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Quel che è stato, è Stato

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provenzano bianiCome diceva Pasolini “i diritti civili sono i diritti degli altri”, quelli difficili da comprendere ma che però esistono e chi si definisce persona civile deve tenere in considerazione anche se non ne condivide il fine, l’obiettivo perché magari non ne ha bisogno e può vivere anche senza. Le unioni civili, ad esempio.
Nello stato di diritto non si tiene una persona resa innocua dalla vecchiaia, in stato di demenza, malata terminale, detenuta in regime di carcere duro.
Le pene severe si danno quando le persone sono sane, non quando sono ridotte a larve umane incapaci di intendere e di volere.
Nella lunga “latitanza” di Provenzano, impossibile senza la collaborazione degli apparati dello stato, nella sua fine c’è tutto il fallimento scientifico – perché mirato ad occultare e nascondere la verità – di uno stato che per bocca delle sue istituzioni si vanta di combattere la mafia, addirittura di averla sconfitta come ha detto Rosi Bindi ieri sera al talk show ma poi si accontenta degli scarti umani e della piccola manovalanza.
E’ perfettamente inutile indignarsi quando in America si mandano a morire i minorati psichici o gente tenuta per vent’anni nel braccio della morte che nel frattempo è diventata altra da quella che ha commesso i reati per i quali è stata condannata alla vendetta di stato se poi, nella nostra bella “culla del diritto” si condannano a sette mesi, nemmeno da scontare com’è già accaduto altre volte, degli assassini in divisa perfettamente lucidi e coscienti, che uccidono quindi nel nome di quel popolo italiano che dovrebbero invece tutelare anche [soprattutto] quando si pone fuori dalla legge e poi si gioisce della vendetta dello stato sul vecchio boss assicurato alla “giustizia” quando ormai non serviva più, incancrenito e finito già dal male.

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“Bernardo Provenzano lasciato morire
così per potere attaccare il 41-bis”

Il boss scomparso a 10 anni dall’arresto – Di Giampiero Calapà

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Magherini, condannati tre carabinieri – Riccardo Chiari, Il Manifesto

Scontri un cazzo, reloaded

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Quando la polizia armata picchia dei manifestanti disarmati non si chiama scontro: si chiama repressione violenta dello stato.
Bisogna sempre ripetere le stesse cose qui.

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Quelli che vanno in piazza a manifestare contro una legge dello stato come la 194 che consente e regola l’interruzione di gravidanza, oppure vanno ad istigare e fomentare violenza e razzismo come la lega e l’omofobia come le sentinelle, tutta gente puntualmente appoggiata e sostenuta da associazioni fasciste dunque fuori legge come casapound non vengono mai sfiorati nemmeno per sbaglio dai manganelli di stato.
Mentre chi difende il diritto allo studio e al lavoro sì.

Nel paese sano e democratico davvero lo stato e la politica stanno dalla parte dei diritti, non di chi li nega, qui no, lo stato e la politica guardano senza particolare preoccupazione agli estremisti, razzisti, integralisti e fascisti che in piazza vanno quanto e quando vogliono e tornano a casa sempre sani e salvi nascondendo il tutto dietro l’alibi della libertà di manifestare, di espressione e rispondono con la repressione violenta alla richiesta dell’applicazione dei principi costituzionali quali sono lo studio e il lavoro.  Le forze dell’ordine vengono istruite dalla politica, e quando picchiano è perché qualcuno dà un ordine preciso.
La polizia ha picchiato i manifestanti sotto maggioranze e  governi di tutti i colori.
E lo continua a fare anche col governo dei non eletti.
Durante i governi di berlusconi le cosiddette forze dell’ordine hanno dato il meglio, l’apoteosi della violenza di stato al G8 di Genova, ma anche con d’alema a palazzo Chigi se la sono cavata bene, per chi ha memoria di quello che accadde al vertice Osce a Napoli del 2001 che fu una specie di anteprima di quello che avvenne poi a Genova.
Quando le forze dell’ordine picchiano uomini, donne, ragazzi e studenti la politica e i governi sono sempre d’accordo, polizia e carabinieri non prendono iniziative proprie, non serviva la genialità di Susanna Camusso per capirlo e saperlo. E non serve nemmeno un’intelligenza particolare per capire che uno stato che si serve della forza pubblica, quella che dovrebbe tutelare i cittadini, per picchiare gente disarmata, in difficoltà, è uno stato che non si è mai liberato del fascismo.

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IL LAVORO NELL’ERA RENZI: PRIMA TI CACCIO, POI TI MENO (Salvatore Cannavò)

Maledetta colla. Sono mesi che prova a gettare la maschera ma resta incollata. Che deve fare per liberarsene, povero cristo? Ha cominciato con due bugie interne, stai sereno Enrico e mai più larghe intese. Poi è corso in soccorso dello sponsor interdetto dai pubblici uffici, riabilitandolo come interlocutore e addirittura ammantandolo da pseudocostituente. Dopodichè mance da 80 euro pro-europee nell’ottica di “non insegnare a pescare, regala il pesce che così il pescatore affamato resta in debito per sempre”, tagli al welfare come e con più entusiasmo di Berlusconi, tagli alla scuola pubblica e doni alla privata, pubblica umiliazione degli avversari (di centrosinistra, quelli di centrodestra sono tutti contenti), pieno sostegno alle vecchie pratiche di confindustria (ormai da quelle parti lo chiameranno “Babbo Natale”), qualche annuncio mirato per tenere buoni gli omosessuali senza far nulla e in definitiva una scelta precisa e da tea party: senza se e senza ma contro i lavoratori e senza se e senza ma in difesa dei poteri forti. Che – per inciso – sono quelli che in tempo di crisi si arricchiscono (come in un giallo se “segui i soldi”, trovi il colpevole). Come se non bastasse, oscura la manifestazione della CGIL con una kermesse di corrente ossessivamente vuota di contenuti, attacca l’articolo 18 e e fa picchiare gli operai e i sindacalisti. Che deve fare di più, povero? Il saluto romano? [Andrea Marinucci Foa]

Quando si fanno accordi politici con uno che per tornaconto e opportunismo ha riempito il parlamento di feccia fascista poi succede che non si può tirare indietro la manina.
Quando si fa il patto con uno che ha trasformato la russa, gasparri e alemanno in ministri della repubblica se ti obbligano a tenerti alfano poi lo devi fare.
Questo dovrebbero dire certi giornalisti, quelli del bersaglio grosso sempre uguale, che non è solo berlusconi il problema, che lo scandalo non è solo il patto con un pregiudicato cosa inimmaginabile in qualsiasi altrove e ovunque ma è tutto quello che poi il pregiudicato impone, ad esempio alfano ministro dell’interno.
alfano che coordina le forze dell’ordine.
alfano, responsabile della sicurezza nazionale.

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Finirà come al solito.
Pagherà, forse, l’ultima ruota del carro ma i veri responsabili no.
Quando in un paese democratico – non nel regimetto che piace agli estimatori di questo fascistello amico dei finanzieri e degli imprenditori che sfruttano i lavoratori – la polizia carica gli operai che protestano per difendere il loro diritto al lavoro il governo non chiede scusa: si dimette per manifesta inadeguatezza.
Gli operai volevano occupare la stazione Termini? A parte che le immagini dicono di no,  ma anche se fosse? Che azione dimostrativa è quella che non disturba nessuno? In questo paese i governi sono abituati male, abituati a vedere la manifestazione fatta di bandierine e canzoncine di sabato quando non si dà fastidio a nessuno.
Mentre la protesta vera è quella che dà fastidio a tutti, a chi non c’entra ma soprattutto a chi non sa.
La protesta vera è quella che fa aprire gli occhi: porta l’attenzione su un problema, senza discrezione..
Come sono fastidiosi gli scioperi che poi non fanno passare gli autobus, non mandano maestri e professori a lavorare, fanno saltare gli appuntamenti di lavoro al cretinetti amico di Renzi, vero?
Quanta gente si lamenta quando i cortei si fanno nei giorni di lavoro perché non trova la strada aperta, perché fa tardi al lavoro, a scuola, dal parrucchiere?
Questo succede perché in questo paese c’è un sacco di gente incapace di fare suo il problema di altri.
Quando la sua piccola vita è al sicuro va tutto bene, ed ecco che diventano un fastidio i problemi degli altri: alterano gli equilibri, le sicurezze, l’organizzazione della propria vita.
Tranquilli, adesso ci toglieranno anche da questo imbarazzo: il divieto al dissenso è uno dei punti del piano di rinascita di Gelli: niente scioperi, niente manifestazioni, e a chi si ostina a far valere i suoi diritti le botte, quelle materiali e quelle finalizzate al discredito mediatico, ed ecco che i Notav diventano terroristi e il governo in carica fa una legge per rendere più difficile la protesta di piazza, trasformando una richiesta di ascolto in una questione di ordine pubblico da redimere con le botte e la galera.
Il governo di Renzi è solo uno dei tasselli del mosaico di un progetto antico, non fa nulla di sua iniziativa: esegue.

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Cosa fare quando picchiano un operaio (e altri consigli utili) – Saverio Tommasi

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QUANDO LA CORDA ALLA FINE SI SPEZZA – Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano

Ai tempi di Scelba, quando la celere caricava (e ammazzava) i lavoratori in sciopero, i ruoli apparivano chiari: per il sindacato erano le manganellate del governo dei padroni e per i comunisti col pugno chiuso era quello lo sbocco dell’insanabile conflitto tra la classe proprietaria e il lavoro dipendente. Quando la polizia di Berlusconi fece del G8 di Genova una macelleria messicana, la sinistra all’opposizione spiegò che la destra al potere aveva in fondo mostrato la sua sostanziale natura fascista. Ma non è affatto nell’ordine delle cose che nell’autunno 2014, sotto il governo guidato da Matteo Renzi e dal Pd, gli operai delle acciaierie di Terni, colpiti da licenziamenti di massa e giunti in corteo pacifico a Roma, vengano picchiati a sangue dai reparti antisommossa e ciò dopo altri pestaggi pretestuosi avvenuti in altre città.

Ciò accade quando per la prima volta, nella storia repubblicana, un premier eletto dalla sinistra cerca lo scontro frontale con il sindacato di sinistra tra gli applausi della destra. Nessuno pensa che l’ordine di attaccare i manifestanti sia arrivato dal presidente del Consiglio. Ed è evidente che le frasi inconsulte della pd Picierno contro la leader della Cgil Camusso “eletta con le tessere false” appartengano soltanto alla Picierno, un’altra senza arte né parte catapultata in situazioni assai più grandi di lei. Semplicemente, lo statista di Rignano sta raccogliendo i frutti di ciò che ha seminato, o meglio rottamato. La sgangherata lotta di classe contro le conquiste sociali e le tutele del lavoro. O la crociata contro il posto fisso da sostituire con un sistema di precariato permanente e a basso costo. Il tutto espresso in qualche Leopolda con disarmante lingua banalese dove milioni di persone con redditi da fame si sentono paragonati a gettoni del telefono nell’epoca dell’iPad, scampoli del passato da gestire senza tanti problemi. Anche se non fosse arrivato a Palazzo Chigi “per volere dei poteri forti e di Marchionne” (Camusso), Renzi fa di tutto per farlo sembrare. E a furia di scherzare col fuoco, nel giorno più brutto della sua scalata, ha assaggiato la rabbia della gente. Dei tanti stufi di prendere legnate, mentre altri si apparecchiano il pranzo di gala. La corda si sta spezzando.

I padri costruiscono, i figli distruggono: proprio quello che vuole fare Renzi con la Costituzione

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Sottotitolo: gli ex DS e già Pd potrebbero, ad esempio, vendere un po’ delle loro proprietà immobiliari sparse nei centri storici di tutta Italia intestate a quelle fondazioni che a nulla servono se non a far accumulare soldi dalla politica che poi li spende nei modi che abbiamo imparato a conoscere.
Sarebbe un bel modo di ripianare il debito che l’Unità ha accumulato con le banche e che noi dovremo pagare non si capisce bene perché, a che titolo tutti gli italiani devono accollarsi il risultato delle scelleratezze di qualcuno.
Non si capisce perché lo stato siamo noi quando c’è da pagare e da farci carico delle nefandezze della politica ma non lo siamo poi in altre occasioni in cui il nostro parere viene ignorato e non considerato.
Sono tutti democratici coi finanziamenti degli altri.

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“Dovrà essere un giornale di sinistra”, disse Gramsci a proposito del suo giornale, poco tempo dopo il regime di mussolini zittì con la galera il creatore della storica testata che all’epoca scriveva davvero contro il potere – e che potere, mica pizza e fichi come adesso – non ci si accomodava dentro come si usa fare ai giorni nostri. All’epoca l’opposizione al potere costava anche la galera, la morte, oggi che nessuna vita sarebbe in pericolo l’opposizione diventa eversione, populismo, viene zittita con altri sistemi meno cruenti ma più efficaci proprio perché vengono lavati e sterilizzati ammantandoli di legittimità democratica anche quando sono tutt’altro da ciò. L’interlocutore di un giornale è il cittadino che lo compra e lo legge, non il politico di riferimento a cui  il giornale sa che non deve  dare un dispiacere. Un giornale dà le notizie,  possibilmente esatte e non deve essere un problema dei giornalisti quello che accadrà dopo.  L’Unità muore perché in questo paese è morta la sinistra comunista, quella di Gramsci,  uccisa dai suoi stessi dirigenti, gli stessi che dopo essersi venduti al miglior padrone, quello del patto,  non stanno muovendo un dito ma al contrario assecondano il delirio di un ragazzotto assurto al potere senza referenze, meriti né quell’autorizzazione democratica che solo i cittadini possono dare.

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Quando un giornale chiude è sempre una sconfitta, una perdita, non mi unisco al coro degli stupidi irresponsabili che gioiscono per il fallimento de l’Unità augurandosene presto altri; solo dei cervelli a brandelli possono pensare che un paese senza giornali sia più libero.
Il problema non sono i giornali ma la loro cattiva gestione, è il conflitto di interessi che si fa cancro, metastasi e corrode tutto. Sono i troppi soldi spesi male messi a disposizione dallo stato per finanziare quello che dovrebbe essere un servizio per la gente mentre qui e solo qui diventa cassa di risonanza del potere.
Perché qui e solo qui si permette al potere di allungare le mani ovunque, se c’è un ambito dal quale la politica dovrebbe stare lontana anni luce è l’informazione, qui invece la simbiosi è diventata virale, un morbo, una malattia inguaribile. La chiusura de l’Unità costa allo stato, cioè a noi, 110 milioni di euro grazie ad un regalino di Prodi [Le banche: «Adesso Renzi paghi il debito dei DS»], soldi che vanno ad accumularsi a quelli pagati per il finanziamento pubblico all’editoria ma che non hanno mai reso poi quello che avrebbero dovuto, altrimenti l’Italia non sarebbe ai livelli da terzo mondo per libertà di informazione. Ma questo pare non interessare ormai più nessuno.

Ecco perché è ingeneroso, ingiusto ma soprattutto falso accusare dei fantomatici altri che non sono intervenuti per sostenere l’Unità.
I motivi dello “scempio” sono altri e di vario genere, ne ho scritto già diverso tempo fa. Prima di tutto la rinuncia ad essere quel giornale della gente, del popolo che aveva in mente Antonio Gramsci quando l’ha fondato per trasformarsi in un fogliaccio di propaganda politica che in, questi ultimi anni specialmente, ha sostenuto tutto l’insostenibile, checché ne dica il buffoncello toscano che si vanta del pd che non c’entra niente mentre, e invece, c’entra tutto.
In questo paese tutto quello che tocca la politica diventa fango, per questo nei paesi civili e democratici davvero l’informazione è libera, non si fa violentare e sottomettere dai padroni del potere ma fa quello che deve, cioè controllare quello che fa il potere. Il fallimento de l’Unità va addebitato anche al conflitto di interessi mai affrontato – soprattutto da quella politica vicina a l’Unità – la cui risoluzione sembra essere impossibile e invece è più che mai necessaria, perché l’anormalità italiana è tutta e solo in questo sistema malato che permette a chi dovrebbe essere controllato di fare il controllore, un’autogestione criminosa del potere che non potrà mai intervenire quando chi gestisce il potere specialmente politico ma anche quello industriale, della finanza, non lo fa come deve perché i personaggi sono sempre gli stessi, quelli con le mani in pasta ovunque, nell’azienda pubblica come nei CDA dei quotidiani trasformati nella dependance dei palazzi.
Gli ottanta dipendenti restano senza un lavoro anche per aver accettato quella linea editoriale che è stata la prima causa del fallimento, per non aver protestato quando i vari direttori che si sono succeduti nell’era napolitana imponevano certi titoli e certe non notizie per non disturbare i manovratori, da Monti a Renzi passando per Letta, per non aver messo sull’avviso dei pericoli del patto fra Matteo Renzi e il delinquente. L’appello per salvare la  Costituzione dallo stupro  avremmo dovuto leggerlo su l’Unità e Repubblica mentre questi sono i giornali che più di tutti gli altri hanno omesso, nascosto, non detto in funzione dell’armonia delle larghe intese, dei governi “necessari”.
Anche a far chiudere i giornali.
L’Unità non chiude perché qualcuno le vuole male o perché Grillo ha fatto il malocchio.

Se l’Unità chiude è perché da tempo non è più un giornale, ha rinunciato alla sua funzione di voce del popolo rinnegando l’idea che aveva Gramsci quando l’ha fondato.
L’Unità chiude perché per compiacere il partito di riferimento, proprio quel pd che Renzi assolve ha, nel tempo, cacciato i suoi pezzi migliori, quelli che facevano il giornale e che lo facevano comprare. Il pd, al quale l’Unità si è sottomessa invece di fare il giornale indipendente dovrebbe chiedere scusa agli italiani per la politica infame che ha sostenuto in questi anni e che l’Unità ha enfatizzato con la sua propaganda. Se fossimo arroganti come i politici diremmo che chi è causa del suo male deve piangere solo se stesso, ma siccome noi siamo diversi e ci addolora quando un giornale chiude, non lo faremo. Io almeno no, non lo faccio.

Ladri più di ieri e meno di domani

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RENZI CHIAMA IL PM ANTI CAMORRA A SORVEGLIARE GLI APPALTI EXPO

Il magistrato antimafia, chiamato dal premier Matteo Renzi a seguire i lavori della rassegna internazionale del 2015, in un’intervista al Mattino spiega: “I partiti sono ancora in preda del malcostume. E l’opinione pubblica è spesso distratta.

Cantone neo-commissario a Expo 2015
“Tangentopoli non ha insegnato nulla”

Il magistrato anti-mafia collega i casi Berlusconi, Scajola Dell’Utri e mazzette a Milano: “Politica
non ha fatto passi avanti. I partiti hanno responsabilità, non si sono dotati di regole trasparenti”.

Ecco.
Bisogna avvertire Scalfari, Ezio Mauro e tutto l’esercito dei meravigliati del mainstream de noantri, quelli che “ma com’è possibile che i criminali di oggi sono gli stessi di vent’anni fa”. E domandare che hanno fatto di bello e di utile in questi vent’anni per evitarlo.

 

Certo che può parlare di esilio anche Matacena e Dell’Utri può dire di essere un perseguitato da vent’anni se ancora oggi si parla del Craxi esule costretto a chiedere asilo politico come chi fugge dai regimi. Gli esempi contano, e forse conterebbero meno se il presidente della repubblica evitasse di partecipare alle varie commemorazioni in onore di un corrotto, un pregiudicato latitante, un vigliacco che si è sottratto a una giusta condanna. 
E se si evitasse di citare Craxi infilandolo nel pantheon di sinistra come ha fatto Fassino senza ripercorrere la fase che lo ha trasformato da statista a cittadino indegno. 
Tutti martiri dell’onestà in questo paese.

Se berlusconi, dell’utri, matacena, forse pure scajola a sua insaputa sono prigionieri politici, perseguitati dalla giustizia noi che siamo? 

Perché qua mi pare che i veri prigionieri politici, gli unici ad avere il diritto alla definizione siamo proprio e solo noi, veri ostaggi di una politica, di un governo, di istituzioni che nessuno ha scelto e che ci tocca subire. Questa gentaccia andrebbe incriminata, oltre che per i suoi reati anche per terrorismo semantico. Per abuso indiscriminato di parole che hanno un significato preciso, che vengono buttate nel frullatore mediatico senza che ci sia nessuno poi che spiega perché berlusconi, Dell’Utri e Matacena sono tutt’altro che vittime. 
Le vittime siamo noi, questo non va dimenticato.

L’assenza dello Stato e il sentimento di vendetta – Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano

La stampa e l’informazione che oggi cadono dal pero, si meravigliano, si scandalizzano come Scalfari nell’editoriale di ieri ed Ezio Mauro in quello di oggi che i criminali di oggi sono gli stessi di vent’anni fa dovrebbero dare il giusto risalto a queste cose, così come lo fanno rispetto a qualsiasi scemenza, falsità, menzogna, diffamazione che esce dalle bocche di questi criminali. Quello che avrebbero dovuto fare in questi vent’anni, quelli di berlusconi impostore, abusivo della politica, delle leggi ad personam, della cancellazione dei reati per agevolare la collusione fra la politica e la criminalità. Se ad un condannato per una frode fiscale da 300 milioni di euro invece di una condanna gli si dà un premio, si annulla di fatto la sentenza che lo ha reso un cittadino non avente più diritto ai diritti di tutti, di chi non ruba allo stato e non si mette fuori dallo stato e dalla legge  è inutile poi lagnarsi, indignarsi che i protagonisti dei ladrocini siano sempre gli stessi, la stessa cricca ispirata anche dalle teorie del più ladro di tutti, ovvero l’abuso dello stato per l’interesse e l’arricchimento personali. Come fa notare anche Gherardo Colombo la politica anziché attivarsi per contrastare la delinquenza dentro la politica ha contribuito all’esaltazione del crimine, non ha modificato di una virgola quello che berlusconi e un parlamento complice hanno stravolto. Non ha lavorato né si è impegnata per ridare a questo paese una parvenza di decenza salvo poi gridare al lupo al lupo tutti insieme, informazione e politica, quando è arrivato il buffone a rovesciare il tavolo dell’immoralità.
Col risultato che noi cittadini oggi  non abbiamo più nessuna tutela né un punto di riferimento sano in un momento drammatico in cui ce n’è un estremo bisogno.

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“Come ai tempi di Mani Pulite colpa delle leggi ad personam”  Liana Milella – La Repubblica

Tutto «come vent’anni fa». I magistrati hanno raccolto «una serie quasi infinita di prove», ma le leggi ad personam e la prescrizione hanno falcidiato i processi. L’ex pm di Milano Gherardo Colombo è convinto che la svolta «non arriverà in tempi brevi». Un primo passo è sicuramente quello di «allontanare dal suo ufficio chi sbaglia la prima volta». Quanto alla politica, anche della sinistra, il giudizio è netto: «Non vedo da tempo interventi utili a prevenire la corruzione ».
Tangentopoli Due, Dell’Utri condannato, Scajola arrestato. Che succede in Italia?
«Tenuta ferma la presunzione di innocenza fino al giudizio definitivo, non c’è bisogno di queste notizie per avere la forte impressione che non sia cambiato molto dai tempi di Mani pulite. Forse sono diverse le modalità e, al momento, pare che non si riscontri quel coinvolgimento dei partiti politici che si era verificato allora. Ma l’impressione è che esista comunque una corruzione particolarmente diffusa nel nostro Paese».
Il sottosegretario Del Rio dice che bisogna cambiare l’etica pubblica. Come se fosse facile, visto che in Italia pare che il Dna dell’onestà sia carente.
Siamo condannati a veder riprodotti all’infinito questi comportamenti?
«È una questione che non riguarda solo l’etica pubblica, ma anche quella privata, perché quando si verifica un fatto di corruzione, oltre a una parte pubblica, è sempre coinvolto un soggetto privato, impresa o persona fisica che sia. A livello di vertice, la corruzione può essere un fenomeno costante solo se esiste una pratica diffusa in qualsiasi altro livello della società. Se non si promuovono cambiamenti che riguardano il rispetto delle regole per tutti, è difficile, se non impossibile, marginalizzare la corruzione anche ai livelli più alti».
Nella famosa intervista che dette a D’Avanzo 20 anni fa lei indicava nella politica e nel patto della Bicamerale una responsabilità determinante. Oggi la colpa su chi ricade?
«Non credo sia importante stabilire di chi sia la colpa, quanto cercare le cause. E allora mi chiedo: quali modelli di comportamento sono stati promossi in questi anni? Quali punti di riferimento sono stati indicati? Considero un equivoco pensare che un problema così generalizzato si possa risolvere a livello giudiziario, attraverso le inchieste, i processi e le sentenze. Proprio l’esito delle indagini degli anni Novanta costituisce un riscontro inconfutabile. La raccolta di una serie quasi infinita di prove, attraverso le quali venivano individuate le responsabilità di un gran numero di persone, non ha quasi avuto seguito a livello giudiziario ».
Non è troppo pessimista?
«I processi spesso si sono conclusi per prescrizione o per assoluzioni dipendenti da incisive modifiche della legislazione processuale e sostanziale, che hanno ridotto l’efficacia probatoria di alcune emergenze, hanno accorciato i termini di prescrizione e hanno ridimensionato reati come il falso in bilancio. Tutto ciò non ha impedito che la corruzione continuasse a mantenere livelli molto elevati. Da tempo sono convinto che incidere sulla corruzione sia necessario intervenire soprattutto a livello educativo e preventivo».
Non le viene il dubbio che così, tra 50 anni, ci troveremo con gli stessi fatti criminali?
«Se consideriamo che il fenomeno è così esteso, di certo la soluzione non potrà intervenire in tempi particolarmente brevi. Essa potrà essere tanto più rapida, quanto più l’educazione e la prevenzione saranno agite in modo tempestivo, organico e profondo».
Com’è possibile che nel mercato degli appalti trattino e facciano mediazioni personaggi come Frigerio e Greganti?
«In tanti casi persone ritenute responsabili di corruzione o che avevano patteggiato per questi reati sono state lasciate a svolgere le stesse funzioni. La questione coinvolge la responsabilità di chi ha il compito di applicare la legge e di fare scelte di gestione, e cioè scelte politiche».
Governo Prodi nel 2006, governo Renzi nel 2014. Le leggi di Berlusconi sono sempre in vigore. Non c’è una responsabilità della sinistra nell’ostacolare la riconquista della legalità?
«Da tempo, non ho visto interventi legislativi che cercassero di incrementare effettivamente, al di là delle parole, una maggiore capacità di intervento sia a livello educativo che a livello preventivo».
Cantone, un ex pm, è il nuovo commissario anti-corruzione e Renzi l’ha appena coinvolto da Renzi per Expo. I suoi consigli?
«Non credo di potergliene dare su come gestire il suo ufficio, ma è necessario che gli vengano dati gli strumenti e i mezzi per poter svolgere un’efficace attività di controllo in posizione assolutamente indipendente».

Non è Stato lui

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Ai 5stelle va riconosciuto il merito di aver chiesto la messa in stato d’accusa di Giorgio Napolitano, che sicuramente non otterrà nessun risultato concreto non essendoci le condizioni, quel tradimento manifesto dello stato da poter provare ma che ha comunque sollevato un problema che c’è: quello di un presidente della repubblica che in svariate occasioni non ha dimostrato quella parzialità da arbitro terzo ma si è comportato come uno dei giocatori in campo. Quello che se vuole si porta via il pallone quando vuole e quindi detta lui le regole del gioco.

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Ieri grande fermento in Rete dopo la visita di Tsipras a Roma. Il dibattito che ha animato i social media si è focalizzato soprattutto sul pericolo che un’altra lista, di sinistra per giunta: orrore degli orrori, possa in qualche modo vanificare l’impegno dei 5stelle e disperdere gli eventuali voti a loro riservati nelle future ed eventuali elezioni, quando l’oligarchia che ha preso possesso dello stato concederà a noi poveri cittadini – relegati al ruolo di sudditi anziché popolo sovrano – di poter ritornare ad esprimerci e scegliere i nostri rappresentanti in parlamento, per conto nostro come da Costituzione e non per conto Napolitano. Ieri sembrava di essere tornati indietro nel tempo, ai bei tempi in cui il pd chiedeva il voto “utile”,  quello esercitato con la classica molletta al naso. Quando tutti si sperticavano a spiegarci che se avessimo dato fiducia ad una sinistra che tanto sinistra non era [e non è] col tempo, piano piano, anche un non partito di una non sinistra si sarebbe impegnato a fare le cose serie, e magari anche di sinistra.

Per fortuna, sempre Napolitano, si occupa alacremente di unire gli italiani, lui si sa, detesta la “divisività” e per essere coerente col suo amore per la “univisità” a tutti i costi, quella per la stabilità, per il bene del paese ci mancherebbe, ha deciso di voler passare alla Storia, quella vera, non quella che ci raccontano Scalfari e Battista a modo suo: il peggiore, riconosciuto da elettori di destra, centro e sinistra. E non serviva nemmeno leggere nero su bianco dell’iniziativa “spintanea” contro Nino Di Matteo per farsi un’idea di quanto certa magistratura lo abbia sempre disturbato, quanto avrebbe fatto volentieri a meno di quei giudici che lavorano per portare alla luce quei segreti che lui, a moniti unificati, ammanta di una presunta ragion di stato. 

Ma quale ragion di stato può impedire che venga fatta luce su una parte degli apparati dello stato stato che, assai poco presuntamente, in molte occasioni non ha agito con tutte le sue forze contro quel crimine più crimine di tutti che è la mafia, quella modernizzata che oggi scioglie donne e bambini nell’acido? Quale ragion di stato ha impedito a Napolitano, presidente della repubblica e capo supremo di tutti i magistrati – solitamente prodigo di solidarietà e parole di condanna per tutto – di dire una sola parola di sostegno a Nino Di Matteo minacciato, condannato a morte dalla mafia che fa saltare autostrade e palazzi se vuole? E quale altra ragion di stato impedisce che dopo sei mesi venga applicata una sentenza, ridicola rispetto all’ammontare dei danni procurati all’Italia, al delinquente più delinquente di tutti? 
E in virtù di quale ragion di stato gli italiani devono ancora essere rappresentati da questo signore?

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CSM, È STATO NAPOLITANO A VOLER PROCESSARE DI MATTEO – Marco Travaglio, 9 febbraio

PROCESSO A DI MATTEO PER UN’INTERVISTA : IL MANDANTE È IL COLLE UN DOCUMENTO UFFICIALE RIVELA CHE LA SEGNALAZIONE PER UNA AZIONE DISCIPLINARE CONTRO IL PM CHE INDAGA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA PARTÌ DAL QUIRINALE.

Fu Donato Marra, cioè il braccio destro del Presidente, a “denunciare” al Pg della Cassazione il pm della Trattativa per un’intervista sulle telefonate con Mancino. La notizia delle intercettazioni era già uscita su tutti i giornali, eppure da 18 mesi il magistrato più odiato da Riina è sotto azione disciplinare, senza aver violato alcun segreto.

Da un anno e mezzo, cioè da quando la Procura generale della Cassazione trascinò Nino Di Matteo, il pm più odiato da Totò Riina, sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm, si sospettava che l’incredibile iniziativa non fosse spontanea. Ma “spintanea”, suggerita dal Quirinale, visto che Di Matteo, dopo l’uscita di Antonio Ingroia dalla magistratura, è anche il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano. Ora il sospetto diventa certezza grazie a un documento ufficiale: la richiesta di proscioglimento depositata a fine dicembre dal Pg Gianfranco Ciani e dal sostituto Antonio Gialanella. I due, ricostruendo la genesi del processo, che riguarda anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, rivelano che la segnalazione dei possibili illeciti disciplinari partì proprio dal Colle: “Al Procuratore generale presso la Cassazione perveniva, in data 11.7.2012, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, una missiva datata al 9.7.2012”. In quella lettera, il segretario generale del Quirinale Donato Marra, braccio destro di Napolitano, trasmette un suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato e fra questa e la Procura di Palermo a proposito di un’intervista di Nino Di Matteo a Repubblica . L’intervista si riferisce alle rivelazioni diffuse il 20 giugno 2013 dal sito di Panora ma : intercettando Nicola Mancino, i pm di Palermo sono incappati non solo in 9 sue conversazioni col consigliere Loris D’Ambrosio, ma anche in alcune con Napolitano in persona. Notizia rilanciata il 21 giugno dal Fatto e da altre testate. Il 22 giugno Repubblicaintervista Di Matteo, il quale spiega che, negli atti appena depositati ai 12 indagati per la trattativa Stato-mafia, “non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”. L’intervistatrice domanda se le intercettazioni non depositate saranno distrutte, Di Matteo risponde – riferendosi a tutto il materiale non depositato e non solo alle telefonate Mancino-Napolitano: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. È OVVIO CHE, fra quelle da distruggere, ci siano anche le intercettazioni indirette del Presidente, visto che sono “irrilevanti” (almeno sul piano penale), mentre quelle ancora da approfondire riguardano altri soggetti. Ma, anzichè ringraziare Di Matteo per aver dissipato ogni possibile sospetto su sue condotte illecite, Napolitano scatena la guerra termonucleare alla Procura di Palermo, esternando a tutto spiano e mobilitando prima l’Avvocatura dello Stato, poi il Pg della Cassazione e infine la Corte costituzionale. L’Avvocato dello Stato, Ignazio Caramazza, viene attivato subito dopo l’intervista dal segretario generale Marra, perché chieda a Messineo “una conferma o una smentita di quanto risulta dall’intervista, acciocchè la Presidenza della Repubblica possa valutare la adozione delle iniziative del caso”. Il 27 giugno Caramazza scrive a Messineo per sapere come si sia permesso Di Matteo di svelare a Repubblica che sono “state intercettate conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, allo stato considerate irrilevanti, ma che la Procura si riserverebbe di utilizzare”. Il procuratore risponde con due lettere: una firmata da Di Matteo, l’altra da lui. Entrambe chiariscono ciò che è già chiarissimo dall’intervista: “La Procura, avendo già valutato come irrilevante ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica diretta al Capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge”: cioè con richiesta al gip, previa udienza camerale con l’ascolto dei nastri – previsto espressamente dal Codice di procedura penale – da parte degli avvocati. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme, minacciando “le iniziative del caso”. Allora una normale intervista che spiega come la Procura abbia rispettato e intenda rispettare la legge diventa un caso di Stato. Il 16 luglio Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, accusandola di aver attentato alle sue “prerogative”. A fine luglio Ciani apre su Messineo e Di Matteo un “procedimento paradisciplinare”, cioè un’istruttoria preliminare. È lo stesso Ciani che tre mesi prima, su richiesta scritta di Mancino e Napolitano (tramite il solito Marra), ha convocato il Pna Piero Grasso per parlare di come “avocare” da Palermo l’inchiesta sulla Trattativa o almeno di “coordinarla” con quelle sulle stragi a Firenze e Caltanissetta: ricevendo da Grasso un sonoro rifiuto. Il primo agosto un sostituto di Ciani scrive al Pg di Palermo per sapere se Messineo avesse autorizzato Di Matteo a rilasciare l’intervista e  perchè non l’avesse denunciato al Csm per averla rilasciata. Il Fatto lancia una petizione e raccoglie 150 mila firme in un mese: lo vede anche un bambino che il processo disciplinare è fondato sul nulla. IL 10 AGOSTO il Pg di Palermo risponde a Ciani: l’intervista di Di Matteo non richiedeva alcuna autorizzazione e non violava alcuna norma deontologica perché non svelava alcun segreto, visto che la notizia delle telefonate Napolitano-Mancino l’avevano già diffusa Panorama e poi decine di testate. Tutto chiaro? Sì, in condizioni normali. Ma qui c’è il Quirinale che preme. Il Pg Ciani ci dorme su sette mesi. Poi il 19 marzo 2013 promuove l’azione disciplinare contro Messineo e Di Matteo. Il secondo è accusato di aver “mancato ai doveri di diligenza e riserbo” e “leso indebitamente il diritto di riservatezza del Presidente della Repubblica”; il primo, di non averlo denunciato al Csm. Messineo e Di Matteo vengono interrogati il 18 giugno e il 7 luglio, ripetendo quel che avevano sempre scritto e detto. La Procura generale ci dorme sopra altri cinque mesi e mezzo. Poi finalmente, alla vigilia di Natale, deposita le richieste di proscioglimento, scoprendo l’acqua calda: la notizia delle telefonate Mancino-Napolitano non la svelò Di Matteo, ma Panora ma , in un articolo “presente nella rassegna stampa del Csm del 21.6.2012”. Quindi “con apprezzabile probabilità occorre assumere che la notizia… fosse oggetto di diffusione da parte dei mass media in tempo antecedente” a quello dell’intervista incriminata” del giorno 22. Ma va? Ergo “è del tutto verosimile” che Di Matteo tenne “un atteggiamento di sostanziale cautela” e “non pare potersi dire consapevole autore di condotte intenzionalmente funzionali a ledere diritti dell’Istituzione Presidenza della Repubblica”, semmai “intenzionato a rappresentare la correttezza procedurale dell’indagine”. Quindi “la condotta del dr. Di Matteo non si è verosimilmente consumata nei termini illustrati nel capo d’incolpazione, tanto che nessun rimprovero disciplinare si ritiene di poter articolare nei suoi confronti”, né in quelli di Messineo. Così scrivono Galanella e Ciani il 16 e 19 dicembre 2013 nella richiesta di proscioglimento che ora dovrà essere esaminata dal Csm. Ma così avrebbero potuto scrivere – risparmiando a Di Matteo e Messineo un anno e mezzo di calvario – già nel giugno 2012, quando tutti sapevano già tutto. Compreso il Quirinale, che sciaguratamente innescò questo processo kafkiano al nemico pubblico numero uno del Capo dei Capi. E di tanti altri capi.

“Renziano lo dice a sua sorella”. E piddino anche a suo nonno

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Questo paese è una vergogna, non c’è un angolo in cui rifugiarsi per poter trovare un po’ di pace, un punto da guardare per ritrovare non dico un ottimismo ma almeno il minimo di quella spinta che sappia dare un senso a quello che si fa, alle giornate, una motivazione nobile per alzarsi ogni giorno dal letto. Un paese dove si brucia un bambino di tre anni e il presidente della repubblica non dice una parola e non la dicono i presidenti di senato e camera solitamente loquaci rispetto ad altre situazioni anche meno importanti e gravi non se lo merita un futuro. In Italia l’adozione ai gay no ma l’affido al nonno ‘ndranghetista sì. Nessuno ha pensato che fosse una persona inadatta e inadeguata ad occuparsi di un bambino. Miserabili, che siano stramaledetti in questa e nelle loro prossime vite  tutti quelli che hanno ridotto l’Italia in macerie.

Il ministro che non c’è – Massimo Gramellini, La Stampa

Ma l’Italia ce l’ha un ministro dell’Interno? si chiede Antonio Barone nel suo blog sull’Huffington Post. A scandalizzarlo, a scandalizzarci, è il silenzio di Alfano intorno al rogo di Cocò, il bambino di tre anni ucciso e bruciato dalla ’ndrangheta. Quel gesto disumano, che ha cancellato definitivamente l’epica dei cosiddetti «uomini d’onore», scosso le coscienze e ispirato parole infuocate a Claudio Magris, è planato sulle spalle larghe del ministro senza lasciare traccia. In cinque giorni neppure una dichiarazione o un gesto che dessero la sensazione di uno Stato presente e, se non responsabile, almeno consapevole. Evidentemente Alfano considera ordinaria amministrazione che sul territorio italiano si consumino non solo i rapimenti dei familiari di un oppositore kazako, ma anche le mattanze infantili.  La storia di Cocò è ancora più complessa e avvilente per le strutture dello Stato: c’è di mezzo una mamma in galera con cui il piccolo ha convissuto dietro le sbarre, prima di essere affidato da una decisione demenziale al nonno pregiudicato. Ma neanche su questo Alfano ha trovato il tempo di dire qualcosa. Comprendiamo che i tormenti della legge elettorale ingombrino una parte imponente della sua pur vasta intelligenza. E siamo certi che abbia presieduto vertici su vertici per mettere nel sacco gli assassini di Cocò. Ma la politica è comunicazione. Un ministro che parla di listini bloccati e non di un fatto di sangue che ha sconvolto il mondo intero farebbe meglio a presentare le dimissioni. Pubblicamente, però. Altrimenti non se ne accorgerebbe nessuno.  

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“Renziano lo dice a sua sorella” è da Oscar. Questi lorsignori permalosi devono smetterla. I giornalisti fanno i giornalisti, non i piccoli e grandi fans dei politici.

Il rapporto fra quel giornalismo che informa e la politica non è alla pari: perché il giornalismo ha il dovere di raccontare i fatti, anche quando sono spiacevoli per la politica, e il politico non deve e nemmeno per sogno rispondere con altrettante critiche, giudizi o rilasciando  patenti  di appartenenza ma con i fatti e le azioni che possono confutare e smentire ciò che dice il giornalismo. Qui invece i politici sono disabituati a trovarsi di fronte i giornalisti,  soprattutto sono disabituati alle critiche, non le vogliono, gli danno noia, scoprono altarini,  permettono di ricordare episodi che non sono affatto parte del passato, demagogia e retorica qualunquista ma le fondamenta di questo presente. E siccome il passato non lo possiamo cambiare, conoscerlo dovrebbe servire a non ripetere gli stessi errori. Dovrebbe: appunto.

 

“Mediaset è stata una delle società con il maggior rialzo in Borsa nel 2013, + 122%, e in un giorno solo il 19 dicembre +16,4%”.

Se malgrado le vicissitudini giudiziarie di un imprenditore in odor di mafia, quello entrato in politica appositamente per il salvataggio di se stesso dalla galera e delle sue imprese dal fallimento, quello che non pare ma è stato condannato alla galera per frode fiscale [capisco che l’argomento può annoiare ma anche a me irrita oltremodo che un delinquente processato e condannato in via definitiva possa ancora agire e muoversi da cittadino libero e onesto]: il reato che gli ha permesso di accrescere in maniera esponenziale il suo patrimonio le sue aziende continuano a guadagnare e crescere, nonostante e malgrado una crisi che sta uccidendo tutte le altre, significa che lo stato è un complice, altroché quel socio occulto che pretende la marchetta senza farti nemmeno godere che si portano dietro i cittadini italiani, quelli che se violano la legge lo stato non li manda per premio a fare le leggi ma che in galera ci vanno e ci restano.

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LA BANDA DEI DISONESTI – Marco Travaglio, 24 gennaio 2014

Ricapitolando: siccome ogni detenuto sigillato al 41-bis ha diritto di trascorrere le ore di “socialità” con un suo simile per scambiare quattro parole, il Dap e la Dna designano per far compagnia a Totò Riina il capomafia pugliese Alberto Lorusso. La scelta, a posteriori, si rivela infelice perché Lorusso è uno specialista in linguaggi cifrati, con cui riesce a trasmettere fuori dal carcere i suoi messaggi criminali, seguitando a gestire le estorsioni nella sua zona fra Taranto e Brindisi. In ogni caso la Procura di Palermo non viene consultata e decide autonomamente di intercettare Riina, che s’è appena confidato con un agente sulla trattativa con lo Stato: insomma sembra in vena di parlare. Infatti le intercettazioni si rivelano proficue: il boss non parla nella saletta ricreativa del carcere di Opera, temendola imbottita di cimici; invece esterna a ruota libera nel cortiletto esterno, non sospettando di essere ascoltato anche lì, e svela retroscena interessanti e in parte inediti delle stragi e delle trattative con la politica, naturalmente tutti da verificare. Già che c’è, si scaglia con rabbia inestinguibile contro il pm Nino Di Matteo, ordinando di ammazzarlo in una strage modello 1992-’93.

È bene o è male che i magistrati vengano a sapere ciò che dice, auspica e progetta un boss irriducibile che ha sempre rifiutato di collaborare? Ovviamente è bene: le intercettazioni si fanno apposta. Se Riina progetta attentati, lo Stato può far di tutto per sventarli proteggendo le vittime designate. Se dice cose vere e verificabili, aiuta involontariamente la ricerca della verità. Se mente per depistare, i giudici possono scoprire perché lo fa e comportarsi di conseguenza. Chi può mai aver paura delle parole del boss? Nessuno, a parte chi ha la coscienza sporca e i suoi manutengoli.

Infatti Giuliano Ferrara, sul Foglio di casa B., parte subito lancia in resta, anche se non si capisce bene con chi ce l’ha e che diavolo vuole. Non l’ha capito neanche lui, infatti – nell’attesa di capirlo – invoca una commissione parlamentare d’inchiesta: che è comunque il sistema migliore per fare casino e buttare tutto in politica, cioè in caciara. Ieri sul Foglio un tal Merlo domandava pensoso “quale magistrato ha autorizzato le intercettazioni dei colloqui di Riina?”. La risposta – il pm Di Matteo e i suoi colleghi che indagano sulla trattativa – la sanno tutti quelli che seguono anche distrattamente la vicenda, dunque non Merlo. Altra domandona: “Qualcuno ha imbeccato Lorusso per pilotare le risposte di Riina?”. Basta leggere quei dialoghi per accorgersi che Lorusso si limita a chiedere e Riina risponde quel che gli pare. Terza domanda a cazzo: “Possibile che nessuno si attivi per difendere la presidenza della Repubblica mostrificata nelle parole del capomafia?”. Di grazia, chi dovrebbe difendere il Quirinale? E come? E da chi? Boh. “Il ministero della Giustizia tace”. E che potere ha il ministero di impicciarsi in un’indagine in corso? Le risposte sono affidate a un tal Buemi del Pd, quello che si opponeva alla decadenza di B. e che ora delira di un imprecisato “clima di linciaggio nei confronti delle istituzioni”.

In realtà Riina non lincia affatto Napolitano, anzi lo elogia, lo esorta a non testimoniare sulla trattativa e invita i suoi corazzieri ad assestare altre “mazzate nelle corna a questo pm di Palermo”. Dunque di che linciaggio parla questo tizio? Da parte di chi? In che senso? Boh. Sempre sul Foglio interviene Massimo Bordin convinto che, se Riina dice a Lorusso che bisogna ammazzare Di Matteo, allora Di Matteo è “beneficiario dell’operato” di Lorusso e Riina “supporta” il pm che vuole far saltare in aria. Bordin naturalmente raccomanda una scrupolosa verifica delle fonti e delle date. Infatti chiama Lorusso “Lo Verso”. Come Totò che, ne La banda degli onesti, chiama l’amico Giuseppe Lo Turco (Peppino De Filippo) Lo Turzo, Lo Curto, Turchesi, Turchetti, Lo Tripoli, Gianturco, Lo Struzzo, Lo Sturzo, Lo Crucco e Lo Truzzo. E questi sono gli esperti. Poi ci sono anche gli ignoranti.

L’Italia civile è con Nino Di Matteo e i Magistrati antimafia

 C’è un magistrato, si chiama Nino Di Matteo, che sostiene l’accusa nel processo stato-mafia. Totò Riina dal carcere dove è detenuto in regime di 41bis gli ha fatto sapere che gli dà fastidio, che è “tutto pronto” come negli attentati in cui furono disintegrati Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta, Paolo Borsellino e la scorta.
Nino Di Matteo  non può presenziare al processo, viaggia su un blindato e mentre qualcuno si chiede e si indigna anche, perché durante la protesta di questi giorni c’era chi inneggiava alla mafia, Di Matteo viene ignorato da tutti, a partire dallo stato che si costerna, s’indigna, s’impegna, poi more solito, getta la spugna. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano sempre della loro solitudine, e sono stati ammazzati quando lo stato li ha abbandonati. Lo scorso anno Napolitano alla commemorazione di Falcone disse che “vent’anni fa lo stato non si lasciò intimidire”: oggi lo stato, anche per bocca di Napolitano tace e non dice una parola a sostegno di un giudice minacciato di morte dalla mafia.
 Questo blog sostiene Nino Di Matteo, l’antimafia, i giudici, i magistrati che si impegnano e lottano contro la mafia e tutte le criminalità che strozzano il paese, i cittadini onesti, e la Società Civile sempre al loro fianco.

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Tra Stato e mafia: chi ha paura di Nino Di Matteo? Giuseppe Pipitone, Il Fatto Quotidiano

Un uomo non può fare il suo lavoro, perché rischia di essere ammazzato. Non siamo nel Medioevo, non siamo in guerra, non siamo in un Paese barbaro. E l’uomo in questione non fa il rapinatore di banche, il sicario professionista, il contractors addestrato ad uccidere, e quindi ad essere a sua volta assassinato. Siamo in Italia, un Paese civile, senza guerre e in democrazia. E l’uomo in questione fa ilmagistrato, è onesto, è un servitore dello Stato. Antonino Di Matteo è in magistratura dal 1993, l’epoca delle stragi, quando gli venne sputato in faccia il destino del mestiere che aveva scelto: la prima volta che indossò la toga non era formalmente un pm, ma solo un giovane uditore, catapultato a fare da picchetto alle bare delle vittime del botto di Capaci. Altri tempi, direbbe qualcuno. Altro Paese. Altra mafia.

E invece no. E non perché i tempi non siano cambiati: anzi, sono cambiati eccome. L’ala militare di Cosa Nostra non c’è più, i boss stragisti sono al carcere duro, in Sicilia c’è un governatore in aperto contrasto con Cosa Nostra e come seconda carica dello Stato è stato eletto un magistrato impegnato per quarant’anni in indagini antimafia. I tempi sono cambiati. Dicono.

Eppure a leggere la cronaca degli ultimi giorni si potrebbe dire che non solo non sono cambiati, ma forse sono perfino peggiorati. E d’altra parte quando si dice che sono cambiati, nessuno specifica mai se in peggio o in meglio.

Delle minacce di morte a Di Matteo è stato scritto tanto: una lettera anonima ha svelato nei mesi scorsi il progetto di assassinarlo, avallato direttamente da Totò Riina; le microspie nascoste nel carcere milanese di Opera hanno poi certificato che in effetti il capo dei capi desidera ardentemente la sua morte, arrivando addirittura a dire che è tutto pronto e che l’attentato sarà compiuto in maniera eclatante. Inquietante, senza dubbio.

Diversi inquirenti, commentatori, giornalisti (compreso chi scrive) si sono sforzati di trovare unalogica, un senso, una struttura, alle parole di Riina e non è qui opportuno entrare nel merito delle ricostruzioni. Quel che è certo è che le minacce sono fondate: così le considerano gli investigatori, così le ha bollate perfino il ministro degli Interni, non certo uno storico supporter della procura di Palermo. Il responsabile del Viminale è andato oltre: ha lanciato l’allarme stragi, assicurando al contempo che ogni mezzo sarà messo a disposizione per tutelare Di Matteo. Bene, bravo, bis.

Solo che Di Matteo non può fare il suo lavoro. Non può farlo più, perché il rischio di attentato è talmente alto da obbligarlo a muoversi con un Lince, una specie di carro armato, per recarsi alle udienze del processo sulla Trattativa Stato – mafia, fascicolo complesso di cui è il più profondo conoscitore. Ora è vero che le minacce di Riina potrebbero cessare modificando il trattamento carcerario del boss, è vero che con un carro armato si limitano i rischi per Di Matteo, ma è vero anche che  – come si scriveva poco più sopra – i tempi sono cambiati. I boss stragisti dovrebbero essere tutti rinchiusi, e non ci dovrebbe essere alcun pezzo sostanzioso di associazione criminale in grado di farsi beffe della protezione dello Stato: così almeno ci è stato fatto credere. E allora dove sono i nostri servizi di sicurezza? Perché Di Matteo rischia ancora la morte? Nessuno si è occupato di capire cosa stia succedendo nel ventre molle di questo Paese?

Paolo Borsellino venne assassinato perché nessuno, dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, si occupava di capire cosa stesse succedendo dentro Cosa Nostra. E se qualcuno se ne occupava o ha fatto male il suo lavoro, avendo sulla coscienza la strage di via d’Amelio, oppure lo ha fatto fin troppo bene, agevolando e accelerando l’assassino di Borsellino a causa di giochetti, colloqui e negoziati bollati come sicurezza di Stato. Delle due, l’una.

Dicevamo, però, che i tempi sono cambiati. Oggi è lecito sperare che alcun pezzo o apparato di Stato collabori con la criminalità organizzata, o addirittura si sostituisca ad essa. A raccontare di casi simili sono proprio le inchieste che Nino Di Matteo non può oggi portare avanti: uomini di Stato assassinati da pezzi dello stesso Stato. Oggi, che come dicevamo i tempi sono cambiati, è lecito chiedersi quale fosse lo Stato più autentico. E da quale parte stia quello Stato. I silenzi delle più alte autorità, Quirinale in testa, sul caso Di Matteo sono in questo momento più rumorosi di un boato. Da cosa dobbiamo proteggere Di Matteo? E, soprattutto, da chi?