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L’antipatico Rodotà

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L’insulto è solo la scorciatoia per chi non ha argomenti.
E dispiace che questa semplicissima cosa non venga compresa proprio da tutti.
Nessuno ha i titoli per insultare nessun altro.
Nel dibattito pubblico l’insulto è un pessimo biglietto da visita, lo abbiamo sperimentato e subito con berlusconi e non ci piaceva, dunque si presume che non dovrebbe piacere nemmeno quando ad insultare sono altre persone.
Chi non giustificava, giustamente, berlusconi non dovrebbe farlo nemmeno adesso con Grillo.
Altrettanto giustamente.

MA

Non dico di essere coerenti ma insomma, a tutto c’è un limite.

Dire che una persona sbaglia non significa mettersi dalla parte di chi da quella persona è stato sempre criticato.
Ma per dire che quella persona sbaglia bisognerebbe avere i titoli per farlo.
Io Grillo e il movimento li ho sempre difesi nelle questioni di principio ma li ho anche criticati quando andavano criticati. 
E quando critico qualcuno lo faccio in base alle mie riflessioni, non me le faccio prestare dal segretario di partito, dal politico o dal quotidiano.
Il pd che oggi difende Rodotà non è lo stesso che in tempi recentissimi e non solo non l’ha degnato della benché minima considerazione, che si è arrampicato sugli specchi per giustificarsi di non averlo potuto votare, che ha ritenuto più opportuno rieleggere alla presidenza della repubblica Napolitano perché serviva il presidente “garante”? 
Correttezza vorrebbe che oggi i tromboni piddini invece di approfittare delle cadute di stile di Grillo tacessero, così come hanno fatto in altri contesti e situazioni, visto che lo stesso Rodotà ha detto più volte di essere stato abbandonato dalla sua politica di riferimento e di non riconoscersi più nel pd, probabilmente perché non ritiene più credibile quel partito ed è facile anche immaginare il perché.

Grillo è un peso per i 5s quanto lo è berlusconi per un progetto di centrodestra almeno decente.

No non ci sto più, non li ho votati ma ho difeso il principio, i diritti democratici per i quali se qualcuno ti vota devi avere le stesse possibilità date a tutti ma questo fatto che nessuno può parlare senza essere bersagliato dagli insulti di Grillo no.

Non mi va più bene.

Non è un episodio, due, è un fatto SISTEMATICO che avviene ogni volta che qualcuno prova a dire qualcosa .

Ci vuole non il pelo sullo stomaco ma bisogna proprio non avercelo uno stomaco per trovare una spiegazione all’insulto a Rodotà.

Lui deve smetterla di decidere cosa si può dire e chi lo deve dire, perché lui per primo non ha mai risparmiato nessuno.

ciao Franca2

Franca Rame, la bellissima moribonda e il baciamano di

Calderoli

Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano

Da quando l’ho conosciuta io, cioè da almeno quindici anni, è sempre stata moribonda. Bella – perché era tanto bella, la più bella – e moribonda.

“Maaarco, sto maaalissiiiiimo…”, ogni sua telefonata si apriva così. Poi partiva uno sfavillìo di battute, idee, progetti, commenti sull’ultimo articolo o l’ultima puntata di Servizio Pubblico, suggerimenti da farci un giornale intero. “Francuccia, non mi pare che tu stia poi così male”. “Ma va là, tu non puoi capire, sto sempre a letto. O muoio da me o trovo qualcuno che mi ammazzi. A proposito, tu che sei il diavolo conosci mica un killer?”. Una volta era la pressione (sempre bassa, bassissima), una volta la depressione, una volta l’ischemia, una volta l’aritmia, una volta la respirazione, una volta la vertebra schiacciata, una volta il prurito, insomma non ho mai conosciuto una moribonda più in salute di lei.

La prima volta fu a Palermo, a un dibattito su mafia e giustizia. Non ci eravamo mai visti prima. Lei insultò Leonardo Marino, il pentito del delitto Calabresi, io intervenni a difenderlo. Lei non replicò. Alle due di notte rientravo in albergo, e mi sentii toccare una spalla: “Lei, signorino, è quello che oggi mi ha contraddetta su Marino?”. “Sì e se vuole le spiego perché”. Tre ore di accanito dibattito sul divanetto della reception, Dario intanto era passato e salito, augurandoci la buona notte. Non la convinsi io, non mi convinse lei. Però alla fine, barcollando verso la camera, esalò: “Vabbè, per me Sofri è innocente perché lo dico io. Ma, siccome scrive sul Foglio, forse un po’ di galera se l’è meritata. E adesso vado a letto perché sono le cinque e io sto malissimo”.

Nel marzo 2001 vado a presentare L’odore dei soldi su Rai 2, al Satyricon di Daniele Luttazzi. Succede il finimondo. L’indomani mattina il primo squillo sul telefonino è di Franca. “Maaarco, erano anni che non avevo un orgaaasmo!”.

Un’altra volta presento il mio libro su Montanelli, con cui lei e Dario avevano avuto scontri epici negli anni 70. Eccola lì in prima fila, maestosa, smagliante e fiera, accanto a Dario, al Circolo della Stampa di Milano. “Che ci fai qui, Francuccia?”. “Non dirlo a nessuno, ma Montanelli era bellissimo”.

La prima dell’ultima pièce scritta con Dario, L’anomalo bicefalo, su Berlusconi e Putin. “Marco, alla fine sul palco voglio organizzare un dibattito sul lodo Schifani, invitiamo qualche giudice?”. “Se vuoi provo con Armando Spataro”. E così, dopo gli applausi finali, Spataro e io la raggiungiamo in camerino. Il magistrato fa il baciamano e i complimenti. Lei lo fissa: “Ma io a lei la conosco”. “Può darsi”. “Ma sì, lei è quello che voleva arrestare mio figlio negli anni 70!”. “Arrestare proprio no, però insomma, mi occupavo anche di gruppi extraparlamentari…”. Tutti e due se la ridono di gusto. E lei: “Guarda te i miracoli che fa Berlusconi. Ma chi me lo doveva dire che sarei passata dalla parte dei magistrati”.

Nel 2006, sarà stato febbraio, lei mi chiama con la solita voce dall’oltretomba. Io la prendo in giro, ormai è un gioco: “Francuccia, stai morendo o sei già morta?”. “Peggio, peggio”. “Cosa?”. “C’è qui Di Pietro che vuole candidarmi al Senato”. “E allora?”. “E allora non so cosa dire. Nessuno mi aveva mai candidata al Senato. Dario dice che è meglio di no, Jacopo che è meglio di sì, così mi levo dai coglioni. Siamo uno a uno. Decidi tu”. “Direi di sì: vuoi mettere la scena madre di te che muori in pieno Senato?”. “Hai ragione, accetto”.

Qualche tempo dopo la incontro a Fiumicino, già senatrice, ringiovanita di vent’anni, dritta come un fuso, bella come un fiore. È tampinata da Calderoli, che si profonde in salamelecchi: senatrice di qua, senatrice di là. “Franca, vieni in taxi con me?”. “No, approfitto del passaggio di Calderoli, lui è vicepresidente e lo vengono a prendere”. Mi chiama un’ora dopo: “Maaarco, guai a te se dici a qualcuno quello che hai visto. Tu non ci crederai, ma il Calderoli è sempre così gentile, mi corteggia, mi fa anche il baciamano. Se i suoi elettori sapessero com’è davvero, non lo voterebbero più”. “Ma neanche te i tuoi, Franca”. “Ecco, appunto. Zitto”.

Due anni fa torna a teatro dopo un bel po’, col Mistero buffo al fianco di Dario. Un salutino in camerino, prima che entri in scena. “Maaarco, sto malissimo, mi sa che stasera svengo sul palco”. In effetti è pallida, si regge in piedi a stento, gli occhi persi dietro le lenti a fondo di bicchiere, sempre bellissima, ma di carta velina. Quando tocca a lei, però, è un’altra. Sicura, altera, avanza a grandi falcate, in gran forma come Totò che sui legni del palcoscenico ritrovava persino la vista, attacca col monologo di Maria sotto la Croce e incanta tutti. Dario se la bacia tutta dietro la quinta.

“Da quando è nato il Fatto, ho di nuovo il mio giornale. Posso mandarvi delle cosette?”. E quante ne ha mandate, di “cosette”. Lettere aperte, articoli, racconti, appelli da far firmare ai lettori, proposte di intervista, post per il suo blog, campagne contro gli sprechi della casta, le spese militari, gli inciuci, per i familiari dei soldati morti di uranio impoverito, per quella sinistra a cui ha dato tutto senza riceverne nulla, l’ultimo per Rodotà. Aveva quasi finito un libro sulle sue memorie di un anno e mezzo in Senato: “Non vedo l’ora di fartelo leggere. Lì c’è tutta l’inutilità del Parlamento. Ti guardano, ti sentono, ma non ti ascoltano. Una volta ho fatto un esperimento con un collega senatore: gli ho detto che avevo nella mia valigia un cadavere e che all’aeroporto stavano per scoprirmi perché un dito era uscito dalla cerniera lampo. Sai cosa mi ha risposto, guardandomi in trasparenza come tutti? ‘Ah sì, ne parliamo nella riunione di gruppo’…”.

Da una delle ultime mail: “Caro Marco, mi sto esaltando… una pagina del Fatto tutta per me. Grazie! Grazie! Da un po’ di tempo non mi faccio sentire con congratulazioni, ma dopo l’ischemia faccio fatica a riprendermi. Ho, come dico sempre, tanti anni e quindi accetto serena ciò che mi sta capitando. Verrà l’estate e andrà meglio, speriamo. Aspettiamo giovedì sera con allegria e tensione… Nella puntata ultima guardavo la tua faccia onesta, e per la prima volta ho realizzato che i tuoi capelli si stanno ingrigendo. Mi ha fatto una gran tenerezza e ho sentito il bene che ti voglio come fossi della mia famiglia. Un abbraccio grande, franca. Ps. Ti allego un altro racconto un po ’ imbarazzata”.

Quanto era bella Franca.

Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2013

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Dammi solo un minuto, anzi no, quindici

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Preambolo: per anni ci hanno massacrato le meningi e non solo dicendo che berlusconi non andava sconfitto grazie alla magistratura ma politicamente, nemmeno adesso è  un politicamente sconfitto? e quanto lo sarebbe stato di più se Napolitano non gli avesse offerto la possibilità di potersi comprare senatori un tanto al chilo in quel 14 dicembre rinominato “scilipoti day”?  per quale motivo si devono offrire a berlusconi ancora così tante possibilità? posso pensare quello che mi pare, anche che tutti questi tentativi di salvare  berlusconi ad ogni costo, anche ridicolizzando la Costituzione, la democrazia e noi tutti  servono a salvare e a rendere dei favori  anche ad altra gente? sì che lo penso.

Sulla figura di Napolitano, oltre alle tante ombre di cui si è voluto circondare, per chissà quali ragioni “di stato”, peserà per sempre la responsabilità storica di non aver permesso che si andasse ad elezioni nel momento di maggior debolezza di silvio berlusconi; di aver imposto un governo tecnico da lui selezionato e scelto in virtù di un’emergenza che si sarebbe potuta affrontare anche con un governo regolare scelto ed eletto democraticamente, se la Costituzione ha ancora un significato o se invece serve solo come argomento da pour parler.

 Se l’idea che serpeggia nei palazzi delle istituzioni  è quella di lasciare il paese in mano a berlusconi in virtù di chissà quale  diritto anche quando perde, ma soprattutto di rovescio grazie al conflitto di interessi  per mezzo del quale può controllare settori importanti dell’apparato dello stato è inutile poi lagnarsi se la gente non riesce proprio ad innamorarsi della politica.

Possibile che nessuno sappia dire a silvio berlusconi che non spetta a chi arriva ultimo alle elezioni decidere un mandato che dovrà durare sette anni? hanno tutti lo stesso quoziente intellettivo della biancofiore?

Sottotitolo: se brunetta è esteticamente incompatibile con Venezia, per la legge del contrappasso si può dire che berlusconi è incompatibile, e non solo esteticamente, con la democrazia?  ho sentito Gino Strada in diretta l’altro ieri, e solo dei deficienti avrebbero potuto equivocare sul senso di quell’ “esteticamente incompatibile con Venezia”.
Ma purtroppo o impariamo a rassegnarci all’imbecillità o non ne usciremo mai.
 Gino Strada non deve scusarsi proprio con nessuno.
Il mio più cordiale vaffanculo al politicamente e ipocritamente corretto e a chi lo pretende anche in una conversazione informale come quelle che si fanno a “Un giorno da pecora” ma poi sorvola sulle apologie razziste, fasciste e omofobe che si fanno a “La zanzara”  degl’istigatori  Cruciani e Parenzi.

Il fatto che un delinquente impunito possa dettare l’agenda politica a proposito dell’elezione del presidente della repubblica, pretendere da ultimo arrivato alle elezioni di avere voce in capitolo sulle decisioni importanti non è solo assurdo ma proprio indegno e incivile.
E altrettanto lo è che la scelta del presidente della repubblica debba prescindere, dipendere, essere fatta sulla base di quanto potrà poi garantire il delinquente impunito, essergli utile quando gli serviranno le solite garanzie e la solita tutela per i suoi problemi giudiziari che pare non gli si possano proprio negare.
Questa non è democrazia né realpolitik, in nessuna democrazia chi perde può pretendere di avere lo stesso potere decisionale: è complicità a cui nessuno nella bella politica tradizionale, quella che secondo Napolitano non ha bisogno di nessuna strigliata moralizzatrice ma va lasciata così com’è, si è mai voluto sottrarre, al contrario tutti hanno sempre fatto a gara per accontentare i capricci di chi non ha più bisogno di offrire nessuna dimostrazione circa il fatto che a lui lo stato è servito e serve solo come scudo per proteggersi dai suoi guai con la legge nonostante la legge e quella Costituzione che un presidente della repubblica come si deve deve poi saper garantire.
Io non mi fido di chi si chiude in una stanza con silvio berlusconi per non far sapere cosa gli chiede silvio berlusconi e perché glielo può chiedere, soprattutto.

E noi, chi ci garantisce?
Marco Travaglio, 11 aprile

Nella non sempre nobile, anzi quasi sempre ignobile, battaglia per il Quirinale, in questi primi 67 anni di storia repubblicana, s’è visto di tutto. Pugnali, veleni, franchi tiratori e franchissimi traditori, inciuci, lacrime, sangue, merda. Ma non s’era ancora visto un presidente della Repubblica scelto da chi ha perso le elezioni. Ma, siccome c’è sempre una prima volta, pare che sia proprio questo lo scenario che la sorte potrebbe riservarci di qui a una settimana, quando le Camere riunite cominceranno a votare per il nuovo capo dello Stato. Quaranta e rotti giorni fa gli elettori hanno issato sul podio tre partiti minoritari, in quest’ordine: Pd, M5S, Pdl. Ora il leader del primo, che ha perso 3,5 milioni di voti in cinque anni, ha deciso di chiedere al terzo, che ne ha persi 6,5, di concordare insieme una rosa di nomi fra i quali eleggere un nuovo capo dello Stato “condiviso”.
Un modo elegante per riconoscere al terzo partito il diritto di veto sui nomi sgraditi al suo capo, il noto B. Il tutto è avvenuto di nascosto, tra il lusco e il brusco, in una location predisposta da Denis Verdini (quello che ha più processi che capelli in testa, ed è un noto capellone), in una stanzetta attigua alla presidenza della commissione Trasporti della Camera, al quinto piano di Montecitorio. Roba da far venire la nostalgia dello streaming. Ber&Ber erano affiancati dai rispettivi vice, Enrico Letta e Angelino Alfano, che però a un certo punto sono usciti in corridoio perché il tête- à- tête non avesse testimoni e nulla trapelasse della “rosa”. Ma non servono microspie né palle di vetro per immaginarla, tanto la conoscono tutti a memoria: Severino, Bonino, Cancellieri, Finocchiaro, Marini, Amato, Violante, D’Alema, Grasso e — secondo alcuni — pure De Rita. A prescindere dall’età e dal sesso, il minimo comune denominatore è che B. si fida di loro, avendone sperimentata l’assoluta affidabilità nei momenti difficili. Siccome però non si può dire, ecco le formule politichesi alla vaselina: “personalità non divisive”, “soluzioni condivise”, “figure di garanzia”. Non divisive da B. Condivise con B. Di garanzia per B. Contro chi e cosa? Contro i giudici e i processi. Insomma, garanzia fa rima con amnistia. Perciò sono esclusi tutti i personaggi della società civile, da Zagrebelsky a Rodotà, pericolosamente sbilanciati dalla parte della Costituzione. Non va bene neppure Prodi: divisivo, non condiviso e non di garanzia perché non ha mai trattato con B. Pare di leggere l’ultimo pizzino mafioso: “Mai al potere comici e froci”. Per nobilitare l’ignobile operazione, c’è chi ha colto al balzo il monito di Napolitano a un nuovo compromesso storico, come se si potessero paragonare Moro e Berlinguer con B&B, ma soprattutto due situazioni storiche totalmente diverse: 35 anni fa si trattava di includere un partito popolare di massa come il Pci nell’area di governo dopo 30 anni di conventio ad escludendum; qui di mantenere nella stanza dei bottoni un vecchio puttaniere che non ne è mai uscito, avendo governato 11 anni su 19. Restano poi da chiarire un paio di particolari. 1) Che senso ha ripetere ogni due per tre, come fa Bersani, “mai al governo con Berlusconi” e poi fargli scegliere il capo dello Stato? Se B. — giustamente — non deve neppure toccare un governo che può durare anche mezza giornata, a maggior ragione dovrebbe restare a debita distanza dal Presidente, che durerà certamente sette anni.
2) Che senso ha insistere col dialogo con i 5Stelle (che, detto per inciso, sono passati da zero voti a 8 e più milioni) per il governo e tagliarli fuori dal Quirinale? Piaccia o no, sono gli unici che han scelto un metodo trasparente per scegliere il proprio candidato al Colle: la consultazione online tra i loro iscritti. Si spera che esca un nome che piaccia anche agli elettori del Pd e metta in imbarazzo gli eletti. Un presidente che garantisca la Costituzione e la legalità. Quindi non B. Ma tutti noi.

 

“Cercavi giustizia, trovasti la legge” [a volte]

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Sottotitolo: all’Ilva è tutto a posto, dunque a Taranto si può continuare a lavorare e morire e non necessariamente in questo ordine. Chi l’ha detto che le leggi in Italia non funzionano e non si rispettano? un paese dove la gente deve scegliere se lavorare o morire di cancro è come uno nel quale  bisogna difendere  un Magistrato coi mitra e un delinquente con la presidenza del consiglio.
Uguale, pare anzi  e addirittura lo stesso paese.

“Legge salva-Ilva è costituzionale”
Consulta respinge ricorso Procura

Articolo 32 della Costituzione Italiana

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. 
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

La nomina dei membri della Corte Costituzionale è per due terzi politica, quindi è perfettamente inutile aspettarsi sentenze che rovescino le decisioni dei Magistrati, quando di mezzo ci sono grandi interessi come a proposito dell’Ilva di Taranto.
Un organo istituzionale ci ha fatto sapere ieri che “la robba” è più importante della vita autorizzando e legittimando gli avvelenatori a continuare a farlo in virtù di interessi economici.
E, siccome la Corte Costituzionale non si può privatizzare, affidarla ad un’istituzione diversa dalla politica e che sia davvero di garanzia, se non si cambia la politica non cambieranno mai le conseguenze delle azioni politiche.
E finché a decidere per noi, per la nostra salute, sicurezza, istruzione, diritti, lavoro, saranno sempre le stesse persone che non hanno – perché lo hanno dimostrato più e più volte – come obiettivo primario i nostri interessi ma quelli di qualcun altro che talvolta coincidono coi loro questo paese non potrà mai essere migliore di quello che è.

Non capisco perché dovrebbe essere inutile andare avanti sulla questione dell’ineleggibilità di b.
Semmai è stato non inutile ma dannoso e devastante non averci pensato fino ad ora.
Esiste una legge, non c’è nemmeno bisogno di pensarla perché qualcuno molto più saggio e lungimirante di questi geni della politica del terzo millennio ma il cui cervello è rimasto al secondo, in qualche caso ancora più indietro nel tempo ci aveva già pensato, non vedo quale sarebbe e dove il problema nel renderla finalmente operativa.
O il pacchetto salvasilvio, oltre alle leggi prêt-à-porter fatte apposta per lui, quelle à la carte messe a disposizione sempre per lui, prevede che una legge già esistente e ignorata volutamente possa passare di moda come un oggetto vintage?

Intanto il 25 aprile ci toccherà ancora il discorso del grande statista in dirittura d’arrivo.
Se l’anno scorso ci ha ammorbato con la filippica sui pericoli del populismo non oso pensare alla trama di quello di quest’anno se l’ispirazione gli viene da quel “fanatismo moralizzatore” di cui vaneggia.
In uno dei paesi più corrotti del mondo, con una classe politica/dirigente che in gran parte ha dimostrato come ha potuto di essere collusa, connivente con le mafie, corrotta e corruttibile a livelli insopportabili, dove la gente onesta è costretta a farsi carico del tributo di dover mantenere caste e sottocaste di privilegiati, disonesti, profitattori, parassiti, nell’unico paese democratico al mondo dove è stato possibile che un imprenditore fallito  imputato, indagato, inquisito, condannato e prescritto abbia potuto ottenere un ruolo politico di spicco e cavarsela grazie a leggi fatte su misura e legittimate da quello che dovrebbe essere garante di tutti e non di uno solo, di se stesso o di qualcuno e ancora oggi che è praticamente nessuno consentirgli di essere ancora determinante per la politica, quell’ago della bilancia da cui un paese intero deve ancora dipendere, sottostare ai suoi ricatti c’era proprio la necessità di un presidente della repubblica che esprimesse un’opinione così volgare, che definisse la voglia di pulizia e trasparenza all’interno della politica come una specie di capriccio e non un’urgenza, non foss’altro perché è soprattutto grazie all’immoralità della classe politica se oggi questo paese è ridotto così male.
 Io mi sento offesa, defraudata del mio diritto di vivere in un paese gestito da gente normalmente onesta, che anteponga sempre e davanti a tutto gli interessi di tutti così come il ruolo le impone e  non quindi i suoi,  quelli degli amici, e degli amici degli amici, un paese la cui anormalità è stata istituzionalizzata e legalizzata proprio da chi avrebbe dovuto opporsi  all’illegalità, alla disuguaglianza e alle ingiustizie con tutti i mezzi che la democrazia mette a disposizione.

Madonna Bonino
Marco Travaglio, 10 aprile

Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo. Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. A questi innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o non ricordare le zone d’ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda. Rispondo invece alle cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini, il quale — diversamente da me — la ritiene il presidente della Repubblica ideale. E, per nobilitarla e dipingerla come antropoligicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, Libero ). Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino. Chi auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis, Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere la Bonino, 8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea. I suoi amici la raffigurano come un’outsider estranea all’establishment. Che però non è d’accordo: altrimenti la Bonino non sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno non ci sarebbe andata. Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al ’96, senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti, corteggiamenti, ammuine. Il tutto mentre il Caimano ne combinava di tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004 veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005 dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio… apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l’alleanza con lui, che alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano). Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica. Un po’ tardi, a mio modesto avviso. Ma neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e alla Costituzione, conflitti d’interessi, editti bulgari e postbulgari), risulta un solo monosillabo della Bonino. Forse perchè, pur con motivi molto diversi, sulla giustizia B&B hanno sempre convenuto: separazione delle carriere, abolizione dell’azione penale obbligatoria (altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro Staderini), per non parlare dell’idea intimidatoria e pericolosa della responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun’altra democrazia. La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all’arresto di Cosentino perchè “siamo contro l’immunità parlamentare, però esiste”. Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000). E alla lettura dell’inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal ’90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel ’92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po’ orientate perché poi se n’è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99). Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente. Il 1° aprile 2007, ministro delle Politiche europee del governo Prodi-2, la Bonino porta in Consiglio dei ministri tutte le sentenze della Corte di giustizia europea per darne finalmente attuazione. Tutte, tranne una: quella che dà ragione a Europa7 e torto al gruppo B. Una cronista le chiede il perchè, e lei risponde che non c’è alcuna urgenza (in effetti Europa7 attende le frequenze negate solo dal 1999, quando vinse la concessione e Rete4 la perse).
C’è poi il bilancio di Commissario europeo dal 1994 al ’99 su nomina di B,. quando insieme a battaglie sacrosante la Bonino sponsorizza i cibi OGM senza etichettatura.
E soprattutto sostiene l’insensata sospensione degli aiuti all’Afghanistan, dopo la sforunata missione a Kabul in cui è stata fermata dalla polizia religiosa perché i suoi collaboratori fotograno e filmano il volto delle donne in barba alla legge islamica. Durante la guerra in Afghanistan – da lei appoggiata come quelle nell’ex Jugoslavia e in Iraq (“io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica:se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la torre Eiffel, non ci dà sicurezza”) la Bonino si oppone alla sospensione dei bombardamenti per aprire un corridoio umanitario agli aiuti ai profughi (servirebbe solo ai talebani per riorganizzarsi, Ansa 2-11-2001).
Nel 2007, poi, durante il sequestri Mastrogiacomo non trova di meglio che prendersela con Gino Strada accusandolo di trescare con i talebani col suo “atteggiamento ambiguo, tra l’umanitario e il politico, che si può prestare a qualsiasi illazione” perché “scientemente o incoscientemente – che sarebbe ancora peggio finisce per giocare un ruolo che è sempre un ruolo ambiguo fra torturati e torturatori. Quando uno si mette a praticare una linea così ambigua, così poco limpida, si presta a qualsiasi gioco altrui. Nell’illusione di tirare lui le fila finisce che il burattinaio non è lui” Ansa, 9-4-2007).
A proposito di ambiguità fra torturati e torturatori, ho cercato disperatamente nell’archivio Ansa una parola della Bonino su Abu Ghraib e Guantanamo.
Risultato: non pervenuta.

L’indegna gazzarra

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Preambolo: per essere rispettati e tutelati dallo stato in questo paese bisogna per forza commettere reati e indossare una divisa, una tonaca o il doppiopetto blu.
Sono proprio requisiti obbligatori. 

Sottotitolo:  adesso vediamo se Napolitano si farà ricattare di nuovo com’è già accaduto varie volte. Mi piacerebbe sapere chi c’è rimasto a difendere questo paese se in presenza di un fatto grave, gravissimo e  mai accaduto nella storia di questa repubblica il presidente della repubblica tace o tutt’al più sussurra e Bersani, che si appresta a diventare primo ministro non si è degnato  di pronunciare mezza parola di condanna.

Nota a margine: Spero che l’India apra ufficialmente l’incidente diplomatico con l’Italia, ché qui deve venire qualcuno da fuori ad insegnarci il rispetto per lo stato, per quei cittadini che non commettono reati e per ricordarci che abbiamo una Costituzione che ci fa tutti uguali, no un po’ sì e un po’ no a seconda della mise, visto che noi non abbiamo più nessuno che lo sappia fare.

Berlusconi, marcia sul Tribunale (con ricatto) – Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano

IL PAPELLO DI SILVIO 
A NAPOLITANO

Dai Giorgio, facci sognare, almeno così ci rassegneremo definitivamente al fatto che questo non sarà MAI un paese normale.
Ragion di stato, si dice così no?

L’osceno spettacolo di ieri indegno di un paese normale, l’atto eversivo compiuto dai parlamentari del pdl sui giornali di oggi viene perlopiù definito “gazzarra”: lo stesso termine che fu usato sempre da un certo giornalismo a proposito delle proteste dei parenti degli operai della ThyssenKrupp morti bruciati dopo la sentenza ridicola che ha diminuito le pene dei loro assassini.
Gazzarra significa confusione rumorosa, più o meno come quella dei bambini e dei ragazzi durante l’ora di ricreazione, mentre aspettano di entrare a scuola o quando escono finalmente liberi dalla vigilanza più o meno severa dei loro insegnanti.
Le parole sono importanti, sempre, ed è doveroso in presenza di fatti diversi che hanno un’importanza e una gravità diverse usare quelle giuste.
Perché chi difende davvero la legalità, pretende giustizia per onorare la memoria di una persona cara, chi è stato tradito dallo stato come i familiari delle vittime della ThyssenKrupp non può essere uguale a chi invece tradisce lo stato per difendere un delinquente, anch’egli traditore dello stato. Quella dei parenti delle vittime degli operai non è stata una “indegna gazzarra” ma la giusta reazione di fronte all’ennesima ingiustizia perpetrata ai loro cari morti e a loro stessi. Quella di ieri, invece, si chiama tradimento dello stato.
Un paio di giorni fa avevo scritto che le agenzie di rating dovrebbero trovare una categoria a parte quando declassano l’Italia, che la serie B è ancora troppo alta, dopo i fatti di ieri – compreso il perdono istituzionale concesso ai marò assassini – mi sento di dover rettificare. 
Questo paese meriterebbe di essere inserito negli stati canaglia, quelli dai quali i paesi civili si tengono a debita distanza e che non meritano il diritto di partecipare alle decisioni democratiche, in Europa come nella comunità internazionale.
L’Italia, periferia squallida, il quartiere di cui tutte le città si vergognano, di un mondo che almeno ci prova a cambiare in meglio.

Pasqua sul Gange, di Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

Chissà se è un affare ordinario l’atto di straordinaria italianità perpetrato dai ministri degli esteri della difesa e della giustizia, con il concerto del presidente Monti e ovviamente sotto l’alto patronato dell’inquilino del Quirinale, così anfitrionico nel riceverli. Che meraviglioso marameo a quei fessi di indiani che si sono fidati di Pasqualino marajà, che splendida farsa quelle dichiarazioni all’aeroporto sulla grande democrazia indiana che consentiva ai nostri valorosi marò di tornare a casa per votare, dopo avergli consentito pure la consumazione del panettone, che ironia in quelle schiene dritte, mento in fuori, e basco sulle ventitrè, pronte a trasformarsi nelle mani alzate di Alberto Sordi davanti al David Niven dei Due Nemici. Niente della protervia americana usata per il sergente Lozano o per i piloti del Cermis, zitti voi che siete una colonia.

No sempre il trucchetto alla Boldi e De Sica, alla Longo e Ghedini.

Chi invade il tribunale e chi evade dal tribunale . La nipote di Mubarak e i pirati del Kerala, che titoli salgariani!

La presa della pastiglia
Marco Travaglio, 12 marzo 

Chi ha in mente la scena finale del Caimano di Nanni Moretti sarà rimasto un po’ deluso, ieri, dinanzi alla marcetta sul Tribunale di Milano dei parlamentari Pdl capitanati da Angelino Jolie. Si temeva di molto peggio: un assalto possente, drammatico, sinistro, almeno vagamente nibelungico. Invece per fortuna non siamo la Germania delle Valchirie e nemmeno la Francia della presa della Bastiglia. Siamo il paese dell’operetta, che non conosce il dramma: al massimo il melodramma. Dunque dobbiamo accontentarci di questa tragicomica scampagnata sul marciapiede, tipo gita delle pentole, di una corte dei miracolati sbarcati a Milano come Totò e Peppino, ma molto più ridicoli, visto che alle pellicce e ai colbacchi fuori stagione aggiungono quintali di silicone, botulino, pròtesi di lattice, fard, toupet e trapianti abortiti, e alle caciotte sostituiscono trillanti iPhone con la suoneria di “Meno male che Silvio c’è”. Il quale Silvio, pover’ometto, giace esanime sul letto di dolore, piegato e piagato da un’uveite bilaterale isterica con scappellamento a destra che da un momento all’altro, stando ai medici e agli avvocati di corte, potrebbe portarlo alla tomba. Insomma, al posto della presa della Bastiglia, abbiamo la presa per il culo, o al massimo della pasticca per curare patologie fasulle e allontanare sentenze vere. Spiccano, nella foto di gruppo dell’allegra brigata sanculotta in gita premio al Palagiustizia, Danton Alfano, Marat Cicchitto, Saint Just Gasparri e Robespierre Lupi, mentre Santanchè, De Girolamo, Gelmini, Giammanco, Ravetto, Prestigiacomo, Mussolini e Casellati si contendono i panni di Charlotte Corday prima del bagno. Alcuni assedianti conoscono bene il posto e fanno da ciceroni: chi per curriculum, come Denis Verdini (cinque processi), Matteoli (uno) e Raffaele Fitto (due processi e una condanna fresca fresca a 4 anni), chi per motivi professionali, tipo gli on. avv. Ghedini e Longo. Ma anche Caliendo, l’amico della P3, e Nitto Palma, che in teoria sarebbero addirittura magistrati e non si sa bene contro chi protestino: forse contro se stessi. Va comunque apprezzato il generale sprezzo del ridicolo di chi denuncia l’uso politico della giustizia mentre fa un uso giudiziario della politica. Ma anche lo sprezzo del pericolo di alcuni noti condannati e imputati che sono financo entrati in tribunale col rischio di essere identificati, vista la somiglianza con le facce patibolari di alcuni ricercati ritratti nei “Wanted” in bacheca, e di non uscire più. Pare che Formigoni sia rimasto prudenzialmente a casa. Notevole anche la faccia dell’acuto Razzi, reclutato all’ultimo momento per far numero, che ancora in tarda serata non aveva capito dove l’avessero portato, e soprattutto perché. Capezzone e Giovanardi invece si sono molto felicitati con se stessi perché, dopo anni di oscuramento, hanno strappato un’inquadratura di alcuni nanosecondi al Tg4 . In ogni caso si è persa l’occasione per una bella retata: è raro trovare tanta bella gente insieme a portata di manette. L’implume Alfano, tornato leader per un giorno in assenza del padrone travestito da cieca di Sorrento, minacciava tutto accaldato un imprecisato “Aventino”. Intanto Gasparri capiva tutto al volo e prenotava un tavolo nel noto ristorante “Da Rino all’Aventino”. Poi Jolie s’appellava a Napolitano, ma sbagliava indirizzo: com’è noto, il Presidente non si occupa di processi e inchieste, tranne quando gli telefona Mancino.

Ps. Mentre chiudo l’articolo, alle ore 20, non risulta sull’Ansa una sola dichiarazione di esponenti del Pd contro la gazzarra del Pdl al Palazzo di Giustizia di Milano.
Solo un dolente commento di Bersani alla minaccia aventiniana di Alfano: “Spero siano voci che smentiscano (sic, ndr), che siano suggestioni di un momento”. Si vede subito che è cambiato e ha capito la lezione: gliele ha cantate chiare.

Napolitaliano

Ultim’ora: 

Berlusconi indagato per corruzione
“De Gregorio pagato per passare al Pdl”

Secondo la Procura di Napoli, il senatore eletto nel 2006 con l’Idv avrebbe ricevuto tre milioni
per passare immediatamente al centrodestra. L’ex premier accusato anche di finanziamento illegale.

Lettera sull’Imu, Berlusconi indagato

La procura di Reggio Emilia apre un fascicolo sull’ex premier.

Vediamo se D’Alema ripeterà anche oggi che è meglio l’alleanza col pdl, non so, che dovrà fare berlusconi per non essere più considerato dalla politica e votato dalla gente; strangolare qualcuno in diretta televisiva, magari durante uno dei suoi leggendari videomessaggi stile Ra’is?

Sottotitolo [off topic ma mica tanto]: la Lazio – già deferita per la quarta volta in questa stagione – dovrà giocare i prossimi due turni in Europa a porte chiuse perché qualche centinaio dei suoi “tifosi”, i soliti addestrati e mandati dal Picone di turno, anziché fare quello che si dovrebbe fare quando si va a guardare una partita di calcio e cioè il tifo [“tifo = tifosi, saluto romano = testadicazzismo epidemico e diffuso purtroppo in tutta Italia]” – fanno tutt’altro fra cui un gesto che altrove, a differenza del nostro bel paese,  non viene considerato simpatico, goliardia da so’ ragazzi, e nemmeno folklore facente parte degli usi e costumi italiani ma un reato passibile di denuncia e anche di arresto.
Immediata, che lo dico a fare, la richiesta di ricorso da parte di Lotito.
Ho sempre pensato che la richiesta di ricorso per attenuare e in qualche caso cancellare le sanzioni che vengono comminate alle squadre di calcio per colpa dei loro tifosi razzisti, fascisti e violenti sia profondamente diseducativa; in questo paese non si imparerà mai il semplicissimo concetto che chi si pone fuori dalle regole non è uguale a chi non lo fa e che non è giusto liquidare col perdono nemmeno una multa per divieto di sosta visto che c’è chi l’automobile la parcheggia in modo regolare; per non parlare poi di chi delinque a getto continuo perché ha la certezza di farla franca grazie a mille e più cavilli e aiutini che glielo hanno permesso e glielo permettono: uno a caso, silvio berlusconi.
La cultura, il cambiamento finalizzato a migliorare la società in tutti i suoi ambiti e dunque anche quello sportivo, passano anche accettando con rispetto le giuste punizioni, i presidenti delle squadre di calcio dovrebbero lavorare nella stessa direzione, non opporsi alle decisioni degli organi preposti al controllo per arginare la violenza che avviene sistematicamente negli stadi di quasi tutta Italia.
Se vogliamo che l’Italia venga rispettata fuori dai nostri confini, dovremmo anche meritarcelo. E sono tante piccole cose messe insieme che costruiscono poi quelle grandi che contribuiscono a fare di un paese che si distingue purtroppo quasi sempre in negativo, in uno un po’ più serio, normale e vivibile per tutti, anche per chi va allo stadio per guardarsi una partita.  Le società di calcio devono pagare nel concreto la responsabilità di portarsi dietro in Italia e nel mondo masnade di fascisti violenti di cui si sa tutto, nomi e cognomi compresi. Perché i costi dell’irresponsabilità poi li paghiamo tutti, anche chi allo stadio non ci va. Li paghiamo in termini economici quando sfasciano, quando migliaia di poliziotti sono sottratti al controllo di città e cittadini perché devono stare a guardare ‘sti mentecatti delinquenti  fuori e dentro lo stadio e paghiamo in termini di ridicolizzazione internazionale esattamente come accade per la politica, dove a sbagliare sono molti ma a pagare quasi nessuno.

Preambolo: ho criticato spesso Napolitano per i suoi errori ma stavolta sono con lui. 
E dovremmo capire tutti la difficoltà di quest’uomo che sta mettendo la sua faccia di fronte al mondo anche per noi, e non potrebbe comportarsi diversamente da come sta facendo e come ha fatto, rifiutando l’incontro con chi affermando che in Italia sono stati eletti due pagliacci ha offeso tutti quanti noi.  Che doveva dire Napolitano, che hanno ragione i tedeschi che democraticamente hanno eletto hitler, altroché i buffoni di casa nostra?
Possibile che non si capisca che lui non poteva dire nient’altro, anche se in cuor suo pensa esattamente quell’altro?

Chi pensa che Napolitano stia difendendo Grillo e b, non ha capito niente.

Steinbrueck: “In Italia eletti due clown”
Napolitano annulla l’incontro a Berlino

 D’Alema preferisce l’apertura a b piuttosto che a Grillo che all’estero è bollato come un “pericoloso populista”, invece la reputazione di berlusconi fuori dagl’italici confini, lo sappiamo tutti, è ottima. Anche la Germania dopo aver perso il treno per i Monti auspica una grosse koalition fra PD e PDL, cosa che piacerebbe molto anche al Tayllerand delle cippe, il grande statista al quale il PD ancora si affida per farsi dare idee, suggerimenti, talvolta ordini da eseguire e basta. Ragione di più per pensare che all’Italia non serve questa ulteriore barbarie di un’alleanza il cui unico risultato sarebbe la definitiva e totale distruzione di un centrosinistra che non si regge in piedi nemmeno senza.
Se D’Alema fosse uno statista che lavora per il bene del paese non direbbe mai che un’eventuale alleanza con b “tranquillizzerebbe maggiormente i mercati e gli interlocutori stranieri”, sapendo cosa pensano all’estero del pregiudicato berlusconi ma si impegnerebbe per fare da tramite col pericoloso populista che è sempre meglio del pericoloso delinquente. 
Quando poi si dice che la miglior ancora di salvezza a berlusconi è stata sempre offerta dai grandi leader de’ sinistra, soprattutto da uno non è un luogo comune né dietrologia: è solo e soltanto la pura verità.
Ha ragione il giudice Imposimato quando scrive che ci libereremo di berlusconi solo quando sparirà anche D’Alema. E se non sparisce lui, sparirà tutto il centrosinistra. 

Non è l’Italia ad essere ingovernabile, sono le persone che si apprestano a farlo che sono inadeguate perché loro per prime non rispettano la prima regola che dovrebbe essere quella dettata dal buon senso. Bersani come Prodi che non fece l’unica cosa che avrebbe dovuto fare e cioè rinunciare ad un mandato impossibile perché ottenuto sulla base di pochi voti di scarto e che quindi DA UOMO DI STATO avrebbe dovuto prevedere che non sarebbe stato per nulla semplice governare bene un paese in quella situazione. E i risultati di quel governo sciagurato li abbiamo visti tutti nella persona di mastella, altroché i comunisti che fecero cadere il governo perché non votavano le leggi anticostituzionali tipo i finanziamenti alle guerre; il governo Prodi l’ha distrutto lo statista di Ceppaloni, non i comunisti.

Ed ora è ingiusto e profondamente scorretto usare sempre gli stessi argomenti, quelli sulla gente, su chi è entrato in parlamento senza fare un colpo di stato ma perché eletto, che piaccia o meno, democraticamente. Da questa situazione tutti dovrebbero imparare qualcosa, i cittadini a votare in modo consapevole, e non per dispetto o convenienza, fosse anche la balla della restituzione di poche centinaia di euro e i politici a prendersi le loro responsabilità in modo responsabile, anche quando questo significa dover ammettere le proprie sconfitte. E, tanto per chiarire io considero Bersani una brava persona, un onest’uomo di sani valori e principi, e mi dispiace che ‘sta palla sia toccata ad uno come lui che non ha, perché non gli appartiene per natura, quella scaltrezza per potersi districare in una situazione così complicata. Per questa politica ci vuole qualcuno che sappia anche scendere di livello e sporcarsi un po’ di polvere se occorre. Bisogna sapersi adeguare a certi linguaggi e rispondere a tono, il savoir faire non è il metodo più giusto, purtroppo ci sono circostanze in cui al contrario di quel che si dice spesso, chi urla più forte si fa capire meglio.

Gli ingrillati
Marco Travaglio, 28 febbraio

L’elettorato, come soggetto autonomo, non esiste: è un insieme di milioni di elettori, ciascuno dei quali vota con modalità, finalità e aspirazioni diverse da quelle degli altri. Per questo giudicare “gli italiani” tutti insieme secondo il soliti stereotipi è insensato e ridicolo. Eppure ogni tanto, per strana congiunzione astrale o scherzo del destino, la somma di tutte quelle modalità, finalità e aspirazioni sortisce un effetto che pare concepito da un’unica mente. Nel nostro caso, diabolica. Chi, andando alle urne domenica e lunedì, voleva punire i vecchi partiti per la loro autoreferenzialità castale, la loro supponenza impunita, la loro incapacità di rappresentare e interpretare alcunché e soprattutto per le loro drammatiche responsabilità nello sfascio del Paese, non poteva inventarsi risultato migliore. Ieri il Fatto ha mostrato i volti dei 54 deputati e dei 108 senatori del Movimento 5 Stelle che stanno per entrare alla Camera e al Senato: al netto di qualche mattoide e potenziale trasformista pronto a trasmigrare col migliore offerente (sono pur sempre italiani), si tratta di 162 cittadini giovani, incensurati, di buona istruzione, magari ingenui e inesperti, eletti senza un euro di denaro pubblico, animati da entusiasmo e speranza di cambiare le cose. Basta guardarli in faccia per comprendere che, per quanto si sforzino, non riusciranno mai a eguagliare i danni dei professionisti della politica. Per i quali la prima vera punizione sarà la coabitazione forzata con quelle facce e quelle storie che, da vecchi che sono, li renderanno decrepiti e putrefatti. Basterà una telecamera puntata sul nuovo Parlamento per evidenziare l’impietoso contrasto. Da una parte quei volti freschi e sorridenti. Dall’altra un carrello di bolliti carichi di rimborsi pubblici, indennità, diarie, gettoni di presenza e assenza, prebende, pennacchi, cavalierati, scorte, autoblu, portaborse, sottopancia, raccomandati, postulanti, servi, giornalisti di riferimento, consorterie, lobby, banche, aziende, amici degli amici, pappagorge, bargigli, ascelle, parrucchini, tinture e ceroni colanti, dentiere, forfore, alitosi, flatulenze, prostate gonfie, cinti erniari, plantari, callifughi, cateteri e pannoloni.
L’idea che tutto si possa sistemare con una telefonata a Grillo o un invito da Fortunato al Pantheon per convincerlo davanti a una coda alla vaccinara a votare la fiducia a chi fino all’altroieri gli dava del fascista, nazista, brigatista, razzista, populista, golpista, fa abbastanza ridere. Se n’è reso conto uno dei pochi esseri viventi rimasti nel Pd, Michele Emiliano, che invita Bersani ad alzare bandiera bianca: se vuol evitare le elezioni è inutile che prepari un governo di minoranza; ammetta di aver perso le elezioni (la “non vittoria” è anche peggio di “smacchiamo il giaguaro”), si ritiri in buon ordine (magari chiedendo all’ex Papa una celletta a Castelgandolfo), e indichi Grillo o chi sceglie lui come capo del governo. E poi, se il programma lo convince, l’appoggi. Sarebbe, per il Pd, la mossa del cavallo. E, per Grillo, un bel problema: M5S è pronto per l’opposizione, non per ilgoverno. Ma la fortuna di Grillo, ancora una volta, sono i suoi sedicenti avversari, che da anni lavorano indefessamente per lui. I retroscena dal Quirinale e dagli altri sacri palazzi non lasciano spazio a dubbi: già si scaldano a bordocampo per il nuovo governissimo (pardon, “governo di scopo”) vecchie muffe come Giuliano Amnato, che era già anzianotto ai tempi di Craxi e di cui non si contano i ritiri “irrevocabili” dalla politica. Per i partiti è la nemesi perfetta uscita dalle urne (funerarie): se rifanno l’ammucchiata regalano altri milioni di voti a Grillo; se ci rimandano al voto, invece, pure. In Sicilia si chiama incaprettamento, ma ora potremmo ribattezzarlo ingrillamento: il cappio al collo e la corda annodata alle mani e ai piedi della vittima che, appena si muove per liberarsi, si strozza da sè.

Riflessioni del giorno dopo

Preambolo: solidarietà dei colleghi ad uno degli ASSASSINI di Federico Adrovandi, con tanto di presidio e applausi perché, avendo collaborato insieme ad altri tre alla morte violenta di un ragazzino “purtroppo ha dovuto subire un processo”.

Poi se la gente si allontana dalla politica, la colpa è sua, perché, secondo lo Scalfari pensiero i cittadini italiani non amano lo stato.

Invece lo stato dimostra ogni giorno di amarli molto i cittadini, da vivi, e da morti ammazzati per mano di suoi funzionari solo un po’ esuberanti, e che vuoi che sia se ogni tanto gli effetti collaterali della loro caratterialità particolare consistono nel  togliere qualche figlio a una madre, male che vada si può sempre contare sulla solidarietà dei colleghi e l’indifferenza di chi arma le mani a queste bestie immonde permettendo che abusino del loro potere e dopo, non succede niente, non si perde nemmeno il posto di lavoro.
I quattro assassini di Federico sono solo in aspettativa causa omicidio, lo stato che noi dovremmo amare per votare bene [secondo Scalfari] non licenzia chi ammazza a calci e botte una persona, gli fa due carezzine e continua a pagargli uno stipendio.

Caso Aldrovandi, a Bologna poliziotti
applaudono il collega condannato

 
All’uscita del tribunale di sorveglianza trenta agenti del Sap hanno atteso l’esito dell’udienza per l’incarcerazione, o meno, di Enzo Pontani, uno degli assassini del ragazzo ferrarese per esprimergli la loro solidarietà.
”Siamo qui per dare vicinanza a un collega che era intervenuto per un 
fatto di servizio ha dovuto subire 36 udienze e purtroppo è stato 
condannato”.
Capito? ammazzare di botte un ragazzino fino a spaccargli il cuore è “un fatto di servizio”.

Sottotitolo: chissà perché in Abruzzo, Molise, Campania, Lazio, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia c’è gente che vota la lega che vorrebbe fare stato a sé per staccarsi dai “terùn”.  Un mistero, davvero.

Oggi mi va di essere politicamente scorretta, mi voglio adeguare al trend di un paese dove il 30% di gente vota un criminale abituale [per sentenza di un giudice e non per le opinioni personali mie e di altri] e Milano,  la cosiddetta capitale morale viene consegnata con giubilo  insieme a tutta la Lombardia,  all’ex ministro azzannapolpacci della lega. Il grande ministro dell’interno la cui abilità è stata riconosciuta perfino da Roberto Saviano che nel frattempo spero si sia pentito almeno un po’ di quel suo giudizio pubblico su uno che per il solo fatto di pensare di vivere nel paese che non esiste se non nelle teste bacate dei ladri e dei cialtroni vestiti di verde, andrebbe estromesso da qualsiasi contesto civile.
Io non vi odio, perché l’odio è un sentimento  alto e per questo va dedicato a cose e persone molto più importanti di voi meschini, rifiuti subumani che avete permesso che questo paese diventasse la latrina d’Europa e del mondo civile.

Semplicemente, mi fate schifo e pena e vi auguro di vivere abbastanza per pentirvi di essere quello che siete, per aver trascinato anche me nella melma in cui vi piace vivere.

Non c’è un paese come l’Italia che abbia potuto sperimentare realmente su se stesso e, purtroppo su tutti noi quante falle ci sono nella democrazia e quanti danni può provocare quel principio del suffragio universale che oggi consente – giusto per fare un esempio – ad una nullità come scilipoti di potersi trasferire addirittura dalla camera al senato anziché sparire dalla circolazione.
Ecco perché  io sono sempre favorevole ad una preparazione di base; non esiste il diritto di pilotare un aereo, di condurre treni ad alta velocità, sottomarini e astronavi senza una preparazione adeguata, degli esami e il rilascio di patenti e brevetti.
E allora per quale stracazzo di ragione può esistere quello di contribuire a far sprofondare un paese grazie a chi va a votare senza il minimo indispensabile di conoscenza della storia, della Costituzione; io questo non l’ho mai capito, e le cose che non capisco m’inquietano assai.

 Ho molto rispetto per la Storia, per chi è morto per consentirci di poter mettere una croce su un foglietto e delegare alla politica la cura del paese, e dunque la nostra, almeno questo è quel che dovrebbe fare la politica; però qualcosa mi dice che se molti di loro avessero immaginato che il loro sacrificio sarebbe servito a far entrare in parlamento una che si chiama mussolini, o gente del ‘calibro’ di razzi, scilipoti et similia, credo che ci avrebbero ripensato. Sono sicura, anzi. 

Secondo Benigni la folla sceglie sempre Barabba, e in parte avrebbe ragione se il suo intento non fosse stato quello di dire agli italiani che i partiti – soprattutto uno, il PD – sono meglio dei movimenti civici di gente comune e dunque non esperta.
Oggi io chiederei a Benigni secondo lui chi è e come e dove si può classificare chi sceglie maroni e berlusconi che non sono parte di movimenti ma di partiti istituzionalmente riconosciuti, quei partiti che il presidente della repubblica difende a spada tratta per ribadire il pericolo del populismo. Vorrei chiedere a Benigni perché un elettore della lega o del pdl che tutto hanno già dimostrato deve essere migliore di uno del M5S considerato, vieppiù, un deficiente antistato.

Quando gli storici del prossimo secolo scriveranno dei fatti che hanno riguardato l’Italia di questo ventennio – che dell’altro ormai si sapeva il tutto e l’oltre e qualcuno ingenuamente pensava che non si potessero più ripetere certi errori – noi della nostra generazione non ci saremo più; e sarà un vero peccato perché sarebbe interessante conoscere in che modo verrà analizzato con la comprensione del poi tutto quello a cui abbiamo dovuto assistere noi, quello che abbiamo dovuto subire senz’aver fatto nulla per meritarcelo, come sia potuto avvenire un tale scempio di dignità e intelligenze attraverso la lobotomia di massa, la ripetizione a random delle stesse menzogne, di ragionamenti perversi confusi con analisi politiche indegne perfino del peggior bar di Caracas ma alle quali la gente crede e che hanno inibito, impedito e ucciso ogni capacità di critica e ogni possibilità di scelta consapevole, onesta e libera davvero, e, in virtù di tutto questo un criminale incallito sotto processo  viene ancora votato dal 30% degli italiani, mezzo paese viene riconsegnato a ladri conclamati convinti di vivere in un paese che non c’è, puttane siliconate vengono considerate opinioniste degne di una ribalta pubblica quotidiana e Alessandro Sallusti e Giuliano Ferrara giornalisti da litigarsi nei talk show.  E qualcuno ancora si chiede dove sia il problema di questo paese, se non in un’informazione pietosa e penosa, ecco perché poi quelle rarità che, come scrivevo ieri se ne fottono perché non devono rendere conto a nessun padrone sono considerati fascisti bastonatori, faziosi.

Quelli che rispondono ai desiderata invece, vanno nei talk show, anche se un tribunale li ha condannati per diffamazione.

Ritengo  l’informazione  responsabile del novanta per cento delle porcherie che sono accadute negli ultimi diciotto anni. Gli italiani sono stati disabituati alla conoscenza perché  la maggior parte dei  giornalisti hanno accettato di essere ostaggi della politica, spesso senza opporre nessuna resistenza ma anzi, mettendosi comodi perché è conveniente e questi sono i risultati. 

Il 70% degli italiani vota in base a quello che sente dire in televisione. Non aver risolto il conflitto di interessi, lo ripeterò finché vivo, è una responsabilità STORICA della sinistra e del centrosinistra italiani.

Potevano vincere, ma anche no

«Il Pd che doveva essere il partito del cambiamento si è trasformato nel partito della moderazione, della conservazione, del mutare ma solo «un po’», come da intercalare bersaniano. Un po’ poco per vincere bene le elezioni, appunto». [Marco Damilano, L’Espresso]

Spero che tutti abbiano capito che non si vince a mani basse ma A TESTA BASSA.
E che gente che per diciotto anni ha fatto solo finta di fare opposizione all’inamovibile delinquente [soprattutto per merito suo] non può né deve in nessun modo sentirsi superiore a NESSUNO.

ANALISI – Istituto Cattaneo: “Così l’M5s ha succhiato voti al Pd”

Da Fini a Di Pietro, tutti i trombati e i “salvati” dal voto (FOTO)

13 luglio 2012: Moody’s abbassa il rating dell’Italia. “Il clima politico è fonte di rischi”: ovvero, non ci fidiamo del ritorno dello zombie.

Sottotitolo: scrutinio finito, ingovernabilità garantita. Alla Camera (per fortuna) ha “vinto” il centrosinistra, con una miseria di +0.36% (29.54 a 29.18). Dopo le Primarie, vinte dal ronzino smacchiato di Bettola (sì, ha perso anche a casa sua), avevano più di 10 punti di vantaggio. In due mesi hanno bruciato tutto. Complimenti ai suoi consiglieri, ai giornalisti bersaniati e all’intellighenzia tronfia e sorda. Il Porcellum gli garantisce la maggioranza dei seggi (340). Decisivi i Marxisti per Tabacci (Bruno Man of the match). M5S primo partito nazionale alla Camera (25.55%, 108 deputati). Al Senato pareggio e capolavoro di insipienza piddina, che racimola la miseria di 113 senatori (pur avendo un +0.9%) contro i 116 della coalizione berlusconiana (che vince in tutte le regioni in bilico). M5S colleziona 54 senatori (23.79%), Monti 9. Alfano parla di brogli, Letta esulta, Vendola sogna un governo che in 100 giorni tremare il mondo farà (intanto la Puglia ha votato tutti tranne che lui). Fuori dal Parlamento Ingroia (sì, anche il noto statista Favia) e Fini (“il nuovo Sarkozy”: levateje er vino). Rientra Casini, pur avendo meno del 2. Vendola galleggia attorno al 3, Lega attorno al 4, La Russa poco sotto il 2. E ora che succede? Succede che Bersani dice di avere vinto (nei suoi sogni) e di sentire la “responsabilità” di governare (ti piacerebbe). Per governare deve inciuciare con Berlusconi in un appassionante iperaccrocchio. Più inciuciano, più M5S sale. Prima si vota, più M5S cresce. Quindi aspetteranno il più possibile (ma non c’è altra strada: a ottobre si torna alle urne). Se va bene, rifanno la legge elettorale e si rivota. Quindi andrà male. Abbiamo il peggiore centrosinistra d’Europa e gli elettori con meno memoria storica della galassia. In confronto a Bersani e derivati, Occhetto era Lenin e Veltroni Marx. Non impareranno mai. Buona catastrofe. [Andrea Scanzi – Il Fatto Quotidiano]

Preambolo: Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, e l’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini entrano in Parlamento. 

Per fortuna Ingroia no, ci siamo salvati dalla “deriva giustizialista”.
Così almeno – per la contentezza di tutti quelli che lo hanno criticato e ignorato, tutti quelli che “Ingroia si deve dimettere” [ma berlusconi no, nessuno glielo ha mai chiesto] – può tornare a fare il Magistrato a tempo pieno, e spero che decida di tornare a farlo qui, ché da fare ce n’è.

La notizia buona è che binetti, buttiglione e cesa sono fuori dal parlamento.
Spero se lo ricordino anche quei giornalisti che senza l’intervista ciclica, a cadenza bisettimanale a binetti e buttiglione per chiedere cosa pensano dei gay non avrebbero avuto niente di meglio da fare. Bisognerebbe mandare a casa anche loro.

Quella meno buona è che oggi voglio stare a digiuno dai luoghi comuni.
Quindi posso, anzi, voglio  fare a meno di tutti quelli che “gli italiani…” e a seguire tutta la serie insulsa di patetiche contumelie circa il fatto che abbiamo quello che ci meritiamo, che siamo un popolo di deficienti complici del delinquente, che siamo di destra, che siamo fascisti [come Grillo, ah ah ah], che non capiamo, che siamo ignoranti, che siamo populisti, che siamo qualunquisti, che siamo un po’ di tutto; noi. Loro, i politici no, non sono mai niente.
Perché io non sono scema né complice, e nemmeno mi merito una punizione.
Perché quello che da settimane scrivono giornalisti che non hanno l’ambizione di essere considerati opinion leader, ovvero quelli che dietro ai loro articoli nascondono l’intenzione di trascinare la gente verso una parte politica invece di illustrare tutta la politica in modo trasversale, pregi [pochi, quasi niente] e difetti [quanti ne vogliamo, c’è l’imbarazzo della scelta] io lo scrivo da mesi, anzi da anni. Modestamente e senza un filo di presunzione mi sono ritrovata a rileggere concetti che avevo già espresso fra gli articoli di giornalisti che come me se ne fottono allegramente non dovendo rendere conto a nessuno e dai quali i presuntuosi e gli arriccianaso di centrosinistra si tengono ben distanti salvo poi criticarli per la loro faziosità senza nemmeno averli letti.
Essere persone libere significa non dover dipendere da nessuno, e figuriamoci dagli editoriali di Scalfari e del suo seguito che hanno preferito distruggere la reputazione di un giornale piuttosto che rimanere nei fatti e non nelle ipotesi terrorizzando la gente circa i rischi e i pericoli a proposito del M5S.

E non me ne fotte una cippa se qualcuno pensa che sia dietrologia o parte di un passato che sarebbe meglio mettere da parte per “guardare avanti” ricordare gli errori grossolani di chi non ha saputo – ma più che altro voluto fermare berlusconi – per quella che è ormai molto più che una teoria circa il sostentamento reciproco: senza l’uno non esisterebbero gli altri, perché diciotto anni sono e sono stati un periodo sufficiente per trovare sistemi e soluzioni, e nessuno mi venisse a dire che lui è ancora qui perché la gente lo vota, perché se non ci fosse stato per la famosa e stracitata legge sulla sua ineleggibilità ignorata scientemente, o non ci fosse più, e il modo per non farcelo stare spesso lo ha offerto lui stesso con i suoi errori, con i suoi reati, con i suoi capi d’imputazione e processi aperti, la gente non l’avrebbe votato.
A luglio l’AVREBBE votato una persona su cinque, ieri LO HA VOTATO una su tre: quindi la colpa andrebbe suddivisa e spartita fra tutti i responsabili POLITICI invece che farla ricadere sempre e comunque sui cittadini che ad uno che sta zitto preferiscono uno che parla, e a ragion veduta, non di papi Giovanni, giaguari da smacchiare, e nemmeno definendo fascisti della rete tutti quelli che, me compresa pensano che la politica debba imparare a parlare un linguaggio diverso e ad agire in modo diverso.
Perché per chi non se ne fosse accorto i primi a non voler guardare avanti sono proprio quelli che in questo ultimo periodo si vantavano di aver già vinto e che quindi non fosse necessario spiegare agli italiani cosa avrebbero voluto fare di e con questo paese e di conseguenza con e per noi noi.
Io non ricordo NULLA di particolarmente significativo e convincente di quel che ha detto Bersani, per esempio, ma ricordo benissimo quello che hanno detto Monti, Grillo e berlusconi. Non ci vuole un esperto di comunicazioni e nemmeno un Pulitzer del giornalismo per rendersi conto che questo centrosinistra non sa parlare alla gente, non si fa capire dalla gente perché probabilmente, anzi sicuramente non sa e non capisce nemmeno cosa vuole fare di se stesso e qual è la politica che realmente gli appartiene se vuole mettersi alla guida di un paese la cui gente sta vivendo oggi e vorrebbe che anche la politica si adeguasse alla vita di oggi.
Questo invece Grillo lo ha capito, paradossalmente e a modo suo anche berlusconi, Bersani invece spostando l’asse verso il centro, verso Monti, verso politiche liberiste di tasse ed economia scellerata e finalizzata sempre e comunque all’aumento delle tasse e delle prebende con cui caricare gente sfinita e stanca di pagare e di una politica che di contro non toglie nulla a se stessa, non lo ha capito.
E i cittadini non hanno – giustamente – voluto capire lui.

Ora – forse – il PD capirà che per farsi eleggere dalla gente bisogna entrare nella mentalità della gente, capire dov’è ora questo paese ma soprattutto dove lo si vuol portare, invece di passare il loro tempo a dividere gli amici dai nemici; fascista, berlusconiano, populista. E magari invece di pensare ad avere una banca pensare ad un modo convincente per farsi eleggere anche dai clienti delle banche.

L’amico del giaguaro
Marco Travaglio, 26 febbraio

La domanda era: riusciranno i nostri eroi a non vincere le elezioni nemmeno contro un Caimano fallito e bollito? 

La risposta è arrivata ieri: ce l’han fatta un’altra volta.

Come diceva Nanni Moretti 11 anni fa, prima di smettere di dirlo e di illudersi del contrario, “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Del resto, a rivedere la storia del ventennio orribile, era impossibile che gli amici del giaguaro smacchiassero il giaguaro. L’abbiamo scritto fino alla noia: nel novembre 2011, quando B. si dimise fra le urla e gli sputi della gente dopo quattro anni di disastri, era dato al 7%: bastava votare subito, con la memoria fresca del suo fallimento, e gli elettori l’avrebbero spianato, asfaltato, polverizzato. Invece un’astuta manovra di palazzo coordinata dai geniali Napolitano, Bersani, Casini e Fini, pensò bene di regalarci il governo tecnico e soprattutto di regalare a B. 16 mesi preziosi per far dimenticare il disastro in cui ci aveva cacciati. Il risultato è quello uscito ieri dalle urne. Che non è la rimonta di B: è la retromarcia del centrosinistra. Che pretende di aver vinto con meno voti di quando aveva perso nel 2008. Il Pdl intanto ha incenerito metà dei voti di cinque anni fa, la Lega idem. E meno male che c’era Grillo a intercettarli, altrimenti oggi il Caimano salirebbe per la quarta volta al Quirinale per formare il nuovo governo. Il che la dice lunga sulla demenza di chi colloca M5S all’estrema destra o lo paragona ad Alba Dorata. Il centrodestra è al minimo storico, sotto il 30%, che però è il massimo del suo minimo: perché B. s’è alleato con tutto l’alleabile, mentre gli strateghi del Pd con la puzza sotto il naso han buttato fuori Di Pietro e quel che restava di Verdi, Pdci, Prc e hanno schifato Ingroia: altrimenti oggi avrebbero almeno 2 punti e diversi parlamentari in più, forse addirittura la maggioranza al Senato. Ma credevano di avere già vinto, con lo “squadrone” annunciato da Bersani dopo le primarie: l’ennesima occasione mancata (oggi, col pur discutibile Renzi, sarebbe tutta un’altra storia). Erano troppo occupati a spartirsi le poltrone della nuova gioiosa macchina da guerra per avere il tempo di fare campagna elettorale. I voti dovevano arrivare da sé, per grazia ricevuta e diritto divino, perché loro sono i migliori e con gli elettori non parlano. Qualcuno ricorda una sola proposta chiara e comprensibile di Bersani? Tutti hanno bene impresse quelle magari sgangherate di Grillo e quelle farlocche di B. (soprattutto la restituzione dell’Imu, tutt’altro che impossibile, anche se pagliaccesca visto che B. l’Imu l’aveva votata). Di Bersani nessuno ricorda nulla, a parte che voleva smacchiare il giaguaro. Anche questo l’abbiamo scritto e riscritto: nulla di particolarmente brillante, tant’è che ci era arrivato persino D’Alema. Ma non c’è stato verso: la campagna elettorale del Pd non è mai cominciata, a parte i gargarismi sulle alleanze con SuperMario (da ieri MiniMario) e i formidabili “moderati” di Casini (tre o quattro in tutto). Col risultato di uccidere Vendola, mangiarsi l’enorme vantaggio conquistato con le primarie e regalare altri voti a Grillo, non bastando l’emorragia degli ultimi anni. Ora è ridicolo prendersela col Porcellum (peraltro gelosamente conservato): chi, dopo 5 anni di bancarotta berlusconiana, non riesce a convincere più di un terzo degli elettori non può pretendere di governare contro gli altri due terzi. Anzi, dovrebbe dimettersi seduta stante per manifesta incapacità, ponendo fine al lungo fallimento di un’intera generazione: quella degli ex comunisti che non ne hanno mai azzeccata una. Ma dalle reazioni fischiettanti di ieri sera non pare questa l’intenzione: tutti resteranno al loro posto e, lungi dallo smacchiare il giaguaro, proveranno ad allearsi col giaguaro in una bella ammucchiata per smacchiare il Grillo e soprattutto evitare altre elezioni.

Auguri.
Quos Deus vult perdere, dementat prius.
(Quelli che Dio vuole distruggere, fa prima impazzire.)