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Archivi tag: Nino Di Matteo

E lo sventurato rispose

Sottotitolo: le parole più dure andavano dedicate a chi, ancora una volta, ha messo l’Italia in una posizione vergognosa di fronte al mondo intero.
E invece si preferisce adottare il metodo “un po’ di qua un po’ di là”.
La politica si comporta male, delinque, deve smetterla MA.
Come un padre che sgrida il figlio discolo poi per par condicio, per non mortificarlo troppo, fa la ramanzina anche al figlio che ubbidisce. Se quello poi s’incazza ha ragione.
“Patologia eversiva” sono parole pesantissime che Napolitano ha indirizzato verso l’obiettivo sbagliato. Eversione è far partecipare un delinquente al tavolo delle decisioni, è aver trovato ogni tipo di alibi e giustificazione per rendere normale l’anormalità di tre anni di legislature imposte, non volute e scelte dal popolo come Costituzione comanda.
E non può mai essere eversione, tanto meno patologica, chi a tutto questo si ribella.

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E’ arrivato il supermonito: colpa della politica ladra e corrotta? No, come sempre fra le guardie e i ladri l’occhio di riguardo è per questi ultimi.

Non è colpa dei ladri se sono ladri ma di chi se ne accorge. Più o meno le stesse cose le aveva dette il 25 aprile di due anni fa: il refrain è sempre lo stesso, non è mai colpa della politica ma sempre e solo di chi la critica, la giudica, le si oppone. Napolitano da bravo alto funzionario del sistema deve difenderlo con tutti i mezzi, soprattutto con la menzogna. Di fronte ad uno degli scandali politici più grave di tutti i tempi il presidente che ha a cuore la sorte del paese, dei cittadini, della repubblica e della democrazia avrebbe fatto tutt’altro discorso, ma la parola d’ordine more solito è il depistaggio, portare il ragionamento altrove dal problema. C’è da capirlo: tutta colpa di chi ha rovinato la bella intesa “mafia-criminalità-politica”.
Il repulisti destabilizza, effettivamente la ricerca dell’onestà in politica è un po’ eversiva in un paese dove deve sempre arrivare la magistratura a fare quello che dovrebbe fare la politica.
C’è il rischio che chi non ha capito fino adesso stavolta capisca.
Meglio mettere le mani avanti.

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Giorgio Napolitano: “Critica alla politica è degenerata in patologia eversiva”.

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La vera patologia che affligge questo paese da sempre è l’incapacità della politica ad essere onesta. Il monito di Napolitano fa il paio con le critiche di Franceschini ai manifestanti alla Scala di tre giorni fa: non è la politica ad essere degenerata, corrotta, sempre invischiata in affari sporchi, una politica che da vent’anni –  solo perché quelli di prima erano almeno presentabili –  ha reso l’Italia lo zimbello del mondo ma chi vorrebbe vivere in un paese normale, dove i ladri fanno i ladri e i politici, i politici. E dove i politici mandano in galera i ladri, non gli fanno riscrivere la Costituzione.

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Nell’Italia prima in classifica in Europa per corruzione il presidente del consiglio che voleva il daspo per i politici indagati ma poi fa le riforme con quello addirittura plurindagato per reati come truffa e corruzione Verdini e con l’altro condannato per frode allo stato berlusconi, pensa che sia il caso di inasprire le pene per i reati legati alla corruzione solo davanti al più gigantesco scandalo di corruzione e criminalità politica dopo tangentopoli. 

Il presidente del consiglio che è anche segretario di quel pd che solo qualche giorno fa ha negato l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni di Azzollini, senatore Ncd indagato per associazione a delinquere, truffa allo stato, frode in pubbliche forniture, abuso d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
La scoperta delle torture inflitte dalla CIA su terroristi e presunti tali, molti infatti erano innocenti, l’ha fatta il Senato americano, non la magistratura.
Ecco che torna di nuovo il pensiero di Paolo Borsellino: sulla delinquenza politica la politica deve intervenire prima dei giudici, perché quando intervengono loro i danni sono ormai incalcolabili.
Il danno più grave prodotto da questa politica complice del malaffare in prima persona o perché non l’ha voluto/potuto/saputo contrastare è principalmente la perdita di fiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Chi può credere infatti che nel cosiddetto patto del Nazareno Renzi possa inserire provvedimenti severi per quei reati che berlusconi è riuscito a minimizzare fino a farli sparire come il falso in bilancio?
Le nozze coi fichi secchi non si possono fare, e nemmeno si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, se Renzi vuole essere credibile non può chiedere la collaborazione di Verdini e berlusconi per mandare in galera i politici ladri e i corrotti.

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Il tutorial di Matteo Renzi per sconfiggere la corruzione in quattro minuti – Christian Raimo

Lo spot di Matteo Renzi sulla corruzione, il video di quasi quattro minuti che è sul sito del governo, cerca di rimediare alla crisi di credibilità che nell’ultima settimana ha colpito il Partito democratico con l’apertura dell’inchiesta su Mafia capitale.

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Le vignette di Riccardo Mannelli.

Il sistema criminale fascista e mafioso nel quale Carminati aveva un ruolo di prim’ordine non gradisce il giornalismo di inchiesta, proprio come la politica che non minaccia di “fratturare la faccia” ai giornalisti ma il metodo persuasivo, quello della querela temeraria ad esempio col quale il potente tenta di scoraggiare i giornalisti che hanno l’ardire di indagare sulla politica disonesta non è meno violento.

Solidarietà a Lirio Abbate per minacce di Carminati. – Articolo 21

Carminati non era fuori perché come ha detto giorni fa il suo avvocato aveva estinto il suo debito con la giustizia ma perché in passato ha potuto beneficiare di sette sconti di pena e per ben tre volte del provvedimento pietoso, quell’indulto pensato per i poveri cristi ma che poi mette fuori anche i grandi barabba.
In questo paese funziona così: la politica e i governi fanno leggi per riempire le carceri coi poveri cristi, poi quando le carceri sono troppo piene perché quelle leggi sono sbagliate, mandano in carcere chi non ci dovrebbe andare tirano fuori i provvedimenti di emergenza, così di quel tana libera tutti possono usufruire anche quelli come Carminati, terrorista, eversore, fascista, criminale comune con precedenti che in qualsiasi paese normale gli avrebbero garantito la galera a vita.
In questo paese la politica e i governi evitano accuratamente di fare leggi necessarie tipo quella sulle torture che l’Europa chiede da svariati anni, quelli che vengono dopo si guardano bene dal ripristinare quelle eliminate da quelli che c’erano prima tipo il falso in bilancio, di fare le leggi che quelli di prima non avevano potuto fare per non andare contro gli interessi di un delinquente elevato a statista ma poi tutta la politica e tutti i governi fanno annegare l’Italia in un mare magnum di leggi inutili e ancorché incostituzionali come la bossi fini e la fini giovanardi che sono state la causa principale di quel sovraffollamento delle carceri col quale poi si giustificano i provvedimenti cosiddetti di clemenza invocati dal papa e da Napolitano. Provvedimenti che tutta la società civile poi accetta con commozione perché pensa alla libertà del povero cristo, il quale nella stragrande maggioranza dei casi verrà ribeccato a delinquere e non al grande barabba che non ha mai smesso nemmeno quando era in carcere.
E con questi presupposti Renzi si vanta che non lascerà Roma ai criminali, a quelli che lui non chiama mafiosi perché è un termine che non gli esce mai dalla bocca ma “tangentari all’amatriciana”: in effetti il suo patto con berlusconi fa pensare che nelle sue intenzioni ci sia quella di lasciare ai criminali non solo Roma ma tutta l’Italia.

Mafia: un affare di stato [il monito oscuro]

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C’è poco da inquietarsi per le cazzate di Grillo: se lo stato ha pensato che fosse opportuno entrare in trattativa con la mafia evidentemente ha riconosciuto alla mafia non solo una morale ma perfino il diritto di residenza.

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Succede solo in Italia.

Solo in Italia il presidente della repubblica può testimoniare in un processo per mafia da diretto interessato, può chiedere e ottenere che una parte significativa della sua vita politica possa essere nascosta ai cittadini che rappresenta.
Così come andò per le intercettazioni delle telefonate con Mancino distrutte dopo qualche ora dalla sua seconda elezione, anche questa la prima della storia di questa repubblica perché il contenuto fu giudicato irrilevante ma noi non sapremo mai se è vero, anche oggi Napolitano ha potuto imporre i suoi diktat, ovvero pretendere la testimonianza occulta che gli è stata concessa nonostante e malgrado la Costituzione non preveda che un cittadino possa scegliere di mettersi in una posizione superiore a quella degli altri.
Questo paese è una farsa, quello che succede qui non potrebbe accadere in nessun altrove dove la democrazia, la legge uguale per tutti, vengono messe in pratica anche coi potenti. Anzi, soprattutto con loro.
Mi chiedo, alla luce di questa vicenda di cui molti purtroppo non percepiscono la gravità, che senso abbia parlare ancora di politica.
Un presidente della repubblica che deve testimoniare in un processo di mafia si dovrebbe dimettere quattro minuti dopo ché cinque già sono troppi.
Solo perché non lo ha fatto prima.

 

“Si conosce solo l’orario d’inizio. Le dieci di stamattina, nella sala del Bronzino nota anche come “sala oscura”, perché non ha finestre sul mondo esterno. Poi tutto quello che accadrà al piano nobile del Quirinale sarà ignoto, in una sorta di blackout di stampo nordcoreano. Persino la disposizione di persone, una quarantina, tavoli e poltrone non è ammesso sapere. Giorgio Napolitano testimonierà al “buio” sulla trattativa tra Stato e mafia. Fino all’ultimo si sono moltiplicati gli appelli per dare trasparenza all’esame davanti alla Corte d’Appello di Palermo, in trasferta eccezionale a Roma. Il più autorevole ieri sul Corriere della Sera , a firma del quirinalista di via Solferino, Marzio Breda. Sembrava così che in giornata si fosse aperto uno spiraglio, ma alle sei di sera dagli uffici del consigliere per la stampa e per la comunicazione la risposta è stata laconica: “Non sono ammessi giornalisti”. Stop. [Il Fatto Quotidiano]

«Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire» [Napolitano scrive alla Corte d’Assise di Palermo, 25 Novembre 2013]

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In questo paese, spiace per i detrattori tout court, il problema non è Grillo che lancia la sua ennesima boutade sulla mafia ma è uno stato che con la mafia ci ha trattato per ragioni sue e che non sono – evidentemente – quelle di chi per combattere la mafia è morto né le nostre di cittadini che abbiamo il diritto di sapere quanto è stato ed è coinvolto e in che misura il presidente della repubblica di questo paese nella trattativa con la mafia tutt’altro che presunta.
Un chiarimento che non avverrà perché intorno al presidente della repubblica è stato steso un cordone protettivo, una censura intollerabile per una democrazia, qualcosa che in qualsiasi altro paese democratico nessuno avrebbe mai potuto pensare di poter fare ma in Italia sì.
Ecco perché vi prendono e ci prendono per il culo quando fanno credere che il problema sia quello che dice Grillo e non quello che ha fatto e fa lo stato.
E chi guarda con commozione e rispetto alle vittime della mafia di questo paese, quelli che Grillo è sempre brutto e cattivo dovrebbero ricordarsi che oggi, a distanza di anni, dal periodo in cui la mafia faceva saltare i palazzi e le autostrade, scioglieva i bambini nell’acido c’è un presidente del consiglio che insieme ad un amico stretto della mafia, quella montagna di merda lì, può invece rovesciare le fondamenta di questa nostra già fragilissima democrazia. E lo farà.

 

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Per chi è abituato a parlare quando nessuno glielo chiede e vieppiù quando nemmeno dovrebbe, rispetto a situazioni e contesti in cui non è richiesto il suo autorevole parere [anzi], non dovrebbe essere difficile rispondere a una ventina di domande su qualcosa che invece lo riguarda eccome e che conosce bene.
Mai vista, ma soprattutto sentita già dalla voce tanta servile deferenza da parte dei giornalisti costretti a dire, per dare il minimo sindacale delle notizie, che oggi Napolitano dovrà rispondere ai magistrati di Palermo quale teste nel processo sulla trattativa stato mafia; magistrati dei quali è il capo supremo e quindi da lui sarebbe stato naturale aspettarsi un atteggiamento non ostile ma rispettoso di quello che la magistratura rappresenta, Napolitano dovrebbe essere l’esempio per tutti e la risposta a chi per decenni ha insultato la magistratura colpevole di fare quello che fanno i giudici in tutti i paesi civili: processare imputati accusati di reati e assolverli o condannarli sulla base dell’evidenza delle prove.
In questo paese c’è un sacco di gente nei settori che contano, soprattutto quello dell’informazione, ben disposta ma soprattutto predisposta naturalmente ad inchinarsi al potente e a fare in modo che non abbia di che preoccuparsi di nulla, gente che anticipa gesti di servilismo non richiesto, gente che rispetto a quello che accadrà oggi ne ha dette di ogni, inventandosele anche, per convincere gli italiani che non è normale che s’interroghi il presidente della repubblica in un processo di mafia, mentre l’anormalità è esattamente il contrario, ovvero non è normale che possa diventare presidente della repubblica un personaggio che ha dei trascorsi di coinvolgimento tale da rendere necessaria la sua testimonianza in un processo di mafia. Un evento mai successo prima nella storia di questo paese.

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Oggi è ancora più chiaro che gli investitori stranieri rinunciano all’Italia quale partner economico perché c’è l’articolo 18 e perché scioperano gli assistenti di volo per fare un dispetto al cretinetti amico del bugiardo seriale.
Non lo fanno mica perché questo era, è e resterà a dispetto di chiunque andrà al potere il paese zimbello del mondo. Credevate che fosse finita con berlusconi eh? Io però l’avevo detto, perché berlusconi continua a non essere la causa ma la conseguenza della mancanza di una netta presa di posizione dello stato contro le organizzazioni mafiose. Chi in questo paese  ha provato a combattere la mafia sul serio è morto ammazzato dalla mafia dopo essere stato abbandonato, lasciato solo da quello stato che avrebbe dovuto garantire e tutelare i veri servitori dello stato, non trattare con l’antistato. La solitudine è uno dei temi ricorrenti di tante affermazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato per fortuna nostra e loro ancora vivi sono stati abbandonati dallo stato nonostante le ripetute minacce da parte della mafia e, nel caso di Scarpinato anche da pezzi dello stato corrotti. I Magistrati antimafia di questo paese accerchiati e impediti non solo dalle organizzazioni criminali che contrastano ma anche dallo stato che dovrebbe agevolarli nel lavoro ma non lo fa perché evidentemente non può. Il perché non può è scritto a chiare lettere anche nelle attività pubbliche che hanno a che fare con lo stato. Domenica sera Milena Gabanelli in un’altra puntata di Report da far studiare ai ragazzini a scuola ci ha raccontato che sono mafia, corruzione e criminalità tutte quelle cose che vengono ammantate con la definizione di grandi opere, mentre altro non sono che il furto reiterato e perpetuato dallo stato ai danni dei cittadini che non hanno bisogno di opere grandi ma delle necessità quotidiane che vengono negate, perché le risorse che uno stato serio dovrebbe investire a favore delle esigenze e dei bisogni del paese vengono invece canalizzate in quell’altrove che poi si traduce nei rapporti fra le istituzioni che rappresentano il paese con la malavita ordinaria, quella che ha, evidentemente, mezzi e strumenti per tenere sotto ricatto quei rappresentanti dello stato che peraltro non oppongono mai resistenza: s’offrono. Ed ecco che la mafia non fa più saltare autostrade e palazzi perché non è più necessario, perché c’è chi garantisce anche alla mafia la possibilità di continuare ad essere in una tranquilla convivenza, quella che auspicava Lunardi l’ex ministro di un governo di berlusconi: l’amico di dell’utri e di mangano, persone non vicine alla mafia ma proprio dentro la mafia.

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Nota a margine: Se ci fosse un giornalismo degno in questo paese si eviterebbero anche un mucchio di polemiche inutili, perché le persone si fiderebbero di quello che leggono sui giornali e di ciò che viene riportato dai telegiornali.
Io non sono pagata per scrivere quello che vedo e le relative opinioni su quello che accade, chi si esprime da una radio, dalle televisioni e sui giornali sì: viene pagato non per raccontare cose, perlopiù balle, menzogne e falsità basandosi sulle sue simpatie ma su quello che realmente le persone dicono e fanno.
Per fare chiarezza e perché la gente capisca e possa poi costruirsi un’opinione il più possibile vicina alla realtà, non per armare casini e polemiche di cui si parlerà giorni e giorni ovunque: per radio, in televisione, sui giornali e che trasformano i social nella consueta arena da derby.
Questo piccolo preambolo solo per dire che servi non si nasce, lo si diventa, ma volendo si può anche decidere di smettere: come con l’alcool, il fumo e tutte le dipendenze che rischiano di avere poi delle ricadute sulla collettività, come la propaganda oscena che molti fanno dai canali che hanno a disposizione.
La propaganda è un male sociale, un danno collettivo e sarebbe l’ora e anche il caso che un certo giornalismo abituato a servire i vari padroni pensi ad un modo onesto per guadagnarsi lo stipendio facendo quello che fa normalmente il giornalismo nei paesi semplicemente normali; mettersi al servizio dei cittadini, non del padroncino di turno.

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Al cittadino non far sapere – Marco Travaglio, 28 ottobre

L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbatté il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca. Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia. Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo. Hanno ribaltato la verità, trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle.

Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare. Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire). Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati. E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini).   Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia. Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà, suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”. Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà o non dirà il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali” dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”. Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali. Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle.   Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”. Già: il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi” fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano. Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone poté farsi un’idea della sincerità del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto. Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà nessuno, perché non sarà neppure filmata. Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”. Chissà come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.

 

 

 

 

Semel in anno licet insanire [una volta l’anno è lecito impazzire]

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Le belle parole senza le azioni a seguirle, significano solo ipocrisia.

Non c’è pace senza giustizia,  e in un paese dove lo stato tratta, patteggia, riduce le pene ai criminali, li fa sedere perfino al tavolo della politica, non li condanna ma se li tiene da conto, non potrà mai esserci né pace né giustizia. E nemmeno libertà.

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Capaci di memoria | 23 maggio 1992 – 23 maggio 2014

“Giovanni Falcone è “attuale” al cospetto di un capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che mise nel tritacarne mediatico e istituzionale, senza tradire il benché minimo rossore, un pugno di magistrati palermitani che avevano deciso – prima coordinati da Antonio Ingroia, poi da Nino Di Matteo – di raccogliere il meglio dell’eredità falconiana indagando sulla “trattativa” Stato-Mafia. Giovanni Falcone resta “attuale” in un Paese in cui, un capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha preteso e ottenuto che le sue telefonate con l’indagato Mancino Nicola fossero mandate al macero”.

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Chi piagnucola davanti ai ragazzi della nave della legalità è lo stesso presidente che si dimenticò di dare un sostegno anche e solo di parole a Nino Di Matteo, giudice antimafia minacciato di morte dalla mafia? 
Lo stesso che nel ventennale della strage di Capaci disse che “lo stato vent’anni fa non si lasciò intimidire” mentre nel governo c’era l’amico dei mandanti delle stragi di mafia? Lo stesso che si rifiuta di collaborare al processo sulla trattativa tutt’altro che presunta fra la mafia e lo stato? E alfano, incredibilmente e ancora ministro dell’interno che parla di legalità è lo stesso che ha sostenuto, e lo fa ancora, non fatevi ingannare dalle apparenze, l’amico dei mafiosi, di dell’utri, dell’eroe mangano? E Renzi, attuale presidente del consiglio, quello che dice ad altri “giù le mani da Berlinguer”, come se lui invece ce le potesse mettere, è lo stesso che ha fatto accordi in profonda sintonia con l’amico della mafia? È questo lo stato forte che non si lascia intimidire e combatte la mafia, l’illegalità? 

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“Giovanni, amore mio sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me, come io spero di rimanere viva nel tuo cuore. Francesca” [Biglietto di Francesca Morvillo a Giovanni Falcone, ritrovato nella cancelleria del Tribunale di Palermo]

Povero Giovanni, tradito e insultato da vivo e da morto. Da morto per lo stato, per questo stato.

Punito per non aver commesso il fatto

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Napolitano, un paio di giorni fa: “non si tratta coi facinorosi violenti”.
Coi delinquenti socialmente pericolosi però sì.
Se po’ ffà’.

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Quello che ha punito Gennaro De Tommaso detto Genny [le carogne vere sono altre, come ci ricorda stamattina Marco Travaglio]  è un provvedimento discriminatorio e fascista fondato sul nulla, deciso da un ministro dell’interno che è andato per due volte, commettendo il reato di eversione, davanti e dentro i tribunali a chiedere libertà per berlusconi. In Italia circola ancora a piede libero un diffamatore seriale che ha messo a rischio l’incolumità fisica e la reputazione umana e professionale di un giudice oltraggiandolo con la menzogna per sei anni dalle pagine di un giornale che è stato graziato da Napolitano, lo stesso che due giorni fa invocava la legalità allo stadio. Alfano dovrebbe spiegare in base a quale reato ha interdetto gli stadi per cinque anni a De Tommaso. Quale sarebbe il reato e l’istigazione  nella frase “Speziale libero”.  In quale paese libero, democratico e con una Costituzione che chiede, ordina la libertà di espressione si può limitare la libertà di un cittadino solo per aver espresso un’opinione discutibile, odiosa quanto si vuole ma che non istiga a nessuna violenza, non richiama ad atti violenti con cui chiede la libertà di un detenuto condannato fra l’altro dopo un processo e una sentenza con molti punti oscuri tant’è che la Cassazione ha stabilito che il processo che ha condannato Speziale per l’omicidio Raciti è da rifare da capo.

De Tommaso, che ha mantenuto l’ordine dentro uno stadio evitando il peggio, ovvero si è sostituito allo stato che non lo sa fare,  ha pagato la figura di merda di uno stato che coi criminali di ogni ordine e grado ci ha sempre trattato salvo poi blaterare di lotte alle varie criminalità, organizzate e non.

Gennaro De Tommaso, alias Genny, è stato inibito per cinque anni dagli stadi mentre un criminale socialmente pericoloso se ne va ancora in giro a piede quasi libero, fatta eccezione che per poche ore di notte e può imperversare nelle televisioni a dire quello che gli pare. 
Francantonio Genovese non viene ancora estromesso dal parlamento perché non si riesce a trovare un attimo di tempo per decidere il destino di uno che dovrebbe stare in galera, altroché Daspo per cinque anni.
Io credo che finché non si metterà fine a questo corto circuito di inciviltà, di disuguaglianza nel metodo non ci saranno proprio gli estremi, gli ingredienti per qualsiasi discussione che abbia un senso.
Cinque anni di limitazione di libertà a De Tommaso, condannato per il reato di checazzoneso e berlusconi condannato alla galera vera invitato nei palazzi a fare le leggi e le riforme della Costituzione. Questo non è un paese, è un’arena in cui tanta gente vuole vedere il sangue degli ultimi.  A me non frega niente se De Tommaso va allo stadio o no ma m’interessa e molto che un criminale possa ancora decidere della vita di mio figlio.

In Italia e da sempre abbiamo la classe politica e dirigente peggiore al mondo ma anche una buona parte di cittadini peggiori del mondo se, per soddisfare l’esigenza di giustizia gli basta la punizione al tifoso violento, che poi mi piacerebbe sapere quale violenza avrebbe esercitato Gennaro De Tommaso detto Genny nei fatti di sabato sera all’Olimpico.
La maglietta con la scritta? E’ un’opinione, per molti discutibile, inaccettabile ma nessuno dovrebbe vietare a nessun altro di poter esprimere con una provocazione un proprio pensiero. In Italia, paese antifascista per Costituzione e dove il fascismo è stato messo al bando, fuori legge, si dà ancora la possibilità a gruppi di nazifascisti di riunirsi – occupando pezzi d’Italia, il paese antifascista – in simpatiche manifestazioni; ci sono esercizi commerciali, banchetti al mercato che possono esporre e vendere vessilli fascisti, bottiglie di vino e altre chincaglierie con frasi e immagini inneggianti al duce, a Predappio ogni anno va in scena l’orrido teatrino della commemorazione del capoccione ma nessuno ha mai pensato di fare una legge che lo vieti, di sanzionare l’amministrazione politica di Predappio né di far chiudere per cinque anni il negoziante che vende quegli oggetti.
Eppure, si potrebbe e si dovrebbe.

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Lo Stato Carogna
Marco Travaglio, 7 maggio

Chi pensava che i peggiori pericoli per i magistrati antimafia venissero dalla mafia, soprattutto dopo le condanne a morte pronunciate da Riina, si sbagliava. Le minacce più insidiose arrivano sempre dal Palazzo. Il Csm – l’organo di autogoverno della magistratura che dovrebbe garantirne l’autonomia e l’indipendenza – ha inviato una circolare a tutte le Dda, cioè ai pool antimafia delle varie procure per raccomandare che ai pm che si sono occupati per 10 anni di mafia, camorra e ‘ndrangheta non vengano assegnate nuove inchieste in materia. Il diktat calza a pennello sulla Dda di Palermo, dove i principali pm titolari delle nuove indagini sulla trattativa Stato-mafia (rivolte al ruolo dei servizi segreti e della Falange Armata) hanno potuto finora occuparsene perché “applicati” dal procuratore Messineo. Nino Di Matteo è “scaduto” dopo i 10 anni canonici nel 2010, trasferito dalla Dda al pool “abusi edilizi” e da allora “applicato” per proseguire il lavoro sulla trattativa; Roberto Tartaglia l’ha seguito qualche tempo dopo; fra un mese scadrà anche Francesco Del Bene. La norma demenziale è contenuta nell’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella del 2007, che appiccica ai pool specializzati delle procure (mafia, reati fiscali e finanziari, ambientali, contro la Pubblica amministrazione, contro le donne e i minori, ecc.) un bollino di scadenza come agli yogurt: appena raggiungono 10 anni di esperienza, cioè diventano davvero capaci ed esperti su una materia, devono smettere e occuparsi d’altro. Una mossa geniale: come se un’azienda, dopo aver impiegato tempo e risorse per formare un dirigente, lo spedisse a fare altre cose perché è diventato troppo bravo. Vale sempre il detto di Amurri e Verde: “La criminalità è organizzata e noi no”. Se la legge fosse stata già in vigore nel 1992, Cosa Nostra avrebbe potuto risparmiare sul tritolo evitando le stragi di Capaci e via D’Amelio, visto che quando furono uccisi Falcone e Borsellino indagavano sulla mafia da ben più di due lustri. Negli anni scorsi il bollino di scadenza ha falcidiato i pool antimafia di Palermo, Bari e Napoli, quello torinese creato da Raffaele Guariniello sulla sicurezza, la salute e l’ambiente (processi Thyssen, Eternit, doping…), quello milanese coordinato da Francesco Greco sui crimini economici (Parmalat, scalate bancarie, Enel, Eni, San Raffaele, grandi evasori). P
er non disperdere enormi bagagli di esperienza e memoria storica, i procuratori capi tentavano di limitare i danni “applicando” i pm scaduti a singole indagini. Ora, con la circolare del Csm, cala la mannaia anche su quella possibilità. Col risultato che una materia delicata e intricata come la trattativa, che richiede conoscenze ed esperienze approfondite, sarà affidata a pm che mai se ne sono occupati, privi dunque di qualunque nozione sul tema e magari ammaestrati da tutti gli attacchi (mafiosi e istituzionali) subìti dai colleghi che hanno osato scoperchiarla. Il fatto che Di Matteo sia il nemico pubblico numero uno tanto di Riina quanto del Quirinale non lascerà insensibile chi dovrà raccoglierne l’eredità. Magari toccherà a qualcuno dei neomagistrati che Napolitano ha arringato l’altroieri col solito fervorino alla “pacatezza”, al “rispetto”, addirittura all’“equidistanza” (testuale), contro il “protagonismo” e gli “arroccamenti”, per “chiudere i due decenni di scontro permanente” e “tensione” (fra guardie e ladri, fra onesti e mafiosi).
Non contento, il presidente più incensato e leccato del mondo (dopo Mugabe) ha poi evocato fantomatiche “aggressioni faziose” ai suoi danni, che il Corriere – sempre ispirato – attribuisce proprio a Di Matteo&C. per “intercettazioni illegali nell’inchiesta sulla trattativa”. Naturalmente le intercettazioni erano perfettamente legali, disposte da un giudice sui telefoni dell’indagato Mancino che parlava con il Quirinale. Ma anche questa ignobile calunnia sortirà prima o poi l’effetto sperato. Nessuno s’azzarderà mai più a intercettare un indagato per la trattativa: potrebbe parlare con il capo dello Stato.

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Il legale degli ultrà: “Legittime le magliette” 

«Da sempre tifoso della Roma e frequentatore della curva dell’Olimpico», Lorenzo Contucci ha cominciato a occuparsi di Daspo per caso, sollecitato da conoscenti. Dopo centinaia di casi seguiti in tutta Italia, è diventato l’avvocato italiano più esperto in materia, tanto che una nota casa editrice gli ha chiesto di scrivere un compendio giurisprudenziale con i ricorsi che ha trattato. 

 

Quale fu il primo caso?  

«Un tifoso aveva ricevuto un avviso di procedimento per un Daspo alquanto vago, senza alcuna indicazione su quando, come, perché… Andammo al Tar, che lo annullò, stabilendo un primo principio di garanzia». 

 

Il caso più strano?  

«Quello dei tifosi della Roma a cui arrivò un Daspo per non aver pagato il biglietto del treno. Naturalmente il Tar annullò». 

 

Che cosa pensa dell’evocazione del modello inglese, che ha sconfitto gli hooligans?  

«Magari! In Inghilterra il Daspo viene deciso da un giudice, non dalla polizia. È un modello molto più garantistico». 

 

Quali sono i punti più critici in Italia?  

«Si sono succedute molte modifiche legislative pessime. La peggiore quella del governo Prodi nel 2007: prima il Daspo richiedeva una condanna o almeno una denuncia, ora si può fare anche senza». 

 

Qual è la conseguenza?  

«A me non è mai capitato un Daspo successivo a condanna. In genere arriva dopo una denuncia. Nel 50 per cento dei casi, il tifoso viene poi assolto nel processo, ma nel frattempo ha già scontato il Daspo: un’ingiustizia. Ma se non c’è nemmeno una denuncia alla base del Daspo, il tifoso non può sperare di ottenere un’assoluzione da un giudice penale. Il Daspo gli resta addosso senza possibilità di difendersi: un’ingiustizia al quadrato». 

 

E la durata?  

«All’inizio il limite massimo era un anno, poi fu portato a tre, ora sono cinque anni. Nei processi a rapinatori e spacciatori non mi è mai capitato un obbligo di firma così lungo. Ma evidentemente la pericolosità dei tifosi è ritenuta dal Parlamento superiore».  

 

Che ne pensa dell’idea di Alfano del Daspo a vita? 

«Incostituzionale. Le misure di prevenzione si basano su un giudizio di pericolosità attuale. Non è ammissibile una presunzione di pericolosità a vita, tanto è vero che non esiste la sorveglianza speciale a vita nemmeno per i mafiosi».

E della proposta di Daspo collettivo? 

«Non capisco che cosa voglia dire, ma forse è il caso di riparlarne dopo le elezioni. I politici italiani, anche con responsabilità di governo, parlano spesso di cose che non conoscono. Compresa la Costituzione».

Che cosa pensa del Daspo per chi indossa la maglietta pro Speziale? 

«Appunto che non si conosce la Costituzione. La libertà di manifestazione del pensiero, quando non diventa apologia di reato, è protetta dall’ombrello dell’articolo 21. Quella maglietta non inneggia all’uccisione di Raciti, ma sostiene l’innocenza di Speziale. Cosa che è legittimo fare anche se c’è una sentenza contraria. Ci sono già diverse pronunce di Tar e giudici ordinari che affermano questo principio, annullando Daspo a tifosi per striscioni di solidarietà a Speziale, ma si finge di ignorarle».

Perché, secondo lei? 
«Perché io difendo il quisque de populo. Ma se si stabilisse il principio che chi contesta una sentenza merita un Daspo, come farebbe Berlusconi ad andare ancora allo stadio?».

 

 

Ingroia? non è normale, andrebbe ricoverato: così parlò il mafioso [ex] latitante

Inserito il

Sottotitolo: il partito dell’amore, fondato da un mafioso, guidato da un delinquente abituale e votato da masse di imbelli e mentecatti che secondo qualcuno meritano rispetto e una loro rappresentanza politica. Per questo dobbiamo sopportare un presidente della repubblica e uno del consiglio che trattano, concedono udienza, riconoscendo dunque una dignità politica che non merita più, semmai l’abbia mai meritata, ad un interdetto e giudicato decaduto da senatore qual è l’amico fraterno, inseparabile di un mafioso condannato per frode allo stato. Uno che non può nemmeno votare.
Una catena di affetti che non si può interrompere.

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Vittorio Mangano, l’eroe di berlusconi e di dell’utri perché capace di tenere la bocca chiusa, era già un mafioso quando venne assunto da berlusconi su suggerimento di dell’utri in qualità di stalliere.  In  quel periodo, molto prima della famosa discesa in campo,  aveva già collezionato tre arresti,  denunce,  condanne  e una diffida con segnalazione di  “persona pericolosa”. Ma nonostante questo sia berlusconi che dell’utri hanno sempre detto di non essere a conoscenza delle sue attività delinquenziali. Dichiarazioni smentite dal tribunale di Palermo che affermò che dell’utri non poteva non conoscere lo “spessore delinquenziale” di Mangano, e anzi, lo avrebbe scelto proprio per le sue referenze quale angelo custode dei figli di berlusconi dopo esplicite minacce di morte ricevute nel caso in cui non avesse ubbidito alle richieste della mafia. I rapporti di dell’utri con la mafia formano una relazione stabile da almeno trent’anni, e una sentenza gli ha riconosciuto il ruolo di intermediario fra berlusconi e cosa nostra, anzi, loro. Uno come dell’utri, coi suoi precedenti, con le sue conoscenze, con le sue frequentazioni, è proprio necessario vederlo con la lupara in mano per considerarlo persona inaffidabile? Eppure, berlusconi con uno così ha fondato Forza Italia, lo stesso partito con cui oggi, anno del signore 2014, Matteo Renzi  si siede al tavolo della discussione politica. 

Sono tre anni che sopportiamo ministri abusivi di governi abusivi che fanno cazzate a raffica e che non si possono dimettere perché sennò cade il governo, piange Gesù e anche Napolitano. 
Beh, chi se ne frega dei governi – abusivi – che cadono. 
Se Renzi non prende provvedimenti con Alfano, se Alfano resta ministro dell’interno nonostante non abbia saputo prendere le opportune misure per evitare la fuga del numero 2 di forza Italia, il mafioso mentore del criminale numero 1 non vale niente il governo e non vale niente nemmeno Renzi.

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La memoria è importantissima.
Così come è importantissimo ricordare le cose. Anche se “sono sempre le stesse” e c’è chi si annoia a sentirsele ripetere. Perché le cose saranno sempre le stesse finché non verranno sostituite da altre cose. Finché quelle cose “stesse” non verranno risolte, finché non lasceranno spazio all’ipotesi che anche l’Italia un giorno che verrà potrà diventare un paese [un po’ più] normale [un po’ più] civile [un po’ più] sano. Finché nella mentalità generale di chi abita questo sciagurato paese non si accenderà quella luce che illumina il pensiero. Il lavoro di Marco Travaglio è un gigantesco esercizio di memoria quotidiano, e per fortuna che che lo fa, per fortuna non si stanca di ripetere le cose “stesse”, per fortuna anche stamattina ci ricorda l’assurdo teorema di berlusconi che andava battuto politicamente col quale si è fatta scudo una politica vigliacca, disonesta, che prima ha costruito il mostro e poi non se ne è voluta [potuta] liberare.

Noi invece dovremo raccontare ai nostri figli e nipoti, e lo dobbiamo fare facendo nomi e cognomi,  che in Italia c’è stato chi, da onesto come si definiva, ha considerato dei mafiosi, delinquenti comuni, criminali seriali persone politicamente affidabili [vale la pena ricordare la “profonda sintonia” di Renzi con berlusconi col quale parla ormai come un vecchio amico] nascondendo questo scempio dietro l’alibi di un consenso popolare che contrariamente a quel che molti pensano non è un’autorizzazione a delinquere. I due fondatori di Forza Italia pregiudicati, delinquenti conclamati e condannati e l’attuale governo con un partito così pensa di farci le riforme, di fargli avere voce in capitolo per modificare niente meno che la Costituzione sotto gli occhi compiaciuti del giornalismo servo e complice e del presidente della repubblica orgoglioso di aver edificato questa mostruosità e che su una simile empietà non trovano niente di strano, di anormale e di malato ma anzi continuano a suggerire di andare avanti che meglio di così non si potrebbe.

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Romanzo criminale – Andrea Colombo, Il Manifesto

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L’evaso e l’evasore – Marco Travaglio, 12 aprile

Non c’era miglior modo di celebrare il ventennale di Forza Italia dell’arresto dei due padrini fondatori. Il primo, SB detto l’Evasore, è ufficialmente detenuto ma resta a piede libero e non al gabbio, ma solo a patto che non parli male dei giudici e non frequenti pregiudicati: cioè che smetta di vivere (non può vedere Previti, né Dell’Utri, ma nemmeno il fratello Paolo e neppure i direttori dei suoi giornali). Il secondo, MDU detto l’Evaso, dovrebbe essere in galera (dove già soggiornò per un breve periodo nel 1995) da qualche giorno, ma si è dato latitante: chi dice in Libano, chi a Santo Domingo, chi in Guinea-Bissau. E solo grazie alla provvidenziale benevolenza della Corte d’appello di Palermo, che ha respinto un anno fa una richiesta della Procura generale di arrestarlo e poi due istanze per vietargli almeno l’espatrio, firmando il mandato di cattura soltanto il 7 aprile, una settimana prima della sentenza definitiva del suo processo per mafia, quando il galeotto era già uccel di bosco.

Vengono così smentite tre leggende metropolitane che hanno dominato il dibattito politico nell’ultimo ventennio: che quella di Forza Italia sia una storia politica e non criminale; che B.&C non andassero combattuti “per via giudiziaria”; e che la giustizia italiana sia affetta da “manette facili” per i potenti. Ora i nodi vengono al pettine tutti insieme: quella di Forza Italia è una storia criminale (non bastando i due fondatori, spiccano Cosentino e Matacena, leader del partito in Campania e in Calabria, entrambi detenuti); senza la “via giudiziaria” B.&C sarebbero ancora al governo; le manette per i potenti non sono facili né difficili, sono impossibili. Nella sua lunga vita B. ha cambiato due mogli quasi tre, centinaia di donne, vari mestieri e stallieri, due squadre di calcio (da giovane era interista), diversi amici degli amici, ville, pelli e capelli, ma Marcello non si cambia: un Dell’Utri è per sempre. Malgrado le differenze anagrafiche (uno nato a Milano nel 1936, l’altro a Palermo nel 1941), i due sono legati indissolubilmente finché morte non li separi, nei secoli fedeli e soprattutto zitti, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Malattia che ora si manifesta in simultanea, come nelle coppie così affiatate da diventare una cosa sola, in singolare coincidenza con l’approssimarsi della galera: ginocchio infiammato per l’uno, guai cardiaci per l’altro. A volte si sono separati, come fra il 1978 e il 1982 quando Marcello lasciò la Fininvest per lavorare con un altro amico dei boss (Rapisarda), o come nel 1999 quando con prodigiosa precocità staccò Silvio e tutta la Banda B. patteggiando in Cassazione la sua prima condanna definitiva a 2 anni e 3 mesi, mentre gli altri, trafelati, erano ancora imputati in tribunale. “Per loro – disse Luttazzi – il codice penale è un catalogo di opzioni”. Marcello si specializzò in concorso esterno, estorsione, false fatture, abusivismo edilizio (per una casetta su un albero), minaccia a corpo politico, loggia P3, corruzione. Silvio rispose da par suo con corruzioni di giudici e di testimoni, finanziamenti illeciti ai partiti, falsi in bilancio, falsa testimonianza, prostituzione minorile, concussione e naturalmente frode fiscale: la specialità della casa che alfine li affratella in un solo destino. Marcello lasciò il Parlamento l’anno scorso. Silvio lo seguì a stretto giro: ricandidato, rieletto, ma quasi subito decaduto e ineleggibile. Ora l’uno rieducherà un gruppo di incolpevoli anziani e/o disabili, che andranno poi rieducati una seconda volta dalla sua rieducazione; intanto riforma la Costituzione col premier Renzi, noto rottamatore; e, da detenuto, fa campagna elettorale entro e non oltre le ore 23. L’altro peregrinerà ramingo per il Terzo mondo, senza peraltro notarvi soverchie differenze con l’Italia. Sempre-ché non lo acciuffino. Ma è altamente improbabile: le ricerche sono affidate al ministro dell’Interno Alfano, imbattibile nella cattura di donne e bambine kazake, ma piuttosto digiuno in fatto di siciliani.

Non è Stato lui

Inserito il

Ai 5stelle va riconosciuto il merito di aver chiesto la messa in stato d’accusa di Giorgio Napolitano, che sicuramente non otterrà nessun risultato concreto non essendoci le condizioni, quel tradimento manifesto dello stato da poter provare ma che ha comunque sollevato un problema che c’è: quello di un presidente della repubblica che in svariate occasioni non ha dimostrato quella parzialità da arbitro terzo ma si è comportato come uno dei giocatori in campo. Quello che se vuole si porta via il pallone quando vuole e quindi detta lui le regole del gioco.

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Ieri grande fermento in Rete dopo la visita di Tsipras a Roma. Il dibattito che ha animato i social media si è focalizzato soprattutto sul pericolo che un’altra lista, di sinistra per giunta: orrore degli orrori, possa in qualche modo vanificare l’impegno dei 5stelle e disperdere gli eventuali voti a loro riservati nelle future ed eventuali elezioni, quando l’oligarchia che ha preso possesso dello stato concederà a noi poveri cittadini – relegati al ruolo di sudditi anziché popolo sovrano – di poter ritornare ad esprimerci e scegliere i nostri rappresentanti in parlamento, per conto nostro come da Costituzione e non per conto Napolitano. Ieri sembrava di essere tornati indietro nel tempo, ai bei tempi in cui il pd chiedeva il voto “utile”,  quello esercitato con la classica molletta al naso. Quando tutti si sperticavano a spiegarci che se avessimo dato fiducia ad una sinistra che tanto sinistra non era [e non è] col tempo, piano piano, anche un non partito di una non sinistra si sarebbe impegnato a fare le cose serie, e magari anche di sinistra.

Per fortuna, sempre Napolitano, si occupa alacremente di unire gli italiani, lui si sa, detesta la “divisività” e per essere coerente col suo amore per la “univisità” a tutti i costi, quella per la stabilità, per il bene del paese ci mancherebbe, ha deciso di voler passare alla Storia, quella vera, non quella che ci raccontano Scalfari e Battista a modo suo: il peggiore, riconosciuto da elettori di destra, centro e sinistra. E non serviva nemmeno leggere nero su bianco dell’iniziativa “spintanea” contro Nino Di Matteo per farsi un’idea di quanto certa magistratura lo abbia sempre disturbato, quanto avrebbe fatto volentieri a meno di quei giudici che lavorano per portare alla luce quei segreti che lui, a moniti unificati, ammanta di una presunta ragion di stato. 

Ma quale ragion di stato può impedire che venga fatta luce su una parte degli apparati dello stato stato che, assai poco presuntamente, in molte occasioni non ha agito con tutte le sue forze contro quel crimine più crimine di tutti che è la mafia, quella modernizzata che oggi scioglie donne e bambini nell’acido? Quale ragion di stato ha impedito a Napolitano, presidente della repubblica e capo supremo di tutti i magistrati – solitamente prodigo di solidarietà e parole di condanna per tutto – di dire una sola parola di sostegno a Nino Di Matteo minacciato, condannato a morte dalla mafia che fa saltare autostrade e palazzi se vuole? E quale altra ragion di stato impedisce che dopo sei mesi venga applicata una sentenza, ridicola rispetto all’ammontare dei danni procurati all’Italia, al delinquente più delinquente di tutti? 
E in virtù di quale ragion di stato gli italiani devono ancora essere rappresentati da questo signore?

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CSM, È STATO NAPOLITANO A VOLER PROCESSARE DI MATTEO – Marco Travaglio, 9 febbraio

PROCESSO A DI MATTEO PER UN’INTERVISTA : IL MANDANTE È IL COLLE UN DOCUMENTO UFFICIALE RIVELA CHE LA SEGNALAZIONE PER UNA AZIONE DISCIPLINARE CONTRO IL PM CHE INDAGA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA PARTÌ DAL QUIRINALE.

Fu Donato Marra, cioè il braccio destro del Presidente, a “denunciare” al Pg della Cassazione il pm della Trattativa per un’intervista sulle telefonate con Mancino. La notizia delle intercettazioni era già uscita su tutti i giornali, eppure da 18 mesi il magistrato più odiato da Riina è sotto azione disciplinare, senza aver violato alcun segreto.

Da un anno e mezzo, cioè da quando la Procura generale della Cassazione trascinò Nino Di Matteo, il pm più odiato da Totò Riina, sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm, si sospettava che l’incredibile iniziativa non fosse spontanea. Ma “spintanea”, suggerita dal Quirinale, visto che Di Matteo, dopo l’uscita di Antonio Ingroia dalla magistratura, è anche il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano. Ora il sospetto diventa certezza grazie a un documento ufficiale: la richiesta di proscioglimento depositata a fine dicembre dal Pg Gianfranco Ciani e dal sostituto Antonio Gialanella. I due, ricostruendo la genesi del processo, che riguarda anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, rivelano che la segnalazione dei possibili illeciti disciplinari partì proprio dal Colle: “Al Procuratore generale presso la Cassazione perveniva, in data 11.7.2012, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, una missiva datata al 9.7.2012”. In quella lettera, il segretario generale del Quirinale Donato Marra, braccio destro di Napolitano, trasmette un suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato e fra questa e la Procura di Palermo a proposito di un’intervista di Nino Di Matteo a Repubblica . L’intervista si riferisce alle rivelazioni diffuse il 20 giugno 2013 dal sito di Panora ma : intercettando Nicola Mancino, i pm di Palermo sono incappati non solo in 9 sue conversazioni col consigliere Loris D’Ambrosio, ma anche in alcune con Napolitano in persona. Notizia rilanciata il 21 giugno dal Fatto e da altre testate. Il 22 giugno Repubblicaintervista Di Matteo, il quale spiega che, negli atti appena depositati ai 12 indagati per la trattativa Stato-mafia, “non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. L’intervistatrice domanda se le intercettazioni non depositate saranno distrutte, Di Matteo risponde – riferendosi a tutto il materiale non depositato e non solo alle telefonate Mancino-Napolitano: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. È OVVIO CHE, fra quelle da distruggere, ci siano anche le intercettazioni indirette del Presidente, visto che sono “irrilevanti” (almeno sul piano penale), mentre quelle ancora da approfondire riguardano altri soggetti. Ma, anzichè ringraziare Di Matteo per aver dissipato ogni possibile sospetto su sue condotte illecite, Napolitano scatena la guerra termonucleare alla Procura di Palermo, esternando a tutto spiano e mobilitando prima l’Avvocatura dello Stato, poi il Pg della Cassazione e infine la Corte costituzionale. L’Avvocato dello Stato, Ignazio Caramazza, viene attivato subito dopo l’intervista dal segretario generale Marra, perché chieda a Messineo “una conferma o una smentita di quanto risulta dall’intervista, acciocchè la Presidenza della Repubblica possa valutare la adozione delle iniziative del caso”. Il 27 giugno Caramazza scrive a Messineo per sapere come si sia permesso Di Matteo di svelare a Repubblica che sono “state intercettate conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, allo stato considerate irrilevanti, ma che la Procura si riserverebbe di utilizzare”. Il procuratore risponde con due lettere: una firmata da Di Matteo, l’altra da lui. Entrambe chiariscono ciò che è già chiarissimo dall’intervista: “La Procura, avendo già valutato come irrilevante ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica diretta al Capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge”: cioè con richiesta al gip, previa udienza camerale con l’ascolto dei nastri – previsto espressamente dal Codice di procedura penale – da parte degli avvocati. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme, minacciando “le iniziative del caso”. Allora una normale intervista che spiega come la Procura abbia rispettato e intenda rispettare la legge diventa un caso di Stato. Il 16 luglio Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, accusandola di aver attentato alle sue “prerogative”. A fine luglio Ciani apre su Messineo e Di Matteo un “procedimento paradisciplinare”, cioè un’istruttoria preliminare. È lo stesso Ciani che tre mesi prima, su richiesta scritta di Mancino e Napolitano (tramite il solito Marra), ha convocato il Pna Piero Grasso per parlare di come “avocare” da Palermo l’inchiesta sulla Trattativa o almeno di “coordinarla” con quelle sulle stragi a Firenze e Caltanissetta: ricevendo da Grasso un sonoro rifiuto. Il primo agosto un sostituto di Ciani scrive al Pg di Palermo per sapere se Messineo avesse autorizzato Di Matteo a rilasciare l’intervista e  perchè non l’avesse denunciato al Csm per averla rilasciata. Il Fatto lancia una petizione e raccoglie 150 mila firme in un mese: lo vede anche un bambino che il processo disciplinare è fondato sul nulla. IL 10 AGOSTO il Pg di Palermo risponde a Ciani: l’intervista di Di Matteo non richiedeva alcuna autorizzazione e non violava alcuna norma deontologica perché non svelava alcun segreto, visto che la notizia delle telefonate Napolitano-Mancino l’avevano già diffusa Panorama e poi decine di testate. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme. Il Pg Ciani ci dorme su sette mesi. Poi il 19 marzo 2013 promuove l’azione disciplinare contro Messineo e Di Matteo. Il secondo è accusato di aver “mancato ai doveri di diligenza e riserbo” e “leso indebitamente il diritto di riservatezza del Presidente della Repubblica”; il primo, di non averlo denunciato al Csm. Messineo e Di Matteo vengono interrogati il 18 giugno e il 7 luglio, ripetendo quel che avevano sempre scritto e detto. La Procura generale ci dorme sopra altri cinque mesi e mezzo. Poi finalmente, alla vigilia di Natale, deposita le richieste di proscioglimento, scoprendo l’acqua calda: la notizia delle telefonate Mancino-Napolitano non la svelò Di Matteo, ma Panora ma , in un articolo “presente nella rassegna stampa del Csm del 21.6.2012”. Quindi “con apprezzabile probabilità occorre assumere che la notizia… fosse oggetto di diffusione da parte dei mass media in tempo antecedente” a quello dell’intervista incriminata” del giorno 22. Ma va? Ergo “è del tutto verosimile” che Di Matteo tenne “un atteggiamento di sostanziale cautela” e “non pare potersi dire consapevole autore di condotte intenzionalmente funzionali a ledere diritti dell’Istituzione Presidenza della Repubblica”, semmai “intenzionato a rappresentare la correttezza procedurale dell’indagine”. Quindi “la condotta del dr. Di Matteo non si è verosimilmente consumata nei termini illustrati nel capo d’incolpazione, tanto che nessun rimprovero disciplinare si ritiene di poter articolare nei suoi confronti”, né in quelli di Messineo. Così scrivono Galanella e Ciani il 16 e 19 dicembre 2013 nella richiesta di proscioglimento che ora dovrà essere esaminata dal Csm. Ma così avrebbero potuto scrivere – risparmiando a Di Matteo e Messineo un anno e mezzo di calvario – già nel giugno 2012, quando tutti sapevano già tutto. Compreso il Quirinale, che sciaguratamente innescò questo processo kafkiano al nemico pubblico numero uno del Capo dei Capi. E di tanti altri capi.

Più solidarietà per tutti [tanto è gratis]

Inserito il

Preambolo: ma Riina che chiede di “mettere berlusconi in galera per tutta la vita”? 
Mica ha detto ci voglio fare un reato insieme, ha chiesto proprio la galera, e a vita per giunta.
Giustizialista!

Mi chiedevo inoltre se nei  76 chili del frigo di Francesco è compreso anche il peso delle corna della première dame. Bel furbacchione pure Hollande, prima si fanno i fatti loro, dichiarano guerre come Bush, le perseguono come Obama, tradiscono le mogli come Hollande e poi vanno a prostrarsi davanti alla loro santità per riguadagnare un’immagine pubblica. 
E le santità approvano, le guerre, le corna e molto altro, e aprono la porta a tutti. Intendiamoci, a me delle storielle di letto di Hollande non frega nulla. Al papa però in quanto capo di una religione che santifica il matrimonio e demonizza l’infedeltà sì, dovrebbe interessare. E questa visita a ridosso dell’ennesimo scandalo di sesso del potente in vaticano è quanto meno inopportuna. Se esiste una diplomazia dovrebbe fare il suo mestiere. Così invece è abbastanza comprensibile la ragione di questo incontro. E il problema è sempre il solito, ovvero che il potere che non viene mai condannato nemmeno moralmente può continuare, attraverso i suoi rappresentanti a fare il cazzo che vuole. Ai cittadini comuni questo non è permesso. Perché a loro, a noi il giudizio morale del prossimo può cambiare la vita. E non abbiamo nemmeno un papa che ci riabilita.

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Sottotitolo: perché  ognuno può dire quello che vuole e non dire quello che dovrebbe al momento opportuno.
E allora succede che il presidente del consiglio abbia, con tre mesi di ritardo espresso la sua solidarietà a Nino Di Matteo, che come giustamente fa notare Marco Travaglio stamattina non è stato minacciato di morte dalla mafia ma “condannato” perché la mafia solitamente quando si prefigge un obiettivo poi riesce a centrarlo [ché non è mica un governicchio di larghe intese, la mafia] e per non far sembrare troppo grave quella condanna o troppo zelante la sua solidarietà – ché non sia mai lo stato si metta al fianco di chi lavora per lo stato e non invece di chi lo deruba – ha aggiunto la solidarietà anche a Piero Grasso condannato a fare il presidente del senato.

E, siccome le disgrazie non vengono mai sole, nessun giornalista di buona volontà è andato a chiedere a Enrico Letta come mai la solidarietà a Nino Di Matteo da parte di una parte delle istituzioni sia arrivata oltre il tempo regolamentare rispetto ad altre che hanno riguardato altre persone e altre situazioni meno gravi espresse quasi in tempo reale, né i motivi per i quali Piero Grasso ha bisogno anche della mia solidarietà.

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LO SVUOTA-CARCERI LIBERA GOMORRA (Thomas Mackinson e Davide Milosa).

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Giorni fa sentivo a radio Capital che in Italia a causa della crisi sono aumentati i reati di microcriminalità come i furti negli appartamenti, gli scippi e le rapine. 
Premesso che un furto in casa non ha mai una micro dimensione perché spesso e volentieri oltre al danno di ciò che viene sottratto chi entra in una casa senza chiavi deve trovare un modo per farlo. Io ad esempio, oltre alla perdita di oggetti di valore, alcuni di un valore semplicemente simbolico altri di valore e basta ho dovuto rifare per intero la porta di casa che mi avevano sradicato dal muro e, abitando in una casa che inizia dal pianterreno mettermi dietro le sbarre da incensurata. 
Una spesa che sul bilancio familiare incide e costringe a fare a meno di altre cose per un po’. Oltre a quelle di cui si era già dovuto fare a meno per motivi contingenti. 
E nemmeno uno scippo è un reato micro, perché spesso per strappare una borsa dalle mani si usa violenza, una persona può cadere, farsi male e il gesto violento lascia inevitabilmente delle conseguenze psicologiche, come anche il furto in casa. 
E, a meno che le persone che si rimetteranno in libertà con l’indulto non abbiano di che mantenersi una volta usciti dal carcere è facile presumere che riprenderanno la loro consueta attività criminosa. 
Del dramma dei detenuti si è discusso tante volte e ogni volta la conclusione è stata la stessa, cioè che non è rimettendo per strada persone che si mantengono abitualmente grazie a furti, scippi e rapine che si risolve quel dramma. Che il problema del sovraffollamento delle carceri è dovuto ad altri fattori quali leggi sbagliate ed un uso esuberante ed eccessivo della custodia cautelare. Oltre ovviamente al discorso strutturale che in questo paese nessuno vuole affrontare per rendere le carceri quel luogo di redenzione sociale umanamente vivibile e sostenibile come prevede il nostro diritto. 
E lo stato, nel momento peggiore del suo rapporto coi cittadini, nel momento in cui la fame costringe gente a rubare, invece di prendere provvedimenti che abbiano un effetto positivo per questo obiettivo di nuovo si mette contro i cittadini trovando nell’indulto, e cioè rimettendo per strada persone che hanno un cattivo rapporto con la società cosiddetta civile, l’unico modus operandi per sbloccare una situazione umanamente insostenibile. 
I cittadini vittime sempre e comunque delle scelte scellerate di una politica incapace di applicare con serietà le leggi che essa stessa produce. 
Alcuni, molti, vittime due volte. Ho sempre detto e scritto, perché lo penso, che la criminalità è un fatto umano che non si estinguerà se non con la fine dell’umanità. Ma imparare a convivere coi fenomeni sociali, anche quelli inevitabili non vuol dire doverli accettare, subire passivamente, e nemmeno significa subire passivamente le scelte e le decisioni di governi che agiscono in proprio e non secondo la volontà del popolo. Uno stato ha il dovere di tutelare i cittadini, di farsi sentire sempre al loro fianco, non costringerli a doversi confrontare continuamente con le paure e l’incertezza. Perché la paura mette pensieri sbagliati in testa, chi pensa male vive male e si comporta male a sua volta, votando anche male, lo abbiamo visto con la lega, con alemanno, gente che promette e ha promesso quel che non potrà mantenere e non ha mantenuto e sulle paure dei cittadini ci campa di rendita. 

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Non sanno quello che fanno
Marco Travaglio, 25 gennaio

La verità è che noi i politici li sopravvalutiamo. Tutti. Pensiamo che dietro ogni loro parola, sguardo, scelta, proposta ci sia dietro chissà chi e che cosa. Invece, il più delle volte, c’è il sottovuotospinto, del resto facilmente riscontrabile nei loro sguardi persi nel nulla. È il principale difetto delle tesi complottiste: sono sempre molto affascinanti perché ogni complotto inizia regolarmente alcuni secoli fa, mette d’accordo centinaia di persone che manco si conoscevano, infila nella sceneggiatura potentissime banche d’affari, logge massoniche, potentati occulti e criminali, servizi deviatissimi e alla fine tutto torna.

Poi uno guarda in faccia Enrico Letta, Fassina, Angelino Jolie o l’ultimo acquisto Toti, ma pure i tecnici tipo Fornero, Saccomanni o Cancellieri, e deve arrendersi a un’evidenza più prosaica: questi non li manda nessuno, nemmeno Picone; si mandano da soli e, quando non rubano, non sanno quello che fanno. Intendiamoci: non è un’attenuante, è un’aggravante, visto che hanno in mano le nostre vite e i nostri soldi. E più sono incapaci più diventano burattini delle lobby. La supertecnica Fornero allungò l’età pensionabile, poi si stupì molto perché aumentavano i giovani disoccupati e gli esodati, cioè i lavoratori espulsi in anticipo e rimasti senza più uno stipendio e senza ancora una pensione. Chi l’avrebbe mai detto, eh? Pure Saccomanni pareva questo granché, poi l’abbiamo visto all’opera con l’Imu. La Cancellieri ha passato la vita a fare il prefetto: se la macchina dello Stato non la conosce lei, siamo freschi. Invece conosce solo Ligresti. Ha fatto una legge svuotacarceri che non svuota una mazza, come le precedenti di Alfano e Severino (altri due geni). L’altro giorno, con l’aria di chi passa di lì per caso, ha spiegato (a noi) che abbiamo 9 milioni di processi pendenti, dunque ci vogliono l’amnistia e l’indulto. Come se uno avesse la casa allagata perché ha lasciato aperto il rubinetto della vasca da bagno e, anziché chiuderlo, svuotasse l’acqua col cucchiaino.

Pure il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce invoca l’indulto per mettere fuori “chi non merita di stare in carcere”. Ma poi non spiega chi, di grazia, sarebbe in galera senza meritarlo, e perché ci sia finito, visto che il carcere è previsto dalle leggi dello Stato ed è il risultato di sentenze emesse dalla Cassazione che lui presiede. Dopodiché, in lieve contraddizione con se stesso, chiede di riformare la prescrizione che garantisce l’impunità a 200 mila imputati l’anno: ma lo sa o non lo sa che, se i prescritti venissero condannati, i detenuti raddoppierebbero? Che si fa: si aboliscono direttamente le carceri? L’altroieri Enrico Letta, con tre mesi di ritardo, ha trovato il coraggio di pronunciare il nome di Nino Di Matteo e di inviargli la solidarietà per le ripetute condanne a morte emesse da Totò Riina (lui le chiama eufemisticamente “minacce”). Poi però s’è spaventato di averne detta una giusta e ci ha aggiunto una fregnaccia: la solidarietà a Piero Grasso. Ohibò, si son detti tutti quanti, Grasso compreso: Riina ha condannato a morte anche Grasso e non ne sappiamo nulla? Niente paura: semplicemente il pentito La Barbera ha raccontato al processo Trattativa un fatto noto da 15 anni, e cioè che nel ’92, dopo Salvo Lima, Cosa Nostra progettava di uccidere Mannino, Martelli, i figli di Andreotti e Grasso. Poi cambiò idea. Ma Letta non sa nulla, infatti fa il premier. Oppure non gli pare vero di associare all’impronunciabile Di Matteo un personaggio che piace alla gente che piace: Grasso. E ha posto sullo stesso piano l’ordine emesso tre mesi fa da Riina di uccidere Di Matteo con l’attentato a Grasso annullato 22 anni fa: “Profonda solidarietà al pm Di Matteo e al presidente Grasso oggetto di minacce terribili”. Ieri anche Vendola, altro esperto, ha tributato “affettuosa solidarietà a Grasso e Di Matteo”. Niente solidarietà, al momento, per Mannino, Martelli e i figli di Andreotti. Letta e Vendola provvederanno fra 22 anni.