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…e povero [soprattutto] il cavallo

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Sottotitolo: abbiamo tolto all’ex cav. e già preg. cond. [da mo’] la scorta di stato oppure fuori dalle sue dimore continuano a stazionare polizia e carabinieri pagati dai cittadini che non rubano allo stato? Perché siccome  berlusconi si era fatto fare un’altra leggina ad sua personam  che prevede la scorta a vita per gli ex presidenti del consiglio volevo sapere se è valida e applicabile anche per quelli che nel frattempo sono stati condannati alla galera.

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berlusconi si autosospende dalla federazione dei Cavalieri del lavoro.
Gli sta bene, presi per il culo fino all’ultimo per non averlo cacciato quando era ora. 

Anzi, avrebbero dovuto fare meglio e autosospendersi tutti per dare uno schiaffo morale al pregiudicato berlusconi.
Sette mesi non sono bastati nemmeno per avviare la procedura di revoca, le solite vergogne napolitane.

Che vuol dire “autosospensione” poi, che pensa di riprendersi il titolo a sua discrezione?

Napolitano ha perso un’ottima occasione, l’ennesima, per smentire chi da mesi e mesi si domanda da che parte stia il presidente. Napolitano va ringraziato sempre perché in virtù della sua ragion di stato i cittadini italiani sono stati e sono continuamente umiliati, mortificati. In questo paese, lo ripeto, la separazione delle carriere più importante da fare è quella fra cittadini onesti e quelli che non lo sono. 

Solo un personaggio peggiore di berlusconi può descriverlo come un “grande uomo di stato che ha dato lustro all’Italia” come ha fatto brunetta, un altro miracolato per il solo fatto di essere italiano. Perché la storia politica e la vita personale di berlusconi descrivono invece un individuo ridicolo, meschino, privo del benché minimo senso della civile convivenza, bugiardo oltre il parossismo, disonesto per natura, uno che per tenerlo lontano dalle istituzioni bastava guardarlo in faccia, farsi due domande già comprensive di risposte, non serviva nemmeno una legge – ignorata – per tenerlo più lontano possibile dalla politica. Al suo proporsi come “soluzione” della politica devastata dal solito male endemico e incurabile: le ladrate e la corruzione, la connivenza mafiosa che con berlusconi è arrivato alla fase acuta, incurabile, terminale bastava rispondere così come si fa con gli arroganti, i prepotenti. Invece le nostre belle istituzioni responsabili e con un alto senso dello stato non hanno avuto il coraggio di farlo o, per meglio dire non lo hanno voluto o potuto fare.

“Proviamolo, lasciamolo lavorare”, questo lo slogan utilizzato per berlusconi prima e con Renzi adesso che fra l’altro, a differenza di berlusconi non è stato scelto da nessuno, come se poi fosse facile cacciare il dipendente che si dimostra inadeguato, come se fosse sufficiente poi dargli gli otto giorni per rimandarlo a casa. 
Venti anni di mussolini più venti di berlusconi fanno quaranta, e se il trend è questo, poveri noi.

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LO CHIAMAVANO CAVALIERE (Fabrizio D’Esposito)

PRIMA DI ESSERE CACCIATO, L’INTERDETTO BERLUSCONI SI AUTOSOSPENDE DAL CLUB DEGLI IMPRENDITORI ILLUSTRI. ORA NON GLI RESTA CHE IL NOME NEL SIMBOLO DI FI.

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 “La legge 194 dell’86 sull’ordine cavalleresco indica, all’articolo 3, i requisiti per ottenere la decorazione: aver ottenuto una specchiata condotta civile e sociale; aver operato nel settore per il quale la decorazione è proposta in via continuativa e per almeno vent’anni con autonoma responsabilità; aver adempiuto agli obblighi tributari ed aver soddisfatto ogni obbligo previdenziale e assistenziale a favore dei lavoratori; non aver svolto né in italia, né all’estero attività economiche e commerciali lesive dell’economia nazionale.”

E ancora: “Dall’articolo 13 della legge 15 maggio 1986, n. 194

1. Incorre nella perdita dell’onorificenza l’insignito che se ne renda indegno.

2. La proposta di revoca della onorificenza è comunicata 
all’interessato affinché, entro il termine di decadenza di giorni 
trenta, presenti per iscritto le difese da sottoporre alla valutazione 
del consiglio dell’Ordine, che esprime il proprio parere nei successivi 
sessanta giorni.

3. Sono vincolanti per il Ministro dell’industria, del commercio e 
dell’artigianato le richieste di revoca indirizzategli dai soggetti di 
cui all’articolo 5, comma 1, della presente legge.

4. Previo parere del consiglio dell’Ordine e su proposta motivata del
Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, la revoca è 
disposta con decreto del Presidente della Repubblica”.

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 Bisogna fare sempre la solita precisazione: a Tanzi l’onorificenza fu tolta prima della condanna definitiva. Questo particolare non lo riporta mai nessuno. E fa eccome la differenza, alla luce dei fatti odierni. La procedura di revoca doveva partire dalla prefettura di Milano nei cui uffici siede un signore, il prefetto, appunto, che circa un paio d’anni fa aveva dato il permesso per un raduno nazi in uno spazio privato non rilevando nessun rischio per la sicurezza pubblica. Se tanto mi dà tanto, e me lo dà, è facile immaginare, indovinare il perché quel titolo di merito a berlusconi non l’avrebbe proprio tolto nessuno: nemmeno Napolitano. Io non voglio nemmeno parlare dei 37 anni complessivi della nomina, me ne bastano quindici, diciotto, dov’erano queste gentildonne e galantuomini definiti “probiviri” mentre berlusconi veniva indagato, inquisito, processato, prescritto e condannato? Dov’erano quando la sua ex moglie mandava lettere disperate ai giornali lamentandosi dell’uomo malato e del ciarpame senza pudore?  Il 20 febbraio dell’anno scorso avevo aperto una pagina su facebook per chiedere a Napolitano di revocare l’onorificenza di cavaliere a berlusconi: in tutto questo tempo Napolitano ha fatto in tempo ad essere nominato capo dello stato per la seconda volta, a formare altri due governi di larghe intese, le sue, ad accogliere berlusconi al Quirinale nella sua condizione di pregiudicato ma proprio non gli è venuto in mente, non ha trovato il tempo per fare un gesto riconoscente verso gli italiani che non corrompono, non frodano lo stato e non organizzano orge eleganti con le ragazzine  a casa loro.

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– 20 febbraio 2013 –  

Presidente Napolitano, nei presupposti che fanno sì che una persona venga nominata Cavaliere della Repubblica Italiana è contemplato che un nominato cavaliere [del lavoro] possa avere comportamenti pubblici osceni, dire in pubblico cose oscene, offendere le donne in modo osceno, avere pendenze giudiziarie serie, gravi, che per un normale cittadino avrebbero già significato condanne penali e la messa ai margini della società civile?
Presidente Napolitano, da diciotto anni berlusconi contribuisce in solido al discredito e al disdoro del nostro paese nel mondo, si sarà potuto rendere conto coi suoi occhi e da tempo qual è il livello del giudizio che hanno all’estero dell’Italia e degli italiani, dello sbigottimento internazionale che scatta ad ogni performance volgare di un signore che da diciotto anni occupa un posto che, per legge e non per le opinioni di qualcuno, nemmeno gli sarebbe spettato.
Presidente Napolitano, a Calisto Tanzi, colpevole di un reato che ha danneggiato gravemente la collettività, la nomina di cavaliere è stata revocata per indegnità, perché nessuno che abbia compiuto reati è degno di vedere accostato il suo nome alla Repubblica Italiana e quindi in qualche modo rappresentarla.
Presidente Napolitano, ci sono tanti modi per disonorare un paese, non è necessario commettere reati gravi – sebbene nel caso di specie ci sarebbe l’imbarazzo della scelta di quello che c’era ed è stato “aggiustato” per mezzo di leggi apposite e di quello che per fortuna ancora c’è e speriamo che sia la soluzione al problema – dovrebbe bastare aver dimostrato, come silvio berlusconi ha fatto e fa, di non avere nessuna considerazione per questo paese e per la gente che ci vive.
Presidente Napolitano, silvio berlusconi, così come Calisto Tanzi non è degno di rappresentare nessuno se non se stesso, l’orrenda persona senza valori, senza principi morali, senza onestà che è, non pensa dunque che aver fatto un bel gesto civile come quello di revocargli la nomina di cavaliere del lavoro sarebbe stato utile, avrebbe aiutato molta gente a capire meglio la natura del personaggio? non pensa che questo gesto avrebbe riabilitato anche lei agli occhi di tanta gente che ha perso la fiducia per chi avrebbe dovuto tutelare la gente onesta e non, invece, quella politica e tutti coloro che hanno contribuito al disfacimento economico, etico e morale di questo paese? 
Presidente Napolitano, in questo ultimo periodo lei ha trovato il tempo per tante cose, molte non necessarie come ad esempio graziare un diffamatore seriale, recidivo, prima di lasciare il posto al prossimo inquilino potrebbe fare un gesto che passerebbe alla storia, quella bella, di questo paese, un bel regalo agli italiani onesti, togliere quella nomina che, accostata al nome di silvio berlusconi diventa solo pateticamente ridicola e l’unico effetto che produce è ricordarci ogni giorno che viviamo in un paese patetico e ridicolo.

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A BRACCETTO COL DEGRADATO – Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano, 20 marzo

Il cavaliere che non è più cavaliere è come un generale degradato sul campo con sommo disonore. Nelle antiche cerimonie militari venivano tolti al condannato le spalline, i bottoni, i simboli di grado e i distintivi. Le medaglie venivano piegate e buttate per terra insieme al copricapo. E al termine gli veniva tolta la giubba e spaccata la sciabola. Ora, immaginiamo che dopo questa cerimonia umiliante l’ex generale riprenda come se niente fosse la guida del suo esercito tra acclamazioni e squilli di fanfara. E che inopinatamente il comandante nemico gli si faccia incontro con intenzioni tutt’altro che bellicose. E che anzi dopo averlo omaggiato si riunisca con lui sotto una tenda per concordare ambiziose strategie e unire le rispettive truppe in un fronte comune con le artiglierie e tutto il resto. Una scena grottesca, paradossale degna di un film di Woody Allen, ma che in Italia è pura realtà quotidiana. Non occorreva disarcionare Berlusconi per rendersi conto della sua condizione di pregiudicato per reati fiscali infamanti. E ci voleva la comicità involontaria della Federazione dei Cavalieri del lavoro per annunciare la conclusione dell’“iter previsto” dopo otto mesi dalla sentenza della Cassazione, neanche avessero dovuto sgravare un pargolo. E non parliamo dell’“autosospensione”, come se il cavaliere fosse divenuto ex per sua gentile concessione e non per evidente indegnità. Ma per il generale Renzi tutto va per il meglio e se anche al suo ex nemico hanno strappato le mostrine e spezzato la spada fa niente, vorrà dire che per consolarlo gli regalerà la maglia di Cuadrado. Ma il turbopremier si difende dicendo che deve comunque fare i conti con un signore che, degradato o meno, continua a essere votato da milioni di cittadini. E se, al contrario, a riabilitare il reo e a restituirgli l’onore che non merita fosse proprio l’eterno cinismo italiota furbesco, accomodante incapace di dire: io con quello non ci parlo. Che poi sarebbe l’unico modo per costringere il disarcionato a raccogliere la giubba infangata e a tornarsene a casa per sempre.

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Si scrive bellezza ma si legge pochezza, bassezza, tristezza

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Come farà il PPE senza il prezioso contributo del latitante pregiudicato, delinquente e condannato che avrebbe potuto dare qualche suggerimento utile sul tema “Come fregare lo stato da presidente del consiglio per vent’anni e restare impunito come se niente fosse, mine de rien, like nothing happened” [so’ abbastanza europea?].
Mentre se il PPE fosse stato un partito serio lo avrebbe dovuto cacciare quando ha riempito il parlamento italiano di delinquenti come lui, di feccia fascista e razzista che poi va a scorazzare anche a Bruxelles a spese dei contribuenti per collezionare figuracce planetarie, invece di fare finta che quelli di berlusconi fossero partiti normali fatti di gente normale e votati da gente normale.

Berlusconi non va al congresso del Ppe
I giudici gli negano permesso d’espatrio

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E, sempre a proposito di Europa: “presentato il disegno di legge bipartisan firmato da una senatrice del pd, sostenuto da un gruppo di parlamentari democratici e dalla mussolini, che regolarizza la #prostituzione“.
Qui fanno il ddl che regolarizza e in Europa pd, forza Italia, ncd e Sonia Alfano tutti insieme appassionatamente votano la risoluzione UE che criminalizza i clienti.
Le controfigure di se stessi.

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La Grande Tristezza.
Quando le marchette non servono.
Voglio dire, fa un film per denunciare le subculture e poi le rappresenta, a pagamento, anche.

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Se qualcuno volesse anche e solo provarci a fare qualcosa di buono per denunciare l’assenza di cultura, la perdita dei valori, del benché minimo senso di un principio sano in questo paese verrebbe subito stroncato dai maggiori responsabili dello stato attuale delle cose. 

I giornalisti [parlando con pardon] che mentre l’Italia veniva sbranata dalla politica e dalla mafia spesso riunite sotto lo stesso ombrello, devastata dai guastatori della morale e dell’etica pubbliche, sprofondava sotto il peso di sconcezze di ogni tipo, delle ruberie, della corruzione, mentre gli italiani venivano privati di un punto di riferimento positivo sostituito da tutto ciò che appare ma non è guardavano altrove, si occupavano di altre cose, erano perlopiù tutti concentrati a fare l’unica cosa che gli riesce alla perfezione e cioè le fusa ai potenti prepotenti delinquenti; i politici, il sindaco di Roma e anche l’ex podestà alemanno che ha ridotto Roma ad un’agenzia di collocamento utile a sistemare i suoi amici, parenti e conoscenti che commentano il film di Sorrentino sembra che parlino di faccende che non li riguardano, descrivono qualcosa che non esiste se non nelle loro menti inquinate dalla malafede consapevole.

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La grande vuotezza – Marco Travaglio, 5 marzo

Dopo gli Oscar per i migliori film, ci vorrebbe un Oscaretto per i migliori commenti italiani agli Oscar. Provinciali, retorici, cialtroni, pizzaemandolineschi. Un po’ come dopo le partite dei Mondiali quando vince l’Italia: il patriottismo ritrovato, l’orgoglio tricolore, il riscatto nazionale, l’ottimismo della volontà, la metafora del Paese che rinasce, il sole sui colli fatali di Roma. Questa volta però, con l’Oscar a La grande bellezza, c’è un di più: l’esultanza di chi s’è fermato al titolo, senza capire che è paradossale come tutto il film. Ecco: quello di Sorrentino è il miglior film straniero anche e soprattutto in Italia.Il Corriere fa dire al regista che “con me vince l’Italia”, ma è altamente improbabile che l’abbia solo pensato: infatti ha dedicato l’Oscar alla famiglia reale e artistica, al Cinema e agli idoli adolescenziali (compreso – che Dio lo perdoni – Maradona, inteso però come il fantasista del calcio, non del fisco). Eppure Johnny Riotta, sulla Stampa, vede nel film addirittura “un monito” e spera “che la vittoria riporti un po’ di ottimismo in giro da noi”. E perché mai? Pier Silvio B., poveretto, compra pagine di giornali per salutare l’“avventura meravigliosa” sotto il marchio Mediaset. Sallusti vede nell’Oscar a un film coprodotto e distribuito da Medusa la rivincita giudiziaria del padrone pregiudicato (per una storia di creste su film stranieri): “Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati”. Ora magari Ghedini e Coppi allegheranno l’Oscar all’istanza di revisione del processo al Cainano. “Oggi – scrive su Repubblica Daniela D’Antonio, moglie giornalista di Sorrentino – ho scoperto di avere tantissimi amici”. Infatti Renzi invita “Paolo per una chiacchierata a tutto campo”. Napolitano sente “l’orgoglio di un certo patriottismo” per un “film che intriga per la rappresentazione dell’oggi”. Contento lui. Alemanno, erede diretto dei Vandali, Visigoti e Lanzichenecchi, vaneggia di “investire nella bellezza di Roma e nel suo immenso patrimonio artistico”. Franceschini, ex ministro del governo Letta che diede un’altra sforbiciata al tax credit del cinema, sproloquia di un “Paese che vince quando crede nei suoi talenti” e di “iniezione di fiducia nell’Italia”. Fazio, reduce da un Sanremo di rara bruttezza dedicato alla bellezza, con raccapricciante scenografia color caco marcio, vuole “restituire” e “riparare la grande bellezza”. Il sindaco Marino rende noto di aver “detto a Paolo che lo aspetto a Roma a braccia aperte per festeggiare lui e il film, per il prestigio che ha donato alla nostra città e al nostro Paese”. Ma che film ha visto? È così difficile distinguere un film da una guida turistica della proloco?

In realtà, come scrive Stenio Solinas sul Giornale, quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana.

Tanto Gentile e tanto onesto pare

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Quindi anche formigoni il celeste dopo Gentile il cinghiale si dimetterà per senso di responsabilità verso il paese?  

Corruzione, Formigoni rinviato a giudizio (SANDRO DE RICCARDIS).

Tutti quelli che si dimettono nella politica, sempre troppo pochi in verità, dicono di farlo per il bene del paese, mentre il vero bene per il paese sarebbe impedire che gente già inadatta, già inadeguata, già disonesta prima di entrare in politica, come berlusconi, possa anche e solo avvicinarsi alla gestione delle cose di tutti.  Anche berlusconi quando andò via per lasciare il posto al sobrio guastatore in loden disse di averlo fatto per senso di responsabilità verso il paese, infatti l’ultima cosa che fece prima di dimettersi fu riunirsi coi figli, Confalonieri e Ghedini per mettere al sicuro gli interessi degli italiani, cioè i suoi. Ma guai a parlare di conflitto di interessi anche ora che al governo c’è il rinnov’attore, quello che aveva promesso di chiudere con quel passato politico che è stato la vera rovina del paese molto più della crisi economica. Ventiquattro riciclati dal governo del nipote dello zio e quattro – più Lupi e formigoni che ci tenevano a non guastare la media – indagati, ecco il senso del rinnovamento e della rottamazione di Matteo Renzi.  

[Sognando sempre la retata finale, quella sì che farebbe davvero il bene del paese]

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INDAGATI: SONO BARRACCIU, DEL BASSO DE CARO, DE FILIPPO E I RICONFERMATI BUBBICO E LUPI: 4 DEMOCRAT E IL MINISTRO DIVERSAMENTE BERLUSCONIANO.Il governo La Qualunque – Marco Travaglio, 4 marzo

Tonino Gentile aveva ragione: “Io sono trasparente”. Tutto nella sua storia era chiaro e lampante: chi è Gentile, che cos’ha fatto a L’Ora della Calabria, perché Alfano l’ha voluto sottosegretario e perché Renzi non poteva cacciarlo. Il nostro eroe è un ex craxiano poi berlusconiano ora alfaniano che controlla pacchetti di voti con i soliti metodi e ha sistemato l’intera famiglia nei posti pubblici che contano: il fratello Pino è assessore regionale ai Lavori pubblici; il fratello Raffaele è segretario della Uil; il fratello Claudio è alla Camera di commercio; il figlio Andrea è revisore dell’aeroporto di Lamezia e superconsulente dell’Asl (ora indagato per truffa, falso, abuso e associazione a delinquere: la notizia che non doveva uscire); la figlia Katya era vicesindaca di Cosenza, cacciata per una struttura affidata all’ex marito; la figlia Lory è stata assunta senza bando alla Fincalabra dallo stampatore che poi non ha stampato il giornale. Per tacere di nipoti e cugini, tutti piazzati fra l’Asl, la Camera di commercio e Sviluppo Italia. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante. Se Epifani sedesse ancora in Largo del Nazareno e Letta a Palazzo Chigi, Renzi li avrebbe cannoneggiati come quando voleva cacciare Alfano e la Cancellieri (“Siamo su Scherzi a parte?”, “Come si fa a governare con Alfano?”, “Cambiamo verso”). Invece ora il segretario e il premier è lui, dunque ha mandato avanti il portavoce Guerini a dire che “Gentile l’ha indicato Alfano”: come se i sottosegretari non li nominasse il premier. Il guaio è che le pressioni di Tonino il Cinghiale per bloccare la notizia del figlio indagato erano proprio finalizzate a non pregiudicare la nomina a sottosegretario. Poi Renzi l’ha nominato lo stesso: non un plissè sullo scandalo del figlio indagato, né su quello del giornale silenziato. Tonino La Qualunque doveva diventare sottosegretario a ogni costo perché porta voti al governatore Scopelliti, che porta voti ad Alfano, che porta voti a Renzi. È tutto trasparente: un ricatto bello e buono che non finisce con la fuga del Cinghiale.

Il premier che vuole “cambiare l’Italia” s’è messo nelle mani dei “diversamente berlusconiani” che in realtà sono come i berlusconiani, se non peggio (solo Scalfari può nobilitarli come “nuova destra repubblicana”). Quagliariello difendeva il Cinghiale dalla “barbarie” perché “non è neanche indagato”. Cicchitto alludeva alle “pagliuzze e travi”, cioè agli indagati del Pd nel governo Renzi: Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo. Così l’Ncd, che di indagati non ne ha, dava pure lezioni di legalità a Renzi. Renzi è spregiudicato, ma non stupido: sapeva benissimo che Gentile non poteva restare e l’ha fatto sapere all’Ncd. Ma ha preferito che lo licenziasse Alfano, il quale adesso ha il coltello dalla parte del manico: come potrà Renzi tenersi la Barracciu e gli altri tre? L’effetto-domino innescato dall’uscita di Gentile non può che essere benefico. Ma non per Renzi: a meno che non decida di prendere in mano la situazione anziché subirla. Gli basterebbe fare un discorso onesto agli italiani: “Nell’esordio convulso del mio governo, ho gravemente sottovalutato la questione morale, aprendo le porte a gente che doveva restare fuori. Chi vuole cambiare l’Italia non può lasciare che il Sud sia rappresentato da personaggi accusati di abusare del loro potere con rimborsi gonfiati, familismi e clientele”. E accompagnare alla porta Lupi, i quattro inquisiti del Pd e gli imbarazzanti vice della Giustizia, Costa e Ferri. Se non lo farà, invierà al Paese un micidiale messaggio di gattopardismo, simile alla cinica e disperante metafora giolittiana: “Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”. Ieri fra l’altro s’è scoperto che negli anni 80 Gentile era stato arrestato (e poi assolto) per una storia di fidi facili miliardari; e che il giudice che fece scattare le manette era Nicola Gratteri. Renzi ha rischiato di trovarseli tutti e due nel suo governo. Poi Napolitano ha levato tutti dall’imbarazzo: ubi inquisitus, magistratus cessat.

 

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  “Il film che racconta la decadenza dei costumi italiani è stato prodotto da Mediaset. Nuove frontiere del conflitto di interessi.” [Spinoza.it]

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L’illusione della Grande Bellezza –  Cristina Piccino, Il Manifesto

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Come diceva Enzo Ferrari: “gli italiani perdonano tutto, tranne il successo”. Quando non è il loro personale o quando delude le loro aspettative. Oggi forse il vaffa di Servillo alla giornalista di Rainews che cercava la critica un minuto dopo la vittoria del Golden Globe assume un significato diverso. Non certo perché esista un ambito dal quale si deve escludere la critica ma per l’incapacità di molti di saper semplicemente apprezzare una cosa bella quando c’è. La corsa alla critica negativa, alla stroncatura è un evento dal quale non ci possiamo sottrarre mai.

Ma, apprezzare non significa distorcere,  farsi ognuno la propaganda che più torna utile e snaturare il significato di un film, quello originale naturalmente, non quello che gli hanno appioppato i vari maitre-a-pensar tipo Zucconi che, giusto stamattina rispondendo al telefono ad un’ascoltatrice durante la rubrichetta quotidiana che tiene su radio Capital, parlava di un film che descrive solo le brutture di Roma, come se il film fosse un documentario sulle bellezze artistiche trascurate dell’Urbe. Per non parlare dell’esaltazione di un premio sì importante ma che non restituisce affatto quell’ “orgoglio italiano” nel mondo come piacerebbe a quelli che nascondono gli squallori nostrani dietro una coppa vinta nel calcio, una medaglia alle Olimpiadi e la statuetta americana. Addirittura c’è stato chi ha visto nel film di Sorrentino un ritorno all’onestà di berlusconi in quanto produttore del film. Ci vuole altro per riparlare di bellezza, in questo paese. Ad esempio ricominciare a parlare seriamente di conflitto di interessi, in modo tale che registi, scrittori, autori abbiano la possibilità di evitare di far produrre, editare e promuovere le loro opere da chi tutto ha fatto per questo paese fuorché regalargli bellezza. In un paese dove non fosse stato concesso ad uno solo di poter monopolizzare i media ci sarebbero altre produzioni che potrebbero ampliare la scelta, invece no, come per Mondadori  se un autore, un regista, uno scrittore vuole mettere al sicuro il suo prodotto lo deve dare in mano a un fuori legge.   Liberare l’Italia dai conflitti di interessi che non riguardano solo berlusconi, il suo è solo quello più vistoso ma ce ne sono altri ben nascosti dietro, sarebbe già una restituzione di parte della bellezza che manca in questo paese. il fatto che i film candidati all’Oscar siano spesso quelli prodotti da medusa ovviamente non è un fatto che ci deve interessare. Deve essere proprio il più bravo di tutti silvio, ecco perché nessuno ne può fare a meno.

Vale la pena di ricordare, in occasione dell’incoronazione di Sorrentino, che quando uscì Il Divo la Rai e mediaset, che ha prodotto La grande bellezza, rifiutarono il passaggio televisivo del film sulla vita di Andreotti sulle loro reti che fu trasmesso, anche più di una volta, solo da la7.  Forse perché in questo caso si può solo intuire chi ha avuto il “merito” di essere il responsabile di gran parte della decadenza descritta dal film ma non se ne cita il nome né la figura. Ecco perché stasera mediaset, che è di silvio e com’è buono lui,  trasmetterà il film senza interruzioni pubblicitarie. 

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Tutti di corsa sul carro di Jep Gambardella – Andrea Scanzi, 4 marzo – Il Fatto Quotidiano

È un po’ come quando la gente esulta perché in quello stesso bar qualcuno ha vinto all’Enalotto: un misto di tenerezza e follia, perché il neovincitore è uno sconosciuto e dunque la sua vittoria non cambierà la vita di chi sta esultando. Qui però, oltre alla sensazione di straniamento, c’è forse un po’ di malafede. La vittoria di Paolo Sorrentino ha ispirato una quantità torrenziale di felicitazioni illustri (o pseudo-tali): un esercito di chi è felice davvero e di chi simula invece entusiasmo per mettere il cappello sul successo altrui. Magari sfruttandone la scia, magari elemosinando uno strapuntino di attenzione. Giusto essere felici per un premio a un bel film e a un cineasta prodigioso. Meno giusto, o quantomeno bizzarro, che tra i primi ad appropriarsi dell’Oscar sia Dario Franceschini. Certo, è italiano. Certo, è ministro della Cultura. Ciò nonostante, sfuggono i punti di contatto tra Franceschini e la bellezza (non necessariamente grande).

SU TWITTER, Franceschini pareva incontenibile: “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano! Quando il nostro Paese crede nei suoi talenti e nella sua creatività, torna finalmente a vincere”. Non pago di una tale retorica, profusa con generosità invidiabile, Franceschini ha poi aggiunto: “Ho telefonato a Sorrentino per dirgli della mia gioia e ringraziarlo. Al risveglio sarà per l’Italia un’iniezione di fiducia in se stessa”. Particolarmente attiva la politica di quasi-sinistra nell’esprimere giubilo. Così Luigi De Magistris, sindaco di Napoli: “Ringrazio Sorrentino per avere inserito tra le sue fonti d’ispirazione Maradona e Napoli. Da Napoli, la città intera vi fa immensi complimenti”. De Magistris, che pure da candidato sindaco si ergeva a novello “Gunny” Eastwood refrattario alla melassa, è inciampato pure lui nella finzione ipocrita della bellezza come panacea di tutti i mali: “(Sono) felice e orgoglioso per La grande bellezza di Sorrentino e Servillo. È con la bellezza che si sconfigge la crisi morale e culturale”. Non poteva mancare Matteo Renzi, che non ha rinunciato al “maanchismo” nemmeno parlando dell’Oscar: “In queste ore dobbiamo pensare ad altro e lo stiamo facendo. Ma il momento orgoglio italiano per Sorrentino e #LaGrandeBellezza ci sta tutto” (Renzi, da buon politico gggiovane, usa gli hashtag; Franceschini, da buon residuato bellico, no). Meno ilare la politica di destra, che però – non avendo di fronte un regista facilmente etichettabile – si è limitata a qualche affondo qua e là: altri tempi quelli in cui Giuliano Ferrara criticava così tanto La vita è bella da farlo piacere anche a chi non lo aveva amato. C’è anzi chi a destra ha addirittura plaudito, tipo Giancarlo Galan: un brutto colpo per Sorrentino. Ancora più ferale per il regista l’apprezzamento di Alemanno che in una nota ha scritto: “Il modo migliore per portare Roma verso il riscatto civile e verso l’uscita dalla crisi economica è quello di investire sulla sua bellezza e sul suo immenso patrimonio artistico e culturale”. Il profilo facebook di Roma Capitale ha scelto di cambiare la foto di copertina scegliendo quella del film. (Evidentemente non si sono accorti che Roma non ne esce benissimo). Irrinunciabile il plauso di Salvatore Bagni: “Il ringraziamento a Maradona da parte di Sorrentino nella notte degli Oscar farà certamente piacere a Diego, testimonia il rapporto viscerale che c’è tra lui e Napoli, un legame che rimane per tutta la vita”. Claudio Cecchetto ha gridato “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta” (poi ha ballato il Gioca Jouer). Chiara Galiazzo ha prima festeggiato e poi fatto sapere che “adesso posso andare a letto” (ci poteva andare anche prima). Vittorio Zucconi si è amleticamente chiesto se “È meglio vincere un Oscar o uno scudetto? Il Grande Dilemma?” (ahahaha). Oltremodo pregnanti le parole di Emanuele Filiberto: “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano!” (poi si è riposato per il troppo pensare). Saturo di originalità il sermone di Fabio Fazio: “Orgoglio e felicità per Paolo Sorrentino! Ora davvero restituiamo al nostro Paese la grande bellezza! Dobbiamo ritrovarla e ripararla” (amen).

Il fatto che la pellicola non sia tanto sulla grande bellezza quanto sulla perdita di essa, è ovviamente un dato marginale: l’importante è fermarsi al titolo. L’importante è fare il trenino come in discoteca, canticchiando Brigitte Bardot Bardot o – meglio – Ahhh ahhh ahhh ahhh, a far l’amore comincia tu.

 

La grande [e triste] bruttezza

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Che pena i “critici” 2.0 che se la prendono col film di Sorrentino accusandolo di essere poco patriottista perché avrebbe cercato [e per fortuna ottenuto] il successo “gettando fango” sull’Italia descrivendola nella sua triste bruttezza della decadenza morale e civile, nello stesso modo in cui accusano un certo, e purtroppo raro, giornalismo di gettare fango solo perché ci racconta i fatti che riguardano la politica e chi la rappresenta. 

Che piaccia o meno ma a quanto pare piace ed è piaciuta molto, visto che una larga parte di italiani ha votato per diciotto anni un bugiardo puttaniere criminale, l’Italia è anche, soprattutto anzi, quella del film, e l’arte, la letteratura e il cinema impegnato hanno il dovere di mostrare la realtà, soprattutto quando non è bella né piacevole. Per tutto il resto ci sono i cinepanettoni e Checco Zalone. 

Se lo facesse anche il giornalismo sarebbe ancora meglio.

La vera nota stonata è il solito soffocamento da conflitto di interessi di berlusconi. Non è più possibile tollerare il fatto che ci sia chi deve rinunciare a un film, al libro e al giornale per un principio etico, per non contribuire all’arricchimento di berlusconi. Non è più accettabile che un film buono, di qualità superiore sia possibile da realizzare solo dalla casa di produzione targata mediaset, così come non è più accettabile che uno scrittore se vuole farsi editare un libro ed essere sicuro che abbia una visibilità debba farselo pubblicare da Mondadori. 

Il conflitto di interessi inquina tutto, il cinema come l’editoria e un mucchio di altre cose.

C’è gente a cui viene impedito di potersi guardare un film, leggere un libro e un giornale per non far fare cassa a berlusconi. Esiste una cultura etica, e questo è uno dei motivi, fra gli altri e i tanti, per cui una legge contro il conflitto di interessi, non solo quello di berlusconi: sono vari e svariati, non è più rimandabile anche se la politica si guarda bene perfino dal nominarlo.

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 Il «vaffa» di Servillo alla conduttrice di Rainews 24VIDEO

E fa leggermente sorridere chi, in questo bel panorama che ci offre l’italica visuale giornaliera, si scandalizza per il vaffanculo di #Servillo, una parola dal sen sfuggita quando pensava che la telefonata fosse già chiusa. In ogni caso, com’era? “c’è un tempo per tutto”, dunque anche alla critica ad un film che è stato appena premiato. Proprio come ci dicono quando, in presenza di fatti gravi, di tragedie ci permettiamo di commentare senza unirci ad una solidarietà e ad una compassione spesso d’accatto ma parlando di responsabilità e di responsabili che ci sono sempre , dunque facendo delle critiche ma che però non si possono dire. Non subito, almeno.
Ci manca solo l’accusa di sessismo perché il vaffa era destinato ad una donna e poi stiamo apposto. E’ davvero un paese magnifico, questo: ha ragione Sorrentino.

Il presidente cattivo

Inserito il

Dopo quello colluso e connivente con la mafia, corruttore, immorale, disonesto, frodatore, concussore e puttaniere effettivamente ci mancava quello cattivo, meno male che ci ha pensato Confalonieri a dircelo, a farci sapere che berlusconi avrebbe dovuto essere più cattivo, e magari pensare di più ai suoi interessi. Sarebbe carino sapere cosa si sono detti con Napolitano nel recente incontro al Quirinale. Quali sono stati gli argomenti della loro conversazione.

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Mediaset, giudici più veloci della politica
Due anni di interdizione per Berlusconi
 

Confalonieri: “B. doveva essere più cattivo”

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Che intende Confalonieri, un habitué dei palazzi istituzionali al pari di Letta zio, l’altro mentore del delinquente condannato, Quirinale compreso, e non si capisce in che veste lo possa fare e perché Napolitano lo debba ricevere, quando dice che berlusconi “in politica” doveva essere più cattivo? il presidente di mediaset va ad insegnare ai giovani imprenditori – che lo stanno pure a sentire invece di sommergerlo con una selva di pernacchie – come agire in regime di conflitto di interessi. Come se anche i giovani imprenditori non sapessero che berlusconi non aveva proprio nessuna facoltà né il diritto di fare politica, né da buono né da cattivo. E figuriamoci da delinquente, da corruttore, da concussore amico dei mafiosi. E non si capisce inoltre cosa c’è da aggiungere alla cattiveria di uno che ha fatto strame di un paese intero per i suoi luridi interessi. Ma a Confalonieri, uno dei numerosi  cattivi maestri di una classe dirigente da buttare  che può andare a raccontare un mucchio di balle in giro facendo finta di dimenticare che berlusconi nella politica è un’anomalia voluta dalla politica e  che l’alternativa per lui sarebbe stata San Vittore – considerato e ascoltato anche dalle nostre belle e rispettabili istituzioni, questo non basta: voleva un presidente del consiglio a mano armata.

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Chi di gossip ferisce
Marco Travaglio, 20 ottobre

Allora siamo d’accordo: aboliamo il gossip. Almeno quello sulla vita privata. Almeno per chi non lo gradisce e non firma la liberatoria. Se la puntata di Servizio Pubblico con Michelle Bonev servisse almeno a questo, sarebbe un trionfo. Prima però bisognerebbe sapere se B. è d’accordo, visto che il principale editore di gossip è lui; e i suoi giornali usano la vita privata altrui per bastonare o ricattare i nemici (le presunte amiche di Di Pietro, il fidanzato della Boccassini, Sircana accanto al trans, Marrazzo al festino con trans e coca, la Tulliani che guarda storto Fini…) e santificare gli amici (il finto fidanzato di Noemi inventato da Chi, i servizi posati di Silvio, Francesca e Dudù), o semplicemente per far soldi (Panorama. it : “Raoul Bova: divorzio ma non sono gay”; Chi: “Chiara Giordano: Raoul, adesso parlo io”). E poi a imporre come fatto politico, dunque pubblico, la vita privata di B. fu B. nel 2001, quando diffuse in milioni di copie l’opuscolo elettorale “Una storia italiana” col ritratto edificante della Sacra Famiglia. A mandarlo in frantumi provvidero nel 2010 i casi D’Addario-Tarantini e Noemi, poi Veronica che chiese il divorzio e parlò di un uomo malato che va a minorenni. Scandali che gli costarono milioni di voti. Nel videomessaggio del 16 gennaio 2011, alle prime notizie sull’inchiesta Ruby-bungabunga, B. sparò: “Da quando mi sono separato ho uno stabile rapporto di affetto con una persona che era spesso con me in quelle serate e non avrebbe consentito quegli assurdi fatti che certi giornali ipotizzano”. L’annuncio scatenò una guerra all’ultimo gossip fra le pretendenti al lettone, finché la Pascale si aggiudicò ufficialmente l’ambìto riconoscimento. Da allora è tutto un fiorire di servizi fotografici e giornalistici autorizzati sulla Sacra Famiglia ricomposta e prossima all’altare. Se B. avesse rivendicato il suo libertinaggio – “nei miei letti faccio quel che voglio” – nessuna notizia sul tema avrebbe avuto rilevanza pubblica (salvo, si capisce, reati come i rapporti prezzolati con minorenni, i ricatti delle signorine, i pagamenti delle medesime con soldi Rai o Finmeccanica cioè nostri, o corruzioni di testimoni). Invece usò il gossip “B. è fidanzato, ha messo la testa a posto e non fa più quelle cose” come instrumentum regni per attirare voti o evitare di perderne. Per questo, pur con tutto il disgusto del caso, i giornalisti devono verificare se l’edificante presepe è vero o falso. E dare voce a testimoni fin troppo informati sui fatti, come la Bonev, che lo smontano. Ma davvero qualcuno può pensare che Santoro e la sua redazione muoiano dalla voglia di sapere se alla Pascale piacciono più gli uomini o le donne? Nessuno sa se quel che afferma la Bonev è vero o no (se davvero la Pascale la denuncerà, le duellanti porteranno le rispettive “prove” e un giudice deciderà). Però, trattandosi di un’assidua frequentatrice del cerchio magico (fino a pochissimo tempo fa), va purtroppo ascoltata. Anche perché sulla parte più interessante e scandalosa del suo racconto – il finto premio al Festival di Venezia allestito dal ministero della cosiddetta Cultura e il milione buttato dalla Rai per acquistare un suo film quando lei era tutt’uno con B. e B. era tutt’uno con la Rai – non c’è bisogno di prove: raccontò tutto il Fatto tre anni fa. E chi lo scopre oggi per sputtanarla dovrebbe spiegarci perché non lo scrisse allora, quando le doti artistiche della signora venivano decantate dalla stampa e dalle tv berlusconiane. Ma è sempre la stessa solfa, come già per la D’Addario e De Gregorio: i (e le) compari di B. sono tutti santi finché non entrano nello studio di Santoro, poi diventano diavoli. E tutti a scandalizzarsi: ma perché Santoro invita gente così? La risposta è scontata: perché B. frequenta gente così. E B. non è un passante né un trapassato, ma il primo grande rielettore di Napolitano, il partner decisivo del Pd nelle larghe intese e il padrone del governo Letta (vedi Imu). O anche questo è gossip?

E continua[va]no a chiamarlo cavaliere

Inserito il

Il ministro Mauro [lo stesso che disse che per amare la pace bisogna armare la pace]: “servono amnistia e indulto come nel dopoguerra con Togliatti”.

Qualcuno dovrebbe ricordare al cosiddetto difensore della difesa del paese che prima di quell’amnistia c’era stato piazzale Loreto.
Vogliono il remake i lor signori? bene, che sia completo però, proprio nel dettaglio.

Visto che ormai tutti possono dire quello che vogliono per difendere un delinquente pregiudicato ed essere considerati seriamente, io mi prendo la libertà di dire che l’amnistia di Togliatti è una delle cause che hanno condotto l’Italia alla rovina attuale.

Andrebbero cacciati a pedate nel culo solo per aver chiesto la revisione di una legge [parlando con pardon] che non ha nemmeno un anno di vita:  per manifesta incapacità.

Quella specie di legge che in un paese normale non dovrebbe nemmeno esistere perché va da sé, o quanto meno dovrebbe andarci che o fai il delinquente o fai il politico, entrambi i ruoli sono incompatibili ma nel paese subnormale ci vuole una legge che lo stabilisca, il buon senso e l’etica istituzionali non bastano o più probabilmente non esistono, è stata sottoscritta appena otto mesi fa da tutto il parlamento.

Nel paese subnormale dove ci sono leggi che fanno riferimento niente meno che al regio decreto di un secolo fa e vengono financo applicate, la politica pensa che sia utile rivedere e ammodernarne una appena nata perché come tutte le leggi va a disturbare i criminali: anche il più delinquente di tutti che ancora oggi può dire, perché glielo fanno dire, che è innocente e che deve essere il popolo a decidere.
Come ai tempi di Ponzio Pilato.

Nel paese subnormale una questione attinente alla violazione del codice penale deve essere risolta, secondo i favoreggiatori del pregiudicato condannato politicamente, non come sarebbe giusto fare, lasciarla nell’ambito in cui deve restare ovvero quello della Magistratura che fino a prova e Costituzione contrarie è un potere dello stato ma indipendente, pensato e voluto così dai veri Padri di questa patria maltrattata e sciagurata proprio perché deve agire in completa autonomia, avere la possibilità di condannare o assolvere il ricco come il miserabile.

A meno che il ricco non si chiami silvio berlusconi.

Quando Orwell ha inventato di sana pianta il concetto del “bipensiero” è stato un genio vero, nell’accezione più completa del termine.

Se avesse la fortuna di vivere oggi, adesso, qui nel fantastico mondo di Italialand si potrebbe rendere conto di quanto è stato facile trasformare la sua teoria immaginata in tecnica pratica applicata, di quelle raffinatissime fino a sfiorare la perfezione, e anche lui, credo, avrebbe fatto il tifo per la Rete, l’unico strumento in grado di dimostrare il pensiero originale e quello modificato successivamente per tentare di nascondere la verità.

Se questa è una democrazia

Inserito il

Dieci turni di squalifica ad un calciatore per insulti razzisti a un avversario: la federcalcio meglio del parlamento che non squalifica nessuno.

Amici dei mafiosi, corrotti, corruttori, evasori e anche razzisti, omofobi, xenofobi e fascisti hanno sempre il loro posto assicurato.

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Sottotitolo: “Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole.
Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello di uomo a uomo.”

[Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene – Capitolo 41: Come si prevengano i delitti]

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Vita di B, l’evasore-corruttore
Da Craxi a Mills fino alla frode del fisco

La carriera del Cavaliere: ha fondato l’impero sui fondi neri poi ha pagato politici, giudici e finanzieri
Ha cancellato 9 procedimenti cambiando le leggi. Ecco perché la sentenza in Cassazione non stupisce
Riunita la Giunta per la sua decadenza da senatore: “Ha 20 giorni per difendersi. A settembre il voto”

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Il Cavaliere piangente

Sarebbe corretto, necessario anzi che qualcuno spiegasse agli italiani secondo quale logica, quale legge, quale regola da paese democratico  un condannato in terzo grado abbia avuto la possibilità di andare in tv a reti unificate per fare i suoi soliti proclami sulla sua finta innocenza e squadernare la solita sequela di insulti ai Magistrati senza un contraddittorio, senza un giornalista arbitro ma soprattutto senz’alcun diritto di poterlo fare visto che non risultano precedenti di questo tipo e tutto quello che è stato detto a commento è che “berlusconi è stanco e provato” mentre un giudice deve andare sulla croce, subire procedimenti disciplinari non per quello che ha detto ma per quello che non ha mai detto.

Il politicamente corretto non paga, se parte del discorso riguarda berlusconi e i suoi sgherri.

Poveri miserabili quelli che in tutti questi anni si raccomandavano come l’ultimo dei vigliacchi di abbassare i toni mentre l’altro, l’interlocutore fuorilegge, il delinquente, il mestierante della menzogna urlava più forte.

Lo faceva, continua a farlo da condannato con tutti i mezzi che ha e malgrado e nonostante tutti sappiano chi è realmente e quanti danni ha prodotto c’è ancora chi abbassa gli occhi e riverisce il prepotente delinquente.

Anche adesso, in queste ore c’è chi non trova assurdo e contro ogni principio democratico, civile, di rispetto per le istituzioni che ci sia chi attacca un giudice colpevole di niente mentre lui, il vero colpevole, silvio berlusconi, può godere della sua libertà, delle sue ricchezze ottenute anche per mezzo della frode, trova giornalisti compiacenti che gli danno la parola, pare che qualcuno stia organizzando addirittura pellegrinaggi pro delinquente sulle spiagge italiane.

Mi piacerebbe sapere in quale altro paese un condannato alla galera e la sua gente a libro paga avrebbero la possibilità di andare in televisione, di organizzare manifestazioni abusive  per propagandare un’innocenza inesistente  dopo una condanna definitiva e chi deve garantire il rispetto della legge, di una sentenza, sta a guardare senza intervenire, senza un’azione concreta che metta fine a questa sceneggiata disgustosa.  E a chi sarebbe consentito fare tutto questo anche in questo paese. 

E in quale altrove  sarebbe possibile che  un parlamento e la presidenza della repubblica da settimane siano concentrati unicamente sul modo per salvare il delinquente da una condanna ridicola rispetto alla mole di reati accumulati da silvio berlusconi.

In  quale paese dei balocchi un presidente della repubblica come prima dichiarazione post sentenza avrebbe chiesto una riforma della giustizia, quasi a lasciar intendere che con una giustizia diversa, riformata ma più che altro deformata come piacerebbe ai lor signori berlusconi non sarebbe stato condannato.

E mi piacerebbe sapere dove sono quelle e quelli sempre pronti a mettersi di traverso contro tutti e tutto quando si muovono le giuste critiche a chi dovrebbe garantire per il paese e difendere la Costituzione ma di fronte a questo scempio, al mondo che guarda allibito, incredulo, che non si spiega perché quello che nel resto del mondo è normale qui debba diventare eccezionale, hanno scelto di tacere.

Di rendersi complici del delinquente che infama lo stato, il paese e tutti i cittadini onesti.

Ipocriti che si tengono in casa la peggior feccia e poi pretendono di impartire la loro morale difettosa, che accettano e tollerano senza fiatare che la feccia partecipi alle decisioni importanti, che metta la sua firma in quelle leggi che poi dovrà rispettare gente infinitamente migliore di loro non foss’altro perché onesta.


Ecco perché finché anche l’ultimo disonesto, cialtrone, volgare mantenuto parassita non avrà abbandonato la casa di tutti, molto più nostra che siamo quelli che pagano e li pagano che di chi la usurpa, nessuno dovrebbe mai più parlare di rispetto, di regole, di quello che è opportuno fare e dire in parlamento e quello che non lo è.
Per decenza, mica per altro.

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Il pregiudicato innocente
Marco Travaglio, 8 agosto

Poniamo che in un qualunque processo, uno degli 80mila che celebra ogni anno la Cassazione, un giornalista chiedesse a un giudice perché ha confermato la condanna di Tizio e il giudice rispondesse: “Perché era colpevole”. Che farebbero i giornali? Non riprenderebbero nemmeno la notizia, essendo assolutamente ovvio che un giudice condanni un imputato che ritiene colpevole. Sarebbe strano il contrario, e lì sì che si scatenerebbe il putiferio, se cioè un giudice che ha appena condannato Tizio dichiarasse: “Secondo me era innocente, ma l’ho condannato lo stesso”. Il guaio del presidente Esposito è che il suo non è un processo normale, perché l’imputato si chiama B., che ha nelle sue mani, o ai suoi piedi, il 90% dei giornali e delle tv. Dunque diventa tutto uno scandalo anche la normalità: un giudice che conferma la sentenza d’appello che condanna B. perché non solo sapeva, ma era il “regista” e il “beneficiario” di un gigantesco sistema di frode fiscale durato anni messo in piedi da lui; e poi spiega off record a un giornale scorretto (che concorda con lui un testo e poi ne pubblica un altro e continua a non divulgare l’audio integrale da cui risulta che il giudice non rispondeva a una domanda su B.) che la conferma non si basa sulla sciocchezza del “non poteva non sapere”, ma sulla prova provata che B. sapeva (anzi, ordinava). Non solo, ma il fatto di ribadire che B. era colpevole perché sapeva, anzi ordinava, diventa la prova che B. era innocente perché non sapeva e non ordinava. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da sbudellarsi dal ridere. 

I giuristi di corte, quelli che non distinguono un codice da un paracarro, sono scatenati. 

Per Sallusti, un giudice che dà del colpevole a un pregiudicato è, nell’ordine: “scorretto, illegale, vile, inadatto, pericoloso, imbroglione, indegno, scellerato, bugiardo”, da “radiare dalla magistratura”, mentre la sentenza decisa da lui e da altri 4 giudici (da lui contagiati per infezione) “non dovrebbe avere nessun valore” e va “annullata” come sostengono “alcuni giuristi” di sua conoscenza (Gambadilegno, Macchianera e la Banda Bassotti al completo). Belpietro, altro giureconsulto di scuola arcoriana e libero docente di diritto comparato, ha saputo che “in altri Paesi ciò costituisce immediata causa di ricusazione del magistrato o di revisione della sentenza”: poi però non precisa quali siano, questi “altri paesi” della cuccagna dove un giudice che parla dopo invalida la sentenza emessa prima. Intanto B., sempre in guerra contro la legge ma soprattutto contro logica, sostiene che questa è la prova che “la sentenza era già scritta”: ma se fosse già scritta, perché accusa Esposito di aver parlato prima di scriverla? Strepitoso il duo Brunetta & Schifani: invocano punizioni esemplari contro Esposito perché ha parlato e contemporaneamente una fantomatica “riforma della giustizia” per proibirgli di parlare: e così ammettono che nessuna norma gli vietava di parlare. Secondo Franco Coppi, il fatto è “inaudito” perché “non s’è mai visto un presidente di collegio che anticipa la motivazione della sentenza”: invece s’è visto un sacco di volte. L’ultima, quando il presidente della Corte d’appello di Perugia, Claudio Pratillo Hellmann, all’indomani della lettura del dispositivo della sentenza che assolveva Amanda Knox e Raffaele Sollecito per il delitto di Meredith Kercher, incontrò pubblicamente i giornalisti per spiegare perché i due erano innocenti e i giudici di primo grado avevano preso una cantonata.

Ma la farsa non finisce qui, perché la premiata ditta B&Coppi& Ghedini vuole ricorrere alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Grande idea. Oltre ad aver respinto tre ricorsi di Previti contro le sue condanne per Imi-Sir e Mondadori, la Corte di Strasburgo il 29 maggio 2012 ha dato ragione a un pm dell’Estonia accusato di aver rilasciato interviste e dichiarazioni alla stampa e alla tv su una sua indagine contro un giudice corrotto, condizionando i giudici e violando la presunzione di innocenza. E, secondo la Corte, fece benissimo perché l’opinione pubblica “dev’essere informata su questioni di interesse collettivo”, come le inchieste su personaggi pubblici; e, se il magistrato indica “le accuse all’imputato”, non pregiudica i suoi diritti. 

Figurarsi se un giudice parla di un pregiudicato. Si spera dunque vivamente che B. ci vada davvero, a Strasburgo. 
Troverà pane per i suoi denti: fortuna vuole che Strasburgo non sia in Italia.