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Eppure è facile: non spetta al presidente del consiglio licenziare i sindaci

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Visto che resta difficile mettere la cocaina in tasca a chi non fa uso di droghe arriva, provvidenziale, la notizia dell’avviso di garanzia a ‪‎Marino‬ il giorno dopo la decisione di rinunciare alle dimissioni.
Ringraziamo La Repubblica sempre sulla notizia.
Guarda caso la notizia dell’avviso di garanzia a Marino arriva proprio oggi da Repubblica, il quotidiano che del sostegno a Renzi ha fatto una questione di vita o di morte. Ci sarà da ridere se qualcuno nel pd che fa le riforme con un condannato per frode, un cinque volte rinviato a giudizio per truffa e bancarotta, ha negato l’arresto per quel galantuomo di Azzollini, si tiene Vincenzo De Luca condannato, userà l’avviso di garanzia quale pretesto per calunniare ancora ‪‎Marino‬.

Marino ha fatto benissimo a costringere la dirigenza del pd ad umiliarsi con la richiesta di sfiducia.
La battaglia di Marino va oltre la questione degli scontrini e di tutta la sporcizia e le accuse ingiuste che gli hanno rovesciato addosso: la sua è una rivendicazione assolutamente legittima e civile.
A questo pd bisogna insegnare le regole di una vera democrazia, dove i non eletti da nessuno non cacciano gli eletti da qualcuno.
Gli arrivisti, i furbi come Renzi pensano che la politica sia un mezzo per ottenere potere e dei vantaggi personali.
Le persone perbene come ‎Marino‬, non ancora contaminato dai veleni della politica pensano che esistano delle battaglie da fare anche se si possono perdere, per questioni non meno importanti di un’amministrazione comunale, un governo che si possono mantenere o far cadere comprando senatori un tanto al chilo o facendo dimettere consiglieri per ordini imposti dall’alto con l’arma del ricatto.
Come diceva Pertini: “nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza”.
C’è da dire comunque che il pd non espelle nessuno: agevola soltanto l’uscita prima col mobbing, poi con le minacce e infine tenendo la porta aperta.
Lo sanno bene Marino, Civati, Mineo.
Una volta almeno il PCI, i Ds, avevano il buon gusto di buttare fuori gente decidendolo nelle segrete stanze.
Oggi fanno tutto alla luce del sole.
Manca poco che ‪Marino‬ venga accusato anche dell’omicidio di Giulio Cesare.

Ci vorrebbe qualche giornalista di buona volontà, magari uno di quelli più servi dei servi che decida finalmente di pentirsi, uno di quelli che hanno abbindolato e lobotomizzato il paese ripetendo che “meglio di così non potevamo stare”, che “Renzi è perfettamente legittimato a fare quello che fa”, che “il pd è l’unica alternativa al disastro” che spieghi, non solo ai romani ma a tutti gli italiani se è legittimo che un presidente di partito ordini a dei consiglieri regolarmente eletti di dimettersi per mandare a casa il sindaco Marino che, diversamente da Renzi che non è stato mandato in parlamento col metodo tradizionale è perfettamente autorizzato a rispettare il mandato per cui è stato votato. Che dica finalmente che i colpevoli dello scempio politico sono Napolitano che ha imposto non uno ma tre governi a sua immagine e somiglianza invece di rispettare l’ordine delle cose creando questo crash nella democrazia, la profonda sfiducia nel patto fra lo stato e i cittadini permettendo che il segretario di un partito che fa anche il presidente del consiglio controlli, comandi, imponga chi può stare,  chi deve andare e chi si è prestato ai golpettini in sequenza, gente come Monti, Letta e Renzi mandata in parlamento senza la necessaria autorizzazione dei cittadini che votano, permettono che si formi il parlamento che poi eleggerà un presidente del consiglio a immagine e somiglianza del popolo, non di qualche funzionario che risponde ad altri interessi nei quali si divertono, sguazzano e guadagnano anche quelli che dovrebbero controllare il potere ma invece lo costruiscono, lo fortificano, contribuiscono al suo mantenimento perché quello esistente è l’unico sistema che garantisce la sopravvivenza dei guastatori, dei devastatori dello stato di diritto.

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A me l’effetto “cada Sansone con tutti i Filistei” applicato alla politica ha sempre intrigato, molto.
Non c’è nulla di più salutare per il ripristino delle regole democratiche del dissolvimento di un partito che si è sempre creduto grande ma soprattutto di sinistra mentre è stato sempre pieno di gente vigliacca, ipocritamente timorata di Dio in cerca di potere e quattrini, con nessuna intenzione di lavorare al bene sociale, che ha dimostrato di non saper governare né di fare opposizione, che durante il ventennio di berlusconi non si è mai distinta con qualche azione efficace di vero contrasto al dominio di un delinquente seriale ad esempio con una legge contro i conflitti di interesse ma anzi, ha sempre favorito la continuità di quel dominio.
Un partito che si dice di sinistra ma poi balbetta di fronte all’esigenza non più rimandabile di estendere i diritti civili per paura di turbare le anime “candide” dei cattolici, che si dice onesto e poi per opportunismi politici si tira dentro la feccia proprio come faceva berlusconi e mette al sicuro i delinquenti nella politica come ha fatto berlusconi.
Non c’è anti-politica nella speranza che il partito democratico venga relegato nell’armadio dei brutti ricordi della storia italiana, anzi, c’è proprio il desiderio che in questo paese qualcuno cominci a fare politica per tutti, non quella che diventa il mezzo e lo strumento per esercitare il potere espresso dalla piccola élite degli abusivi raccomandati. Con una politica che fa politica anche la malavita ha meno voce in capitolo. Mentre da più di venti anni assistiamo allo scempio di partiti che fanno finta di essere avversari ma che hanno invece come unico scopo aumentare potere a dismisura. Il che dalla destra uno se lo aspetta,  dalla sinistra no. Ma la sinistra di questi ultimi due decenni è stata sempre concentrata a guardarsi l’ombelico, alla ricerca del leader, e i congressi e le primarie e, e, e…
Ecco perché della situazione politica disastrosa non solo romana ma nazionale è la sinistra a dover pagare il conto almeno alla storia.
La politica in Italia è una cosa sporca, andrebbe vietata ai minori.

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Di Rete, di social, di odio e di balle [soprattutto, le balle]

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Preambolo, off topic ma mica tanto: sta facendo più Anonymous contro l’Isis oscurando siti e account jihadisti –  rendendo quindi difficile la comunicazione – di tutte le varie concertazioni diplomatiche parolaie mondiali.
L’informazione mainstream prendesse esempio da loro invece di diffondere l’orrore usando l’alibi del diritto/dovere di informazione, mentre in realtà si tratta solo di pubblicità ai macellai che poi ne traggono altra esaltazione salvo poi inchinarsi davanti all’opportunità di non pubblicare la satira che “turba le sensibilità religiose”.

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Qualche giorno fa Corrado Augias ha annunciato la sua dipartita da twitter perché, ha detto, non si ritrova nei 140 caratteri e comunque non è il modo di comunicare che preferisce. Solo però ha aggiunto qualcosa di troppo che poteva evitarsi quando ha paragonato il metodo di comunicare del social al pizzino mafioso. E chissà perché la scelta personale di uno deve essere motivo di discredito per chi continua a fare qualcosa che quell’uno ha deciso di non fare più. Un po’ come quelli che smettono di fumare e poi passano la vita a molestare i fumatori.
E’ normalissimo che un uomo di ottant’anni, sebbene di cultura come il dottor Augias non si ritrovi nel modo di comunicare stringato e veloce di twitter ma è altrettanto normale che i figli di oggi, i nati nell’era delle tecnologie avanzate non abbiano nessuna difficoltà a farlo.
Paragonare il tweet al pizzino mafioso è una pessima caduta di stile che l’uomo di cultura avrebbe dovuto evitare.
Sarebbe bastato dire semplicemente di non gradire, di non ritrovarsi appunto nei 140 caratteri come molti, me compresa che non ho mai amato la sintesi nella scrittura, non dire che milioni di persone ogni giorno usano il social per scambiarsi messaggi cifrati o che sono sempre e tutti lì per insultare e insultarsi. 

Se c’è qualcuno che fa un uso sconsiderato di twitter e dei social sono proprio quelli che dovrebbero dare il buon esempio, a partire dai politici e certi giornalisti: i veri cyberbulli sono loro.

Indro Montanelli diceva più di vent’anni fa che se mussolini avesse avuto le televisioni sarebbe ancora qui, ovvero lì, in quell’epoca. La stessa cosa vale oggi per i politici a cui non bastavano le praterie immense dell’informazione asservita, oggi la propaganda se la fanno in casa aiutati  amorevolmente dai giornalisti della stampa amica tipo quelli alla Zucconi che potendo contare sulle migliaia di followers sanno bene cosa devono scrivere e quali temi toccare e come Lerner che la  scorsa settimana ha scritto che chi si è indignato per la presenza di berlusconi al Quirinale lo ha fatto perché “animato da pulsioni vendicative” e non perché un delinquente abbia ancora libero accesso nei palazzi istituzionali. Questo non è comunicare e non è esprimere un’opinione: è terrorismo semantico finalizzato alla propaganda utile al sistema, significa trasformare una sacrosanta repulsione per uno che dovrebbe stare in galera e invece viene pure invitato alla festa a palazzo in una questione personale di simpatia e antipatia, di cattiveria e bontà, odio e amore: le stesse argomentazioni di berlusconi. 

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La satira, ha detto Dario Fo da Fazio ieri sera non solo infastidisce il potere ma lo angoscia, la capacità di saper portare alla luce contraddizioni, difetti ed errori di persone a cui qualcuno ha dato l’autorità, l’autorevolezza, la possibilità di avere fra le mani la gestione di un paese, del mondo, saperlo fare poi in un linguaggio semplice e alla portata di [quasi] tutti effettivamente è molto “spaventevole”.
C’è il rischio che i vari giochini del potere possano sgretolarsi in un punto qualsiasi e provocare devastanti effetti domino, per il potere.
Ma non è solo il potere della politica ad essere angosciato da linguaggi diversi, un altro settore che risente molto dell’uso della parola semplice, disinvolta e spesso esplicita, chiara è il giornalismo dei professionisti che con l’avvento della Rete, dei social ha perso l’egemonia, l’esclusiva della diffusione di notizie e informazioni.
Da quando i social network, molti blog amatoriali sono diventati punti di riferimento per lo scambio di punti di vista ed idee, della libera circolazione delle notizie, spesso sostituendosi felicemente all’informazione ufficiale il giornalismo, specie quello che ha rinunciato alla sua funzione e deontologia a beneficio del potere ha cominciato ad attaccare l’utenza web, gli articoli che trattano della violenza del linguaggio web, dell’odio veicolato da certi commenti aumentano in maniera esponenziale.
Perfino Rampini, l’inviato di Repubblica, ha sentito l’impellente necessità di occuparsi del problema “dell’anonimato del web che scatena i peggiori istinti”, ieri Zucconi ha twittato che “l’anonimato su un social è la negazione dell’essere social”, concetti sui quali si potrebbe anche essere d’accordo se non fosse che sia Rampini che Zucconi sanno che l’anonimato in Rete è qualcosa di molto effimero, che in presenza di fatti e situazioni che lo richiedono i gestori delle varie piattaforme hanno la possibilità di risalire all’identità reale degli utenti quando e come vogliono.
Lo scettro del preoccupato dalla “violenza web” ce l’ha comunque Michele Serra che ha iniziato da un bel po’ e ciclicamente sente il dovere di mettere sull’avviso circa il pericolo derivante dalla troppa libertà di espressione incontrollata che circola in internet.
Ora io non ho mai fatto mistero dell’inutilità dannosa delle molte volgarità violente spesso al limite, oltre la diffamazione che vengono scritte specialmente nelle pagine pubbliche dei politici, delle trasmissioni televisive ma anche rivolte all’utenza “semplice” nei contraddittori che si sviluppano nelle varie discussioni però, ugualmente, non ho mai creduto alla buona fede di chi sale sul pulpito per avvertire, in special modo se lo fa da giornalista, quindi da persona che pensa di essere autorizzata a farlo, di avere una qualche autorità che gli suggerisce di farlo “a fin di bene”. Esattamente come gli influencers sguinzagliati in Rete dal regimetto di turno appositamente per impedire il dibattito civile, per inserire nel dibattito la propaganda pro o contro quel partito ci sono giornalisti che provano a sminuire le possibilità che offre la Rete  facendo credere che i social non siano poi così utili ma addirittura pericolosi per violenza espressa, tutto questo perché il sistema e il potere non devono essere disturbati da altri punti di vista, opinioni e conoscenza che i frequentatori di internet mettono a disposizione degli altri senza il filtro dell’opportunità circa quello che si può e non si può dire. Non è un caso se i regimi totalitari adottano un controllo severissimo sul web fino ad impedire la circolazione delle notizie e la politica sia da sempre terrorizzata dal fatto che internet non è così facilmente controllabile come i media ufficiali.
Credo, invece, che il giornalista professionista dovrebbe smetterla di considerare l’utenza web un nemico capace solo di offendere, che gli toglie il lavoro o mette in discussione quella bella esclusiva di una volta che consisteva nell’articolo sui giornali che si poteva leggere e basta perché non c’erano i mezzi per far sapere al giornalista, ad esempio, che quello che aveva scritto non era corretto.
Parlare poi dell’odio che viaggia in Rete, della necessità di ripulire i social come se il sentimento negativo relativo alla realtà infame con cui moltissima gente deve fare i conti quotidianamente fosse circoscritto solo qui, che solo qui dentro la gente esprima il suo malcontento è una solenne cazzata, basta farsi una passeggiata per sapere che quel malcontento, le preoccupazioni hanno volti e voci, non corrispondono soltanto ad un account.
Per questo penso che gli addetti ai lavori, che siano politici o giornalisti dovrebbero benedire e ringraziare questo mezzo che “tiene”, ha la capacità di frenare istinti che se messi in pratica fuori dal social sarebbero molto più pericolosi di quanto lo sia la parola scritta, anche la più spregevole, quella che non si può condividere mai.

Elezioni PresiRENZIali

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Santoro, in perfetta coerenza col nuovo trend di Servizio Pubblico dovrebbe togliere quella frase che passa durante la sigla di apertura, dove c’è scritto di un programma presentato da lui e da “altri centomila”.
Perché la sensazione è che quella cifra si sia ridotta di molto, e qualcuno se potesse gli chiederebbe indietro i dieci euro che sono serviti a Santoro per mettere in piedi il suo programma quando tutti gli hanno chiuso le porte in faccia.
Questo suo innamoramento per Ferrara è tragicamente incomprensibile, non si capisce perché una settimana su tre Servizio Pubblico debba organizzare il teatrino per permettere a Ferrara di insultare, sbeffeggiare, mettere in forse la credibilità di chi diversamente da lui non si è mai venduto a chi pagava meglio e di più. Consentire a Ferrara di vomitare i suoi improperi, mancando di rispetto fra l’altro a cittadini che meritano lo stesso rispetto se non di più, non foss’altro perché non sostengono un fuorilegge pregiudicato, quelli che ci obbligano ad assistere all’orrenda messinscena del patto del Nazareno fatto per il bene del paese mentre tutti sanno che ancora una volta la politica si è messa al servizio dell’abusivo impostore: una volta lo fa per lui, un’altra per le sue aziende ma il risultato non cambia, berlusconi alla politica serve più vivo e vegeto e in salute che mai, è la rappresentazione di tutto fuorché di quell’informazione libera e spregiudicata che proprio a Santoro è costata la cacciata da tutte le scuole del regno.
Ferrara, che pensa che meritino più rispetto gli elettori del partito del pregiudicato delinquente di altri, Ferrara che si permette di usare il termine “dementi” non viene corretto né obbligato alla rettifica e a scusarsi non aggiunge nulla al dibattito, non dice nulla di significativo, non è un argomentatore ma soprattutto è incapace di sopportare il contraddittorio, “a una certa” lui deve esplodere insultando, deridendo e mortificando l’interlocutore che poi per educazione non gli risponde come merita.
Non si capisce perché nei momenti topici della politica di questo paese gli studi televisivi debbano riempirsi dei vari ma consueti, sempre gli stessi funzionari funzionali al potere della politica, gente a cui non frega un cazzo di come andrà a finire e si evolverà la politica perché quali che siano gli esiti di tutto, di un’elezione come della nomina del presidente della repubblica troverà sempre una poltrona nel talk show e una rotativa che stamperà le sue porcherie spacciate per informazione da cui poi la gente dovrà trarre le sue opinioni, che vediamo perfettamente tradotte nella situazione politica attuale.

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Chiunque verrà eletto, anche se fosse la persona migliore presente non in Italia ma sul pianeta terra porterà per sempre su di sé l’ombra di una scelta decisa anche per volontà di un delinquente.
Sia istituzionalmente, per il periodo del suo mandato, e anche storicamente.
Sarebbe bello esserci quando i figli di domani studieranno sui libri che il dodicesimo presidente della repubblica italiana è stato il frutto di un patto segreto fra un presidente del consiglio scelto da un parlamento di nominati grazie ad una legge illegale e il delinquente che dell’illegalità ha fatto il suo stile di vita. 

Un tempo, non so se è così anche adesso, per arruolarsi nei carabinieri ci volevano le sette generazioni di onestà in famiglia.
Oggi con una condanna a quattro anni per frode si può riscrivere la Costituzione e scegliere il presidente della repubblica.
“E’ la modernità, bellezza”.
Ma solo quella italiana, altrove non sono così elastici.

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Rinfacciare a qualcuno i suoi errori passati per affermare una propria superiorità attuale non è la più bella delle operazioni e se nella vita, nei rapporti con familiari e amici sarebbe meglio dimenticare o almeno mettere da parte degli episodi che potrebbero condizionare gli anni a seguire per quanto riguarda la politica bisogna fare invece l’esatto contrario, ricordare fino allo sfinimento, in quanto gli errori della politica non sono mai degli sbagli fatti perché errare è umano: sono cose che volutamente si fanno in un certo modo per fare in modo che l’evoluzione della politica e dunque della storia vada poi in una certa direzione anziché in quella più giusta e opportuna.
La storia italiana è piena di errori fatti apposta, per evitare di andare troppo indietro nel tempo basta pensare alla famosa e ancorché tragica discesa in campo di berlusconi al quale è stato concesso qualcosa che la legge e la Costituzione non gli permettevano di fare.
Questo “errore”, il fatto che dopo lo tzunami tangentopoli la politica abbia pensato che berlusconi fosse la persona giusta per far ripartire l’Italia dopo il disastro, l’uomo giusto al posto giusto nonostante dei trascorsi poco chiari già noti per restituire ai cittadini una politica presentabile in tutto questo tempo, più di venti anni, è stato volutamente omesso, l’informazione ha rinunciato a fare in modo che molti italiani potessero fare semplicemente 2+2: ovvero trovare la risposta del perché sono potute accadere cose altrove nemmeno ipotizzabili.
Nel mentre però molti, sia nell’informazione che nella politica si sono riempiti la bocca di concetti profondissimi circa l’importanza delle regole democratiche che si devono rispettare: tutti le devono rispettare, e poco importa se l’ascesa di berlusconi nella politica, il suo potere diventato infinito soprattutto grazie a quei requisiti che non gliel’avrebbero consentita è stata l’azione meno democratica, la violenza più feroce inferta a questa repubblica.
Poco meno di due anni fa, in occasione dell’elezione del presidente della repubblica alla scadenza naturale del mandato di Napolitano successero delle cose, ad esempio che il Movimento 5 stelle abbia fatto il nome di un candidato dai requisiti perfetti, una persona di alto spessore morale, culturale e anche umano, lui sì capace di restituire a questo paese quella decenza e presentabilità che la politica gli ha tolto.
Ma essendo appunto il Professor Rodotà una persona troppo specchiata, troppo colta, troppo amante del rispetto di quella Costituzione che la politica ignora spesso e volentieri alla politica, quella che conta, quella che sbaglia volutamente non è andato bene.
Il pd pose il veto sul Professore perché “scelto dalla Rete”, ovvero dai 5stelle.
Oggi siamo di nuovo in periodo di elezioni presidenziali, il pd è diventato il partito di riferimento di un presidente del consiglio eletto da un parlamento la cui esistenza è legata ad una legge elettorale fasulla, resa illegittima e incostituzionale per sentenza.
La politica, quella che conta dunque non i 5stelle rimasti volutamente ai margini, ha fatto sedere al tavolo delle decisioni anche berlusconi che nel frattempo, sempre per sentenza in seguito ad una condanna per un reato gravissimo qual è la frode fiscale ha perso il suo ruolo politico, almeno quello ufficiale, è stato privato dei diritti civili, anche quelli minimi: non può votare, salire su un aereo ma che il presidente del consiglio eletto dagli eletti per sbaglio ritiene l’unico interlocutore affidabile con cui decidere di leggi, di riforme costituzionali e anche della scelta del presidente della repubblica.
E di fronte all’ennesimo scempio di democrazia, di regole, di leggi ignorate, di Costituzione violata, di opportunità offerte ad un delinquente pregiudicato che ha ancora le mani in pasta nella politica perché quella stessa politica lo ha reso inamovibile bisogna accettar tacendo che il presidente della repubblica sia, dovrà essere una persona gradita non alla Rete, alla gente, ai cittadini semplici ma specificamente al delinquente che tanto piace alla politica, al presidente del consiglio e ai cavalier serventi e servetti del sistema.

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Coniglio bianco in campo bianco
Marco Travaglio, 30 gennaio
Siccome è una partita tra furbi che si credono l’uno più furbo dell’altro, nessuno può dire se la carta Mattarella sia un atto di guerra di Renzi contro B. per rompere il Nazareno, o una manfrina per consolidare il Patto ma con il coltello dalla parte del manico. Stando a quel che è accaduto ieri, si sa solo che Renzi ha detto: il Nazareno è vivo, ma comando io, quindi votiamo Mattarella al primo scrutinio. E B. ha risposto: no, comando anch’io, dunque al primo scrutinio Mattarella non lo voto, si va a sabato, e intanto vediamo cosa mi offri in cambio. I due compari erano d’accordo per un nome condiviso (da loro, s’intende) che non si chiamasse Prodi.

A dicembre era Casini, a gennaio Amato. Poi, anche grazie a un giornale con un pizzico di memoria storica e alle reazioni dell’opinione pubblica, Renzi ha capito quanto sia impopolare Amato, e ha virato su Mattarella. Che, sì, lasciò il governo Andreotti contro la legge Mammì con gli altri ministri della sinistra Dc. Ma questa è preistoria. Da anni il buon Sergio s’è inabissato in un mutismo impenetrabile, ai confini dell’invisibilità, che non autorizza nessuno a considerarlo né amico né nemico del Nazareno. Quel che si sa è che, pur essendo un ex Dc, non appartiene al giglio magico renziano, ma è molto ben visto dall’ex re Giorgio e dalla sottostante lobby di Sabino Cassese, di cui fanno parte i rispettivi rampolli Giulio Napolitano e Bernardo Mattarella (capufficio legislativo della ministra Madia, ex fidanzata di Giulio). La solita parrocchietta di establishment romano.Altro che rottamazione. Altro che il “nuovo Pertini” di “statura internazionale” promesso da Renzi. Brava persona, per carità, ma non proprio “simbolo della legalità” per comportamenti, frequentazioni e parentele. È l’ennesimo “coniglio bianco in campo bianco” (com’era chiamato anche Napolitano, prima che smentisse tutti sul Colle). Una figura talmente sbiadita che il premier sperava mettesse d’accordo tutti: renziani e antirenziani del Pd, ma anche B. che comunque allontana definitivamente lo spettro di Prodi. Diciamola tutta: se Renzi avesse voluto rompere il Patto del Nazareno, avrebbe candidato l’unico vero ammazza-Silvio del Pd, e cioè il Professore. Perciò sarebbe il caso che Imposimato – anche alla luce di quel che abbiamo scritto ieri e aggiungiamo oggi sulla sua carriera tutt’altro che lineare – venisse pregato dai 5Stelle di ritirarsi a vantaggio del secondo classificato alle Quirinarie. E che votassero Prodi anche Sel e la minoranza Pd, che ieri hanno incredibilmente abboccato all’amo di Renzi nella pia illusione che Mattarella segni la fine del Nazareno. A meno che B. non scelga spontaneamente il suicidio votandogli contro al quarto scrutinio di sabato, Mattarella non è affatto un candidato anti-B.. Non a caso Renzi, quando ha visto l’amico Silvio vacillare, ha consultato Confalonieri, che è subito sceso a Roma per convincere B. a restare in partita. Se alla fine, come in tutti questi anni, fra gli umori del partito e gli interessi dell’azienda, B. sceglierà i secondi e voterà Mattarella, potrà metterci il cappello e continuare a spadroneggiare e a fare affari. Anche perché, senza i suoi voti, Renzi può (forse) eleggere il capo dello Stato grazie all’apporto straordinario dei delegati regionali (quasi tutti pd). Ma poi non può governare né far passare le sue controriforme. Salvo follie autolesionistiche di un Caimano bollito, è probabile che i tamburi di guerra forzisti di ieri siano solo l’ultimo ricatto per alzare la posta, e siano destinati a trasformarsi nel breve volgere di 24 ore in viole del pensiero. Magari in cambio del salvacondotto fiscale del 3%, dato troppo frettolosamente per morto; o addirittura di qualche ministero tra qualche mese. Domani, comunque, tutte le carte saranno scoperte. Compresi i bluff.

 

Liberté, égalité, fraternité e laïcité

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Mercoledì 14 gennaio il nuovo numero di Charlie Hebdo sarà in tutte le edicole italiane in allegato a il Fatto Quotidiano. È il nostro modo di essere vicini e di esprimere solidarietà alla redazione del settimanale francese sanguinosamente colpito dalla strage di Parigi e di testimoniare tutto il nostro amore per la libertà di espressione e dunque di satira. Ringraziamo gli amici di Charlie Hebdo, e quelli di Libération che li ospitano nella loro sede, per avere subito accolto con gioia la nostra proposta, così come quelle del New York Times per gli Stati Uniti e di alcuni altri quotidiani europei. Dal ricavato dell’iniziativa “il Fatto quotidiano – Charlie Hebdo” (in edicola al prezzo di 2 euro) trarremo una donazione per le famiglie dei colleghi giornalisti e vignettisti uccisi.

Mi fanno molto ridere quelli che condannano la violenza ma non la libertà di potersene fregare allegramente del rispetto per la religione imposto con la legge, o sotto la minaccia del terrore e iniziano e finiscono i loro bei discorsetti con la frasetta di circostanza: “lo dico da ateo, o atea”.
Provate a sostituire l’aggettivo “ateo” con “laico”, perché la libertà che si difende non è atea e non è religiosa ma è laica, ovvero di tutti: degli atei e dei religiosi.
La laicità è una cosa meravigliosa proprio perché garantisce la libertà di tutti, non solo di qualcuno o di nessuno. La laicità è quella cosa che ci permette di prendere le distanze dal fanatismo, dal simbolo sotto il quale si sono sempre riparati tutti quelli che credendo nel loro Dio pensano di avere dei diritti in più di chi non crede – perfino delle leggi speciali a tutela della creduloneria popolare – ma è comunque costretto a sottostare, subire non solo la visione di quei simboli in luoghi dove non devono stare ma anche la negazione dei diritti civili in virtù dell’ingerenza religiosa nella politica che per non offendere i cattolici più integralisti,  ma soprattutto per non perdere i loro voti,  non permette che i cittadini possano avere a disposizione la possibilità di vivere una vita più libera e più garantita nel rispetto di quelle che sono scelte personali che uno stato civile ha il dovere di riconoscere rispettandole. La laicità serve ad abbattere il falso mito di una spiritualità malata, viziata dalla suggestione e dalla soggezione, dall’ipocrisia di morali doppie e triple: basta vedere l’atteggiamento della chiesa verso i potenti anche quando sono delinquenti, tiranni, dittatori sanguinari. Serve a smontare la grande menzogna della vita bella nell’altro mondo che nessuno ci ha mai potuto raccontare  su cui si fondano le religioni: quel regno dei cieli per i cattolici,  le 72 vergini che spetterebbero di diritto al “martire” disposto a morire per difendere il Profeta. In un mondo a misura di lacità nessuno penserebbe di ammazzare gente per affermare la superiorità della sua religione sulle altre perché, come dice Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo  scampato alla strage, “sono tutte cretine allo stesso modo”.  E nel mondo normale si deve poter dire anche che le religioni, basate su delle idee e non sulle persone sono cretine senza rischiare la vita.

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Dio è incompatibile
con la democrazia
 – Angelo Cannatà per Micromega

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Quello che molti non hanno capito è che Charlie Hebdo sfotte e irride le idee, non le persone.
Che non è colpa di Charlie, di nessuna satira, letteratura né di qualsiasi arte sia stata prodotta nei secoli per far aprire la mente alla gente se a certe idee si è voluta dare la forma, la figura di divinità che non ci hanno mai fatto la cortesia di mostrarsi ma sono state create – al solo scopo di sedurre – ad immagine, somiglianza e fantasia di chi ha realizzato le religioni: la forma più violenta di controllo e sottomissione dei popoli. Ed è lì che la satira agisce, su quella forma di controllo e oppressione rappresentata non dalle figure delle varie rappresentazioni di Dio ma sulle idee, quella parola di Dio per mezzo della quale quell’oppressione e quel controllo hanno avuto, hanno ancora una ricaduta nella sfera civile, privata dei cittadini e politica delle società.
La laicità, tanto invisa a chi soprattutto in politica che nella religione trova un grande alleato e ha tutto l’interesse che si mantengano vive ed attive tutte le forme di controllo sui popoli, ha proprio la funzione di smontare la veridicità di teorie che non hanno nessun fondamento né riscontro nella vita reale, di conseguenza non permettere che abbiano la possibilità di essere usate per controllare ed opprimere, ordinare, modificare, obbligare, imporre uno stile di vita basato su un senso etico e moralisteggiante tipico delle religioni che vorrebbero imporre un senso uguale per tutt*. Teorie che non hanno, invece, nessun diritto di invadere la vita reale fatta di persone diverse che il senso alla loro vita lo danno nel modo che vogliono: ognun* il suo.
Il laico non dice di non credere in Dio, dice: credi pure nel tuo Dio ma fai in modo che resti una cosa tua, un sentimento di fede privato che non deve interferire nella vita di tutti del mondo reale condizionandola.
Cosa che invece le religioni fanno in assoluta libertà sostenute proprio dalle politiche che dovrebbero mettere una diga fra le faccende di stato e quelle inerenti la religione. La responsabilità dei cosiddetti scontri di civiltà che non si limitano alla messa in discussione delle idee ma provocano violenza e morte è quindi soprattutto politica, di gente irresponsabile che per opportunismi e interessi politici, economici invece di chiudere la diga l’ha spalancata senza curarsi delle conseguenze.

Nota a margine: dare ad una persona esistente le fattezze fisiche di una scimmia come ha fatto l’imbecille leghista con l’ex ministro Kyenge non è satira, è razzismo becero, perché nel momento in cui si paragona la persona alla scimmia non si sta contestando il suo pensiero ma si vuole offendere e denigrare proprio la persona mettendola ad un livello inferiore, quello di un animale.
E chiunque abbia bene chiaro in mente cosa significano la discussione, il dibattito, la critica sa benissimo che tutto questo non può e non deve mai riguardare la persona ma solo e soltanto il suo pensiero.
Non esiste il diritto al rispetto per le idee, un’idea diventa rispettabile quando trova appunto riscontro nel concreto, quando costruisce, quando è finalizzata al bene, esiste però quello per le persone ed è inalienabile, ecco perché viene garantito e tutelato dalla legge.

Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? Che domande: lei, la Moretti

Non si sa da dove cominciare ormai, per parlare di politica.
Ma come si fa a commentare la politica dopo aver visto e sentito di nuovo la Meloni, salvini e Picierno in tv, dopo aver ascoltato le perle di saggezza della Moretti fresca candidata in Veneto dire una vagonata di scemenze sulla sua bravura, bellezza e intelligenza.
Il governo di Renzi, quello che avrebbe dovuto chiudere con la politica del passato ha invece il grande merito di farla rimpiangere.
Queste dame e damigelle hanno avuto il grande merito di restituire dignità a chi c’era prima di loro.

In un paese dove le ragazzine si ammazzano perché non si sentono belle, perché dei piccoli imbecilli criminali le prendono in giro e le insultano solo perché il loro aspetto fisico non è quello che impone il modello sociale, una donna, una donna che fa politica e quindi da lei ci si aspetterebbe quel minimo di responsabilità e serietà promuove la bellezza, la sua principalmente [Alessa’, c’è di meglio, comunque] quale componente indispensabile anche per fare politica.
Un fatto casuale come l’aspetto fisico che non si può ascrivere a nessun merito personale ma unicamente ad una fortunata coincidenza di cromosomi che diventa l’ingrediente necessario, come se non fosse già così per tutte le altre attività: senza la bella presenza in Italia una ragazza, una donna non può vendere nemmeno un paio di mutande.

Le donne che dovrebbero votare Alessandra Moretti sono per la maggior parte quelle a cui la seduta dall’estetista una volta a settimana proprio non riesce ad uscire dal bilancio familiare. E nemmeno il parrucchiere o l’applicazione del french alle unghie.

Stiamo bene qui a fare campagne di solidarietà per le donne offese, mortificate da uomini, se poi arriva la donzella del terzo millennio che fa la stessa cosa.
Non si capisce perché Rosi Bindi di cui politicamente si può criticare tutto, soprattutto il fatto di militare ancora in quella fetenzia di pd ma che culturalmente e anche per trascorsi politici alla Moretti e a quelle [e quelli] della sua generazione ha solo da insegnare debba essere sempre lei il metro di paragone per giudicare una donna per la sua bellezza, perché sia toccato a lei, già insultata da berlusconi e da altri, questo testimone per l’umiliazione pubblica tout court.
Non si capisce perché non si parli mai della bruttezza di Daniela Santanché ad esempio, che si è dichiarata “orgogliosamente fascista”, cosa che nella politica di un paese antifascista per Costituzione dovrebbe essere molto più grave e inaccettabile di qualsiasi difetto fisico e della bellezza sfiorita dall’età che avanza.
Queste trentenni ignoranti e in forza della loro età presuntuose del cazzo, e, come la Moretti col sex appeal di un portaombrelli che ridicolizzano donne più adulte attaccandole sul piano fisico, o perché, l’ho letto nei commenti sulla pagina facebook di Ballarò scritto da una donna il che fa ancora più schifo se possibile, Concita De Gregorio si esprime sotto l’effetto della menopausa, sappiano che la natura sarà implacabile anche con loro, che la bellezza fisica quando c’è è un giochino col quale divertirsi negli anni migliori ma mantenere anche dopo quella bellezza che traspare dal fascino che prima di tutto non ha età e poi non è roba per tutte, dall’intelligenza che resta viva e attiva anche con la menopausa che non è una brutta malattia ma una parte naturale del percorso di vita di tutte le donne è qualcosa su cui si lavora prima, un esercizio da fare tutti i giorni, magari al posto di giudicare, disprezzandole, donne migliori a prescindere dalla loro bellezza esteriore.

Brava Moretti, complimenti, mancano le parole per commentare senza rischiare la denuncia.

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Noi donne comuni dallo stile unlike: brutte, sceme e pelose

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Che poi ci mancherebbe, nulla in contrario alla valorizzazione di se stesse, a me non è mai piaciuto né l’ho mai condiviso, quel certo anticonformismo femminile anni ’70 che per liberarsi dalla supremazia maschile ha portato tante donne sulle piazze a bruciare il loro reggiseno, simbolo non solo della femminilità ma della diversità di genere: le donne sono geneticamente costruite dalla natura per essere anche madri e le tette servono anche alla più nobile delle azioni che è quella di nutrire i figli, non sono solo orpelli da esibire in sensuali décolleté, un richiamo sessuale di cui nessuna donna equilibrata e intelligente si vergogna.
E non ho nulla in contrario alla cura personale, ogni donna sa cosa deve fare per sentirsi meglio, diffido, non sono mai d’accordo con chi, specialmente da donna, pensa che ci siano cose che non servono, oppure credono che la cura esteriore sia un diminuire, mettere in second’ordine intelligenze, capacità lavorative: quello che serve è una scelta del tutto personale.
Ogni donna in base alle sue esigenze e possibilità economiche può fare, deve fare tutto quello che la fa sentire meglio, per sé ma anche per gli altri, siamo, donne e uomini, animali sociali che vivono in una comunità, non eremiti che vivono isolati dal resto del mondo, quindi anche un po’ condizionati dall’aspetto esteriore. Sfido chiunque a sentirsi meglio coi capelli in disordine, senza la benché minima cura dell’igiene personale che, se per gli uomini si estende anche alla rasatura quotidiana non si capisce perché per le donne non deve essere la stessa cosa per quanto riguarda la cosmesi e il maquillage e, per entrambi il controllo del proprio peso quel tanto che basta a non esorbitare da magliette, gonne e pantaloni.
Ma questi non sono discorsi politici, sono riflessioni che si possono fare a margine del dibattito pubblico e politico da esperti del settore, filosofi, antropologi e in un paese dove le opportunità sono davvero pari, uguali, per donne e uomini.
Sentirli fare dalla new generation in rosa di Renzi formata da giovani donne perlopiù raccomandate da uomini, la Madia come la Picierno e la stessa Moretti sponsorizzata e promossa niente meno che da Bersani è offensivo, soprattutto per tutte quelle donne che pur avendo meriti, competenze e un talento superiore al loro, che non ci vuole nemmeno molto, ma soprattutto non avendo avuto la fortuna di aver incontrato le persone giuste al momento giusto non vedranno mai il raggiungimento dei loro obiettivi, anche se sanno fare la pastasciutta al pomodoro con passione e se sono più belle, più brave, più intelligenti di Alessandra Moretti.

La reietta

Inserito il

Otto anni fa moriva Anna Politkovskaja, giornalista col vizio della verità in un paese, la Russia, dove non c’è stato mai spazio per questa. Un po’ come da noi.
Per insegnarle che la verità è una brutta cosa ci sono voluti quattro colpi di pistola alla testa mentre era in ascensore e stava rientrando a casa.
Il 9 giugno scorso i suoi assassini sono stati condannati all’ergastolo.
Dei mandanti però non si è mai saputo nulla.
Il 7 ottobre, per una strana coincidenza del destino è anche il compleanno di Vladimir Putin.

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Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. [Anna Politkovskaja]

Lei ha pagato con la vita la colpa di dire ad alta voce anche quello che vedeva.

La chiamavano “reietta”.
Qui, invece, i giornalisti che dicono ad alta voce quello che pensano, che vedono, che vanno a conoscere con le loro inchieste mettendo a repentaglio la loro incolumità e talvolta anche la vita, che da conoscitori dell’Italia e degli italiani quali sono riescono facilmente a ricavare notizie dai fatti e non dalle loro opinioni  li chiamano faziosi, giustizialisti, forcaioli, manettari.
Tutti gli altri, invece, sono moderati, vengono considerati eccellenti opinionisti, intellettuali, quelli da invitare in tutti i talk show perché non fanno fare brutta figura a nessuno: quello che vedono non lo diranno mai.
E non c’è nemmeno bisogno di minacciarli.
Fanno tutto benissimo da soli anche senza che glielo chiedano, hanno un’attitudine naturale alla servitù.
E per questo s’offrono, molto.

Il vulnus Renzi ce l’aveva in casa. Chi l’avrebbe mai detto

Sottotitolo: un lato positivo nel referendum sull’indipendenza della Scozia c’è: quei deficienti dei leghisti, buzzurri, cialtroni, ignoranti, razzisti e violenti hanno finalmente imparato che né Amburgo né Strasburgo si trovano in Scozia.
Non tutto il male…eccetera, eccetera.

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LA CASSA DI FAMIGLIA, GLI STRILLONI DEL PERÙ E IL TFR DI MATTEO (Marco Lillo)

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LA BANCAROTTA DI CASA RENZI (Ferruccio Sansa e Davide Vecchi)

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Il padre di Renzi si dice così preoccupato da non aver ancora nemmeno nominato un avvocato.
Se le colpe dei padri non ricadono sui figli in questo caso l’arroganza sicuramente sì.

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La natura di “tutti” gli italiani non è quella di frodare lo stato, mafiare, gestire malamente i soldi degli altri per guadagnare in proprio, prendere le cose dove sono e continuare a campare onestamente.
E’ una tradizione che contraddistingue e riguarda un certo ceto sociale fatto di gente che, senz’alcun merito, con aiutini di vario genere dalla mafia alla politica e viceversa ha potuto raggiungere posizioni sociali elevate che hanno consentito ad intere famiglie di prendere possesso di questo paese fatto a fette e diviso in base a chi offriva di più ANCHE alla politica.
La politica che nel tempo ha chiuso gli occhi per convenienze reciproche agevolando attività non sempre legali, perché quando il potente dà una mano si crea quel circolo vizioso entro il quale le parole “non posso” sono bandite.

E’ vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ci mancherebbe, ma qui si parla di qualcosa di cui il figlio del padre era perfettamente a conoscenza. Il padre di Matteo Renzi è recidivo, l’avviso di garanzia di ieri non è la sua prima esperienza in materia di violazione della legge. Ecco perché è perfettamente legittimo avere qualche sospetto circa l’intesa di Renzi col pregiudicato interdetto e condannato il cui clou è, manco a dirlo, quella riforma della giustizia che sta molto a cuore anche a Napolitano, così tanto da averla sollecitata anche in due occasioni precise, subito dopo la sentenza che ha condannato berlusconi e immediatamente dopo la sua “assoluzione” nel processo per sfruttamento della prostituzione minorile. Quindi è chiaro a tutti, meno agli interessati e a quelli in malafede che esiste un problema di sopravvivenza della politica messa a rischio da chi chiede semplicemente che si rispettino le regole e la legge come da Costituzione, quella che Renzi vuole sabotare insieme a berlusconi. Problema che se si guarda a chi ha rappresentato e rappresenta la politica di questi ultimi due decenni entra in modo dirompente nella vita personale di alcuni rappresentanti della politica. Inutile ricordare che con una legge seria sul conflitto di interessi né berlusconi né Renzi avrebbero potuto intraprendere la carriera politica senza abbandonare prima quelle precedenti. Ecco perché risolvere i conflitti di interessi che soffocano questo paese è un tema che non interessa a Renzi come non interessava ai governi precedenti. L’imprenditore, il titolare d’azienda nel paese normale non fa politica. Qui invece non esiste una figura politica di quelle che contano che non abbia le mani in pasta ovunque ci sia da realizzare un guadagno che in molti casi viene agevolato proprio dalla politica. Il conflitto di interessi non è solo quello di berlusconi ma è quello dietro al quale si sono riparati tutti gli altri.

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Un po’ di storia.
Il padre di berlusconi ha fatto carriera alla banca Rasini in cui è entrato da usciere uscendone da funzionario e dove appoggiavano i loro conti correnti personaggi del calibro di Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano.
I meriti del fu Luigi a cui la FIGC ha intitolato anche un torneo ufficiale di calcio [perché i meriti sono meriti], sono tutti nella fatidica domanda a cui berlusconi non ha mai voluto rispondere: “cavaliere, dove ha preso i soldi?”
Il padre del berlusconi in scala ridotta è un affarista che ha fatto carriera e soldi entrando nella Democrazia Cristiana e trovando dunque chi lo finanziava col denaro dei contribuenti grazie alla politica. Matteo Renzi ha continuato a percepire i contributi pagati dallo stato, dai cittadini, grazie all’azienda di suo padre dove era stato assunto dieci giorni prima di correre per l’elezione da presidente della provincia.
Contributi che gli sono stati pagati per dieci anni finché Il Fatto Quotidiano non si è occupato di questa vicenda ignobile.
Cosa che forse fa molto Italia ma non fa TUTTA l’Italia.
Fa quell’Italia che non ammetterà mai che in questo paese da cinquant’anni spadroneggia la classe politica più disonesta del mondo, ma non è colpa di tutti, di “noi” se c’è chi vende i suoi voti al mafioso e al camorrista, non è colpa dei “noi” e di tutti, di chi votava quelli che promettevano di cambiare le cose e di mandare a casa i disonesti se poi ci hanno fatto accordi sopra e sotto ai tavoli e oggi perfino alla luce del sole benedetti dal presidente della repubblica.

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Tutto quello che mi viene in mente stamattina è racchiuso nella parola “tradimento”. Dell’azione “politica” di berlusconi ormai non c’è più niente da dire, ma almeno lui non ha mai fatto finta di volere altro dalla salvezza del suo patrimonio: coglioni e disonesti quanto lui quelli che hanno creduto all’uomo dei miracoli trascinando tutto il paese nella palude maleodorante [ma non abbastanza per Napolitano e Renzi] in cui il delinquente ha fatto affondare l’Italia.
Ma quelli che sono arrivati dopo avranno la stessa responsabilità di chi ha permesso che si arrivasse a questo punto.
Ovvero quelli che hanno spalancato le porte a berlusconi.
Perché sono quelli che fanno finta di tenerci, di volere il bene dello stato ma poi per opportunismo politico e per convenienza si piegano alle logiche sudicie delle manovre del palazzo e per la loro sopravvivenza politica mettono in pericolo la nostra di cittadini del paese reale tradendo tutti quei principi che facevano dell’Italia una repubblica fondata sul lavoro e il paese dove i cittadini erano tutti uguali. Dunque tradiscono quella Costituzione che è sempre stata un punto di riferimento e l’ancora di salvataggio mentre oggi è diventata l’intralcio che impedisce alla politica di demolire anche i diritti minimi di chi non ha gli stessi privilegi dei devastatori dello stato.
Non una cosa è stata fatta per giustificare i governi di emergenza, di larghe intese, quelli che Napolitano ha imposto per il bene del paese.
Nemmeno una.