Elezioni PresiRENZIali

Santoro, in perfetta coerenza col nuovo trend di Servizio Pubblico dovrebbe togliere quella frase che passa durante la sigla di apertura, dove c’è scritto di un programma presentato da lui e da “altri centomila”.
Perché la sensazione è che quella cifra si sia ridotta di molto, e qualcuno se potesse gli chiederebbe indietro i dieci euro che sono serviti a Santoro per mettere in piedi il suo programma quando tutti gli hanno chiuso le porte in faccia.
Questo suo innamoramento per Ferrara è tragicamente incomprensibile, non si capisce perché una settimana su tre Servizio Pubblico debba organizzare il teatrino per permettere a Ferrara di insultare, sbeffeggiare, mettere in forse la credibilità di chi diversamente da lui non si è mai venduto a chi pagava meglio e di più. Consentire a Ferrara di vomitare i suoi improperi, mancando di rispetto fra l’altro a cittadini che meritano lo stesso rispetto se non di più, non foss’altro perché non sostengono un fuorilegge pregiudicato, quelli che ci obbligano ad assistere all’orrenda messinscena del patto del Nazareno fatto per il bene del paese mentre tutti sanno che ancora una volta la politica si è messa al servizio dell’abusivo impostore: una volta lo fa per lui, un’altra per le sue aziende ma il risultato non cambia, berlusconi alla politica serve più vivo e vegeto e in salute che mai, è la rappresentazione di tutto fuorché di quell’informazione libera e spregiudicata che proprio a Santoro è costata la cacciata da tutte le scuole del regno.
Ferrara, che pensa che meritino più rispetto gli elettori del partito del pregiudicato delinquente di altri, Ferrara che si permette di usare il termine “dementi” non viene corretto né obbligato alla rettifica e a scusarsi non aggiunge nulla al dibattito, non dice nulla di significativo, non è un argomentatore ma soprattutto è incapace di sopportare il contraddittorio, “a una certa” lui deve esplodere insultando, deridendo e mortificando l’interlocutore che poi per educazione non gli risponde come merita.
Non si capisce perché nei momenti topici della politica di questo paese gli studi televisivi debbano riempirsi dei vari ma consueti, sempre gli stessi funzionari funzionali al potere della politica, gente a cui non frega un cazzo di come andrà a finire e si evolverà la politica perché quali che siano gli esiti di tutto, di un’elezione come della nomina del presidente della repubblica troverà sempre una poltrona nel talk show e una rotativa che stamperà le sue porcherie spacciate per informazione da cui poi la gente dovrà trarre le sue opinioni, che vediamo perfettamente tradotte nella situazione politica attuale.

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Chiunque verrà eletto, anche se fosse la persona migliore presente non in Italia ma sul pianeta terra porterà per sempre su di sé l’ombra di una scelta decisa anche per volontà di un delinquente.
Sia istituzionalmente, per il periodo del suo mandato, e anche storicamente.
Sarebbe bello esserci quando i figli di domani studieranno sui libri che il dodicesimo presidente della repubblica italiana è stato il frutto di un patto segreto fra un presidente del consiglio scelto da un parlamento di nominati grazie ad una legge illegale e il delinquente che dell’illegalità ha fatto il suo stile di vita. 

Un tempo, non so se è così anche adesso, per arruolarsi nei carabinieri ci volevano le sette generazioni di onestà in famiglia.
Oggi con una condanna a quattro anni per frode si può riscrivere la Costituzione e scegliere il presidente della repubblica.
“E’ la modernità, bellezza”.
Ma solo quella italiana, altrove non sono così elastici.

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Rinfacciare a qualcuno i suoi errori passati per affermare una propria superiorità attuale non è la più bella delle operazioni e se nella vita, nei rapporti con familiari e amici sarebbe meglio dimenticare o almeno mettere da parte degli episodi che potrebbero condizionare gli anni a seguire per quanto riguarda la politica bisogna fare invece l’esatto contrario, ricordare fino allo sfinimento, in quanto gli errori della politica non sono mai degli sbagli fatti perché errare è umano: sono cose che volutamente si fanno in un certo modo per fare in modo che l’evoluzione della politica e dunque della storia vada poi in una certa direzione anziché in quella più giusta e opportuna.
La storia italiana è piena di errori fatti apposta, per evitare di andare troppo indietro nel tempo basta pensare alla famosa e ancorché tragica discesa in campo di berlusconi al quale è stato concesso qualcosa che la legge e la Costituzione non gli permettevano di fare.
Questo “errore”, il fatto che dopo lo tzunami tangentopoli la politica abbia pensato che berlusconi fosse la persona giusta per far ripartire l’Italia dopo il disastro, l’uomo giusto al posto giusto nonostante dei trascorsi poco chiari già noti per restituire ai cittadini una politica presentabile in tutto questo tempo, più di venti anni, è stato volutamente omesso, l’informazione ha rinunciato a fare in modo che molti italiani potessero fare semplicemente 2+2: ovvero trovare la risposta del perché sono potute accadere cose altrove nemmeno ipotizzabili.
Nel mentre però molti, sia nell’informazione che nella politica si sono riempiti la bocca di concetti profondissimi circa l’importanza delle regole democratiche che si devono rispettare: tutti le devono rispettare, e poco importa se l’ascesa di berlusconi nella politica, il suo potere diventato infinito soprattutto grazie a quei requisiti che non gliel’avrebbero consentita è stata l’azione meno democratica, la violenza più feroce inferta a questa repubblica.
Poco meno di due anni fa, in occasione dell’elezione del presidente della repubblica alla scadenza naturale del mandato di Napolitano successero delle cose, ad esempio che il Movimento 5 stelle abbia fatto il nome di un candidato dai requisiti perfetti, una persona di alto spessore morale, culturale e anche umano, lui sì capace di restituire a questo paese quella decenza e presentabilità che la politica gli ha tolto.
Ma essendo appunto il Professor Rodotà una persona troppo specchiata, troppo colta, troppo amante del rispetto di quella Costituzione che la politica ignora spesso e volentieri alla politica, quella che conta, quella che sbaglia volutamente non è andato bene.
Il pd pose il veto sul Professore perché “scelto dalla Rete”, ovvero dai 5stelle.
Oggi siamo di nuovo in periodo di elezioni presidenziali, il pd è diventato il partito di riferimento di un presidente del consiglio eletto da un parlamento la cui esistenza è legata ad una legge elettorale fasulla, resa illegittima e incostituzionale per sentenza.
La politica, quella che conta dunque non i 5stelle rimasti volutamente ai margini, ha fatto sedere al tavolo delle decisioni anche berlusconi che nel frattempo, sempre per sentenza in seguito ad una condanna per un reato gravissimo qual è la frode fiscale ha perso il suo ruolo politico, almeno quello ufficiale, è stato privato dei diritti civili, anche quelli minimi: non può votare, salire su un aereo ma che il presidente del consiglio eletto dagli eletti per sbaglio ritiene l’unico interlocutore affidabile con cui decidere di leggi, di riforme costituzionali e anche della scelta del presidente della repubblica.
E di fronte all’ennesimo scempio di democrazia, di regole, di leggi ignorate, di Costituzione violata, di opportunità offerte ad un delinquente pregiudicato che ha ancora le mani in pasta nella politica perché quella stessa politica lo ha reso inamovibile bisogna accettar tacendo che il presidente della repubblica sia, dovrà essere una persona gradita non alla Rete, alla gente, ai cittadini semplici ma specificamente al delinquente che tanto piace alla politica, al presidente del consiglio e ai cavalier serventi e servetti del sistema.

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Coniglio bianco in campo bianco
Marco Travaglio, 30 gennaio
Siccome è una partita tra furbi che si credono l’uno più furbo dell’altro, nessuno può dire se la carta Mattarella sia un atto di guerra di Renzi contro B. per rompere il Nazareno, o una manfrina per consolidare il Patto ma con il coltello dalla parte del manico. Stando a quel che è accaduto ieri, si sa solo che Renzi ha detto: il Nazareno è vivo, ma comando io, quindi votiamo Mattarella al primo scrutinio. E B. ha risposto: no, comando anch’io, dunque al primo scrutinio Mattarella non lo voto, si va a sabato, e intanto vediamo cosa mi offri in cambio. I due compari erano d’accordo per un nome condiviso (da loro, s’intende) che non si chiamasse Prodi.

A dicembre era Casini, a gennaio Amato. Poi, anche grazie a un giornale con un pizzico di memoria storica e alle reazioni dell’opinione pubblica, Renzi ha capito quanto sia impopolare Amato, e ha virato su Mattarella. Che, sì, lasciò il governo Andreotti contro la legge Mammì con gli altri ministri della sinistra Dc. Ma questa è preistoria. Da anni il buon Sergio s’è inabissato in un mutismo impenetrabile, ai confini dell’invisibilità, che non autorizza nessuno a considerarlo né amico né nemico del Nazareno. Quel che si sa è che, pur essendo un ex Dc, non appartiene al giglio magico renziano, ma è molto ben visto dall’ex re Giorgio e dalla sottostante lobby di Sabino Cassese, di cui fanno parte i rispettivi rampolli Giulio Napolitano e Bernardo Mattarella (capufficio legislativo della ministra Madia, ex fidanzata di Giulio). La solita parrocchietta di establishment romano.Altro che rottamazione. Altro che il “nuovo Pertini” di “statura internazionale” promesso da Renzi. Brava persona, per carità, ma non proprio “simbolo della legalità” per comportamenti, frequentazioni e parentele. È l’ennesimo “coniglio bianco in campo bianco” (com’era chiamato anche Napolitano, prima che smentisse tutti sul Colle). Una figura talmente sbiadita che il premier sperava mettesse d’accordo tutti: renziani e antirenziani del Pd, ma anche B. che comunque allontana definitivamente lo spettro di Prodi. Diciamola tutta: se Renzi avesse voluto rompere il Patto del Nazareno, avrebbe candidato l’unico vero ammazza-Silvio del Pd, e cioè il Professore. Perciò sarebbe il caso che Imposimato – anche alla luce di quel che abbiamo scritto ieri e aggiungiamo oggi sulla sua carriera tutt’altro che lineare – venisse pregato dai 5Stelle di ritirarsi a vantaggio del secondo classificato alle Quirinarie. E che votassero Prodi anche Sel e la minoranza Pd, che ieri hanno incredibilmente abboccato all’amo di Renzi nella pia illusione che Mattarella segni la fine del Nazareno. A meno che B. non scelga spontaneamente il suicidio votandogli contro al quarto scrutinio di sabato, Mattarella non è affatto un candidato anti-B.. Non a caso Renzi, quando ha visto l’amico Silvio vacillare, ha consultato Confalonieri, che è subito sceso a Roma per convincere B. a restare in partita. Se alla fine, come in tutti questi anni, fra gli umori del partito e gli interessi dell’azienda, B. sceglierà i secondi e voterà Mattarella, potrà metterci il cappello e continuare a spadroneggiare e a fare affari. Anche perché, senza i suoi voti, Renzi può (forse) eleggere il capo dello Stato grazie all’apporto straordinario dei delegati regionali (quasi tutti pd). Ma poi non può governare né far passare le sue controriforme. Salvo follie autolesionistiche di un Caimano bollito, è probabile che i tamburi di guerra forzisti di ieri siano solo l’ultimo ricatto per alzare la posta, e siano destinati a trasformarsi nel breve volgere di 24 ore in viole del pensiero. Magari in cambio del salvacondotto fiscale del 3%, dato troppo frettolosamente per morto; o addirittura di qualche ministero tra qualche mese. Domani, comunque, tutte le carte saranno scoperte. Compresi i bluff.

 

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Miche’, che fai, lo cacci?

 

Se b ha affidato Ruby alla Minetti sapeva che fosse minorenne, altrimenti non sarebbe stato necessario nessun affidamento, quando la portava alle cene eleganti no? Quella sentenza è una vergogna, altroché le sentenze che si rispettano.

In un paese dove nemmeno i reati e le relative condanne, anche definitive riescono a mettere fuori gioco i delinquenti della politica c’era giusto da declassare l’abuso, neutralizzarlo, renderlo un non reato per scagionare il solito criminale dalle sue responsabilità.

Ha fatto benissimo il giudice Tranfa ad abbandonare la Magistratura dopo l’assurda sentenza che ha assolto berlusconi dall’accusa di essere uno sfruttatore di ragazzine.
Questo è dimostrare di avere una coscienza civile.
La giusta risposta ad uno stato che non sa, perché non può, far uscire definitivamente dalla scena pubblica e politica un delinquente abituale che dello stato si è fatto beffe violando tutte le leggi che regolano la civile convivenza, lo ha derubato, lo ha rinnegato quando ha scelto di avere protezione per sé e per i suoi figli da quell’antistato che si chiama mafia ma continua ad avere tutela, riconoscimento anche politico e protezione, che ad altri cittadini nella sua stessa condizione di pregiudicati e traditori dello stato sono negati, proprio dallo stato.

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Per essere sicura di aver capito la dinamica dei fatti mi sono riguardata il delizioso siparietto altre due volte oltre la diretta. Ma conoscendo i precedenti di Santoro, il suo carattere, l’aver fatto il professorino permaloso già con altri suoi collaboratori e colleghi i dubbi si sono sciolti come neve al sole. Di Travaglio si può dire tutto ma è innegabile che sia il giornalista più insultato d’Italia. A me il tutti contro uno, lo squadrismo di chi si coalizza contro qualcuno sulla base della persona e non delle cose che dice e scrive come sarebbe giusto fare riguardo ad un giornalista non è mai piaciuto, forse perché spesso l’ho subito e non è una sensazione piacevole.

Spero che Marco Travaglio, anche se ci credo poco, non torni più a Servizio Pubblico, troppo libero per la figura di maniera che si è ritagliato Santoro in questo ultimo periodo solo perché deve – in ogni trasmissione – infilare il contenzioso con Grillo che ha inserito pure lui nella sua lista dei giornalisti canaglia.

Anche se Travaglio avesse avuto torto marcio Santoro non lo doveva zittire, chiedere a qualcuno in malo modo di tacere è cattiva educazione e pessimo stile.

Specialmente se si fa in pubblico, che sia uno studio televisivo o davanti ad una pizza con gli amici.

Le ragioni di quello che è successo a Servizio Pubblico fra Marco Travaglio e Michele Santoro non sono però nella trasmissione di ieri sera.
E’ una storia che parte da lontano, da quando Santoro dopo essere stato cacciato dalla Rai per i motivi che ormai tutti conoscono ha deciso di sdoganare televisivamente Marco Travaglio e metterselo al fianco ANCHE per dare un segnale a chi lo aveva fatto cacciare dalla Rai.
La leggenda di Santoro e Travaglio, i giornalisti più invisi e odiati da berlusconi che hanno ridato ossigeno a berlusconi nella famosa puntata di Servizio Pubblico è, appunto, una leggenda.
Una favoletta che si raccontano quelli che delle dinamiche da talk sanno poco e niente e spesso si riducono a guardarne gli stralci in Rete anziché seguire tutta la puntata.
Quella fra Santoro e Travaglio è una questione caratteriale, quei due non si prendono proprio, troppo diverso il modo di fare giornalismo e troppo dirompenti entrambe le personalità.
Travaglio è uno che entra nel dettaglio delle cose, Santoro è uno a cui piace interrompere chi sta cercando di spiegare.
E allora finché Travaglio si limitava ai suoi dieci minuti di lettura lasciando poi che si scannassero gli altri presenti in studio è andato tutto bene.
Da quando, invece, Marco Travaglio partecipa anche al dibattito sono uscite fuori man mano tutte le problematiche di convivenza fra i due.
E ha fatto benissimo Travaglio, cinquant’anni compiuti qualche giorno fa, non i dieci o dodici più adatti per la cazziata, la ramanzina, in pubblico poi, che dopo essere stato interrotto milioni di volte da Santoro a proposito della qualunque e di fronte a chiunque, aver sempre pazientato per professionalità ieri sera al rimprovero si è alzato e se ne è andato.
Ha fatto benissimo Marco Travaglio a lasciare lo studio del conduttore Santoro che, per proteggere il politico Burlando in evidenti difficoltà nel rapportarsi con la signora in collegamento da Genova come sempre accade ai politici quando si trovano davanti i cittadini senza filtri – Burlando che, insieme al sindaco Doria è stato giudicato persona non gradita al funerale del poveretto morto nell’alluvione al quale i familiari hanno preferito che non partecipassero, anziché tenere botta e sostenere il collega nella tesi descritta benissimo da Marco Travaglio sulle responsabilità politiche delle alluvioni di Genova, ha pensato che fosse più opportuno prendersela col collega.
La questione è più o meno la stessa di quando qualche imbecille viene a fare le scenate nelle bacheche di facebook: le persone civili, educate, quelle che hanno realmente l’intenzione di confrontarsi, di chiedere qualcosa a qualcuno quando hanno qualche problema scrivono in privato, non rovesciano idiozie che le persone non si meritano in piazza per farsi notare e per far parlare di loro.
Michele Santoro è stato scortese, maleducato, ha messo Marco Travaglio in una condizione di inferiorità senza motivo perché lui non aveva offeso proprio nessuno, lo ha zittito, e nel luogo democratico che è Servizio Pubblico di cui si vanta Santoro nel quale hanno parlato tutti: cani, porci e perfino la santanchè, non si zittisce nessuno.

Il vizio della memoria

Sottotitolo: che destino può avere un paese dove si bluffa, si improvvisa perfino sulle previsioni del tempo? Secondo gli illustri previsori preventivi, quelli che non prevedono ma ormai sono costretti ad ipotizzare per rispondere alla richiesta di un’utenza sempre più numerosa, quella  che non si accontenta di sapere che tempo farà domani ma vuole sapere se fra due settimane dovrà uscire con l’ombrello o lo spolverino, oggi a Roma sarebbe dovuto nevicare, mentre la temperatura esterna alle otto di stamattina era di dodici gradi. Le previsioni possono intercettare le perturbazioni e avere quindi un’attendibilità attendibile al massimo nei due, tre giorni prossimi venturi, oltre questo periodo è fantasiosa creatività. La realtà è che ci trattano come vogliamo essere trattati, in politica come in tutti gli ambiti. Perché non ce ne dovrebbe fregare nulla di che tempo farà fra dieci giorni, anche se abbiamo programmato una cosa particolare e importante. Perché nulla si può fare per impedire l’evento inevitabile.Nella politica però non esiste l’inevitabile: tutto si sarebbe potuto, e dovuto evitare. Anche berlusconi.

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Come faceva giustamente notare Oliviero Beha l’altra sera da Paragone, la vergogna non passa per le sentenze di un tribunale.
Così come non dovrebbero passarci la dignità e il senso personale della decenza. Paolo Borsellino diceva che conoscere persone disoneste, ancorché mafiose non costituisce di per sé un reato, ma se a conoscerle, frequentarle, avere rapporti stretti con loro, farci affari insieme e magari anche un partito politico, mettersele in casa in qualità di “stallieri eroi” è un politico dovrebbe essere un motivo più che sufficiente a rendere quel politico non solo inaffidabile “professionalmente” ma proprio umanamente. Nel paese del garantismo tout court, invece, quello dove non si è colpevoli nemmeno dopo un terzo grado di giudizio che non c’è in nessun altro paese al mondo, dove il desiderio di uguaglianza e di una giustizia uguale per tutti viene definito giustizialismo, essere stati raccomandati e accompagnati nella carriera politica dal frequentatore di mafiosi fa curriculum. E il risultato sono le persone come la De Girolamo che, invece di incassare il suo fallimento cerca un’assoluzione per un comportamento che non costituisce di per sé un reato ma che la rende di sicuro inaffidabile.

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Mauro Biani - The great biutifullLe larghe intese che Renzi rinfaccia oggi al pd che gli rinfaccia di andare a parlare con l'”evasore fiscale” berlusconi che poi è un frodatore, reato ben più grave dell’evasione, piacevano anche a Renzi, anzi, le auspicava.
Questo è un paese senza memoria, ecco perché vincono i berlusconi e i Renzi.
“Matteo Renzi, ospite di Ballarò, ammette che secondo lui in un altro paese che non sia l’Italia, PD e PDL avrebbero già trovato un accordo per governare.” [5 marzo 2013]

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La cosa importante che va ribadita e ripetuta è che l’indignazione del pd, nemmeno tutto verso Renzi che va a parlare con berlusconi è una paraculata ipocrita per prendere in giro i loro elettori che adesso vedono quelli che s’indignano ma non si ricordano, per amnesia vera o per opportunismo, del passato, quello meno recente e quello più attuale. 
Ha ragione Travaglio sulla memoria dei pesci rossi. 
Sembrano tutti i nati ieri che si stupiscono, si meravigliano e poi votano Renzi dopo vent’anni di berlusconi: come se non fosse stato sufficiente il sopportato subito e i pazzi, gli antipolitici siamo noi che invece abbiamo il vizio della memoria.

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Il ruolo dell’intellettuale, del filosofo, della persona in possesso di una cultura superiore all’interno delle società è sempre stato quello di indurre al ragionamento, alla riflessione profonda, di spiegare attraverso il suo grado di conoscenza quello che accade, i cambiamenti, aiutare la gente semplice, quella che non “ci arriva” per una cultura insufficiente o quella che si arrocca sulle sue certezze pensando che non esista un diverso modo di vedere, quindi di comprendere le cose. 

Più o meno la stessa funzione che hanno i libri, la letteratura, che hanno la capacità di aprirci la mente verso nuovi orizzonti, spiegandoci che non ci si deve fermare all’evidenza ma andare sempre oltre, perfino oltre quel che si vede e si legge. 

Solo in questo modo si può sviluppare quel senso critico che non si ferma al semplice giudizio sommario ma che si fonda su delle argomentazioni solide.

Cacciari, che viene invitato ovunque proprio in virtù del suo ruolo di filosofo ieri sera da Santoro, davanti a Salvini, ha detto che la lega non è razzista, che si muove e agisce secondo quello spirito che ha sempre animato quel movimento, dunque è legittimo pensare che faccia parte di quello spirito non violento, secondo il Cacciari pensiero, anche lo stalking reiterato, gli insulti, aver paragonato ad un orango il ministro Kyenge, averle lanciato banane su un palco. 
Episodi, ormai praticamente quotidiani, che non dovrebbero far preoccupare nessuno. 
Cacciari, da filosofo, divulgatore delle belle teorie, quelle che dovrebbero aiutare nella comprensione, invece di contrastare il pensiero leghista mettendo in evidenza lo spirito della lega, quello violento e discriminante gli riconosce una sua dignità e da oggi in poi Salvini e tutti quelli come lui potranno avvalersi, oltre che del loro spirito “animato” anche dell’autorevole parere di Cacciari – il filosofo intellettuale – per giustificare tutte le loro porcherie razziste.

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LA VOGLIA D’INCIUCIO (Curzio Maltese)

La parte del Pd che ha governato per due anni e fino all’altro giorno con Berlusconi si scandalizza se il nuovo segretario Matteo Renzi vuole discutere con il capo della destra la legge elettorale. All’improvviso i bersaniani, i dalemiani e altri correntisti del Pd hanno scoperto dopo vent’anni che Berlusconi è inaffidabile, ha un sacco di problemi con la giustizia, processi in corso, condanne, e insomma non è una persona con cui trattare. Cristianamente, si dovrebbe festeggiare questo ritorno a casa dei figlioli prodighi uccidendo il vitello grasso. È dai tempi della Bicamerale che scriviamo questo su Repubblica, spesso accusati dai vertici del centrosinistra di antiberlusconismo viscerale, estremismo ideologico e impolitico. Ora si sono convinti: evviva. Ma sui pentiti della sinistra è lecito avere qualche sospetto.

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LA RESURREZIONE DI LAZZARO – Marco Travaglio, 17 gennaio

Per la serie “senti chi parla”, ovvero “il bue che dà del cornuto all’asino”, va in scena la pantomima della sinistra Pd che chiede a Renzi di non incontrare B. “perché è un evasore fiscale”. A parte il fatto che è molto peggio di un evasore (la condanna è per frode fiscale), il nostro ometto ha una sfilza di sentenze di prescrizione e amnistia che lo dichiarano corruttore di giudici, pagatore occulto di politici, falsificatore di bilanci, testimone mendace e così via. Eppure questi sepolcri imbiancati, pur conoscendone il curriculum penale, o forse proprio per questo, ci han fatto insieme una Bicamerale, vari inciuci su tv, giustizia e conflitto d’interessi, un governo tecnico (Monti) e un governo politico (Letta), dopo avergli servito sul piatto d’argento le teste mozzate di Prodi e Rodotà, fatto scegliere il “nuovo” presidente della Repubblica (Napolitano) e il nuovo premier (il nipote di zio Gianni) in nome della “pacificazione” dopo la “guerra civile dei 20 anni”, tentato di “riformare” con lui la giustizia e la Costituzione.

Se le ultime porcate non sono andate in porto non è merito del Pd, che ci ha provato fino all’ultimo, tentando per mesi di trattenere B.. È merito (involontario, si capisce) di B., che s’è divincolato dai loro appiccicosi abbracci e li ha mollati perché non hanno mantenuto le promesse di pacificazione e, incalzati dagli elettori inferociti e dai 5Stelle, non gli hanno garantito il salvacondotto nonostante i generosi tentativi di Violante & C. Se alla sinistra Pd faceva schifo il pregiudicato, il 1° agosto – giorno della condanna – poteva cacciarlo. Invece i ministri bersaniani e dalemiani sono rimasti a pie’ fermo sulle poltrone di combattimento, del governo e della maggioranza, fino a due mesi fa quando, fuggito e decaduto il Cainano, hanno preso a fingere di non averlo mai conosciuto. E subito han digerito, senza l’ombra di un ruttino, la compagnia dei poltronisti dell’Ncd, da Alfano a Schifani, da Cicchitto a Quagliariello, da Formigoni a Lupi, da De Girolamo ad Azzollini, da Bonsignore a D’Alì, che avevano sempre difeso il condannato e continuano a difenderlo, anche perché vantano una percentuale di inquisiti da far impallidire Forza Italia.

E ora questi stomaci di ghisa e queste facce di bronzo intimano a Renzi di non parlare con B. di legge elettorale e l’accusano di resuscitarlo, sfoderando una questione morale messa sotto i tacchi per vent’anni? Sentite Danilo Leva, il geniale responsabile Giustizia di Bersani che fino a due mesi fa voleva riformare la giustizia col pregiudicato: “Un conto è Forza Italia, un conto è Berlusconi condannato in via definitiva. Non vorrei una sua riabilitazione attraverso gratuiti atti simbolici”. Sentite il capogruppo bersaniano Roberto Speranza, che dirigeva alla Camera la truppa alleata di B. fino a due mesi fa: “È poco opportuno il confronto con un condannato in terzo grado”.

Se questi tartufi avessero davvero a cuore la questione morale, si potrebbe almeno starli a sentire. Invece è chiarissimo quel che temono, in sintonia con l’impiccione del Colle: che Renzi trovi i numeri per cambiare la legge elettorale con una maggioranza diversa da quella di governo, mettendo ai margini i partitucoli e in crisi il Napoletta. Ma una legge elettorale decente non potrà mai nascere accontentando alfanidi, montiani e casinisti, noti frequentatori di se stessi. Per farla occorre un accordo fra il Pd e uno dei due partiti maggiori: o M5S o FI. Renzi s’è rivolto anzitutto a Grillo, che però s’è chiamato fuori, rinunciando a influenzare la riforma elettorale e rinviando tutto al web-referendum di fine febbraio, troppo tardi. A questo punto a Renzi non resta che FI, talmente mal messa da accettare qualunque diktat pur di rientrare in gioco. Se però B. tornerà in partita, la colpa andrà attribuita a chi ci ha sprofondati in questo incubo. Non l’altroieri: l’anno scorso, quando i pidini che ora gridano alla resurrezione di Lazzaro seppellirono Prodi e Rodotà e riesumarono la salma di B. dalle urne. Anzi, dall’urna.

Napolitano, l’imbalsamatore incompatibile con la democrazia

Quando la politica non svolge le sue funzioni, quando si dimostra sorda e cieca alle richieste e al disagio di cittadini lasciati in balia di se stessi, privati, oltreché man mano di altri, quelli sociali, quelli civili che per non sbagliare vengono direttamente negati, del diritto fondamentale qual è quello sancito dalla Costituzione che vuole il popolo sovrano [non il monarca anziano mascherato da presidente della repubblica “democratica”]; quando viene impedito di scegliere i propri rappresentanti, di dire basta ad un governo che non rappresenta nessuno, la protesta si organizza.
E quando si organizza lo fa a modo suo.
Irresponsabili e ipocriti quelli che oggi si meravigliano, come se non se lo aspettassero.

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Oppo, Grillo, noi giornalisti – Alessandro Gilioli

MAFIA PARLA, STATO TACE (Marco Travaglio)

IL MERLO MARTIRE (Marco Travaglio)

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In un paese civile il giornalismo è sempre dall’altra parte del potere.

E’ quell’opposizione severa che osserva e critica, non fa il gioco di nessuno.

In un paese civile la politica, il presidente della repubblica, le istituzioni non mettono bocca e becco dappertutto, specialmente poi se tacciono davanti alle minacce di morte ai Magistrati.

Letta invece di disquisire –  in parlamento e non nel salotto di casa sua –  sul giornalismo buono e quello cattivo ci dica perché in una democrazia occidentale Nino Di Matteo è costretto a fare una vita da latitante, gli viene impedito di partecipare al processo sulla trattativa fra lo stato e la mafia per non rischiare di esplodere da qualche parte dell’Italia e a viaggiare su mezzi blindati da guerra.

Napolitano ci parli di questo, visto che non ha detto mezza parola a sostegno di Nino Di Matteo, non lo ha fatto nemmeno in qualità di capo supremo della Magistratura, non dei suoi populismi del cazzo.

In un paese civile il politico non difende i giornalisti, perché come ha spiegato benissimo Marco Travaglio ieri sera a Servizio Pubblico significa appartenenza alla politica: tutto quello che l’informazione non deve invece essere. E nel caso il politico abbia proprio la necessità di esprimere la sua solidarietà, gli scappasse  la sua giusta contrarietà alla minaccia, all’istigazione violenta dovrebbe farlo con tutti i minacciati, non solo con qualcuno e farlo a titolo personale, non politico.

In un paese civile nessun giornalista farebbe il peana ad un presidente ambiguo con ambizioni monarchiche da uomo solo al comando che tutto dispone e tutto decide come fa puntualmente Scalfari, il grande fondatore di Largo Fochetti – che ha ben più che una voce in capitolo nella politica ma è molto dentro la politica – con Napolitano.

E il contropotere per essere tale deve essere indipendente dalla politica.

In Italia invece [57°posto nel mondo per libertà di stampa e informazione] i giornalisti non di parte, una piccola manciata di coraggiosi utopisti del paese uguale per tutti, con la legge uguale per tutti, con una politica che agisce nell’interesse dei cittadini, che non fa affari con le mafie né porta i mafiosi delinquenti in parlamento diventano faziosi, giustizialisti, bersagli di insulti e minacce che non fanno sussultare nessuno.

Per loro nessuna reazione indignata da parte della politica e degli opinionisti all’amatriciana che se la prendono, OGGI, nell’anno del Signore 2013 dopo vent’anni di disinformazione inquinata dai conflitti di interesse, non solo quello di berlusconi ma anche quello ad esempio del Corriere della sera con un CDA composto da industria e alta finanza – e non si capisce come faccia poi il Corriere a vigilare sull’industria e sulla finanza – con le liste di proscrizione di Grillo.  Bisognerebbe smetterla con l’ipocrisia di chi, a differenza di come si dovrebbe fare sempre e con tutti stigmatizza  la minaccia ma poi non considera tutto l’insieme ma solo quella parte che gli torna utile per attaccare chi gli sta antipatico. Le liste di proscrizione fanno schifo, sono fasciste per natura, ma fa schifo, ed è anche quello fascista per natura quel giornalismo servo per indole, abitudine, che non concepisce un altro modo di esercitare la professione senza sdraiarsi davanti al potente.

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Colpa dell’interprete
Marco Travaglio, 13 dicembre

L’Uomo dell’Anno si chiama Thamsanqa Jantjie e fa l’interprete per sordomuti: martedì troneggiava alla commemorazione di Mandela allo stadio di Johannesburg dietro il presidente Zuma e a due passi da Obama e dagli altri grandi e grandicelli del mondo per tradurre i loro discorsi nella lingua dei segni. Invece gesticolava a caso, col risultato di tradurre le frasi dei leader con supercazzole insensate e incomprensibili, in mondovisione. Una scena degna di Amici miei. “Avevo le allucinazioni”, si è giustificato, “vedevo angeli entrare nello stadio. È la prima volta che mi accade, ho fatto da interprete a molte conferenze e mai nessuno si era lamentato”.

Pare che l’uomo sia da tempo in cura per schizofrenia e abbia trascorso un anno in ospedale psichiatrico. Dio solo sa come sia finito al centro della cerimonia più importante dell’ultimo decennio. Ma, a ben pensarci, è molto probabile che Thamsanqa Jantjie, o un suo clone, abbia prestato servizio al Parlamento italiano per tradurre i messaggi che giungevano dal Paese alla categoria più sorda che si conosca nel nostro Paese: quella del politici.

Solo con un difetto di traduzione si può spiegare il loro comportamento di fronte ai mille segnali d’insofferenza lanciati dai cittadini al Palazzo. Gli italiani aboliscono i finanziamenti pubblici ai partiti? Il Parlamento li ripristina camuffati da “rimborsi elettorali” e, non contenti, si mettono pure a rubare sui rimborsi dei gruppi consiliari per comprarsi di tutto, dai Suv alle mutande, dai libri porno ai chupa-chupa, a spese nostre. Gli italiani vogliono scegliersi i propri rappresentanti, cioè maledicono il Porcellum? I partiti lo conservano per otto anni. La gente chiede ai politici di non far pagare la crisi ai soliti noti, ma di distribuire equamente i sacrifici? I governi fan pagare la crisi ai soliti noti, distribuendo prebende alle banche e alle grandi imprese. La gente chiede il taglio dei costi della Casta, magari delle province se non le regioni, e quelli lasciano tutto com’è. Alle ultime elezioni metà degli elettori stanno a casa o votano Grillo, bocciando le larghe intese del governo Monti?

I partiti sconfitti rieleggono un presidente di 88 anni (fino a 95), poi al Quirinale si riuniscono quattro babbioni per rieditare le larghe intese col governo Letta e tener fuori dal palazzo chi le elezioni le ha vinte. Per vent’anni i partiti si sono sentiti ripetere “attenti, di questo passo la gente verrà a prendervi con i forconi”. E ora le piazze sono piene di manifestanti chiamati a raccolta dal Movimento dei Forconi.

Ma, incuranti della nemesi storica, governo e partiti fanno gli stupiti e gli indignati: dopo aver trasformato un popolo tranquillo, paziente, a volte rassegnato e disperato, in una polveriera pronta a esplodere alla prima scintilla, si meravigliano se centinaia di migliaia di cittadini protestano. Non si accorgono di averli creati loro, come già hanno creato i 5Stelle. E spaccano il capello in quattro, alzano il ditino, monitano inviti alla legalità dopo averla calpestata per una vita, dicono che è gente “di destra”, “fascista”, “populista”, “qualunquista” e soprattutto “non ha un programma”.

È vero, non ha un programma: è solo incazzata nera. Sono i politici e i governi che dovrebbero avere un programma, li paghiamo (profumatamente) apposta per averne uno. Ma ecco la spiegazione: è stato tutto uno spiacevole equivoco. Non hanno capito niente per anni, per decenni, perché c’era un errore di traduzione. Un interprete pazzo ha fatto creder loro che la gente chiedesse a gran voce la riforma della Costituzione, il premier forte, il Senato delle regioni, le larghe intese, la separazione delle carriere dei magistrati, la fine della guerra fra politica e giustizia, la pacificazione fra guardie e ladri, l’indulto, l’amnistia, la grazia al Cainano. Il quale ora annuncia: “Se mi arrestano scoppia la rivoluzione”.

In effetti, per le strade d’Italia, è pieno di gente incazzata che grida “Nessuno tocchi Cainano”. Gliel’ha detto il suo interprete personale: Dudù.

L’ospite sgradita

Non mi pento nemmeno per un attimo di aver sempre pensato che chi ha votato il criminale è gente più criminale di lui. Violenti, ignoranti, fascisti. Ladri d’aria.

Servizio Pubblico, Luca Bertazzoni aggredito dai fascisti

 

 

Santoro lo guardo e lo guarderò sempre, anche se c’è l’ospite sgradita, perché insieme all’ospite sgradita mi mette l’inchiesta di mafia, o quella sulla disoccupazione, o quella sul nubifragio in Sardegna.
O, come ieri, l’approfondimento sull’inchiesta che ha condannato berlusconi. E io non rinuncio all’inchiesta di Santoro, che per me è il migliore, perché in studio c’è la santanchè.

La santanchè non serve quando la fanno parlare di quegli argomenti dei quali sappiamo ormai come la pensa, ma quando trova chi la mette davanti ai fatti reali serve, lo spettacolo del suo sistematico sputtanamento quando la invitano a Servizio Pubblico vale eccome ascoltare mezz’ora delle sue stronzate.

 

La santanché a Servizio Pubblico è riuscita a far incazzare perfino quel gentleman di Dragoni. Comunque, invitarla serve, ieri sera chi l’ha ascoltata si sarà reso conto perfettamente che ha finito il repertorio. Perché oltre alle litanie sui giudici cattivi, sulla sentenza politica, silvio che è il miglior pagatore d’Italia [di puttane, maschi e femmine lo è di sicuro] ha detto solo cose già sentite. La libertà paragonata all’aria, l’episodio dell’amico magistrato del padre sono cose che va dicendo non da settimane o mesi ma proprio da anni; il fidanzato a letto con un’altra ha fatto sobbalzare anche formigoni che l’ha invitata a dire “qualcosa di nuovo”. Quelli come la santanchè vanno annientati con gli stessi strumenti che hanno utilizzato per guadagnare il loro terreno. Di propaganda si sono nutriti, sono cresciuti e di verità dovranno soffocare. Ma senza risolvere il conflitto di interessi quella verità non ce la farà mai a zittire quelli come la santanchè e anche lei, possibilmente. Ieri violante ci ha fatto sapere che lui non ha salvato b perché non è ghedini. Ma violante, lo so, è noioso ripeterlo, è quello che si fece garante in parlamento dell’assicurazione sulla vita, politica e imprenditoriale, dunque quella del conflitto di interessi di berlusconi quando in parlamento disse che “non gli avrebbero mai toccato le televisioni”: l’unica promessa che sinistra e centrosinistra abbiano mantenuto. Invece questo paese non può più prescindere dalla risoluzione della più grande vergogna italiana: quel conflitto di interessi che è stato la prima causa dell’interruzione della democrazia e dello stato di diritto. Quindi violante e sua compagnia pessima farebbero bene a stare zitti, perché se questo paese è stato liberato almeno in parte della presenza ingombrante di berlusconi non lo dobbiamo certamente all’azione politica ma a quella di un pool di Magistrati onesti che non hanno mai mollato, nonostante e malgrado la politica, non solo di berlusconi ma anche quella che avrebbe dovuto opporsi abbia fatto di tutto per ostacolarli.

Le vedove inconsolabili – Marco Travaglio, 29 novembre

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La vignetta di Vauro, con il tappo dello champagne che fa plif, rende bene l’idea dell’insod – disfatta soddisfazione di chi l’altroieri avrebbe dovuto esultare per la liberatoria, ancorché tardiva, cacciata di Berlusconi da un Parlamento in cui non avrebbe mai dovuto mettere piede. Eppure è come se gli Evviva ci fossero rimasti strozzati in gola. Non parliamo dei parlamentari del centrosinistra che, salvo rare eccezioni, hanno sempre e fino all’ultimo lavorato per lui, riportandolo al potere dopo la scoppola elettorale di febbraio, rieleggendo con lui Napolitano, facendo scegliere a lui il premier Nipote e manomettendo con lui l’articolo 138 della Costituzione in attesa di scassarne con lui tutta la seconda parte, e ora fischiettando fanno finta di non averlo mai conosciuto. Parliamo di chi l’ha combattuto davvero, sempre, irriducibilmente, senza mai votarlo né rinunciare a contestarlo anche in piazza. E ora sente il retrogusto amaro della vittoria mutilata. I motivi sono tanti, ma ne citiamo due. Primo: lo spettacolo horror di quella robaccia che si fa chiamare Nuovo Centrodestra e che Scalfari incredibilmente spaccia per la “nuova destra repubblicana”: se il futuro che ci attende sono gli Alfano, Schifani, Quagliariello, Cicchitto, Formigoni che una settimana prima della decadenza hanno morso la mano che li ha nutriti per vent’anni, tanto vale tenersi il puzzone: se non altro ha 78 anni e dura un po’ meno. Secondo: la lettura dei giornali finto-indipendenti, che han tenuto bordone al Caimano per vent’anni e ora che è decaduto, senza un briciolo di autocritica, gli saltano addosso con la violenza indecente di Maramaldo, pronti a balzare sul carro dei nuovi vincitori. Ma, siccome sotto sotto si vergognano, non rinunciano all’equazione cerchiobottista “berlusconismo uguale antiberlusconismo”. Per raccontarsi e raccontarci che chi non ha mai scelto da che parte stare fra legalità e illegalità, fra democrazia liberale e conflitto d’interessi, insomma fra guardie e ladri, sguazzando in mezzo al guado e ciucciando un po’ di qua e un po’ di là, non aveva tutti i torti. Basta leggere gli editoriali dei vari Battista, Folli e Polito, prefiche inconsolabili delle defunte larghe intese. Sono gli stessi che, per compiacere i loro editori e il santo patrono del Sistema, cioè Napolitano, due anni fa accreditarono la patacca di un B. convertito a statista che accettava bontà sua di dimettersi per sostenere il governo Monti in nome dell’interesse nazionale e della grandi riforme. Poi, quando un anno fa il noto responsabile staccò la spina a Bin Loden, si stracciarono le vesti, scoprendo di botto che era un irresponsabile. Subito si agitarono per mettere in guardia Bersani dall’allearsi con quei brutti ceffi di Di Pietro e Ingroia, e poi dal tentare approcci con quel putribondo figuro di Grillo. E quando nacque il governo Letta riattaccarono con la bufala della pacificazione nazionale e della riconversione di B. a statista per salvare la patria. Lui, vivaddio, coerente come non mai, pensava solo a salvarsi dalla galera. Infatti, quando il salvacondotto è sfumato, ha ristaccato la spina. E soli li ha lasciati, a maledire di nuovo la sua improvvisa, inaspettata irresponsabilità. Fa quasi tenerezza Pigi Ballista quando secerne sul Corriere tutto l’amaro stupore perché “Forza Italia ha legato indissolubilmente il suo futuro alla sorte parlamentare del suo leader” (e a chi doveva legarla, a Giovanardi?), “si ritira dal tavolo delle riforme istituzionali” (se Dio vuole, almeno quel pericolo pare scampato) e manda “al diavolo il paese” (perché, che altro aveva fatto dal ’94 a oggi?). E si domanda affranto “che fine ha fatto il senso di responsabilità giustamente sbandierato” con la rielezione di Napolitano. Dài, su, Pigi, non fare così: non ti ha detto niente la mamma? “L’idea di una persecuzione giudiziaria del leader” che tu scopri ora con due decenni di ritardo come “inaccettabile”, è la stessa che hai sempre propagandato su La Stampa, su Panorama , su Rai1 e infine sulCorriere . O dobbiamo ricordarti tutto noi? Molto commovente anche Polito: per lui il vero dramma non è un governicchio che non fa nulla e dunque ce lo terremo sul groppone per altri due anni. Ma il fatto che “si ricomincia” con la guerra “fra berlusconiani e antiberlusconiani”, tra “i falchi di qua e di là”, e lui non sa mai cosa mettersi: per lui chi ha sempre avuto torto e chi ha sempre avuto ragione sono la stessa cosa. Anche perché lui non lo sa proprio, cosa vuol dire avere ragione. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, trova “qualcosa di incivile nell’esultanza di chi riempiva i calici per brindare alla caduta del ‘nemico’”. Giusto: avrebbero dovuto listarsi a lutto per non imbarazzare la corte di paraculi e leccaculi che han tenuto in vita Berlusconi per vent’anni, non ne hanno mai azzeccata una e ora, anziché scavarsi una buca e seppellircisi dentro, ci spiegano come uscire dal berlusconismo col nipote di Gianni Letta e con tutti gli Alfanidi. Qualcuno evoca l’eterno trasformismo e gattopardismo italiota, come dopo il fascismo. Ma il paragone non regge: nel 1946 al governo andò De Gasperi, non il nipote di Starace con Ciano vicepremier.

Una catena degli affetti che né io né voi possiamo spezzare

 

“Il 2 ottobre B. è incazzatissimo: decadenza e arresto s’avvicinano e il Quirinale che –dice lui– gli ha promesso di salvarlo, tace. Quindi sfiducerà il governo. Napolitano da Poggioreale lancia un appello per amnistia e indulto e annuncia un messaggio alle Camere. I 5Stelle dicono che amnistia e indulto servono a salvare il Caimano. Apriti cielo, lesa maestà. Napolitano li invade dalla Polonia: “Se ne fregano del Paese”. Anche Renzi è contrario: cazziatone telefonico anche a lui. Come si permette il futuro segretario Pd di non prendere ordini dal Quirinale? E’ tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare.”

“Poi Letta dice: “Cancellieri c’est moi”, come Madame Bovary. Se il Pd sfiducia la Cancellieri sfiducia Letta. E se sfiducia lui sfiducia Napolitano che ha nominato Letta e Cancellieri. E che dice: “L’Etat c’est moi”, come Re Sole.”Ricapitolando. I Ligresti amano Anna Maria. Anna Maria adora Giorgio che l’ha fatta due volte ministra. Giorgio è affezionato ad Anna Maria, al governo e anche al Pd. Il Pd adora il compagno Enrico. Enrico è attaccatissimo allo zio Gianni che sta con Silvio. Che è legatissimo a Ligresti, dunque ad Anna Maria.
Insomma chi s’è preso Giorgio si prende per forza tutto il blocco. E’ tutta una catena di affetti che né io né voi possiamo spezzare. A meno che qualcuno prima o poi la tiri, la catena.”

[Marco Travaglio]

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Le rivelazioni di Ligresti sulla Cancellieri sono surreali per la Cancellieri, le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado del processo Ruby per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile a carico del puttaniere frodatore e sfruttatore latitante sono surreali per il solito Ghedini che almeno è pagato per dire stronzate, la Cancellieri si presume di no.
Quello che svela e potrebbe contribuire a rendere questo un paese solo un po’ normale è surreale, quello che si fa per occultare, per lasciare dov’è tutto lo sporco impossibile non lo è mai: Italia, il paese della sur – realtà.

Mauro Biani

Il partito di Cuperlo è al governo, perché Cuperlo non dice a Letta quello che ha detto ieri sera da Santoro? Sono tutti molto bravi a dire quello che si dovrebbe fare davanti a microfoni e telecamere, difficile, anzi impossibile è metterle in pratica nei e coi fatti. Cuperlo è stato meraviglioso ieri sera a Servizio Pubblico: ha ammesso e criticato gli errori del suo partito, tralasciandone alcuni forse per decenza, come se li avesse fatti qualcun altro. Purtroppo hanno tutti molto da fare, una volta devono salvare alfano, un’altra, anzi due la Cancellieri, tante e svariate postdatare sine die la decadenza del delinquente condannato latitante da 111 giorni e dunque ancora in grado di nuocere alla collettività, mentre si riposano devono comprare gli aereoplanini da guerra, pensare a leggi e leggine indispensabili al mantenimento in buona salute della casta tipo  questa. C’è da capirli, non hanno proprio il tempo per occuparsi di certe bazzecole tipo mettere in sicurezza il territorio, magari evitando di contribuire alla sua distruzione con inutili e dannose “grandi opere” come il TAV ed evitare di far scappare le imprese dall’Italia.

 Renzi, intervistato da radio Capital il giorno prima dello squallido spettacolo di un parlamento che ha ribadito la sua fiducia alla Cancellieri ha detto che per lui la ministra si doveva dimettere ma, sempre per lui, Napolitano interpreta ottimamente la sua funzione di capodistatogarantepadredellapatria. Napolitano, recepito il cordiale messaggio ha immediatamente ricordato a Renzi chi comanda e la camera ha rinnovato la sua fiducia in modalità operazione bis manco fosse il Conad, stavolta senza troppa stima né standing ovation, alla ministra chiacchierona. 

Cuperlo ieri sera a Servizio Pubblico subito dopo Travaglio che ha elencato con la sua solita precisione scientifica – non per sua opinione ma secondo quella Costituzione che Napolitano dovrebbe garantire e Cuperlo e Renzi almeno conoscere – dove Napolitano sbaglia, interferisce, interviene a gamba tesa, ha detto che il presidente ha fatto tutto il possibile per mantenere la barra di questo paese dritta, che meglio di così non poteva fare e che come lui, il Napo Capo, non c’è nessuno.

A sentir parlare questi signori si ha la sensazione che, o loro hanno vissuto in tutti questi anni altrove da qui oppure, cosa più probabile, che gli altrove da loro siamo noi. In tutti questi mesi ci hanno terrorizzato con la litania ripetuta un po’ da tutti in modo ossessivo che se cade il governo sarà miseria, terrore e morte [dove l’abbiamo già sentita questa?] sulla base delle loro ipotesi, ci hanno detto che dobbiamo essere fiduciosi, ogni giorno qualcuno di loro si alza e decide che c’è la ripresa, che la luce in fondo al tunnel si avvicina, nel frattempo però la realtà dice tutt’altro.

E anche questi signori che dovrebbero occuparsi di accelerare la ripresa che non c’è hanno fatto tutt’altro in questi mesi, disonorando quelle promesse di riavvicinamento che avevano fatto in tanti, ignorando quella richiesta espressa in cabina elettorale lo scorso febbraio che era stata abbastanza chiara. E allora io mi chiedo: nel paese normale [che non c’è] come devono fare i cittadini a dire alla politica che non si fidano più della politica?

Napo Orso Capo
Marco Travaglio, 22 novembre

Ogni tanto qualche lettore ci scrive: “Quando la smetterete di criticare Napolitano?”. Risposta ovvia: quando la smetterà di meritarselo. Purtroppo non si riesce più a stargli dietro: ne combina una al giorno. Non bastandogli il superlavoro con straordinari forfettizzati di capo dello Stato, del Csm, del governo, del Parlamento, del Pd, del Nuovo Centrodestra e a tempo perso di molte altre cose, Napo Orso Capo ha deciso di subentrare anche al presidente della Corte d’assise di Palermo, Alfredo Montalto, nel processo sulla trattativa Stato- mafia. I giudici togati e popolari, com’è noto, avevano accolto la richiesta della Procura di ascoltarlo come testimone a domicilio, nel suo ufficio al Quirinale, come prevede il Codice. E lui, dopo vari tentennamenti e avvertimenti ai giudici tramite l’Avvocatura dello Stato e i soliti corazzieri sparsi nei palazzi e nei giornali, si era rassegnato a compiere il suo dovere. Cioè ad abbassarsi, bontà sua, almeno per qualche ora, al rango di un cittadino come gli altri. 

Ma l’illusione è durata poco. Ieri il presidente Montalto ha annunciato il deposito di una lettera del presidente Napolitano, spedita dal Quirinale il 31 ottobre, poi persa per strada dalle efficientissime Poste Italiane e giunta a destinazione il 7 novembre. Una lettera già di per sé piuttosto bizzarra: non s’è mai visto un testimone che scrive al giudice per comunicargli che ha poco da testimoniare. Da un apposito comunicato del Colle, infatti, si era appreso che il capo dello Stato era “ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all’accertamento della verità processuale”, ma precisava “alla Corte i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova”. 

Cioè a un’altra lettera: quella che gli scrisse il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, poco prima di morire, per ricordargli di avergli confidato (“lei sa”) i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” fra Stato e mafia nel 1992-’93, quando prestava servizio all’Alto commissariato antimafia e poi al ministero della Giustizia. 

Ora però, dal presidente Montalto, si apprende che il presidente Napolitano non s’è ancora rassegnato all’idea di compiere il suo dovere di teste. È, sì, “disponibile” a farlo. Ma “chiede che si valuti ulteriormente, anche in applicazione della previsione di cui all’art. 495 comma 4 del Codice di procedura penale, l’utilità del reale contributo che tale testimonianza potrebbe dare, tenuto conto delle limitate conoscenze sui fatti di cui al capitolato di prova, che nella medesima lettera vengono dettagliatamente riferite”. Il 495 comma 4 dice che “il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l’ammissione di prove che risultano superflue”.

Cioè Napolitano ritiene, motu proprio, che la sua testimonianza è superflua perché non sa nulla (D’Ambrosio diceva le bugie?). E chiede alla Corte di rimangiarsi l’ordinanza in cui lo citava come teste e di allontanare da lui l’amaro calice. 

Una cosa mai vista in un processo, tant’è che il giudice ha depositato la lettera alle parti, cioè ai pm e agli avvocati dei 10 imputati e delle parti civili, “perché possano pronunciarsi sulla sua acquisizione ed utilizzabilità”. E così una decisione assunta dalla Corte dopo settimane di polemiche torna in dubbio perché il capo dello Stato, che dovrebbe dare il buon esempio a tutti i cittadini, anche a quelli che testimoniano nei processi di mafia rischiando la pelle, fa i capricci e non ne vuol sapere.

Tra l’altro, siccome durante il mandato non può essere processato nemmeno per i reati commessi al di fuori dalle sue funzioni, se rifiutasse di ricevere i giudici al Quirinale, questi non potrebbero mandarlo a prendere dai carabinieri per l’accompagnamento coatto, come fanno con gli altri testimoni reticenti. 

A questo punto il diavoletto che è in noi ripete ossessivamente un ritornello: “Ecco perché s’è fatto rieleggere”. Ed è sempre più arduo scacciarlo e metterlo a tacere.

 

Italia: uno stato “ne me quitte pas”

Giulia Maria [Ligresti] è un po’ come la Giulia Sofia di Crozza – Montezemolo: a differenza della seconda però, di cui non si conoscono il cognome e il volto e che è un’esperta di aragostate lei è lo è delle paraculate. Che non sono per niente charmantes.

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Sottotitolo: “in uno stato davvero democratico vige il principio che tutti sono sostituibili, specie se è in gioco il prestigio delle istituzioni, per un principio di responsabilità. Ma noi siamo uno stato “Ne me quitte pas”: Cancellieri, Napolitano, Amato, non ci lasciate altrimenti non sappiamo che fare. Noi non siamo uno stato davvero democratico. [Michele Santoro]

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I renziani sono critici, poi votano sempre con la maggioranza. Visto che qui c’è una mozione di sfiducia individuale, non al governo, perché – oltre a criticare la Cancellieri – non le votano anche contro? Sono rottamatori o manutentori?”[Marco Travaglio]

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Per tutti quelli che “la Cancellieri ha fatto bene”.
E se trovano un po’ di vergogna da qualche parte, la usassero pure senza parsimonia.

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“In qualunque altro paese, la Cancellieri sarebbe già a casa. Qui invece è finita con 29 secondi di standing ovation al Senato e 18 alla Camera.” Marco Travaglio, nel suo editoriale, analizza punto per punto il discorso in aula del Ministro della Giustizia sul “caso Ligresti”.

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Se quelle di Letta sono palle d’acciaio non oso pensare di che materiale siano quelle dei romani che hanno scoperto che da tredici anni pagavano biglietti dell’autobus usati. Clonati. E magari qualcuno è stato pure sanzionato perché non l’aveva fatto senza sapere che il suo era già stato pagato da un altro incolpevole utente Atac. Ma ovviamente l’amministrazione capitolina per tredici anni si è dovuta occupare di altre urgenze, tipo chessò, tappare le buche, evitare che Roma si trasformi nella Venezia del centro Italia dopo appena qualche ora di pioggia. Non fare nulla affinché la criminalità organizzata e la mafia prendessero possesso della Capitale d’Italia litorale compreso o risistemare le periferie. Cose così, ecco.

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Verrebbe da chiedersi come mai Renzi tutte quelle belle cose a proposito delle dimissioni della Cancellieri non le abbia dette in tempo utile affinché entrassero nel dibattito prima dell’inutile “riferirò” della ministra in parlamento. 

In politica non basta pensare le cose: bisognerebbe dirle e poi farle. E quello che è inacettabile è che un leader, candidato a guidare un partito e nel suo immaginario anche un governo dica delle cose mentre il partito di cui fa parte, anche i suoi, i cosiddetti “renziani” ne fanno altre tipo la standing ovation alla ministra bugiarda. 

Certo che è un bel tipo Matteo Renzi, uno con la scritta “sòla” in fronte ma che in questo paese di irriducibili romantici passa davvero per il rinnovatore che non è. 
Renzi che vuole cambiare la politica di centrosinistra tirandosi dentro tutto il vecchio e sudicio che lo sta rappresentando e lo ha rappresentato fino ad ora.

Se Renzi vuole essere credibile  faccia votare ai suoi la mozione di sfiducia alla ministra salvalavitamasoloseèligresti, insieme a Sel e ai 5stelle, altrimenti la smetta di andare in televisione a bocce, anzi, a palle d’acciao ferme a prendere in giro gli italiani. 
Ché questo è un film già visto e replicato troppe volte.

E, a proposito di Renzi, signora e permesso zona traffico limitato:  questi non si spostano sulle automobili di servizio [o in bicicletta quando sanno che c’è una telecamera a riprenderli] che il permesso ce l’hanno incorporato? gliene serve uno ulteriore anche per l’auto di famiglia? e per quale motivo? c’è gente che paga centinaia di euro l’anno per poter accedere alle ZTL per lavoro, non sono sindaci né onorevoli e senatori. E questi che già hanno tutto pure quello devono avere gratis?

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HENRY PALLE DI ACCIAIO (Marco Travaglio)

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GLI SCANDALI DEL PAESE E IL CERVELLO DEGLI ITALIANI (Bruno Tinti)

Vero: i politici di casa nostra hanno una faccia di bronzo che potrebbe essere usata per lo scampanìo di Pasqua. Ma è anche vero che i cittadini italiani soffrono di amnesia per gli eventi che non li toccano personalmente: un p o’ di indignazione, due o tre giorni di proteste e poi ricominciano a lamentarsi dell’eccessivo peso fiscale.

L’azione sinergica del bronzo e dell’assenza di memoria fa sì che la classe politica italiana sia, giustappunto, quella che Renzi vuole rottamare (va detto: senza convincenti sostituzioni e senza garanzie che, al posto del bronzo, ci sia solo più una grottesca maschera veneziana). Tutti sanno che il problema è resistere (lo aveva già detto Borrelli): qualche giorno, un paio di settimane, nei casi gravi un mesetto; e poi – come un’oca che sbuca dall’acqua più asciutta di prima – niente dimissioni, si ricomincia.

Abbiamo un presidente della Repubblica che manteneva frequenti rapporti con un imputato di falsa testimonianza in un processo che, se l’accusa fosse fondata, ferirebbe a morte i sopravvissuti della classe dirigente dell’epoca, tutta gente saldamente ancorata alla roccia del potere. Attenzione: che l’accusa sia fondata o no non ha nessuna importanza; un presidente della Repubblica non può avere amicizia con indagati, imputati, condannati; men che meno per reati quali quello ascritto a Mancino.

Abbiamo un ministro dell’Interno che ha permesso (perché ha collaborato attivamente, perché ha omesso di intervenire, perché ha trascurato di sorvegliare quello che succedeva nel suo ministero; non importa, è lo stesso) un sequestro di persona eseguito sul territorio italiano da emissari di una potenza straniera (come si dice nei film di spionaggio) e organizzato da un ambasciatore impadronitosi dei locali e delle strutture del ministero.

Abbiamo un ministro della Giustizia che mantiene rapporti di stretta amicizia con una famiglia di imprenditori il cui patriarca è stato condannato (nel 1992; erano già amici) a 2 anni e 4 mesi di prigione per il reato di corruzione. Che è arrestato insieme ai figli per un colossale falso in bilancio. Che, invece di spiegare ai suoi amici (magari con tristezza) che un pubblico funzionario (nel 1992 era prefetto) ovvero un ministro (come è ora) non può mantenere rapporti con persone che hanno problemi (gravissimi, non si tratta di una guida senza patente) con la giustizia, si mette a disposizione per “tutto quello che può fare”. Che qualcosa (non penalmente rilevante allo stato della legislazione attuale) effettivamente fa. E che si giustifica dicendo che non ha mai fatto pressioni sulla magistratura. Che dunque non si rende conto che il problema non sono le pressioni non fatte (ci mancherebbe altro) ma la deviazione dei pubblici poteri di cui è investita.

Di Napolitano e di Alfano non si parla più. Napolitano è stato eletto una seconda volta presidente ed è osannato come salvatore della Patria. Alfano si prepara a incassare il consenso degli pseudo moderati che, con B. al potere, erano onorati di fargli da tappetino della doccia. Di Cancellieri, tra un mese, nessuno ricorderà gli abusi commessi. Sicché c’è poco da scandalizzarsi: la mutua assistenza tra le facce di bronzo riposa sull’impunità garantita dall’amnesia dei cittadini.

Alla fine provo un po’ di pena per B. Di lui si continua a ricordare tutto. Un capro espiatorio per ripulire la coscienza del popolo. Che, come ai tempi delle indulgenze plenarie (ma ci sono ancora?), è pronto a ricominciare. Nel nostro caso, a dimenticare.

 

Il dis_ordine dei giornalisti

“Mafioso, cloaca, serial killer, macellaio”
Furia dei berlusconiani contro Santoro
Odg: “Per lui ci sono donne di serie A e B”

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TRAVAGLIO E “IL SISTEMA BERLUSCONI”
LA BONEV VA A VENEZIA, MA IL PREMIO È FINTO. E LA DELEGAZIONE BULGARA ARRIVA IN ITALIA

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L’ordine dei giornalisti è vivo e lotta insieme a loro.
Con tutto quello che si vede e si legge nel paese che galleggia nel conflitto di interessi di un pregiudicato condannato che ancora può manovrare l’informazione che possiede e anche quella che può ancora controllare, che può ancora esercitare il suo potere per mezzo del ricatto e della minaccia  il problema è Santoro.
 

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L’ordine dei giornalisti s’incazza perché in una trasmissione d’inchiesta vengono date, che piaccia o meno agli scandalizzati a corrente alternata, delle notizie.
L’ordine dei giornalisti apre un procedimento contro Santoro nel paese dove i belpietro, i ferrara e i sallusti vengono messi a dirigere i giornali del padrone delinquente che li paga,  si lasciano liberi di calunniare, diffondere menzogne e diffamare [ché tanto poi c’è sempre un Napolitano di scorta] e nel paese dove bruno vespa ha spacciato per assoluzione la prescrizione di Andreotti. L’ordine dei giornalisti che ha taciuto davanti ad esempi di deontologia professionale come fede, minzolini bacchetta Santoro, il più cacciato e mobbizzato di tutti.  Pirovano, ex mediaset e dunque segretario dell’ODG  guarda solo Servizio Pubblico? tutto il resto delle oscenità teletrasmesse e stampate su certi quotidiani no, gli sono sfuggite?
Ogni giorno di più si capisce meglio perché l’Italia è alle ultime posizioni, da paese miserabile qual è, nelle classifiche internazionali circa la libertà di stampa e di informazione. L’ordinatore dei giornalisti andasse a guardare come vengono trattati certi argomenti negli altri paesi anche quando riguardano qualche ‘eccellenza’, che però, diversamente da quel che accade nel paese miserabile non può interferire per mezzo di nessun yesman posizionato nei posti strategici. E si capisce meglio perché in questo paese un’informazione che informa LIBERAMENTE [per la diffamazione ci sono le procure, non l’ordine dei giornalisti dove a fare il segretario ci mettono un ex dipendente mediaset] non ce la meritiamo. 
La fregatura è che ci va di mezzo anche chi ha capito benissimo che quello di Santoro non era affatto gossip e che la vera arma di distrazione di massa è tutto quello che è accaduto dopo, le polemiche, i giudizi che hanno spostato l’attenzione su quello che era il fatto evidenziato da Santoro e Travaglio: l’uso privato di un’azienda di stato pagata coi soldi di tutti. Ministri che si sono attivati per inventare un premio, finanziare una fiction con soldi pubblici solo per compiacere un pregiudicato delinquente, gli italiani moralisti, quelli del dito e della luna non si scandalizzano se berlusconi gli fa pagare i suoi vizietti privati, non si turbano quando da giornali e telegiornali vengono calunniati e diffamati tutti quelli che provano ad ostacolare il progetto criminale eversivo di un impostore condannato alla galera ma si irritano di fronte a chi certe porcherie gliele fa vedere e sentire.
Quindi è perfettamente inutile meravigliarsi se un criminale amico dei mafiosi ha trovato la strada spianata per fare roba sua di questo paese.

Questo paese per vent’anni in mano a un faccendiere ladro che ha rubato allo stato, un amico dei mafiosi, un corruttore, un puttaniere, uno che pagava ragazzine per i suoi sfizi da erotomane e che per questo è già stato condannato a sette anni in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile, un impresentabile indecente che ha portato l’Italia a livelli da sottozero in ambito internazionale, che ha demolito anche l’idea di paese non dico civile ma almeno normale, vivibile e poi il problema qual è per gli scandalizzati all’amatriciana, l’unico che per vent’anni ne ha sempre parlato? La cloaca a cielo aperto è l’Italia di berlusconi, dei suoi sodali a libro paga ben distribuiti fra politici, giornalisti cosiddetti moderati, quelli che le cose brutte non le raccontano e non le scrivono ché guai a dare fastidio al panorama dei cieli azzurri, guai a ricordare che quelli che berlusconi lo hanno costruito, mantenuto in vita adesso sono al governo a fare le belle larghe intese napolitane, è l’Italia dei suoi complici politici, quelli che si dovevano opporre, non Santoro che ce la fa vedere.

In un momento in cui la Rai viene attaccata da brunetta per i compensi di Fazio e viene fatto saltare il contratto di Crozza che avrebbe portato il quadruplo dei soldi guadagnati da Crozza, non serve ricordare cosa finanziava la Rai, con quali soldi e perché.  Se in questo paese il cosiddetto berlusconismo ha attecchito così bene è soprattutto perché un sacco di gente pensava e pensa che parlare di questo e quello non serviva e non serve, anche la questione delle escort che pagavamo noi per far divertire il satrapo erotomane per mesi è stata protetta anche a sinistra col velo della privacy, mentre come ha ben detto Travaglio si stava formando un sistema che va oltre berlusconi ma del quale pare non interessi a nessuno. I 400.000 euro dati da bondi per premiare l’attricetta bulgara al festival di Venezia li abbiamo pagati tutti. E abbiamo pagato anche la trasferta di 32 sconosciuti ospitati in grand hotel.
E chi è informato saprebbe che il regista di queste porcherie è berlusconi. Ma ovviamente non sono cose importanti, queste.

Tutti hanno sempre saputo tutto, non hanno mai avuto bisogno di chi gli raccontasse le cose, e si capisce benissimo dalle condizioni in cui è ridotta l’Italia.

L’impiglio

17 maggio: Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia

Ancora oggi, in una repubblica democratica del terzo millennio, c’è chi pensa che gli omosessuali siano persone non degne di avere quei diritti che ha chi omosessuale non è. 


E ancora oggi in Italia non c’è una legge specifica per tutelare le minoranze. 

E ancora oggi si consente a personaggi pubblici, a certi politici, di poter esprimere idee omofobe, violente e razziste e non succede niente, dopo.

In questo paese bisogna ribadire ogni giorno che l’omosessualità rientra nella NORMALITA’ della vita di tanta gente.

Tutto questo non è civile, non è normale, non è degno di una democrazia occidentale.

L’omofobia deve diventare un reato, perché esprimere idee omofobe significa incentivare atti violenti;  l’omofobia, come il razzismo e il fascismo non è una libera espressione del pensiero né un diverso punto di vista su una questione, come dire: panettone o pandoro, amatriciana o carbonara, carne o pesce.
L’omofobia è un crimine, è violenza che non deve trovare nessuna residenza in una società civile.

…O COSI’ O IL GOVERNO CADE
Pdl, tre minacce in un solo giorno

Ineleggibilità, il Popolo della Libertà contro Zanda che si dice pronto a votarla. M5S: noi ci siamo
Imu, Brunetta a Porta a Porta: “Riforma entro agosto anche per le imprese o addio esecutivo” (leggi)
Video – Longo: “Interdizione? Letta cade un minuto prima”. Ma B: “Patto con Pd chiude guerra civile”

Sottotitolo: ma che bel tipino Zanda, prima fa il cazzone e dice che che silvio in parlamento non ci può stare per la storia dell’ineleggibilità e appena la banda del bassetto ha alzato la voce ha ritrattato dicendo che è una sua opinione personale.
Ma un paese può stare nelle mani di gente così, può viaggiare sull’onda del ricatto di un  delinquente [sempre per sentenze] e delle sue minacce?

E qua parlano di vilipendio, di offese via web?  sono trent’anni che berlusconi è ineleggibile, la Costituzione è nata nel ’48; la norma sull’ineleggibilità risale al ’57, quindi significa che cinquantasei anni fa dei politici molto più lungimiranti e previdenti, che questo paese lo amavano davvero, avevano già messo nero su bianco che i possessori di media e mezzi di comunicazioni non potessero, ovviamente, logicamente e civilmente, avere gli stessi diritti di chi non lo era e lo è di partecipare alla politica da politici. 

Che la separazione fra controllori e controllati doveva essere una legge dello stato.

E oggi si parla di vaffanculi via web, di impedire le intercettazioni che sono uno dei sistemi investigativi più efficaci di lotta al malaffare, alla criminalità e alle mafie.
Pietà, e misericordia, anche.

Una minaccia al giorno [ma anche più d’una] ce la farà a togliere il governo da torno? io spero di sì. 
E mi dispiace per tutte le intellighenzie che pomposamente ci informano, ci avvertono quasi, che questo è il governo dell’ultima spiaggia per gli italiani perché a me, a naso e ad occhio pare invece che questo sia solo il governo dell’ultima salvezza per berlusconi.

Non c’è cosa che si possa anche e solo provare a dire nel merito di provvedimenti e di leggi senza che qualcuno dei cani da guardia a libro paga dell'”impigliato” non prometta che il governo cadrà “un minuto prima” che accada quella cosa o che qualcuno si metta in testa davvero di realizzarla. 

“Impiglio” è l’ultima frontiera della linguistica inventata da Napolitano per il bene della pacificazione e dell’abbassamento dei toni fino a far sparire proprio le parole per evitare accuratamente di pronunciare, a proposito dei politici disonesti, parole come “imputato, pregiudicato e condannato”.

E magari anche delinquente che non stonerebbe col pendant.

Ad esempio l’interdizione dai pubblici uffici relativa alla sentenza del processo allo “stile di vita” del puttaniere incallito: l’interdizione non è un capriccio della Boccassini, è un provvedimento legato al reato di concussione che ha commesso berlusconi, e se quell’interdizione gli spetta per diritto [di legge] lui e i suoi servitori [armati e non] devono accettare il verdetto della LEGGE e ringraziare anche tutti i loro dei che qui siamo in Italia dove non si è colpevoli prima del miliardesimo appello, grado di giudizio.

Perché se questo fosse stato quel bel paese normale che ogni giorno bisogna nominare stancamente come termine di paragone per la qualsiasi a proposito dell’Italia silvio berlusconi sarebbe GIA’ ospite delle patrie galere, perché i suoi comportamenti non sono riferibili ad uno “stile di vita” come piacerebbe a ferrara e alla santanché che ieri sera a Servizio Pubblico si sono prodotti nei consueti voli pindarici tesi alla difesa dell’amico dei loro cuori  e generalmente a tutti quelli che “ognuno a casa sua fa quello vuole”: sono reati. 

Pagare mazzette alla guardia di finanza per fare in modo che si distragga nei controlli fiscali è reato, rubare una casa editrice con la complicità di giudici compiacenti e pagati un tanto al chilo è reato, abusare del ruolo politico facendo pressioni ai funzionari di una questura è un reato, ottenere le grazie e i favori sessuali da ragazzine con la promessa dei soldi e della bella vita non è una concessione magnanima di un filantropo, è induzione alla prostituzione, e quei favori ottenuti non sono la scelta consenziente di ragazzine sciagurate e arriviste: è sfruttamento di quella prostituzione, dunque un reato.
Tutto questo ovviamente in un paese normale dove la legge non viene accomodata e acconciata in base all’esigenza dei potenti prepotenti delinquenti e in un paese normale dove la politica non si mette al servizio di un delinquente per consentirgli di violare la legge comodamente quando e come vuole.

Impigliato alzatevi
Marco Travaglio, 17 maggio

Nella vertiginosa regressione lessicale che ci sta portando rapidamente verso l’obiettivo “neuroni zero”, mancavano giusto un sostantivo e un aggettivo: li ha pronunciati il presidente Napolitano in una di quelle esternazioni quirinalizie che non si sa bene come qualificare (interviste? moniti? spifferi? sedute spiritiche? Boh). Si tratta di alcune sue frasi pubblicate tra virgolette dal direttore del Messaggero , Virman Cusenza, che lo scortava sull’aereo presidenziale da Roma a Genova, dov’era atteso per i funerali delle vittime della strage al porto. In quella selva di ovvietà da Banal Grande che tanto eccita la stampa nazionale (“portare avanti la barca tra i marosi, dare fiducia al Paese”, Letta “non si lascia intimidire da polemiche né da incidenti di percorso”, “molto misurato”, anzi “attentissimo”, come del resto “Saccomanni”, al discrimine “tra il fare e il non abbandonare il rispetto degli impegni”, “siamo sul filo del rasoio con Bruxelles”), sono affogati il sostantivo e l’aggettivo della neolingua inciucista. Il sostantivo è “moderazione”: “serve moderazione nelle aspettative delle misure economiche”. Il che, tradotto in italiano, significa che il governo non farà un bel nulla, visto che non c’è un euro e i presunti alleati litigano su tutto. L’aggettivo è “impigliato” che, nel nuovo dizionario dei sinonimi, sta per imputato. Dare dell’imputato a B. pare brutto: vedi mai che si incazzi e rovesci il governo del nulla. E allora si dice “impigliato”: “Capisco chi si trova impigliato”. Dove? “In processi e vicende giudiziarie di rilievo”, spiega il Cusenza. Ah ecco, il presidente della Repubblica “capisce” un leader di maggioranza, già tre volte premier, che “si trova impigliato” in quattro processi per corruzione di senatori, concussione e lenocinio minorile, frode fiscale, divulgazione di intercettazioni segrete di un avversario politico. Sono cose che possono capitare a tutti. Specie a chi corrompe senatori, intimidisca questure, paga prostitute minorenni, froda il fisco, divulga intercettazioni rubate. E allora zac!, si ritrova impigliato. E pazienza se, per molto meno, Dominique Strauss-Kahn ha rinunciato all’Eliseo. Il capo dello Stato – italiano, mica francese – capisce anche (“era nelle cose, nella natura”, scrive l’esegeta Cusenza) “le forze politiche che non rinunciano a reagire, ciascuna a modo suo”: anche con manifestazioni di piazza contro il terzo potere dello Stato. Però, fa notare, “meno reazioni composte arrivano, meglio è dal punto di vista processuale”. Nella sua immensa bontà e saggezza di padre, dispensa consigli ai difensori di B., casomai non fossero abbastanza, per favorire un miglior esito processuale all’illustre cliente imputato, anzi “impigliato”. Insomma, al presidente della Repubblica non importa sapere se l’uomo, l’ometto che ha mandato tre volte (direttamente o indirettamente) al governo e a cui ha firmato una dozzina di leggi vergogna è un corruttore, un concussore, uno sfruttatore di minorenni, un evasore fiscale e un violatore di segreti. Questo per lui si chiama – per usare il traduttore simultaneo Cusenza – “il macigno giustizia”: e, siccome “ce lo trasciniamo da anni” ed “è sempre stato all’ordine del giorno”, occorre che “tutti se ne facciano una ragione”. Come dire a un gioielliere che viene rapinato impunemente da anni: guarda, caro, visto che il macigno rapine ce lo trasciniamo da anni ed è sempre all’ordine del giorno, fattene una ragione. Anzi, la prossima volta risparmia la fatica al rapinatore e consegnagli spontaneamente la refurtiva; perché sai, i rapinatori non rinunciano a reagire, ciascuno a modo suo, e non vorrei che una reazione scomposta gli provocasse peggioramenti dal punto di vista processuale; perché io capisco chi si trova impigliato in vicende di rapina. E adesso non rompere perché devo occuparmi di chi mi ingiuria sul web, cioè dei veri reati di cui non riesco proprio a farmi una ragione.

3 maggio: Giornata internazionale della libertà di stampa e informazione

Naturalmente l’Italia, col suo 57° posto nella classifica internazionale di Report sans frontiéres  [l’anno scorso era al 61°], e in quella della Freedom House non è che le cose vadano tanto meglio, si può esimere dai festeggiamenti.

Laura Boldrini: “Sulla Rete campagne d’odio, è tempo di fare una legge” (Concita De Gregorio)

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Preambolo: mandare affanculo e sparare sono due cose diverse, ha detto vauro commentando una sua  vignetta ieri sera a Servizio Pubblico.
E se sparare è sempre sbagliato chi si veste coi panni del rappresentante di uno stato democratico che ripudia la guerra per Costituzione non dovrebbe dire che ci sono guerre giuste, giudicare irresponsabili e ancorché fiancheggiatori dei terroristi chi a quelle guerre si è opposto e si oppone come ha fatto varie volte Emma Bonino considerata, chissà perché, un personaggio politico di livello superiore.
Se la vita è ancora un valore universale dovrebbe esserlo per tutti, non ci sono situazioni che possono metterlo in discussione, chi spara lo fa per ammazzare, sia che indossi una divisa da soldato, da funzionario dello stato o la sua disperazione. La Bonino è un bluff democratico in cui è caduto perfino Lerner tutto contento che Emma sia stata nominata ministro degli esteri e che se lo merita perché “parla anche l’arabo”. E chissà con chi deve parlarci, in arabo.

 La risposta dello stato alla disperazione, al disagio sociale non è aumentare la protezione verso la politica raddoppiando e triplicando le scorte,  aumentando de facto le spese della politica e sottraendole, ça va sans dire, al sociale, quello in cui nasce e si alimenta la disperazione e tutte le sue conseguenze tragiche.

Quando uno stato guadagna fabbricando e vendendo armi, quando contribuisce alle guerre mandando il suo esercito a sparare nonostante una Costituzione che lo vieta, nessuno dei suoi rappresentanti dovrebbe permettersi di salire sul pulpito a dire che la violenza no, mai.

Questo lo possiamo dire noi che non fabbrichiamo e non vendiamo le armi, che non promuoviamo la giustezza della guerra e che mai accetteremmo di ammazzare gente per mestiere.

La biancofiore e micciché nella squadra di governo sono l’espressione della democrazia [quella esercitata sotto il ricatto di un malfattore] o un’istigazione alla violenza, almeno a quella mentale, nel senso che ognuno che conosca in che modo dovrebbe essere esercitata la democrazia può pensare quello che vuole?
Io mi riservo di pensare quello che voglio, e anche di dirlo e scriverlo, mi spiace per i fan sperticati dell’abbassamento dei toni e del linguaggio consono, ma finché in questo paese di consono non ci sarà niente a partire dalle sue rappresentanze più “alte” le conseguenze non possono e non potranno essere che queste.
Quando uno stato risponde al disagio sociale e alla disperazione aumentando la protezione alla politica, ostentando personaggi ambigui presentandoli come se fossero davvero statisti in grado di operare per il bene, non tutelando né dimostrando di preoccuparsi di chi è stato danneggiato, offeso, vilipeso da quello stesso stato bisognerebbe almeno piantarla con le ipocrisie.

In nessun paese normale un politico viene processato 24 volte, ha detto l’ottimo sallusti sempre da Santoro.
Ha ragione, nei paesi normali un politico che avesse accumulato una tale quantità di capi di imputazione da richiedere [sempre se questo fosse un paese normale. quindi esente da impedimenti più o meno legittimi e presidenti della repubblica che sgridano i magistrati invece degli imputati] la sua presenza ciclica nei tribunali in qualità di imputato, sarebbe stato fermato molto prima. E anche sallusti, se questo fosse un paese normale non avrebbe la possibilità di andare a pontificare in nessun talk show ma sarebbe a casa a riflettere sulla differenza fra informazione, diritto di critica e di cronaca e DIFFAMAZIONE, il reato di cui lui si è macchiato sei volte ma questo non ha impedito a Napolitano di concedergli il perdono istituzionale su cauzione. 
Ieri sera sallusti ha confermato che questo governo è nato sotto l’egida del ricatto di berlusconi come se fosse la cosa più normale del mondo, come se fosse normale che quella che doveva essere l’opposizione non si è mai opposta come ci ha ricordato un Travaglio superlativo, ma stamattina, sono sicura, ci sarà qualcuno che invece di guardare all’enormità del danno prodotto dalla politica di questo paese a questo paese preferirà criticare Santoro e Travaglio che “dicono sempre le stesse cose”, cosa che è del tutto naturale, se le cose sono le stesse da vent’anni.

“Ma che fai ahò, prima spari e poi dici chi va là?
Sentinella: è sempre mejo ‘n amico morto che un nemico vivo! 
Chi sete? semo l’anima de li mortacci tua! 
Sentinella: E allora passate!” [dal film La grande guerra, di Mario Monicelli]

Questi non hanno fatto nemmeno finta di sparare al nemico.
Sono passati direttamente all’annientamento dell’amico.

Marco Travaglio riepiloga la presunta guerra civile tra centrodestra e centrosinistra negli ultimi 20 anni.

In un paese collocato per libertà di stampa e informazione alle stesse posizioni di altri che almeno non si ammantano dell’aggettivo di democrazie ci mancano solo le leggi speciali per il riordino della Rete.
Non ci vuole nessuna legge speciale, evocatrice peraltro di periodi tristissimi, e tutti i paesi che hanno applicato restrizioni alla Rete secondo le loro leggi non si possono ascrivere nella categoria delle democrazie, in quella delle dittature sì.
Ci vorrebbe l’applicazione di leggi già esistenti, e se una pagina web veicola violenza, minacce, apologie di razzismi, fascismi, xenofobia e omofobia va chiusa e va denunciato il suo creatore, nonché i partecipanti consapevoli che contribuiscono alla diffusione di quella che non è libera espressione del pensiero ma un reato.
Vale per la pagina di facebook aperta dai soliti imbecilli frustrati in cerca di attenzione ma anche per quei siti tipo pontifex che, nello stesso modo diffondono odio e istigazioni alle violenze facendosi scudo con la croce di Cristo.
Ho imparato a diffidare della politica quando cerca di allungare le mani sulla Rete, anche se ufficialmente a fin di bene ma nascondendo in realtà la voglia di censura. Il web non ha bisogno di tutori terzi ma di responsabilizzazione individuale, da parte dei gestori di siti, portali e social network ma soprattutto di chi usufruisce dei servizi in Rete.

Perché poi se i parametri di libertà li stabilisce la politica sono guai.

 Non ho mai pensato che il web sia una zona franca ed esente da regole, anzi, essendo stata una vittima di quella “libertà” e pur avendo sperimentato personalmente cosa si prova ad essere molestati, minacciati continuo a rifiutare l’idea che si possano pensare leggi “speciali” per tutelare il quieto vivere virtuale.

Le leggi ci sono, basterebbe applicarle seriamente.

Il Portabugie
Marco Travaglio, 3 maggio

In questi tempi bizzarri accadono cose davvero strane. Càpita persino di ricevere lezioni di giornalismo e deontologia da Pasquale Cascella, giornalista di cui sfuggono i pensieri e le opere, ma non le parole e le omissioni. Giornalista dell’Unità a targhe alterne, Cascella fu portavoce di Napolitano presidente della Camera, poi di D’Alema premier (quando Palazzo Chigi divenne — Guido Rossi dixit — “l’unica merchant bank dove non si parla inglese”), poi di Violante capogruppo Ds alla Camera, poi di nuovo di Napolitano presidente della Repubblica. Dunque è Cavaliere di Gran Croce, Grand’Ufficiale e Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica, e ora candidato del Pd a sindaco della natìa Barletta. Ieri il Port. Cand. Cav. Gr. Cr. Grand’Uff. ha rilasciato un’intervista al prestigioso programma radiofonico La Zanzara: “La vicenda D’Ambrosio? Bisogna chiedere a Travaglio se non ha problemi di coscienza, per il modo in cui ha fatto informazione, non credo sia un modo di fare giornalismo. È stato un attacco mirato alla persona, a Napolitano. Mi chiedo come alcuni facciano informazione sul Fatto , come facciano a convivere con la propria coscienza e deontologia professionale, che nel caso D’Ambrosio è stata violata”. Questo monumento dell’informazione libera e indipendente si riferisce al magistrato Loris D’Ambrosio, come consigliere giuridico di Napolitano, sorpreso l’anno scorso dalle intercettazioni disposte dai giudici di Palermo sui telefoni di Nicola Mancino ad attivarsi, su richiesta dell’ex ministro indagato per falsa testimonianza, per deviare le indagini sulla trattativa Stato-mafia con pressioni sul procuratore antimafia Grasso e sui Pg della Cassazione Esposito e Ciani. Il Fatto , come tutti i quotidiani, pubblicò le telefonate, depositate e non più segrete. Criticò, come pochi quotidiani, le intromissioni del Quirinale in un’indagine In corso. E, come nessun quotidiano, diede la parola a D’Ambrosio con un’ampia intervista. D’Ambrosio disse di non poter rispondere sul ruolo di Napolitano mandante delle sue mosse (come emergeva dalle sue parole intercettate), perché era tenuto a un presunto “segreto” e a un’imprecisata “immunità” presidenziale. Ma s’impegnò a farlo se il capo dello Stato l’avesse svincolato. Il che purtroppo non avvenne: al posto suo intervenne Cascella per opporre il silenzio stampa. Il Fatto inviò le domande direttamente a Napolitano. Il quale rispose, con un dispaccio recapitatoci da un messo in motocicletta, che non intendeva rispondere. Però fece poi sapere che D’Ambrosio gli aveva offerto le dimissioni e lui le aveva respinte confermandogli “affetto e stima intangibili”. Anche quella fu una risposta ai nostri interrogativi, incentrati su una questione cruciale: quando D’Ambrosio svelava a Mancino di aver parlato a Grasso, Esposito e Ciani in nome e per conto del “Presidente” che “ha preso a cuore la questione” e “sa tutto”, millantava credito o diceva la verità? Il fatto che Napolitano gli confermasse fiducia significa che D’Ambrosio non millantava: obbediva agli ordini. Dunque tutto ciò che ha fatto, conseguenze comprese, è responsabilità di Napolitano (e Mancino). Forse tutto sarebbe ancor più chiaro se il Colle avesse divulgato il contenuto delle quattro telefonate Napolitano-Mancino, anziché scatenare la guerra termonucleare ai pm di Palermo per farle distruggere, a maggior gloria dell’inciucio. Non contento, quando D’Ambrosio morì d’infarto, Napolitano tentò di scaricare la colpa su chi l’aveva criticato. Ora il Port. Cand. Cav. Gr. Cr. Grand’Uff. Cascella ci riprova. Ma sbaglia indirizzo. Noi siamo a posto con la nostra coscienza, avendo esercitato il dovere di cronaca, il diritto di critica e di replica.

Chissà se può dire altrettanto chi usò D’Ambrosio come scudo umano e parafulmine.

Ma in Italia, oltre al principio di responsabilità, è stata abolita anche la vergogna.