergici alla meritocrazia che si fanno finanziare i romanzi dal Consorzio del Mose.

   Partito e partente. “Prima di Renzi ho votato a destra, al centro e a sinistra. Ho sempre guardato l’uomo. Da ragazzo mi piaceva Zaccagnini. All’inizio ho creduto in Berlusconi. Poi ho guardato con interesse a Fini. In Veltroni ho trovato passione sportiva e spessore morale” (Cesare Prandelli intervistato da Aldo Cazzullo, Sette, 6-6). “Dopo il rinnovo del contratto ci hanno trattati come un partito” (Cesare Prandelli dopo l’eliminazione, 24-6).

   Prendelli. “Non ho mai rubato soldi dei contribuenti” (Cesare Prandelli, Agenzia Esticazzi, 24-6).

   Agenzia delle Uscite “Ho sempre pagato le tasse” (Cesare Prandelli, Agenzia Esticazzi, 24-6).

Ciro

Inserito il

Il paese va in malora e i politici responsabili sono sempre ai loro posti: guai a chi glieli tocca. Anche alfano resta sempre e incredibilmente al suo posto.
La Nazionale perde, esce – giustamente per demeriti manifesti – dai mondiali e l’allenatore la prima cosa che dice è “colpa mia, mi dimetto”. 
E insieme a lui se ne va anche un dirigente storico del calcio. 
Magari la Nazionale fosse davvero lo specchio del paese come piacerebbe a Napolitano che non manca mai di associare gli “azzurri” al paese Italia che è tutt’altro da quello splendido colore. In un paese azzurro non si muore dentro e fuori uno stadio; si muore, si rischia, quando quel paese è troppo nero di fascismo ancora  troppo tollerato per opportunismo politico, dentro, fuori e intorno alle cosiddette istituzioni di una repubblica antifascista. Napolitano, dopo aver definito “eroi italiani” due presunti assassini dovrebbe andarsi ad inginocchiare davanti alla madre di Ciro Esposito. Andare a guardare il dolore di chi si vede sparire un figlio per un atto violento e ingiustificabile molto simile a quello commesso “presuntamente” da quelli che lui ha chiamato “eroi”.

Morto Ciro Esposito
Il tifoso ferito a Roma

 In una città, la capitale d’Italia, dove ci si spara con la scusa di una partita di calcio si sarebbero già dimessi il questore e il prefetto. 

Dimissioni che andrebbero estese anche al ministro dell’interno che pensa di poter trattare la sicurezza in uno stadio con un capo ultras invece delle forze dell’ordine pagate apposta per farlo. 
Perché il capo ultras l’autorità non se la prende da solo, qualcuno gliela dà, gliel’ha data, e quel qualcuno è SEMPRE la politica che chiude un occhio ma anche tutti e due laddove poi verrebbe a mancare il sostegno di una parte sostanziosa di elettori.
Negli stadi è sempre accaduto di tutto perché la politica che dovrebbe lavorare per evitare quel tutto non lo fa, non l’ha mai fatto. Il perché è facilmente comprensibile, ecco perché non sopporto i luoghi comuni sul calcio, sulle colpe da assegnare poi a tutti indistintamente. Il calcio non c’entra niente ma l’obiettivo è proprio quello di far credere che gli episodi violenti siano da ricollegare al calcio. mentre il calcio è solo il pretesto, come lo sono le manifestazioni, il concerto, la serata in discoteca, la movida estiva. Ci chiuderanno tutti in casa, così noi non rischieremo niente e la politica lassù, invece di lavorare per rendere questo un paese civile avrà più tempo per farsi gli affaracci suoi.
Chi esce di casa con una pistola senza essere autorizzato dalla professione ad averne una sempre con sé è un criminale al quale basta un pretesto minimo per scaricare la sua aggressività violenta, non è un tifoso di calcio.  Giorni fa l’ennesimo pazzo di strada ha ferito tre persone e ne ha ammazzata un’altra. Ormai l’effetto emulazione è diventato una moda come lo furono i sassi dai cavalcavia che però non hanno scoraggiato la gente a mettersi in macchina e viaggiare. Così come è impensabile doversi chiudere in casa per non rischiare di morire ammazzati fuori e dentro uno stadio, per mano di uno squilibrato che gira per le città col machete o nella propria macchina tornando a casa, perché altrimenti daremmo ragione a chi pensa e dice che se le donne si vestono di più e non escono di sera nessuno le violenta e le stupra, mentre gli stupri avvengono a tutte le ore e le vittime sono anche donne per nulla appariscenti né svestite, o a quelli che è meglio non andare alle manifestazioni per non dover rischiare le botte, magari proprio quelle di chi dovrebbe tutelare i cittadini e non ammazzarli.
Il problema della violenza che ammazza non è relativo ad una passione qual è il calcio o ad una qualsiasi altra occasione che porta la gente fra altra gente. I violenti del calcio sono ben noti alle forze dell’ordine di tutte le città che di loro sanno vita, morte e miracoli ma non intervengono mai prima che ci scappi il ferito o il morto. In questo paese non c’è prevenzione né la voglia di agire sul piano culturale contro le violenze di ogni genere perché poi è più facile per lo stato rispondere alle violenze con altre violenze, ecco perché non dobbiamo darla vinta a chi vorrebbe chiuderci in casa perché fuori ci sono i mostri cattivi.
Non c’è un posto dove è più facile morire.
Gli episodi legati alla criminalità intorno e dentro gli stadi si possono prevedere, arginare ed evitare perché le autorità hanno la possibilità di controllare e monitorare gli spostamenti, chi va dove e chi è soprattutto.
Questo non si è fatto e non si fa.
Ecco perché il calcio non c’entra niente.
Dire che il calcio è violenza è semplificazione massima, menzogna costruita ad arte, è l’alibi dietro al quale nascondere uno stato fallimentare perché rappresentato da incapaci, disonesti, interessati sempre a fare altro dalla gestione di un paese e che non sa garantire sicurezza ai cittadini sempre, non solo allo stadio.  Ciro è rimasto un’ora per terra prima di essere soccorso e assistito, a Roma, non a Baghdad.

Povero Ciro, morto di follia e che verrà ammazzato ancora e ancora da tutti quelli che approfitteranno per ripetere le solite storie, sempre quelle, sui violenti, sempre quelli, ovviamente senza sapere di che parlano. 
Povera madre.
Poveri tutti.

Speriamo almeno che restino tutti  a casa oggi, a fare quello che hanno fatto nei cinquanta giorni di agonia  di Ciro non trovando tempo e modo per far sentire alla famiglia di Ciro il sostegno dei romani e degli italiani.