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Archivi tag: Federico Aldrovandi

Il quinto grado

I quattro assassini di Federico Aldrovandi, poliziotti, tutori della legge sono stati condannati a tre anni e mezzo grazie all’indulto, non hanno scontato la pena, non sono mai stati spogliati della divisa e sono tornati regolarmente in servizio a marzo dello scorso anno. Ve lo ha detto Bruno Vespa?
Nell’omicidio di Federico di colposo non c’era proprio niente: scagliarsi su una persona e colpirla a calci e botte fino a sfondargli il torace e spaccargli il cuore non è uno sbaglio né un eccesso di legittima difesa. Per Federico si sono praticamente inventati un reato proprio per ridurre la responsabilità di chi l’ha ucciso: “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”, cioè a dire che quattro persone attrezzate per fermare una persona senza violenza sono stati costretti ad usarla. Della tragedia di Federico si è molto parlato e si parla ma le coscienze dei suoi assassini non si sono turbate al punto di far rinunciare loro alla divisa che indegnamente ancora indossano. Indegnamente perché a parte il diritto che ha riabilitato anche loro nel delitto di Federico c’è il tradimento allo stato: la polizia dovrebbe tutelare e proteggere i cittadini, non ammazzarli di botte per “legittima difesa”, specie se sono inermi e disarmati. La sentenza ci ha raccontato come sempre la verità processuale, ognuno poi interpreta quei fatti secondo il suo sentire.
Per me la vita di persone giovani, due ragazzini come erano Federico e Marta Russo non vale certamente una manciata di mesi, pochi anni di condanna, ma mi vengono i brividi se penso a cosa sarebbe di questa Italia se il giudizio si dovesse basare su quello che chiede la pubblica opinione. In Italia abbiamo già quattro gradi di giudizio, compreso quello dei media che assolvono e condannano al talk show, non mi pare il caso di pretenderne un quinto da stabilire a furor di popolo: quello si faceva al Colosseo, non nei tribunali di una repubblica dove i giudici per fortuna non usano gli stessi parametri degli utenti dei social media. Se si impedisce ad una persona che ha commesso un reato e scontato la sua pena di potersi guadagnare da vivere onestamente come è nel suo diritto si rischia di rimandarla a commettere altri reati solo per sopravvivere.

La vicenda di ‪#‎Scattone‬ ci insegna ancora una volta quanto possono diventare pericolosi i processi che passano per i media e le televisioni.
Io ho una mia opinione sul caso ma è appunto un’opinione che non c’entra niente col diritto.
Per me fra una persona che si arma per uccidere, non per difendersi o in preda al raptus ma per sperimentare un’emozione nuova e una che non lo fa qualche differenza c’è.
Ma il sentire comune non può diventare la regola né tanto meno la legge come piacerebbe a quelli che rivendicano i diritti solo quando riguardano le loro esigenze e bisogni ma poi sono pronti a rinnegarli quando si applicano sugli altri.
E non vale nemmeno il sentire di una madre a cui hanno tolto in modo violento il bene più prezioso: non siamo la talebania che fa giudicare i colpevoli alle vittime.
Io non voglio entrare nel merito del processo che ha condannato Scattone, non voglio sapere se è davvero colpevole o no, so che c’è stata una sentenza che come ci insegnano quelli bravi “si rispetta”.
So che Scattone ha scontato la sua condanna in un carcere, non lo hanno mandato a passeggio ai giardinetti di Cesano Boscone né da Don Mazzi.
So che il diritto lo riabilita e gli consente di ricominciare a vivere, so che esistono questioni di opportunità ma che anche queste come il sentire comune non c’entrano niente col diritto che restituisce a Scattone una dignità sociale che gli viene negata nel momento in cui la sua vita, la sua storia diventano materia da talk show e social media e alla quale lui ha dovuto rinunciare per le pressioni mediatiche successive alla notizia del suo passaggio a ruolo in una scuola.
So anche che Scattone ha fatto supplenze per dieci anni ma nessuno ha gridato allo scandalo, probabilmente perché non tutti lo sapevano.
Ecco perché sono sempre più convinta che il ruolo della cosiddetta informazione abbia delle grosse responsabilità non solo per quanto riguarda la politica ma anche nella nostra vita privata e sociale, nel momento in cui la nostra vita diventa materia di dibattito pubblico e viene data in pasto ai giustizieri da tastiera.

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…ma non è un perdono

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giovanardi fa sapere che non ha niente di cui scusarsi, che quando la madre di Federico dice che ritira la querela ma non perdona sicuramente non ce l’ha con lui. Io, come sempre, non me la prendo con lui ma coi vigliacchi che continuano a chiedere il ‘parere’ di giovanardi su questioni che il necrofilo ha già ampiamente chiarito in tante, troppe occasioni.

Il più violento degli schiaffi morali è far sapere ad una persona che si disprezza perché ci ha fatto del male di non essere più la causa e il motivo delle proprie angosce, sofferenze. 

Ed è più o meno questo che deve aver pensato Patrizia Moretti, la grande mamma di Federico Aldrovandi, ritirando la querela contro giovanardi, il segretario del Coisp Maccari e uno degli agenti assassini colpevoli della morte di suo figlio che hanno ripetutamente offeso, oltraggiato e vilipeso la sua famiglia e la memoria di suo figlio.
Dopodiché c’è uno stato a cui non sono bastati dieci anni per dare una risposta che restituisse a questa madre e a questa famiglia almeno la giustizia, una giustizia giusta capace di condannare fino in fondo, non solo un po’ com’è accaduto per i quattro agenti della polizia di stato, fra i quali c’era una donna, che quella notte di settembre finirono un ragazzino di diciotto anni a calci e botte sfondandogli prima il torace e poi il cuore e ai quali lo stato non ha tolto nemmeno la divisa.

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UN’IMPERDONABILE PERDITA DI TEMPO

Il testo integrale della lettera con cui Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ha annunciato il ritiro delle querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell’agente di polizia Paolo Forlani, condannato in via definitiva per la morte del figlio, e del segretario del Coisp Franco Maccari.

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Siamo ridotti talmente male in questo paese dove la legge è uguale sì ma per i soliti stronzi che per festeggiare il compimento della giustizia basta che un processo si concluda con una sentenza.
Quale che sia.
E’ andata così per i processi ai macellai del G8, per la sentenza che ha “condannato” berlusconi e anche per quella che ha fintamente punito i quattro assassini di Federico Aldrovandi ai quali lo stato dopo averli praticamente graziati ha avuto la premura di mantenergli il posto di lavoro. Tutte sentenze che ci dicono che la vita di chi ha commesso dei reati gravissimi, tutt’altro che dovuti ad una casualità, un raptus eccetera non ha avuto contraccolpi significativi. Tutto come prima, nel caso del G8 perfino meglio, diversamente dai morti, dagli offesi, picchiati, violentati, derubati in conseguenza di quei reati. Sentenze manifestamente in contrasto con la Costituzione che, è vero, ordina laddove sia possibile la riabilitazione del reo ma solo dopo avergli fatto pagare quel che deve alla società.

Questa vicenda triste, tragica come tante altre simili  mi ha sempre umiliata, da persona, da madre e da cittadina di questo paese. Penso che Federico oggi avrebbe più o meno l’età di mio figlio, penso a sua madre, alla sua famiglia, alle persone che lo amavano, alla possibilità negata in modo violento da quattro funzionari di stato di sapere cosa sarebbe oggi, che avrebbe fatto di se stesso, della sua vita. Per lo stato la vita spezzata di Federico non è stata che una pratica da chiudere con una finta sentenza e una finta condanna per i suoi assassini. Per qualcuno, tipo giovanardi e Maccari, invece, i quattro traditori dello stato non meritavano nemmeno quella finta condanna.

Assolti per insufficienza di prove e assenza di giustizia

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“In nome del popolo italiano?”
No, nel mio no.
Se lo stato ha deciso di stare dalla parte dei ladri che derubano il popolo, degli assassini dei nostri figli innocenti abbia almeno la decenza di non farlo anche in nome di chi non vuole questo, ci metta la sua faccia, quella di chi ha permesso che si arrivasse fino a qui e fa in modo che si continui così, non la mia né quella di chi si ribella alle ingiustizie fatte subire in ragione della difesa del potere. Lo stato si prenda le sue responsabilità, dica che lo fa in nome della legge: la sua, quella che condanna ad una pena ridicola con licenza di riformare la Costituzione un frodatore e che assolve degli assassini per insufficienza di prove. E quando le prove ci sono gli assassini se la cavano con tre anni e mezzo indultati e la licenza di poter indossare ancora la divisa da poliziotti.
Io non mi vergogno per gli altri, nessuno dovrebbe farlo quando non ha colpe, al contrario dovremmo tutti quanti pretendere che la vergogna, una parola di cui si abusa a proposito delle responsabilità dello stato, con cui ci si veste, così, tanto per dire qualcosa, si traduca nell’atto concreto di evitare perfino di pronunciarla.

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Praticamente la sentenza di appello ha dato ragione a Giovanardi –  al necrofilo Giovanardi che insulta sempre volentieri i morti perché non possono rispondergli – che ha sempre sostenuto la teoria che Stefano sarebbe morto per gli effetti collaterali della tossicodipendenza che, lo sanno tutti, provoca lesioni, fratture ed ematomi su tutto il corpo. Chi, fumando uno spinello non si è spezzato l’osso del collo? E’ la prassi.

Senza la legge sulle droghe, quella del fascista fini e del necrofilo omofobo giovanardi  giudicata poi incostituzionale Stefano oggi sarebbe ancora vivo. Mandate via i figli da qui. E’ l’Italia ad essere tossica, non Stefano.

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C’è da impazzire, muore un figlio, un fratello, un compagno ridotto nelle condizioni in cui era Stefano e non è stato nessuno.
Uno stato che non trova il responsabile di quello scempio andrebbe inserito in quelli canaglia, un posto dove non andare nemmeno in vacanza una settimana.
Non si può sopportare.
E’ troppo.

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Morte Cucchi, tutti assolti in appello
Sap: “Chi disprezza la salute paga”

La sorella: “Ammazzato dalla giustizia”

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Leggendo Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, viene in mente il libro La banalitá del male nel quale Hannah Arendt spiega benissimo che gli orrori più crudeli li commettono persone normalissime. Erano uomini normali quelli che bruciavano gente nei campi di sterminio nazisti e poi tornavano a casa da mogli e figli.
La fisiognomica di Lombroso è un’idiozia.
“Sono come noi, sono in mezzo a noi”.

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Facile parlare di raziocinio in casi come quello di Stefano. uno dei tanti che è stato ammazzato varie volte anche da morto, come Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, sempre dallo stato nella figura di chi lo rappresenta, dalla politica che insulta i morti e dalle stesse forze dell’ordine che imputano allo stile di vita un massacro evidente, come fu anche per Federico che se non fosse stato per la costanza e la tenacia di sua madre sarebbe morto per atti di autolesionismo dovuti all’assunzione di stupefacenti.
Federico è morto letteralmente sfondato, l’autopsia ha rivelato che uno dei calci ricevuti gli aveva spaccato prima il torace e poi il cuore.
I suoi assassini, quattro poliziotti  fra cui una donna – non è un dettaglio insignificante nel paese dove le donne lo fanno meglio e si meritano tutto – hanno avuto una pena ridicola e non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, sono stati applauditi dai loro colleghi che avrebbero dovuto prendere le distanze dai traditori dello stato e dei cittadini soprattutto per restituire fiducia in quello stato di cui ormai non ci fidiamo più.
Non abbiamo più motivo per farlo.
Com’è morto Stefano lo abbiamo visto, facilmente intuito, ma nel paese dei misteri, degli occultamenti, delle sentenze dal retrogusto omertoso non vedremo mai chi lo ha ridotto in quelle condizioni.
Non è giusto.

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E così Cucchi i lividi se li è fatti cadendo dalle scale – Saverio Tommasi

E così Cucchi i lividi se li è fatti cadendo dalle scale.
Pinelli si è buttato dalla finestra perché era convinto di saper volare e la bomba alla stazione di Bologna l’hanno messa gli anarchici.
In Iraq c’erano le armi di distruzione di massa e Carlo Giuliani è stato ucciso dal sasso di un manifestante.
Il DC-9 a Ustica è caduto perché era finito il carburante e questi cazzo di operai dovrebbero smetterla di andare a sbattere nei manganelli perché poi si fanno male come si è fatto male, una notte di settembre, Aldrovandi.

PS. anche se non conta una cazzarola di nulla io voglio mandare il mio abbraccio a quel fiore di Ilaria Cucchi. E prometterle che a mia figlia, appena sarà un po’ più grande, racconterò la verità. Quella che noi sappiamo e che nessuna sentenza potrà mai rubarci. Un abbraccio, carissima e dolce Ilaria.

 

 

Italia: stato di figli, figliastri e figli di nessuno

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Sottotitolo: all’epoca della sentenza che ha condannato Fabrizio Corona anch’io pensavo ancora che non bisognava fare il distinguo, che un reato è un reato e che chi si pone oltre il rispetto della legge va punito di conseguenza. Ma nel frattempo sono accaduti tanti fatti gravi, gravissimi che la giustizia non ha considerato con lo stesso rigore applicato a Corona. Impossibile quindi avere oggi le stesse opinioni di ieri. Il modo in cui vengono trattati certi reati, ma specialmente chi li commette,  inevitabilmente modifica poi, da parte della pubblica opinione l’idea di affidabilità e di serietà dello stato nella figura delle sue istituzioni. 

Preambolo: “Frequentazioni criminali e atteggiamenti fastidiosamente inclini alla violazione di ogni regola di civile convivenza a cui si sommano numerosi e cospicui precedenti penali, senza dimenticare la ricerca ad ogni costo di facili [ed illeciti] guadagni e condotte prive di scrupoli volte ad accaparrare risorse da investire in un tenore di vita lussuoso e ricercato”.

Una descrizione che potrebbe essere applicata non solo a berlusconi ma anche alle decine di persone colpevoli di essersi arricchite a danno dello stato. Comportamenti che nella politica disonesta sono la consuetudine. Amici criminali, sfregio assoluto della legge, delle regole di convivenza civile, comportamenti che delineano una persona socialmente pericolosa abituata a violare la legge, invece questa è parte della sentenza che ha condannato Corona che a differenza dei politici criminali in galera ci è andato per restarci.

Dell’Utri è stato condannato a sette anni per concorso “esterno” in associazione mafiosa che sta scontando dopo un tentativo di latitanza, berlusconi a quattro per frode allo stato ridotti a qualche ora di passeggiatine in giardino coi vecchietti e alla riforma costituzionale con Renzi; i cosiddetti devastatori di Genova, accusati di aver sfasciato cose e non persone hanno avuto condanne anche a dieci anni; tre anni e sei mesi ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi che non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, una sentenza ridicola dovuta al fatto che in Italia non esiste il reato di tortura e ai provvedimenti fintamente pietosi come l’indulto che viene sempre giustificato con la necessità di non infierire troppo sulla microcriminalità che riempie le carceri ma poi agisce soprattutto su quella macro, rimettendo in libertà anche i grandi delinquenti o non mandandoli in galera nemmeno per un giorno come fu ad esempio per  i mandanti dei massacri del G8 di Genova, funzionari di stato, che hanno ottenuto anziché  una giusta condanna, in relazione anche alla loro responsabilità di garantire la sicurezza e l’ordine,  premi, promozioni e avanzamenti di carriera. Ai  politici ladri di stato,  tangentari, corruttori e corrotti il peggio che può capitare è di scontare i domiciliari, poca roba, in case, ville faraoniche frutto della loro disonestà e continuare a ricevere lo stipendio pagato con le tasse dei cittadini onesti. A Fabrizio Corona, invece, tredici anni e otto mesi poi ridotti a nove per il reato di estorsione:  nove anni in galera non c’è rimasta nemmeno la Franzoni condannata a sedici per l’omicidio di suo figlio.
Qualcosa che non va, anzi molto, c’è. Se di riforma della giustizia si deve proprio parlare si potrebbe iniziare da qui, chissà che ne pensa Napolitano.

Marco Travaglio fa benissimo a rimettere ciclicamente sul tavolo del dibattito pubblico la questione della giustizia uguale per tutti, a far notare le contraddizioni di questo stato malato, visto che non lo fa nessuno. 

Non lo fa nemmeno il senatore de’ sinistra Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, quella che ha definito il Kazakistan una dittatura “temperata”, Manconi che si fa promotore, sempre ciclicamente, di provvedimenti di alleggerimento di pene per tutti che invece preferisce andare a piagnucolare sul Foglio di Ferrara di quanto Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano siano brutti, cattivi e giustizialisti, invece di aprire lui la questione sul diritto di una persona che, sebbene abbia commesso dei reati non è giusto che venga trattata e considerata dallo stato italiano peggiore, e di conseguenza meriti una pena detentiva più severa di chi ammazza un ragazzino a calci e pugni a cui viene rifilata una condanna ridicola, di chi ruba ai cittadini e allo stesso stato e viene condannato a raccontare barzellette a incolpevoli anziani ospiti di una casa di cura.
Alessando Sallusti, diffamatore seriale pluricondannato, che per mezzo del giornale che ancora dirige ha messo a rischio e pericolo la vita di un uomo perbene per sei anni, permettendo che dalle pagine di quel giornale si raccontassero menzogne su di lui, la sua vita privata e professionale, è stato graziato su cauzione dal presidente della repubblica in persona. Diffamare qualcuno in Italia costa 15.000 euro, ma solo se ci si chiama Alessandro Sallusti.
E in un paese dove la diffamazione viene sanzionata con una multa come un divieto di sosta e la frode allo stato premiata con la concessione di poter riscrivere niente meno che la Costituzione, il paradigma per la giustizia giusta, equa, uguale per tutti non può essere Fabrizio Corona, che ha commesso sì dei reati odiosi ma la sua colpa più grave è stata quella di andare a commetterli dove non si poteva e non si doveva.
Fabrizio Corona, essendo un frequentatore di un ambiente qual è quello del gossip i cui protagonisti sono i potenti con un sacco di soldi è stato punito così severamente con la galera da scontare, non coi domiciliari in villa, affinché a nessun altro potesse poi venire in mente di fare le cose che ha fatto lui.
E un paese non sarà mai normale finché l’estorsione, ma solo quella al vip, sarà considerata e trattata dalla legge un reato più grave di un omicidio, un sequestro di persona, la truffa allo stato e la diffamazione.  In Italia nove anni in galera non ci resta nemmeno uno stupratore, un assassino.
Corona si è mosso all’interno di un mondo, un ambiente, dove tutto ruota attorno ai soldi, alla superficialità volgare e ne ha semplicemente approfittato, commettendo dei reati, certo, ma non ha ammazzato nessuno né portato un paese al ridicolo etico, morale e al disastro economico, non ha derubato lo stato. 
Senza contare poi che, se il cosiddetto vip non avesse avuto niente da nascondere poteva far pubblicare le foto come se ne pubblicano a centinaia tutti i giorni. Il ricatto, l’estorsione, nasce dalla malafede dell’oggetto delle attenzioni di Corona. Una cosa vecchia come il mondo. Chi ha pagato Corona non è migliore di lui.

E ora graziate Corona – Marco Travaglio

Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno? Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato.

Latitante negli Usa, senz’aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori.   Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente, e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet. I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione   – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale… garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”. Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a se stesso.

 

Il ragazzo che non c’è più

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La storia di Federico l’ho seguita dall’inizio, sempre con lo stesso identico dolore, con la stessa rabbia impotente perché sulle spalle di Federico ci ho messo la testa e la faccia di mio figlio. 
Perché mi sono messa davvero nei panni di sua madre, e anche se non sono riuscita, ovviamente, a sentire lo stesso dolore l’ho capito. 
E’ giusto parlare di parità di sessi, rivendicarla, difendere il diritto che fa uguali uomini e donne in quanto persone, ma il rapporto che si crea fra una madre e un figlio dopo nove mesi di coabitazione fisica, uno dentro l’altra, nei quali si sente quel figlio muoversi, crescere dentro, la prima volta che lo si guarda appena nato, la prima volta che si attacca al seno, non è paragonabile a quello, sebbene ottimo che si crea fra padre e figlio. 
Essere madre, è un’altra cosa.

 

Ha ragione Patrizia Moretti: se gli assassini di suo figlio fossero stati cacciati col disonore che si sono meritati macchiandosi di tanta violenza gratuita, immotivata, ci saremmo risparmiati tutte le oscenità offensive indirizzate a Federico e alla sua famiglia che ciclicamente si ripetono. Se dei poliziotti sentono come un dovere esprimere una solidarietà a dei colleghi che non hanno adempiuto con disciplina e onore, quello vero, non quello Napolitano alla loro funzione è perché quegli assassini indossano ancora una divisa, diversamente no. 

Non avrebbero alcuna ragione di doverlo e poterlo fare.

 

Non è colposo l’omicidio di una persona finita dalle botte di stato. E’ assolutamente intenzionale. #vialamenzogna #vialadivisa #Aldrovandi

Anche se la morte di Federico fosse stata provocata da un gesto davvero colposo, non voluto, casuale, un’assemblea di un sindacato di polizia non si alza in piedi per applaudire in segno di solidarietà  umana chi ha provocato quella morte. Non è rassicurante vivere in un paese dove le forze dell’ordine pensano che sia normale esprimere solidarietà – pubblicamente con l’applauso –  a chi ha spezzato con la violenza e l’abuso la vita  di un ragazzino innocente. Non si può essere indulgenti, comprensivi e umani nei confronti di quattro assassini che hanno ucciso con disumanità, ma questo purtroppo è il paese dove la colpa, anziché aumentare rispetto al ruolo, diminuisce. Non è sicuro e ben gestito uno stato dove la parola onore viene svilita dal presidente della repubblica, dove ad un cittadino colpevole di aver derubato tutti e condannato per questo ad una non pena ridicola viene concesso di poter fare una campagna elettorale con tanto di ospitate televisive solo perché quel cittadino ha rivestito un ruolo politico. Non è sicuro uno stato dove le forze dell’ordine tradiscono il loro mandato di difensori dello stato e dei cittadini e non vengono punite adeguatamente ma continuano a ricevere il sostegno dello stato e dei colleghi. Non è sicuro uno stato dove il presidente del consiglio e il ministro dell’interno si limitano a telefonare e  messaggiare da twitter  la loro vicinanza alla famiglia di Federico Aldrovandi  anziché convocare i vertici della polizia di stato per chiedergli conto del comportamento assurdo tenuto ieri dai cosiddetti difensori dello stato e dei cittadini.

 

 

“Gli applausi sono un gesto gravissimo e inaccettabile che offende la memoria di un ragazzo che non c’è più e rinnova dolore di sua famiglia. Quegli applausi danneggiano la Polizia e il suo prestigio”. [Angelino Alfano, incredibilmente ancora ministro dell’interno]

Il ministro dell’interno della piccola dittatura Italia dove regnano incondizionate e indisturbate illegalità e ingiustizia ha espresso “vicinanza” alla mamma di Federico Aldrovandi in relazione al comportamento degli aderenti alla setta denominata Sap che ieri hanno tributato una standing ovation a tre dei quattro farabutti criminali che le hanno ammazzato il figlio. Chi legge il messaggino di Alfano pensa che Federico sia morto così, all’improvviso, in un incidente stradale, di morte naturale prematura o, come voleva far credere al mondo la prima sentenza per “atti di autolesionismo causati dall’assunzione di sostanze stupefacenti”. Mentre non è andata esattamente così, probabilmente Alfano non è stato informato del fatto. Gli assassini di Federico hanno nomi e cognomi e la sua morte non è stata un incidente. Il ragazzo “che non c’è più” è stato finito con la violenza da chi dovrebbe arginare e reprimere la violenza per mestiere.
Stamattina mi vorrei rivolgere con tutta la serenità di cui sono capace a quelle istituzioni sempre pronte a bacchettare, rimproverare, zittire e cacciare dalle aule parlamentari chi – secondo loro – mette in pericolo la democrazia con delle parole e che dopo tutte queste ore non si sono ancora espresse su questa vicenda che copre di vergogna tutto il paese, perché fatti di questo genere sì, mettono in pericolo questa nostra già finta democrazia. Dopo ieri, e ripensando ai tanti e gravi episodi legati alle violenze e agli abusi di stato i cittadini di questo paese, quelli che non pensano che la polizia faccia bene a picchiare, ad esercitare abusi di potere, hanno urgentemente bisogno di sapere se possono o no fidarsi ancora delle forze dell’ordine. Perché diventa sempre più difficile credere che chi agisce in modo violento, chi tollera la violenza, non la condanna, chi non prende le distanze dai violenti in divisa sia una minima di parte di quelli che quando indossano una divisa giurano di essere fedeli alla repubblica, allo stato e di rispettare la Costituzione e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri per la difesa della patria, e in quei doveri non rientra poter massacrare persone a calci e botte e meritarsi pure l’applauso.

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CINQUE MINUTI DI APPLAUSI AL CONGRESSO DEL SAP PER I POLIZIOTTI CONDANNATI –  RENZI AL SINDACATO: “BELLISSIMO LAVORARE INSIEME”. POI CHIAMA LA FAMIGLIA
Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano, 30 aprile


Non è la prima volta che un sindacato di polizia si tuffa senza vergogna nella difesa dei poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi – le scene del Coisp sotto l’ufficio di mamma Patrizia a Ferrara se le ricordano tutti –, ma certo assistere a oltre quattro minuti di applausi, partiti soft e poi diventati una vera e propria standing ovation, fa venire la pelle d’oca. È nato come un insensato tentativo di visibilità mediatica e soprattutto di dialogo con la pancia dei poliziotti, avvelenati per gli stipendi e il blocco del turn over e i turni stressanti, come da anni ci sentiamo ripetere. In realtà il gesto compiuto ieri dal Sindacato autonomo di polizia rischia di dimostrarsi un boomerang nei denti, quelli propri e quelli di coloro che la polizia la vogliono cambiare davvero.
Teatro della commedia dell’assurdo, Rimini, dove il Sap ha deciso quest’anno di celebrare il proprio congresso ed eleggere il nuovo segretario, prima solo presidente, Gianni Tonelli. Ai lavori erano invitati, “come ospiti” precisa con orgoglio il sindacato, i quattro agenti condannati per la morte di Federico, avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005. Erano presenti in tre: Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani. Mancava Monica Se-gatto. Quando Tonelli ha preso la parola per la sua relazione, ha citato quei nomi. Un timido applauso si è trasformato in pochi secondi in un’alzata in piedi.
LA PLATEA di poliziottti-sindacalisti ha omaggiato per quattro interminabili minuti i tre colleghi condannati in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo di un ragazzo di 18 anni. “Omicidio colposo, appunto, non sono assassini – si difendono dal Sap, nel momento in cui la piena dello sdegno li ha già travolti –. Noi rispettiamo la madre e rispettiamo le sentenze, ma che male c’è nella difesa umana dei nostri colleghi?”. Tonelli del resto aveva basato su questo tutta la sua campagna per la segreteria. A marzo, proprio da Ferrara, aveva lanciato l’hashtag #vialamenzogna, una risposta a quel #vialadivisa diventato la bandiera della lotta alla polizia violenta. “L’onorabilità della Polizia di Stato – aveva spiegato Tonelli
– è stata irrimediabilmente vilipesa e solo una operazione di verità sarà in grado di riscattare il danno patito. Alla stessa stregua i nostri colleghi, che noi riteniamo ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito”. Alla faccia del rispettare le sentenze. Tanto che in quell’occasione Lino Aldrovandi, papà di Federico, aveva risposto sulla sua pagina Facebook: “Renzi e Alfano dovrebbero intervenire per rispetto delle istituzioni”.
Così è stato, infatti. Peccato che il premier lo abbia fatto ieri Renzi (o forse il suo staff) ha mandato un messaggio proprio al congresso del Sap: “È una sfida difficilissima (unificare le forze di polizia, ndr) ma sarà bellissimo provarci insieme”. Insieme con chi omaggia tre condannati per omicidio? Infatti in serata è arrivata alla famiglia Aldrovandi la telefonata di solidarietà del presidente. Peggio ha fatto Berlusconi, che ha chiamato direttamente il Sap, pescando voti in una platea a lui già molto vicina. Gasparri, La Russa e Laura Comi sono addirittura intervenuti di persona.
Se n’era appena andato, invece, il capo della Polizia, Alessandro Pansa, che evidentemente non è fortunato quando deve inaugurare congressi: a quello del Silp Cgil, due settimane fa, gli era piovuta addosso la tegola dell’artificiere che aveva calpestato una ragazza durante la manifestazione di Roma. E ieri aveva appena detto che occorre stilare un decalogo di “regole d’ingaggio” per l’ordine pubblico. Ancora una volta, i giochi di potere – sindacale, in questo caso – si fanno sulla pelle di chi ha già sofferto pure troppo. “È terrificante, mi si rivolta lo stomaco – ha commentato con la solita straordinaria lucidità Patrizia Moretti, mamma di Federico –: cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? È estremamente pericoloso”. La famiglia sta valutando se sporgere denuncia contro il Sap.

 

 

E di nuovo non basta più nemmeno la vergogna

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In un paese dove gli eroi dello stato, secondo il presidente della repubblica che sceglie il 25 aprile per parlare di onore riferito a dei più che presunti assassini, sono due accusati di duplice omicidio e dove ad un condannato alla galera perché ha rubato allo stato da presidente del consiglio si consente ancora di spadroneggiare su e giù per l’Italia, di parlare in televisione manco fosse un premio Nobel non deve meravigliare che ci sia chi si mette al fianco di assassini veri, giudicati e condannati da un tribunale. Non c’è da stupirsi di fronte a queste cose: c’è solo da prendere atto che questo è un paese che non guarirà dalle malattie dell’anormalità violenta, dell’illegalità di stato, dell’ingiustizia istituzionalizzata elevate a sistema.
Il potere si regge su queste tre cose, ecco perché nessuna politica, nessun governo agisce per contrastarle sul serio, al contrario minimizza, nasconde, non condanna i suoi apparati, i cosiddetti servitori dello stato e li difende anche quando tradiscono lo stato.

Uccisero Aldrovandi, il congresso del Sap
li saluta con cinque minuti di applausi

La mamma: “Rivoltante”. Renzi: “Governo solidale”. Alfano: “Vicinanza”. Al congresso del sindacato
di polizia che ha applaudito gli agenti condannati, La Russa, Gasparri e Pansa che però dice: “Grave”.

Dopodiché nessuno venisse più a parlarci di poche mele marce e di qualche scheggia impazzita, a proposito di forze dell’ordine violente, assassine. Perché quando un capo della polizia non si mette dalla parte delle vittime dei suoi uomini violenti e assassini, che assiste allo spettacolo di altri suoi uomini che applaudono quattro assassini di un innocente, un ragazzino, significa che non li condanna, che gli va bene così. Nessun rispetto per queste istituzioni che permettono che i morti di stato vengano uccisi non una volta sola ma sempre. 
Ogni giorno.

Quei quattro sono criminali che senza una divisa addosso avrebbero rischiato una ventina d’anni di galera e ne avrebbero scontati almeno la metà, altroché vittime di “una sentenza funzionale al bisogno di vendetta” perché “spesso in carcere non ci vanno mafiosi e criminali” come disse Franco Maccari [il virgolettato è del medesimo], segretario di quel Coisp che andò ad oltraggiare Patrizia Moretti davanti al suo posto di lavoro. E pensare che il giorno della sentenza che condannò simbolicamente Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri per l’omicidio di Federico c’era perfino chi festeggiava la vittoria della giustizia.

Io che sono incensurata, rispetto la legge, non voglio pagare coi miei soldi dei violenti, degli assassini, chi fa l’applauso ai miserabili che hanno spaccato il cuore a calci a un ragazzino né un capo della polizia che sta dalla loro parte. 
In una democrazia civile la polizia e i carabinieri sono al servizio della collettività, per senso del dovere, spirito di servizio, perché è il loro lavoro che hanno scelto di svolgere.
Quando la polizia ammazza e non si condanna da se medesima né viene condannata da uno stato che al contrario mantiene il posto di lavoro a quattro assassini, premia e promuove i mandanti di altre violenze la democrazia non c’è più.
E’ morta anche lei: di stato, uno stato malato dove è pericoloso vivere. In un paese civile non dovrebbe esserci nessuna ragione per temere lo stato e i suoi funzionari. 
In Italia ce le abbiamo TUTTE.

E di nuovo penso ai massacrati al  G8 di Genova [e ai loro massacratori promossi con avanzamenti di carriera], a Stefano Cucchi, alla lista infinita di morti di stato, agli offesi, mortificati, defraudati del benché minimo diritto civile, legale, da parte di chi dovrebbe invece  garantirli i diritti e mi viene un nodo in gola. Io non mi riconosco in uno stato che quantifica la vita di mio figlio meno importante di una vetrina sfasciata,  di una macchina bruciata e poi sputa sul cadavere di mio figlio.

Servizi di stato

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#PresaDiretta è ancora il primo hashtag di twitter insieme a #mortidistato.
A dimostrazione che la gente, anche quella in Rete, si interessa eccome alle cose importanti e trascura volentieri le scemenze di regime.
Basta fargliele sapere.

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Sottotitolo: A tutti quelli che scrivono che sulla Rete ci sono i “cattivi”

Dopo aver visto Presa Diretta di ieri risulta un po’ più complicato valutare come violenza quella scritta in Rete. 
Verrebbe da derubricarla a semplice cattivo gusto e maleducazione. 
E’ molto complicato restare coerenti in Italia. 
Saper dare la giusta considerazione alle cose. 
Ed è alquanto fastidioso leggere oggi i soliti professionisti della carta stampata, dell’informazione dare tanto spazio ad una cosa piuttosto che averla data a quelle che condizionano e complicano la vita reale di tanta gente. 
E che probabilmente, sicuramente, sono la causa di tanta aggressività.

E’ impossibile anche una discussione pacifica in famiglia ormai. 
Ma questo “loro” lo sanno, solo fa più comodo dare la colpa a Internet.
Con mio marito discuto più per la politica che per i fatti nostri.

Certi strilli che non ve li racconto.

Ma non glielo spieghiamo a Toni Jop dell’Unità e a Michele Serra che magari la Rete chiudesse adesso. Non capirebbero.

Singolare poi che quelli che dicono dal pulpito di ignorare e isolare i violenti siano poi gli stessi che corrono dietro ai giovanardi, alle santanchè che in quanto a pensieri violenti non hanno niente da invidiare all’ultimo utente diseredato dei social. Per non parlare delle dichiarazioni/affermazioni del delinquente latitante sui giudici, i cancri, i comunisti che vede solo lui e tutto il resto dell’orribile repertorio che vengono spalmate ovunque PROPRIO perché se ne parli. Ma chi vogliono prendere in giro? Cominciassero loro, giornalisti, opinionisti e intellettuali ad occuparsi delle cose importanti. Il resto poi, verrebbe da sé.

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Riccardo Iacona e Milena Gabanelli in un paese normale sarebbero il direttore e il presidente della Rai. E la gente il canone lo pagherebbe volentieri, invece di considerarlo la tassa più iniqua perché relativa al possesso di un oggetto e non ai contenuti di quell’oggetto.

Guardare Presa Diretta ieri sera mi ha provocato lo stesso dolore di quando ho visto Diaz, che benché sia un film riporta fedelmente i fatti accaduti nella notte degli orrori al G8 di Genova. 

Storie tragiche, di violenza gratuita che spaccano il cuore di tutti, meno però di quelli che avrebbero dovuto e devono restituire giustizia. Non è possibile che indossare una divisa da poliziotto in Italia significhi impunità certa. Tutti prescritti, prosciolti, indultati. Funzionari di stato che ammazzano e massacrano per la vita gente innocente e poi tornano tranquillamente ad indossare la divisa.

Fare il poliziotto e il carabiniere non deve essere l’ultima scelta dettata dalla disperazione di non avere alternative nella vita. Deve diventare una professione, chi sceglie di servire lo stato nelle forze dell’ordine deve avere tutti i requisiti adatti, essere ben pagato, controllato periodicamente e quando sbaglia pagare non come tutti, di meno o per niente ma di più. Proprio perché rappresenta lo stato in qualità di tutore della sicurezza dei cittadini.

I violenti non sono poche mele marce, qualche scheggia impazzita. Perché da una parte ci sono i violenti e dall’altra gli omertosi, e quando qualcuno di loro  ha il coraggio di denunciare paga lui, non il violento e l’omertoso che sapeva ed ha taciuto. Amnesty International ritiene l’Italia un paese “inadempiente” [da 24 anni!] perché non ha mai risposto all’esigenza di istituire il reato di tortura così come ha chiesto anche l’Europa. Ed è proprio per l’assenza di quel reato e grazie ai dispositivi straordinari come l’indulto che i processi che hanno riguardato i funzionari dello stato violenti, mandanti ed esecutori, non si sono conclusi con una sentenza adeguata. Nel paese delle “mele marce” e delle “schegge impazzite” i cittadini non possono avvalersi di un’opportuna tutela legale né ricevere giustizia quando l’assassino non è il maggiordomo ma lo stato.

Anche per quanto riguarda le forze dell’ordine violente un bel po’ di responsabilità ce l’ha, che lo dico a fare, l’informazione. 
In un paese dove la struttura portante, cioè lo stato, sa di avere sempre il fiato sul collo di chi vigila e rende pubblico quel che la gente deve sapere certi orrori non potrebbero succedere. 
Una trasmissione come Presa diretta di ieri sera lascia senza fiato perché qui non siamo abituati ad essere informati così, senza il filtro di quello che è opportuno che la gente non sappia. Invece la gente deve sapere, perché quelle sono cose che possono succedere a tutti. 
E la ministra Cancellieri che pensa ad istituire un nuovo reato per chi ammazza qualcuno quando è alla guida di un’automobile, quando penserà a dei nuovi reati, possibilmente veri e non virtuali, per la polizia violenta che ammazza e dopo non succede niente?

Omicidio colposo quello di chi uccide un ragazzino a calci in testa, sul torace fino a spaccargli il cuore? 
E come può essere normale un paese dove bisogna fare una guerra per riuscire a portare in tribunale degli assassini solo perché indossano una divisa da poliziotto o carabiniere? lo non so se ce l’avrei fatta, al posto di quelle madri, sorelle. No. E’ terribile. Impossibile che cose come quelle possano accadere in una democrazia occidentale.

Perché in quale paese democratico occidentale ad un assassino in divisa oltre a non vedersi mai applicare una sentenza anche quando è ridicola come quella che condanna degli assassini a tre anni e sei mesi – cifra con cui è stata quantificata la vita di Federico Aldrovandi, un ragazzo di diciotto anni – viene permesso di tornare al suo posto di lavoro come se non fosse successo niente? Questi sono argomenti dei quali un’informazione seria si dovrebbe occupare tutti i giorni, invece di star sempre lì a magnificare l’azione di chi arma le mani a degli assassini e poi permette che restino impuniti.

In un paese civile i cittadini hanno il diritto di potersi fidare dello stato e di chi lo rappresenta: da politico e da funzionario qual è un poliziotto. 
In un paese civile non dovrebbe esserci nessuna ragione per temere lo stato e i suoi funzionari. 
In Italia ce le abbiamo TUTTE.

Presa Diretta di ieri sera è un programma che va visto e rivisto, insieme ai figli; per dire ai figli di stare attenti quando escono non solo la sera ma sempre. Non attenti all’uomo “nero”, allo “zingaro” allo spauracchio che viene usato per terrorizzare i figli già da bambini ma all’uomo, e alla donna, in divisa. E mi auguro che anche Alfano e la Cancellieri lo abbiano visto.