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Scusate, sono il conflitto di interessi, qualcuno si ricorda di me?

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Sottotitolo extrapost: in Francia gli scioperi bloccano le città, a Parigi la Torre Eiffel ieri è rimasta chiusa tutto il giorno a causa delle manifestazioni contro la riforma del lavoro, nessun ministro ha gridato allo scandalo internazionale né il governo ha pensato di ridurre la libertà di dissenso dei cittadini con leggi speciali di stampo fascista.
‪‎Loi Travail‬ è praticamente il jobs act di Renzi che qui è passato con la benedizione di tutti, anche di chi doveva difendere i lavoratori dallo scippo dei diritti.

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natangelo1apr“Non sapevo chi fosse il fidanzato della ‪‎Guidi‬ è il remake di “Ruby è la nipote di Mubarak”.
Per la falsa dichiarazione nell’autocertificazione sul possesso del televisore ora che il canone è diventato obbligatorio perché si paga con la bolletta dell’elettricità è prevista la galera. Non può esistere nessuna normalità democratica in un paese dove se a mentire è il comune cittadino si manda in galera mentre ai politici mascalzoni, gli stessi che fanno le leggi per mandare in galera solo quegli sfigati dei sudditi e che mentono per mestiere non succede mai niente.
Con questi non bastano le elezioni, ci vuole la corte marziale.

Il vulnus della democrazia non sono le intercettazioni come dice il noto delinquente seriale, lo è tutto quello che rivelano, gli intrecci fra la politica e quello che dovrebbe stare ben distante da chi ha ruoli istituzionali, malavita e mafie comprese, ecco perché la politica tutta ritiene che l’uso delle intercettazioni vada limitato.
Nel paese più corrotto d’Europa secondo il rapporto Transparency International 2014 non smentito da quello dello scorso anno che continua a confermare l’alto tasso di corruzione percepita il problema non possono essere le intercettazioni.
Non devono, anzi.
Senza le intercettazioni Renzi non avrebbe mai saputo con chi è fidanzata Federica ‪#‎Guidi‬.
Forse però non servivano le intercettazioni per sapere che l’ex vicepresidente e successivamente presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, ex amministratore delegato dell’azienda di famiglia non era la persona più adatta a ricoprire il ruolo di ministro dello sviluppo economico.
Ormai è diventato luogo comune pensare che sia sufficiente che una persona che entra in politica si dimetta da precedenti incarichi, purtroppo e invece non basta perché dimettersi da dirigente d’azienda non significa smettere di possedere l’azienda.
L’imprenditore è portato per sua natura, per il contesto in cui si è formato il suo vissuto a tutelare la sua proprietà ed è quindi totalmente inadeguato ad occuparsi degli interessi dei molti.
Ci siamo sciroppati vent’anni di berlusconi per niente, per ritrovarci un cialtrone, un bugiardo in un governo illegittimo che aveva promesso che con lui si sarebbero interrotti certi riti mentre non solo non li ha interrotti ma li ha perfino perfezionati.
Se prima gli industriali, i banchieri, i finanzieri avevano comunque la discrezione di farsi rappresentare in parlamento dal politico fidato oggi lo possono fare di persona, continuare a fare i loro interessi da ministri, sottosegretari al bilancio come Paola De Micheli anche lei ex manager nel settore agroalimentare, Poletti, ex presidentissimo delle Coop e nessuno di quelli che dovrebbero dire qualcosa sul conflitto di interessi normato dallo stato trova in tutto questo niente di anormale: la grande stampa italiana, ad esempio.
In un paese di sessanta milioni di persone sembra impossibile trovare dieci, quindici, venti persone a cui affidare incarichi politici di alto livello che non abbiano altri interessi che entrino in conflitto con la politica e nessun governo ha mai pensato né pensa di dover risolvere il conflitto di interessi estirpando il male alla radice.
Solo un gran farabutto poteva nominare ministra dell’industria un’imprenditrice.
In questo paese non manca solo la coscienza civile della gente: manca proprio la gente che fa caso a queste cose.
Tutto passa davanti agli occhi come se fosse normale, anche se di normale non c’è rimasto più niente.
Il conflitto di interessi si è mangiato questo paese e noi non siamo stati capaci di formare una classe dirigente decente che avrebbe potuto mettere un freno a questa indecenza, perché troppi non lo hanno mai considerato un problema.
L’unica legge che avrebbe salvato l’Italia noi non ce l’abbiamo.

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Considerazioni sull’affaire Guidi

L’impalpabile ministra dello Sviluppo Federica Guidi se ne va e un antico adagio consiglierebbe le si facessero “ponti d’oro”. Del resto non si è mai capito bene che cosa apportasse alla compagine governativa questa figlia d’arte educata a una visione punitiva del lavoro (il padre Guidalberto è sempre stato un falco di Confindustria), trascurabile presidentessa nazionale del Rotaract dei Giovani Imprenditori (il club dei padroncini under 40), simpatizzante berlusconiana conversa renziana.

Un personaggio destinato a finire immediatamente nel dimenticatoio se non avesse lasciato, sul davanzale della casetta di marzapane abitata da Maria Elena “Biancaneve” Boschi e dai nanetti del Giglio Magico, la mela avvelenata del coinvolgimento negli affari petroliferi di Total e altri faccendieri

Ora la Boschi potrà ammansirci l’abituale repertorio di ovvietà a propria discolpa. Subito sostenuta dalla canea di orchi da blog che la cordata al potere è solita scatenare contro i critici web.

Eppure le vicissitudini delle due bamboline di governo ripropongono alcune domande di un certo interesse per analizzare dove siamo andati a finire: cosa hanno in testa questi/e giovanotti/e di belle speranze e scarse attitudini, chi li ha condotti per mano alle loro poltrone e perché?

Il primo dato è – al tempo – sociale e generazionale: in larga massima si tratta di borghesucci emergenti (anche se la Guidi è nata “con il cucchiaio d’argento in bocca”) che l’accesso alle stanze del potere e alle relative opportunità in materia di consumo vistoso ha letteralmente fatto impazzire. Finiti i tempi in cui l’outsiderMatteo Renzi girava per Roma sulla giovanilistica smart scassata dell’amico Ernesto Carbone. Oggi ci si compra gli Air Force Oneesibizionisti, così da far schiattare d’invidia la Merkel (che viaggia su un vecchio Lufthansa restaurato); per andare a sciare aCourmayeur ci sono elicotteri di Stato su cui il parvenu può liberamente pavoneggiarsi.

Marginalità gossipare? Nient’affatto, visto che rivelano l’inquietante formazione di una mentalità per cui la “cosa pubblica” diventa “cosa propria”. La relativa interruzione dei corretti rapporti con la realtà tradotta in conseguente estraniazione. Ossia il senso – al tempo – di insindacabilità e invulnerabilità che parrebbe autorizzare comportamenti sull’asse capriccio-abuso, nella presunzione di non dover minimamente essere chiamati a risponderne. Una turbativa patologica del percepito che non si limita alle sedi centrali, ma che abbiamo visto dilagare a 360° in quelle periferiche, in primo luogo regionali (difatti gli attuali reggitori contro-riformisti della cosa pubblica vorrebbero arruolare il nuovo personale senatoriale proprio in tali congreghe ad elevato inquinamento dissipatorio).

 

Si determina così – alla faccia di quei pezzenti dei concittadini – la pericolosissima “sindrome da divinità dell’Olimpo”, a cui tutto è concesso; coltivata per effetto di contiguità pure dai familiari, nei più svariati esercizi di affarismo spregiudicato: dagli istituti bancari agli outlet (finanza di rapina e consumismo bulimico: i grandi business del tempo, secondo i vigenti criteri della neoborghesia accaparratrice).

Stabilito che il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica ha (incredibilmente) meno senso dello Stato di quello (tangentaro) della tarda Prima, sarebbe interessante capire quali siano state le “mani” che ne resero irresistibile l’ascesa. E per quali scopi.

Il secondo quesito ha una facile risposta: la corporazione del potere perseguiva rinnovamenti di facciata per continuare negli antichi andazzi. Più difficile capire chi fossero i veri mandanti; trovare una “pistola fumante” come nel salvataggio della politica corrotta al tempo di Mani Pulite, in cui Marco Pannella inventò l’abile deviazione della questione morale in questione istituzionale, spiegando che con il maggioritario tutto sarebbe andato a posto, e Silvio Berlusconi ci mise di suo la potenza mediatico-comunicativa. Per ora è difficile decifrare l’identità del “grande vecchio” del renzismo: Berlusconi è cotto e cerca solo un buen retiro, Denis Verdini può fare al massimo il capitano di ventura,Giorgio Napolitano era già stato la levatrice di Monti e Letta… Che siano nati sotto un cavolo?

 

 

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Generazione di fenomeni

 

mb11dLa moglie di Cesare e il padre di Maria Elena Boschi

Per Roberto Saviano il ministro dovrebbe dimettersi, e c’è un problema con le critiche al governo Renzi

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Sottotitolo: con lo stato siamo soci quando pago le tasse sulle mie entrate, anche quelle ipotetiche come per gli studi di settore ma se le entrate si polverizzano per colpa delle banche criminali e io mi ritrovo senza soldi la societá non vale più. Lo stato ti fa suo socio quando vuole la metà dei tuoi guadagni senza fare un cazzo per agevolarli, anzi, senza alzarsi con te alle cinque di mattina e rientrare alle otto di sera, senza restituire il dovuto che si paga in anticipo: servizi, sanità, istruzione ma poi ti abbandona al tuo destino quando non sei più in grado di partecipare alla società perché la banca, anche quella amica del governo ha fatto strame delle tue risorse.
Se rinasco voglio fare lo stato pure io, conviene.

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Quando si parlava dell’importanza di risolvere con una legge seria e per questo mai fatta da nessun governo i conflitti di interesse, il vero cancro che soffoca questo paese ma che diventa tutta salute per chi detiene il potere la Boschi probabilmente giocava ancora con la Barbie e non sapeva di essere una fra gli italiani ad avere il privilegio di poter approfittare un giorno non solo dei conflitti ma soprattutto degli interessi.

Alessandro Di Battista a gennaio dell’anno scorso fu massacrato dopo l’intervista alle Invasioni barbariche in cui l’ottima Bignardi lo costrinse alla risposta con la domanda: “non prova imbarazzo ad avere il padre fascista?” proprio lei che rivelò, evidentemente senza imbarazzo in un’autobiografia di avere il padre fascista.La dose di scapaccioni non solo a Di Battista ma a tutto il movimento fu rincarata subito dopo da Corrado Augias invitato opportunamente a parlare dopo Di Battista non prima né mentre come sarebbe stato corretto fare, visto che nella chiacchierata lui parlò anche dei 5stelle con toni e argomentazioni molto critici.
Di quella trasmissione si parlò molto e in tanti utilizzarono la dichiarazione spontanea di Di Battista per rinfacciargli la paternità, insultare lui per via del padre fascista.
In quel caso le colpe del padre sono potute ricadere eccome sul figlio perché tornava utile alla propaganda di regime e comunque due schiaffoni ai 5stelle ci stanno sempre bene, anche quando non fanno niente per meritarseli.
Mi chiedevo se oggi ci sarebbe o c’è un giornalista che intervistando Maria Elena Boschi abbia il coraggio di chiederle se “prova imbarazzo” ad avere un padre che ha violato le disposizioni che avrebbe dovuto far rispettare in qualità di vicepresidente di una banca, contribuendo in solido alla situazione di oggi che è costata un suicidio e la perdita dei soldi di incolpevoli cittadini truffati e derubati, se prova imbarazzo ma pure vergogna per non aver ancora rassegnato le dimissioni da ministro per evidenti ragioni di conflitto di interessi di cui hanno potuto beneficiare non solo il padre, appena sfiorato dal commissariamento della banca che vicedirigeva, ma anche suo fratello che è stato un dipendente della banca in questione e insieme a lei azionista della stessa.
Perché le persone perbene, cresciute ed educate in una famiglia perbene di solito riconoscono i propri errori, per un politico, un ministro, l’unico modo di chiedere scusa non è andare a presentare il libro di Vespa, sono le dimissioni.

 

 Salva banche, Travaglio: “Quando vuoi confondere tutto fai una commissione d’inchiesta”

Andrea Scanzi – La Boschi, il papà e il caso Banca Etruria

Di influencers, propaganda, par condicio e del Fatto Quotidiano

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Sottotitolo: chi critica Renzi è un odiatore di professione, disfattista, gufo, un portajella sicuramente plagiato dal guru di sant’Ilario che si ostina a non capire quanto stia facendo bene il suo governo, altrimenti non si spiegherebbe come mai non è riuscito a farsi sedurre dall’aitante quarantenne.
Un po’ come succedeva prima con berlusconi: chiunque lo criticava era un comunista, cosa che ha ripetuto talmente tante volte che i comunisti alla fine si sono stufati e sono spariti dalla circolazione per non farsi importunare più.
Mentre nella questione delle pensioni criticare la toppa peggiore del buco spacciata per manna del cielo elargita dal Salvatore di Rignano, un provvedimento che, vale la pena di ricordare, Renzi è stato costretto a prendere per correggere l’errore della Fornero che poi ha incolpato Monti sanzionato dalla Consulta significa gioire per chi gode del privilegio di una pensione milionaria.
Questo è il livello del dibattito da social media, un livello, penoso, pietoso rivoltante, privo del benché minimo senso di rispetto per chi aveva ed ha delle idee indipendenti da chi si è seduto e siede in parlamento.

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Ai Renzimaniaci non sta più bene la legge sulla par condicio.

Ora che a beneficiare della violazione della regola è il loro idolo, difendono a spada tratta il presunto diritto di Renzi di invadere tutti i programmi televisivi in cui non dovrebbe andare, ad esempio quelli di intrattenimento come L’Arena di Giletti.
Eppure la legge è chiara: durante la campagna elettorale è fatto espressamente divieto ai politici di partecipare alle trasmissioni di intrattenimento.
Il siparietto di Giletti è inserito in un programma definito “contenitore”, un programma per le famiglie che non è un approfondimento politico.
Ma agli squadristi diffamatori a libro paga che commentano nel Fatto Quotidiano, evidentemente nostalgici dei bei tempi in cui Bongiorno, Vianello e la Mondaini – pace alle anime loro – potevano invitare a votare per silvio durante il varietà senza nascondersi nemmeno dietro alla metafora questo non sta bene, e allora i tapini si chiedono “perché Di Battista da Floris sì ma Renzi a Domenica in, a farsi intervistare dal fidanzato della Moretti, onorevole piddina candidata in Veneto, no”.

L’assurdità è che quelli che vanno in giro per la Rete appositamente per confondere, insultare chiunque si dissoci dal pensiero unico del partito unico della nazione di Renzi alla fine risultano più credibili di chi scrive a ragion veduta.

Questa forma di squadrismo moderno è pericolosa e violenta. Bastano una manciata di persone che si organizzano per annullare anche la pura verità. Non è possibile che si permetta a questa gentaglia di divulgare menzogne su tutti i muri della Rete in virtù del presunto diritto ad esprimere un’opinione. Le balle, le bugie, le menzogne, la diffamazione e le calunnie rivolte agli interlocutori non sono opinioni. E la moderazione del Fatto Quotidiano si rende protagonista dello squadrismo non censurando le menzogne, gli insulti ma le repliche alle une e agli altri.

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Vero che l’Italia è notoriamente un paese fatto di una grande maggioranza di persone con la memoria corta che in una settantina d’anni ha consegnato il paese a mussolini prima e a berlusconi dopo, Renzi che una maggioranza non l’ha però la doveva avere a tutti i costi si è piazzato a palazzo Chigi grazie ad una volgare manovra di palazzo [ché a chiamarla golpe, il terzo in meno di tre anni c’è il rischio che qualcuno cada dalla sedia] ma è inconcepibile, scandaloso, vergognoso che la questione della par condicio puntualmente tirata dentro il dibattito nei lunghi anni in cui a palazzo Chigi c’era berlusconi oggi venga praticamente ignorata anche da quelli che ieri strepitavano, squittivano e strillavano contro berlusconi che, chiamalo scemo, ha approfittato di quello che la politica gli ha messo a disposizione.
Gli stessi che oggi stanno collaborando attivamente alle continue violazioni di una regola importante e che ristabilisce un po’ di giustizia e uguaglianza commesse da Renzi &Co., di una legge voluta dalla politica, fatta dalla politica per arginare l’abominevole conflitto di interessi di berlusconi, al quale però nessuno ha pensato di mettere un tetto: con una legge contro i conflitti di interessi non sarebbe servita nemmeno la par condicio.
Qualche anno fa il concertone del 1 maggio fu trasmesso in differita e non in diretta proprio per evitare il rischio che, in concomitanza delle elezioni, dal palco qualcuno potesse dire cose che le avrebbero disturbate, oggi abbiamo un presidente del consiglio eletto da un parlamento di nominati grazie ad una legge illegale, anticostituzionale, che può farsi beffe di leggi e regole e nessuno, a parte i pochi soliti noti eversivi e sovversivi amanti della verità fa un fiato.

Il vulnus Renzi ce l’aveva in casa. Chi l’avrebbe mai detto

Sottotitolo: un lato positivo nel referendum sull’indipendenza della Scozia c’è: quei deficienti dei leghisti, buzzurri, cialtroni, ignoranti, razzisti e violenti hanno finalmente imparato che né Amburgo né Strasburgo si trovano in Scozia.
Non tutto il male…eccetera, eccetera.

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LA CASSA DI FAMIGLIA, GLI STRILLONI DEL PERÙ E IL TFR DI MATTEO (Marco Lillo)

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LA BANCAROTTA DI CASA RENZI (Ferruccio Sansa e Davide Vecchi)

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Il padre di Renzi si dice così preoccupato da non aver ancora nemmeno nominato un avvocato.
Se le colpe dei padri non ricadono sui figli in questo caso l’arroganza sicuramente sì.

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La natura di “tutti” gli italiani non è quella di frodare lo stato, mafiare, gestire malamente i soldi degli altri per guadagnare in proprio, prendere le cose dove sono e continuare a campare onestamente.
E’ una tradizione che contraddistingue e riguarda un certo ceto sociale fatto di gente che, senz’alcun merito, con aiutini di vario genere dalla mafia alla politica e viceversa ha potuto raggiungere posizioni sociali elevate che hanno consentito ad intere famiglie di prendere possesso di questo paese fatto a fette e diviso in base a chi offriva di più ANCHE alla politica.
La politica che nel tempo ha chiuso gli occhi per convenienze reciproche agevolando attività non sempre legali, perché quando il potente dà una mano si crea quel circolo vizioso entro il quale le parole “non posso” sono bandite.

E’ vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ci mancherebbe, ma qui si parla di qualcosa di cui il figlio del padre era perfettamente a conoscenza. Il padre di Matteo Renzi è recidivo, l’avviso di garanzia di ieri non è la sua prima esperienza in materia di violazione della legge. Ecco perché è perfettamente legittimo avere qualche sospetto circa l’intesa di Renzi col pregiudicato interdetto e condannato il cui clou è, manco a dirlo, quella riforma della giustizia che sta molto a cuore anche a Napolitano, così tanto da averla sollecitata anche in due occasioni precise, subito dopo la sentenza che ha condannato berlusconi e immediatamente dopo la sua “assoluzione” nel processo per sfruttamento della prostituzione minorile. Quindi è chiaro a tutti, meno agli interessati e a quelli in malafede che esiste un problema di sopravvivenza della politica messa a rischio da chi chiede semplicemente che si rispettino le regole e la legge come da Costituzione, quella che Renzi vuole sabotare insieme a berlusconi. Problema che se si guarda a chi ha rappresentato e rappresenta la politica di questi ultimi due decenni entra in modo dirompente nella vita personale di alcuni rappresentanti della politica. Inutile ricordare che con una legge seria sul conflitto di interessi né berlusconi né Renzi avrebbero potuto intraprendere la carriera politica senza abbandonare prima quelle precedenti. Ecco perché risolvere i conflitti di interessi che soffocano questo paese è un tema che non interessa a Renzi come non interessava ai governi precedenti. L’imprenditore, il titolare d’azienda nel paese normale non fa politica. Qui invece non esiste una figura politica di quelle che contano che non abbia le mani in pasta ovunque ci sia da realizzare un guadagno che in molti casi viene agevolato proprio dalla politica. Il conflitto di interessi non è solo quello di berlusconi ma è quello dietro al quale si sono riparati tutti gli altri.

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Un po’ di storia.
Il padre di berlusconi ha fatto carriera alla banca Rasini in cui è entrato da usciere uscendone da funzionario e dove appoggiavano i loro conti correnti personaggi del calibro di Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano.
I meriti del fu Luigi a cui la FIGC ha intitolato anche un torneo ufficiale di calcio [perché i meriti sono meriti], sono tutti nella fatidica domanda a cui berlusconi non ha mai voluto rispondere: “cavaliere, dove ha preso i soldi?”
Il padre del berlusconi in scala ridotta è un affarista che ha fatto carriera e soldi entrando nella Democrazia Cristiana e trovando dunque chi lo finanziava col denaro dei contribuenti grazie alla politica. Matteo Renzi ha continuato a percepire i contributi pagati dallo stato, dai cittadini, grazie all’azienda di suo padre dove era stato assunto dieci giorni prima di correre per l’elezione da presidente della provincia.
Contributi che gli sono stati pagati per dieci anni finché Il Fatto Quotidiano non si è occupato di questa vicenda ignobile.
Cosa che forse fa molto Italia ma non fa TUTTA l’Italia.
Fa quell’Italia che non ammetterà mai che in questo paese da cinquant’anni spadroneggia la classe politica più disonesta del mondo, ma non è colpa di tutti, di “noi” se c’è chi vende i suoi voti al mafioso e al camorrista, non è colpa dei “noi” e di tutti, di chi votava quelli che promettevano di cambiare le cose e di mandare a casa i disonesti se poi ci hanno fatto accordi sopra e sotto ai tavoli e oggi perfino alla luce del sole benedetti dal presidente della repubblica.

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Tutto quello che mi viene in mente stamattina è racchiuso nella parola “tradimento”. Dell’azione “politica” di berlusconi ormai non c’è più niente da dire, ma almeno lui non ha mai fatto finta di volere altro dalla salvezza del suo patrimonio: coglioni e disonesti quanto lui quelli che hanno creduto all’uomo dei miracoli trascinando tutto il paese nella palude maleodorante [ma non abbastanza per Napolitano e Renzi] in cui il delinquente ha fatto affondare l’Italia.
Ma quelli che sono arrivati dopo avranno la stessa responsabilità di chi ha permesso che si arrivasse a questo punto.
Ovvero quelli che hanno spalancato le porte a berlusconi.
Perché sono quelli che fanno finta di tenerci, di volere il bene dello stato ma poi per opportunismo politico e per convenienza si piegano alle logiche sudicie delle manovre del palazzo e per la loro sopravvivenza politica mettono in pericolo la nostra di cittadini del paese reale tradendo tutti quei principi che facevano dell’Italia una repubblica fondata sul lavoro e il paese dove i cittadini erano tutti uguali. Dunque tradiscono quella Costituzione che è sempre stata un punto di riferimento e l’ancora di salvataggio mentre oggi è diventata l’intralcio che impedisce alla politica di demolire anche i diritti minimi di chi non ha gli stessi privilegi dei devastatori dello stato.
Non una cosa è stata fatta per giustificare i governi di emergenza, di larghe intese, quelli che Napolitano ha imposto per il bene del paese.
Nemmeno una.

I padri costruiscono, i figli distruggono: proprio quello che vuole fare Renzi con la Costituzione

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Sottotitolo: gli ex DS e già Pd potrebbero, ad esempio, vendere un po’ delle loro proprietà immobiliari sparse nei centri storici di tutta Italia intestate a quelle fondazioni che a nulla servono se non a far accumulare soldi dalla politica che poi li spende nei modi che abbiamo imparato a conoscere.
Sarebbe un bel modo di ripianare il debito che l’Unità ha accumulato con le banche e che noi dovremo pagare non si capisce bene perché, a che titolo tutti gli italiani devono accollarsi il risultato delle scelleratezze di qualcuno.
Non si capisce perché lo stato siamo noi quando c’è da pagare e da farci carico delle nefandezze della politica ma non lo siamo poi in altre occasioni in cui il nostro parere viene ignorato e non considerato.
Sono tutti democratici coi finanziamenti degli altri.

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“Dovrà essere un giornale di sinistra”, disse Gramsci a proposito del suo giornale, poco tempo dopo il regime di mussolini zittì con la galera il creatore della storica testata che all’epoca scriveva davvero contro il potere – e che potere, mica pizza e fichi come adesso – non ci si accomodava dentro come si usa fare ai giorni nostri. All’epoca l’opposizione al potere costava anche la galera, la morte, oggi che nessuna vita sarebbe in pericolo l’opposizione diventa eversione, populismo, viene zittita con altri sistemi meno cruenti ma più efficaci proprio perché vengono lavati e sterilizzati ammantandoli di legittimità democratica anche quando sono tutt’altro da ciò. L’interlocutore di un giornale è il cittadino che lo compra e lo legge, non il politico di riferimento a cui  il giornale sa che non deve  dare un dispiacere. Un giornale dà le notizie,  possibilmente esatte e non deve essere un problema dei giornalisti quello che accadrà dopo.  L’Unità muore perché in questo paese è morta la sinistra comunista, quella di Gramsci,  uccisa dai suoi stessi dirigenti, gli stessi che dopo essersi venduti al miglior padrone, quello del patto,  non stanno muovendo un dito ma al contrario assecondano il delirio di un ragazzotto assurto al potere senza referenze, meriti né quell’autorizzazione democratica che solo i cittadini possono dare.

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Quando un giornale chiude è sempre una sconfitta, una perdita, non mi unisco al coro degli stupidi irresponsabili che gioiscono per il fallimento de l’Unità augurandosene presto altri; solo dei cervelli a brandelli possono pensare che un paese senza giornali sia più libero.
Il problema non sono i giornali ma la loro cattiva gestione, è il conflitto di interessi che si fa cancro, metastasi e corrode tutto. Sono i troppi soldi spesi male messi a disposizione dallo stato per finanziare quello che dovrebbe essere un servizio per la gente mentre qui e solo qui diventa cassa di risonanza del potere.
Perché qui e solo qui si permette al potere di allungare le mani ovunque, se c’è un ambito dal quale la politica dovrebbe stare lontana anni luce è l’informazione, qui invece la simbiosi è diventata virale, un morbo, una malattia inguaribile. La chiusura de l’Unità costa allo stato, cioè a noi, 110 milioni di euro grazie ad un regalino di Prodi [Le banche: «Adesso Renzi paghi il debito dei DS»], soldi che vanno ad accumularsi a quelli pagati per il finanziamento pubblico all’editoria ma che non hanno mai reso poi quello che avrebbero dovuto, altrimenti l’Italia non sarebbe ai livelli da terzo mondo per libertà di informazione. Ma questo pare non interessare ormai più nessuno.

Ecco perché è ingeneroso, ingiusto ma soprattutto falso accusare dei fantomatici altri che non sono intervenuti per sostenere l’Unità.
I motivi dello “scempio” sono altri e di vario genere, ne ho scritto già diverso tempo fa. Prima di tutto la rinuncia ad essere quel giornale della gente, del popolo che aveva in mente Antonio Gramsci quando l’ha fondato per trasformarsi in un fogliaccio di propaganda politica che in, questi ultimi anni specialmente, ha sostenuto tutto l’insostenibile, checché ne dica il buffoncello toscano che si vanta del pd che non c’entra niente mentre, e invece, c’entra tutto.
In questo paese tutto quello che tocca la politica diventa fango, per questo nei paesi civili e democratici davvero l’informazione è libera, non si fa violentare e sottomettere dai padroni del potere ma fa quello che deve, cioè controllare quello che fa il potere. Il fallimento de l’Unità va addebitato anche al conflitto di interessi mai affrontato – soprattutto da quella politica vicina a l’Unità – la cui risoluzione sembra essere impossibile e invece è più che mai necessaria, perché l’anormalità italiana è tutta e solo in questo sistema malato che permette a chi dovrebbe essere controllato di fare il controllore, un’autogestione criminosa del potere che non potrà mai intervenire quando chi gestisce il potere specialmente politico ma anche quello industriale, della finanza, non lo fa come deve perché i personaggi sono sempre gli stessi, quelli con le mani in pasta ovunque, nell’azienda pubblica come nei CDA dei quotidiani trasformati nella dependance dei palazzi.
Gli ottanta dipendenti restano senza un lavoro anche per aver accettato quella linea editoriale che è stata la prima causa del fallimento, per non aver protestato quando i vari direttori che si sono succeduti nell’era napolitana imponevano certi titoli e certe non notizie per non disturbare i manovratori, da Monti a Renzi passando per Letta, per non aver messo sull’avviso dei pericoli del patto fra Matteo Renzi e il delinquente. L’appello per salvare la  Costituzione dallo stupro  avremmo dovuto leggerlo su l’Unità e Repubblica mentre questi sono i giornali che più di tutti gli altri hanno omesso, nascosto, non detto in funzione dell’armonia delle larghe intese, dei governi “necessari”.
Anche a far chiudere i giornali.
L’Unità non chiude perché qualcuno le vuole male o perché Grillo ha fatto il malocchio.

Se l’Unità chiude è perché da tempo non è più un giornale, ha rinunciato alla sua funzione di voce del popolo rinnegando l’idea che aveva Gramsci quando l’ha fondato.
L’Unità chiude perché per compiacere il partito di riferimento, proprio quel pd che Renzi assolve ha, nel tempo, cacciato i suoi pezzi migliori, quelli che facevano il giornale e che lo facevano comprare. Il pd, al quale l’Unità si è sottomessa invece di fare il giornale indipendente dovrebbe chiedere scusa agli italiani per la politica infame che ha sostenuto in questi anni e che l’Unità ha enfatizzato con la sua propaganda. Se fossimo arroganti come i politici diremmo che chi è causa del suo male deve piangere solo se stesso, ma siccome noi siamo diversi e ci addolora quando un giornale chiude, non lo faremo. Io almeno no, non lo faccio.

Signorini, Chi?

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Chi, è,  un giornale – parlando con pardon –  che molti pensano  sia innocuo, buono da leggere dal parrucchiere o sotto l’ombrellone e invece è il miglior veicolo di propaganda  di berlusconi, quel che fanno sallusti,  belpietro  e tutto l’esercito di servi a libro paga del delinquente è nulla se considerato rispetto alla media di chi compra e legge libri e quotidiani,  una ristretta minoranza,  e chi invece si limita a sfogliare giornali di quel tipo non andando poi a cercarsi nessun altro tipo di informazioni altrove.

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L’importante è non avere le grinze al cervello. 
Quelle in faccia prima o poi t’aspettano al varco.
[Anna Magnani]


Una donna che  dimostra di non avere grinze nel cervello non sfigura mai, nemmeno se paragonata alla più bella delle miss, tutta tette, culo e niente cervello.
E le grinze nella testa non può aggiustarle, nasconderle, nemmeno il più bravo dei chirurghi plastici, chi ce l’ha è perché non ha fatto niente per migliorarsi in testa, troppo occupata evidentemente ad aumentarsi una misura di tette o rifarsi una bocca con cui pronunciare poi solo stronzate ignoranti, indecenti.
Lasciate in pace le Donne, quelle che almeno ci hanno provato a migliorarsi, ad essere diverse ad esempio da una ventottenne già di plastica che non prova nessuna vergogna a fingere un amore per un essere viscido, per un delinquente vero del quale forse ci si poteva innamorare trenta, quaranta anni fa ma oggi no. Nessuna donna che sia tale e che abbia rispetto per se stessa accetterebbe di affiancare il suo nome, il suo corpo, alla figura di silvio berlusconi.

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Le donne con Veronica Lario: età ultimo tabù, ora basta Le foto della polemica Signorini: «Il mio è solo gossip, parlo pure della pancia di Renzi» [Il Messaggero]

 

E’ proprio una bella famiglia quella di berlusconi.
Che dire di Marina, ad esempio, citata come l’erede politico naturale di suo padre, che è anche la responsabile della casa editrice che silvio berlusconi ottenne coi soliti metodi, ovvero il furto con destrezza, che permette che dalle pagine di Chi si sbeffeggi l’ex moglie di suo padre e madre dei suoi tre fratellastri?
I parenti serpenti al confronto sono una simpatica combriccola di festaioli.
Io non ho mai infierito contro Miriam Bartolini, non mi sono mai unita al giudizio morale di chi ne ha dette di tutte e di più di questa signora solo perché è ricca. Penso che tutti abbiamo diritto anche alla nostra quota di errori in questa vita, e che le conseguenze non vanno fatte pagare oltremodo solo, ed anche, perché si è personaggi pubblici, quando quegli errori restano confinati nella vita privata, non sono motivo di danneggiamento collettivo.
Miriam/Veronica ha fatto l’errore, come milioni di altre donne al mondo, di scegliere di dividere una parte della sua vita con l’uomo sbagliato, ma noi non sappiamo se l’interesse sia stato davvero il motivo dominante della sua unione con silvio berlusconi.
Magari si era innamorata davvero, come a tante altre donne capita di innamorarsi del boss mafioso, del serial killer, del disturbato mentale, o semplicemente dell’uomo sbagliato: le dinamiche dei sentimenti non sono sottoponibili al giudizio di nessuno. Tutto quello che la signora Bartolini è riuscita ad ottenere economicamente dal suo ex marito prima di tutto è legittimamente in linea col normale diritto che si applica anche fra persone di ceti sociali meno ricchi,  benestanti o per niente, ma principalmente fa parte di un risarcimento danni sempre troppo esiguo, rispetto ai danni. Quindi,  contrariamente a quello che pensa Alfonso Signorini, killer mediatico di professione e direttore di Chi, il vero house organ del socialmente pericoloso delinquente, pregiudicato berlusconi non è una notizia che una signora di quasi sessant’anni che si è ritirata a vita privata, non fa più parte del mondo di berlusconi, non abbia più il peso forma di una mannequin, non fa parte di nessuna libertà di espressione trasformare i centimetri in eccesso del suo giro vita in motivo di scherno e pubblico ludibrio, addirittura oggetto di studio e consigli non richiesti da parte di un medico sulle pagine di un giornalaccio che se questo fosse un paese fatto di gente normale nessuno dovrebbe comprare.
berlusconi prima e sua figlia dopo hanno usato e usano il conflitto di interessi indecente per produrre altre indecenze, hanno usato e usano il loro potere mediatico che nessuno ha mai contrastato in tutto questo tempo e che è l’unico motivo del consenso che berlusconi può ancora avere fra la gente –  anche da condannato alla galera  –  per distruggere in tutti i modi possibili la reputazione pubblica di chiunque abbia osato mettersi contro il progetto criminale di berlusconi.
Lo fa Signorini, mascherando la propaganda becera col gossip affinché riesca a raggiungere anche i cervelli a brandelli di chi spende soldi per comprare Chi, lo hanno fatto belpietro, feltri, sallusti, quest’ultimo graziato da Napolitano dopo una condanna per diffamazione.
Quindi lo voglio ripetere per l’ennesima volta: il problema di e in questo paese NON E’ berlusconi, ma tutti quelli che non hanno fatto niente per contrastarlo, agevolando nei fatti lui e i suoi progetti criminali.

Tanto Gentile e tanto onesto pare

Inserito il

Quindi anche formigoni il celeste dopo Gentile il cinghiale si dimetterà per senso di responsabilità verso il paese?  

Corruzione, Formigoni rinviato a giudizio (SANDRO DE RICCARDIS).

Tutti quelli che si dimettono nella politica, sempre troppo pochi in verità, dicono di farlo per il bene del paese, mentre il vero bene per il paese sarebbe impedire che gente già inadatta, già inadeguata, già disonesta prima di entrare in politica, come berlusconi, possa anche e solo avvicinarsi alla gestione delle cose di tutti.  Anche berlusconi quando andò via per lasciare il posto al sobrio guastatore in loden disse di averlo fatto per senso di responsabilità verso il paese, infatti l’ultima cosa che fece prima di dimettersi fu riunirsi coi figli, Confalonieri e Ghedini per mettere al sicuro gli interessi degli italiani, cioè i suoi. Ma guai a parlare di conflitto di interessi anche ora che al governo c’è il rinnov’attore, quello che aveva promesso di chiudere con quel passato politico che è stato la vera rovina del paese molto più della crisi economica. Ventiquattro riciclati dal governo del nipote dello zio e quattro – più Lupi e formigoni che ci tenevano a non guastare la media – indagati, ecco il senso del rinnovamento e della rottamazione di Matteo Renzi.  

[Sognando sempre la retata finale, quella sì che farebbe davvero il bene del paese]

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INDAGATI: SONO BARRACCIU, DEL BASSO DE CARO, DE FILIPPO E I RICONFERMATI BUBBICO E LUPI: 4 DEMOCRAT E IL MINISTRO DIVERSAMENTE BERLUSCONIANO.Il governo La Qualunque – Marco Travaglio, 4 marzo

Tonino Gentile aveva ragione: “Io sono trasparente”. Tutto nella sua storia era chiaro e lampante: chi è Gentile, che cos’ha fatto a L’Ora della Calabria, perché Alfano l’ha voluto sottosegretario e perché Renzi non poteva cacciarlo. Il nostro eroe è un ex craxiano poi berlusconiano ora alfaniano che controlla pacchetti di voti con i soliti metodi e ha sistemato l’intera famiglia nei posti pubblici che contano: il fratello Pino è assessore regionale ai Lavori pubblici; il fratello Raffaele è segretario della Uil; il fratello Claudio è alla Camera di commercio; il figlio Andrea è revisore dell’aeroporto di Lamezia e superconsulente dell’Asl (ora indagato per truffa, falso, abuso e associazione a delinquere: la notizia che non doveva uscire); la figlia Katya era vicesindaca di Cosenza, cacciata per una struttura affidata all’ex marito; la figlia Lory è stata assunta senza bando alla Fincalabra dallo stampatore che poi non ha stampato il giornale. Per tacere di nipoti e cugini, tutti piazzati fra l’Asl, la Camera di commercio e Sviluppo Italia. Al confronto Cetto La Qualunque è un dilettante. Se Epifani sedesse ancora in Largo del Nazareno e Letta a Palazzo Chigi, Renzi li avrebbe cannoneggiati come quando voleva cacciare Alfano e la Cancellieri (“Siamo su Scherzi a parte?”, “Come si fa a governare con Alfano?”, “Cambiamo verso”). Invece ora il segretario e il premier è lui, dunque ha mandato avanti il portavoce Guerini a dire che “Gentile l’ha indicato Alfano”: come se i sottosegretari non li nominasse il premier. Il guaio è che le pressioni di Tonino il Cinghiale per bloccare la notizia del figlio indagato erano proprio finalizzate a non pregiudicare la nomina a sottosegretario. Poi Renzi l’ha nominato lo stesso: non un plissè sullo scandalo del figlio indagato, né su quello del giornale silenziato. Tonino La Qualunque doveva diventare sottosegretario a ogni costo perché porta voti al governatore Scopelliti, che porta voti ad Alfano, che porta voti a Renzi. È tutto trasparente: un ricatto bello e buono che non finisce con la fuga del Cinghiale.

Il premier che vuole “cambiare l’Italia” s’è messo nelle mani dei “diversamente berlusconiani” che in realtà sono come i berlusconiani, se non peggio (solo Scalfari può nobilitarli come “nuova destra repubblicana”). Quagliariello difendeva il Cinghiale dalla “barbarie” perché “non è neanche indagato”. Cicchitto alludeva alle “pagliuzze e travi”, cioè agli indagati del Pd nel governo Renzi: Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo. Così l’Ncd, che di indagati non ne ha, dava pure lezioni di legalità a Renzi. Renzi è spregiudicato, ma non stupido: sapeva benissimo che Gentile non poteva restare e l’ha fatto sapere all’Ncd. Ma ha preferito che lo licenziasse Alfano, il quale adesso ha il coltello dalla parte del manico: come potrà Renzi tenersi la Barracciu e gli altri tre? L’effetto-domino innescato dall’uscita di Gentile non può che essere benefico. Ma non per Renzi: a meno che non decida di prendere in mano la situazione anziché subirla. Gli basterebbe fare un discorso onesto agli italiani: “Nell’esordio convulso del mio governo, ho gravemente sottovalutato la questione morale, aprendo le porte a gente che doveva restare fuori. Chi vuole cambiare l’Italia non può lasciare che il Sud sia rappresentato da personaggi accusati di abusare del loro potere con rimborsi gonfiati, familismi e clientele”. E accompagnare alla porta Lupi, i quattro inquisiti del Pd e gli imbarazzanti vice della Giustizia, Costa e Ferri. Se non lo farà, invierà al Paese un micidiale messaggio di gattopardismo, simile alla cinica e disperante metafora giolittiana: “Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”. Ieri fra l’altro s’è scoperto che negli anni 80 Gentile era stato arrestato (e poi assolto) per una storia di fidi facili miliardari; e che il giudice che fece scattare le manette era Nicola Gratteri. Renzi ha rischiato di trovarseli tutti e due nel suo governo. Poi Napolitano ha levato tutti dall’imbarazzo: ubi inquisitus, magistratus cessat.

 

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  “Il film che racconta la decadenza dei costumi italiani è stato prodotto da Mediaset. Nuove frontiere del conflitto di interessi.” [Spinoza.it]

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L’illusione della Grande Bellezza –  Cristina Piccino, Il Manifesto

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Come diceva Enzo Ferrari: “gli italiani perdonano tutto, tranne il successo”. Quando non è il loro personale o quando delude le loro aspettative. Oggi forse il vaffa di Servillo alla giornalista di Rainews che cercava la critica un minuto dopo la vittoria del Golden Globe assume un significato diverso. Non certo perché esista un ambito dal quale si deve escludere la critica ma per l’incapacità di molti di saper semplicemente apprezzare una cosa bella quando c’è. La corsa alla critica negativa, alla stroncatura è un evento dal quale non ci possiamo sottrarre mai.

Ma, apprezzare non significa distorcere,  farsi ognuno la propaganda che più torna utile e snaturare il significato di un film, quello originale naturalmente, non quello che gli hanno appioppato i vari maitre-a-pensar tipo Zucconi che, giusto stamattina rispondendo al telefono ad un’ascoltatrice durante la rubrichetta quotidiana che tiene su radio Capital, parlava di un film che descrive solo le brutture di Roma, come se il film fosse un documentario sulle bellezze artistiche trascurate dell’Urbe. Per non parlare dell’esaltazione di un premio sì importante ma che non restituisce affatto quell’ “orgoglio italiano” nel mondo come piacerebbe a quelli che nascondono gli squallori nostrani dietro una coppa vinta nel calcio, una medaglia alle Olimpiadi e la statuetta americana. Addirittura c’è stato chi ha visto nel film di Sorrentino un ritorno all’onestà di berlusconi in quanto produttore del film. Ci vuole altro per riparlare di bellezza, in questo paese. Ad esempio ricominciare a parlare seriamente di conflitto di interessi, in modo tale che registi, scrittori, autori abbiano la possibilità di evitare di far produrre, editare e promuovere le loro opere da chi tutto ha fatto per questo paese fuorché regalargli bellezza. In un paese dove non fosse stato concesso ad uno solo di poter monopolizzare i media ci sarebbero altre produzioni che potrebbero ampliare la scelta, invece no, come per Mondadori  se un autore, un regista, uno scrittore vuole mettere al sicuro il suo prodotto lo deve dare in mano a un fuori legge.   Liberare l’Italia dai conflitti di interessi che non riguardano solo berlusconi, il suo è solo quello più vistoso ma ce ne sono altri ben nascosti dietro, sarebbe già una restituzione di parte della bellezza che manca in questo paese. il fatto che i film candidati all’Oscar siano spesso quelli prodotti da medusa ovviamente non è un fatto che ci deve interessare. Deve essere proprio il più bravo di tutti silvio, ecco perché nessuno ne può fare a meno.

Vale la pena di ricordare, in occasione dell’incoronazione di Sorrentino, che quando uscì Il Divo la Rai e mediaset, che ha prodotto La grande bellezza, rifiutarono il passaggio televisivo del film sulla vita di Andreotti sulle loro reti che fu trasmesso, anche più di una volta, solo da la7.  Forse perché in questo caso si può solo intuire chi ha avuto il “merito” di essere il responsabile di gran parte della decadenza descritta dal film ma non se ne cita il nome né la figura. Ecco perché stasera mediaset, che è di silvio e com’è buono lui,  trasmetterà il film senza interruzioni pubblicitarie. 

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Tutti di corsa sul carro di Jep Gambardella – Andrea Scanzi, 4 marzo – Il Fatto Quotidiano

È un po’ come quando la gente esulta perché in quello stesso bar qualcuno ha vinto all’Enalotto: un misto di tenerezza e follia, perché il neovincitore è uno sconosciuto e dunque la sua vittoria non cambierà la vita di chi sta esultando. Qui però, oltre alla sensazione di straniamento, c’è forse un po’ di malafede. La vittoria di Paolo Sorrentino ha ispirato una quantità torrenziale di felicitazioni illustri (o pseudo-tali): un esercito di chi è felice davvero e di chi simula invece entusiasmo per mettere il cappello sul successo altrui. Magari sfruttandone la scia, magari elemosinando uno strapuntino di attenzione. Giusto essere felici per un premio a un bel film e a un cineasta prodigioso. Meno giusto, o quantomeno bizzarro, che tra i primi ad appropriarsi dell’Oscar sia Dario Franceschini. Certo, è italiano. Certo, è ministro della Cultura. Ciò nonostante, sfuggono i punti di contatto tra Franceschini e la bellezza (non necessariamente grande).

SU TWITTER, Franceschini pareva incontenibile: “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano! Quando il nostro Paese crede nei suoi talenti e nella sua creatività, torna finalmente a vincere”. Non pago di una tale retorica, profusa con generosità invidiabile, Franceschini ha poi aggiunto: “Ho telefonato a Sorrentino per dirgli della mia gioia e ringraziarlo. Al risveglio sarà per l’Italia un’iniezione di fiducia in se stessa”. Particolarmente attiva la politica di quasi-sinistra nell’esprimere giubilo. Così Luigi De Magistris, sindaco di Napoli: “Ringrazio Sorrentino per avere inserito tra le sue fonti d’ispirazione Maradona e Napoli. Da Napoli, la città intera vi fa immensi complimenti”. De Magistris, che pure da candidato sindaco si ergeva a novello “Gunny” Eastwood refrattario alla melassa, è inciampato pure lui nella finzione ipocrita della bellezza come panacea di tutti i mali: “(Sono) felice e orgoglioso per La grande bellezza di Sorrentino e Servillo. È con la bellezza che si sconfigge la crisi morale e culturale”. Non poteva mancare Matteo Renzi, che non ha rinunciato al “maanchismo” nemmeno parlando dell’Oscar: “In queste ore dobbiamo pensare ad altro e lo stiamo facendo. Ma il momento orgoglio italiano per Sorrentino e #LaGrandeBellezza ci sta tutto” (Renzi, da buon politico gggiovane, usa gli hashtag; Franceschini, da buon residuato bellico, no). Meno ilare la politica di destra, che però – non avendo di fronte un regista facilmente etichettabile – si è limitata a qualche affondo qua e là: altri tempi quelli in cui Giuliano Ferrara criticava così tanto La vita è bella da farlo piacere anche a chi non lo aveva amato. C’è anzi chi a destra ha addirittura plaudito, tipo Giancarlo Galan: un brutto colpo per Sorrentino. Ancora più ferale per il regista l’apprezzamento di Alemanno che in una nota ha scritto: “Il modo migliore per portare Roma verso il riscatto civile e verso l’uscita dalla crisi economica è quello di investire sulla sua bellezza e sul suo immenso patrimonio artistico e culturale”. Il profilo facebook di Roma Capitale ha scelto di cambiare la foto di copertina scegliendo quella del film. (Evidentemente non si sono accorti che Roma non ne esce benissimo). Irrinunciabile il plauso di Salvatore Bagni: “Il ringraziamento a Maradona da parte di Sorrentino nella notte degli Oscar farà certamente piacere a Diego, testimonia il rapporto viscerale che c’è tra lui e Napoli, un legame che rimane per tutta la vita”. Claudio Cecchetto ha gridato “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta” (poi ha ballato il Gioca Jouer). Chiara Galiazzo ha prima festeggiato e poi fatto sapere che “adesso posso andare a letto” (ci poteva andare anche prima). Vittorio Zucconi si è amleticamente chiesto se “È meglio vincere un Oscar o uno scudetto? Il Grande Dilemma?” (ahahaha). Oltremodo pregnanti le parole di Emanuele Filiberto: “Viva Sorrentino, viva il cinema italiano!” (poi si è riposato per il troppo pensare). Saturo di originalità il sermone di Fabio Fazio: “Orgoglio e felicità per Paolo Sorrentino! Ora davvero restituiamo al nostro Paese la grande bellezza! Dobbiamo ritrovarla e ripararla” (amen).

Il fatto che la pellicola non sia tanto sulla grande bellezza quanto sulla perdita di essa, è ovviamente un dato marginale: l’importante è fermarsi al titolo. L’importante è fare il trenino come in discoteca, canticchiando Brigitte Bardot Bardot o – meglio – Ahhh ahhh ahhh ahhh, a far l’amore comincia tu.