L’indecenza non ha età [se questo è un rinnovatore]

L’ha resuscitato D’Alema nel ’97 con la bicamerale quando era  politicamente morto, non per meriti di un’opposizione che non c’è mai stata ma dei suoi medesimi; ha ripetuto l’operazione Veltroni  quando, nella famosa campagna elettorale nel 2008 lo definiva “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” pur di non  fare il suo nome, ché non sia mai gli italiani potessero capire per chi  NON dovevano votare, che l’avversario “non è un nemico e non va demonizzato”, nemmeno se è silvio berlusconi. Ci riprova oggi Matteo Renzi riconoscendo un’autorevolezza politica ad un pregiudicato condannato pensando che sia utile, necessario, politicamente, nonché eticamente e moralmente corretto andare a trattare, discutere di leggi con uno che in tutta la sua vita ne avrebbe fatto volentieri a meno. berlusconi non è un interlocutore politico da trattare con rispetto, semmai lo sia mai stato anche prima visti i suoi precedenti, anche penali, il suo stile di vita, il suo fregarsene di ogni regola anche minima di convivenza civile. E con uno così Renzi va a discutere di regole, anzi della prima regola dalla quale poi scaturiscono tutte le altre e cioè di legge elettorale. Quello che fa, pensa e dice berlusconi non dovrebbe, se questo fosse un paese normale, essere riportato urbi et orbi come una notizia dalla stampa e dall’informazione assuefatte e anestetizzate dal servilismo. berlusconi che da condannato in via definitiva alla galera perché ha rubato allo stato può fare ancora campagna elettorale, pensare di presentarsi da leader alle elezioni nello stesso stato che ha derubato è una tragedia italiana, come le stragi impunite. Continuare a restituire dignità a chi l’ha persa per sua scelta significa voler dare il colpo di grazia ad un paese martoriato, altroché rinnovamento. Renzi va a discutere di legge elettorale, ovvero della legge per formare un parlamento, con berlusconi che in parlamento da decaduto qual è non ci può più mettere piede. 

 Si può discutere di leggi con un delinquente che le ha sistematicamente violate? Ci siamo scandalizzati, indignati quando si parlava di riforma della giustizia, abbiamo detto che non era possibile che un indagato [prima] potesse mettere bocca sulla riforma di quella giustizia che a berlusconi dà solo fastidio, la considera un inutile orpello, l’ha sempre considerata il grande ostacolo al suo progetto delinquenziale attaccando i giudici, diffamandoli, accusandoli di essere loro, il cancro della società e adesso Renzi che fa, parla con berlusconi [dopo aver parlato con Verdini, e ho detto Verdini] di legge elettorale perché pensa che la discussione politica non possa prescindere dal parere di un pregiudicato? E, se mi posso permettere, il segretario del pd eletto per acclamazione universale ci potrebbe spiegare in quale paese un leader di partito, un prossimo futuro ed eventuale candidato al ruolo di capo del governo pensa che sia utile ascoltare cos’ha da dire un truffatore, un ladro, un condannato alla galera, uno che ha un procedimento giudiziario ancora aperto in virtù del quale è stato già condannato in primo grado a sette anni per sfruttamento della prostituzione minorile e concussione, uno che dovrebbe stare in galera? Dentro forza Italia non c’è nessuno più presentabile di berlusconi per discutere di leggi, un incensurato, ad esempio? E perché mai gli italiani si dovrebbero fidare di uno che va a trattare e a discutere di leggi con un delinquente? 

Questa sarebbe la politica nuova di Renzi?
E qualcuno ha pure il coraggio di criticare Grillo che con questi non ci parla?

Il palo, c’era

Ruby conferma: “Palo da lap dance alle feste di berlusconi”.
Finalmente, oh io non ne potevo più di stare co’ ‘sto pensiero palo sì palo no.

Nella casa di uno che ha un certo stile di vita non può mancare un palo per la lap dance, è un complemento d’arredo necessario, indispensabile, come lo scrittoio del ‘700, la lampada stile vintage, il salotto chippendale, cose così, ecco.

E la minetti che si toglie il vestito da suora restando in lingerie è stato il clou della rivisitazione mediasettiana dello svolgimento delle cene eleganti, tutte calici tintinnanti e tovaglie di Fiandra. 
Come? non c’era? mannaggia…

Che tristezza, i travestimenti da suora e da infermiera sono i più banali anche per i fetiscisti più irriducibili, al pari della fatina e zorro per carnevale, per non parlare della scimunita che si mascherava da Ilda Boccassini.

Alla fine era quasi meglio Mosley, quello della Formula Uno che le sue mignotte le faceva travestire da kapo’.

Litania della pacificazione

Lasciamoci alle spalle la guerra dei vent’anni contro Berlusconi, dicono i terzisti in coro. Dimenticandosi chi è davvero il capo del Pdl. Giudicato colpevole in vari procedimenti. E salvato solo da prescrizioni e depenalizzazioni.

di Marco Travaglio, da L’Espresso, 17 maggio 2013

Va di moda la scemenza della “guerra dei vent’anni”, una lunga “guerra civile” combattuta fra berlusconiani e antiberlusconiani (che curiosamente le han date tutte vinte a Berlusconi) e chiusa dal provvidenziale governo Letta.
Dalla scemenza principale discendono poi altre bizzarrie. Urge la «provvisoria e parziale messa tra parentesi del conflitto alla luce di un interesse superiore» (Michele Salvati, “Corriere”). La sinistra «recuperi l’identità smarrita nella confusione dell’antiberlusconismo viscerale, cioè della contrapposizione alla persone dell’avversario più che alla visione del mondo di cui lo stesso era (sic, ndr.) portatore» (Giovanni Pellegrino, “l’Unità”). «Non si misura su Berlusconi la nostra identità» (Emanuele Macaluso, “l’Unità”). «Tutti dovremmo imparare ad abbassare la voce, a rispettare gli avversari, a guardare in faccia la realtà di un Paese che, nella maggioranza della sua opinione pubblica, è stanco della politica urlata e concepita come scontro continuo» (Giovanni Belardelli, “Corriere”).

Queste e altre lezioncine terziste dimostrano una sola cosa: a vent’anni dalla sua discesa in campo, gran parte degli intellettuali italiani continuano a far finta di non sapere chi è Berlusconi. E così i presunti belligeranti del Pd. Il giorno della condanna in appello del Cavaliere a 4 anni per frode fiscale, il viceministro Bubbico dichiarava che la sentenza «finché non diventa definitiva è nulla».

In realtà quello di appello è l’ultimo giudizio di merito e ha stabilito che la vittima della guerra civile è tecnicamente un delinquente, avendo mostrato «particolare capacità di delinquere nell’architettare» e «ideare una scientifica e sistematica evasione fiscale di portata eccezionale» che gli ha procurato «un’immensa disponibilità economica all’estero, ai danni non solo dello Stato, ma anche di Mediaset e, in termini di concorrenza sleale, delle altre società del settore».

Ora la Cassazione dirà se i giudici d’appello hanno rispettato il diritto. Ma i fatti sono definitivamente cristallizzati. Così come in un’infinità di altri processi, chiusi per amnistia o prescrizione (previo accertamento di colpevolezza), oppure per non doversi (anzi potersi) procedere perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato», essendo stato depenalizzato dall’imputato.

Nel caso Guardia di Finanza la Cassazione ha stabilito che la Fininvest pagò tre mazzette per addomesticare verifiche fiscali: non si sa se ad autorizzarle fu Paolo o Silvio Berlusconi (assolti), ma si sa chi le pagò (Salvatore Sciascia, condannato e promosso senatore) e chi depistò le indagini (Massimo Berruti, condannato e promosso deputato). Al processo Mondadori la Cassazione ha stabilito che la Fininvest corruppe il giudice Metta tramite gli avvocati Previti, Pacifico e Acampora (condannati), nell’interesse e con soldi di Berlusconi (prescritto). Al processo Mills la prescrizione gli ha risparmiato la condanna per aver corrotto con 400 mila dollari il teste inglese in cambio del suo silenzio.

Al processo All Iberian la Cassazione ha stabilito che Berlusconi finanziò illegalmente Craxi con 21 miliardi di lire (condannati in primo grado, i due compari si salvarono poi per prescrizione). Al processo sul consolidato Fininvest, la prescrizione tagliata dalla sua controriforma l’ha miracolato dal reato documentato di aver falsificato i bilanci per occultare ben 1.550 miliardi di lire su 64 offshore. Stessa scena per i bilanci falsi del Milan nell’acquisto di Lentini. L’amnistia del 1990 gli ha risparmiato due sicure condanne per falsa testimonianza sulla P2 e falso in bilancio sui terreni di Macherio.

Dunque, senz’attendere i giudizi di primo grado su Ruby, d’appello sulla divulgazione del nastro Fassino-Consorte e di Cassazione sui diritti tv, si può già affermare senza tema di smentite che Berlusconi è uno spergiuro, pluricorruttore, multifalsario di bilanci ed evasore. Ora rileggete le frasi all’inizio di quest’articolo e vedete se riuscite a restare seri.

L’impiglio

17 maggio: Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia

Ancora oggi, in una repubblica democratica del terzo millennio, c’è chi pensa che gli omosessuali siano persone non degne di avere quei diritti che ha chi omosessuale non è. 


E ancora oggi in Italia non c’è una legge specifica per tutelare le minoranze. 

E ancora oggi si consente a personaggi pubblici, a certi politici, di poter esprimere idee omofobe, violente e razziste e non succede niente, dopo.

In questo paese bisogna ribadire ogni giorno che l’omosessualità rientra nella NORMALITA’ della vita di tanta gente.

Tutto questo non è civile, non è normale, non è degno di una democrazia occidentale.

L’omofobia deve diventare un reato, perché esprimere idee omofobe significa incentivare atti violenti;  l’omofobia, come il razzismo e il fascismo non è una libera espressione del pensiero né un diverso punto di vista su una questione, come dire: panettone o pandoro, amatriciana o carbonara, carne o pesce.
L’omofobia è un crimine, è violenza che non deve trovare nessuna residenza in una società civile.

…O COSI’ O IL GOVERNO CADE
Pdl, tre minacce in un solo giorno

Ineleggibilità, il Popolo della Libertà contro Zanda che si dice pronto a votarla. M5S: noi ci siamo
Imu, Brunetta a Porta a Porta: “Riforma entro agosto anche per le imprese o addio esecutivo” (leggi)
Video – Longo: “Interdizione? Letta cade un minuto prima”. Ma B: “Patto con Pd chiude guerra civile”

Sottotitolo: ma che bel tipino Zanda, prima fa il cazzone e dice che che silvio in parlamento non ci può stare per la storia dell’ineleggibilità e appena la banda del bassetto ha alzato la voce ha ritrattato dicendo che è una sua opinione personale.
Ma un paese può stare nelle mani di gente così, può viaggiare sull’onda del ricatto di un  delinquente [sempre per sentenze] e delle sue minacce?

E qua parlano di vilipendio, di offese via web?  sono trent’anni che berlusconi è ineleggibile, la Costituzione è nata nel ’48; la norma sull’ineleggibilità risale al ’57, quindi significa che cinquantasei anni fa dei politici molto più lungimiranti e previdenti, che questo paese lo amavano davvero, avevano già messo nero su bianco che i possessori di media e mezzi di comunicazioni non potessero, ovviamente, logicamente e civilmente, avere gli stessi diritti di chi non lo era e lo è di partecipare alla politica da politici. 

Che la separazione fra controllori e controllati doveva essere una legge dello stato.

E oggi si parla di vaffanculi via web, di impedire le intercettazioni che sono uno dei sistemi investigativi più efficaci di lotta al malaffare, alla criminalità e alle mafie.
Pietà, e misericordia, anche.

Una minaccia al giorno [ma anche più d’una] ce la farà a togliere il governo da torno? io spero di sì. 
E mi dispiace per tutte le intellighenzie che pomposamente ci informano, ci avvertono quasi, che questo è il governo dell’ultima spiaggia per gli italiani perché a me, a naso e ad occhio pare invece che questo sia solo il governo dell’ultima salvezza per berlusconi.

Non c’è cosa che si possa anche e solo provare a dire nel merito di provvedimenti e di leggi senza che qualcuno dei cani da guardia a libro paga dell'”impigliato” non prometta che il governo cadrà “un minuto prima” che accada quella cosa o che qualcuno si metta in testa davvero di realizzarla. 

“Impiglio” è l’ultima frontiera della linguistica inventata da Napolitano per il bene della pacificazione e dell’abbassamento dei toni fino a far sparire proprio le parole per evitare accuratamente di pronunciare, a proposito dei politici disonesti, parole come “imputato, pregiudicato e condannato”.

E magari anche delinquente che non stonerebbe col pendant.

Ad esempio l’interdizione dai pubblici uffici relativa alla sentenza del processo allo “stile di vita” del puttaniere incallito: l’interdizione non è un capriccio della Boccassini, è un provvedimento legato al reato di concussione che ha commesso berlusconi, e se quell’interdizione gli spetta per diritto [di legge] lui e i suoi servitori [armati e non] devono accettare il verdetto della LEGGE e ringraziare anche tutti i loro dei che qui siamo in Italia dove non si è colpevoli prima del miliardesimo appello, grado di giudizio.

Perché se questo fosse stato quel bel paese normale che ogni giorno bisogna nominare stancamente come termine di paragone per la qualsiasi a proposito dell’Italia silvio berlusconi sarebbe GIA’ ospite delle patrie galere, perché i suoi comportamenti non sono riferibili ad uno “stile di vita” come piacerebbe a ferrara e alla santanché che ieri sera a Servizio Pubblico si sono prodotti nei consueti voli pindarici tesi alla difesa dell’amico dei loro cuori  e generalmente a tutti quelli che “ognuno a casa sua fa quello vuole”: sono reati. 

Pagare mazzette alla guardia di finanza per fare in modo che si distragga nei controlli fiscali è reato, rubare una casa editrice con la complicità di giudici compiacenti e pagati un tanto al chilo è reato, abusare del ruolo politico facendo pressioni ai funzionari di una questura è un reato, ottenere le grazie e i favori sessuali da ragazzine con la promessa dei soldi e della bella vita non è una concessione magnanima di un filantropo, è induzione alla prostituzione, e quei favori ottenuti non sono la scelta consenziente di ragazzine sciagurate e arriviste: è sfruttamento di quella prostituzione, dunque un reato.
Tutto questo ovviamente in un paese normale dove la legge non viene accomodata e acconciata in base all’esigenza dei potenti prepotenti delinquenti e in un paese normale dove la politica non si mette al servizio di un delinquente per consentirgli di violare la legge comodamente quando e come vuole.

Impigliato alzatevi
Marco Travaglio, 17 maggio

Nella vertiginosa regressione lessicale che ci sta portando rapidamente verso l’obiettivo “neuroni zero”, mancavano giusto un sostantivo e un aggettivo: li ha pronunciati il presidente Napolitano in una di quelle esternazioni quirinalizie che non si sa bene come qualificare (interviste? moniti? spifferi? sedute spiritiche? Boh). Si tratta di alcune sue frasi pubblicate tra virgolette dal direttore del Messaggero , Virman Cusenza, che lo scortava sull’aereo presidenziale da Roma a Genova, dov’era atteso per i funerali delle vittime della strage al porto. In quella selva di ovvietà da Banal Grande che tanto eccita la stampa nazionale (“portare avanti la barca tra i marosi, dare fiducia al Paese”, Letta “non si lascia intimidire da polemiche né da incidenti di percorso”, “molto misurato”, anzi “attentissimo”, come del resto “Saccomanni”, al discrimine “tra il fare e il non abbandonare il rispetto degli impegni”, “siamo sul filo del rasoio con Bruxelles”), sono affogati il sostantivo e l’aggettivo della neolingua inciucista. Il sostantivo è “moderazione”: “serve moderazione nelle aspettative delle misure economiche”. Il che, tradotto in italiano, significa che il governo non farà un bel nulla, visto che non c’è un euro e i presunti alleati litigano su tutto. L’aggettivo è “impigliato” che, nel nuovo dizionario dei sinonimi, sta per imputato. Dare dell’imputato a B. pare brutto: vedi mai che si incazzi e rovesci il governo del nulla. E allora si dice “impigliato”: “Capisco chi si trova impigliato”. Dove? “In processi e vicende giudiziarie di rilievo”, spiega il Cusenza. Ah ecco, il presidente della Repubblica “capisce” un leader di maggioranza, già tre volte premier, che “si trova impigliato” in quattro processi per corruzione di senatori, concussione e lenocinio minorile, frode fiscale, divulgazione di intercettazioni segrete di un avversario politico. Sono cose che possono capitare a tutti. Specie a chi corrompe senatori, intimidisca questure, paga prostitute minorenni, froda il fisco, divulga intercettazioni rubate. E allora zac!, si ritrova impigliato. E pazienza se, per molto meno, Dominique Strauss-Kahn ha rinunciato all’Eliseo. Il capo dello Stato – italiano, mica francese – capisce anche (“era nelle cose, nella natura”, scrive l’esegeta Cusenza) “le forze politiche che non rinunciano a reagire, ciascuna a modo suo”: anche con manifestazioni di piazza contro il terzo potere dello Stato. Però, fa notare, “meno reazioni composte arrivano, meglio è dal punto di vista processuale”. Nella sua immensa bontà e saggezza di padre, dispensa consigli ai difensori di B., casomai non fossero abbastanza, per favorire un miglior esito processuale all’illustre cliente imputato, anzi “impigliato”. Insomma, al presidente della Repubblica non importa sapere se l’uomo, l’ometto che ha mandato tre volte (direttamente o indirettamente) al governo e a cui ha firmato una dozzina di leggi vergogna è un corruttore, un concussore, uno sfruttatore di minorenni, un evasore fiscale e un violatore di segreti. Questo per lui si chiama – per usare il traduttore simultaneo Cusenza – “il macigno giustizia”: e, siccome “ce lo trasciniamo da anni” ed “è sempre stato all’ordine del giorno”, occorre che “tutti se ne facciano una ragione”. Come dire a un gioielliere che viene rapinato impunemente da anni: guarda, caro, visto che il macigno rapine ce lo trasciniamo da anni ed è sempre all’ordine del giorno, fattene una ragione. Anzi, la prossima volta risparmia la fatica al rapinatore e consegnagli spontaneamente la refurtiva; perché sai, i rapinatori non rinunciano a reagire, ciascuno a modo suo, e non vorrei che una reazione scomposta gli provocasse peggioramenti dal punto di vista processuale; perché io capisco chi si trova impigliato in vicende di rapina. E adesso non rompere perché devo occuparmi di chi mi ingiuria sul web, cioè dei veri reati di cui non riesco proprio a farmi una ragione.

Il sistema prostitutivo di b.

Sottotitolo: ha trasformato un paese in un troiaio a immagine e somiglianza sua e di quelle e quelli come lui e ancora ha il coraggio di parlare di odio, di pregiudizio, di considerazione malevola nei suoi confronti.
Se in questo paese ci fosse davvero  gente capace di mettere in pratica l’odio molti di quei personaggi che in tutti questi anni si sono attivati per demolire anche l’idea di un’Italia paese civile non sarebbero ancora nelle condizioni di poterlo fare.
Ma come ha ben scritto un’amica su facebook qualche giorno fa, “ognuno ha la propria coscienza con la quale dialogare, quando c’è silenzio intorno”.
E alla fine a me basta sapere che se quello è ancora lì non ci sta per colpa mia ma di chi poteva dire e non ha detto, poteva fare e non ha fatto, ovvero quella che era la cosiddetta opposizione fino a qualche settimana fa prima di portare definitivamente e finalmente alla luce la sua complicità con un delinquente  PER SENTENZE.
E ovviamente di chi in tutti questi anni l’ha sostenuta.
Perché io dieci, quindici, diciassette anni fa pensavo, dicevo e scrivevo le cose che penso dico e scrivo oggi, altri non lo facevano, difendevano il proprio partito /orticello, s’innamoravano dei segretari di partito, negavano quella che è sempre stata l’evidenza e cioè che nessuno nella politica, evidentemente coinvolto negli stessi suoi interessi, ha voluto agire concretamente per liberare l’Italia dall’anomalia impersonata da  silvio berlusconi.

In un processo, durante una requisitoria di cinque ore per stabilire che un presidente del consiglio si porta[va] a letto ragazzine minorenni e che intorno alla sua attività di tRombeurs de femme, pagante, ha costruito un sistema malavitoso, l’ennesimo peraltro, col quale faceva affari con delinquenti della sua risma col metodo del do ut des offrendo non il suo ma la roba di tutti, pezzi d’Italia, quello che salta agli occhi e alle orecchie è lo strafalcione di Ilda Boccassini sulla “furbizia orientale”.

Concordo sull’inopportunità di una frase, due parole, ma trasformarla in oggetto di critica severa prestando così il fianco a chi non aspetta altro che il passo falso per esercitare il solito vittimismo, per parlare di giudici prevenuti, mi sembra un’enormità insopportabile.

L’ossessione del politicamente corretto è la stessa che ha permesso e permette che certe questioni, parole, situazioni siano state e siano ancora  guardate e considerate come se fossero la normalità: nessuno ha chiesto conto a berlusconi, e a chi gli faceva da eco, quando parlava di giudici cancro della società, matti ché se fossero sani farebbero un altro mestiere, antropologicamente diversi dalla razza umana.

 Quando massacravano Ilda Boccassini dov’erano i politicamente corretti? gli amanti del verbo perfetto, quelli che, evidentemente, non inciampano mai in un errore?

Nessuno ha chiesto le dimissioni di ministri e vicepresidenti del consiglio eversori e terroristi che sono andati a manifestare contro la Magistratura, ad invadere un tribunale della repubblica, di quei  314 traditori dello stato che hanno giurato il falso in parlamento in nome del popolo italiano ma come al solito, nel paese che perdona solo gl’imperdonabili, il casus belli lo creano due parole di una signora perbene che fa il suo lavoro in condizioni di estrema difficoltà, ostacolata e osteggiata soprattutto da chi dovrebbe sostenere il lavoro dei giudici.

Ecco perché non ce la posso fare, né mentalmente né umanamente, ad essere severa e ad unirmi alla critica nei confronti di Ilda Boccassini.
Perché sì, i principi si devono difendere sempre ma in questo caso c’è una sperequazione troppo grande, impossibile non rendersene conto.

Ed ecco perché io ringrazio Ilda Boccassini, perché c’è un paese che non ha paura della Magistratura e di chi lavora – malgrado e nonostante eccellenti interferenze – per quel rispetto della legge uguale per tutti che impone la Costituzione; un paese che non ha mai temuto quella “deriva giustizialista” di cui molti si sono riempiti la bocca in tutti questi anni confondendo il bisogno di giustizia vera col desiderio di vendetta; gente che ancora oggi si affida ad un ipotetico e futuro giudizio storico che non basterà a rendere giustizia e non potrà mai essere uguale a quello che stabilisce un tribunale.
In un paese normale la Magistratura non fa le veci di una politica disonesta, arrogante, assente, arroccata nei suoi privilegi che rifiuta di ripulirsi dal marciume corrotto, mafioso essendosi ormai irreversibilmente incistata nel malaffare: in un paese normale Magistratura e politica lavorano fianco a fianco,  una politica onesta non avrebbe nulla da temere.
E nemmeno noi.

Ruby, chiesti 6 anni e interdizione per B.

Nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore funzionava “un sistema prostitutivo organizzato per il soddisfacimento sessuale di Silvio Berlusconi“ [Ilda Boccassini]

Lui: “Pregiudizio e odio, povera Italia”

Povera Italia, sì, ostaggio da vent’anni di un personaggio inqualificabile, disonesto,  che non avrebbe trovato nessuna residenza in un paese normalmente civile e che non è stata difesa da nessuno in tutti questi anni, nemmeno da chi era pagato per farlo.

Divisivi e no 
Marco Travaglio, 14 maggio

Bei tempi quando giocavamo a cowboy e indiani, o a guardie e ladri e poi, crescendo, ci dividevamo fra destra e sinistra. Ora, con tutti i problemi che già abbiamo, ci tocca pure domandarci se siamo o no “divisivi” e “seminatori di odio”. E, in caso affermativo, redimerci e scusarci per avere magari inavvertitamente sabotato la “pacificazione nazionale”. Prodi e Rodotà non sono andati al Quirinale in quanto “divisivi”: conoscendo B., l’avrebbero tenuto lontano dal governo; invece Napolitano, conoscendo B., l’ha tenuto molto vicino, anzi dentro. Enrico Letta è divenuto premier proprio perché non è divisivo: anzi, è proprio indivisibile dallo zio. L’altro giorno un Comune toscano ha rinunciato a intitolare la sala consiliare a un’eroina partigiana perché la Resistenza “è divisiva”. Giusto: non c’è nulla di più partigiano dei partigiani, che osavano combattere i fascisti, per giunta con le armi, anziché abbracciarli fraternamente e farci un governo insieme. Molto divisiva la requisitoria Boccassini al processo Ruby: la toga rossa ha chiesto per il Cavaliere di Hardcore 6 anni di galera più interdizione perpetua, anziché congratularsi per le cene eleganti e soprattutto per i dopocena, così aprendo un’insanabile divisione fra puttanieri e non. Un po’ come il divisivo Battiato, saggiamente cacciato dal governatore Crocetta per aver eretto un muro invalicabile fra onorevoli troie e non. Lo stesso dicasi della divisiva pm Annamaria Fiorillo, punita dal Csm perché, dicendo la verità sulla notte di Ruby in Questura, ha scavato un profondo fossato fra chi mente e chi no. Divisiva anche la Corte d’appello di Milano che, condannando un evasore fiscale per evasione fiscale, ha innescato pericolose spaccature fra chi non paga le tasse e chi le paga anche per lui. Molto divisive le figlie di Tortora, che “facevano meglio a tacere” e a cogliere la sottile ironia nell’autoaccostamento di B. al loro genitore: egli non intendeva paragonarsi a lui per il processo (Enzo fra l’altro era innocente), ma per la decisiva importanza del fattore ornitologico nelle carriere di entrambi. Gli episodi di cui sopra servano di lezione agli italiani: ciascuno è chiamato a fare la sua parte, improntando la vita quotidiana ai più rigorosi criteri di non-divisività e pacificazione nazionale. Qualche esempio aiuterà a capire meglio la portata della sfida. Se siete in auto, fermi al semaforo, e un pirata della strada ubriaco fradicio col bottiglione di whisky in una mano e il cellulare nell’altra vi tampona violentemente sderenandovi la macchina, contate fino a dieci prima di uscire dalla carcassa; e, quando lo fate, andategli incontro a braccia aperte, domandandogli se si sia fatto male, rimborsandogli sull’unghia il danno arrecatogli e scusandovi per la vostra inopinata presenza proprio davanti al suo Suv, scevri da qualsivoglia atteggiamento odiatorio e divisivo. Se un ladro vi scippa la borsa per strada, rinunciate a rincorrerlo per recuperare il maltolto (sarebbe un sintomo inequivocabile di odio) e contribuite alla pacificazione nazionale: se possibile, mentre s’allontana, augurategli buona fortuna e dettategli al volo il pin del vostro bancomat. Se fate i vostri bisogni al bagno pubblico e un teppista vi orina addosso, abbandonate inutili odii o tentazioni divisive: lasciategli completare la minzione e congratulatevi per la splendida mira. Se, rincasando, trovate vostro marito a letto con un’altra, allontanatevi in punta di piedi per non interrompere divisivamente l’amplesso e, a cose fatte, servite alla coppia due caffè e cornetti alla crema. Se siete una bella ragazza e un tamarro vi fa la manomorta sul bus, rifuggite da gesti inconsulti e divisivi, tipo ceffone o urlo o chiamata al 113: anzi, ringraziate il nuovo corteggiatore per il gentile pensiero e invitatelo a cena. Solo così, in un futuro che tutti speriamo prossimo, avrà fine l’annosa guerra civile permanente fra palpeggiatori e palpeggiate.

Concorso esterno

Preambolo: se la priorità per un governo è l’abolizione di una tassa su richiesta, per meglio dire, su ricatto, di chi quella tassa l’ha pensata e voluta e non ha invece a che fare con problemi più urgenti, su quei diritti civili di cui nessuno si occupa ufficialmente per mancanza di tempo ma sappiamo tutti quali sono i veri motivi per cui nessun governo l’ha mai fatto, non ha mai anteposto il diritto ai diritti [un cittadino non è solo una spugna da cui spremere doveri] come Costituzione comanda, quel governo non potrà mai fare nulla di buono.

“L’idea non era quella di fare un governo coi 5s, l’idea era quella di chiedere ai 5s di consentire che nascesse un governo di csx pur rimanendo cosa ristretta [cosa loro, ecco: nota di R_L]
Avevamo valutato e proposto ai 5s di non opporsi, di consentire tecnicamente la nascita di un governo.” [Marina Sereni, pd a Porta a Porta, 30 aprile]

Conflitto d’interessi, vietato parlarne

Sottotitolo: il 27 aprile Marco Travaglio intervistato al telefono da Mentana al tg di la7  disse queste parole: “la verità vera è che nessuno del pd ha mai pensato di fare un governo coi 5S.

Tutte le richieste di Bersani contenevano implicitamente il pretesto per farsele rifiutare da Grillo per poi dargli la responsabilità di non poter fare un governo.
Ci sono tante amnesie nelle ricostruzioni, ma adesso che è caduto anche il loden di Monti finalmente pd e pdl hanno potuto ufficializzare l’inciucio”.

Insomma è un po’ come organizzare un matrimonio, spedire le partecipazioni, prenotare il ricevimento, scegliere insieme le bomboniere, gli anelli e poi arrivati al fatidico giorno uno dei due futuri sposi dicesse all’altro: “guarda, non era vero niente, chi l’ha detto che volevo sposarti?”

Ebbrava la Sereni che, non si capisce se in un eccesso di sincerità, di ingenuità o sempre per la ormai famosa e totale incapace politica relativa al “maggior partito di opposizione”  ha, speriamo, tolto anche l’ultimo dubbio circa il fatto che Bersani un governo coi 5s non lo voleva, non l’avrebbe mai fatto.

Quindi  Travaglio ha sempre avuto ragione e che quella di Letta quando disse “meglio berlusconi di Grillo in parlamento”, era molto di più di un’opinione personale ma la previsione esatta di quello che sarebbe poi accaduto.

Ha ragione Scanzi, sono meravigliosi, quelli del piddì.

Dunque  il piddì voleva il concorso esterno dei 5s.
La loro collaborazione ad una maggioranza ma non la relativa considerazione, con l’intento magari di poter addossare la colpa ai 5s qualora non avessero votato quelle cose che non erano nel programma dei 5s ma in quello del pd sì e accusarli di  mettere a rischio la tenuta del governo.

Tipo il concorso esterno del pd a favore del pdl, cosa che peraltro c’è sempre stata anche senza ufficializzazione, altrimenti non saremmo mai arrivati fin qui.
Bastava uno straccio di legge sul conflitto di interessi per sbarazzarsi di berlusconi, non ci voleva una particolare genialità politica.

Un po’ come accaduto in precedenza a Rifondazione comunista quando si rifiutava di votare in parlamento il finanziamento agli armamenti e alle guerre e generalmente a tutto quello che un governo di centrosinistra non dovrebbe fare.

Il governo Prodi è caduto per colpa di Mastella ma a tutt’oggi c’è chi crede ancora che la responsabilità sia stata di Rossi e Turigliatto che, siccome sono comunisti, agivano secondo il loro sentire e non in virtù degli opportunismi politici e degli accordi contrari non solo ad un’ideologia di sinistra ma proprio alla Costituzione, ad esempio rifiutando di votare l’appoggio economico e umano alle guerre.

Dipartito democratico – Marco Travaglio, 1 maggio

Dicono che i pesci rossi abbiano la memoria corta, tre mesi non di più. Ma la stampa italiana li supera, diffondendo balle à gogò che non tengono minimo conto della storia degli ultimi tre mesi: elezioni, consultazioni, presidenziali. 1. ”Il governo Letta non ha alternative: i 5Stelle hanno detto no a Bersani e il Pdl ha detto sì a Letta”. Ma i 5Stelle han detto no a Bersani che chiedeva la fiducia a un suo governo di minoranza, fondato su 8 genericissimi punti, che per sopravvivere avrebbe raccattato i voti qua e là in Parlamento. Nessuno ha proposto un governo Pd-M5S presieduto da un uomo super partes. Errore di Bersani, che non andava al di là del proprio nome, convinto di aver vinto le elezioni. Ed errore dei 5Stelle che, quando salirono al Colle la seconda volta coi nomi di Settis, Zagrebelsky e Rodotà in tasca, non li fecero perché Napolitano disse no a un premier extra-partiti. Così rinunciarono a vedere il bluff del Pd: anche se Bersani fosse stato sincero, un suo governo con M5S non avrebbe mai ottenuto la fiducia da tutto il Pd (che s’è spaccato persino su Marini e Prodi, figurarsi su un’alleanza coi grilli). 

2. “M5S, se voleva governare col Pd, doveva votare Prodi”. Ma M5S aveva candidato Rodotà, uomo storico della sinistra, uscito al terzo posto delle loro Quirinarie, mentre Prodi era a fondo classifica. Chi ridacchia dei pochi voti raccolti da Rodotà (4677) dovrebbe ridacchiare di più di quelli avuti da Prodi (1394). Ma soprattutto: mentre i 5Stelle facevano scegliere a 48 mila iscritti il loro candidato, Bersani faceva scegliere il suo a uno solo: Berlusconi. Che indicava Marini, poi impallinato dal Pd. Che allora mandava allo sbaraglio Prodi. Ma, mentre Grillo chiedeva ufficialmente al Pd di votare Rodotà per governare insieme, Bersani non ha mai chiesto a M5S di votare Prodi per governare insieme (con Rodotà premier). Si è tentato invece lo “scouting” sottobanco per strappare i 15 voti che mancavano a Prodi al quinto scrutinio. Ma Prodi non ci è neppure arrivato, perché al quarto gli son mancati 101 voti Pd. Come poteva il Pd pretendere che M5S votasse spontaneamente, senza richieste ufficiali, un candidato osteggiato dal suo partito, rischiando di spaccarsi e di non riuscire neppure a eleggerlo a causa dei franchi tiratori Pd?

3. “Grillo voleva fin dall’inizio l’inciucio Pd-Pdl”. Ma, se così fosse, avrebbe lasciato andare le cose com’erano sempre andate, anziché fondare un movimento contro “Pdl e Pdmenoelle”. E soprattutto avrebbe scelto un candidato di bandiera per il Colle (se stesso o Fo o un parlamentare qualunque), per blindarsi in un dorato isolamento: non avrebbe certo interpellato la base online, notoriamente influenzata da grandi personalità della sinistra come quelle poi uscite dalle Quirinarie. In realtà Grillo aveva semplicemente previsto l’inciucio, previsione che non richiede particolare acume a chi segue la politica da un po’.

4. “Quello di Letta è un governissimo di larghe intese”. A contare gli elettori che rappresenta, è un governino di minoranza: su un corpo elettorale di 47 milioni (di cui 35 hanno votato), i partiti che l’appoggiano raccolgono appena 20 milioni di voti, avendone persi per strada 10 rispetto a cinque anni fa. Gli stessi partiti che sostenevano il governo Monti e che, dopo le urne, riconobbero che quel governo era stato bocciato. E ora riesumano lo stesso ménage à trois, con ministri più giovani ma meno autorevoli e competenti dei tecnici. Come se gli italiani non avessero votato.

5. ”Il governo Letta pone fine a vent’anni di guerra civile fredda”. Sarà, ma a giudicare dagli inciuci ventennali, dai teneri abbracci Bersani-Letta-Alfano e dagli occhi dolci che si fanno gli ex combattenti, non si direbbe. Spaccato su nonno Marini e papà Prodi, il Pd ritrova una rocciosa compattezza su padron Silvio, da sempre al centro dei sogni erotici dei suoi dirigenti. Più che di una guerra, è la fine di una lunga relazione clandestina con l’outing liberatorio dei due amanti: “Sì, è vero, andiamo a letto da vent’anni: embè?”.

Qualcosa tipo… una liberazione

Le elezioni hanno evidenziato il desiderio di cambiamento degli italiani. A tale istanza, la politica (Pd in primis) ha risposto con Enrico Letta premier. Un po’ come andare al concerto di Woodstock, farsi una canna, rotolarsi nel fango. Aspettare Jimi Hendrix. E poi trovarsi sul palco Orietta Berti e Drupi. [Andrea Scanzi]

 

Preambolo: l’unico ricompattamento che interessava al piddì è quello fra il loro culo e la poltrona, altroché votare Napolitano per senso di responsabilità perché sarebbe l’unico in grado di garantire l’unità nazionale, se mentre lo facevano i tre quarti d’Italia si stavano sgolando perché non volevano lui ma volevano un presidente che fosse DAVVERO un GARANTE di TUTTI e non dei partiti e della politica.
Se c’è qualcosa che ha finito di spaccare questo paese è stata proprio la rielezione straordinaria di Giorgio Napolitano.
Per non parlare di quanto potrà ancora distruggere, altroché unire, ricompattare e garantire, il governo che questi geniali strateghi della politica stanno preparando.

Adesso qualcuno dovrebbe anche raccontarci la storiella che “meglio di così non si poteva fare”, ma, come diceva qualcuno: “il coraggio, chi non ce l’ha non se lo può dare”.

Molto comica la Di Girolamo ieri sera a Ballarò che cercava di paragonare le grosse coalizioni che si fanno nei paesi normali – dove non si mandano delinquenti nei parlamenti – in situazioni particolari, di crisi politica o di emergenza con gli squallidi accordi di bottega che si fanno invece qui anche a prescindere dalle crisi ed emergenze. 

Quando gli storici del futuro, fra cento anni, duecento anni analizzeranno il fenomeno della politica italiana noi non ci saremo più.

E sarà un vero peccato, vorrei reincarnarmi in una mosca per assistere allo spettacolo, quando sui libri di Storia del futuro i ragazzi dovranno studiare che nel 2013 il parlamento della repubblica italiana ha deciso che Carfagna, Gasparri, Alfano, Letta jr, Franceschini, Gelmini sono stati giudicati autorevoli difensori dell’unità nazionale e del bene del paese mentre Stefano Rodotà no.

“Perché no a Rodotà e sì a Berlusconi?”
Ma Bersani non risponde a Serracchiani

Sottotitolo: in Francia, concedendo il matrimonio e l’adozione agli omosessuali onorano l’égalité, del resto l’hanno inventata loro insieme alla liberté e alla fraternité che non sono modi di dire lì ma proprio modi di fare.
Noi qui, invece, siamo fermi alla complicité.
Del resto, anche questa l’abbiamo inventata noi.

Finalmente, grazie al nuovo governatore Zingaretti, la regione Lazio ha bloccato i finanziamenti per la costruzione del monumento al criminale di guerra Rodolfo Graziani. Qualcuno dovrebbe spiegare al sindaco di Affile che per essere Antifascisti non bisogna essere stalinisti, e che se questo fosse un paese normale ogni singolo cittadino che conosca almeno un po’ la storia italiana dovrebbe avere in sé i valori dell’Antifascismo, altroché ammalarsi di  nostalgie fasciste.

Idioti, imbecilli, storicamente ignoranti e perdenti.

Qualcosa tipo una liberazione – Massimo Gramellini, La Stampa

«La prof dice che giovedì non c’è lezione». «Vero, c’è qualcosa tipo… una liberazione». Ma anche i pochi che sanno ancora di che cosa si tratta preferiscono non diffondere troppo la voce «per non offendere i reduci di Salò», come si è premurato di precisare il commissario di Alassio. Una sensibilità meritoria, se non fosse che a furia di attutire il senso del 25 aprile si è finito per ribaltarlo, riducendo la Resistenza alla componente filosovietica e trasformando le ferocie partigiane che pure ci sono state nella prova che fra chi combatteva a fianco degli Alleati e chi stava con i nazisti non esisteva alcuna differenza. La differenza invece c’era, ed era appunto politica. Se avessero vinto i reduci di Salò saremmo diventati una colonia di Hitler. Avendo vinto i partigiani, siamo una democrazia. Nonostante tutto, a 68 anni di distanza, il secondo scenario mi sembra ancora preferibile. Grazie, partigiani.

In questi giorni e ogni anno due cose tornano puntuali e con precisione scientifica: le formiche a casa mia – ché la primavera è bella ma ha anche i suoi svantaggi, specialmente se si abita in campagna, e le consuete cazzate sul 25 aprile, il che non dovrebbe essere un fatto da imputare alla stagione, se questo fosse un paese normale.
Perché bisognerebbe indagare sui metodi di insegnamento e nel particolare sugli insegnanti, se un ragazzino può dire che “giovedì [25 aprile] si sta a casa perché c’è una cosa tipo una liberazione”.
Ma del resto questi sono i risultati di un’azione capillare di dimenticanza che dura da anni e anni, i risultati di quell’eccesso di “comprensione storica” di togliattana memoria che portò violante, uno che di cazzate se ne intende ma chissà perché Napolitano l’ha considerato addirittura saggio, a dire qualche anno fa che tutto sommato fra i repubblichini di Salò e i Partigiani non c’era una differenza così sostanziale, e il pdl fece addirittura una proposta di legge, subito imitato anche dal pd per assegnare ai reduci di Salò una pensione statale.
Come se aver combattuto contro l’oppressore nazifascista ed essersi messi al suo fianco – perché, come ancora pensa e dice qualcuno, i tempi non permettevano di scegliere – fosse la stessa e identica cosa.

Libro & Giorgetto
Marco Travaglio, 24 aprile

Il Foglio e Libero — il primo in modo spiritoso, il secondo con le mèches smentiscono quel che abbiamo scritto negli ultimi giorni e di cui facciamo ammenda: cioè che tutti i media siano genuflessi ai piedi di Sua Castità e del suo governissimo. 
Essi anzi manifestano una sbarazzina tendenza alla critica che rasenta il vilipendio. 
Per esempio il Corriere, che assume la guida dell’opposizione con il commento al vetriolo di Antonio Polito: “Discorso breve, severo ma intriso di commozione: una lezione di virtù repubblicana”. E di Paolo Valentino: “Ci sono discorsi che cambiano la storia di un Paese. Come quello di Abraham Lincoln nel 1863 a Gettysburg… O come Lyndon Johnson, che nel 1964 pronuncia il celebre we shall over come e chiude la segregazione razziale… Il discorso di Giorgio Napolitano ha la forza retorica, l’altezza d’ispirazione e la dirompenza politica che lo rendono già un’opera prima… ha aperto una nuova pagina, restituendo dignità alla parola e regalandoci un testo di etica pubblica senza precedenti nella storia repubblicana. In un altro Paese, lo farebbero studiare nelle scuole”. Le case editrici sono già all’opera per rimaneggiare all’uopo i sussidiari e le antologie scolastiche, espungerne i sorpassati Alighieri, Machiavelli, Foscolo, Manzoni e Pirandello e far posto a Giorgio Lincoln-Johnson. Ma anche un po’ De Gaulle, come lo definisce sul Foglio il sempre controcorrente compagno Ferrara (“logica stringente, grinta politica, orgoglio civile e sculacciate a Gribbels… un capolavoro che ha per titolo onorario quel ‘Tutti per l’Italia’ proposto dal Foglio prima della campagna elettorale”). I provveditori agli studi vedano se non sia il caso di ripristinare, all’inizio delle lezioni subito prima della preghiera mattutina, il Saluto al Re dei balilla e delle piccole italiane. Addirittura urticante, com’è nello stile di Repubblica, l’attacco di Andrea Manzella che vede “nella generosa disponibilità di Napolitano la consapevolezza di dover conservare ‘immune da ogni incrinatura’ il ruolo istituzionale del presidente della Repubblica”. Perché sembra un re, ma è solo un presidente che “assembla le attribuzioni presidenziali che erano un po’ sparse nella Carta”: ecco, assembla. E “si può dire che al triangolo tradizionale — governativo, legislativo, giudiziario — si è ora aggiunto, senza togliere nulla agli altri, un quarto lato. Un triangolo quadrilatero”. Gli editori scolastici prendano buona nota e approntino opportune integrazioni ai testi non solo di diritto costituzionale, ma anche di geometria: ai triangoli equilatero, isoscele, degenere, rettangolo, ottusangolo e scaleno si aggiunga senza indugio il triangolo quadrilatero, con buona pace di Pitagora che non capiva un cazzo (il suo, del resto, era il solito “teorema”). Addirittura temerario sulla Stampa , nel suo empito dissacratorio, è Luigi La Spina, che fa onore al suo cognome conficcando nel sacro còre napulitano un giudizio al vetriolo: “È una delle poche occasioni in cui l’aggettivo ‘storico’ si può e si deve usare, perché non serve a un tributo encomiastico e adulatorio”, ci mancherebbe, perbacco. Per non esser da meno, la corrosiva Unità ospita l’on. giorn. Massimo Mucchetti, che da grande economista, forse un tantino influenzato dalle tempeste ormonali di primavera, non ha dubbi: “Di fronte alla cittadina Lombardi, Mara Carfagna per tutta la vita”. E vivaddio, quando ci vuole ci vuole. Per dirla col sempre birichino Claudio Sardo, è “La riscossa della istituzioni” e “speriamo che il discorso ‘storico’ del presidente segni l’avvio di una nuova stagione della Repubblica… Ora si fanno le riforme… Ora si fa il governo che le imprese, i lavoratori, le famiglie reclamano.Ora non si sfugge a una convergenza politica. Ora si difendono le istituzioni dal vilipendio”. E magari i treni arrivano in orario e ci riprendiamo pure l’Abissinia. Libro & Giorgetto, inciucista perfetto.

La direzione del PD sembrava una riunione dell’anonima alcolisti dopo una gita all’oktoberfest: salve, sono Pierluigi, perdo da una vita, ho provato a smettere…[Maurizio Crozza]

Si prega di non disturbare il conducente

Sottotitolo: ” La libertà di espressione diventa così libertà di applauso: come nelle dittature. Nelle democrazie, invece, si può parlare liberamente sia per consentire sia per dissentire dal potere. Ma, anziché insorgere contro questa vergogna bipartisan, il presidente Napolitano ha subito esortato i partiti a riformare l’ordinamento giudiziario per inserire fra gli illeciti disciplinari anche le esternazioni che gli garbano: quelle dissonanti dal pensiero unico. Una “riforma condivisa” da fare a tutti i costi, “arginando” chi si permette di non condividerla. Così la prossima volta Ingroia, oltreché bacchettato, verrà anche punito. Colpirne uno per educarne cento.” (M.T.)

In un paese dove un presidente del consiglio può dire pubblicamente e da presidente del consiglio, che i Magistrati sono “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana”, che se fossero stati sani di mente avrebbero scelto un altro mestiere (magari quello di delinquente corruttore puttaniere colluso con le mafie?) e, a sostegno del suo dire una delle sue dipendenti a libro paga – con la bocca sempre troppo aperta – può rilanciare dicendo che la Magistratura è un cancro da estirpare, una metastasi, in un paese dove un presidente del consiglio, sempre quello, può dare impunemente del coglione a chiunque non abbia votato né ha intenzione di farlo per la coalizione cui appartiene, può bestemmiare in pubblico certo del fatto che quella ennesima volgarità gli verrà perdonata come un’ingenua marachella da buontempone e quel perdono arriva nientemeno che dalle alte sfere del vaticano per bocca del monsignore che ‘contestualizzò’ quella bestemmia ma poi non fa lo stesso con tutto quello che attiene alla libertà degli altri cittadini –  anche di quelli che non bestemmiano né organizzano orge in casa allo scopo (ops!) di svagarsi utilizzando per i loro passatempi prostitute minorenni, per dire – tutti gli altri, ma proprio tutti, possono dire tutto quello che vogliono e a proposito di tutto, perfino della chiesa.
Fa piacere – comunque –  sapere di vivere in un paese dove chi ha un ruolo che ne so, nella Magistratura – per esempio – non si possa proclamare pubblicamente un difensore partigiano (Partigiano, sì, e come potrebbe essere no?) della Costituzione e dello stato mentre invece chi ha un ruolo che ne so, ad esempio politico,  possa difendere la mafia negando l’arresto a chi è sotto processo appunto per mafia.

Evviva, come sempre l’Italia.

Do not disturb – Marco Travaglio – 17 febbraio 2012

Qui non si tratta di decidere se Celentano ha ragione o ha torto. Ma se ha il diritto di dire ciò che pensa in un programma per cui è stato regolarmente scritturato dalla Rai e poi pompato da tg e spot all’insegna del “chissà cosa dirà a Sanremo quel matto di Adriano”, per lucrare clamore, ascolti e introiti pubblicitari. Forse Celentano non avrebbe diritto di parlare in Rai se nessuno lo stesse ad ascoltare. Ma il boom di ascolti nella sua serata, seguito dal crollo in quella senza di lui, dimostra che milioni di italiani vogliono ascoltare le sue
“banalità qualunquiste” (come le han definite i commentatori più carini): cioè le sacrosante critiche alla Consulta, che ha cestinato il milione e 200 mila firme che lui stesso aveva contribuito a raccogliere per cambiare la legge elettorale; le sue critiche (sia pure nel mucchio: Famiglia Cristiana non le meritava, l’Avvenire sì) a un mondo cattolico più impegnato in beghe di potere che nell’annuncio della Resurrezione; le sue critiche alla Rai della sora Lei, che ormai è una protesi del Vaticano oltreché dei defunti partiti, e tiene fuori dalla porta chi fa stecca nel coro del pensiero unico, chi non rispetta il recinto grammaticale e sintattico delle cose che non si possono dire. Critiche talmente banali e qualunquiste che non le fa nessuno. Anche a noi non è piaciuto l’invito a chiudere due giornali cattolici. Ma Celentano, per fortuna, non ha alcun potere di chiudere giornali. Quel potere ce l’hanno i partiti, aprendo e sbarrando i rubinetti dei finanziamenti pubblici all’editoria. E quel potere l’aveva B. che, appena chiedeva la chiusura di un programma Rai, lo otteneva e, appena invocava la cacciata del direttore di un giornale, veniva accontentato nell’indifferenza di quanti oggi strepitano contro Celentano. Ora, dalla censura smaccata e pagliaccesca dell’Era B., all’insegna del “non disturbare il manovratore”, siamo passati a quella felpata e tecnica delle grandi intese, all’insegna del “non disturbare i manovratori”, che sono diventati parecchi. Monti, a Strasburgo, se la prende con un bravo giornalista del Corriere, Ivo Caizzi, reo di aver sollevato dubbi sulla sua irresistibile carriera europea. Grandi giornali attaccano il Fatto perché osa pubblicare documenti autentici sulla corruzione e i complotti in Vaticano ed esultano quando pensano (poveretti) che la Gendarmeria abbia “identificato le talpe”. Il Csm è costretto ad assolvere a livello disciplinare il pm Ingroia, ma trova comunque il modo di bacchettarlo perché s’è detto “partigiano della Costituzione” al congresso del Pdci. Il testo raccapricciante scritto a quattro mani dai “laici” Zanon (berlusconiano) e Calvi (dalemiano) e votato dal plenum definisce “particolarmente vistosa e inopportuna” l’esternazione di Ingroia: sia perché è avvenuta a un congresso di partito (ma nessuna regola deontologica lo vieta: anche Falcone e Borsellino parlavano di mafia in manifestazioni di partito), sia perché – udite udite – “fortemente polemica” verso programmi e leggi (nel caso specifico sono programmi e leggi incostituzionali) di forze politiche “facilmente riconoscibili”. Dal che si deduce che un magistrato può parlare, ma solo per plaudire a leggi e programmi partitici incostituzionali, e solo senza renderli riconoscibili: cioè parlando in politichese per non far capire che cosa sta dicendo. La libertà di espressione diventa così libertà di applauso: come nelle dittature. Nelle democrazie, invece, si può parlare liberamente sia per consentire sia per dissentire dal potere. Ma, anziché insorgere contro questa vergogna bipartisan, il presidente Napolitano ha subito esortato i partiti a riformare l’ordinamento giudiziario per inserire fra gli illeciti disciplinari anche le esternazioni che gli garbano: quelle dissonanti dal pensiero unico. Una “riforma condivisa” da fare a tutti i costi, “arginando” chi si permette di non condividerla. Così la prossima volta Ingroia, oltreché bacchettato, verrà anche punito. Colpirne uno per educarne cento.