…ma non è un perdono

giovanardi fa sapere che non ha niente di cui scusarsi, che quando la madre di Federico dice che ritira la querela ma non perdona sicuramente non ce l’ha con lui. Io, come sempre, non me la prendo con lui ma coi vigliacchi che continuano a chiedere il ‘parere’ di giovanardi su questioni che il necrofilo ha già ampiamente chiarito in tante, troppe occasioni.

Il più violento degli schiaffi morali è far sapere ad una persona che si disprezza perché ci ha fatto del male di non essere più la causa e il motivo delle proprie angosce, sofferenze. 

Ed è più o meno questo che deve aver pensato Patrizia Moretti, la grande mamma di Federico Aldrovandi, ritirando la querela contro giovanardi, il segretario del Coisp Maccari e uno degli agenti assassini colpevoli della morte di suo figlio che hanno ripetutamente offeso, oltraggiato e vilipeso la sua famiglia e la memoria di suo figlio.
Dopodiché c’è uno stato a cui non sono bastati dieci anni per dare una risposta che restituisse a questa madre e a questa famiglia almeno la giustizia, una giustizia giusta capace di condannare fino in fondo, non solo un po’ com’è accaduto per i quattro agenti della polizia di stato, fra i quali c’era una donna, che quella notte di settembre finirono un ragazzino di diciotto anni a calci e botte sfondandogli prima il torace e poi il cuore e ai quali lo stato non ha tolto nemmeno la divisa.

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UN’IMPERDONABILE PERDITA DI TEMPO

Il testo integrale della lettera con cui Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ha annunciato il ritiro delle querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell’agente di polizia Paolo Forlani, condannato in via definitiva per la morte del figlio, e del segretario del Coisp Franco Maccari.

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Siamo ridotti talmente male in questo paese dove la legge è uguale sì ma per i soliti stronzi che per festeggiare il compimento della giustizia basta che un processo si concluda con una sentenza.
Quale che sia.
E’ andata così per i processi ai macellai del G8, per la sentenza che ha “condannato” berlusconi e anche per quella che ha fintamente punito i quattro assassini di Federico Aldrovandi ai quali lo stato dopo averli praticamente graziati ha avuto la premura di mantenergli il posto di lavoro. Tutte sentenze che ci dicono che la vita di chi ha commesso dei reati gravissimi, tutt’altro che dovuti ad una casualità, un raptus eccetera non ha avuto contraccolpi significativi. Tutto come prima, nel caso del G8 perfino meglio, diversamente dai morti, dagli offesi, picchiati, violentati, derubati in conseguenza di quei reati. Sentenze manifestamente in contrasto con la Costituzione che, è vero, ordina laddove sia possibile la riabilitazione del reo ma solo dopo avergli fatto pagare quel che deve alla società.

Questa vicenda triste, tragica come tante altre simili  mi ha sempre umiliata, da persona, da madre e da cittadina di questo paese. Penso che Federico oggi avrebbe più o meno l’età di mio figlio, penso a sua madre, alla sua famiglia, alle persone che lo amavano, alla possibilità negata in modo violento da quattro funzionari di stato di sapere cosa sarebbe oggi, che avrebbe fatto di se stesso, della sua vita. Per lo stato la vita spezzata di Federico non è stata che una pratica da chiudere con una finta sentenza e una finta condanna per i suoi assassini. Per qualcuno, tipo giovanardi e Maccari, invece, i quattro traditori dello stato non meritavano nemmeno quella finta condanna.

Il ragazzo che non c’è più

La storia di Federico l’ho seguita dall’inizio, sempre con lo stesso identico dolore, con la stessa rabbia impotente perché sulle spalle di Federico ci ho messo la testa e la faccia di mio figlio. 
Perché mi sono messa davvero nei panni di sua madre, e anche se non sono riuscita, ovviamente, a sentire lo stesso dolore l’ho capito. 
E’ giusto parlare di parità di sessi, rivendicarla, difendere il diritto che fa uguali uomini e donne in quanto persone, ma il rapporto che si crea fra una madre e un figlio dopo nove mesi di coabitazione fisica, uno dentro l’altra, nei quali si sente quel figlio muoversi, crescere dentro, la prima volta che lo si guarda appena nato, la prima volta che si attacca al seno, non è paragonabile a quello, sebbene ottimo che si crea fra padre e figlio. 
Essere madre, è un’altra cosa.

 

Ha ragione Patrizia Moretti: se gli assassini di suo figlio fossero stati cacciati col disonore che si sono meritati macchiandosi di tanta violenza gratuita, immotivata, ci saremmo risparmiati tutte le oscenità offensive indirizzate a Federico e alla sua famiglia che ciclicamente si ripetono. Se dei poliziotti sentono come un dovere esprimere una solidarietà a dei colleghi che non hanno adempiuto con disciplina e onore, quello vero, non quello Napolitano alla loro funzione è perché quegli assassini indossano ancora una divisa, diversamente no. 

Non avrebbero alcuna ragione di doverlo e poterlo fare.

 

Non è colposo l’omicidio di una persona finita dalle botte di stato. E’ assolutamente intenzionale. #vialamenzogna #vialadivisa #Aldrovandi

Anche se la morte di Federico fosse stata provocata da un gesto davvero colposo, non voluto, casuale, un’assemblea di un sindacato di polizia non si alza in piedi per applaudire in segno di solidarietà  umana chi ha provocato quella morte. Non è rassicurante vivere in un paese dove le forze dell’ordine pensano che sia normale esprimere solidarietà – pubblicamente con l’applauso –  a chi ha spezzato con la violenza e l’abuso la vita  di un ragazzino innocente. Non si può essere indulgenti, comprensivi e umani nei confronti di quattro assassini che hanno ucciso con disumanità, ma questo purtroppo è il paese dove la colpa, anziché aumentare rispetto al ruolo, diminuisce. Non è sicuro e ben gestito uno stato dove la parola onore viene svilita dal presidente della repubblica, dove ad un cittadino colpevole di aver derubato tutti e condannato per questo ad una non pena ridicola viene concesso di poter fare una campagna elettorale con tanto di ospitate televisive solo perché quel cittadino ha rivestito un ruolo politico. Non è sicuro uno stato dove le forze dell’ordine tradiscono il loro mandato di difensori dello stato e dei cittadini e non vengono punite adeguatamente ma continuano a ricevere il sostegno dello stato e dei colleghi. Non è sicuro uno stato dove il presidente del consiglio e il ministro dell’interno si limitano a telefonare e  messaggiare da twitter  la loro vicinanza alla famiglia di Federico Aldrovandi  anziché convocare i vertici della polizia di stato per chiedergli conto del comportamento assurdo tenuto ieri dai cosiddetti difensori dello stato e dei cittadini.

 

 

“Gli applausi sono un gesto gravissimo e inaccettabile che offende la memoria di un ragazzo che non c’è più e rinnova dolore di sua famiglia. Quegli applausi danneggiano la Polizia e il suo prestigio”. [Angelino Alfano, incredibilmente ancora ministro dell’interno]

Il ministro dell’interno della piccola dittatura Italia dove regnano incondizionate e indisturbate illegalità e ingiustizia ha espresso “vicinanza” alla mamma di Federico Aldrovandi in relazione al comportamento degli aderenti alla setta denominata Sap che ieri hanno tributato una standing ovation a tre dei quattro farabutti criminali che le hanno ammazzato il figlio. Chi legge il messaggino di Alfano pensa che Federico sia morto così, all’improvviso, in un incidente stradale, di morte naturale prematura o, come voleva far credere al mondo la prima sentenza per “atti di autolesionismo causati dall’assunzione di sostanze stupefacenti”. Mentre non è andata esattamente così, probabilmente Alfano non è stato informato del fatto. Gli assassini di Federico hanno nomi e cognomi e la sua morte non è stata un incidente. Il ragazzo “che non c’è più” è stato finito con la violenza da chi dovrebbe arginare e reprimere la violenza per mestiere.
Stamattina mi vorrei rivolgere con tutta la serenità di cui sono capace a quelle istituzioni sempre pronte a bacchettare, rimproverare, zittire e cacciare dalle aule parlamentari chi – secondo loro – mette in pericolo la democrazia con delle parole e che dopo tutte queste ore non si sono ancora espresse su questa vicenda che copre di vergogna tutto il paese, perché fatti di questo genere sì, mettono in pericolo questa nostra già finta democrazia. Dopo ieri, e ripensando ai tanti e gravi episodi legati alle violenze e agli abusi di stato i cittadini di questo paese, quelli che non pensano che la polizia faccia bene a picchiare, ad esercitare abusi di potere, hanno urgentemente bisogno di sapere se possono o no fidarsi ancora delle forze dell’ordine. Perché diventa sempre più difficile credere che chi agisce in modo violento, chi tollera la violenza, non la condanna, chi non prende le distanze dai violenti in divisa sia una minima di parte di quelli che quando indossano una divisa giurano di essere fedeli alla repubblica, allo stato e di rispettare la Costituzione e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri per la difesa della patria, e in quei doveri non rientra poter massacrare persone a calci e botte e meritarsi pure l’applauso.

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CINQUE MINUTI DI APPLAUSI AL CONGRESSO DEL SAP PER I POLIZIOTTI CONDANNATI –  RENZI AL SINDACATO: “BELLISSIMO LAVORARE INSIEME”. POI CHIAMA LA FAMIGLIA
Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano, 30 aprile


Non è la prima volta che un sindacato di polizia si tuffa senza vergogna nella difesa dei poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi – le scene del Coisp sotto l’ufficio di mamma Patrizia a Ferrara se le ricordano tutti –, ma certo assistere a oltre quattro minuti di applausi, partiti soft e poi diventati una vera e propria standing ovation, fa venire la pelle d’oca. È nato come un insensato tentativo di visibilità mediatica e soprattutto di dialogo con la pancia dei poliziotti, avvelenati per gli stipendi e il blocco del turn over e i turni stressanti, come da anni ci sentiamo ripetere. In realtà il gesto compiuto ieri dal Sindacato autonomo di polizia rischia di dimostrarsi un boomerang nei denti, quelli propri e quelli di coloro che la polizia la vogliono cambiare davvero.
Teatro della commedia dell’assurdo, Rimini, dove il Sap ha deciso quest’anno di celebrare il proprio congresso ed eleggere il nuovo segretario, prima solo presidente, Gianni Tonelli. Ai lavori erano invitati, “come ospiti” precisa con orgoglio il sindacato, i quattro agenti condannati per la morte di Federico, avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005. Erano presenti in tre: Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani. Mancava Monica Se-gatto. Quando Tonelli ha preso la parola per la sua relazione, ha citato quei nomi. Un timido applauso si è trasformato in pochi secondi in un’alzata in piedi.
LA PLATEA di poliziottti-sindacalisti ha omaggiato per quattro interminabili minuti i tre colleghi condannati in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo di un ragazzo di 18 anni. “Omicidio colposo, appunto, non sono assassini – si difendono dal Sap, nel momento in cui la piena dello sdegno li ha già travolti –. Noi rispettiamo la madre e rispettiamo le sentenze, ma che male c’è nella difesa umana dei nostri colleghi?”. Tonelli del resto aveva basato su questo tutta la sua campagna per la segreteria. A marzo, proprio da Ferrara, aveva lanciato l’hashtag #vialamenzogna, una risposta a quel #vialadivisa diventato la bandiera della lotta alla polizia violenta. “L’onorabilità della Polizia di Stato – aveva spiegato Tonelli
– è stata irrimediabilmente vilipesa e solo una operazione di verità sarà in grado di riscattare il danno patito. Alla stessa stregua i nostri colleghi, che noi riteniamo ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito”. Alla faccia del rispettare le sentenze. Tanto che in quell’occasione Lino Aldrovandi, papà di Federico, aveva risposto sulla sua pagina Facebook: “Renzi e Alfano dovrebbero intervenire per rispetto delle istituzioni”.
Così è stato, infatti. Peccato che il premier lo abbia fatto ieri Renzi (o forse il suo staff) ha mandato un messaggio proprio al congresso del Sap: “È una sfida difficilissima (unificare le forze di polizia, ndr) ma sarà bellissimo provarci insieme”. Insieme con chi omaggia tre condannati per omicidio? Infatti in serata è arrivata alla famiglia Aldrovandi la telefonata di solidarietà del presidente. Peggio ha fatto Berlusconi, che ha chiamato direttamente il Sap, pescando voti in una platea a lui già molto vicina. Gasparri, La Russa e Laura Comi sono addirittura intervenuti di persona.
Se n’era appena andato, invece, il capo della Polizia, Alessandro Pansa, che evidentemente non è fortunato quando deve inaugurare congressi: a quello del Silp Cgil, due settimane fa, gli era piovuta addosso la tegola dell’artificiere che aveva calpestato una ragazza durante la manifestazione di Roma. E ieri aveva appena detto che occorre stilare un decalogo di “regole d’ingaggio” per l’ordine pubblico. Ancora una volta, i giochi di potere – sindacale, in questo caso – si fanno sulla pelle di chi ha già sofferto pure troppo. “È terrificante, mi si rivolta lo stomaco – ha commentato con la solita straordinaria lucidità Patrizia Moretti, mamma di Federico –: cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? È estremamente pericoloso”. La famiglia sta valutando se sporgere denuncia contro il Sap.

 

 

E di nuovo non basta più nemmeno la vergogna

In un paese dove gli eroi dello stato, secondo il presidente della repubblica che sceglie il 25 aprile per parlare di onore riferito a dei più che presunti assassini, sono due accusati di duplice omicidio e dove ad un condannato alla galera perché ha rubato allo stato da presidente del consiglio si consente ancora di spadroneggiare su e giù per l’Italia, di parlare in televisione manco fosse un premio Nobel non deve meravigliare che ci sia chi si mette al fianco di assassini veri, giudicati e condannati da un tribunale. Non c’è da stupirsi di fronte a queste cose: c’è solo da prendere atto che questo è un paese che non guarirà dalle malattie dell’anormalità violenta, dell’illegalità di stato, dell’ingiustizia istituzionalizzata elevate a sistema.
Il potere si regge su queste tre cose, ecco perché nessuna politica, nessun governo agisce per contrastarle sul serio, al contrario minimizza, nasconde, non condanna i suoi apparati, i cosiddetti servitori dello stato e li difende anche quando tradiscono lo stato.

Uccisero Aldrovandi, il congresso del Sap
li saluta con cinque minuti di applausi

La mamma: “Rivoltante”. Renzi: “Governo solidale”. Alfano: “Vicinanza”. Al congresso del sindacato
di polizia che ha applaudito gli agenti condannati, La Russa, Gasparri e Pansa che però dice: “Grave”.

Dopodiché nessuno venisse più a parlarci di poche mele marce e di qualche scheggia impazzita, a proposito di forze dell’ordine violente, assassine. Perché quando un capo della polizia non si mette dalla parte delle vittime dei suoi uomini violenti e assassini, che assiste allo spettacolo di altri suoi uomini che applaudono quattro assassini di un innocente, un ragazzino, significa che non li condanna, che gli va bene così. Nessun rispetto per queste istituzioni che permettono che i morti di stato vengano uccisi non una volta sola ma sempre. 
Ogni giorno.

Quei quattro sono criminali che senza una divisa addosso avrebbero rischiato una ventina d’anni di galera e ne avrebbero scontati almeno la metà, altroché vittime di “una sentenza funzionale al bisogno di vendetta” perché “spesso in carcere non ci vanno mafiosi e criminali” come disse Franco Maccari [il virgolettato è del medesimo], segretario di quel Coisp che andò ad oltraggiare Patrizia Moretti davanti al suo posto di lavoro. E pensare che il giorno della sentenza che condannò simbolicamente Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri per l’omicidio di Federico c’era perfino chi festeggiava la vittoria della giustizia.

Io che sono incensurata, rispetto la legge, non voglio pagare coi miei soldi dei violenti, degli assassini, chi fa l’applauso ai miserabili che hanno spaccato il cuore a calci a un ragazzino né un capo della polizia che sta dalla loro parte. 
In una democrazia civile la polizia e i carabinieri sono al servizio della collettività, per senso del dovere, spirito di servizio, perché è il loro lavoro che hanno scelto di svolgere.
Quando la polizia ammazza e non si condanna da se medesima né viene condannata da uno stato che al contrario mantiene il posto di lavoro a quattro assassini, premia e promuove i mandanti di altre violenze la democrazia non c’è più.
E’ morta anche lei: di stato, uno stato malato dove è pericoloso vivere. In un paese civile non dovrebbe esserci nessuna ragione per temere lo stato e i suoi funzionari. 
In Italia ce le abbiamo TUTTE.

E di nuovo penso ai massacrati al  G8 di Genova [e ai loro massacratori promossi con avanzamenti di carriera], a Stefano Cucchi, alla lista infinita di morti di stato, agli offesi, mortificati, defraudati del benché minimo diritto civile, legale, da parte di chi dovrebbe invece  garantirli i diritti e mi viene un nodo in gola. Io non mi riconosco in uno stato che quantifica la vita di mio figlio meno importante di una vetrina sfasciata,  di una macchina bruciata e poi sputa sul cadavere di mio figlio.

La ministra giusta al posto giusto

QUANDO NELL’87 FACEVA PUBBLIC RELATION PER I LIGRESTI

Di Cancellieri, dame di carità, regine e di politica

DAL CAVALIERE ALLA CANCELLIERI IL ROMANZO DEL POTERE AL TELEFONO 

TELEFONATE TUTTI ALL’AMICA CANCELLIERI 

L’INCREDIBILE PERIZIA MEDICA PER LA LIGRESTI: SE ANCHE IL CARCERE DIVIDE I RICCHI DAI POVERI 

IL TELEFONO AMICO DEI LIGRESTI? SCOPERTO CON LE INTERCETTAZIONI 

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Il ministro della giustizia dovrebbe vigilare su come agiscono i suoi subalterni, le persone che lavorano nell’ambito che lei dovrebbe far funzionare. Non esaminare uno, dieci, trenta o cento casi su quasi 70.000. E casualmente occuparsi personalmente solo di uno perché la riguarda personalmente. E nel caso in cui lo ritenesse davvero più grave di altri dovrebbe farlo alla luce del sole. Non farsi scoprire dalle intercettazioni.

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“Mi dimetto se lo vuole Letta”.
Letta naturalmente non vuole, ci ha già fatto sapere che Cancellieri gode della sua fiducia “a prescindere” e dunque tutto va bene così.

Tutto è bene quel che finisce bene: nessuna responsabilità, nessuna risposta, niente di niente. Domani il governo ribadirà la sua stima per la grande donna delle istituzioni che ha trovato tempo e modo per attivarsi per un caso umano su 67.000, poco importa se era quello che riguardava una sua amica di famiglia, degli altri “almeno 110” di cui si sarebbe occupata la ministra non c’è riscontro né una prova. 

E né tanto meno nessuno che, stupefatto di essere stato contattato telefonicamente dalla Cancellieri in persona così com’è avvenuto con la famiglia di Giulia Ligresti abbia pensato che, dato il valore umano e istituzionale del gesto valeva la pena renderlo pubblico. 

Come al solito la politica risponde col consueto due di picche dell’arroganza, e ad esprimerlo è una signora che ufficialmente non fa nemmeno parte della politica essendo stata scelta dal professor Sborone in loden per formare la squadra dei tecnici che avrebbero dovuto salvare l’Italia dalla crisi. 

Cancellieri è uno dei prodotti della politica fallimentare, quella che non occupandosi dei problemi del paese perché troppo interessata a risolvere i suoi ogni tot di anni deve abdicare al suo ruolo, cedere il passo ai tecnocrati, che poi esprimono solo quella politica dove l’unica cosa importante è che i conti tornino, a discapito di chi non è importante. 

Fra tutti quelli che si sono sperticati nella difesa della ministra tanto umanitaria non c’è nessuno che abbia evidenziato l’enorme e gigantesco conflitto di interessi che la coinvolge personalmente, che poi è il motivo principale per cui la Cancellieri dovrebbe dimettersi proprio in qualità di amica della famiglia presso la quale è intervenuta, tutti hanno espresso solo frasi e parole ripetute a martello che si possono riassumere nel patetico concetto che la ministra non poteva lasciar morire Giulia Ligresti. 

Ora, il compito di un ministro non è di esaminare e valutare 111 casi su 67.000 ma fare in modo che fra quei 67.000 residenti nelle carceri italiane non ci sia nessun caso umano, grave, di gente in pericolo di vita. 

Perché nessuno dovrebbe esserlo quando è sotto tutela dello stato. E quando succede significa che lo stato ha fallito. Ed ecco perché Cancellieri non può dimettersi: perché sarebbe come mettere il sigillo sull’ennesimo fallimento dello stato.

E il governo, quello bello delle larghe intese è talmente attorcigliato su se stesso, sulla sua impossibilità a risolvere uno solo dei problemi per cui Napolitano lo ha voluto che non si è nemmeno accorto che questo caso è già stato strumentalizzato dal partito del delinquente ancora a piede libero che, difendendo la Cancellieri chiede esplicitamente che si difenda anche berlusconi che per un caso analogo, simile, di abuso di potere – quando lui telefonò alla questura di Milano chiedendo che venisse rilasciata una ladra, una prostituta millantando che fosse la nipote di uno dei suoi tanti amici dittatori è stato condannato in primo grado a sette anni per concussione. E quei 314 traditori dello stato che hanno riconfermato nel parlamento della repubblica che Ruby era davvero la nipote di Mubarak fanno ancora parte dello stato e delle istituzioni. Ecco perché la morale di tutto,  anche di questa brutta storia di familismo, personalismo, conflitto di interessi, abuso d’ufficio e di potere si può riassumere nel semplicissimo concetto che, chi oggi parla di antipolitica, populismi e demagogia, preferisce fare come Scalfari che ammonisce dalle pagine della sua Repubblica che se vince Grillo l’Italia va a rotoli – come se la politica, quella bella e tradizionale non ce l’avesse già mandata da un pezzo –  o è cieco e sordo, o interessato che tutto resti com’è o ha un’incommensurabile faccia come il culo.

Caso Aldrovandi, la Cassazione: “Gli agenti furono sproporzionatamente violenti

“Fu “sproporzionatamente violenta e repressiva”, l’azione dei quattro poliziotti che, il 25 settembre del 2005, uccisero a botte, calci e manganellate (fino a schiacciargli il cuore) lo studente ferrarese diciottenne Federico Aldrovandi.
Lo sottolinea la Cassazione nelle 43 pagine di motivazione della sentenza con la quale lo scorso 21 giugno è stata confermata la condanna a tre anni e sei mesi senza attenuanti per Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri che hanno anche intralciato le indagini.”

Aldrovandi, motivazioni condanna Cassazione “Poliziotti violenti e depistatori”

Come se le violenze proporzionate fossero invece legittime e consentite, insomma.
Quei quattro sono criminali che in un altro paese avrebbero preso almeno vent’anni di galera, qui invece hanno avuto la possibilità non solo di non perdere nemmeno il posto di lavoro ma anche quella di scegliersi la pena fra i servizi sociali che questo stato di merda, dove una vetrina spaccata vale più della vita di un ragazzino, gli ha messo a disposizione. 

– Scusi, ci dica che vuole fare, spazzare foglie secche al parco o accompagnare le vecchiette sul marciapiede opposto? – cose così, ecco.
E il giorno della sentenza c’è stato anche chi ha festeggiato la vittoria della giustizia.
E’ stato inventato un reato che non c’era, eccesso di eccesso di omicidio colposo,  per non ammettere subito che sono degli assassini.
Chi pretende una giustizia giusta non dovrebbe sopportare che la vita di una persona, di un ragazzino nella fattispecie, valga meno di un’automobile bruciata; negli ultimi mesi abbiamo assistito a tre sentenze: questa di Federico, quella per i massacratori della macelleria messicana di Genova al G8 e quella per i devastatori di Genova.
Basterebbe andarsi a leggere gli esiti di queste sentenze per capire in che razza di paese viviamo.
Io voglio vivere in un paese dove nessuno deve essere costretto a fare il confronto con altri, quelli un po’ più civili di questo,  sulla qualunque, che sia la politica, la gestione delle imprese, e non ultimo l’esercizio del potere da parte delle forze dell’ordine.
Questa gente risponderà a qualche legge, ad ordini superiori, vero? ma nessuno di questo si preoccupa.
Fino al prossimo morto di stato.
Se non fosse stato per la determinazione di sua madre la morte di Federico sarebbe stata derubricata  a suicidio per autolesionismo.
Qualcuno era presente per dire che il ragazzo stesse effettivamente “dando di matto” tanto da procurarsi lesioni mortali? e anche se fosse i tutori dell’ordine che sistemi usano per chi ha, eventualmente, un disagio psichico, emozionale,  forse gli stessi che si usano nei sotterranei delle carceri e  che producono gli stessi effetti collaterali come è accaduto per Stefano Cucchi? o quelli utilizzati quasi sistematicamente in tutte le questure d’Italia da Bolzano a Palermo quale messaggio di benvenuto da parte dello stato a quei cittadini che hanno la sventura di trovarsi ad avere a che fare con le “poche” mele marce, le schegge impazzite?
Ministro Cancellieri, adesso le motivazioni ci sono, serve altro per cacciare i quattro funzionari di stato indegni, degli assassini?

Politica VS Legge e Costituzione

Sottotitolo: anch’io vorrei provare ad  ammazzare una persona  e poi SCEGLIERMI la pena. Ma mi sa che non me lo farebbero fare.

Omicidio Aldrovandi, i poliziotti colpevoli assegnati ai servizi socialmente utili

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In ginocchio da Cosa Nostra. Nero su bianco

“Spiace ai cultori del negazionismo professionista, ma l’unico aggettivo che si può togliere, nella narrazione della trattativa tra Stato e mafia, è “presunta”. A cancellarlo è la sentenza della Cassazione del processo sulle stragi del ’93 a Firenze, Roma e Milano, che ha certificato l’esistenza della ‘trattativa’ ponendo il proprio autorevole timbro alla ricostruzione, confermata nei tre gradi di giudizio, e sintetizzata dalle parole contenute nel verdetto di primo grado: “L’iniziativa del Ros (che contattò Vito Ciancimino, ndr) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa: l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli definitivamente che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. E nonostante le più buone intenzioni con cui fu avviata, (quest’iniziativa, ndr) ebbe sicuramente un effetto deleterio per le istituzioni”.

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 IL CSM PREPARA LA LEGGE NAPOLITANO
Il vicepresidente Vietti incontra il Capo dello Stato, poi dice al Fatto: top secret le parole dei “soggetti terzi intercettati, ma non indagati”. Con tanti saluti alle responsabilità politiche.

[Il Fatto Quotidiano]

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Ci vuole una grandissima faccia come il culo a scrivere, come ha fatto l’Unità, che l’ascesa politica di berlusconi fu la naturale conseguenza dal “conflitto” fra politica e Magistrati. Certi giornali – cosiddetti di sinistra – ultimamente più che riportare notizie e citare fatti realmente accaduti belano, cinguettano, talvolta abbaiano – ma solo quando c’è da prendere le parti di qualche indifendibile eccellente – unicamente menzogne, mistificazioni, capovolgimenti di verità ormai storiche potendo confidare nel fatto che qualcuno crederà perfino che siano cose serie.
E se anche l’Unità scrive  – senza che nessun dirigente del partito smentisca e si dissoci da questa sesquipedale bufala –  di una colossale falsità inventata ad arte come il conflitto fra politica e Magistratura, gli elettori del pd sanno che devono crederci perché questo vuole il partito, diventato ormai l’unico editore di riferimento del povero quotidiano che fu di Antonio Gramsci, il quale, sono sicura, avrebbe avuto un altro concetto di ‘conflitto’, non avrebbe mai pensato infatti, che un Magistrato che porta a processo criminali, corruttori, mafiosi – anche se fanno i politici – sia lui il pericolo, il nemico da abbattere o tutt’al più, per non dare troppo nell’occhio ché ricostruire autostrade e quartieri è anche un po’ costoso e c’è la crisi, esiliandoli altrove dove non possono “far danni”, tipo indagare sui rappresentanti di uno stato che anziché lavorare per sconfiggere la mafia ci si siedono a tavola mettendosi anche comodi: un pranzo che dura praticamente da vent’anni.
Ricordiamo agli smemorati che l’ascesa di berlusconi, impostore, abusivo della politica e con guai giudiziari antecedenti alla famosa “discesa in campo” fu resa possibile con quello che davvero si può ritenere un atto eversivo/sovversivo e cioè ignorare la legge che glielo avrebbe impedito, dunque un colpetto di stato in piena regola.
La bicamerale [necessaria eh?] del cazzatore [di rande] ma più che altro cazzaro, quello che qualcuno considera addirittura uno statista ha completato l’opera consegnandogli praticamente le chiavi del paese.
L’unico vero conflitto, esistente dalla notte dei tempi in Italia, è solo quello della politica fra la legge e il suo rispetto, che deve valere per tutti meno per chi – indegnamente – la rappresenta.   Il pd non andrà a governare perché NON CONVINCE, perché tratta e in malomodo sui diritti  e la legalità che sono la priorità per un paese civile, molto più dell’economia. Un paese è molto più povero quando viene privato della sua dignità.

Una politica seria e onesta non parla di conflitto con la Magistratura:  la sostiene e ci lavora affianco.

 Chi tocca la casta e tutto ciò che ad essa ruota attorno – quindi soprattutto il malaffare – muore, anche restando vivo.

Magistrati, giornalisti, militanti, non ce n’è per nessuno.   Pensate che bella la nuova legge elettorale che ci aspetta.

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In nano veritas
Marco Travaglio, 1 agosto

La Seconda Repubblica è nata dal “peccato originario” (sic) del “conflitto tra politica e magistratura” che l’ha attraversata come un “filo rosso permanente”. “A trarre il massimo vantaggio da quest o conflitto fu Berlusconi” grazie alla “destrutturazione della politica operata in buona parte dalla magistratura”, poi però “si aprì uno scontro insanabile fra Berlusconi e la magistratura”. Un “conflitto ventennale che ha visto contrapposti Berlusconi e la magistratura, costituitasi e progressivamente rinsaldatasi in un ruolo di custode generale dell’eticità dello Stato”. I reati di B. e dei suoi compari, ma anche di vari esponenti del centrosinistra finiti sotto processo, non c’entrano: è stata una guerra civile, “condotta da entrambe le parti” — truppe berlusconiane e togate — “con furore giacobino, senza esclusione di colpi” e s’è conclusa “senza vincitori né vinti”. Ora però “la Seconda Repubblica è finita” e i due eserciti devono ritirarsi in buon ordine in nome dell'”equilibrio dei poteri”, per fare spazio alla “politica”. Resistono, purtroppo, alcune schegge di magistratura “recalcitranti e invadenti”, ma vanno prontamente “cancellate” come “fantasmi di un passato che dev’essere chiuso”. Ed “è su questo sfondo storico che va considerata e apprezzata la decisione del presidente Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione presso la Consulta sulle intercettazioni operate da una procura” (era un gip, ma fa lo stesso): “Essa è importante” perché “segnala la necessità di chiudere disfunzioni formali e distorsioni materiali della Seconda Repubblica” e “si propone di ridefinire compiti e funzioni di ciascuno” per “aprire una nuova fase della democrazia, liberandola finalmente dalle contrapposizioni del passato e dalle macerie personali e collettive che esse hanno lasciato sul terreno”. Chi pensasse che questi pregevoli scampoli di prosa siano usciti sul Giornale, sul Foglio, su Libero, su Panorama, sul Corriere a firma del quartetto Galli della Loggia-Panebianco-Ostellino-Battista, resterà sorpreso: l’autore è Michele Ciliberto, editorialista della fu Unità. Qualcuno dirà: Ciliberto chi? Giusto, se non fosse che l’Unità è tornata a essere l’organo ufficiale del Pd.
Quindi, a meno che qualcuno non ci spieghi che Ciliberto non rispecchia la posizione del Pd, siamo autorizzati a pensare che anche il Pd ha finalmente fatto outing sposando il berluscones-pensiero: i processi a B.&C. per mafia, corruzione di giudici, finanzieri e testimoni, frode fiscale, falso in bilancio, concussione, prostituzione, così come le indagini sulle trattative Stato-mafia non sono la conseguenza di gravissimi delitti, ma di uno “scontro fra politica e magistratura” combattuto “da entrambe le parti con furore giacobino”; e che il conflitto del Colle contro la Procura di Palermo che indaga sulle immonde trattative non serve tanto a stabilire se le intercettazioni indirette del Presidente andassero o meno distrutte dai pm senza passare dal gip e dal contraddittorio fra le parti; quanto piuttosto a mettere in riga quei pm facinorosi, “recalcitranti e riottosi”, che si ostinano a credere che la legge sia uguale per tutti e a non comprendere che la guerra è finita e la politica deve comandare sul potere giudiziario come ai bei tempi del Duce e del Re Sole. Nel qual caso, B. può ritenersi soddisfatto, ritirarsi in una delle sue ville con le sue squinzie, rinunciare alla faticosa e incerta ridiscesa in campo e lasciar fare ai “comunisti”. Ormai ha vinto lui. Le sue parole d’ordine campeggiano sulla prima dell’Unità, succulento antipasto di quel che ci riserva la prossima legislatura. Intanto la guerra alle intercettazioni e alla Procura di Palermo, che finora l’aveva visto soccombente, la combatte per lui il capo dello Stato fra gli osanna di destra, di centro e di sinistra (fa eccezione Di Pietro, ma una simpatica vignetta sull’Unità lo definisce “molto malato”, pronto per la rieducazione “in clinica”). Quod non fecerunt berluscones, fecerunt corazzieri.

E’ il momento di che?

 Sottotitolo: Non sono rancorosa, al contrario mi piacerebbe saper dimenticare i torti, le offese, ma queste due vicende hanno segnato la mia vita in modo profondo, mi sono incazzata, ho pianto come se quei morti, quegli abusati fossero stati davvero figli miei. E se c’è una cosa che non riesco a sopportare sono le ingiustizie, da quelle piccole alle grandissime. Non si possono liquidare cose di questo genere e di questa gravità con un “ci dispiace, abbiamo sbagliato”, in questo paese c’è bisogno di gente che si assuma, e davvero le sue responsabilità.

Spero che Patrizia Moretti, la mamma di Federico, non accetti le scuse di Manganelli, non lo deve fare. Io non lo farei.

Aldrovandi, lettera di Manganelli
alla madre: “La polizia vi chiede scusa”

Diaz: Manganelli: “E’ il momento delle scuse”

Scuse un cazzo: tutti a casa e poi forse ne possiam parlare. Da un capo della polizia che guadagna più del presidente degli Stati Uniti ci aspettiamo qualcosa di più di semplici e inutili scuse. Ad esempio le sue dimissioni. Così come si dovrebbe dimettere da ogni incarico chi lo era all’epoca dei fatti, quel Gianni De Gennaro che non c’era, e se c’era dormiva visto che è stato prosciolto da tutte le accuse.
Mi sembra un po’ tardi per le scuse. Niente scuse per uno stato che a distanza di undici anni non ha nemmeno risarcito le vittime incolpevoli dei massacri compiuti dai suoi funzionari, i preposti alla sicurezza dei cittadini, non al loro scempio fisico e morale. Niente scuse, perché la morte di Carlo e Federico per moltissimi italiani pesa ancora come un macigno sul cuore, quei due ragazzi morti per niente, semmai ci sia una qualche ragione per morire a diciotto, vent’anni sono diventati figli di molti padri e di tante madri come me. E non si perdona mai chi toglie ad un padre e ad una madre la ragione delle loro stesse vite.
Non vi scusiamo, care istituzioni “alte” che non siete altro, che vi chiamiate Manganelli o Cancellieri fa lo stesso; appropò, qualcuno ha sentito Napolitano monitare circa la sentenza del G8 o è ancora tutto assorto fra cinghiali, merli e upupe in quel di Castelporziano? e Monti troppo professore per dire qualcosa da capo del governo, da primo ministro? e la politica “di sinistra”, quella che dovrebbe garantire per i cittadini, stare dalla loro parte si è espressa? Bersani, segretario del partito che vorrebbe governare l’Italia ha bofonchiato qualcosa?
Non vi scusiamo perché voi ci sfidate ogni giorno in un provocazione continua che non è più umanamente sopportabile. Non vi scusiamo perché non si premia né si promuove gente che aspetta una sentenza definitiva non su una contravvenzione per divieto di sosta ma per un massacro, per torture legalizzate dallo stato, visto che non fa una legge che le vieti e punisca ma al contrario si fa premura di premiare con avanzamenti di carriera i responsabili di quei massacri. Addirittura con cariche governative com’è accaduto per De Gennaro promosso a sottosegretario alla sicurezza da Monti dopo essere stato prosciolto da ogni responsabilità: all’epoca dei fatti di Genova era un capo della polizia a sua insaputa, evidentemente.
Non vi scusiamo perché in tutti questi anni pezzi dello stato si sono attivati in tutti i modi affinché non si arrivasse alle sentenze, non vi scusiamo perché gente che si macchia di crimini orribili quanto ingiustificati e ingiustificabili si manda via dalle istituzioni dopo cinque minuti e non solo in parte dopo undici anni o come è accaduto ai quattro assassini di Federico Aldrovandi mantenendola nel suo posto di lavoro come se niente fosse successo.

In qualsiasi posto di lavoro si viene cacciati per molto meno di un omicidio.

E non scusiamo la politica, specialmente quella di ‘sinistra’ che si è resa più volte complice dell’attuazione di provvedimenti tesi a proteggere e difendere i criminali di stato come l’indulto voluto da mastella per fare un favore a berlusconi ben sapendo che l’indulto non sarebbe servito ai cosiddetti ladri di polli ma agli stupratori della democrazia, della giustizia e della civiltà di questo paese.
Ieri la Cancellieri ha detto che la sentenza ha privato la polizia dei suoi uomini migliori; ecco, se quelli erano i migliori non oso immaginare di cosa sarebbero capaci i peggiori o semplicemente i mediocri.
Siamo in ottime mani, non c’è che dire.

Lo schiaffo del soldato

Sottotitolo da “Repubblica”; “I quattro poliziotti sono ancora in servizio, ma nei loro confronti è aperto un procedimento disciplinare, le frasi ingiuriose sono entrate nel dossier”.

Siamo troppo giustizialisti: aspettarsi che almeno in caso di condanna definitiva per omicidio, si venga automaticamente radiati dalle Forze dell’Ordine, sarebbe davvero eccessivo.

[Michele Cosentini]

Un provvedimento disciplinare, come se avessero rubato le matite dalla scrivania del posto di lavoro. Come se avessero timbrato il cartellino al collega assenteista. A me ‘sta storia manda letteralmente fuori di testa. Ma che cazzo di paese è questo?  bisognerebbe scappare senza fare nemmeno le valigie. Poi si torna a fare i turisti, casomai.

Lo sfogo della madre di Aldrovandi: “Vogliono uccidere mio figlio mille volte”

Per Patrizia Moretti dopo la rabbia è il tempo della denuncia: “I poliziotti negano l’evidenza di una sentenza della Cassazione. Ho paura. Spero che il ministro degli Interni prenda seri provvedimenti”.

Insulti su Facebook alla famiglia Aldrovandi. La Vezzali si dissocia?

Lasciando stare i precedenti mediatici non proprio edificanti della Vezzali (vedi alla voce “sketch con Berlusconi e dintorni”); e sempre premettendo la buona fede o l’eventualità di un fake; ciò detto e ribadito, è troppo auspicare che Valentina Vezzali prenda posizione e, qualora fosse effettivamente iscritta a Prima Difesa, si dissoci risolutamente da un simile consesso?
E’ vero che in Italia siamo abituati a sportivi chiacchierati, ma una portabandiera iscritta a un gruppo simile sarebbe francamente inaccettabile.

P.S. Al momento, al gruppo “Prima Difesa Due” risulta iscritto, da 11 mesi, anche il profilo facebook di Renata Polverini.

Il ministro Cancellieri pensa che una sentenza si può ignorare per tutto il tempo che si vuole, basta non leggerla.
Meno male che è stata messa in  un ministero che non ha niente a che fare con la giustizia.

Insultare morti non è un esercizio di libera espressione. Non lo è nemmeno insultare i vivi, ma almeno i non morti hanno la possibilità di difendersi dalle diffamazioni.

Tutti i morti di stato vengono ammazzati ancora e ancora, dopo la loro morte fisica. E’ già successo, con Falcone e Borsellino, con Carlo Giuliani, non basta l’annientamento totale, bisogna eliminare anche la benché minima traccia,  soprattutto morale,  di quel che un tempo era stata una persona.

Credo che  nella storia di questo paese non ci sia stato nessuno più insultato di Carlo Giuliani, da morto. E adesso tocca a Federico, qualcuno doveva raccogliere il testimone, evidentemente.

Chiunque – da parte debole –  abbia avuto a che fare con le forze dell’ordine sa che abbastanza di frequente  capita che  persone che forse hanno qualche problemino con la giustizia, il ladruncolo, il piccolo spacciatore, oppure chi si tiene due grammi di hashish in tasca per farci i fatti suoi  vengano trattate in modo non corretto né troppo civile

Per queste vale tutto, a cominciare dallo sputtanamento pubblico sui giornali, specialmente poi se il ‘malfattore’ è di un’altra nazionalità, e le botte, il pestaggio “pedagogico, educativo” molto spesso sono il messaggio di benvenuto dello stato nelle caserme da Bolzano a Palermo.

E allo schiaffo del soldato in quel caso non ci si può proprio sottrarre.

Diversa è la situazione quando davanti ad un carabiniere o  ad un poliziotto si ritrova (raramente, peraltro) il pre-potente, il politico ladro, colluso con la mafia, corrotto o corruttore, per questi nessun abuso, anzi spesso si esagera con le buone maniere, a cominciare dalla discrezione, ché i panni più sono sporchi e più si devono lavare in famiglia.
Tutto questo anche grazie a quella mentalità ottusa di gente che naturalmente pur di evitare anche il minimo ragionamento si schiera a prescindere dalla parte della legge o, meglio ancora della giustizia ( me viè da ride)  perché  “a chi non fa niente non succede niente” oppure difende le sue ridicole certezze pronunciando  la fatidica frase: “se fosse rimasto a casa sua ora sarebbe ancora vivo”.

Fuori dalla polizia questi quattro criminali, e se si arrivasse ai mandanti sarebbe ancora meglio. Perché i mandanti ci sono, e sono fra quelli che non fanno leggi per porre dei limiti alle violenze di stato, per impedire alle forze dell’ordine di trasformarsi nel braccio armato del potere. E che poi non ne fanno altre per punire seriamente gli assassini di stato.

Perché sto con la mamma di Aldrovandi – 

di Ilaria Cucchi (sorella di Stefano, altro morto ammazzato da “ignoti” mentre si trovava sotto la tutela di funzionari dello stato)

Noi eravamo presenti al momento della pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione. Lucia Uva, Domenica Ferrulli ed io. Perché noi in questi anni siamo diventati una famiglia.
Noi sappiamo cosa significa lottare momento dopo momento per una giustizia che si da per scontata ma che molto spesso non lo è.

Noi sappiamo quanto è importante per noi, e per quelli come noi, che finalmente e definitivamente coloro che hanno tolto la vita a un ragazzino che non aveva fatto niente di male siano stati giudicati colpevoli. Questa è la giustizia in cui vogliamo credere. Questo ciò che da a noi la speranza di andare avanti.

Questo ciò che è riuscita a fare, da sola, Patrizia Moretti. Per la sua famiglia, per Federico che ora le sorride da lassù ma che mai nessuna sentenza potrà restituirle. Ma anche per l’intera collettività. E per noi, che senza il suo coraggio non avremmo mai trovato la forza necessaria per intraprendere battaglie di simili dimensioni.

Patrizia lo ha fatto sapendo bene che quanto aveva di più prezioso non le sarebbe stato restituito da una sentenza di condanna. Nella quale ella stessa, pur sapendo benissimo come erano andate le cose, avendo imparato a sue spese a conoscere questa giustizia in tanti momenti non ha sperato.

E lo ha fatto anche nell’illusione di poter cambiare una cultura. Quella terribile per la quale chi indossa una divisa ha ragione a prescindere. Ma contro il pregiudizio e l’ottusità a volte non basta nemmeno questo. Se oggi, di fronte all’evidenza delle atrocità che hanno fatto coloro che hanno ucciso Federico Aldrovandi, c’è ancora chi ha il coraggio di difenderli. E non solo. Purtroppo.

Patrizia ha visto calpestata la vita di suo figlio, appena diciottenne e con tutta la vita davanti, ed oggi dopo tanto dolore aggiunto al dolore, quello di una lotta impari affrontata con lo strazio della consapevolezza che ormai la sua vita era finita nello stesso istante in cui era finita quella di Federico, vede calpestata anche la sua memoria.

Ma che senso ha tutto questo?
E la nostra realtà politica non ci aiuta.
Troppo presi evidentemente a fare leggi su misura per loro. Ignorando quali sono i problemi veri della gente comune.
Gente che per merito della nostra giustizia riesce a fatica a far emergere realtà scomode, grazie solo ed esclusivamente alle pubbliche denunce. Quelle rivolte alla gente normale.

Quelle che fanno indignare il vicino di casa e l’impiegato dell’ufficio postale, che solo in quel momento assumono consapevolezza dei soprusi che avvengono ogni giorno nell’indifferenza generale.
Perché fa comodo a tutti non parlarne.
Così. Come se niente fosse successo.
Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l’intero sistema.
Molto meglio chiedere a noi di farcene una ragione.
Sfatiamo questo mito. La giustizia non è uguale per tutti.
Cambiano le persone che comandano questo Paese, ma non cambia la mentalità. Se il ministro degli interni, piuttosto che tacere, ritiene opportuno esprimersi in maniera vaga anziché compiacersi per la vittoria della giustizia, quella vera, una volta tanto.

Cosa dovremmo pensare noi?
Che siamo soli. E ancora una volta qualcuno ce lo ha dimostrato.
Ma niente e nessuno riuscirà a farci desistere dal nostro bisogno di giustizia. I nostri cari non sono morti per un puro caso, ma per colpa di chi avrebbe dovuto tutelarne i diritti.

E nessuno può chiederci di far finta di niente.
Lo sappiamo bene quanto è e sarà dura.
E sappiamo anche bene che possiamo confidare solo su noi stessi, sul nostro avvocato e angelo.

E sul coraggio di Patrizia.
Che ha cresciuto un ragazzo fantastico, che sarebbe stato accanto a lei per tutti i giorni della sua vita, se quattro assassini non avessero deciso di portarlo lontano da lei.

fonte globalist 26 giugno 2012