Quel nonsocché di ridicolo

Sottotitolo: quando Sciascia ha scritto dei “professionisti dell’antimafia” si riferiva a chi come Borsellino, specialmente a lui era indirizzato il messaggio, per combattere la mafia è morto. C’è gente che ha costruito fior di carriere perché si è sempre dichiarata contro le mafie, ma l’antimafia non si dice: si fa.
Gli antimafiosi veri in questo paese di solito li ammazzano, non gli mettono in mano il potere.

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L’ultima intervista a Pippo Fava, ammazzato dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984

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Non c’è un modo per dare una notizia: c’è la notizia,  se c’è il giornale e i giornalisti la divulgano.

Anche basta con questa storia dell’opportunità di pubblicare o meno che ha avuto il suo apice con berlusconi e quelle che erano tutt’altro che faccende sue private.
Quello che emerge dalle intercettazioni in cui sono coinvolti i politici dovrebbe interessare sempre, non per voyeurismo ma perché quei politici sono scelti dalla gente che [forse] se fosse più informata su chi sono le persone che manda al comune e in parlamento le sceglierebbe con più attenzione.
Dover rispiegare ogni volta e ancora l’importanza di conoscere il politico in tutte le sue dimensioni, anche quelle private, anche quando sono “penalmente irrilevanti” ma che danno comunque la misura della moralità e dell’etica della persona che si occupa delle cose di tutti è diventato nauseante.

I cattivi maestri ci vogliono convincere che l’intercettazione deve rimanere segreta, non essere diffusa quando i suoi contenuti non hanno niente di penalmente rilevante: la solita stucchevole tiritera che viene ripetuta ogni volta che qualcuno svela cosa c’è nel backstage della politica, una cosa normalissima che succede in tutti i paesi più civili del nostro.
Quelli buoni, invece, pensano che i cittadini abbiano il diritto di sapere chi sono, cosa fanno, cosa dicono e come si comportano SEMPRE i “signori” della stanza dei bottoni visto che sono quelli a cui si affida non solo la gestione del paese ma anche quella delle nostre vite che possono stravolgere a immagine e somiglianza: le loro, il che è tutto dire.
Ad esempio io a Renzi non avrei affidato nemmeno la gabbia dei criceti se ne avessi avuta una, mentre il 40,8% della metà degli italiani ha pensato che lui fosse la persona più giusta e più adatta per mettersi alla consolle di questo sciagurato paese il cui destino non viene deciso da istituzioni responsabili, da una politica che ha a cuore il bene collettivo ma viene manipolato da qualche gruppetto di amichetti di sontuose merende i cui interessi sono sempre altrove dai nostri.

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Leggendo certi commenti sembra che la procura abbia smentito che esista la telefonata fra ‪Crocetta‬ e Tutino: nient’affatto, la procura ha solo detto che non è stata trascritta negli atti, che è ben diverso dal negarne l’esistenza come piacerebbe a qualcuno di quelli che “il direttore de L’Espresso si deve dimettere”.
Se in questo paese molti tendono a fidarsi più di qualche giornale e di alcuni giornalisti che di una procura qualche ragione ci sarà.

Le intercettazioni servono non solo a farci capire chi sono le persone che esercitano l’autorità politica ma anche da che tipo di gente si fanno frequentare; ‘sti cazzi del penalmente irrilevante, la balla dietro alla quale si vuole nascondere il letamaio in cui galleggia la politica che conta che raccontano e se la raccontano anche quelli che sono nella nostra stessa barca  ai quali evidentemente va bene questo andazzo. Consideriamo che ad una ventina di milioni di italiani questo sistema è andato benissimo e per mantenerlo sarebbero e sono disposti anche a votare degli irriducibili bugiardi e disonesti. Lo hanno fatto, lo continuano a fare.
Ma nel paese normale, civile e democratico davvero i cittadini hanno il diritto di sapere chi sono, chi frequentano, come si comportano in certe situazioni i politici che li governano [parlando con pardon].
Questo sarà un paese diverso il giorno in cui gli elettori potranno scegliere di non votare il politico solo perché si mette le dita nel naso, altroché le balle della Boschi. 

Ma per fortuna come diceva Ennio Flaiano la situazione politica in Italia “è grave ma non seria”. 

C’è sempre quel nonsocché di grottesco, ridicolo che aiuta a metabolizzare anche le schifezze più allucinanti.
Ad esempio il garantismo à la carte del pd secondo il quale “nessuno è colpevole fino al terzo grado” ma  nel caso di berlusconi si può anche sorvolare su una sentenza definitiva facendolo addirittura accomodare al tavolo della trattativa nazarena, però Crocetta si deve dimettere per una faccenda ancora tutta da chiarire.
Poi quel “metodo Boffo” stracitato ad cazzum ignorando che il metodo Boffo è quello orchestrato ai danni di qualcuno che viene screditato con la diffusione di menzogne come fu proprio per Dino Boffo o per delle idiozie di nessuna rilevanza non solo penale ma anche sociale come il colore dei calzini del giudice Mesiano, le foto di Vendola ragazzo nudo su una spiaggia nudisti, la Boccassini che in gioventù flirtava con un comunista, come se questi fossero dettagli determinanti a definire la serietà di persone che hanno avuto poi responsabilità pubbliche e politiche.
La facilità con la quale in questo paese tanta gente riesce ad introiettare il linguaggio usato dai politici quando devono difendersi da qualche accusa, fosse anche un’amicizia con persone discutibili è uno dei motivi per cui qui un “caso Watergate” non sarebbe mai potuto accadere e non potrebbe accadere.
La mentalità provinciale tipica di tanti italiani che di fronte a cose più grandi di loro anziché sforzarsi di comprenderle le temono, condannano chi le porta alla luce, avrebbe messo in croce anche Carl Bernstein e Bob Woodward, i due giganti del giornalismo d’inchiesta che inchiodarono Nixon – senza preoccuparsi di urtare la sensibilità di qualcuno – costringendolo alle dimissioni.

Metodo [ab]boffo

Sottotitolo: buongiorno, sono un peone del Pdl.

Dunque, se resto di qua fra sei mesi rischio che il mio posto in Senato lo prenda Dudù e io non ho ancora finito di pagare l’ultima campagna elettorale.

Se passo di là rischio che sul Giornale salti fuori quella storia di mia figlia che ho fatto assumere alla Asl e magari quella volta che ho inserito nel Milleproroghe un emendamento per l’azienda di un amico che mi manda molti regali.

Capite che col cazzo che stanotte dormo, vero? [Alessandro Gilioli]

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ALFANO AL GIORNALE: “METODO BOFFO CON NOI NON FUNZIONA”. SALLUSTI: “ALLIBITO”

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Lodo Mondadori, Berlusconi al telefono: ‘Napolitano è intervenuto sui giudici’

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Ora Berlusconi accusa Napolitano di complotto
‘Intervento su Cassazione per Lodo Mondadori’
 

Il capo dello Stato: “Una delirante invenzione”

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Quando i grandi amori e le grandi intese finiscono, di solito è tragedia.

Fa piacere constatare che Napolitano abbia usato, nei confronti di berlusconi, parole come “diffamazione” e “delirante”, quando appena pochi mesi fa intimava ai giudici di lasciare tranquillo il delirante diffamatore, nonché delinquente, pregiudicato e condannato affinché potesse partecipare alla delicata fase politica in corso.

Napolitano pensava forse che in caso di difficoltà berlusconi avrebbe rinunciato a prendere il martello per rompere il vetro? che avesse avuto comprensione per il presidente che lo ha così ben garantito in tutti questi anni? pensava di essere esente dal metodo sistematico usato da berlusconi contro tutti quelli che si sono in qualche modo opposti ai suoi progetti delinquenziali? è forse una novità di oggi il berlusconi style?

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Napolitano: “Garantire partecipazione politica a B – 12 marzo 2013

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Report – al posto giusto

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 Solo in questo paese un’inchiesta giornalistica viene considerata al pari di un’aggressione dalla politica. Nei paesi normali, civili, il politico è obbligato a dare risposte al giornalismo.  In America nessuno potrebbe dire ad un giornalista: “ma che domande fate” così come si è permesso di rispondere Letta a Report rifiutando di dare chiarimenti circa gl’incapaci  incompetenti assunti nel bel governo necessario.  In America il giornalista fa la prima domanda ma soprattutto la seconda, se alla prima la risposta non è stata sufficientemente chiara; questa è proprio la regola del giornalismo. E il politico deve rispondere. Perché nei paesi normali e civili il politico non si sceglie il set nel quale apparire, quello dove sa che nessuno lo metterà in difficoltà; qui da noi invece fanno solo e sempre questo. Non sono abituati ad avere a che fare coi giornalisti ma solo e soltanto con gente funzionale a tutti i poteri a cui non importa chi comanda. In nessun paese normale potrebbe esistere una trasmissione come Porta a porta; cinque sere a settimana di propaganda odiosa, di servizi e servizietti al potere, qual che sia, di argomenti insignificanti usati per coprire quelli importanti. E non mi stancherò mai di dire che l’informazione ha delle responsabilità enormi circa lo stato pietoso di questo paese.

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Un rientro in grande stile quello di Report, una puntata azzeccatissima per il periodo. Rivedere il giuramento da ministri, viceministri e sottosegretari dei ciarlatani delle larghe intese non so se è stato più esilarante o più disgustoso, e mai la scelta dell’argomento è stata più azzeccata per il periodo, se l’inchiesta di Iovene è di quattro mesi fa, come ha dovuto precisare Milena Gabanelli per giustificarsi con la miserabile ladra di doppi stipendi che invitava il giornalista a vergognarsi perché chissà come se lo guadagna lui, il suo stipendio.
Quello visto a Report è semplicemente il quadro del sistema politico italiano, il remake del film che si ripete nel parlamento e dintorni da che esiste la repubblica. Gente senza meriti né competenze che è andata e va ad occupare posti di rilievo non capendo un cazzo di quello che deve fare e che c’è da fare limitandosi a fare il compitino assegnatole dai capi partito, ras di quartieri, paesi e città. Il sindaco di un paese di quattrocento persone che si vanta del suo posto da sottosegretario perché dice di averlo meritato grazie al suo mestiere, la biancofiore che dice di essere stata votata da “centinaia di migliaia di persone”. E chissà perché la modifica alla legge elettorale non la vuole nessuno, a destra come a centrosinistra: un mistero, davvero.
E ce l’hanno incartata proprio bene in questi anni, cercando di convincerci che l’antipolitica faceva male alla politica, che non era giusto mettere tutti allo stesso livello, che non erano proprio tutti uguali come sembrava, una cosa che fino a un po’ di tempo fa pensavo anch’io.
Oggi no, non lo penso più, perché se è vero che da berlusconi a scendere è stata involuzione, implosione di una politica che già non si reggeva in piedi dopo i disastri di tangentopoli è anche vero che chi si doveva impegnare per contrastare questa politica, quella dei privilegi, dell’immeritocrazia, del familismo e del clientelismo ci si è invece accomodato dentro facendo finta che tutto andasse bene e, anzi, quando ha potuto si è seduto con piacere a quella tavola dove si mangia tanto e bene, non considerando che prima o poi la bolla sarebbe scoppiata.
E se in questo paese non ci fosse stata quella manciata scarsa di giornalismo vero che in questi vent’anni non ha pensato che tutto andava bene spiegando anche il perché, l’Italia sarebbe perfino peggio del paese che è. 

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Non spingete – Marco Travaglio, 1 ottobre

C’è una gran ressa nell’anticamera del fronte antiberlusconiano, rimasto per vent’anni semideserto. Pare che spingano per entrare anche alcuni gaglioffi che dopo una vita da rospi diventarono principi azzurri grazie al tocco magico del portafogli e delle tv del Cainano, che scattavano sull’attenti a ogni suo fischio, che gli han sempre votato e talora firmato decine di leggi vergogna (vero, Angelino detto Lodo?), che ancora due anni fa approvavano festosi la mozione “Ruby nipote di Mubarak”, che ancora l’11 marzo marciavano sul Tribunale di Milano, che ancora una settimana fa si rimangiavano il voto sulla Severino trafficando per salvare il pregiudicato dalla decadenza e si facevano esplodere in tutti i talk show spacciando un volgare frodatore fiscale per un perseguitato politico, insultando i giudici e i giornalisti liberi che hanno capito e detto tutto con due decenni d’anticipo. E ora si scoprono “colombe” per arraffare un’altra poltrona ministeriale e garantirsi l’autoriciclaggio al prossimo giro di valzer, subito riverginati dagli house organ dell’inciucio che li beatificano come alfieri di una destra moderna ed europea, mentre quelli fanno gli eroi della resistenza al “metodo Boffo”, a loro tanto caro fino all’altroieri. Diciamo subito, allora, che il metodo Boffo con i cinque ministri e i cicchitti “diversamente berlusconiani” non c’entra nulla. Sull’allora direttore di Avvenire il Giornalescagliò un dossier in parte vero (la sentenza per molestie ai danni di una donna) e in parte falso (un’informativa inesistente della polizia sui suoi gusti sessuali), mentre su di loro Sallusti non ha (ancora) sparso né fango né veleno: ha soltanto scritto che sembrano avviati “sulle orme di quel genio di Fini”. Una critica politica pienamente legittima, giusta o sbagliata che sia. Ci vuol altro per farne dei martiri. Nell’attesa, potrebbero scusarsi con Fini, Granata, Perina, Angela Napoli, Briguglio e gli altri finiani che scaricarono B. magari tardi, ma quando ancora costava caro: e nel 2010 stavano per liberarci definitivamente dal Cainano, se Napolitano non si fosse precipitato in suo soccorso. Ora è tardi per mollarlo, e pure troppo comodo. Tempo scaduto: le iscrizioni all’antiberlusconismo sono chiuse da un pezzo. Anche perché oggi le vere vittime del metodo Boffo sono ben altre: per esempio i 5Stelle che, dati per estinti fino all’altro giorno, si riscoprono forti nei sondaggi e vengono bastonati con ogni sorta di falsità da destra e da sinistra in vista delle possibili elezioni anticipate. Non passa giorno senza che un paio di malpancisti grillini vengano spacciati da giornali e tv come un poderoso esercito di dissidenti pronti a secedere e ansiosi di votare astutamente il prossimo governicchio: quello che ci farà pagare tutte le tasse rinviate da Letta. Ieri sul Giornale il semprelucido Francesco Alberoni, ormai pronto per la legge Bacchelli, scriveva che “il Movimento a Cinque Stelle ha come programma politico quello di annientare il sistema parlamentare e instaurare un regime totalitario. Grillo lo dice nel suo blog, come del resto aveva fatto a suo tempo Hitler nel suo libro Mein Kampf ”. E l’altroieri, nella consueta enciclica domenicale, Eugenio Scalfari tentava di far dimenticare i suoi imbarazzanti peana alle larghe intese Napolitano-Berlusconi-Letta Zio-Letta Nipote e il clamoroso fallimento dopo appena cinque mesi dell’adorato presidente e dall’amato premier (il più ridicolo e inconcludente del dopoguerra). E con chi se la prendeva? Con l’unica forza di opposizione, a cui i fatti si sono incaricati di dare ragione. Al punto da mettere Grillo sullo stesso piano di B. (“Due caimani e due bande di camerieri”): “Grillo vuole le stesse cose di Berlusconi: la caduta del governo, le elezioni anticipate col ‘porcellum’, le dimissioni di Napolitano e un governo di grillini e di chi la pensa come loro (Berlusconi?)”.

Raramente si era letta su un giornale serio come  Repubblica una tale quantità di baggianate. Qui  chi ha patrocinato un governo con B. non è Grillo, è  Scalfari. E, se si andasse subito al voto col Porcellum,  la colpa sarebbe di tutti fuorché di Grillo: i parlamentari  M5S votarono in massa per la mozione Giachetti  che impegnava le Camere a tornare al Mattarellum  in caso di elezioni, mentre tutto il Pd (compreso  Letta) votò contro la proposta del suo stesso  deputato.  Del resto Pd, Pdl e Napolitano avevano già boicottato  il referendum anti-Porcellum, plaudendo quando due  anni fa la Consulta lo bocciò. E in questi cinque mesi  che cos’han fatto per abrogare la porcata? Nulla di  nulla. Hanno perso tempo dietro la compagnia dei  “saggi” della buona morte voluta da Napolitano, trastullandosi  con la controriforma costituzionale e scardinando  l’articolo 138: sapevano bene che l’unico alibi  che tiene insieme il governo con lo sputo è proprio  l’assenza di una nuova legge elettorale.  Quanto alle dimissioni di Napolitano, non è solo Grillo  a chiederle, ma è Napolitano che le ha promesse nel  suo discorso di reinsediamento dinanzi alle Camere  riunite, il 22 aprile scorso: “Ho il dovere di essere  franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come  quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a  trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Non gli bastano  le sordità di questi giorni? O è diventato sordo  anche lui?