Italia: stato di figli, figliastri e figli di nessuno

Sottotitolo: all’epoca della sentenza che ha condannato Fabrizio Corona anch’io pensavo ancora che non bisognava fare il distinguo, che un reato è un reato e che chi si pone oltre il rispetto della legge va punito di conseguenza. Ma nel frattempo sono accaduti tanti fatti gravi, gravissimi che la giustizia non ha considerato con lo stesso rigore applicato a Corona. Impossibile quindi avere oggi le stesse opinioni di ieri. Il modo in cui vengono trattati certi reati, ma specialmente chi li commette,  inevitabilmente modifica poi, da parte della pubblica opinione l’idea di affidabilità e di serietà dello stato nella figura delle sue istituzioni. 

Preambolo: “Frequentazioni criminali e atteggiamenti fastidiosamente inclini alla violazione di ogni regola di civile convivenza a cui si sommano numerosi e cospicui precedenti penali, senza dimenticare la ricerca ad ogni costo di facili [ed illeciti] guadagni e condotte prive di scrupoli volte ad accaparrare risorse da investire in un tenore di vita lussuoso e ricercato”.

Una descrizione che potrebbe essere applicata non solo a berlusconi ma anche alle decine di persone colpevoli di essersi arricchite a danno dello stato. Comportamenti che nella politica disonesta sono la consuetudine. Amici criminali, sfregio assoluto della legge, delle regole di convivenza civile, comportamenti che delineano una persona socialmente pericolosa abituata a violare la legge, invece questa è parte della sentenza che ha condannato Corona che a differenza dei politici criminali in galera ci è andato per restarci.

Dell’Utri è stato condannato a sette anni per concorso “esterno” in associazione mafiosa che sta scontando dopo un tentativo di latitanza, berlusconi a quattro per frode allo stato ridotti a qualche ora di passeggiatine in giardino coi vecchietti e alla riforma costituzionale con Renzi; i cosiddetti devastatori di Genova, accusati di aver sfasciato cose e non persone hanno avuto condanne anche a dieci anni; tre anni e sei mesi ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi che non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, una sentenza ridicola dovuta al fatto che in Italia non esiste il reato di tortura e ai provvedimenti fintamente pietosi come l’indulto che viene sempre giustificato con la necessità di non infierire troppo sulla microcriminalità che riempie le carceri ma poi agisce soprattutto su quella macro, rimettendo in libertà anche i grandi delinquenti o non mandandoli in galera nemmeno per un giorno come fu ad esempio per  i mandanti dei massacri del G8 di Genova, funzionari di stato, che hanno ottenuto anziché  una giusta condanna, in relazione anche alla loro responsabilità di garantire la sicurezza e l’ordine,  premi, promozioni e avanzamenti di carriera. Ai  politici ladri di stato,  tangentari, corruttori e corrotti il peggio che può capitare è di scontare i domiciliari, poca roba, in case, ville faraoniche frutto della loro disonestà e continuare a ricevere lo stipendio pagato con le tasse dei cittadini onesti. A Fabrizio Corona, invece, tredici anni e otto mesi poi ridotti a nove per il reato di estorsione:  nove anni in galera non c’è rimasta nemmeno la Franzoni condannata a sedici per l’omicidio di suo figlio.
Qualcosa che non va, anzi molto, c’è. Se di riforma della giustizia si deve proprio parlare si potrebbe iniziare da qui, chissà che ne pensa Napolitano.

Marco Travaglio fa benissimo a rimettere ciclicamente sul tavolo del dibattito pubblico la questione della giustizia uguale per tutti, a far notare le contraddizioni di questo stato malato, visto che non lo fa nessuno. 

Non lo fa nemmeno il senatore de’ sinistra Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, quella che ha definito il Kazakistan una dittatura “temperata”, Manconi che si fa promotore, sempre ciclicamente, di provvedimenti di alleggerimento di pene per tutti che invece preferisce andare a piagnucolare sul Foglio di Ferrara di quanto Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano siano brutti, cattivi e giustizialisti, invece di aprire lui la questione sul diritto di una persona che, sebbene abbia commesso dei reati non è giusto che venga trattata e considerata dallo stato italiano peggiore, e di conseguenza meriti una pena detentiva più severa di chi ammazza un ragazzino a calci e pugni a cui viene rifilata una condanna ridicola, di chi ruba ai cittadini e allo stesso stato e viene condannato a raccontare barzellette a incolpevoli anziani ospiti di una casa di cura.
Alessando Sallusti, diffamatore seriale pluricondannato, che per mezzo del giornale che ancora dirige ha messo a rischio e pericolo la vita di un uomo perbene per sei anni, permettendo che dalle pagine di quel giornale si raccontassero menzogne su di lui, la sua vita privata e professionale, è stato graziato su cauzione dal presidente della repubblica in persona. Diffamare qualcuno in Italia costa 15.000 euro, ma solo se ci si chiama Alessandro Sallusti.
E in un paese dove la diffamazione viene sanzionata con una multa come un divieto di sosta e la frode allo stato premiata con la concessione di poter riscrivere niente meno che la Costituzione, il paradigma per la giustizia giusta, equa, uguale per tutti non può essere Fabrizio Corona, che ha commesso sì dei reati odiosi ma la sua colpa più grave è stata quella di andare a commetterli dove non si poteva e non si doveva.
Fabrizio Corona, essendo un frequentatore di un ambiente qual è quello del gossip i cui protagonisti sono i potenti con un sacco di soldi è stato punito così severamente con la galera da scontare, non coi domiciliari in villa, affinché a nessun altro potesse poi venire in mente di fare le cose che ha fatto lui.
E un paese non sarà mai normale finché l’estorsione, ma solo quella al vip, sarà considerata e trattata dalla legge un reato più grave di un omicidio, un sequestro di persona, la truffa allo stato e la diffamazione.  In Italia nove anni in galera non ci resta nemmeno uno stupratore, un assassino.
Corona si è mosso all’interno di un mondo, un ambiente, dove tutto ruota attorno ai soldi, alla superficialità volgare e ne ha semplicemente approfittato, commettendo dei reati, certo, ma non ha ammazzato nessuno né portato un paese al ridicolo etico, morale e al disastro economico, non ha derubato lo stato. 
Senza contare poi che, se il cosiddetto vip non avesse avuto niente da nascondere poteva far pubblicare le foto come se ne pubblicano a centinaia tutti i giorni. Il ricatto, l’estorsione, nasce dalla malafede dell’oggetto delle attenzioni di Corona. Una cosa vecchia come il mondo. Chi ha pagato Corona non è migliore di lui.

E ora graziate Corona – Marco Travaglio

Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno? Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato.

Latitante negli Usa, senz’aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori.   Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente, e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet. I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione   – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale… garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”. Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a se stesso.

 

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La realtà antipatica

Sottotitolo: se dieci milioni di persone mi guardassero e ascoltassero quello che voglio dire, o meglio, quello che qualcuno mi suggerisce di dire, per poi mandarmi a quel paese quasi all’unisono non credo che sarei contenta. Non vi ringrazieremo, cari “giornalisti”, visto che vi secca sentirvi apostrofare giornalai e pennivendoli nonostante molti di voi facciate tutto fuorché dare notizie corrispondenti ai fatti reali e accaduti, quando deciderete di smettere di raccontarci balle, magari all’unisono che sarebbe meraviglioso: un nuovo Rinascimento praticamente.

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L’invenzione del reato di omicidio stradale compreso di “ergastolo della patente” è un’iniziativa sensazionalista quanto inutile come  quella che stabilisce l’aggravante per il cosiddetto femminicidio. Perché la guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti già dovrebbe costituire l’aggravante in caso di incidente e infatti lo fa. E lo stato può benissimo decidere di non restituire la patente di guida a chi ha commesso una strage perché guidava  ubriaco o drogato. Così come non dovrebbe richiedere nessuna aggiunta di pena  né una legge speciale il genere sessuale di chi è vittima di un omicidio a proposito del quale ci sono già svariate varianti di reato, da quello colposo a quello volontario passando per il preterintenzionale che a fare la lista viene il mal di testa.  Non c’è bisogno di riscrivere in continuazione leggi che già c’erano, inventarsi reati che già c’erano per farsi belli e progressisti. Basterebbe far rispettare seriamente le leggi esistenti che qui sarebbe già un lusso.

La Cancellieri vuole istituire il reato di omicidio stradale. 
Pene più severe per chi provoca incidenti a causa di imperizia, distrazione, guida pericolosa viziata dall’assunzione di sostanze che riducono l’attenzione. 

Bene, benissimo, chi guida sotto l’effetto di alcool e stupefacenti è un criminale e da tale va trattato. Ma che senso ha fare nuove ed inutili leggi per infilare tutti in galera e poi inventarsi l’indulto e lo svuotacarceri per tirare fuori tutti dalle galere? L’Italia è un paese ridicolo, surreale e grottesco non per colpa sua né della gggente ma perché amministrato da incapaci come quelli che spostano continuamente l’attenzione sulla criminalità comune che è quella che ha più rilevanza e impatto nell’opinione pubblica per distogliere l’attenzione da quella dei piani alti. La strategia è chiara così come è altrettanto chiara l’ininfluenza di queste aggiunte e appendici di reati se poi le sentenze non possono essere applicate perché applicando le sentenze relative a quelli dei piani bassi si rischia di disturbare chi delinque a quelli alti. E tutto va ad alimentare poi questo dibattito infinito permeato sempre dagli stessi argomenti.
Mi piacerebbe domandare alla superministra Cancellieri che ne pensa e che pena si merita chi si è macchiato dell’omicidio dello stato, della democrazia e tutto quello che di grave gli è capitato è rimanere in parlamento a spese dei contribuenti. E’ un’iperbole ma mica tanto. 

E che dire altresì di un ladro condannato, il più ladro di tutti con l’aggravante di essere uno degli artefici della distruzione dello stato e della democrazia che da cinque mesi e due giorni è ancora latitante alla luce del sole, lo può fare, ma questo pare ormai non interessare più nessuno tanto meno la Cancellieri, responsabile dell’ambito giustizia? 

Va benissimo l’inasprimento delle leggi quando sono manifestamente ingiuste e insufficienti a punire i responsabili di reati pesanti ma come mai per altre faccende non si richiede con lo stesso rigore la stessa assunzione di responsabilità? 

Perché negli altri paesi i reati che danneggiano la collettività sono considerati – giustamente – più gravi e puniti più severamente mentre qui da noi no? 

Che bisogna fare per ristabilire l’uguaglianza, in materia di giustizia? Chiedo.

 

AL CONFRONTO B. ERA UN DILETTANTE 

EVASIONI, STORIE DI LADRI: DALL’IDRAULICO AI POLITICI 

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Colle Oppio
Marco Travaglio, 3 gennaio

Siccome i sondaggi vanno maluccio, la stampa corazziera spaccia l’indice di ascolto del Supermonito di Capodanno per l’indice di gradimento del presidente. 
Come se il discorso di Napolitano fosse un varietà del sabato sera. 
Naturalmente l’ascolto dice soltanto quante persone erano davanti alla tv, non quante hanno condiviso le cose dette (e soprattutto non dette).
I telespettatori sintonizzati sulle reti unificate erano 9,98 milioni contro i 9,8 del 2012, cioè 180 mila (2% circa) in più: un po’ per la curiosità di sentire come Napolitano avrebbe risposto alle critiche dei suoi oppositori (prima non ne aveva mai avuti), un po’ perché la crisi ha trattenuto in casa molta più gente dell’anno prima.

Infatti lo share – calcolato sul totale dei telespettatori con la tv accesa – è calato: 53% contro il 55 del 2012 (-2%). Resta da capire dove mai l’Unità abbia tratto il dato degli “ascolti record (più 12,2%)”. È vero invece che il ridicolo boicottaggio di Forza Italia è fallito: ascoltare quel che ha da dire il capo dello Stato è comunque interessante, anche – anzi soprattutto – per chi lo critica: le critiche devono essere sempre motivate, non fatte a casaccio.
Tutt’altra storia è il messaggio di Beppe Grillo, politicamente rilevante per i contenuti ma soprattutto per i toni, decisamente nuovi rispetto al recente passato.

Non è vero che fosse la prima volta che i due messaggi si sovrapponevano la stessa sera: Grillo arringa gli italiani quasi a ogni Capodanno fin dal 1998, quando al Quirinale c’era ancora Scalfaro.

In ogni caso il raffronto con Napolitano è impossibile: Grillo non ha lanciato alcun boicottaggio e soprattutto non ha a disposizione Rai, Mediaset, La7 e Sky, ma solo il suo blog per la diretta streaming (subito saltata per eccesso di contatti) e poi youtube: in tutto quasi 1 milione di spettatori.
Tutti questi numeri però rischiano di narcotizzare la gente oscurando la vera novità del Supermonito: la malcelata coda di paglia per i deragliamenti degli ultimi anni e per la versione ufficiale della rielezione, che continua a fare acqua da tutte le parti. 
Dopo aver mandato avanti la stampa corazziera a propinarcela in tutte le salse, Sua Maestà l’ha raccontata lui stesso l’altra
sera.  Ma, rivedendosi, dev’essersi reso conto che non funzionava. Così ieri s’è registrato il replay di dieci giorni fa, quando una lettera di Cossiga approdò sulle prime pagine di Stampa , Corriere e Messaggero dopo essere “uscita dall’archivio personale di Napolitano” (Marcello Sorgi dixit).
Stavolta, aggirando un’altra volta i ferrei controlli dei corazzieri sull’uscio del Quirinale, è uscita a fare due passi e a prendere una boccata d’aria un’altra missiva, firmata da Sua Altezza in persona, datata 15 aprile 2013 e indirizzata a Bersani, Monti e Alfano. E si è autorecapitata al Corazziere della sera: “Cinque pagine – scrive  Marzio Breda – per sgombrare ogni equivoco sulla rielezione che diversi emissari già gli avevano chiesto: sarebbe ‘una soluzione di comodo’, una non soluzione”. E questa sarebbe la “prova documentale delle sue volontà”.

Infatti il Corriere titola: “Quella lettera per evitare il secondo mandato”. Purtroppo, come si dice in Veneto, l’è pezo el tacon del buso.
Per evitare il secondo mandato non c’era bisogno di scrivere lettere: bastava rifiutare la proposta indecente di B., cui si associarono Bersani, Maroni e Monti, e rispedirli tutti a votare in Parlamento, dove c’era un candidato perfetto: Stefano Rodotà, che avrebbe potuto raggiungere il quorum di 504 voti con quelli sicuri di M5S (162) e di Sel (44) e con i due terzi dei grandi elettori Pd (ne bastavano 298 su 452, vanificando fino a 146 franchi tiratori, ben più dei 101 mancati a Prodi).
Già, ma Rodotà presidente avrebbe escluso lo sconfitto B. dalla maggioranza, scongiurato l’inciucio appena bocciato dagli elettori e propiziato il “governo di cambiamento” – magari per pochi mesi – che Bersani sbandierava ma rendeva impossibile con la sua stessa presenza.  

Un governo che nessuno voleva: a parte la stragrande maggioranza degli italiani, si capisce.

Italia: un paese a misura di delinquente

Ormai è chiaro a tutti, spero, per quali “urgenze” stia passando la risoluzione della crisi, quali siano gli obiettivi del governo Letta [ma si legge Napolitano] voluto con viva e vibrante soddisfazione per tirare fuori l’Italia dai guai, non gli italiani criminali dalle galere.

Mi chiedevo se in un paese economicamente a pezzi le questioni inderogabili abbiano a che fare sempre con la giustizia e coi tentativi di rendere più complicato l’iter processuale e arrivare ad una sentenza in tempi ragionevolmente umani. 

Iniziative che partono da lontano e che ciclicamente vengono ripresentate da tutti i governi sotto forma di qualsiasi cosa definite pomposamente “riforme” ma che sono invece i soliti miserabili tentativi di trasformare sempre di più la giustizia in una questione di élite, i reati una roba per ricchi e potenti. 

Stavolta invece per addolcire la pillola si sta pensando di agevolare anche i neofiti del crimine, quelli al primo reato. 
Una sorta di iniziazione, di benvenuto nella delinquenza.

Tentativi in parte, una buona parte peraltro, già centrati se un condannato per frode fiscale cinque mesi fa può ancora godere di una libertà che non gli spetta solo perché si chiama silvio berlusconi: dubito che la stessa sorte l’avrei avuta io che ho la fortuna di non chiamarmi berlusconi. 

Mi chiedevo se nei paesi normali la politica e i governi siano sempre indaffarati a riformare la giustizia, se il primo problema di tutti i paesi civili specialmente in questo periodo di crisi mondiale sia quello di rendere più semplice la possibilità di commettere reati e farla franca.

Se qualcuno si domandasse ancora perché vengono tutti qui anche a delinquere la spiegazione è facile facile: perché qui è possibile quello che altrove non lo è. Perché a furia di rendere la vita facile ai criminali “eccellenti” anche tutti gli altri poi, a cascata, usufruiscono delle agevolazioni. L’Italia non è un paese per persone oneste, è il paese dove si tiene molto in considerazione  la sorte dei carnefici, mai quella delle vittime. E’ il paese delle stragi impunite, dei premi ai serial killer.E’ il paese dove un boss della mafia può dare disposizioni dal carcere, far sapere che c’è un giudice che gli dà fastidio e che deve morire.

Snellire la giustizia non significa annullarla a beneficio dei potenti delinquenti, vuol dire fare in modo che quale che sia l’esito di una sentenza ci si possa arrivare in un tempo giusto: per il colpevole e per chi è stato danneggiato. Appunto si chiama giustizia, perché dovrebbe essere giusta per tutti.

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Custodia cautelare, ipotesi di riforma
Decidono 3 giudici e ascolto preventivo

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CON LO SVUOTA-CARCERI LA GALERA NON FA PIÙ PAURA AI DELINQUENTI (Bruno Tinti)

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NIENTE PIÙ MANETTE A SORPRESA PERFINO PER GLI ASSASSINI (Valeria Pacelli)

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Liberi tutti
Marco Travaglio, 29 dicembre

Provate a indovinare: qual è per il governo la prima emergenza della giustizia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere? Non ci arriverete mai, ci vuole un aiutino: la prima emergenza della giustizia in Italia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere sono i troppi arrestati che finiscono in carcere. Quindi, dopo il decreto svuota-carceri, ci vuole una bella legge anti-arresti. Vi sta provvedendo la ministra Cancellieri, coadiuvata da un’apposita commissione presieduta da Giovanni Canzio, il presidente della Corte d’appello di Milano che nel febbraio 2012 impiegò un mese per respingere la ricusazione dei giudici del processo Mills, regalando così a B. la sua ottava prescrizione. Insomma l’uomo giusto al posto giusto per una giustizia più rapida ed efficiente.Il disegno di legge infatti è comicamente dedicato alla “velocizzazione del processo penale” e prevede alcune novità strepitose. La prima è l’obbligo per il giudice di interrogare l’indagato prima di arrestarlo: oggi infatti capita che alcuni candidati all’arresto, non sapendo di essere nel mirino dei magistrati, si facciano trovare in casa al momento del blitz e dunque finiscano sventuratamente in manette. Il governo ritiene che ciò non sia sportivo: l’arrestando dovrà essere preavvertito col dovuto anticipo della prava intenzione dei giudici, convocato per l’interrogatorio e ivi informato dettagliatamente dei sospetti che gravano sul suo capo: così, ove ritenesse ingiusto il proprio arresto, avrà modo di dileguarsi per tempo. 

La seconda ideona è quella di affidare la decisione sulle richieste di cattura dei pm a un collegio di tre giudici. Oggi se ne occupa uno solo, il gip, anche perché poi l’arrestato può ricorrere al Tribunale del Riesame (tre giudici) e, se gli va buca, alla Cassazione (5 giudici). Ma, per il governo, un pm e 9 giudici non bastano ancora. Dunque ciò che oggi fa uno solo domani lo faranno in tre, così si spera che litighino fra loro e lascino perdere. L’effetto accelerante di una simile norma non può sfuggire. Naturalmente nei tribunali più piccoli sarà difficile trovare tre giudici liberi, o non incompatibili per essersi già occupati di vicende affini: così molte catture non si faranno più o andranno alle calende greche. Il ddl governativo parla di sopprimere i tribunali del Riesame, che però oggi intervengono in seconda battuta ed esaminano un numero molto inferiore di casi (e quando il sospettato è già stato assicurato alla giustizia). In ogni caso si fa presto ad aggiungere un ente, mentre è molto complicato sopprimerne uno (vedi l’accrocco fra regioni e province). Terza novità: niente più limiti al colloquio nei primi cinque giorni fra l’arrestato e il difensore (salvo per mafia e terrorismo). È una norma di elementare buonsenso per evitare che l’arrestato, prima dell’interrogatorio, venga istruito a tacere o a mentire secondo un copione prestabilito. Ora invece sarà un gioco da ragazzi per l’avvocato “formattare” l’arrestato per dettargli le cose da dire e quelle da non dire, i complici da inguaiare e i mandanti da salvare, specie nei processi di corruzione e criminalità finanziaria, dove spesso il difensore rappresenta non solo il singolo, ma l’intera organizzazione criminale. 

L’ultima genialata è l’idea di escludere dal giudizio abbreviato le parti civili, che per il risarcimento dei danni dovranno avviare una separata causa civile, costosissima e lunghissima. Così le vittime di delitti gravissimi (l’abbreviato è previsto persino per l’omicidio) saranno escluse da molti processi: un capolavoro.

Ma non basta ancora, perché il ddl governativo verrà integrato con la legge anti-manette Ferranti & C. appena varata in commissione Giustizia. Questa fra l’altro – come spiega Valeria Pacelli a pagina 8 – rende praticamente impossibile arrestare gli incensurati. Che non sono soltanto i delinquenti alla prima impresa, ma anche quelli rimasti impuniti e beccati per la prima volta. A questo punto manca soltanto un codicillo: l’arresto obbligatorio, per manifesta pericolosità sociale, del pm che chiede un arresto. In galera.

Aspettando la sentenza della Consulta [come se ci volesse la Consulta a stabilire chi è silvio berlusconi]

Sottotitolo: E se per caso – Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

Questa volta nessuno potrà negare che si tratti di conflitto di interessi. Elevato a conflitto tra poteri dello stato. Era legittimo l’impedimento invocato da Berlusconi, la convocazione improvvisa di un consiglio dei ministri il primo marzo del 2010, data in cui si doveva svolgere a Milano una delle udienze del processo Mediaset che in seguito lo avrebbe visto prendere 4 anni di carcere sia in primo grado che in appello?  Oppure fecero bene i giudici a ritenerla un scusa, un espediente processuale, e a proseguire?  Ma ciò su cui deve decidere da oggi la Corte Costituzionale è, in realtà, la natura stessa dell’avventura politica di Berlusconi. L’episodio per il tutto. Immaginate le conseguenze di una sentenza che dica che il capo del governo subordinò la massima attività dell’esecutivo alle sue tattiche di difesa dal processo. Con che faccia i rappresentanti del centrosinistra potrebbero continuare a governare con un uomo così, a discutere con lui la riforma della costituzione. Saprebbero dargli addosso come hanno fatto sull’euro, nascondendosi dietro Draghi e la Merkel?  Saprebbero dirgli:  con te no, come hanno fatto con Grillo?

Preambolo: nella magnifica quanto incredibile eventualità che la sentenza della Consulta abbia un esito sfavorevole a b e quindi favorevole per l’Italia dovrebbero dimettersi tutti, anche quelli che per vent’anni hanno fatto finta di opporsi al più grande farabutto della storia di questa repubblica, che ancora oggi permettono che questo paese sia ostaggio dei suoi ricatti e delle sue minacce ammantando il tutto, non senza la consueta viva e vibrante soddisfazione, con la pomposa quanto menzognera definizione di “governo di necessità”.

Danilo Maramotti per l”Unità

Mediaset, la Consulta decide
Il pessimismo di Berlusconi

Il verdetto della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento.

[Fiorenza Sarzanini – Corriere della Sera]

Già: chissà se Napolitano ci ha pensato a questa conseguenza, lui sempre e da sempre in mezzo fra berlusconi e la Magistratura.

E se ci ha pensato quando ha voluto a tutti i costi questo bel governo dei larghi sottintesi.
Guai se un simile statista debba vedersi negata la possibilità di sedersi al tavolo delle decisioni.
E’ proprio la persona adatta con cui riformare nientemenoche la Costituzione.

L’impunità a b è stata sempre offerta sul classico piatto d’argento.
Nel corso della sua storia politica che inevitabilmente è andata di pari passo con le sue vicende giudiziarie perché è stata costruita appositamente per evitare che silvio berlusconi rispondesse davanti alla legge delle sue azioni, dei suoi reati, molti dei quali commessi prima della sua ormai tristemente famosa discesa in campo, della sua immoralità delinquenziale tutti, destra, centro, centrosinistra, si sono prodigati per mettere i bastoni fra le ruote ai Magistrati.

Mi chiedevo in quale paese sarebbe possibile organizzare addirittura un esercito per “proteggere” berlusconi dai giudici.

In quale paese si potrebbe dire impunemente che Ilda Boccassini dovrebbe essere indagata per diffamazione aggravata solo perché è un giudice che fa onestamente il suo lavoro.

E mi chiedevo in quale paese il presidente della repubblica, nonché capo supremo dei giudici anziché tutelare quei giudici da attacchi continui, di pretendere rispetto per un potere dello stato, avrebbe potuto fare invece sempre l’opposto permettendo che quei giudici fossero insultati, denigrati, avrebbe guardato in silenzio chi ha manifestato contro quei giudici da ministro e vicepresidente del consiglio: cose di una gravità inaudita e che non sarebbero permesse in nessun paese democratico davvero.

E mi chiedevo come si fa a sacrificare la civiltà democratica – ché nominare la parola dignità a proposito della politica è diventato ormai un esercizio inutile – di un paese per salvare dai suoi guai un delinquente abituale per sentenza.

Con un casellario giudiziario come quello di b, i suoi precedenti, le sue frequentazioni, il suo partito fondato da un condannato per mafia, il boss mafioso ospitato in casa, le mignotte, i papponi, la corruzione, in un paese normale sarebbe impossibile fare anche il più umile dei mestieri.
Figurarsi chi, oltre a Giorgio Napolitano, avrebbe dato la possibilità ad uno così di riformare leggi e Costituzione, di “poter partecipare alla delicata fase politica”.

berlusconi non ha più bisogno dell’assoluzione di un tribunale perché ha già ottenuto quella morale dalla politica, quella legittimazione per cui lo si considera ancora l’interlocutore col quale discutere, quello con tutti i titoli per decidere le sorti di questo paese.

  Una democrazia, la Costituzione, vanno protette anche da quello che sembra uno scherzetto innocente come l’esercito di silvio.

Non si lascia fare senza dire una parola. Quella è eversione in piena regola.

Ma se il primo sostenitore di berlusconi è il ministro dell’interno, quello chiamato a difendere il paese e non chi ne ha fatto strame, che speranza ha questo paese di potersi salvare? secondo me nessuna.

La situazione che non fa onore

Sottotitolo: è davvero stupefacente l’idea di democrazia di Mario Monti, vuole fare politica ma non vuole essere scelto dalla gente.
Si mette a disposizione ma solo se gli garantiscono di poter rimanere fuori dal circo delle campagne elettorali e delle elezioni.
Da un anno ripete di essere in prestito alla politica e solo una ventina di giorni fa affermava che non aveva nessuna intenzione di proseguire il suo mandato.
Ieri ha ripetuto le stesse parole pronunciate qualche giorno fa da Catricalà per dire il contrario e chissà cosa c’è dietro questa sua dichiarazione fatta nientemeno che dall’America.
Questo, naturalmente, per il bene del paese: è generoso lui, siamo noi che pensiamo sempre male.

La situazione di affollamento dei penitenziari italiani “non fa onore al nostro Paese e anzi ne ferisce la credibilità internazionale”. [Giorgio Napolitano]

Di abolire quello schifo di leggi che mettono in galera chi non ci deve andare non se ne parla mai.

Prima ci s’inventano  i reati e poi si piange perché le carceri sono piene? la bossi fini,  quella che ha materialmente creato un reato che non c’e:  la clandestinità,  e la giovanardi fini, quella che manda in galera chi si fa uno spinello sono ancora lì:  obbrobrii giuridici, questi sì, da paese incivile,  che nessuno vuole abolire.

Di pene alternative, di affidamenti ai servizi sociali, di costruzioni di edifici alternativi alle carceri vere e proprie tipo comunità sorvegliate dove il ladruncolo e lo scippatore possono benissimo vivere in regime di semilibertà, imparare un mestiere, nemmeno.

Di amnistia e indulto però sì, perché è  la via più comoda per la politica  ma più complicata per noi che poi ci dobbiamo ritrovare ciclicamente a discutere di un governo che mette in libertà stupratori seriali, assassini, pedofili e quanto di altro si legge e si sente ogni volta che si mette in atto un indulto o l’amnistia.
Anche se non è vero, anche se è vero in parte perché comunque quelli che escono dalle galere tutti stinchi di santo non sono.
I cittadini italiani non pagano milioni di euro di tasse per far funzionare anche la giustizia per vedere poi che la stessa viene amministrata e gestita in modo inadeguato da persone evidentemente anch’esse  inadeguate o interessate a farla funzionare nel modo sbagliato; quello che non fa onore ad un paese civile è che una vetrina spaccata preveda dodici anni di carcere [da scontare] e la vita di una persona tre condonati e perdonati proprio dall’indulto.

E, se mi posso permettere, c’è molto altro nel nostro paese che non gli fa onore e lo rende abbastanza ridicolo agli occhi del resto del mondo civile, ad esempio un centinaio [conteggio approssimativo che comprende indagati, imputati che devono ancora sottoporsi a un processo, prescritti, condannati con sentenza passata in giudicato] di rappresentanti della politica, presenti in parlamento, che hanno avuto e hanno problemi con la giustizia ma sono ancora in parlamento a dare il loro contributo per la realizzazione di leggi che poi dovremo rispettare tutti, anche chi non è indagato, imputato, prescritto e condannato: non è abbastanza ridicolo questo? io dico di sì, anzi è peggio: è miserabile che a rappresentare la politica sia gente del genere. 

E non è singolare che si riparli di indulto e amnistie ogni volta che la legge e la giustizia si occupano di personaggi “evidenti”? la volta scorsa era previti che, dei suoi sei anni di carcere ha scontato sì e no una settimana, oggi sallusti che comunque in una galera non ci sarebbe mai finito, a dispetto del coro delle prefiche di destra, sinistra, centro e tecniche, del giornalismo tutt’intero salvo poche eccezioni – Napolitano in testa – che da due giorni si è mobilitato per salvare la faccia ma soprattutto il culo a dei diffamatori per mestiere.
Quello che non fa onore a questo paese è che si consenta ai politici di rubare, mafiare, corrompere senza che gli succeda niente, quello che ne ferisce la credibilità è che la politica sia ancora condizionata da un signore che in parlamento non avrebbe dovuto neanche metterci piede PROPRIO per i suoi problemi giudiziari ma che invece è stato accolto con tutti gli onori scavalcando anche la legge che glielo impediva; quello che lo rende pateticamente ridicolo è che una persona senza documenti venga considerata criminale anche se non ha ammazzato, rubato, preso tangenti, fatto affari con la mafia.
Quello che non fa onore al nostro Paese e anzi ne ferisce la credibilità internazionale è che in questo paese il rispetto della legge sia diventato una questione di appartenenza ad un ceto, ad una categoria, chi ruba, mafia, corrompe, si fa corrompere e fa politica si salva sempre, anzi, in molti casi si fa politica proprio e solo per questo.
Le carceri, presidente, non sono piene di politici disonesti, di imprenditori disonesti, di dirigenti disonesti ma di tanta gente che in una galera non ci dovrebbe neanche stare: la politica faccia leggi civili da paese civile di cui poi nessuno si deve vergognare, invece di pensare agli indulti e alle amnistie per tirare fuori dai guai i soliti amici degli amici.
Gli infarinati
Marco Travaglio, 28 settembre
Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso. Continuo a pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comico pseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro della querela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione. Poi il Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa. Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il risarcimento a una onlus. Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di risarcire, anzi è andato a Porta a Porta a rivendicare l’articolo diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati. A quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello, l’ha confermato. Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso. Il che andrebbe a suo onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”. Ma qui di politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di applicarla a genitori, ginecologo e giudice”. Peccato che fosse la ragazza a voler abortire all’insaputa del padre e insieme alla madre avesse chiesto il permesso al giudice: l’avevano scritto l’Ansa e tutti i giornali, tranne Libero, che poi si guardò bene dal rettificare la maxi-balla. Altro che “opinione”: è diffamazione bella e buona, attribuzione di un fatto determinato tanto grave quanto falso. E non si capisce a che titolo il presidente della Repubblica, dopo aver “avvertito” i giudici che li teneva d’occhio mentre stavano per decidere, torni a far sapere che “si riserva di acquisire tutti gli elementi di valutazione”: lui non ha alcun potere di “sorvegliare” i giudici nell’esercizio delle loro funzioni né di “acquisire” alcunché sul merito delle loro decisioni. Semmai è il Csm che potrebbe farlo, se i titolari dell’azione disciplinare (Pg della Cassazione e Guardasigilli) ravvisassero nella sentenza profili disciplinari di abnormità. E qui abnorme è la legge, non la sentenza che la applica. Ma, al posto dei partiti che la usano per ricattare la stampa, sul banco degli imputati finiscono, tanto per cambiare, i giudici che l’hanno osservata. Repubblica parla di “accanimento giudiziario” e “mostruosità giuridica” per una pena detentiva prevista dalla legge. Il solito Battista denuncia sul Corriere “il divario clamoroso tra i due gradi di giudizio” (la prima condanna a 5 mila più 30 mila euro e la seconda che ha aggiunto i 14 mesi di reclusione). Oh bella: ma, se in tutti e tre i gradi i giudici devono decidere allo stesso modo, perché non abolire appello e Cassazione e lasciare solo i tribunali? Battista aggiunge: “Sallusti non ha neppure scritto l’articolo incriminato”. Embè? Basta nascondersi dietro uno pseudonimo per diffamare impunemente? Né si può risolvere la faccenda sostituendo il carcere con la multa. Vero che è così in quasi tutte le democrazie. Ma nelle democrazie non esistono politici che usano i loro media per massacrare gli avversari, ben felici di pagare la multa al posto dei loro killer. Per distinguere l’errore in buona fede e la critica aspra dalla diffamazione dolosa non c’è che una strada: una legge che imponga a chi scrive il falso l’immediata rettifica e, in caso di rifiuto, una dura sanzione penale, anche detentiva. Questa legge tutelerebbe i giornalisti. Ma non i Sallusti e i Farina, che augurano la pena di morte agli altri, poi piagnucolano per qualche mese di carcere, peraltro all’italiana: cioè finto.

Gratuità fittizie

Ricomincia l’opera di seduzione con la distribuzione forsennata di stelle. Sono tanti gli utenti che in questi giorni stanno ricevendo la proposta di diventare “gold user”, così come è già accaduto in occasione dell’aggregazione con Facebook quando la gente scappava in massa perché non voleva, giustamente, subire un’imposizione, qualcosa di cui non si poteva nemmeno discutere ma solo accettare in virtù di quella gratuità fittizia di cui parlo qui sotto.  A chi mi ha chiesto consiglio ho risposto di rifiutare. Ci sono altri modi per convincere la gente (anche quella che sta scappando di nuovo a causa dei fatti recenti )  a rimanere, ad esempio, non cacciandola in malo modo, non cacciando e censurando  chi si macchia della colpa orribile di esprimere  solidarietà di fronte ad un’ingiustizia subita oppure semplicemente  trattarla come merita e non come, invece, viene trattata da chi è chiamato a far sì che si faccia “un uso civile di uno spazio pubblico”. A chiacchiere, ma non nei fatti.

L’accusa che viene rivolta molto spesso agli utenti delle piattaforme che ospitano spazi come i blog quando si viene cacciati (senz’avviso e senz’appello) è che quello spazio che viene offerto è gratuito e che quindi chi amministra il portale può arrogarsi il diritto di sospendere la “collaborazione reciproca” quando e come vuole.
Niente di più falso, quella è una trappola intimidatoria nella quale cadono i deboli, le persone che hanno paura che quello spazio possa venir loro sottratto da un momento all’altro e senza ragioni serie (succede, eh?) e allora si convincono che tutto sommato valga la pena abbassare la testa e continuare a fare il gioco di chi non mette a disposizione uno spazio per dare la possibilità alla libertà di esprimersi ma esclusivamente perché chi riempie quello spazio riempie, di conseguenza, anche i conti in banca dei signori e padroni di spazi virtuali.
Perché, come spiega benissimo Massimiliano Dona che di mestiere fa il segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori e quindi di leggi e regole se ne intende forse di più di chi ha come unico punto di riferimento delle discutibilissime faq di una piattaforma: “la libertà sulla quale poggia Internet è anche artificiosa, potremmo parlare di «libertà virtuale». A ben vedere, infatti, la Rete, e tutto ciò che su di essa accade, è controllato e condizionato da pochi grandi potentati spesso facenti capo a gruppi economici, collegati a volte da intese commerciali. Questi soggetti imprenditoriali decidono ciò che ciascuno di noi può o non può fare sulla Rete; spesso, in nome di una gratuità fittizia, si appropriano dei nostri dati, dei nostri gusti, delle nostre idee, consentendoci di divulgare le nostre opinioni, ma solo fino a quando lo vorranno. Sul web nessun contraddittorio è dato all’utente, le decisioni sono inappellabili come neppure nel più autoritario dei regimi. Spesso dietro la maschera dell’esigenza tecnologica, dell’automatismo che consegue a un impulso informatico, si nasconde l’arida prepotenza del più forte.”

Perché la Legge, quella vera, dice altro. Dice ad esempio che non si possono sottrarre materiali privati, personali se non in presenza di motivi gravissimi e che per chiudere uno spazio personale ci vuole qualcosa di più di un vaffanculo o di una testa di cazzo. Un blog può venire chiuso d’autorità quando si veicolano e si diffondono apologie, quando i suoi contenuti sono di carattere pedopornografico, quando in quel blog si istiga a violenze di vario genere.
Quando, insomma, in uno spazio personale ma che è però di pubblico dominio perché visibile e leggibile da tutti si commettono dei reati che sono puniti nello stesso modo in cui si sanzionano quelli compiuti da persone fisiche.
Anche la diffamazione è un reato, forse nella piattaforma cosiddetta libera questo non lo sanno visto che continuano ad ospitare chi commette quel reato tutti i giorni senza per questo veder sparire degli spazi aperti unicamente per quello scopo. Ma chi di Legge se ne intende questo lo sa, lo ha visto e poi lo giudicherà.