Una volta in paradiso ci andava la classe operaia: oggi ci vanno i boss della malavita

Penultim’ora: sindaco, prefetto, questore e ministro dell’interno non si sono dimessi, però è stata sospesa la licenza all’elicotterista spargifiori in quanto il volo non era autorizzato.
L’unica cosa fuorilegge ieri a Roma erano i petali di rosa.

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Ricordiamoci della vergogna di ieri quando la prossima volta il questore, il prefetto o il ministro dell’interno vieteranno “per questioni di ordine pubblico” una manifestazione pubblica, democratica, alla quale partecipano persone perbene:  studenti, operai, insegnanti malmenati e offesi dalle forze dell’ordine e non un branco di criminali ai quali ieri nessuno ha torto un capello.

Il prefetto di Roma “non era stato informato”, la Curia scarica tutto sul parroco di quella stessa chiesa che negò il funerale religioso a Piergiorgio Welby  che, poverino, “non sapeva” che stava per dare l’estremo saluto ad un criminale con tanto di banda sul sagrato che intonava una sobria melodia come “Il padrino” e la gigantografia appesa sul portone.

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Cavalli e Rolls Royce: l’addio al boss Casamonica
Welby smentisce la Curia: ‘Poster lì dalla mattina’

Chissà che faceva il don mentre organizzavano la scenografia.
Ieri  Roma è stata subaffittata al clan criminale che da decenni se la comanda con l’estorsione, il traffico di droga, il racket della prostituzione e del gioco d’azzardo, l’usura, gli omicidi, i furti: un migliaio e forse più di persone coinvolte in tutto ciò che è criminalità pesante fino alla banda della Magliana a Roma e dintorni, che hanno costruito un patrimonio gigantesco col quale perpetuano l’ottima tradizione di famiglia e nessuno se ne assume la responsabilità. Muore il capostipite del clan criminale e il prefetto aspetta che gli arrivi l’informazione, la telefonata.
È lo stato che controlla i criminali o il contrario?

Monsignor Galantino non ha niente da dire sui “furbi cooptati” e ancorché criminali ai quali la chiesa non nega e non si nega?
Chi ha dato il permesso per la pagliacciata grottesca dei funerali del boss Casamonica con tanto di elicottero dispensatore di petali di fiori a volteggiare in uno spazio pubblico sulla Capitale d’Italia?  Dice il parroco che ha officiato il funerale al boss che “la pietà non si nega a nessuno”, meno però a Piergiorgio Welby, colpevole di non aver voluto continuare a non vivere. Siccome non era bastato lo scandalo di Enrico De Pedis detto Renatino, il boss della malavita che trovò posto da morto nella chiesa di sant’Apollinare sempre a Roma, che fu tolto da lì dopo ventidue anni durante i quali non fu possibile sapere perché un criminale assassino aveva potuto trovare posto fra papi e santi nella casa di Dio perché nessuna inchiesta trovò le risposte, impedite da numerosi fatti “contingenti”, ieri la chiesa ha ribadito qual è la sua idea di famiglia tradizionale e di misericordia.

Ringrazierei i Casamonica per aver tolto anche l’ultimo velo al gigantesco e millenario bluff della chiesa cattolica ipocrita, dalla doppia e tripla morale applicata soprattutto alle possibilità economiche dei suoi frequentatori e poco importa di chi sono i soldi se da oggi stesso le chiese d’Italia e del mondo si svuotassero. Così come avrei ringraziato quelli che hanno pensato che berlusconi poteva essere la risposta giusta alla politica inconcludente, incapace e disonesta se dopo di lui, l’altro mostruoso bluff venduto per politico, imprenditore capace e brillante mentre non era e non è altro che l’ennesimo inconcludente, incapace ma soprattutto disonesto personaggio del grande horror che è la politica di questo paese gli italiani avessero dimostrato maturità nelle scelte, desiderio di un cambiamento vero per rifare questo paese disastrato e disgraziato.
Ma non è così: le chiese non si svuoteranno e la maggioranza degli italiani continuerà a mandare al potere il pifferaio di turno che dice le cose che la gente vuole ascoltare, esattamente ciò che fanno i cosiddetti referenti di Dio dai loro pulpiti anche se poi alle parole non seguono mai fatti concreti, anzi l’azione successiva alle parole non va mai nella stessa direzione ma in quella opposta.
La cerimonia del boss criminale che dopo Roma si merita niente meno che il paradiso ci racconta la storia non solo di Roma ma di un paese che viene segnato da chi ne calpesta strade, piazze, da chi ci vive, lo forma, lo trasforma e lo deforma.
Evidentemente è questa l’Italia che piace agli italiani.
Io stanotte ho dormito pochissimo, questa faccenda mi ha disturbata nel profondo, uno spettacolo osceno che ribadisce, semmai ce ne fosse bisogno, che l’Italia è un paese abbandonato prim’ancora che dai suoi cittadini dalle istituzioni arroganti e oltremodo ciarliere di fronte alle piccolezze ma che chinano il capo silenti davanti al boss e, se esistesse davvero un Dio lo farebbe volentieri pure lui. 

Lo stato col crimine si trova perfettamente a suo agio, fatelo sapere anche a Mattarella che parla di lotta alla corruzione, alla mafia e perfino al terrorismo islamico.
Nel paese dove lo stato contrasta davvero il crimine cose come queste non si fanno perché lo stato per primo non lo permetterebbe.

So che è noioso e banale ripeterlo ma [nel paese normale] prefetto, questore, sindaco e ministro dell’interno si sarebbero già dimessi per manifesta incapacità.

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Giggin’ ‘a manetta

Giggin’ ‘a manetta è l’affettuoso soprannome col quale la malavita campana chiama Luigi De Magistris, segno evidente che la sua azione sul territorio non è passata inosservata.

Un certo linguaggio però non è un’esclusiva della malavita, da un po’ di anni a questa parte, che casualmente coincidono con l’ascesa al potere politico di uno che con certa malavita ha intrattenuto rapporti molto stretti, amichevoli e familiari è tendenza abbastanza comune quella di definire giustizialisti tutti quelli che non pensano che chi combatte la criminalità sia affetto da una sorta di perversione, di passione insana  per le manette ma che sia perfettamente da paese civile e normale che i delinquenti vengano perseguiti da chi rappresenta la legge. Che non sia normale il contrario e che nessuna ragion di stato dovrebbe consentire allo stato di escludere dalla lotta alla criminalità e alle mafie coloro i quali, grazie alla debolezza e all’opportunismo di chi sapeva di poterci guadagnare qualcosa si sono accostati alla politica, sono entrati sfondando la porta anche se non avevano i requisiti ottimali per potervi accedere, col risultato di trasformare il parlamento nel rifugio ultimo di chi aveva problemi con la legge e che, grazie alla carriera politica si è garantito la sicurezza di restare impunito, o, come nel caso di berlusconi condannato per finta e per scherzo. 

Un parlamento che nel tempo si è riempito di  inquisiti, indagati, condannati per reati contro lo stato, di criminalità comune, truffatori, evasori, frodatori, puttanieri, collusi con le mafie e la criminalità, amici personali di personaggi che una persona normale si vergognerebbe di conoscere di vista. In italia per vent’anni abbondanti ha imperversato una classe politica indecente che ha  messo la firma su leggi altrettanto indecenti e che successivamente sono state cassate, rese nulle da quella Consulta che da ultimo baluardo del diritto si vuol trasformare nell’ennesimo approdo per chi dei diritti se ne frega allegramente. Ovviamente solo quando riguardano gli altri, perché per i loro è sempre stata un’altra storia. Quello che accade oggi a De Magistris è il risultato di vent’anni di malgoverno, di assoluto disprezzo della Costituzione, di un sistema informativo che si è reso complice diffondendo l’idea che chi lotta contro i criminali e le mafie sia un nemico dello stato da definire giustizialista e forcaiolo, che ancora oggi sostiene che sia perfettamente normale che un condannato in via definitiva possa mettere bocca negli affari di stato, essere il braccio destro del presidente del consiglio del parlamento illegittimo col quale riformare le fondamenta dello stato.

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Abbiamo un ministro dell’interno proprio zelante.
E dire che quando bisognava votare la decadenza di berlusconi si attaccava a tutti i cavilli possibili collezionando le solite figure da alfano perché la legge Severino fu approvata anche coi voti di forza Italia già pdl.
Quindi si può facilmente immaginare che razza di legge sia.
Per berlusconi doveva valere solo a sentenza definitiva, per De Magistris vale da subito, anzi, da prima di subito anche se entrambe le imputazioni, quella di b e di De Magistris e i relativi reati risalgono a prima dell’approvazione della legge Severino.
Quindi per gli amici non doveva valere la retroattività, per i nemici sì.
alfano è stato quello che ha fatto sequestrare madre e figlia mettendo a rischio la loro incolumità e non è successo niente perché sennò cadeva il governo e piangeva Gesù. E’ stato quello che ha sputtanato pubblicamente una persona non ancora colpevole di niente ma che lo stato tiene in una galera senza sentenza e senza condanna e anche lì non è successo niente, manco un monito piccino contro i ministri chiacchieroni. In precedenza è stato quello che è andato a fare eversione davanti e dentro i tribunali per perorare la causa di un delinquente conclamato. E anche lì non è successo niente, solo folklore. E uno così si è permesso di sollecitare la sospensione di  un galantuomo colpevole di aver indagato, di voler capire il perché molti politici sono sempre in contatto coi criminali mafiosi. Verrebbe da chiedersi  in che paese si affiderebbe la sicurezza nazionale ad uno come alfano, o proprio ad alfano.

Il fatto che il pd non si accontenti della sospensione di De Magistris ma chieda nuove elezioni al fine di proporre a sindaco di Napoli un candidato frutto dell’osceno patto col delinquente costringe alla presa di posizione netta.
Non sono solita stare con questo e quello perché è già abbastanza complicato stare con me, ne sa qualcosa mio marito che con me ci sta da più della metà della nostra vita, ma appoggio in modo incondizionato la disobbedienza civile di De Magistris verso quella che chi ha il minimo sindacale di onestà intellettuale sa benissimo essere non una sentenza giusta, e che per questo va rispettata, ma una vigliaccata infame per punire l’ex pm colpevole di voler portare alla sbarra quei politici che fanno affari coi criminali per mangiarsi l’Italia.
La sentenza che condanna Gioacchino Genchi e Luigi De Magistris e la reazione di Alfano, incredibilmente e ancora ministro dell’interno di questo paese, sempre in prima linea per difendere berlusconi e i suoi reati, le sue condanne, sempre pronto a piagnucolare di magistratura politicizzata quando i magistrati per sbaglio condannano i veri criminali sono la conferma che alla consolle di questo paese continua ad esserci quel sistema che si fa condizionare da fattori e personaggi “contingenti”, proprio quelli contro i quali De Magistris ha combattuto.
Per questo e molto altro io sto con De Magistris: come lui, disobbedisco a questo stato iniquo che alza la voce in base alla sua convenienza, a quello che deve salvare perché “bisogna” salvarlo e non per esprimere quella giustizia giusta e uguale per tutti come da Costituzione.

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L’Angelino Severino – Marco Travaglio 

Con De Magistris e la società civile, con la politica onesta che non si fa mandante, esecutore e complice di chi sta ammazzando questo paese. #sospendetecitutti.

Il 1° agosto 2013 Silvio B. viene condannato in Cassazione a 4 anni di reclusione per frode fiscale, dunque deve decadere immediatamente da senatore in base alla legge Severino da lui stesso votata. Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Letta nonché segretario Pdl commenta: “Tutto il Pdl è forte e unito attorno al suo leader Silvio Berlusconi. È interesse della democrazia che una parte importante del popolo italiano non venga privata della sua leadership, visto che Berlusconi è il leader più votato di questi ultimi venti anni”. Il 20 agosto Alfano si reca in pellegrinaggio ad Arcore a prendere ordini dal pregiudicato. Il 21 incontra il premier Letta e gli chiede di “farsi carico dell’agibilità politica di Berlusconi”.

Poi vola al Meeting di Rimini: “Noi chiediamo che il Pd rifletta, astraendosi dalla storica inimicizia di questi vent’anni, sulla opportunità di votare no alla decadenza di Berlusconi” perché “l’esempio di Cristo testimonia l’esigenza di un giusto processo e la pericolosità di certe giurie popolari”. Il 24 si tiene ad Arcore il Gran Consiglio del Pdl. Alla fine B. ordina ad Alfano di leggere la seguente nota, e lui esegue: “La decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile. Ci appelliamo alle massime istituzioni della Repubblica sulla questione democratica che dev’essere affrontata per garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Berlusconi. In base a precisi riferimenti giuridici chiediamo al Pd una parola chiara sul principio della non retroattività della legge Severino”. Il 24 settembre Alfano incontra Napolitano e gli chiede di graziare B. Il 27, Consiglio dei ministri sull’aumento dell’Iva: tutto bloccato da una rissa tra Franceschini (“Volete solo salvare Berlusconi”) e Alfano (“Siete voi col vostro anti-berlusconismo a cacciare il governo nei guai”). Il 28 settembre B. ordina le dimissioni dei suoi cinque ministri, che obbediscono all’istante, compreso Alfano. Il 29 Alfano, con Quagliariello, Lorenzin e Lupi, si dissocia da se stesso: “Basta estremismi, difendiamo il governo. Siamo diversamente berlusconiani”. Il 30 ottobre, a tre mesi dalla condanna, B. è ancora senatore. Ma il Senato decide che voterà sulla decadenza a scrutinio palese. Per Alfano è “un sopruso”. Il 15 novembre Alfano lascia il Pdl e fonda l’Ncd, ma avverte: “Continueremo a difendere Berlusconi dal governo”. E chiede di rinviare il voto sulla decadenza di B. a gennaio. Il 27 novembre il Senato approva la decadenza di B. Tutto l’Ncd vota contro. Alfano comunica: “Oggi è una brutta giornata per il Parlamento e l’Italia. Rivendichiamo con forza la storia di questi 20 anni. Ho sentito Berlusconi per dirgli che avremmo dato battaglia contro un cosa profondamente ingiusta”.   Ieri Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, ha annunciato alla Camera che il prefetto di Napoli, suo sottoposto, avrebbe sospeso subitissimo, prima che Napolitano arrivi in città, il sindaco Luigi De Magistris, condannato in primo grado (non in Cassazione) a 15 mesi con pena sospesa (non a 4 anni senza condizionale) per abuso d’ufficio sui tabulati non autorizzati di 8 parlamentari (non per una monumentale frode fiscale). Alfano avrebbe potuto attingere al suo repertorio e dire, in coerenza con se stesso, che De Magistris è il sindaco di Napoli più votato degli ultimi vent’anni, dunque gli va garantita l’agibilità politica; e poi la legge Severino non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi nel 2007, cioè prima che venisse approvata nel 2012; e comunque la condanna è solo in primo grado e c’è la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva; e basta con l’uso politico della giustizia di chi vuole liquidare un avversario per via giudiziaria. Invece ha detto – a sua insaputa, s’intende – l’unica cosa giusta della sua inutile carriera: De Magistris va sospeso in base alla legge Severino, e subito. Non dopo 4 mesi: dopo 7 giorni. E alla fine non è neppure arrossito. La sua vergogna è emigrata un anno e mezzo fa in Kazakistan insieme al suo cervello, senza più dare notizie di sé.

 

 

 

Dei delitti, delle pene e della giustizia che non è giusta

Sottotitolo: oggi sappiamo che indossare una maglietta con scritto “Speziale libero” che non è un reato ma secondo la nostra giustizia creativa può costituire un’aggravante in caso di somma di imputazioni ma andare a manifestare davanti e dentro i tribunali per invocare la libertà di un delinquente ladro, corruttore colluso con la mafia è un normale esercizio di libertà di espressione che non costituisce eversione nemmeno se fra quelli che lo hanno fatto c’è il ministro dell’interno di questo paese, lo stesso che dà ordini alle forze dell’ordine e che impone il daspo all’ultrà violento: quello che Renzi diceva di voler dare ai politici indagati e condannati ma probabilmente quando lo ha detto “stava a scherza’”.

Oggi sappiamo che si può tenere in una galera qualcuno dei mesi senza un processo, senza una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza certa, che si possono spiattellare sui giornali anche i suoi fatti privati, tipo quante volte fa sesso con sua moglie o guarda dei filmini pornografici senza una santanchè che gridi alla violazione della privacy e nemmeno una Serracchiani che dica che non si è colpevoli fino al millecinquecentesimo grado di giudizio. Tutto questo e molto altro mentre il presidente del consiglio eleva a statisti riformatori, ovvero personalità alte e degne del compito di rivedere e correggere le norme costituzionali un condannato per frode, berlusconi, un plurindagato rinviato a giudizio per finanziamenti illeciti, Verdini e Donato Bruno,  indagato anche lui anche se non lo sa, dice che non lo hanno avvertito, è stato proposto per la Consulta, ovvero l’ultima stazione della difesa dei diritti di tutti.

 

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L’umiliazione che poi diventa pubblica e materia per il gossip e il giudizio dei perbenisti ipocriti come metodo d’indagine.
Dunque ci sono dei magistrati che pensano che la frequenza dei rapporti sessuali coniugali di un ancora indagato ma che questo magnifico stato tiene in una galera da mesi sulla base di ipotesi non ancora certificate da una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza, siano rilevanti per delinearne il profilo, così tanto da rendere pubblico il contenuto delle conversazioni fra Bossetti, il presunto assassino di Yara e i giudici che indagano su di lui.
Non si capisce a chi deve interessare se una coppia adulta guarda dei film porno, quante volte si unisce carnalmente e per quale motivo “notizie” di questo tipo devono diventare di dominio pubblico senza che nessuno difenda la vita privata di una persona che, benché sospettata di un omicidio, ha diritto a veder rispettati i suoi diritti fra cui anche quella privacy invocata sistematicamente per i politici mascalzoni.
Vale la pena di ricordare che sono state distrutte delle bobine dove erano registrate le telefonate fra il presidente della repubblica e un ex ministro indagato per aver mentito a processo proprio perché giudicate penalmente irrilevanti.
E nessuno saprà mai cosa si sono detti Napolitano e Mancino in quelle conversazioni, ma quante volte Bossetti faceva l’amore con sua moglie sì, si deve sapere.
Le persone normali fanno sesso e guardano anche i filmini porno se ne hanno voglia, e nel giudizio ultimo su Bossetti sulla sua colpevolezza o innocenza queste cose nel paese normale non dovrebbero costituire nessuna aggravante, in questo che è marcio e dove chi stabilisce e mette in pratica il diritto lo fa su indicazioni di chi è abituato a violarlo tutti i giorni, sì, sono un’aggravante, così tanto da meritare il pubblico ludibrio e la gogna mediatica. Cercavi giustizia, trovasti la legge” non è solo il ritornello di una canzone, in Italia.

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Tutti ad applaudire lo stato quando arresta il delinquente di borgata, se napoletano è meglio perché i napoletani si sa, nascono con la criminalità nel dna e anche i romani non scherzano.
Probabilmente senza Gennaro De Tommaso la sera degli scontri all’Olimpico dai quali è scaturita poi la tragedia in cui ha perso la vita Ciro Esposito poteva accadere qualcosa di brutto anche all’interno dello stadio che però Genny, siccome è una carogna e conosce il linguaggio della strada ha potuto evitare che accadesse.
Ora le anime candide, già le vedo, penseranno che no, l’ordine nel paese normale lo gestisce lo stato, le forze dell’ordine che prendono ordini da quel sant’uomo di alfano e che non va bene che l'”antistato” della criminalità si sostituisca allo stato originale.
Giusto.
Ma allora non va bene neanche una persona più che vicina alla mafia, anzi proprio dentro la mafia, quella che fa saltare palazzi e autostrade stia collaborando non a rimettere ordine nella curva di uno stadio ma nella Costituzione di questa repubblica, persona che viene interpellata in materia di leggi e di regole per tutti.
Quindi mi dissocio dall’ipocrisia dilagante, quella di chi applaude il carabiniere che arresta il delinquente di periferia, lo stesso carabiniere che poi ci pesta il figlio in questura, per strada o nei sotterranei di un carcere fino ad ammazzarlo ma che diventa improvvisamente un eroe quando “accidentalmente” gli parte il colpo che ammazza chi un delinquente non era ma siccome era napoletano sicuramente ci sarebbe diventato.

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Codice a sbarre – Marco Travaglio

“In Italia c’è una bandiera che sventola forte nel vento: questa bandiera è Matteo Renzi, dobbiamo riconoscerlo… Poi c’è una bandiera a mezz’asta che si chiama Berlusconi: vediamo di utilizzarla ancora, se è possibile”. Povero Cainano, va capito. A lui i giudici di sorveglianza, in cambio dei servizi sociali, hanno imposto varie prescrizioni, fra l’altro molto diverse da quelle cui era abituato: coprifuoco alle ore 23, obbligo di dimora ad Arcore o a Palazzo Grazioli, niente attacchi ai magistrati e soprattutto divieto di frequentare pregiudicati. Il che gli impedisce di andare a trovare Dell’Utri in carcere e di incontrare i tre quarti del suo partito. Renzi invece, almeno per ora, non ha di questi problemi. Infatti ha ricevuto il pregiudicato B. una volta al Nazareno e tre volte a Palazzo Chigi, molte meno comunque di Denis Verdini, che ieri ha collezionato l’ennesimo rinvio a giudizio (illecito finanziamento), dopo quello estivo per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Un amore. Ha voglia Bersani a chiedere di essere ascoltato anche lui: ha l’handicap insormontabile di essere incensurato.

“Vecchia guardia” da rottamare. B. & Verdini invece no. Da quando è salito a Palazzo Chigi, il giovin Matteo s’è fatto un sacco di nemici, sfanculando nell’ordine: i costituzionalisti, i senatori pidini dissidenti, il Parlamento tutto, i giornali italiani critici (praticamente uno), l’Economist, la Rai al gran completo, le autorità europee (ma solo a parole), il Forum di Cernobbio, Confindustria, i ministri Orlando e Giannini, l’Associazione nazionale magistrati, i sindacati, la minoranza del Pd, ovviamente i 5Stelle e molti altri gufi lumache avvoltoi rosi-coni conservatori per cui manca lo spazio. Gli unici con cui va d’amore e d’accordo sono Silvio & Denis. Il fatto di poter frequentare pregiudicati per lui non è un’opportunità: è un obbligo. E, già che c’è, lo estende anche agli indagati. Nel giro di sei mesi quello che si atteggiava a ragazzo pulito, lontano da certi brutti giri, s’è avvolto in una nuvola nera di habitué di procure e tribunali.   Barracciu, Del Basso de Caro, De Filippo e Bubbico al governo. Bonaccini candidato in Emilia Romagna. Rossi ricandidato in Toscana. De Luca candidato in Campania. D’Alfonso eletto in Abruzzo. Soru e Caputo paracadutati al Parlamento europeo. Faraone e poi Carbone in segreteria. Descalzi all’Eni. Papà Tiziano in famiglia. Prossimamente Donato Bruno alla Consulta. È la famosa “svolta garantista”: chi non ha ancora una condanna definitiva è illibato come giglio di campo.   Eppure lo Statuto del Pd, sempreché Renzi lo conosca (lo Statuto e il Pd), dice tutt’altro: “Condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni. Le donne e gli uomini del Partito democratico si impegnano a non candidare, ad ogni tipo di elezione – anche di carattere interno al partito – coloro nei cui confronti… sia stato: a) emesso decreto che dispone il giudizio; b) emessa misura cautelare personale non annullata in sede di impugnazione; c) emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero a seguito di patteggiamento; per un reato di mafia, di criminalità organizzata o contro la libertà personale e la personalità individuale; per un delitto per cui sia previsto l’arresto obbligatorio in flagranza; per sfruttamento della prostituzione; per omicidio colposo derivante dall’inosservanza della normativa in materia di sicurezza sul lavoro…” o “sia stata emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero patteggiamento, per corruzione e concussione”. Appena finirono dentro le cricche di Expo & Mose, il renzianissimo sottosegretario Luca Lotti annunciò: “Le parole di Matteo contro la corruzione sono un monito, ora diamoci da fare. La pulizia deve cominciare. Ogni strumento va affinato, corretto, messo a punto: il codice etico e lo Statuto sono da cambiare e soprattutto attuare”. Matteo aveva appena promesso il “Daspo” per i corrotti. Ma tutti avevano equivocato. Era solo l’acronimo di uno straziante appello a Silvio: dai sposami.

Potenzialmente pericolosi

Servire lo stato non è accompagnare ancora su e giù per l’Italia un delinquente da galera. Tanto scandalo per gli spingitori di carrelli della Finocchiaro ma tutto tace sulla vergogna di uno stato che fa pagare ai cittadini la scorta di un pregiudicato, delle sue residenze, e non per proteggere noi da lui.

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Alfano, che sembra Alfano e qualche volta spesso è proprio Alfano ha capito che non gli conviene mettersi contro il braccio armato dello stato e del potere, ecco perché nel merito della “minaccia” di sciopero della polizia parla di richieste giuste e legittime ma fatte con toni “inaccettabili”.
Non gli passa neanche per l’anticamera del cervello dire che è un ricatto l’ipotesi di uno sciopero delle forze dell’ordine – che sarebbe il primo della storia di questo paese perché gli appartenenti alle forze di polizia militari e civili non possono scioperare, altrimenti fra le altre e tante cose di cui si occupa la polizia di stato non potrebbe garantire la scorta a un delinquente pregiudicato condannato.
Ma come parla il presidente del consiglio?
Lo sciopero, un diritto conquistato in anni di lotta, lacrime e sangue che diventa un ricatto, così come l’articolo 18 è stato trasformato in totem e feticcio per fargli perdere anche il significato morale. Così intanto la gente si abitua.

E comunque se parliamo di adeguare il salario, lo stipendio ai rischi dei cosiddetti servitori dello stato   quanto dovrebbe guadagnare l’operaio che tutti i giorni sale su un ponteggio? I comparti definiti sensibili perché svolgono mansioni indispensabili per la tenuta civile di un paese e verso i quali lo stato dovrebbe avere un occhio – ma anche tutti e due –  di riguardo sono tanti: medici, infermieri, vigili del fuoco, gente che solitamente salva e accudisce le vite, non le toglie “accidentalmente”. Persone qualificate e con responsabilità altissime malpagate, costrette a turni e orari massacranti. Gli insegnanti che devono formare la società prossima ventura e che lavorano in condizioni inenarrabili. Fare il poliziotto, il carabiniere è una scelta personale, se c’è chi pensa di non ricevere il giusto trattamento dallo stato perché non si licenzia e va a vedere come si sta ai “poggi più giù?” Magari in qualche cooperativa dove la gente viene pagata un mese sì e tre no e ad ogni rata del mutuo e qualsiasi extra può capitare in una famiglia bisogna organizzare la colletta fra i parenti per recuperare i soldi necessari.

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La vera emergenza da risolvere è smettere di considerare Napoli la città dove tutto può succedere per poi giustificare le contromisure dello stato, che non c’è quando ci deve stare ma quando non ci dovrebbe stare è ben presente e a mano armata.
Altroché la tbc.
Napoli è la zingara d’Italia, insultata, sbeffeggiata, presa a calci da tutti, abbandonata e di cui ci si ricorda solo in circostanze tragiche, non per fare in modo che certe cose non succedano più o ne succedano meno ma per insultarla un altro po’.
Chissà perché le forze dell’ordine non vanno a far rispettare la legge e le regole a mezzogiorno a Montecitorio, invece di essere così solerti a Napoli alle tre  di notte. Mai sentito che un poliziotto o carabiniere insegua sparando l’imprenditore che va a depositare il tesoretto oltre confine.

Immagino il pericolo che potevano causare tre stronzi senza casco su un motorino alle tre di notte.
E’ che la notte si sta bene a casa, e allora chi deve lavorare poi diventa nervoso.

Se i nostri “tutori dell’ordine” hanno 22 anni immagino il livello di preparazione che hanno raggiunto, visto che per laurearsi ce ne vogliono almeno 23. Se lo stato mette un’arma in mano a dei ragazzini che poi dovranno tutelare l’ordine  bisogna mandare via i figli da qui.
Da un paese pericoloso dove lo stato arma le mani a persone immature e impreparate, quindi potenzialmente pericolose.

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Si chiamano ragazzate proprio perché le fanno i ragazzi.
Le persone adulte fanno le grandi cazzate.
Quelle spesso irreversibili.
Strano poi che 17 anni siano pochi per essere considerati adulti mentre diventano improvvisamente un’età in cui si deve sapere quel che si fa quando quello che si fa è sbagliato.
Provo pietà per la sicumera di chi giudica un fatto grave arrogandosi l’autorità di dire quello che è giusto e sbagliato dimenticandosi probabilmente di quando era giovane; mai fumato una canna, mai preso una sbronza, mai alzato il volume dello stereo, mai guidato una macchina senza patente, mai fatto a pugni con l’amico.
Bravi, non sapete quello che vi siete persi.
Provo pena per chi giustifica un omicidio che si poteva e si doveva evitare poi magari va nei social a mettere i suoi manifesti contro la guerra, i terrorismi e condanna tutte le violenze purché stiano a debita distanza dal suo culo.
Perché è più facile condannare la violenza quando è lontana, quando c’è la sicurezza di non doverla subire di persona.
Quando il pericolo è più vicino spaventa, e quindi va bene prevenirlo anche con l’extrema ratio: uccidendo un ragazzino.
E sono sinceramente preoccupata per gli eventuali figli di gente così: cresceranno nel terrore di non deludere le aspettative dei loro genitori che li vogliono perfetti, lindi e pinti col dieci e lode sui quaderni per poi ritrovarsi adulti e andarsi a cercare l’emozione trasgressiva chissà come e dove.
Perché ci sono cose che o si fanno prima, quando è il momento, o si cercano dopo, e per conto mio preferirei più avere per casa il diciassettenne “disadattato” che l’adulto che pensa che si può ammazzare per “legittima difesa” da un pericolo che non c’era.

La logica del mercato [tanto, paga lo sponsor, no?]

Tre milioni e seicentomila euro, quasi otto miliardi l’anno, 9800 euro al giorno, ovvero quasi venti milioni di ex lire per Antonio Conte, dopato da calciatore, corrotto da allenatore dunque promosso a pieno titolo Commissario tecnico della Nazionale. Poi magari andiamo a prendercela con l’extracomunitario che vende monnezza per mangiare o col poveraccio che si fa un secondo lavoro in nero per mantenere lo stretto necessario alla famiglia. Sono loro il fastidio, i nemici coi quali essere inflessibili, rigorosi, non questi parassiti che non dicono mai “no, grazie, mi basta anche la metà”. Che sarebbe troppo anche quella.
La regola del mercato in questo paese e nel mondo è che ci deve essere chi ha tutto: un piccolo esercito di mantenuti coi soldi di chi se li guadagna col sudore, la fatica perché gli, le viene concesso dai padroni, quelli che comandano il mondo e chi niente perché, evidentemente, non l’ha meritato, non ha i giusti requisiti, ecco. 

“I soldi dello sponsor” non sono somme in denaro messe a disposizione da qualche filantropo che usa le sue risorse per finanziare progetti di interesse comune.
“I soldi dello sponsor” sono la cifra con cui vengono caricati i prezzi rispetto al reale valore commerciale del venduto affinché si possano ricavare poi guadagni maggiorati con cui “lo sponsor” – che non è un’entità astratta ma ha nomi e cognomi – pagherà chi farà da testimonial ai suoi prodotti. Quando si compra il pallone, la tuta, l’accappatoio col marchio della squadra del cuore quei soldi non vanno poi a coprire solo le spese vive della merce e consentire il giusto guadagno a chi li produce e li vende ma vanno a finanziare anche tutto il business che ruota attorno alle società sportive, compresi i compensi milionari dell’ultimo anello della catena, ovvero i calciatori dei club.
Questa leggenda popolare che tanto, siccome paga lo sponsor allora a noi cittadini non costerà nulla un allenatore che andrà a guadagnare venti milioni delle vecchie lire al giorno è la stessa con cui per anni la gggente si è fatta infinocchiare rispetto alle tv di berlusconi che, perché non fa pagare il canone, la tassa, allora è bravo e magnanimo e sta lì ad offrire gratuitamente un servizio.
Mentre quando noi andiamo a comprare il bagnoschiuma, la pasta, i biscotti, i pannolini per il pupo, tutto ciò che vediamo passare nelle pause pubblicitarie paghiamo tasse a ripetizione, perché quegli oggetti, prodotti, cose da mangiare potrebbero costare tranquillamente la metà di quel che vengono pagate per consentire a berlusconi di guadagnare dei soldi, molti soldi e comprare le porcherie che verranno trasmesse poi dalle sue televisioni.
La logica del mercato è anche questa: far pagare la tassa occulta anche a chi non guarda le tv di berlusconi e le partite della Nazionale.

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I bei discorsi sull’ordine, la legalità applicati al quotidiano perdono qualsiasi significato in un paese e generalmente nel mondo dove ai pochi è concesso tutto e ai molti il quasi niente o il niente e basta.
 Chi pretende che si rispettino ordine e regole deve essere migliore di quelli a cui chiede di farlo.
Ecco perché so, l’ho imparato, che non posso individuare nel mio nemico chi si aggrappa ogni giorno ad una non vita, fatta di stenti, rifiuti, emarginazione, offese quotidiane,  il nemico  devo andare a cercarlo altrove, lì dove sono quelli che sulle disparità economiche, sociali guadagnano consenso e potere. Non si può cadere nel tranello di chi ha tutto l’interesse che la guerra fra poveri diventi sempre più violenta.
Fra l’ambulante che vende la merce illegale e alfano che è potuto diventare niente meno che ministro dell’interno di questo paese sciagurato grazie ad un intero sistema che ha fatto dell’illegalità le sue fondamenta, su quelle è cresciuto diventando sempre più resistente e refrattario a qualsiasi forma di onestà civile potendo contare sull’appoggio e sul sostegno di chi, grazie all’illegalità di stato non si arricchisce solo economicamente ma contribuisce all’estensione di quel potere malato, quello che crea la disparità e la povertà il mio nemico resta alfano e tutta la compagnia di giro che nel tempo ha legittimato quel sistema che non è nato con berlusconi ma è soprattutto grazie a lui e ai suoi sodali, anche ai servi sciocchi come alfano che ha inquinato, avvelenato e demolito anche l’idea di Italia paese normale e civile.

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Ad occhio, anche le nomine di Tavecchio alla FIGC e di Conte, scelto da Tavecchio, quale nuovo allenatore della Nazionale di calcio entrano a pieno titolo nel processo riformatore di Renzi, quello concordato col noto delinquente.
L’unica solida realtà di questo paese è che i vari poteri non deludono mai, si muovono, agiscono, operano sempre nel loro recinto di scorrettezze e illegalità. Senza un avviso di garanzia, una condanna – anche definitiva come quella di berlusconi – in questo paese è impossibile ambire al posto, al ruolo che conta. Avere voce in capitolo negli affari che poi sono di tutti, che riguardino la politica o altri settori “di questa zozza società” non fa nessuna differenza.
Agli onesti e incensurati non si offrono chances, i signori e padroni del calcio fra Albertini e il cinque volte condannato Tavecchio non hanno avuto alcun dubbio su chi scegliere per rappresentare il calcio in Italia e nel mondo.
E, a parità di esperienza ma non di comportamenti, qualcuno onesto e che non abbia avuto procedimenti penali c’è rimasto anche nel calcio, Tavecchio non ha avuto nessun dubbio su chi doveva ricevere l’eredità del sopravvalutato Prandelli.
Così come Renzi e i signori e padroni della politica non hanno avuto nessun dubbio sul fatto che un delinquente condannato alla galera potesse avere lo stesso i giusti requisiti per poter mettere mano a leggi e riforme costituzionali.
Ai piani alti del potere se non sono delinquenti, un po’ o un po’ tanto, non ce li vogliono: l’onestà e la correttezza non sono evidentemente la “conditio sine qua non” come invece dovrebbe essere, come è nei paesi solo semplicemente normali.

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Firme e schiforme – Marco Travaglio

Un mese fa il Fatto lanciava la petizione “Contro i ladri di democrazia e il Parlamento dei nominati, per riforme che facciano contare i cittadini”. In trenta giorni abbiamo già raccolto le firme di quasi 230mila cittadini, molti più della somma dei nostri lettori e abbonati, circa un quarto dei visitatori del nostro sito. Ma ci piace pensare che l’appello, girando in modo virale in Rete, abbia attirato l’attenzione di tanti italiani che abitualmente non ci leggevano. Magari perché si erano bevuti le leggende nere sul giornale fazioso, distruttivo, berlusconidipendente, mai contento, disfattista, organo delle procure o dei comunisti o dei grillini, bollettino dei gufi e altre amenità. In realtà non ci siamo limitati a indicare in dieci punti i principali pericoli contenuti nel combinato disposto delle schiforme di Senato & Italicum: abbiamo anche formulato una serie di proposte costruttive, con l’aiuto di alcuni fra i migliori giuristi e costituzionalisti italiani, per cambiare qualche legge e articolo della Costituzione, ma nel senso opposto a quello del Patto del Nazareno: cioè per fare dell’Italia una democrazia più orizzontale e più partecipata, convinti come siamo che la crisi drammatica che continuiamo a vivere si possa superare soltanto coinvolgendo maggiormente i cittadini nella vita pubblica, e non tenendoli fuori dalla porta delle segrete stanze per lasciardecidere i soliti noti, ma soprattutto ignoti.  

Finora, purtroppo, è stata quest’ultima la strada imboccata da Renzi e dal suo compare pregiudicato (e, prima di loro, da Monti e da Letta jr., sempre in società con B.), con i risultati che tutti stiamo vedendo. È la strada indicata dal famigerato rapporto 2013 di JP Morgan (la banca d’affari additata dallo stesso governo americano fra i principali colpevoli della bolla dei supbrime che scatenò la crisi finanziaria): quello che consigliava ai governi del Sud Europa di superare la crisi liberandosi delle loro “Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo”, ritenute “inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”: cioè troppo democratiche, a causa della presunta “influenza delle idee socialiste” che avrebbe prodotto “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori…; e la licenza di protestare” che avrebbe favorito la “crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.   La ricetta JP Morgan non è solo pornografica-mente autoritaria, ma ha anche dimostrato e continua a dimostrarsi fallimentare. Eppure è quella seguita dagli ultimi quattro governi italiani. Che aspetta Renzi a fare davvero il rottamatore, ribaltando quell’agenda e ingranando la retromarcia? Anziché andare a Canossa, anzi al Quirinale e a Città della Pieve, a prender ordini da nonno Napolitano & zio Draghi, salvo poi fare il ganassa a colpi di “Bruxelles chi?”, il premier dovrebbe dire finalmente la verità agli italiani. Che non è quella dei complottisti sempre pronti a dare all’Europa delle banche e della Merkel la colpa di tutti i nostri mali: con tutti i trattati che abbiamo firmato (anche al buio), tutto possiamo fare fuorché indignarci se la Bce ci chiede di cedere altri brandelli di sovranità. Soprattutto se abbiamo promesso di ridurre il debito pubblico e poi scopriamo che, solo nei primi sei mesi di quest’anno, l’abbiamo lasciato galoppare (insieme alla spesa pubblica incontrollata) di altri 10 miliardi fino al record del 134% del Pil. Che si debbano rastrellare decine di miliardi per rispettare gl’impegni, è fuor di dubbio. Compito della politica, per quel poco di sovranità che ci rimane, è decidere chi paga. E qui non si scappa: quei soldi si possono prelevare dalle solite tasche dei lavoratori, pensionati e imprenditori onesti che pagano le tasse e i contributi; oppure da quelle dei ladri, che vivono sulle spalle degli altri rapinandoli con un’arma più insidiosa e anche più vile della pistola: l’evasione.

Finora si è scelta l’opzione A. Ora, tanto per cambiare un po’, si potrebbe tentare con la B. Se Renzi, anziché perder tempo con le schiforme che non fregano niente a nessuno (basta ripristinare il Mattarellum: la maggioranza in Parlamento ci sarebbe, con i 5Stelle) o col solito articolo 18, si presenterà agl’italiani rivelando finalmente le ragioni e l’ammontare della prossima stangata, troverà tanti cittadini disponibili a partecipare. Purché i sacrifici siano davvero distribuiti con equità: lotta senza quartiere all’evasione, alla corruzione e ai patrimoni mafiosi, recuperando i miliardi che occorrono non per regalare spiccioli a pioggia (come fece Letta abolendo per un anno l’Imu sulla prima casa per un anno e come ha fatto Renzi con gli 80 euro), ma per iniziare a ridurre seriamente le imposte a chi le paga. E chi non le paga, in galera. Il che, è ovvio, significherebbe archiviare la stagione delle schiforme, stracciare il papello occulto del Nazareno e sostituirlo con un patto trasparente con tutti gl’italiani di buona volontà.   La conta è già cominciata: le nostre 230 mila firme non saranno granché, ma sono sempre più numerose del duo Renzi-Berlusconi, magari con l’aggiunta del suo ultimo fan Bono Vox (grande cantante, per carità, ma guardacaso dal 2006 domiciliato con tutto il patrimonio degli U2 nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi…).

Semel in anno licet insanire [una volta l’anno è lecito impazzire]

Le belle parole senza le azioni a seguirle, significano solo ipocrisia.

Non c’è pace senza giustizia,  e in un paese dove lo stato tratta, patteggia, riduce le pene ai criminali, li fa sedere perfino al tavolo della politica, non li condanna ma se li tiene da conto, non potrà mai esserci né pace né giustizia. E nemmeno libertà.

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Capaci di memoria | 23 maggio 1992 – 23 maggio 2014

“Giovanni Falcone è “attuale” al cospetto di un capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che mise nel tritacarne mediatico e istituzionale, senza tradire il benché minimo rossore, un pugno di magistrati palermitani che avevano deciso – prima coordinati da Antonio Ingroia, poi da Nino Di Matteo – di raccogliere il meglio dell’eredità falconiana indagando sulla “trattativa” Stato-Mafia. Giovanni Falcone resta “attuale” in un Paese in cui, un capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha preteso e ottenuto che le sue telefonate con l’indagato Mancino Nicola fossero mandate al macero”.

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Chi piagnucola davanti ai ragazzi della nave della legalità è lo stesso presidente che si dimenticò di dare un sostegno anche e solo di parole a Nino Di Matteo, giudice antimafia minacciato di morte dalla mafia? 
Lo stesso che nel ventennale della strage di Capaci disse che “lo stato vent’anni fa non si lasciò intimidire” mentre nel governo c’era l’amico dei mandanti delle stragi di mafia? Lo stesso che si rifiuta di collaborare al processo sulla trattativa tutt’altro che presunta fra la mafia e lo stato? E alfano, incredibilmente e ancora ministro dell’interno che parla di legalità è lo stesso che ha sostenuto, e lo fa ancora, non fatevi ingannare dalle apparenze, l’amico dei mafiosi, di dell’utri, dell’eroe mangano? E Renzi, attuale presidente del consiglio, quello che dice ad altri “giù le mani da Berlinguer”, come se lui invece ce le potesse mettere, è lo stesso che ha fatto accordi in profonda sintonia con l’amico della mafia? È questo lo stato forte che non si lascia intimidire e combatte la mafia, l’illegalità? 

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“Giovanni, amore mio sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me, come io spero di rimanere viva nel tuo cuore. Francesca” [Biglietto di Francesca Morvillo a Giovanni Falcone, ritrovato nella cancelleria del Tribunale di Palermo]

Povero Giovanni, tradito e insultato da vivo e da morto. Da morto per lo stato, per questo stato.

Il Codice Decidoio [cit. Marco Travaglio]

 

Ci mancava la storia del complotto.
Mica per niente, ma per non dover riascoltare per la miliardesima volta ‘sta serenata di lui che “se n’è andato per senso di responsabilità”. Lo stesso spirito che aveva quando invece è arrivato tramite discesa in campo. Nel momento della dipartita, spontanea, s’intende, nella testa di berlusconi circolavano proprio gli stessi pensieri, ovvero: come fare anche stavolta per salvare i cazzi miei. Cioè i suoi.

Se anche fosse vero [ma non ci crede nessuno] del complotto contro silvio l’unica nota di rilievo sarebbe l’esportazione di democrazia senza spargimenti di sangue come invece è solita fare la “santa alleanza” quando va a distribuire civiltà in giro per il mondo.
Anche il rassemblement fra berlusconi e i figli, Ghedini e Confalonieri cinque minuti prima delle dimissioni “spontanee” ha fatto parte del complotto internazionale? Chiedo. In un paese normale berlusconi non avrebbe nemmeno potuto avvicinarsi alla politica, altroché complotti. L’unico vero complotto è quello ordito dallo stato  contro gli italiani costretti a subire il berlusconi “politico” anche nella nuova veste di pregiudicato condannato alla galera.

 

Sottotitolo: anche nella questione degli sbarchi l’informazione ha delle grandi responsabilità.
Perché nessuno spiega, anche tutti i giorni, così come si fa coi bambini che non capiscono o con gli adulti imbecilli che non vogliono capire, qual è la differenza fra chi viene qui a cercarsi un’altra vita e chi invece è costretto ad andarsela a cercare dalla situazione del suo paese.
Così invece sembrano tutti uguali, altrimenti non si dovrebbe leggere continuamente chi scrive che “sono troppi”, “che vengono tutti qui”, che “bisogna rimandarli a casa loro”. C’è un’emigrazione come dire, spontanea, come quella di tanti italiani che scelgono di andare a provare a vivere meglio altrove e ce n’è un’altra condizionata dall’impossibilità di poter vivere nel proprio paese di origine, dove ci sono le guerre, la disperazione vera che poi obbliga, non chiede gentilmente, ad offrire un asilo, un’accoglienza. E, da gente che non si mette d’accordo nemmeno su come riordinare le proprie scrivanie come si può pretendere che si occupi seriamente di drammi come quello delle continue tragedie in mare, delle stragi degl’innocenti del terzo millennio?  Angelino Alfano che ha fatto parte dei governi in cui c’era gente che avrebbe affondato i barconi a fucilate è ancora, e incredibilmente, ministro dell’interno.

L’Italia è – contrariamente a quello che la propaganda fa credere – il paese dove solo una parte di chi arriva in condizioni estreme poi si ferma. La Germania ne riceve almeno quattro volte di più. E’ un paese di transito. Perché anche il migrante poi sceglie di fermarsi in quei paesi dove c’è una reale possibilità di vivere meglio, dunque non in Italia. E questo andrebbe spiegato e ripetuto, anche tutti i giorni. E’ comprensibile che sia difficile spiegare che non si vive bene nel paese dove i delinquenti fanno le leggi per gli onesti,  però è un lavoro che va fatto quando si sceglie di fare il mestiere di informare.

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Migranti, rissa governo-Unione europea

Prima Renzi: “Ue salva solo le banche” (leggi). Segue guerra delle dichiarazioni. Malmstrom: “Italia
dica cosa vuole, non ci hanno mai risposto”. Alfano: “Parole ridicole” (video). E ancora: “Vuole la
letterina?” Alla fine: “Colloquio costruttivo”. A Catania la nave coi superstiti, 2 bimbe tra i 17 morti

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Chi l’ha deciso che l’Expo deve essere il simbolo di tutta l’Italia?
E inoltre, da quando lo stato è diventato più forte dei ladri?
Il presidente del consiglio si è perso qualche puntata della telenovela, si è distratto mentre condannavano praticamente a niente il più ladro di tutti?
E’ questa la forza dello stato?

 

Greganti: “sono abituato a stare in carcere”. E allora perché non accontentarlo?

Visto e considerato che il compagno G non conosce altro sistema per mantenersi che non sia quello illecito, che ciclicamente non può fare a meno di metterlo in pratica, è uno di quelli che, come scrive benissimo Marco Travaglio stamattina, si merita la “morte civile”, ovvero di stare ad un livello inferiore rispetto a quei cittadini che non si comportano come lui; fuori dal contesto della società cosiddetta civile. Non servono codici etici che poi, come ci insegna Prandelli, si possono ignorare e fare finta che non esistano. Serve il rispetto della legge, e serve quella legge contro la corruzione che in Italia non c’è. Legge che poi va fatta rispettare indipendentemente dalle conseguenze.
La politica impari a prendere le distanze da malfattori e farabutti di ogni ordine e grado invece di metterseli in casa e poi gridare ai complotti, alla giustizia a orologeria, prendersela con la magistratura che fa un uso politico della giustizia.
Ci sorprendano i politici, provando a fare loro, ogni tanto, un uso politico della politica.

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Altro che task force, Cantone si sfila (Davide Vecchi)

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Expo, così la cupola portava i pizzini ad Arcore e a Maroni (EMILIO RANDACIO PIERO COLAPRICO)

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Forza Tasche – Marco Travaglio, 14 maggio


Sono vent’anni che in Italia si approvano “codici etici” e intanto si ruba come prima più di prima. Vent’anni che si arruolano “task force anti-corruzione” e intanto la corruzione galoppa: nel ’92 costava agli italiani – secondo il Centro Einaudi di Torino – 10 mila miliardi di lire all’anno e oggi 60 miliardi di euro (12 volte in più); vent’anni fa l’Italia era al 33° posto nella classifica di Transparency International dei paesi meno corrotti, oggi è al 69° dietro il Ghana. Dal ’94 si sono avvicendati tre governi di centrodestra, quattro di centrosinistra, due tecnici, uno di larghe intese e uno di strette: tutti, a parole, anti-corruzione; tutti, nei fatti, pro-corruzione a suon di leggi che allungavano i processi, abbreviavano la prescrizione, depenalizzavano reati dei colletti bianchi, depotenziavano la lotta alle mafie, condonavano delitti, indultavano delinquenti, cestinavano prove, incoraggiavano l’omertà. L’idea che, per sconfiggere la corruzione, occorra cambiare le regole è ingenua e dannosa: una volta ripristinati reati come l’abuso d’ufficio anche non patrimoniale e il falso in bilancio, e introdotti quelli mancanti come l’autoriciclaggio, e aumentate le pene e bloccate le prescrizioni, c’è poco da cambiare le regole. Bisogna armare chi deve scoprire e punire chi non le rispetta. E poi isolare con la morte civile chi non le ha rispettate. Mission impossible in Italia, dove i delinquenti già condannati ricattano con l’arma del silenzio i delinquenti non ancora scoperti. Garantendo a se stessi e agli altri carriere eterne, visto che non esistono bollini di scadenza (questi sì da introdurre) sulle poltrone pubbliche. La Parmalat di Tanzi, come del resto Enron e Lehman Brothers, aveva un codice etico formidabile: s’è visto com’è finita.
Il gruppo Maltauro – consultare il sito per credere – ha un Codice Etico della madonna: “Nel Codice Etico sono formalizzati i principi fondamentali cui le singole società del Gruppo sono tenute a uniformarsi e che consistono nella scrupolosa osservanza della legge, nel rispetto degli interessi legittimi del cliente, dei fornitori, dei dipendenti, degli azionisti, della concorrenza leale, delle istituzioni e della collettività”. L’Ad che l’ha firmato, Enrico Maltauro, è stato filmato dai finanzieri mentre si sfilava una mazzetta dalla giacca e la passava a un faccendiere di Expo in cambio di appalti. Si poteva evitarlo? Sì, visto che il Maltauro era già stato beccato nel ’93 a fare la stessa cosa per gli appalti dell’aeroporto di Venezia e aveva patteggiato la pena: basterebbe una norma che escluda da appalti e contratti pubblici gli imprenditori e i manager condannati.
Tre anni fa si scoprì che anche la Rai aveva un Codice Etico: fu usato la prima volta non contro i tg che taroccano le notizie e i programmi che le censurano, bensì contro la Gabanelli che, dandole, aveva dato noia a Tremonti. Per salvarsi dal plotone di esecuzione, dovette allestire un Report riparatorio pro Tremonti. Il Codice Etico Rai fu rispolverato contro Santoro e contro Celentano (reo di leso Vaticano al Festival di Sanremo), poi se ne persero le tracce. Nel 2010 Cesare Prandelli varò, d’intesa con i giocatori, il Codice Etico della Nazionale: fuori gli autori di gesti scorretti o violenti. Ora però ha deciso di convocare lo juventino Chiellini, appena squalificato per tre giornate dopo che la prova tv ha immortalato la sua gomitata al romanista Pjanic: “Alla fine decido io”. Per carità, forse fa bene, ma allora sostituisca il Codice Etico con il Codice Decidoio. La legge sugli appalti prevede che debba vincerli il migliore offerente dopo una gara trasparente. Ma otto giorni fa, con la scusa degli appositi ritardi, si decise di esentare i lavori sotto i 150 mila euro dalle verifiche antimafia. Tutti d’accordo: Alfano, Maroni, Pisapia, Sala. Tanto a vigilare su Expo c’erano già ben 23 organi di controllo: 5 interni e 18 esterni. Senza dimenticare la mirabolante task force voluta da Formigoni con l’ex generale Mori e l’ex capitano De Donno, reduci dalla trattativa Stato-mafia. Risultato: non controllava nessuno. Ora arriva un’altra task force, ovviamente anti-corruzione. Ne facessero una pro-corruzione, magari qualche ladro riuscirebbe a prenderlo.

 

Punito per non aver commesso il fatto

Napolitano, un paio di giorni fa: “non si tratta coi facinorosi violenti”.
Coi delinquenti socialmente pericolosi però sì.
Se po’ ffà’.

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Quello che ha punito Gennaro De Tommaso detto Genny [le carogne vere sono altre, come ci ricorda stamattina Marco Travaglio]  è un provvedimento discriminatorio e fascista fondato sul nulla, deciso da un ministro dell’interno che è andato per due volte, commettendo il reato di eversione, davanti e dentro i tribunali a chiedere libertà per berlusconi. In Italia circola ancora a piede libero un diffamatore seriale che ha messo a rischio l’incolumità fisica e la reputazione umana e professionale di un giudice oltraggiandolo con la menzogna per sei anni dalle pagine di un giornale che è stato graziato da Napolitano, lo stesso che due giorni fa invocava la legalità allo stadio. Alfano dovrebbe spiegare in base a quale reato ha interdetto gli stadi per cinque anni a De Tommaso. Quale sarebbe il reato e l’istigazione  nella frase “Speziale libero”.  In quale paese libero, democratico e con una Costituzione che chiede, ordina la libertà di espressione si può limitare la libertà di un cittadino solo per aver espresso un’opinione discutibile, odiosa quanto si vuole ma che non istiga a nessuna violenza, non richiama ad atti violenti con cui chiede la libertà di un detenuto condannato fra l’altro dopo un processo e una sentenza con molti punti oscuri tant’è che la Cassazione ha stabilito che il processo che ha condannato Speziale per l’omicidio Raciti è da rifare da capo.

De Tommaso, che ha mantenuto l’ordine dentro uno stadio evitando il peggio, ovvero si è sostituito allo stato che non lo sa fare,  ha pagato la figura di merda di uno stato che coi criminali di ogni ordine e grado ci ha sempre trattato salvo poi blaterare di lotte alle varie criminalità, organizzate e non.

Gennaro De Tommaso, alias Genny, è stato inibito per cinque anni dagli stadi mentre un criminale socialmente pericoloso se ne va ancora in giro a piede quasi libero, fatta eccezione che per poche ore di notte e può imperversare nelle televisioni a dire quello che gli pare. 
Francantonio Genovese non viene ancora estromesso dal parlamento perché non si riesce a trovare un attimo di tempo per decidere il destino di uno che dovrebbe stare in galera, altroché Daspo per cinque anni.
Io credo che finché non si metterà fine a questo corto circuito di inciviltà, di disuguaglianza nel metodo non ci saranno proprio gli estremi, gli ingredienti per qualsiasi discussione che abbia un senso.
Cinque anni di limitazione di libertà a De Tommaso, condannato per il reato di checazzoneso e berlusconi condannato alla galera vera invitato nei palazzi a fare le leggi e le riforme della Costituzione. Questo non è un paese, è un’arena in cui tanta gente vuole vedere il sangue degli ultimi.  A me non frega niente se De Tommaso va allo stadio o no ma m’interessa e molto che un criminale possa ancora decidere della vita di mio figlio.

In Italia e da sempre abbiamo la classe politica e dirigente peggiore al mondo ma anche una buona parte di cittadini peggiori del mondo se, per soddisfare l’esigenza di giustizia gli basta la punizione al tifoso violento, che poi mi piacerebbe sapere quale violenza avrebbe esercitato Gennaro De Tommaso detto Genny nei fatti di sabato sera all’Olimpico.
La maglietta con la scritta? E’ un’opinione, per molti discutibile, inaccettabile ma nessuno dovrebbe vietare a nessun altro di poter esprimere con una provocazione un proprio pensiero. In Italia, paese antifascista per Costituzione e dove il fascismo è stato messo al bando, fuori legge, si dà ancora la possibilità a gruppi di nazifascisti di riunirsi – occupando pezzi d’Italia, il paese antifascista – in simpatiche manifestazioni; ci sono esercizi commerciali, banchetti al mercato che possono esporre e vendere vessilli fascisti, bottiglie di vino e altre chincaglierie con frasi e immagini inneggianti al duce, a Predappio ogni anno va in scena l’orrido teatrino della commemorazione del capoccione ma nessuno ha mai pensato di fare una legge che lo vieti, di sanzionare l’amministrazione politica di Predappio né di far chiudere per cinque anni il negoziante che vende quegli oggetti.
Eppure, si potrebbe e si dovrebbe.

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Lo Stato Carogna
Marco Travaglio, 7 maggio

Chi pensava che i peggiori pericoli per i magistrati antimafia venissero dalla mafia, soprattutto dopo le condanne a morte pronunciate da Riina, si sbagliava. Le minacce più insidiose arrivano sempre dal Palazzo. Il Csm – l’organo di autogoverno della magistratura che dovrebbe garantirne l’autonomia e l’indipendenza – ha inviato una circolare a tutte le Dda, cioè ai pool antimafia delle varie procure per raccomandare che ai pm che si sono occupati per 10 anni di mafia, camorra e ‘ndrangheta non vengano assegnate nuove inchieste in materia. Il diktat calza a pennello sulla Dda di Palermo, dove i principali pm titolari delle nuove indagini sulla trattativa Stato-mafia (rivolte al ruolo dei servizi segreti e della Falange Armata) hanno potuto finora occuparsene perché “applicati” dal procuratore Messineo. Nino Di Matteo è “scaduto” dopo i 10 anni canonici nel 2010, trasferito dalla Dda al pool “abusi edilizi” e da allora “applicato” per proseguire il lavoro sulla trattativa; Roberto Tartaglia l’ha seguito qualche tempo dopo; fra un mese scadrà anche Francesco Del Bene. La norma demenziale è contenuta nell’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella del 2007, che appiccica ai pool specializzati delle procure (mafia, reati fiscali e finanziari, ambientali, contro la Pubblica amministrazione, contro le donne e i minori, ecc.) un bollino di scadenza come agli yogurt: appena raggiungono 10 anni di esperienza, cioè diventano davvero capaci ed esperti su una materia, devono smettere e occuparsi d’altro. Una mossa geniale: come se un’azienda, dopo aver impiegato tempo e risorse per formare un dirigente, lo spedisse a fare altre cose perché è diventato troppo bravo. Vale sempre il detto di Amurri e Verde: “La criminalità è organizzata e noi no”. Se la legge fosse stata già in vigore nel 1992, Cosa Nostra avrebbe potuto risparmiare sul tritolo evitando le stragi di Capaci e via D’Amelio, visto che quando furono uccisi Falcone e Borsellino indagavano sulla mafia da ben più di due lustri. Negli anni scorsi il bollino di scadenza ha falcidiato i pool antimafia di Palermo, Bari e Napoli, quello torinese creato da Raffaele Guariniello sulla sicurezza, la salute e l’ambiente (processi Thyssen, Eternit, doping…), quello milanese coordinato da Francesco Greco sui crimini economici (Parmalat, scalate bancarie, Enel, Eni, San Raffaele, grandi evasori). P
er non disperdere enormi bagagli di esperienza e memoria storica, i procuratori capi tentavano di limitare i danni “applicando” i pm scaduti a singole indagini. Ora, con la circolare del Csm, cala la mannaia anche su quella possibilità. Col risultato che una materia delicata e intricata come la trattativa, che richiede conoscenze ed esperienze approfondite, sarà affidata a pm che mai se ne sono occupati, privi dunque di qualunque nozione sul tema e magari ammaestrati da tutti gli attacchi (mafiosi e istituzionali) subìti dai colleghi che hanno osato scoperchiarla. Il fatto che Di Matteo sia il nemico pubblico numero uno tanto di Riina quanto del Quirinale non lascerà insensibile chi dovrà raccoglierne l’eredità. Magari toccherà a qualcuno dei neomagistrati che Napolitano ha arringato l’altroieri col solito fervorino alla “pacatezza”, al “rispetto”, addirittura all’“equidistanza” (testuale), contro il “protagonismo” e gli “arroccamenti”, per “chiudere i due decenni di scontro permanente” e “tensione” (fra guardie e ladri, fra onesti e mafiosi).
Non contento, il presidente più incensato e leccato del mondo (dopo Mugabe) ha poi evocato fantomatiche “aggressioni faziose” ai suoi danni, che il Corriere – sempre ispirato – attribuisce proprio a Di Matteo&C. per “intercettazioni illegali nell’inchiesta sulla trattativa”. Naturalmente le intercettazioni erano perfettamente legali, disposte da un giudice sui telefoni dell’indagato Mancino che parlava con il Quirinale. Ma anche questa ignobile calunnia sortirà prima o poi l’effetto sperato. Nessuno s’azzarderà mai più a intercettare un indagato per la trattativa: potrebbe parlare con il capo dello Stato.

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Il legale degli ultrà: “Legittime le magliette” 

«Da sempre tifoso della Roma e frequentatore della curva dell’Olimpico», Lorenzo Contucci ha cominciato a occuparsi di Daspo per caso, sollecitato da conoscenti. Dopo centinaia di casi seguiti in tutta Italia, è diventato l’avvocato italiano più esperto in materia, tanto che una nota casa editrice gli ha chiesto di scrivere un compendio giurisprudenziale con i ricorsi che ha trattato. 

 

Quale fu il primo caso?  

«Un tifoso aveva ricevuto un avviso di procedimento per un Daspo alquanto vago, senza alcuna indicazione su quando, come, perché… Andammo al Tar, che lo annullò, stabilendo un primo principio di garanzia». 

 

Il caso più strano?  

«Quello dei tifosi della Roma a cui arrivò un Daspo per non aver pagato il biglietto del treno. Naturalmente il Tar annullò». 

 

Che cosa pensa dell’evocazione del modello inglese, che ha sconfitto gli hooligans?  

«Magari! In Inghilterra il Daspo viene deciso da un giudice, non dalla polizia. È un modello molto più garantistico». 

 

Quali sono i punti più critici in Italia?  

«Si sono succedute molte modifiche legislative pessime. La peggiore quella del governo Prodi nel 2007: prima il Daspo richiedeva una condanna o almeno una denuncia, ora si può fare anche senza». 

 

Qual è la conseguenza?  

«A me non è mai capitato un Daspo successivo a condanna. In genere arriva dopo una denuncia. Nel 50 per cento dei casi, il tifoso viene poi assolto nel processo, ma nel frattempo ha già scontato il Daspo: un’ingiustizia. Ma se non c’è nemmeno una denuncia alla base del Daspo, il tifoso non può sperare di ottenere un’assoluzione da un giudice penale. Il Daspo gli resta addosso senza possibilità di difendersi: un’ingiustizia al quadrato». 

 

E la durata?  

«All’inizio il limite massimo era un anno, poi fu portato a tre, ora sono cinque anni. Nei processi a rapinatori e spacciatori non mi è mai capitato un obbligo di firma così lungo. Ma evidentemente la pericolosità dei tifosi è ritenuta dal Parlamento superiore».  

 

Che ne pensa dell’idea di Alfano del Daspo a vita? 

«Incostituzionale. Le misure di prevenzione si basano su un giudizio di pericolosità attuale. Non è ammissibile una presunzione di pericolosità a vita, tanto è vero che non esiste la sorveglianza speciale a vita nemmeno per i mafiosi».

E della proposta di Daspo collettivo? 

«Non capisco che cosa voglia dire, ma forse è il caso di riparlarne dopo le elezioni. I politici italiani, anche con responsabilità di governo, parlano spesso di cose che non conoscono. Compresa la Costituzione».

Che cosa pensa del Daspo per chi indossa la maglietta pro Speziale? 

«Appunto che non si conosce la Costituzione. La libertà di manifestazione del pensiero, quando non diventa apologia di reato, è protetta dall’ombrello dell’articolo 21. Quella maglietta non inneggia all’uccisione di Raciti, ma sostiene l’innocenza di Speziale. Cosa che è legittimo fare anche se c’è una sentenza contraria. Ci sono già diverse pronunce di Tar e giudici ordinari che affermano questo principio, annullando Daspo a tifosi per striscioni di solidarietà a Speziale, ma si finge di ignorarle».

Perché, secondo lei? 
«Perché io difendo il quisque de populo. Ma se si stabilisse il principio che chi contesta una sentenza merita un Daspo, come farebbe Berlusconi ad andare ancora allo stadio?».

 

 

Il ragazzo che non c’è più

La storia di Federico l’ho seguita dall’inizio, sempre con lo stesso identico dolore, con la stessa rabbia impotente perché sulle spalle di Federico ci ho messo la testa e la faccia di mio figlio. 
Perché mi sono messa davvero nei panni di sua madre, e anche se non sono riuscita, ovviamente, a sentire lo stesso dolore l’ho capito. 
E’ giusto parlare di parità di sessi, rivendicarla, difendere il diritto che fa uguali uomini e donne in quanto persone, ma il rapporto che si crea fra una madre e un figlio dopo nove mesi di coabitazione fisica, uno dentro l’altra, nei quali si sente quel figlio muoversi, crescere dentro, la prima volta che lo si guarda appena nato, la prima volta che si attacca al seno, non è paragonabile a quello, sebbene ottimo che si crea fra padre e figlio. 
Essere madre, è un’altra cosa.

 

Ha ragione Patrizia Moretti: se gli assassini di suo figlio fossero stati cacciati col disonore che si sono meritati macchiandosi di tanta violenza gratuita, immotivata, ci saremmo risparmiati tutte le oscenità offensive indirizzate a Federico e alla sua famiglia che ciclicamente si ripetono. Se dei poliziotti sentono come un dovere esprimere una solidarietà a dei colleghi che non hanno adempiuto con disciplina e onore, quello vero, non quello Napolitano alla loro funzione è perché quegli assassini indossano ancora una divisa, diversamente no. 

Non avrebbero alcuna ragione di doverlo e poterlo fare.

 

Non è colposo l’omicidio di una persona finita dalle botte di stato. E’ assolutamente intenzionale. #vialamenzogna #vialadivisa #Aldrovandi

Anche se la morte di Federico fosse stata provocata da un gesto davvero colposo, non voluto, casuale, un’assemblea di un sindacato di polizia non si alza in piedi per applaudire in segno di solidarietà  umana chi ha provocato quella morte. Non è rassicurante vivere in un paese dove le forze dell’ordine pensano che sia normale esprimere solidarietà – pubblicamente con l’applauso –  a chi ha spezzato con la violenza e l’abuso la vita  di un ragazzino innocente. Non si può essere indulgenti, comprensivi e umani nei confronti di quattro assassini che hanno ucciso con disumanità, ma questo purtroppo è il paese dove la colpa, anziché aumentare rispetto al ruolo, diminuisce. Non è sicuro e ben gestito uno stato dove la parola onore viene svilita dal presidente della repubblica, dove ad un cittadino colpevole di aver derubato tutti e condannato per questo ad una non pena ridicola viene concesso di poter fare una campagna elettorale con tanto di ospitate televisive solo perché quel cittadino ha rivestito un ruolo politico. Non è sicuro uno stato dove le forze dell’ordine tradiscono il loro mandato di difensori dello stato e dei cittadini e non vengono punite adeguatamente ma continuano a ricevere il sostegno dello stato e dei colleghi. Non è sicuro uno stato dove il presidente del consiglio e il ministro dell’interno si limitano a telefonare e  messaggiare da twitter  la loro vicinanza alla famiglia di Federico Aldrovandi  anziché convocare i vertici della polizia di stato per chiedergli conto del comportamento assurdo tenuto ieri dai cosiddetti difensori dello stato e dei cittadini.

 

 

“Gli applausi sono un gesto gravissimo e inaccettabile che offende la memoria di un ragazzo che non c’è più e rinnova dolore di sua famiglia. Quegli applausi danneggiano la Polizia e il suo prestigio”. [Angelino Alfano, incredibilmente ancora ministro dell’interno]

Il ministro dell’interno della piccola dittatura Italia dove regnano incondizionate e indisturbate illegalità e ingiustizia ha espresso “vicinanza” alla mamma di Federico Aldrovandi in relazione al comportamento degli aderenti alla setta denominata Sap che ieri hanno tributato una standing ovation a tre dei quattro farabutti criminali che le hanno ammazzato il figlio. Chi legge il messaggino di Alfano pensa che Federico sia morto così, all’improvviso, in un incidente stradale, di morte naturale prematura o, come voleva far credere al mondo la prima sentenza per “atti di autolesionismo causati dall’assunzione di sostanze stupefacenti”. Mentre non è andata esattamente così, probabilmente Alfano non è stato informato del fatto. Gli assassini di Federico hanno nomi e cognomi e la sua morte non è stata un incidente. Il ragazzo “che non c’è più” è stato finito con la violenza da chi dovrebbe arginare e reprimere la violenza per mestiere.
Stamattina mi vorrei rivolgere con tutta la serenità di cui sono capace a quelle istituzioni sempre pronte a bacchettare, rimproverare, zittire e cacciare dalle aule parlamentari chi – secondo loro – mette in pericolo la democrazia con delle parole e che dopo tutte queste ore non si sono ancora espresse su questa vicenda che copre di vergogna tutto il paese, perché fatti di questo genere sì, mettono in pericolo questa nostra già finta democrazia. Dopo ieri, e ripensando ai tanti e gravi episodi legati alle violenze e agli abusi di stato i cittadini di questo paese, quelli che non pensano che la polizia faccia bene a picchiare, ad esercitare abusi di potere, hanno urgentemente bisogno di sapere se possono o no fidarsi ancora delle forze dell’ordine. Perché diventa sempre più difficile credere che chi agisce in modo violento, chi tollera la violenza, non la condanna, chi non prende le distanze dai violenti in divisa sia una minima di parte di quelli che quando indossano una divisa giurano di essere fedeli alla repubblica, allo stato e di rispettare la Costituzione e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri per la difesa della patria, e in quei doveri non rientra poter massacrare persone a calci e botte e meritarsi pure l’applauso.

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CINQUE MINUTI DI APPLAUSI AL CONGRESSO DEL SAP PER I POLIZIOTTI CONDANNATI –  RENZI AL SINDACATO: “BELLISSIMO LAVORARE INSIEME”. POI CHIAMA LA FAMIGLIA
Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano, 30 aprile


Non è la prima volta che un sindacato di polizia si tuffa senza vergogna nella difesa dei poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi – le scene del Coisp sotto l’ufficio di mamma Patrizia a Ferrara se le ricordano tutti –, ma certo assistere a oltre quattro minuti di applausi, partiti soft e poi diventati una vera e propria standing ovation, fa venire la pelle d’oca. È nato come un insensato tentativo di visibilità mediatica e soprattutto di dialogo con la pancia dei poliziotti, avvelenati per gli stipendi e il blocco del turn over e i turni stressanti, come da anni ci sentiamo ripetere. In realtà il gesto compiuto ieri dal Sindacato autonomo di polizia rischia di dimostrarsi un boomerang nei denti, quelli propri e quelli di coloro che la polizia la vogliono cambiare davvero.
Teatro della commedia dell’assurdo, Rimini, dove il Sap ha deciso quest’anno di celebrare il proprio congresso ed eleggere il nuovo segretario, prima solo presidente, Gianni Tonelli. Ai lavori erano invitati, “come ospiti” precisa con orgoglio il sindacato, i quattro agenti condannati per la morte di Federico, avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005. Erano presenti in tre: Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani. Mancava Monica Se-gatto. Quando Tonelli ha preso la parola per la sua relazione, ha citato quei nomi. Un timido applauso si è trasformato in pochi secondi in un’alzata in piedi.
LA PLATEA di poliziottti-sindacalisti ha omaggiato per quattro interminabili minuti i tre colleghi condannati in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo di un ragazzo di 18 anni. “Omicidio colposo, appunto, non sono assassini – si difendono dal Sap, nel momento in cui la piena dello sdegno li ha già travolti –. Noi rispettiamo la madre e rispettiamo le sentenze, ma che male c’è nella difesa umana dei nostri colleghi?”. Tonelli del resto aveva basato su questo tutta la sua campagna per la segreteria. A marzo, proprio da Ferrara, aveva lanciato l’hashtag #vialamenzogna, una risposta a quel #vialadivisa diventato la bandiera della lotta alla polizia violenta. “L’onorabilità della Polizia di Stato – aveva spiegato Tonelli
– è stata irrimediabilmente vilipesa e solo una operazione di verità sarà in grado di riscattare il danno patito. Alla stessa stregua i nostri colleghi, che noi riteniamo ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito”. Alla faccia del rispettare le sentenze. Tanto che in quell’occasione Lino Aldrovandi, papà di Federico, aveva risposto sulla sua pagina Facebook: “Renzi e Alfano dovrebbero intervenire per rispetto delle istituzioni”.
Così è stato, infatti. Peccato che il premier lo abbia fatto ieri Renzi (o forse il suo staff) ha mandato un messaggio proprio al congresso del Sap: “È una sfida difficilissima (unificare le forze di polizia, ndr) ma sarà bellissimo provarci insieme”. Insieme con chi omaggia tre condannati per omicidio? Infatti in serata è arrivata alla famiglia Aldrovandi la telefonata di solidarietà del presidente. Peggio ha fatto Berlusconi, che ha chiamato direttamente il Sap, pescando voti in una platea a lui già molto vicina. Gasparri, La Russa e Laura Comi sono addirittura intervenuti di persona.
Se n’era appena andato, invece, il capo della Polizia, Alessandro Pansa, che evidentemente non è fortunato quando deve inaugurare congressi: a quello del Silp Cgil, due settimane fa, gli era piovuta addosso la tegola dell’artificiere che aveva calpestato una ragazza durante la manifestazione di Roma. E ieri aveva appena detto che occorre stilare un decalogo di “regole d’ingaggio” per l’ordine pubblico. Ancora una volta, i giochi di potere – sindacale, in questo caso – si fanno sulla pelle di chi ha già sofferto pure troppo. “È terrificante, mi si rivolta lo stomaco – ha commentato con la solita straordinaria lucidità Patrizia Moretti, mamma di Federico –: cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? È estremamente pericoloso”. La famiglia sta valutando se sporgere denuncia contro il Sap.

 

 

Le trait d’union

Quando il dissenso provocato dalla negazione dei diritti viene annullato con la repressione violenta dello stato, la protesta si organizza. 
Questa non è nemmeno storia: è matematica. 
Gli scandalizzati, quelli che vorrebbero vedere regnare l’ordine dove non c’è pace – senza diritti, casa, lavoro, assistenza medica, istruzione che uno stato civile DEVE garantire non c’è pace – se ne facessero una ragione. Trenta, quaranta, cento criminali infiltrati [forse] appositamente per creare disordini non sono la voce del popolo. Manifestare è un diritto democratico che deve continuare ad esistere.

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Video – Il poliziotto calpesta la ragazza

40 FERITI, UNO GRAVE: “SOCCORSO IN RITARDO, FAREMO DENUNCIA”
“MENO DI MILLE EURO AL MESE, NON CI RESTA CHE OCCUPARE”
DAL CORTEO: “CHIEDIAMO DIRITTI, RISPONDONO CON PIÙ POLIZIA”

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Cambiano i governi ma le botte sono sempre le stesse. 
Le trait d’union fra i disagi, le necessità, i bisogni della gente e chi è chiamato a risolvere, ovvero la politica, è come sempre la repressione violenta da parte del braccio armato fascista del potere. Del resto, avere un tetto sulla testa ormai è diventato un privilegio. C’è chi ne può avere una, elegante e lussuosa a sua insaputa, c’è chi se la vede mettere a disposizione quale favore dall’amico industriale e che male c’è, e chi invece è costretto a ricordare a questo stato infame che la casa non è un privilegio ma un diritto. 

E per  ricordare inoltre, che quelli fra gente armata e chi un’arma non ce l’ha non sono scontri: è repressione, ma i giornalisti, tutti, non hanno ancora imparato a definire questa non sottile differenza. Lo scontro prevede un conflitto ad armi pari. E fra l’imbecille col petardo e il funzionario di stato regolarmente armato, non di bombe carta ma di armi realizzate per ammazzare e adeguatamente protetto da una divisa speciale, ha ragione sempre l’imbecille col petardo. Quando le forze dell’ordine, altrimenti dette tutori dell’ordine si presentano ad una manifestazione abbigliati in assetto da guerra e irriconoscibili perché prive di un numero che permetta la loro identificazione, le loro intenzioni sono più che evidenti.  I cittadini, su richiesta del tutore della legge sono obbligati a mostrare i documenti e a rivelare le loro generalità: non si capisce perché al cittadino pestato dal poliziotto venga invece impedito di poter sporgere una regolare denuncia perché mancano i presupposti, una faccia, il nome e il cognome dell’aggressore. Va ricordato che polizia e carabinieri rispondono ad ordini precisi, dunque esistono persone ancora più responsabili della manovalanza in divisa che commette violenze. Gente seduta comodamente nel suo ufficio a cui la politica, la stessa che l’ha scelta fa i complimenti – dopo – per l’ottimo lavoro svolto.

Non è tanto la violenza della polizia alla quale ci siamo purtroppo tristemente abituati a dover preoccupare quanto quella di chi approva le botte, le violenze, e pensa che siano sempre troppo poche. Che non capisce che chi rappresenta lo stato non può avere comportamenti violenti.

Che un poliziotto non dovrebbe passeggiare sul corpo e sulla testa di una persona inerme e disarmata.

 
Mi piacerebbe affacciarmi un attimo nei cervelli bacati di queste persone, per vedere in che modo si forma un’idea bestiale.

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 E mi piacerebbe anche sapere chi è questo vigliacco pezzo di merda che viene pagato anche coi miei soldi. E io non pago gente per mandarla a massacrare altra gente.  Non mi va di essere il mandante di criminali picchiatori.