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Il palo, c’era

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Ruby conferma: “Palo da lap dance alle feste di berlusconi”.
Finalmente, oh io non ne potevo più di stare co’ ‘sto pensiero palo sì palo no.

Nella casa di uno che ha un certo stile di vita non può mancare un palo per la lap dance, è un complemento d’arredo necessario, indispensabile, come lo scrittoio del ‘700, la lampada stile vintage, il salotto chippendale, cose così, ecco.

E la minetti che si toglie il vestito da suora restando in lingerie è stato il clou della rivisitazione mediasettiana dello svolgimento delle cene eleganti, tutte calici tintinnanti e tovaglie di Fiandra. 
Come? non c’era? mannaggia…

Che tristezza, i travestimenti da suora e da infermiera sono i più banali anche per i fetiscisti più irriducibili, al pari della fatina e zorro per carnevale, per non parlare della scimunita che si mascherava da Ilda Boccassini.

Alla fine era quasi meglio Mosley, quello della Formula Uno che le sue mignotte le faceva travestire da kapo’.

Litania della pacificazione

Lasciamoci alle spalle la guerra dei vent’anni contro Berlusconi, dicono i terzisti in coro. Dimenticandosi chi è davvero il capo del Pdl. Giudicato colpevole in vari procedimenti. E salvato solo da prescrizioni e depenalizzazioni.

di Marco Travaglio, da L’Espresso, 17 maggio 2013

Va di moda la scemenza della “guerra dei vent’anni”, una lunga “guerra civile” combattuta fra berlusconiani e antiberlusconiani (che curiosamente le han date tutte vinte a Berlusconi) e chiusa dal provvidenziale governo Letta.
Dalla scemenza principale discendono poi altre bizzarrie. Urge la «provvisoria e parziale messa tra parentesi del conflitto alla luce di un interesse superiore» (Michele Salvati, “Corriere”). La sinistra «recuperi l’identità smarrita nella confusione dell’antiberlusconismo viscerale, cioè della contrapposizione alla persone dell’avversario più che alla visione del mondo di cui lo stesso era (sic, ndr.) portatore» (Giovanni Pellegrino, “l’Unità”). «Non si misura su Berlusconi la nostra identità» (Emanuele Macaluso, “l’Unità”). «Tutti dovremmo imparare ad abbassare la voce, a rispettare gli avversari, a guardare in faccia la realtà di un Paese che, nella maggioranza della sua opinione pubblica, è stanco della politica urlata e concepita come scontro continuo» (Giovanni Belardelli, “Corriere”).

Queste e altre lezioncine terziste dimostrano una sola cosa: a vent’anni dalla sua discesa in campo, gran parte degli intellettuali italiani continuano a far finta di non sapere chi è Berlusconi. E così i presunti belligeranti del Pd. Il giorno della condanna in appello del Cavaliere a 4 anni per frode fiscale, il viceministro Bubbico dichiarava che la sentenza «finché non diventa definitiva è nulla».

In realtà quello di appello è l’ultimo giudizio di merito e ha stabilito che la vittima della guerra civile è tecnicamente un delinquente, avendo mostrato «particolare capacità di delinquere nell’architettare» e «ideare una scientifica e sistematica evasione fiscale di portata eccezionale» che gli ha procurato «un’immensa disponibilità economica all’estero, ai danni non solo dello Stato, ma anche di Mediaset e, in termini di concorrenza sleale, delle altre società del settore».

Ora la Cassazione dirà se i giudici d’appello hanno rispettato il diritto. Ma i fatti sono definitivamente cristallizzati. Così come in un’infinità di altri processi, chiusi per amnistia o prescrizione (previo accertamento di colpevolezza), oppure per non doversi (anzi potersi) procedere perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato», essendo stato depenalizzato dall’imputato.

Nel caso Guardia di Finanza la Cassazione ha stabilito che la Fininvest pagò tre mazzette per addomesticare verifiche fiscali: non si sa se ad autorizzarle fu Paolo o Silvio Berlusconi (assolti), ma si sa chi le pagò (Salvatore Sciascia, condannato e promosso senatore) e chi depistò le indagini (Massimo Berruti, condannato e promosso deputato). Al processo Mondadori la Cassazione ha stabilito che la Fininvest corruppe il giudice Metta tramite gli avvocati Previti, Pacifico e Acampora (condannati), nell’interesse e con soldi di Berlusconi (prescritto). Al processo Mills la prescrizione gli ha risparmiato la condanna per aver corrotto con 400 mila dollari il teste inglese in cambio del suo silenzio.

Al processo All Iberian la Cassazione ha stabilito che Berlusconi finanziò illegalmente Craxi con 21 miliardi di lire (condannati in primo grado, i due compari si salvarono poi per prescrizione). Al processo sul consolidato Fininvest, la prescrizione tagliata dalla sua controriforma l’ha miracolato dal reato documentato di aver falsificato i bilanci per occultare ben 1.550 miliardi di lire su 64 offshore. Stessa scena per i bilanci falsi del Milan nell’acquisto di Lentini. L’amnistia del 1990 gli ha risparmiato due sicure condanne per falsa testimonianza sulla P2 e falso in bilancio sui terreni di Macherio.

Dunque, senz’attendere i giudizi di primo grado su Ruby, d’appello sulla divulgazione del nastro Fassino-Consorte e di Cassazione sui diritti tv, si può già affermare senza tema di smentite che Berlusconi è uno spergiuro, pluricorruttore, multifalsario di bilanci ed evasore. Ora rileggete le frasi all’inizio di quest’articolo e vedete se riuscite a restare seri.

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  1. Oggi pure il papa ha detto che non bisogna parlar male degli altri, che si fa peccato. Quei “giornalisti” non vogliono peccare

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