Feed RSS

Archivi tag: Twitter

Di empatia, etica, coscienze, “risvegli” ma soprattutto di banalizzazione del dolore altrui

A proposito di Aylan, tre anni, il bimbo morto col fratellino Galip di cinque in Turchia la cui immagine ha fatto il giro del mondo. Io ho scelto di non pubblicarla qui né di condividerla sulle mie pagine social: ognuno ha la sua linea editoriale.

***

Impubblicabile

Sottotitolo: “nell’era social ognuno di noi è media, e ognuno di noi si prende la responsabilità dei contenuti che pubblica. Per la maggior parte chi ha condiviso, almeno dal mio punto di osservazione, ha scelto di farlo perché “il mondo deve sapere”, senza che alcuna informazione approfondita o meno accompagnasse quelle immagini. Chi è quel bimbo, da cosa sta fuggendo, cosa sta succedendo in Siria? Perché decido di “imporre” quell’immagine ai miei contatti? Non so onestamente, quanti di quelli che hanno pubblicato o condiviso conoscano le risposte, si siano posti dubbi prima di usare il tasto “pubblica” o “condividi”. Sui miei spazi ho deciso di non condividere. Avrei voluto scegliere se vedere o meno. Non mi è stato possibile. Alcuni dei miei contatti hanno deciso che era loro missione “risvegliare” la mia coscienza.
Quei contatti li ho oscurati, da oggi non vedrò più i loro contenuti su Facebook o su Twitter”. [Arianna Ciccone – Valigia Blu ]

***

Da qualche parte ho letto che chi non ha cervello non ha nemmeno cuore. Gli altri, chi ha i due organi perfettamente funzionanti si abituano, questo mostrare di continuo la violenza produce assuefazione, nessuno si sofferma più di un secondo sulle immagini di corpi straziati, malnutriti, molti le evitano di proposito. Come scrivevo giorni fa altrove una società tollerante, comprensiva ha bisogno di serenità, e finché saremo qui tutti quanti a doverci confrontare con difficoltà di tutti i tipi dovute alla stessa politica sciagurata che non si attiva per evitare che migliaia di persone muoiano per salvarsi la vita è perfettamente inutile sollecitare delle reazioni in modo violento da parte dei media, spesso gli stessi che tacciono su altre questioni.

In queste ore migliaia di italiane e italiani non sanno che sarà della loro vita fra meno di due settimane, gente costretta a spostarsi di centinaia di chilometri per andare a lavorare abbandonando casa, famiglia, figli, non penso che sia giusto caricare di ulteriori angosce e di colpevolizzare ingiustamente chi già vive in situazioni di disagio, povertà, mancanza di lavoro, del necessario per sopravvivere, chi è malato, sofferente:  specialmente in periodi di crisi ognuno è vittima di una guerra.

Noi non abbiamo nessuna possibilità di interrompere la spirale della morte collegata ai conflitti del mondo, possiamo stare qua tutto il giorno davanti a un monitor e piangere guardando  foto ma niente cambierà, perché chi potrebbe cambiare le cose non lo farà: nessun potere del mondo rinuncerà alla sua quota di morte che si trasforma in profitti economici, questo è, che si sia coscienti o meno. E prima lo capiamo tutti meglio è. 

Se l’obiettivo, il fine di queste continue sollecitazioni violente, non richieste, è costruire una società mondiale fatta di cattivi che edificano il male perché si traduce in soldi,  potere e di gente confusa che non capisce più perché viene accusata ogni giorno e ovunque di cose che non ha fatto né contribuito a fare e nella quale il potere del mondo può agire come gli pare bisognerebbe rivedere la strategia. La diffusione del male, della violenza, dell’orrore  non  aiuta e non risolve. 

Ci si abitua a tutto: anche all’orrore.

***

L’etica della condivisione nell’era dei social

Il rischio di banalizzare l’orrore con la tendenza alla pubblicazione dei contenuti ‘forti’ esiste. E dovremmo quanto meno esserne consapevoli. Nel caso della tragedia al largo della Turchia ci sono differenze tra la condivisione sui social e la pubblicazione o meno delle immagini da parte dei media.

***

Empatia significa anche pensare che qui in Rete non siamo soli, non siamo a casa nostra, fra persone che ci conoscono e che conosciamo, quando  la parola è supportata dalla gestualità, gli sguardi,  quando si può insistere finché non c’è un chiarimento e la comprensione.

Imporre la visione di un’immagine che non abbiamo cercato espressamente perché magari volevamo guardarla da soli senza trasformarla nel soggetto da condivisione e likes  da social è violenza, è impedire agli altri di decidere SE la vogliono vedere, quindi anche una privazione della propria libertà personale, non tutti siamo qui a per farci risvegliare le coscienze.
La maggior parte di noi è arrivata già sveglia, non ha bisogno del tutor che le dica cosa deve guardare per capire.
I social non sono entità astratte, li facciamo noi ogni giorno con quello che scegliamo di scrivere e condividere: regolarsi, specialmente davanti ai drammi, alle tragedie, evitare di imporre ad altri la visione di quello che magari preferiscono guardare privatamente, senza coinvolgere centinaia, migliaia di persone sarebbe solo una bella forma di rispetto che non guasta nemmeno qui.
Come scrive benissimo un amico su facebook: chi ha comprato il Manifesto è, presumibilmente, un lettore del Manifesto e non credo debba essere scosso o convinto di qualcosa, chi non è lettore ne sarà con ogni probabilità un detrattore e, con ogni probabilità, dirà: “guarda questi che speculano eccetera (valutazione sulla quale non concordo, è una libera scelta editoriale)”.
Il bambino rimane lì e genera più retorica di mamma e papà che altro.

Non ho mai cancellato né oscurato nessuno dalle mie pagine web per il contenuto di ciò che pubblicava, a meno che non fosse manifestamente contrario ai miei principi o esageratamente offensivo e, siccome a molti piace tanto la canzonetta del “siamo tutti”  sarebbe il caso di iniziare a canticchiarla anche rispetto a ciò che si scrive e si pubblica nelle proprie pagine, bacheche dei social, blog eccetera.

La foto del bimbo morto sulla spiaggia in Turchia andava portata al vaticano, dai rabbini, agli imam, ai capi di stato e di governo del mondo che scatenano, appoggiano e finanziano tutti i conflitti sull’orbe terracqueo, ai fabbricanti di armi, anche italiani, che continuano a vendere morte nel sud del pianeta e a fare profitto su donne, uomini, bambini morti nelle guerre o perché scappano dalle guerre, non usata per far sentire in colpa chi con quelle morti non c’entra e magari per vendere qualche copia in più di un giornale.

Aspettando il “severo provvedimento” di alfano. Che non arriverà

Inserito il

Il 25 aprile andrebbe sospeso fino a data da destinarsi, ripristinato solo quando si riuscirà a ricostruire una democrazia degna di quella Resistenza antifascista che molti ipocritamente commemorano ma poi non le riconoscono nessun valore. 

***

Dell’uso sconsiderato del web e della leggenda della zona franca dove tutto è permesso io ne scrivo da molto prima di facebook.  Sono in Rete ormai da una ventina d’anni praticamente tutti i giorni e il modus, l’atteggiamento, il modo di porsi della maggioranza dei suoi frequentatori se possibile è perfino peggiorato dal suo esordio quando almeno ci si poteva giustificare con la curiosità del nuovo strumento di comunicazione.

In Rete non bisogna farsi “belli” raccontando balle ma nemmeno mostrare la parte peggiore di sé, quella che ci si vergognerebbe di esibire nel proprio quotidiano o costruita appositamente a beneficio della propria identità virtuale. 
Non si capisce, invece,  perché questo accada puntualmente, tutti i giorni e ovunque, non solo su facebook  dove almeno la maggior parte dell’utenza ci mette faccia e nome perché obbligata da un regolamento che altrove non c’è ma ovunque dove  in troppi approfittano [ancora!] dell’anonimato per scrivere quello che vogliono. 
Basterebbe considerare il web non un mondo a parte ma una parte del proprio mondo, esattamente come i contesti familiari, amicali, lavorativi, comportarsi nello stesso modo.
Ma evidentemente le frustrazioni, il bisogno di trovarsi il nemico da abbattere quotidianamente a parole perché probabilmente chi agisce così non riesce a liberarsi di quelli reali coi gesti concreti hanno il sopravvento anche sul semplice buon senso che dovrebbe appartenere a persone adulte non solo per data di nascita.

Un idiota è un idiota sempre e ovunque, un deficiente, un deficiente anche se pensa di essere simpatico, un violento fascista resta un violento fascista anche sotto mentite spoglie e in quel caso fa bene a nascondersi.

Non è il posto che fa la gente ma il contrario.  Basterebbe ricordarsi di essere persone serie sempre, ovunque e dimostrarlo. La Rete non è il salotto privato di nessuno, è una casa comune e il rispetto deve diventare obbligatorio e necessario come nella vita di tutti i giorni.  La provocazione tout court, le volgarità anche violente espresse contro le persone alla fine diventano noiose e non dovrebbero piacere a nessuno di quelli che si reputano intelligenti e ben disposti al dialogo e al confronto.  I diritti vanno conquistati, quando dietro l’alibi del diritto alla libera espressione si nascondono altre intenzioni, quando ci si fa scudo del diritto di parola per usare la violenza nel linguaggio, quando si esercita la violenza su chi non può difendersi,  quando  si zittisce l’opinione sana  lasciando spazio all’insulto, agli oltraggi, alle apologie fasciste e razziste con la censura come si fa  nei siti dei quotidiani che si dichiarano liberi  ma poi anche loro agiscono per interesse lasciando spazio alla rissa verbale perché “fa clic” quello non è più un diritto: è un abuso.

Se lo stato per primo premia i metodi fascisti utilizzati dalle forze dell’ordine, non punisce i mandanti ma anzi li premia con promozioni e carriere favolose, agli esecutori dà un’amichevole pacca sulla spalla, non gli toglie nemmeno la divisa, permette senza fare un plissè che un sindacato di polizia dopo aver minacciato e diffamato le famiglie di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi faccia anche l’applauso a quattro assassini, se la politica stessa che nella figura di giovanardi e la santanchè è sempre lì  a dire che le forze dell’ordine svolgono correttamente e onestamente il loro mestiere “nel rispetto dei diritti umani e civili”  come si può pretendere il semplice rispetto delle persone che passa anche per la parola?

Presidente Boldrini,  forse c’è qualcosa di più urgente da fare prima di pensare di tradurre al femminile gli aggettivi che descrivono mestieri e professioni, ci sarebbe da cacciare i fascisti dalle istituzioni e dalla subcultura malata e criminale di questo paese. Questo dovrebbero fare la politica e le istituzioni serie  del paese antifascista.

***

Diaz, le ‘mille volte’ di Tortosa: io non mi stupisco – Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano

***

L’insostenibile leggerezza dei social network – Guido Scorza – Il Fatto Quotidiano

***

Cos’è, niente “je suis Tortosa” stavolta?

Eppure, se vale il principio col quale molti hanno avvelenato la Rete dopo la strage fondamentalista di Charlie Hebdo scrivendo che “tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, anche fosse la più spregevole” dovrebbe valere anche per Tortosa, orgoglioso di indossare la divisa e di difendere a mazzate i “nemici” della democrazia, impersonati da chi dormiva per terra una sera di luglio a Genova.
Così come lo stesso principio deve valere per la Saluzzi che deve sentirsi libera di dare dell’imbecille al campione di Formula uno, deve, dovrebbe valere per gasparri che sempre secondo quel principio ha eccome licenza di poter scrivere pubblicamente ad una ragazzina che siccome è grassa dovrebbe mettersi a dieta e di ipotizzare, interrogando i suoi fan, che le ragazze tornate dalla Siria sono due poco serie che la davano a tutti come fa anche salvini quando scrive le sue scemenze razziste sotto forma di domanda.
Così come io che non mi sono mai sentita né definita nient’altro che me sono libera di scrivere che se De Gennaro, il capo della polizia di allora non fosse stato premiato dallo stato probabilmente i suoi uomini in divisa avrebbero perso un po’ di quella sicumera che li autorizza a tutelare l’ordine con le botte, che in un paese dove i responsabili e i mandanti dei pestaggi e degli omicidi di stato pagano davvero non avremmo assistito all’osceno spettacolo dei rappresentanti di un sindacato di polizia che fanno la standing ovation a quattro assassini mai spogliati della divisa e che il segretario del sindacato non si permetterebbe di dire che una legge civile è frutto del furore ideologico. E il presidente del consiglio non si sarebbe mai permesso di ribadire la sua fiducia a De Gennaro mantenendolo al posto che gli è stato regalato in virtù della sua bravura e competenza.

Benché spregevoli quelle di gasparri e salvini sono opinioni proprio come quella di Tortosa che “rientrerebbe mille e mille volte in quella scuola” nonostante una sentenza della Cassazione che tre anni fa stabilì che i fatti accaduti alla Diaz hanno gettato discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero, un’altra più importante di qualche giorno fa della Corte dei diritti umani europea che ha messo nero su bianco quello che sapevamo tutti ovvero che lo stato a Genova per mezzo del suo braccio armato fascista non si limitò a far rispettare l’ordine pubblico e tutelare la sicurezza dei cittadini ma esercitò violenze, tortura, ebbe comportamenti criminali e in quella occasione come tante, troppe altre fu lo stato il nemico della democrazia, non la gente che dormiva per terra in una scuola e che era andata a dire che non le piaceva questo paese, il mondo così com’era, come è ancora visto che da allora sono perfino peggiorati entrambi.

Dai che prima o poi ci arriviamo tutti alla semplice considerazione che no, non esiste quel diritto di poter dire quello che si pensa sempre, soprattutto se chi pensa di poter esercitare quel diritto è gente che per ruolo e mestiere rappresenta lo stato, quello democratico e dovrebbe dare l’esempio, non mettersi sotto il livello di ciò che dovrebbe contrastare.
Prima o poi capiremo tutti quanti che libertà e diritti non hanno niente a che fare con l’espressione della violenza, fosse anche solo scritta e detta a voce.

***

Quando la mela è “sana” come minimo è omertosa, c’è una puntata di Presa diretta sui morti di stato che andrebbe trasmessa nella scuole già dalle medie inferiori.
Perché in questo paese la polizia che picchia è stata sempre autorizzata dai governi di tutti i colori, quando a Napoli durante il vertice Osce ci fu il preludio di quello che sarebbe accaduto quattro mesi dopo a Genova, quando i manifestanti furono portati nella caserma Raniero per essere pestati lontano da occhi indiscreti a palazzo Chigi c’era D’Alema: l’indignato de’ sinistra.
Quindi è inutile nascondersi dietro i propri paraventi dicendo che certe cose possono succedere solo coi governi di destra, ci sono metodi condivisi da tutta la politica che ha sempre autorizzato l’uso violento della forza anche quando non c’è nessun pericolo per la sicurezza nazionale come fu proprio a Genova dove la polizia si comportò come il peggiore dei vigliacchi e infami che colpisce alle spalle.
Ora la politica – nemmeno tutta – arriccia il naso perché dopo i processi farsa, le finte condanne e le promozioni vere, la sentenza della Cassazione che ha raccontato di una polizia che ha svergognato l’Italia agli occhi del mondo è arrivata l’ultima davanti alla quale non ci si può più nascondere, ma l’Italia delle istituzioni non si è indignata nello stesso modo quando a subire la tortura di stato sono stati cittadini singoli, fermati o trattenuti come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini morti di botte e di sistemi coercitivi fuori dalle regole e da qualsiasi diritto, pestati a sangue perché si sentivano male come Federico Aldrovandi e come tutti coloro che nelle questure di tutta Italia da Bolzano a Palermo ricevono il benvenuto dai funzionari di stato in divisa a forza di botte, e quelli che non picchiano ma tacciono e non denunciano i colleghi criminali sono colpevoli esattamente come loro se non peggio.

 

Quante altre volte si dovrà parlare di “poche mele marce”, di “schegge impazzite?”

“Perché, uno non può dire quello che pensa?”  Questo è il tenore dei commenti nei siti on line dei quotidiani relativi alla notizia dei poliziotti penitenziari che gioiscono perché un detenuto, un ergastolano, il rifiuto umano per definizione si è suicidato nonostante fosse sotto la loro tutela. I meschini e tapini invece di fare mea culpa sono andati a ridere nel social,  in Rete hanno suscitato più compassione che orrore come sempre accade quando dall’altra parte c’è il delinquente, il nemico, che sia il ladro, l’assassino, la madre sciagurata che perde la testa e ammazza il figlioletto non fa nessuna differenza. Sempre meglio che il nemico, il mostro sia altro da sé.

Se si togliesse la cronaca nera dai quotidiani molti commentatori del web non saprebbero che farsene delle loro paginette, bacheche dei social. E questo l’informazione ufficiale lo sa, ecco perché la nera viene usata come arma di distrazione di massa, finché la gente si occupa di infierire sul miserabile non ha occhi e attenzione per preoccuparsi di chi nel frattempo mette a soqquadro lo stato e il paese.

Però no, secondo me non sempre si può dire quello che si pensa, se tutti ci prendessimo la libertà di dire quello che pensiamo sempre e a tutti questa sarebbe una società di esiliati costretti a vivere in solitudine, di disoccupati perché immagino che tutti abbiano qualcosa di non piacevole da dire ai datori di lavoro, specialmente in questo periodo. E ai vicini di casa rompicoglioni non vogliamo dire niente? 
Il mondo della libertà di parola sempre sarebbe fatto di gente che proverebbe disgusto e anche odio solo a pensare che esistono gli altri solo perché gli altri dicono quello che pensano di tutti.
Bisognerebbe anche un po’ smetterla con questa leggenda della libertà di parola senza limiti e confini, con la licenza e l’autorizzazione di far dire tutto a tutti perché è meglio sapere che il contrario: non è così e non può mai essere così.
E a me personalmente non frega proprio niente di sapere delle tante miserie e malvagità che trovano residenza dentro cervelli bacati di gente che non si accontenta di ospitarle in silenzio ma vuole farle conoscere a tutti.

***

 

Si può essere d’accordo come scrive Alessandro Gilioli  sulla funzione di valvola della Rete, ovvero finché le cose vengono scritte e non messe in pratica possiamo stare ancora tranquilli, ma non per questo si possono giustificare dei funzionari di stato così come non si dovrebbe coi politici quando assumono le sembianze dei cyberbulli. Il ruolo dovrebbe avere ancora una funzione di esempio, educativo. Qui invece è diventato un immondo carrozzone dove tutto viene ammantato del diritto alla libera espressione, anche quando non è espressione ma solo mera violenza e, tanto meno, manifestazione di libertà. La libertà di espressione la difendo con tutte le mie forze quando è vera libertà e vera espressione del pensiero, utile come può essere quello forte espresso dalla satira che ridimensiona e ridicolizza tutte le forme di potere, anche quello religioso, quando è nobile e invita a riflessioni sulle cose importanti che ci riguardano tutti, quando quel pensiero insegna e invita al miglioramento, non la difendo più né mai la potrei considerare un diritto quando diventa violenza che poi contamina, si fa virale come succede sistematicamente in Rete, ecco perché non credo che i liberi pensatori che un tempo venivano messi sul rogo abbiano sacrificato la loro vita per consentire la libertà di insulto, oltraggio e diffamazione che le leggi degli stati civili considerano reati proprio perché nessuno può considerare un diritto irrinunciabile l’offesa alla persona, il cui diritto quello sì inalienabile di non essere oltraggiata viene prima di qualsiasi presunto diritto alla libertà di espressione.

 

Il risvolto più interessante che fa capire lo stato di degrado irreversibile del concetto di libertà di parola e della considerazione dello stato per gli ultimi, i miserabili circa la squallida vicenda dei commenti pubblicati dai cosiddetti agenti di custodia del carcere di Opera dopo il suicidio del detenuto romeno sono le motivazioni usate per rimuoverli dalla pagina facebook.
Tolti non perché violenti, perché un funzionario di stato preposto alla tutela dei cittadini certi pensieri in testa non dovrebbe proprio averli così come non dovrebbe avere il pregiudizio razzista, nemmeno perché quei funzionari hanno mancato di rispetto non solo ad un morto che ormai non può più danneggiare nessuno ma soprattutto allo stato che ha conferito loro l’onere di svolgere un servizio importante ma per “evitare strumentalizzazioni che avrebbero potuto danneggiare il corpo di polizia penitenziaria”.

Per una questione di immagine, di reputazione, non per vergogna. Ecco perché questa gente va fermata, perché non ha capito che ogni suicidio che avviene nelle carceri, ogni morte che sopraggiunge a maltrattamenti che le forze dell’ordine non sono tenute a dispensare mentre dovrebbero occuparsi della tutela delle persone non sono solo un crimini contro l’umanità ma è soprattutto un fallimento  dello stato che non sa delegare la responsabilità di settori importantissimi delle istituzioni, quelli che si occupano direttamente delle persone, a gente adatta, adeguata al ruolo. L’esistenza di un sentimento forte come l’odio o di frustrazione per le condizioni in cui si è costretti a lavorare non possono né devono mai giustificare le espressioni più violente anche limitatamente a degli scritti come l’augurio di morte o il compiacimento per una morte. La semplificazione rispetto a fatti che meriterebbero la riflessione più profonda da parte nostra che assistiamo ai fatti che accadono e la prevenzione di chi dovrebbe fare in modo che chi svolge una professione delicata possa farlo in condizioni ottimali è violenta e  brutale. Sarebbe più facile per tutti dire “uno di meno” in riferimento a chi ha dimostrato di non avere rispetto per la vita degli altri, però così non funziona, così si scende ancora più in basso di chi commette un reato e di chi commenta un suicidio come un evento da festeggiare, mentre la coscienza civile deve impedirci di metterci allo stesso livello di chi non rispetta la legge e nemmeno le persone.

***

La gabbia (Massimo Gramellini)

La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto. Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

***

“Si è ucciso? Bene, uno di meno” l’ultima vergogna del carcere (Michele Serra)

***

In uno stato di diritto anche i detenuti hanno diritto a vedersi riconosciuti i diritti di persona. 

Da vivi e soprattutto da morti, credo fra l’altro che l’ingiuria ai morti costituisca proprio un reato, non una volgare caduta di stile.
Invece di citare Voltaire ad cazzum circa cose che non ha mai detto sul “morire per” e bla bla bla si potrebbe ad esempio ricordare che l’illuminato filosofo disse, davvero, che la civiltà di un paese si riconosce dalle condizioni delle sue carceri.
Nessuno ci chiede di commuoverci, preoccuparci per la sorte di sconosciuti che hanno violato la legge, di chi ha ucciso, rubato, causato del male, di chi ha usato violenza a delle persone, questa è appunto una faccenda di cui si deve occupare lo stato, il nostro dovere di cittadini è pretendere che lo stato assolva a questa funzione in modo civile.
Che lo faccia per mezzo di persone che non dimentichino mai di avere a che fare con altre persone, anche fossero, spesso lo sono, miserabili, gente che ha commesso delitti efferati, azioni che incutono paura e scatenano una umanissima rabbia solo a pensarci.
Che penseremmo se in un asilo lavorassero persone che odiano i bambini e lo dicono, lo vanno a scrivere sul social?
O se in un ospedale operasse gente a cui fa schifo occuparsi dei malati e lo dice, lo scrive nella pagina social del sindacato di appartenenza?
Saremmo giustamente preoccupati, la stessa cosa a maggior ragione deve valere per chi si occupa di persone costrette dalle loro azioni in una condizione di privazione di libertà, una condizione che li pone in una situazione di inferiorità rispetto a chi sta dall’altra parte del muro di una cella, la loro parola o quella dei loro familiari contro quella del tutore della legge: lo abbiamo visto con Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva e tutto l’angosciante elenco delle persone morte mentre erano sotto la tutela dello stato che poi quando deve prendere provvedimenti contro i suoi funzionari, le cosiddette mele marce, le schegge impazzite si mette il guanto di velluto, non usa gli stessi parametri di giudizio e di condanna come quelli applicati alle persone a cui toglie la libertà.
Non è sicuro un ambiente dove chi si deve occupare dei detenuti per conto dello stato ha in testa i pensieri violenti manifestati dagli agenti del carcere di Opera. Perché se pensiamo che quello esercitato da loro sia un diritto derivante dalla libertà di pensiero, parola ed espressione è inutile poi sbraitare contro lo stato carnefice al prossimo morto per colpa di nessuno mentre era sotto tutela dello stato.

Di Rete, di social, di odio e di balle [soprattutto, le balle]

Inserito il

Preambolo, off topic ma mica tanto: sta facendo più Anonymous contro l’Isis oscurando siti e account jihadisti –  rendendo quindi difficile la comunicazione – di tutte le varie concertazioni diplomatiche parolaie mondiali.
L’informazione mainstream prendesse esempio da loro invece di diffondere l’orrore usando l’alibi del diritto/dovere di informazione, mentre in realtà si tratta solo di pubblicità ai macellai che poi ne traggono altra esaltazione salvo poi inchinarsi davanti all’opportunità di non pubblicare la satira che “turba le sensibilità religiose”.

*****

 

Qualche giorno fa Corrado Augias ha annunciato la sua dipartita da twitter perché, ha detto, non si ritrova nei 140 caratteri e comunque non è il modo di comunicare che preferisce. Solo però ha aggiunto qualcosa di troppo che poteva evitarsi quando ha paragonato il metodo di comunicare del social al pizzino mafioso. E chissà perché la scelta personale di uno deve essere motivo di discredito per chi continua a fare qualcosa che quell’uno ha deciso di non fare più. Un po’ come quelli che smettono di fumare e poi passano la vita a molestare i fumatori.
E’ normalissimo che un uomo di ottant’anni, sebbene di cultura come il dottor Augias non si ritrovi nel modo di comunicare stringato e veloce di twitter ma è altrettanto normale che i figli di oggi, i nati nell’era delle tecnologie avanzate non abbiano nessuna difficoltà a farlo.
Paragonare il tweet al pizzino mafioso è una pessima caduta di stile che l’uomo di cultura avrebbe dovuto evitare.
Sarebbe bastato dire semplicemente di non gradire, di non ritrovarsi appunto nei 140 caratteri come molti, me compresa che non ho mai amato la sintesi nella scrittura, non dire che milioni di persone ogni giorno usano il social per scambiarsi messaggi cifrati o che sono sempre e tutti lì per insultare e insultarsi. 

Se c’è qualcuno che fa un uso sconsiderato di twitter e dei social sono proprio quelli che dovrebbero dare il buon esempio, a partire dai politici e certi giornalisti: i veri cyberbulli sono loro.

Indro Montanelli diceva più di vent’anni fa che se mussolini avesse avuto le televisioni sarebbe ancora qui, ovvero lì, in quell’epoca. La stessa cosa vale oggi per i politici a cui non bastavano le praterie immense dell’informazione asservita, oggi la propaganda se la fanno in casa aiutati  amorevolmente dai giornalisti della stampa amica tipo quelli alla Zucconi che potendo contare sulle migliaia di followers sanno bene cosa devono scrivere e quali temi toccare e come Lerner che la  scorsa settimana ha scritto che chi si è indignato per la presenza di berlusconi al Quirinale lo ha fatto perché “animato da pulsioni vendicative” e non perché un delinquente abbia ancora libero accesso nei palazzi istituzionali. Questo non è comunicare e non è esprimere un’opinione: è terrorismo semantico finalizzato alla propaganda utile al sistema, significa trasformare una sacrosanta repulsione per uno che dovrebbe stare in galera e invece viene pure invitato alla festa a palazzo in una questione personale di simpatia e antipatia, di cattiveria e bontà, odio e amore: le stesse argomentazioni di berlusconi. 

*****

 

La satira, ha detto Dario Fo da Fazio ieri sera non solo infastidisce il potere ma lo angoscia, la capacità di saper portare alla luce contraddizioni, difetti ed errori di persone a cui qualcuno ha dato l’autorità, l’autorevolezza, la possibilità di avere fra le mani la gestione di un paese, del mondo, saperlo fare poi in un linguaggio semplice e alla portata di [quasi] tutti effettivamente è molto “spaventevole”.
C’è il rischio che i vari giochini del potere possano sgretolarsi in un punto qualsiasi e provocare devastanti effetti domino, per il potere.
Ma non è solo il potere della politica ad essere angosciato da linguaggi diversi, un altro settore che risente molto dell’uso della parola semplice, disinvolta e spesso esplicita, chiara è il giornalismo dei professionisti che con l’avvento della Rete, dei social ha perso l’egemonia, l’esclusiva della diffusione di notizie e informazioni.
Da quando i social network, molti blog amatoriali sono diventati punti di riferimento per lo scambio di punti di vista ed idee, della libera circolazione delle notizie, spesso sostituendosi felicemente all’informazione ufficiale il giornalismo, specie quello che ha rinunciato alla sua funzione e deontologia a beneficio del potere ha cominciato ad attaccare l’utenza web, gli articoli che trattano della violenza del linguaggio web, dell’odio veicolato da certi commenti aumentano in maniera esponenziale.
Perfino Rampini, l’inviato di Repubblica, ha sentito l’impellente necessità di occuparsi del problema “dell’anonimato del web che scatena i peggiori istinti”, ieri Zucconi ha twittato che “l’anonimato su un social è la negazione dell’essere social”, concetti sui quali si potrebbe anche essere d’accordo se non fosse che sia Rampini che Zucconi sanno che l’anonimato in Rete è qualcosa di molto effimero, che in presenza di fatti e situazioni che lo richiedono i gestori delle varie piattaforme hanno la possibilità di risalire all’identità reale degli utenti quando e come vogliono.
Lo scettro del preoccupato dalla “violenza web” ce l’ha comunque Michele Serra che ha iniziato da un bel po’ e ciclicamente sente il dovere di mettere sull’avviso circa il pericolo derivante dalla troppa libertà di espressione incontrollata che circola in internet.
Ora io non ho mai fatto mistero dell’inutilità dannosa delle molte volgarità violente spesso al limite, oltre la diffamazione che vengono scritte specialmente nelle pagine pubbliche dei politici, delle trasmissioni televisive ma anche rivolte all’utenza “semplice” nei contraddittori che si sviluppano nelle varie discussioni però, ugualmente, non ho mai creduto alla buona fede di chi sale sul pulpito per avvertire, in special modo se lo fa da giornalista, quindi da persona che pensa di essere autorizzata a farlo, di avere una qualche autorità che gli suggerisce di farlo “a fin di bene”. Esattamente come gli influencers sguinzagliati in Rete dal regimetto di turno appositamente per impedire il dibattito civile, per inserire nel dibattito la propaganda pro o contro quel partito ci sono giornalisti che provano a sminuire le possibilità che offre la Rete  facendo credere che i social non siano poi così utili ma addirittura pericolosi per violenza espressa, tutto questo perché il sistema e il potere non devono essere disturbati da altri punti di vista, opinioni e conoscenza che i frequentatori di internet mettono a disposizione degli altri senza il filtro dell’opportunità circa quello che si può e non si può dire. Non è un caso se i regimi totalitari adottano un controllo severissimo sul web fino ad impedire la circolazione delle notizie e la politica sia da sempre terrorizzata dal fatto che internet non è così facilmente controllabile come i media ufficiali.
Credo, invece, che il giornalista professionista dovrebbe smetterla di considerare l’utenza web un nemico capace solo di offendere, che gli toglie il lavoro o mette in discussione quella bella esclusiva di una volta che consisteva nell’articolo sui giornali che si poteva leggere e basta perché non c’erano i mezzi per far sapere al giornalista, ad esempio, che quello che aveva scritto non era corretto.
Parlare poi dell’odio che viaggia in Rete, della necessità di ripulire i social come se il sentimento negativo relativo alla realtà infame con cui moltissima gente deve fare i conti quotidianamente fosse circoscritto solo qui, che solo qui dentro la gente esprima il suo malcontento è una solenne cazzata, basta farsi una passeggiata per sapere che quel malcontento, le preoccupazioni hanno volti e voci, non corrispondono soltanto ad un account.
Per questo penso che gli addetti ai lavori, che siano politici o giornalisti dovrebbero benedire e ringraziare questo mezzo che “tiene”, ha la capacità di frenare istinti che se messi in pratica fuori dal social sarebbero molto più pericolosi di quanto lo sia la parola scritta, anche la più spregevole, quella che non si può condividere mai.

Non è il posto che fa la gente, è sempre stato il contrario

Inserito il

In fin dei conti i social ricreano in chiave moderna quella che era l’arena di un tempo, il luogo in cui si decideva l’innocenza e la colpevolezza delle persone per mezzo di un gesto molto simile al like di facebook.
Io trovo perfettamente inutile spostare il problema come sempre sullo strumento web, è pieno di casi antecedenti ad internet che si possono paragonare a quello che avviene qui.
Serial killer, assassini di genitori e fratelli che ricevono lettere da ammiratori e ammiratrici, Charles Manson ora ottantenne, più di mezza vita passata in un carcere, satanista, regista e attore fra gli altri dell’omicidio di una donna incinta convolerà a giuste nozze con una ventiseienne che lo ritiene innocente, una vittima.
Pietro Maso, che tolse di mezzo i genitori ha un vero e proprio fan club come pure Angelo Izzo, uno dei responsabili della strage del Circeo, anche lui felicemente coniugato in galera dopo aver commesso altri due omicidi nel paese che un’altra possibilità l’ha sempre data a tutti meno a chi la merita.
L’infermiera di Lugo di Romagna accusata di aver ucciso 38 pazienti riceve regolarmente lettere da ammiratori e ammiratrici in carcere.
Raffaele Sollecito e Amanda Knox hanno ricevuto proposte di matrimonio quando erano in carcere.
Quindi non c’è da interrogarsi sul perché uno che ammazza la sua ex moglie, la madre di sua figlia riceva consensi tramite il web per il gesto criminale, c’è da chiedersi piuttosto come mai ci sia tanta gente incapace di condannare la violenza, di trovare anzi una giustificazione all’atto criminale di sopprimere una o più vite.
Ho letto ieri coi miei occhi in una bacheca di un’ amica un uomo che, relativamente ai problemi di coppia ha scritto: “ci sono situazioni in cui un vaffanculo non basta”. Quindi significa che si legittima il passo successivo, se il vaffanculo non basta ci vuole lo schiaffone, e se non basta nemmeno quello che si fa?
Quante volte di fronte alla violenza, allo stupro ci troviamo di fronte al fatidico “bèh, un po’ se l’è cercata”, perché magari la vittima si veste in un certo modo, ha un fare disinvolto, oppure esce la sera, il che per certi cervelli bacati implica automaticamente dover rischiare la propria incolumità o, peggio ancora, si considerano atteggiamenti che meritano la punizione.
E quando come prima reazione non c’è la condanna ferma e senza ma alla violenza ma si preferisce girare intorno al dramma cercando una motivazione significa che non è la Rete che facilita l’espressione volgare, becera, razzista, violenta ma che tutte queste cose sono dentro chi le manifesta poi col commento e l’apprezzamento. Significa che non dobbiamo considerare nemico il social ma, come sempre, chi lo fa.
Quella stessa gente che poi ci ritroviamo ovunque nella nostra vita quotidiana, non nasce e muore qui dentro.

Quello che è accaduto ieri è solo la conseguenza della fallimentare teoria del “lasciamoli parlare così la gente capisce con chi ha a che fare” da cui si trae ispirazione quando s’invitano nelle pubbliche ribalte persone di cui si conosce esattamente il pensiero. Quando si chiede a giovanardi il parere sugli omosessuali e gli ammazzati di stato o alla santanché sull’Islam. O a salvini sull’immigrazione. Questa perversione di continuare a far esprimere, col solo scopo di aizzare le folle e alzare lo share da radio, tv, social media gente che veicola il pensiero discriminatorio, razzista, violento e che poi viene ripreso e rilanciato da migliaia di imbecilli, le folle, che sanno di poterlo fare perché dopo non succede niente.  I fomentatori della violenza sono i programmi come Piazza Pulita dove si trattano temi delicati e verso i quali servirebbe un grande equilibrio ma che invece si fanno commentare a chi soffia sul fuoco dell’intolleranza violenta. Se un demerito il web ce l’ha consiste nella libertà che offre a tutti di potersi esprimere in tutti i modi,  la possibilità che invece andrebbe un po’ meritata di rendere pubblico quello che un tempo si condivideva in un contesto ristretto, la famiglia, gli amici. La chiacchiera da bar estesa al dibattito, trasformata poi in argomento del quale si parlerà sine die. Cose di una banalità disarmante, tipo di post di Selvaggia Lucarelli che trovano migliaia di adesioni, condivisioni pur non aggiungendo una virgola alla cultura, all’informazione. La Rete una responsabilità ce l’ha in quanto tutti hanno libero accesso alla diffusione dei propri pensieri il più delle volte senza il passaggio essenziale nel filtro della riflessione proprio perché a costo e rischio zero, una volta questo era un’esclusiva di scrittori, giornalisti, gente comunque con un grado di cultura elevato, oggi no. Tutti opinion makers della qualunque. Tutta gente poi che pretende che ogni sua scemenza si possa inserire nella cosiddetta libertà di espressione/opinione sul cui altare viene spesso sacrificata invece la semplice decenza: istigare alle violenze è un reato, non è un’opinione.
Così come non sono opinioni le apologie di razzismo e fascismo.
Quando si capirà questa semplicissima cosa sarà un gran bel giorno.

Ieri si è riproposto lo stesso teatrino del servizio di Chi sulla Madia che mangiava un gelato, un episodio da confinare nell’indifferenza totale che invece è stato oggetto di giorni e giorni di dibattiti,  naturalmente “serissimi”  di tutti quelli che per denunciare uno squallore l’hanno rilanciato migliaia di volte. Un po’ come combattere le volgarità col turpiloquio.

Questo paese è pieno di deficienti, di gente che ha scelto di vivere nella sua ignoranza in cui coinvolge poi tutti gli altri, quelli che s’impegnano a capire,   anche per mezzo delle sue scelte elettorali;  chi ha  cliccato il like all’assassino poi va a votare come anche chi si augura la riapertura dei campi di sterminio per i Rom, l’Italia è profondamente diseducativa per i figli che stanno crescendo adesso.
Non sono solo i crimini il pericolo, la politica disonesta, ma è tutta quella gente che non sa articolare uno straccio di pensiero che sia pulito, anche semplice, non necessariamente di uno spessore culturale elevato ma almeno privo della malvagità ignorante che ogni giorno siamo costretti a leggere qui dentro.
Perché questa non è la Rete, è la vita quotidiana di tutti noi che gente così inquina e avvelena con la sua ignoranza criminale. I complimenti all’assassino sono solo l’ultima conferma di una deriva culturale e sociale difficilmente recuperabile.

IL FEMMINICIDIO SU FACEBOOK E LA DERIVA DEL “MI PIACE” – Gabriele Romagnoli 

Come la caduta di un albero nella foresta aveva necessità di una ripresa televisiva per essere reale, così un femminicidio ha bisogno di un contorno social per fare (ancora) notizia? I like all’annuncio del delitto da parte dell’ennesimo ex marito incapace di rassegnarsi sono altrettante e ulteriori coltellate o soltanto quel nulla in più che però rende il tutto nuovamente scabroso e inaccettabile?

L’assassino, Cosimo Pagnani, anni 32, della provincia di Salerno, non risponde né a queste né ad altre domande. Arrestato, tace. Ferito, non a morte. Da se stesso, in tutti i possibili sensi. La sua è una storia che si ripete, con un’appendice neppure troppo sorprendente. Gli elementi di realtà sono scarni e consueti: un uomo e una donna si incontrano, si amano e si sposano, hanno una figlia, la passione finisce, a uno dei due quel che resta non basta, si separano, lui non lo accetta (accade anche il contrario, ma le Medea sono una contro dieci), quando lei trova un altro il risentimento esplode, dalle recriminazioni si passa alle minacce, dalle urla ai colpi di qualche arma. A rendere particolare la vicenda è il suo svolgersi, parallelamente, nel mondo di Facebook: è lì che tutto si deposita, lascia tracce, monta. Lì adesso inquirenti e media ricostruiscono personalità dell’omicida, escalation della battaglia tra lui e l’ex moglie, modalità del delitto. E rinvengono, a margine, utili a futura memoria, tracce di diffusa imbecillità.

Per spiegare chi sia quest’uomo vengono messi in fila i suoi selfie. Appare in tenuta da caccia e in costume tirolese, ma non è chiaro in quale delle due immagini volesse realizzare una parodia. Lo pervade quella disperazione che abbassa la soglia del pudore, spingendolo a mostrarsi fiero di un nuovo piercing, sullo sfondo delle piastrelle da doccia, testimone un bagnoschiuma, o in tenuta da superatleta, senza il fisico corrispondente, nel tinello. Esibisce ingenuamente le proprie passioni: il fucile appoggiato a un sasso, il paesello visto dalla collina, il furgone con cui lavora.

Con personaggi così in America ci fanno sit com di successo. Ma Cosimo Pagnani ha perduto ironia e amabilità perché ha perduto un ingrediente indispensabile: la famiglia. Ha sostituito i sentimenti ordinari con dosi straordinarie di affetto (per la figlia) e di rancore (per l’ex moglie). È sempre dai suoi post su Facebook che emergono la devozione per la bambina, “principessa”, e l’odio per la donna, che gliel’ha “rubata”. Per comunicare tra di loro i due non usano né telefono né av- vocati, come avviene in questi casi, ai diversi livelli di ostilità. Di nuovo, tutto avviene su Facebook che si trasforma nel loro teatro. Gli amici comuni sono gli spettatori, hanno accesso ai loro dialoghi, li commentano, applaudono chi l’uno chi l’altro. È lei a dettare tempi e modalità di questa recita e rifiutare ogni altra forma di contatto. C’è chi ammira la sua risolutezza, chi solidarizza con l’amarezza di lui, che si sente defraudato ma ritrova la forza di sperare e giura che tornerà “felice da morire”. Non è questo il messaggio più sinistro, il peggio deve arrivare. Se lui fosse rimasto in Germania dove ha trovato lavoro, se i loro scambi fossero rimasti su Internet non sarebbe successo nulla di irreparabile. Con tutta la sociologia demonizzante la Rete può rendere ridicoli e volgari, ma non uccide. Per quello occorre ancora la vecchia, mai obsoleta, realtà. La rappresentazione però esige un finale nello stesso teatro in cui si è svolta e quindi Cosimo Pagnani, sanguinante, manda dal cellulare un ultimo post annunciando il delitto con un estremo insulto alla vittima. Per come tutto è accaduto è una chiusa che gli sembra, e quasi è, necessaria.

Dopodiché parte la reazione del pubblico, per lo più positiva. Il profilo viene rimosso quando ci si accorge che i like sono oltre 300. Qualcuno pensa che siano giudizi inavvertiti, ma un altro frequentatore della rete controlla: solo 32 sono precedenti alla notizia dell’omicidio, gli altri 265 vengono apposti quando la fine è nota. Parlare per questo di social murder sarebbe una sciocchezza: Facebook è uno strumento come lo è un coltello, utilizzabile da un raffinato chef o da un matto. La caratteristica del giudizio emesso in Rete è l’assenza di mediazione, una specie di intercettazione senza filtro, nemmeno della voce al telefono, peggio: del pensiero nella testa.

Schiacciare like è un gesto da scimmia in laboratorio, si reagisce con un istinto primitivo e, quindi, più bestiale che umano. La cosa veramente esecrabile è che dopo, con tutto il tempo per riflettere e agire di conseguenza, decine di siti abbiano pubblicato il post dell’assassino così com’era, insulto postumo incluso. E giudizi morali a seguire.

D’io, cioè lui

“No a lezioni da chi non ha capito b”., dice l’arrogantello toscano. Lui invece l’ha capito così bene da ritenerlo indispensabile per rifare la Costituzione. Quando uno capisce, capisce. Si vede soprattutto dalla faccia. Nella foto l’autoscatto del maniaco compulsivo da twitter subito cancellato ma che qualcuno ha fatto in tempo ad “eternizzare”.

Agli spin doctor di berlusconi, quelli che suggeriscono al personaggio che poi si presenta in pubblico cosa fare, come parlare, come gesticolare arrivavano critiche da tutte le parti.
In molti ci chiedevamo perché non arrivasse mai il benefico calcetto sotto al tavolo, l’occhiataccia ogniqualvolta berlusconi diceva una cazzata cioè sempre.
Renzi in questo senso sta molto peggio di berlusconi che, essendo proprietario di tv e media poteva fare in modo che le sue cazzate diventassero poi cose importantissime e che anche la sua immagine venisse data ai media senza farla risultare più sgradevole di quanto lo sia al “naturale”: infatti c’è riuscito benissimo. Indimenticabile Carlo Rossella che da direttore di Panorama s’improvvisò coiffeur per aggiungere a berlusconi i capelli che gli mancavano in una foto di spalle e che per questo fu anche processato per “piaggeria”.
Oppure quando, in occasione di una conferenza stampa semideserta i solerti funzionari funzionali della tv mostrarono una diversa location per far vedere che la sala era piena di gente.
Renzi però non ha Rossella, non ha Panorama né un sacco di altre cose e nemmeno gli argomenti convincenti coi quali berlusconi otteneva quello che gli serviva per la sua propaganda.
 Il gran lavoro prodotto dai media per far apparire Renzi come il Messia 2.0 è frutto di inspiegabili scelte editoriali,  relative agli ordini di scuderia nelle varie redazioni di giornali e telegiornali, che hanno abolito la critica e il dissenso per la solita teoria napolitana che “o così o la catastrofe” che trasforma chi osa fare qualche appunto al globetrotter in camicia bianca in gufo e rosicone.
Quindi non si spiega la sequela praticamente ininterrotta di cazzate con cui sta portando avanti la sua attività politica. Non si spiega perché nessuno dopo l’ultima [cazzata] in ordine di tempo, tipo la foto twittata e poi cancellata, non spieghi all’illuminato Matt’attore perché sarebbe il caso di farla diventare ultima e basta.
Non si spiega perché la “normalità” a cui si riferiva Alessandra Moretti ieri sera a otto e mezzo – quando ha detto che il modus di Renzi è quello che più avvicina alla gente – sia invece tutto ciò che rende ridicola e poco affidabile una persona con le responsabilità di un presidente del consiglio. Chiunque pubblicasse una foto con quell’espressione sarebbe un cretino. Uno che ha voglia di farsi prendere per il culo. Penso che tutti quanti prima di condividere una foto sui social le diano un’occhiata per assicurarsi che non sia ridicola oltremodo: lui no, scatta e condivide. Il presidente del consiglio. 

Poi si pente e cancella, come se non sapesse che i tre quarti d’Italia sono lì ad aspettare proprio l’occasione per prenderlo per il culo.

Ecco perché non si spiega quel 64% di consensi, relativi ai sondaggi di questi giorni, che non fa di Renzi uno statista ma fa dell’Italia un paese alla canna del gas.

***

Tutti i selfie e le altre bruttezze del Matteo nostro – Andrea Scanzi, Il Fatto Quotidiano

Una cosa più idiota non gli poteva venire in mente. Ma questo sempre perché i nostri cari informatori stanno lì a scaldare i banchi, perché nessuno, a parte le solite rare eccezioni, gli mette mai davanti agli occhi le sue cazzate.

Autogol.

Probabilmente è un problema di narcisismo ingiustificato, o forse di frustrazione adolescenziale da riscattare ora che è famoso, ma – in ogni caso – qualcuno dovrebbe aiutare Matteo Renzi. Il selfie-tweet postato e poi cancellato dopo tre minuti, convinto che nel frattempo qualcuno non lo avesse eternato, è la prova definitiva di un’autostima inversamente proporzionale all’efficacia. Un autoscatto di bruttezza vivida, viso gonfio e sguardo stralunato, roba che neanche il suo nemico più spietato avrebbe mai potuto immaginare. E invece Renzi, due sere fa, ha avvertito (hacker esclusi) l’urgenza di regalare al mondo uno scatto simile.   Poi l’ha rimosso, ma troppo tardi. Sfottò e insulti erano già esplosi: “Questo giocherella col telefono, l’altro giocherellava con la pompetta”; “Ma questo si è completamente rincoglionito?”; “Forse mira all’infermità mentale”. E via così. Notevole anche il “testo” del tweet: “Io”. Come se, guardando quella foto, una persona avesse potuto covare il dubbio che cotanta bellezza non fosse appartenuta al figaccione Renzi bensì Einstein, Clooney o (più probabilmente) Mister Bean.

Verrebbe da chiedersi: davvero Renzi non ha nessuno che lo consiglia? La discrepanza tra percezione di se stesso ed efficacia fisica oggettiva è sempre più marcata. Matteo Renzi sembra sempre più un Bombolo misteriosamente convinto di essere Johnny Depp. La lista dei suoi harakiri fantozziani, spesso celebrati dai media non meno di quando Mussolini si faceva eternare nelle pose più improbabili, aumenta ogni giorno di più. C’è il Renzi che si versa in testa un secchio d’acqua gelata per la Sla, con effetti estetici raggelanti. C’è il Renzi che continua a usare una taglia di camicie (masochisticamente iper-aderenti ) molto più inferiore di quanto potrebbe permettersi, andando così a evidenziare un aumento adiposo inversamente proporzionale alla diminuzione della disoccupazione. C’è il presidente del Consiglio che si rimette la giacca perché gli amici (una volta tanto) gli hanno fatto notare che nello streaming coi 5Stelle sembrava un bombolone sbruffone; c’è il ragazzotto che si strafoga di gelato in un tripudio di tripli menti e pappagorge; c’è il Premier che corre sopra il tapis roulant con agilità da rinoceronte infortunato; c’è il Rottamatore che gioca a tennis come neanche il Ragionier Filini. E tutto questo con l’aria del playboy, del ganzo: del gigolò ipotetico. Come se non bastasse, c’è pure il Renzi democraticamente libidinoso, che (accanto ai tenores del Ppe di bianco vestiti) sbircia le parti pruriginose della Mogherini: i colleghi guardano garbatamente la collega, lui sembra quasi il Fantozzi infoiato. Non ne indovina una, neanche per disgrazia. Renzi potrebbe rispondere che vanta comunque il 64% dei consensi nei sondaggi, e avrebbe ragione. Evidentemente può permettersi di tutto. Ciò nonostante, quel selfie-tweet – e tutto il resto – paiono la dimostrazione che gli specchi in casa sua siano stati tutti creati da Nardella o Farinetti. Qualcuno lo aiuti. Al più presto.

ImageShock

Inserito il

Penso che quello che sta succedendo a Gaza sia un orrore senza fine che dura da troppo tempo per considerare ancora questo un mondo civile.

Penso che sia utile e necessario far viaggiare le informazioni in Rete e non la propaganda che serve solo a sminuire la gravità degli accadimenti, alla fine succede come nella favoletta di “al lupo, al lupo”, e quando il lupo è quello vero ci si crede di meno o per niente.

Penso che ognuno debba fare ciò che sente senza sentirsi in qualche modo obbligato se qualcuno fa di più avendo capacità, conoscenza e possibilità.  E lo fa bene rendendo un servizio utile a chi legge.

Penso anche che sia inutile esagerare fino a farsi sospendere l’account di un social;  non  bisognerebbe mai perdere di vista il semplicissimo concetto che la libertà è qualcosa che si ottiene soltanto rispettando quella altrui; non siamo a casa nostra, e se esistono delle regole anche qui nel web, insufficienti, non sempre giuste perché spesso permettono delle cose a discapito di altre finché siamo qui dentro siamo tenuti a rispettarle.   Bisognerebbe smetterla di considerare censura tutto quello che invece dovrebbe essere relativo solo al buon senso di ognuno.

Qui dentro c’è un mucchio di gente che non ha ancora capito che un social non serve per metterci dentro ogni cosa che ci passa per la mente. Che anche il post su facebook va ponderato, scritto in una certa maniera, che i nostri link non vanno fatti subire visto che poi altra gente è costretta a vederli.

E non ci si può giustificare sempre con l’alibi che l’informazione mainstream non fa il suo dovere.

Il social non è una discarica pubblica dove ognuno può rovesciarci quello che vuole.
Mischiare corpi e corpicini dilaniati dalle bombe coi gattini, fotografie sorridenti di gente in vacanza e tutte le idiozie inutili che passano ogni giorno per facebook è il miglior modo di mancare di rispetto a quei morti e di non sostenere alcuna giusta causa. C’è gente che non sapeva nemmeno fosse la striscia di Gaza però sta lì a cliccare in modo compulsivo solo perché lo vede fare ad altra gente, nello stesso modo ce n’era altra che non sapeva dove fosse il Costarica finché non ha battuto l’Italia ai mondiali. Per combattere l’ignoranza servono le parole, e ne servono tante, solo dopo, eventualmente, si è pronti anche per le immagini. Ma deve essere una scelta suggerita da una vera urgenza, diffondere le immagini di quello che accade in Ucraina ad esempio  diventa urgenza perché in questi casi l’informazione generalista non lo fa davvero, perché non può spiegare con parole semplici alla gente che anche l’Italia è parte in causa nei massacri,  e allora sì, diventa necessario colmare il vuoto creato scientemente intorno ad una situazione insostenibile e inaccettabile. Ma della Palestina e di Israele se ne parla, e non è la fotografia di oggi ad essere rilevante per spiegare una strage di sopraffazione di un popolo nei confronti di un altro che continua da decenni. Non è una guerra quella che accade alla striscia di Gaza ma il tentativo di un popolo di sterminarne un altro, il tutto nell’indifferenza pressoché totale della comunità internazionale perché uno dei due popoli non si può disturbare, semplicemente ricordandogli il rispetto delle regole e della vita umana, anche con le sanzioni che vengono comminate ad altri stati quando se lo dimenticano.
Di tutto  quello che viene diffuso in  Rete non mi fa effetto quasi più niente, ma dover sopportare di continuo l’esasperazione altrui diventa irritante.

Nessuno ci legge di più se urliamo col maiuscolo, se alla foto aggiungiamo il turpiloquio pesante, a nessuno credo piace l’insulto sistematico come modo di relazionarsi. E a nessuno piacerebbe entrare in un posto e ricevere uno sputo in faccia al posto del buongiorno, perché questa è la sensazione che si prova rispetto all’aggressione virtuale.

Ho visto minacce estese alla vita personale, gente che invita altra gente a farsi viva per regolare conti proprio a proposito di ciò che qualcuno ha scritto e postato sulla tragedia palestinese. Poi magari ci si meraviglia e ci s’incazza se vengono sospesi account.
Non si combatte la violenza con altra violenza, anche fosse solo quella verbale o espressa con una foto.

La Rete non può funzionare così, se non s’impara a filtrarsi da soli. E a non credere che ogni cosa che noi pensiamo sia utile lo deve essere poi per tutti. E quello che non lo è deve essere necessariamente censura.  Ho sempre detto che sarei rimasta a fare Rete finché all’utile avrei potuto unire anche il dilettevole, non sopporto chi ha un solo modo per stare qui dentro, quale che sia, anche la troppa serietà, l’interesse verso un solo tipo di problema mi infastidisce, penso che non si perdano dignità né reputazione mostrando anche le nostre debolezze, fragilità, essere anche leggeri ogni tanto è necessario; non si cambia il mondo su facebook, anzi, per come stanno le cose in Rete che viene usata così male, lo possiamo solo peggiorare attraverso il continuo peggioramento di noi stessi.

Per me facebook è anche leggerezza, la battuta, il post d’amore, il video musicale, la condivisione di foto simpatiche, è anche un posto dove faccio conversazione quando scrivo post sui fatti miei ma non dimentico mai che ho una responsabilità nei confronti delle persone che mi leggono. Ed è quella che manca a troppa gente, non solo qui ma in tutto il web dove c’è ancora troppa gente che pensa di dover dare un segno della sua esistenza virtuale solo con l’esagerazione, la provocazione continua. No, non va bene così. Anche la provocazione è un’arte e bisogna saperla dosare. Altrimenti diventa assuefazione, ci si abitua anche all’orrore. La Storia ci ha rimandato le immagini dell’olocausto nazista, è servito forse ad interrompere le spirali di violenza? No, anzi, molti hanno preso spunto da quello per produrne e commetterne altre. La violenza ha anche un fascino perverso, e le menti deboli possono trarne spunto per emularle.

Quindi, sì all’informazione, no però al tentativo di agitare emotivamente le persone costrette a guardare corpi mutilati, dilaniati, spezzettati anche se non hanno scelto di farlo.

Non trovo giusto che la propria libertà e il diritto di passare qualche ora in Rete senza essere aggrediti possano essere tutelati soltanto eliminando gente che non capisce che esistono modi più civili di convivenza anche qui dentro, ma stando così le cose credo sia necessario imparare a difendersi. 

La Rete non è esente da regole, non esiste il diritto all’anarchia totale in un posto dove ci sono milioni di persone e ognuna col suo sentire, la sua sensibilità personale e il suo vissuto che può essere anche complicato e doloroso e che non necessita quindi di un surplus di argomenti che possono provocare ansie e turbamenti.

La Rete non garantisce nessun diritto all’insulto, all’istigazione violenta, all’odio razziale, omofobo, alle varie apologie che si fanno, alla minaccia, anche di morte.

Ma nemmeno quello di mettere all’attenzione della gente tutto quello che noi riteniamo interessante, se quell’interesse poi non è di carattere generale, questo è proprio l’ABC del comportamento che si dovrebbe tenere nella pubblica piazza.
E darsi una regola anche qui non ha niente a che fare con quella censura di cui tutti hanno paura, perché poi quando la censura interviene davvero bisognerebbe domandarsi se è stato fatto tutto quello che si doveva per evitarla.

Il fatto che qualcuno, molti, troppi, abbiano l’insana convinzione che sia necessario guardare per capire anche le ovvietà – se lo fanno in proprio è già un problema – ma che pensano di avere un diritto di mostrare, e che solo così gli altri possano rendersi conto di quello che succede nel mondo penso che sia un modo di fare e di pensare molto presuntuoso, significa avere un’opinione molto bassa della gente che sta dentro un social, ci si arroga il diritto di pensare che non sappia, non abbia un’opinione, non conosca e che sia necessario il supporto di un’immagine per spiegare che ogni persona di buon senso deve stare sempre altrove dalle ingiustizie e dalla violenza.
Ma c’è chi i suoi altrove li ha già trovati anche prima del social, quindi sarebbe meglio non costringere nessuno a fare a meno di chi considera gli altri, i tutti, dei perfetti deficienti. 

– Conflitto israelo-palestinese, la violenza ai tempi di Facebook –

F. Sbandi, Il Fatto Quotidiano

Piccoli corpi martoriati da una brutalità troppo più grande di loro. Sono le tante, troppe, vittime del conflitto israelo-palestinese. Ecco, un articolo (o post che sia) non dovrebbe mai iniziare con un contenuto simile. E mi scuso per il tipo di foto, alla cui violenza visiva ho cercato di sopperire sfocando a dovere l’immagine. Ma era necessario far capire da subito di che tipo di contenuto si stesse parlando, per creare nel lettore familiarità con quanto esperito quotidianamente su Facebook, Twitter e su tutti gli altri aggregatori sociali di violenza indiscriminata.

Nonostante Facebook (in particolare) propagandi delle rigide policy in materia di contenuti più o meno censurabili, lo strazio visivo a cui sono sottoposti quotidianamente gli internauti getta un campanello d’allarme in casa Zuckerberg: Facebook ha perso il controllo dei post e non riesce – o non vuole – bannare contenuti che non hanno ragione di esistere. Sì alla censura di una mamma col seno scoperto che allatta amorevolmente il figlio e no alla censura di un minorenne dilaniato dalla bomba di turno? Criteri quantomeno curiosi.

Non si tratta di essere a favore di Israele o della Palestina, di parteggiare davvero una causa o l’altra. Si tratta di ammettere un limite tecnico delle piattaforme di social networking più diffuse al mondo, che in alcun modo stanno tutelando la sensibilità degli utenti. Facebook in testa.

I più faziosi potrebbero sostenere che, senza Facebook e colleghi, allo stato attuale, l’utenza mondiale sarebbe digiuna di informazioni una volta irraggiungibili. Sia per quantità che per qualità. Giusto. Ma la questione è che l’immagine straziante di turno – con l’uomo decapitato, la donna fucilata, il bimbo squartato, o tutte queste brutalità insieme – non aggiunge niente alla questione israelo-palestinese, perché non fornisce un’informazione e non si rivolge alla razionalità delle persone.Non documenta, sconvolge. Si rivolge al loro cuore, al loro disagio, al loro disgusto. E un utente solleticato sull’emotività non è un utente migliore, né un cittadino più documentato sulla vicenda. È solo una persona che viene scossa e spinta a schierarsi, acriticamente.

Un test cui tutti i lettori potranno sottoporsi? Contare il numero di “amici” e “followers” che si sono apertamente schierati sulla questione negli ultimi giorni, e che fino a poche settimane fa non sapevano neanche lontanamente individuare la striscia di Gaza sulla cartina geografica. Il perché di questo dirottamento dell’attenzione è presto detto: i social network. L’informazione tradizionale ha, come sempre, relegato la questione israelo-palestinese ad un servizio lampo del Tg o a qualche riflessione trascendentale a metà giornale. Perché tanto i giornalisti quanto i lettori hanno mediamente, in Italia, uno scarso interesse a volgere lo sguardo oltre i confini nazionali. Ma questo lo sappiamo. La vera scossa informativa ha avuto come epicentro homepage e diari, timeline e deck. E di informativo ha avuto poco e niente, mentre a scuotere ha scosso eccome. L’agenda di Facebook si è imposta su quella ufficiale, e in parte possiamo esserne lieti. Il punto è chiedersi quanto la deregolamentazione totale dei social network costituisca davvero un valore aggiunto allo sviluppo democratico della coscienza dei cittadini.

Una sorta di rivisitazione 2.0 della vecchia – e apocalittica – teoria dell’ago ipodermico: a un dato input dei media corrisponde un output dei fruitori mediali. L’input è costituito dalla sovracopertura fotografica delle violenze perpetuate in quelle terre lontane. L’output, ad altissimo tasso di emotività, è rappresentato dai tweet furiosi e dagli aggiornamenti di stato al veleno pubblicati a furor di popolo (del web) da quel segmento di utenza più suscettibile a questo tipo di contenuti. Della cui veridicità, tra parentesi, si può spesso sospettare, non essendo quasi mai indicata la fonte.

Se l’art. 8 del codice deontologico dei giornalisti ci ha insegnato qualcosa è che non esiste solo il diritto del cittadino ad essere informato. A monte, esiste il diritto del cittadino ad essere tutelato da pubblicazioni impressionanti e raccapriccianti – come per l’appunto foto e video di estrema violenza – e il diritto del soggetto rappresentato a veder tutelata la propria dignità. Pubblicare la foto di un neonato deturpato non rispetta né la sensibilità dell’utente che dovrà fruirne inconsapevolmente – reo, magari, di aver messo mesi addietro un semplice like a una pagina Facebook che aspira alla chimera di fare contro informazione – né la dignità umana del neonato stesso, il quale nonostante sia deceduto merita comunque il rispetto della dignità della memoria.

La contro-argomentazione potrebbe essere semplice: Facebook non è Reuters o Al-Jazeera e le pagine Facebook non sono amministrate da giornalisti. Ma di questa brutalità fotografica qualcuno deve rispondere. E quel qualcuno non può che essere il proprietario di casa, che come in ogni dimora ha il diritto e il dovere di far rispettate alcune regole di fondo, per la civile convivenza di tutti gli ospiti.

Proprio in questi giorni Facebook ha difeso il suo esperimento sociale del gennaio 2012, in cui ha testato su 700mila ignari utenti l’influenza dei singoli contenuti sul loro stato d’animo. Ebbene, se è vero che a un sentimento negativo dei post proposti in homepage corrisponde un significativo crollo di positività del loro umore, a rigor di logica è nell’interesse dello stesso Facebook che questo tipo di contenuti vengano censurati. Ne va del clima della sua stessa piattaforma, perché un utente insoddisfatto è un utente che rende di meno. Non lo vuole fare per questioni morali? Lo faccia allora per ragioni economiche, che evidentemente gli sono più congeniali.

La strumentalizzazione politica di quei corpi irriconoscibili non rende un servizio alla comunità. Dunque, si ponga un freno a questa pornografia social-e della violenza. Tra la sana informazione e il becero voyeurismo c’è di mezzo il rispetto di chi, questo conflitto, lo sta vivendo davvero sulla sua pelle. Facebook lo faccia per i suoi ospiti, gli ospiti lo facciano per se stessi. Perché prendere atto di una guerra non significa denudarla e metterla in vetrina.