Eppure è facile: non spetta al presidente del consiglio licenziare i sindaci

Visto che resta difficile mettere la cocaina in tasca a chi non fa uso di droghe arriva, provvidenziale, la notizia dell’avviso di garanzia a ‪‎Marino‬ il giorno dopo la decisione di rinunciare alle dimissioni.
Ringraziamo La Repubblica sempre sulla notizia.
Guarda caso la notizia dell’avviso di garanzia a Marino arriva proprio oggi da Repubblica, il quotidiano che del sostegno a Renzi ha fatto una questione di vita o di morte. Ci sarà da ridere se qualcuno nel pd che fa le riforme con un condannato per frode, un cinque volte rinviato a giudizio per truffa e bancarotta, ha negato l’arresto per quel galantuomo di Azzollini, si tiene Vincenzo De Luca condannato, userà l’avviso di garanzia quale pretesto per calunniare ancora ‪‎Marino‬.

Marino ha fatto benissimo a costringere la dirigenza del pd ad umiliarsi con la richiesta di sfiducia.
La battaglia di Marino va oltre la questione degli scontrini e di tutta la sporcizia e le accuse ingiuste che gli hanno rovesciato addosso: la sua è una rivendicazione assolutamente legittima e civile.
A questo pd bisogna insegnare le regole di una vera democrazia, dove i non eletti da nessuno non cacciano gli eletti da qualcuno.
Gli arrivisti, i furbi come Renzi pensano che la politica sia un mezzo per ottenere potere e dei vantaggi personali.
Le persone perbene come ‎Marino‬, non ancora contaminato dai veleni della politica pensano che esistano delle battaglie da fare anche se si possono perdere, per questioni non meno importanti di un’amministrazione comunale, un governo che si possono mantenere o far cadere comprando senatori un tanto al chilo o facendo dimettere consiglieri per ordini imposti dall’alto con l’arma del ricatto.
Come diceva Pertini: “nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza”.
C’è da dire comunque che il pd non espelle nessuno: agevola soltanto l’uscita prima col mobbing, poi con le minacce e infine tenendo la porta aperta.
Lo sanno bene Marino, Civati, Mineo.
Una volta almeno il PCI, i Ds, avevano il buon gusto di buttare fuori gente decidendolo nelle segrete stanze.
Oggi fanno tutto alla luce del sole.
Manca poco che ‪Marino‬ venga accusato anche dell’omicidio di Giulio Cesare.

Ci vorrebbe qualche giornalista di buona volontà, magari uno di quelli più servi dei servi che decida finalmente di pentirsi, uno di quelli che hanno abbindolato e lobotomizzato il paese ripetendo che “meglio di così non potevamo stare”, che “Renzi è perfettamente legittimato a fare quello che fa”, che “il pd è l’unica alternativa al disastro” che spieghi, non solo ai romani ma a tutti gli italiani se è legittimo che un presidente di partito ordini a dei consiglieri regolarmente eletti di dimettersi per mandare a casa il sindaco Marino che, diversamente da Renzi che non è stato mandato in parlamento col metodo tradizionale è perfettamente autorizzato a rispettare il mandato per cui è stato votato. Che dica finalmente che i colpevoli dello scempio politico sono Napolitano che ha imposto non uno ma tre governi a sua immagine e somiglianza invece di rispettare l’ordine delle cose creando questo crash nella democrazia, la profonda sfiducia nel patto fra lo stato e i cittadini permettendo che il segretario di un partito che fa anche il presidente del consiglio controlli, comandi, imponga chi può stare,  chi deve andare e chi si è prestato ai golpettini in sequenza, gente come Monti, Letta e Renzi mandata in parlamento senza la necessaria autorizzazione dei cittadini che votano, permettono che si formi il parlamento che poi eleggerà un presidente del consiglio a immagine e somiglianza del popolo, non di qualche funzionario che risponde ad altri interessi nei quali si divertono, sguazzano e guadagnano anche quelli che dovrebbero controllare il potere ma invece lo costruiscono, lo fortificano, contribuiscono al suo mantenimento perché quello esistente è l’unico sistema che garantisce la sopravvivenza dei guastatori, dei devastatori dello stato di diritto.

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A me l’effetto “cada Sansone con tutti i Filistei” applicato alla politica ha sempre intrigato, molto.
Non c’è nulla di più salutare per il ripristino delle regole democratiche del dissolvimento di un partito che si è sempre creduto grande ma soprattutto di sinistra mentre è stato sempre pieno di gente vigliacca, ipocritamente timorata di Dio in cerca di potere e quattrini, con nessuna intenzione di lavorare al bene sociale, che ha dimostrato di non saper governare né di fare opposizione, che durante il ventennio di berlusconi non si è mai distinta con qualche azione efficace di vero contrasto al dominio di un delinquente seriale ad esempio con una legge contro i conflitti di interesse ma anzi, ha sempre favorito la continuità di quel dominio.
Un partito che si dice di sinistra ma poi balbetta di fronte all’esigenza non più rimandabile di estendere i diritti civili per paura di turbare le anime “candide” dei cattolici, che si dice onesto e poi per opportunismi politici si tira dentro la feccia proprio come faceva berlusconi e mette al sicuro i delinquenti nella politica come ha fatto berlusconi.
Non c’è anti-politica nella speranza che il partito democratico venga relegato nell’armadio dei brutti ricordi della storia italiana, anzi, c’è proprio il desiderio che in questo paese qualcuno cominci a fare politica per tutti, non quella che diventa il mezzo e lo strumento per esercitare il potere espresso dalla piccola élite degli abusivi raccomandati. Con una politica che fa politica anche la malavita ha meno voce in capitolo. Mentre da più di venti anni assistiamo allo scempio di partiti che fanno finta di essere avversari ma che hanno invece come unico scopo aumentare potere a dismisura. Il che dalla destra uno se lo aspetta,  dalla sinistra no. Ma la sinistra di questi ultimi due decenni è stata sempre concentrata a guardarsi l’ombelico, alla ricerca del leader, e i congressi e le primarie e, e, e…
Ecco perché della situazione politica disastrosa non solo romana ma nazionale è la sinistra a dover pagare il conto almeno alla storia.
La politica in Italia è una cosa sporca, andrebbe vietata ai minori.

Se D’Alema si sente offeso e indignato figuriamoci noi che abbiamo sopportato anche D’Alema

Il furto di identità è un reato, Daniela P. 
Allora, o smetti di impestarmi il blog di insulti, elimini immediatamente quella mail che hai registrato col mio nome e cognome, smetti di allegare il link del mio blog alle porcherie che stai inviando  oppure ci porto tutto il computer dalla polizia, visto che io non ho niente da nascondere ma tu evidentemente sì, e fai bene, visto che razza di sciagurata mentecatta sei.

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Una volta si diceva che i politici dovessero guadagnare molto per non cadere in tentazione, e si diceva anche che è giusto che i cittadini devono finanziare la politica per non farla diventare un’élite di gente ricca che se la può permettere: per non consegnare la gestione del paese a poche persone in grado di sostenere il costo della politica. Dal momento che entrambe le teorie si sono rivelate fallimentari: i politici cedono spesso e anche volentieri alle tentazioni anche se guadagnano molto, troppo, e con Renzi l’élite nella politica è molto  più di una realtà, potremmo almeno sapere i nomi di chi finanzia la bella politica di Renzi&Co.?
Così, giusto per poterli ringraziare, uno per uno.

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Se io ricevo un’eredità lo stato mi rivolta come un calzino, arrivano prima le cartelle delle tasse da pagare che il tesoretto capitato: sono io che devo consegnare allo stato i fatti miei e il relativo pizzo che il fisco estorce anche su un guadagno casuale per non incorrere in sanzioni, altroché i diritti di privacy invocati e tutelati da una legge apposita per negare il diritto ai cittadini di sapere, ad esempio, chi finanzia le fondazioni alla politica che comprendono beni dal valore immenso, immobili prestigiosi nei centri storici delle città che poi restano patrimonio della politica a vita.
Stessa cosa per le spese eccezionali: noi cittadini costretti a giustificare e spiegare allo stato  dove troviamo i soldi per la macchina, la ristrutturazione della casa e il salotto nuovo, però di loro, di chi ha in mano la cloche non si deve sapere niente in virtù di una privacy, sacrosanta per loro ma inesistente per noi, che siamo sempre oggetto di controlli da parte dello stato anche se ci comportiamo bene.
Qui non si parla dei risvolti privati della vita del politico che pure in altri paesi non rientrano affatto in una riservatezza da garantire a dispetto di tutto ma di soldi, montagne di soldi che la politica riceve per garantirsi l’esistenza da chi poi “potrebbe” chiedere in cambio la stessa cosa: garantirsi l’esistenza da imprenditore, finanziere, industriale, da persona i cui interessi sono strettamente legati alla politica, a chi governa e fa le leggi che “potrebbero” poi favorire l’imprenditore, l’industriale e il finanziere ma non i cittadini comuni: quelli coi diritti alla mercé di chi comanda, compreso quello della riservatezza inviolabile per “loro” ma sempre discutibile per “noi”.

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PD, INDAGINI SU UN PARTITO AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO (Giampiero Calapà, Andrea Giambartolomei, Vincenzo Iurillo, Giuseppe Lo Bianco, Davide Milosa e Ferruccio Sansa) Il Fatto Quotidiano

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Per una ventina d’anni l’alibi è stato che “la gente votava berlusconi”, dunque il partito di un losco affarista disonesto nato da un’idea di un poi condannato per mafia e quindi quello che succedeva era la conseguenza logica dell’aver affidato l’Italia al losco disonesto in combutta con l’amico, che di mafia se ne intendevano già prima della condanna di dell’utri per concorso “esterno” in associazione mafiosa.
Ogni tanto, per brevi periodi, sembrava che il giochino dell’alternanza democratica fosse davvero una cosa seria: un po’ di potere alla destra e un po’ alla sinistra affinché questo agli occhi del mondo potesse sembrare davvero un paese normale dove governava chi vinceva le elezioni.
Ma la realtà ci ha sempre detto altro, ovvero che l’alternanza è sempre stata solo di facciata, perché i partiti continuavano a farsi reciproci favori anche quando avrebbero dovuto contrastarsi, dimostrare di essere maggioranza e opposizione.
Poi la situazione è precipitata, i problemi giudiziari di berlusconi sono diventati troppi anche per chi faceva finta di niente, aiutava sua bassezza a farsi le leggi su misura che lo facevano sembrare onesto anche se non lo era, non lo è mai stato, poi la crisi, poi Napolitano che invece di battere il pugno sul tavolo e incazzarsi coi disonesti infieriva sulle vittime, cioè noi, continuando ad imporre al paese una politica guidata da chi ha usato lo stato per i beati cazzi suoi e chi invece di reagire opponendosi teneva ben aperto il sacco, perché meglio quelli che il rischio demagogia, populismi, il movimento casinista tanto inviso ma che però ha avuto il grande merito di togliere anche l’ultimo velo di ipocrisia dalle facce e le figure di chi si era spacciato per statista e da quei partiti che come aveva previsto Enrico Berlinguer nella sua ormai dimenticata questione morale si erano trasformati in qualcosa di molto peggio di “macchine del potere”, volendo esagerare si potrebbe parlare di vere e proprie associazioni a delinquere.
Poi-poi sono arrivati i governi cosiddetti di emergenza, quelli necessari per il nostro bene e cioè sempre il loro, quelle larghe intese tanto care all’ex comunista e già emerito che ha plasmato la sua creatura con le nude mani pensando forse di essere a capo di un paese civile dove le larghe intese funzionano semplicemente perché non esistono partiti di proprietà di un delinquente passato poi alla condizione di pregiudicato.
Nel mentre qualcuno costruiva l’odioso luogo comune secondo il quale la “colpa” di tutto non era di chi rubava, reggeva il sacco, faceva finta di fare politica ma in realtà, come ci raccontano perfettamente le cronache di questi ultimi mesi stava mettendo da parte la legna per l’inverno: era nostra di cittadini.
Noi colpevoli di tutto anche ora che siamo stati derubati [ancora!] dell’unico strumento per mezzo del quale poter dire che non siamo d’accordo con la gestione criminosa del paese di questo Robin Hood al contrario che toglie ai poveri per dare ai ricchi, agli amichetti suoi che hanno contribuito in solido alla sua ascesa politica.
Ora, siccome sono una cittadina anch’io, qualcuno di quelli bravi del “siamo tutti”, del “ci meritiamo”, degli “italiani” citati sempre con disprezzo perché portatori insani di tutte le peggiori caratteristiche dis-umane potrebbe essere così gentile da spiegarmi che cazzo c’entro io con tutto questo che è solo la minima parte di quello che è accaduto?  

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MATTEO E LA DITTA (Antonio Padellaro)

Il Fatto Quotidiano

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Se il produttore ripete tutti i giorni che il suo vino è buono  anche se non lo è, anche se dentro ci sono sostanze nocive, ha la possibilità di pubblicizzare il suo prodotto per cielo terra e mare e nessuno di quelli della réclame pensa che sia il caso di indagare su quel vino, se è realmente come lo descrive il suo produttore che ha tutto l’interesse che il suo vino venga comprato, quel vino verrà venduto.
Perché nessuno dice ai possibili acquirenti che c’è l’inganno.
Il problema dunque non è che “la gggente vota pure i pessimi”, il dramma è che la gente continua a votare i partiti degli indagati, dei rinviati a giudizio e finanche dei condannati in via definitiva perché continuano ad essere presentati [da “quelli della réclame”] come il vino buono e degno di essere venduto.
Non c’è stato scandalo in questo paese in cui non fossero presenti esponenti e referenti di tutti i partiti, da una parte le tangenti, la corruzione, il malaffare, la complicità fra la criminalità – anche quella mafiosa – con la politica di tutti gli schieramenti e dall’altra la solita litania del “non sono tutti uguali” a cui si è andata ad aggiungere la strafottenza del presidente del consiglio che non pensa sia utile e proficuo proprio per la politica togliere di mezzo tutte le ombre che portano a pensare male della politica: gli indagati che non si toccano, le leggi contro i giudici che vanno troppo in ferie e che devono pagare per i loro errori, mentre al politico mal che gli vada un vitalizio, anche da condannato, gli verrà comunque assicurato, lo stato continua a garantire uno stipendio milionario anche a chi lo ha tradito.
Siamo sempre noi i malpensanti?

 

USA e getta

La cosiddetta “ragion di stato” serve a tutto fuorché a proteggere davvero uno stato. Che si chiami Datagate o trattativa stato mafia non fa nessuna differenza. Nella storia, nella politica come nella vita quello che conta è come sempre la verità. Senza verità non può mai esserci nessun progresso civile, nessuna giustizia. Nessuna democrazia.

Datagate, la Merkel spiata dal 2002
P. Chigi, i privati controllano la rete


La ragion di stato non serve a proteggere lo stato ma unicamente chi fa il male di quello stato. Lo abbiamo visto qui in sessant’anni di presunta democrazia durante i quali sono stati coperti e protetti gli autori delle stragi dando di volta in volta una matrice opportuna all’attentato, alla bomba fatta esplodere in una banca e alla stazione, all’autostrada e al palazzo saltati in aria, perché nessuno doveva e deve sapere che pezzi consistenti dello stato agivano e si muovevano in contrasto con i loro doveri, e anche quando i nomi c’erano lo stato, le sue istituzioni alte e quelle altissime hanno agito in modo tale che “il buon nome” del paese non dovesse essere messo in discussione. 

Perché non è credibile un paese i cui governi e lo stato proteggono e riparano chi agisce contro lo stato così come non è credibile un paese le cui amministrazioni, che siano repubblicane o democratiche non fa differenza, pensano che sia utile esportare civiltà con le bombe, con la guerra, ma poi quello che succede durante una guerra non si deve sapere. 

In un mondo normale Manning, Assange e Snowden sarebbero considerati i Resistenti del nuovo millennio, i Partigiani della verità, in questo invece li considerano dei fuori legge da isolare e chiudere in una galera.

La verità è un lusso che i disonesti non possono permettersi.

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Ultimi della classe: stampa e corruzione. Non ci resta che piangere [G.Gramaglia]

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PESSIMA QUALITÀ DELLA VITA E ANALFABETI: SIAMO ULTIMI, O AL PARI CON PAESI DEL TERZO MONDO

La politica è da buttare, l’economia va male, il lavoro non c’è, la fiducia neppure. Che brutta Italia, proprio “un paese dei cachi”. Vabbeh!, ma vuoi mettere la qualità della vita? Attenzione a non farci illusioni: manco quella abbiamo, se diamo credito a statistiche e classifiche, che saranno pure stilate da qualche noioso e pignolo burocrate nordico o asiatico delle organizzazioni internazionali, ma spesso ci azzeccano. Non ci resta che consolarci con le giornate di sole che – complice la geografia – sono più numerose che altrove. Ma poi scopriamo che la grigia Germania ha molto più fotovoltaico di noi e ci viene la depressione. Se già vi sentite un po’ giù, non inoltratevi in questo viaggio nelle magagne italiche. Se, invece, amate cullarvi nelle vostre malinconie, questa lettura v’è consigliata: preparatevi a indossare la Maglia Nera, percorrendo un’antologia di dati tutti recenti – e tutti, ahimè, negativi -, senza andare a scartabellare troppo indietro negli archivi.

Trasparenza e Corruzione 
L’indice della corruzione di Transparency International ci vede circa a metà del gruppo di 174 Paesi censiti, al 72° posto, sempre in fondo al plotone dell’Ue con Grecia e Bulgaria e con un voto ben lontano dalla sufficienza e lontanissimo dai Paesi leader, Danimarca, Finlandia e una sorprendente, ma costante, Nuova Zelanda. Forse le cose stanno per migliorare, perché, sempre secondo Transparency International, l’Italia è fra i Paesi che meglio applicano la Convenzione dell’Ocse contro la corruzione – ma i risultati, finora, non si vedono.

Fondi e infrazioni 
Nell’Unione europea, siamo, con Bulgaria e Romania, Paesi, però, da poco arrivati, quelli con minore capacità di spesa dei fondi a noi destinati: del pacchetto per la coesione, settennale, abbiamo utilizzato, adesso che s’avvicina la fine del periodo, il 31 dicembre, solo il 40% del totale. Ci lamentiamo che dall’Ue arrivano pochi soldi, ma riusciamo a spendere solo due euro su cinque.

Procedure di infrazione
In compenso, ne sprechiamo un sacco a pagare multe per il mancato recepimento delle direttive o per le infrazioni alle stesse: siamo i campioni incontrastati su questo fronte. Eravamo appena scesi sotto quota cento infrazioni, a 99, a fine 2012, ma siamo rapidamente tornati sopra collezionando più nuove procedure di quante non riusciamo a chiuderne di vecchie. Ambiente e rifiuti sono le voci dove siamo messi peggio.

Leggere e fare i conti
Per l’Ocse, gli italiani, con gli spagnoli, sono i cittadini che meno sanno leggere e far di conto – lo studio è stato condotto in 24 Paesi: giapponesi e finlandesi guidano l’elenco (e i cechi sono bravi in aritmetica). Per la serie mal comune mezzo danno, gli americani non ne escono molto meglio di noi.

Abbandono della scuola
Vanno a braccetto con le cifre dell’Ocse quelle di Eurostat: l’Italia non tiene il passo dell’Unione nella battaglia contro l’abbandono scolastico: 17,6% contro una media Ue del 12,8% – l’obiettivo è il 10%. Mentre i giovani in possesso di qualifiche di istruzione superiore sono il 21,7% – media Ue 35,8%, obiettivo 40%.

I ritardi di Internet
Anche per l’accesso a internet, l’Italia è lontana dalla media Ue: il 43% delle famiglie non ha una connessione, contro una media del 32%. Peggio di noi Bulgaria, Romania e Grecia, mentre in Svezia solo il 7% delle famiglie non ha Internet. Gli italiani, complice la carenza, rispetto alla media Ue, della banda larga, sono anche fra i più reticenti a fare acquisti online e ad utilizzare i servizi di e-government: appena il 22% vi ricorre (in Danimarca, l’80%), in parte perché il loro funzionamento è il peggiore nell’Unione – Romania a parte.

Qualità della vita
Un recente rapporto della Commissione europea indica che le città italiane non reggono il confronto con le migliori europee: fra i 79 centri urbani del campione prescelto, ci sono Bologna, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Verona, la migliore, che si piazza 18a, mentre in cima alla classifica stanno Aalborg, in Danimarca, Amburgo, Zurigo e Oslo. Settore per settore, Roma, Napoli e Palermo sono le ultime della classe per i trasporti pubblici e l’efficienza amministrativa, Roma è la peggiore per i servizi scolastici, Palermo la più sporca. L’unica altra metropoli europea che fa loro persistente compagnia sul fondo classifica è Atene.

Libertà di Stampa
Freedom House la misura ogni anno, con un doppio indicatore, numerico da 1 a 100, e qualitativo, stampa libera, semi-libera, non libera: l’Italia con 33 punti, è 73a su 187 Paesi al Mondo, ma è soprattutto l’unico Paese senza libera stampa dell’Europa cosiddetta occidentale, con la Turchia. I criteri della classifica sono discutibili, ma trovarci in testa Finlandia, Svezia e Norvegia non sorprende, così come trovarci in fondo la Corea del Nord, l’Eritrea e vari Paesi dell’ex Urss.