Il quinto grado

I quattro assassini di Federico Aldrovandi, poliziotti, tutori della legge sono stati condannati a tre anni e mezzo grazie all’indulto, non hanno scontato la pena, non sono mai stati spogliati della divisa e sono tornati regolarmente in servizio a marzo dello scorso anno. Ve lo ha detto Bruno Vespa?
Nell’omicidio di Federico di colposo non c’era proprio niente: scagliarsi su una persona e colpirla a calci e botte fino a sfondargli il torace e spaccargli il cuore non è uno sbaglio né un eccesso di legittima difesa. Per Federico si sono praticamente inventati un reato proprio per ridurre la responsabilità di chi l’ha ucciso: “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”, cioè a dire che quattro persone attrezzate per fermare una persona senza violenza sono stati costretti ad usarla. Della tragedia di Federico si è molto parlato e si parla ma le coscienze dei suoi assassini non si sono turbate al punto di far rinunciare loro alla divisa che indegnamente ancora indossano. Indegnamente perché a parte il diritto che ha riabilitato anche loro nel delitto di Federico c’è il tradimento allo stato: la polizia dovrebbe tutelare e proteggere i cittadini, non ammazzarli di botte per “legittima difesa”, specie se sono inermi e disarmati. La sentenza ci ha raccontato come sempre la verità processuale, ognuno poi interpreta quei fatti secondo il suo sentire.
Per me la vita di persone giovani, due ragazzini come erano Federico e Marta Russo non vale certamente una manciata di mesi, pochi anni di condanna, ma mi vengono i brividi se penso a cosa sarebbe di questa Italia se il giudizio si dovesse basare su quello che chiede la pubblica opinione. In Italia abbiamo già quattro gradi di giudizio, compreso quello dei media che assolvono e condannano al talk show, non mi pare il caso di pretenderne un quinto da stabilire a furor di popolo: quello si faceva al Colosseo, non nei tribunali di una repubblica dove i giudici per fortuna non usano gli stessi parametri degli utenti dei social media. Se si impedisce ad una persona che ha commesso un reato e scontato la sua pena di potersi guadagnare da vivere onestamente come è nel suo diritto si rischia di rimandarla a commettere altri reati solo per sopravvivere.

La vicenda di ‪#‎Scattone‬ ci insegna ancora una volta quanto possono diventare pericolosi i processi che passano per i media e le televisioni.
Io ho una mia opinione sul caso ma è appunto un’opinione che non c’entra niente col diritto.
Per me fra una persona che si arma per uccidere, non per difendersi o in preda al raptus ma per sperimentare un’emozione nuova e una che non lo fa qualche differenza c’è.
Ma il sentire comune non può diventare la regola né tanto meno la legge come piacerebbe a quelli che rivendicano i diritti solo quando riguardano le loro esigenze e bisogni ma poi sono pronti a rinnegarli quando si applicano sugli altri.
E non vale nemmeno il sentire di una madre a cui hanno tolto in modo violento il bene più prezioso: non siamo la talebania che fa giudicare i colpevoli alle vittime.
Io non voglio entrare nel merito del processo che ha condannato Scattone, non voglio sapere se è davvero colpevole o no, so che c’è stata una sentenza che come ci insegnano quelli bravi “si rispetta”.
So che Scattone ha scontato la sua condanna in un carcere, non lo hanno mandato a passeggio ai giardinetti di Cesano Boscone né da Don Mazzi.
So che il diritto lo riabilita e gli consente di ricominciare a vivere, so che esistono questioni di opportunità ma che anche queste come il sentire comune non c’entrano niente col diritto che restituisce a Scattone una dignità sociale che gli viene negata nel momento in cui la sua vita, la sua storia diventano materia da talk show e social media e alla quale lui ha dovuto rinunciare per le pressioni mediatiche successive alla notizia del suo passaggio a ruolo in una scuola.
So anche che Scattone ha fatto supplenze per dieci anni ma nessuno ha gridato allo scandalo, probabilmente perché non tutti lo sapevano.
Ecco perché sono sempre più convinta che il ruolo della cosiddetta informazione abbia delle grosse responsabilità non solo per quanto riguarda la politica ma anche nella nostra vita privata e sociale, nel momento in cui la nostra vita diventa materia di dibattito pubblico e viene data in pasto ai giustizieri da tastiera.

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Giudizio del popolo? No, grazie

Accusare qualcuno di essere un assassino se non ha ucciso è diffamazione, ecco perché bisognerebbe prendere atto che quello che è impossibile per noi è possibilissimo per altri. Il sesso di gruppo è una pratica normale, rispetto al sesso donne e uomini sono uguali, se molte donne non si facessero condizionare dalle convenzioni sociali lo ammetterebbero senza problemi e senza temere il giudizio morale. Un’orgia non è violenza e non tutto quello che non si condivide e non si farebbe può diventare un reato per far content* chi ha bisogno di vedere il mostro sempre fuori da sé. Se non ci piace l’idea che una poco più che ragazzina faccia spontaneamente sesso di gruppo, scelga di avere uno stile di vita distante dal nostro modo di vedere la vita siamo liberi di pensare questo. Ma fra questo e mandare in galera una o più persone che non hanno commesso nessun reato c’è un abisso.  Una sentenza non può diventare carta straccia solo perché non è andata nella direzione che la maggior parte dell’opinione pubblica desiderava: spiacente ma non mi aggiungo e non partecipo al delirio collettivo. 

Nel caso di processi che vedono imputate persone dalla reputazione dubbia e che hanno già avuto a che fare con la giustizia è umano prim’ancora che legittimo avere dei dubbi se la sentenza ci sembra inadeguata. berlusconi è un esempio perfetto per quello che voglio dire.
Ma berlusconi oltre ad essere un delinquente abituale è anche un uomo ricco e potente, la sua vita non cambia se un tribunale lo condanna, lo assolve, lo prescrive: sempre berlusconi rimane, non ha avuto nessun problema a farsi accettare, socialmente e politicamente, nelle sue molteplici vesti di corruttore, puttaniere, frodatore, condannato in via definitiva perché berlusconi quello che non ha lo può comprare e di gente disposta a vendersi in questo paese ce n’è una discreta quantità.
Ma voi, noi, io?
In molti sono, siamo qui a indignarci per i giudizi sommari, guardiamo con orrore le reazioni violente della Rete rispetto ad altre situazioni, quando i social si trasformano in una tribuna del popolo che giudica, infierisce, condanna alla pena massima esprimendo una violenza maggiore del fatto in sé.
Dunque indignarsi va bene quando l’accusato è l’immigrato, il rom e non va più bene quando sul banco degli imputati ci vanno a finire italiani incensurati che dovevano essere condannati perché la gggente voleva questo?
Per non “creare il precedente”?
Perché una donna è sempre vittima, innocente “in quanto donna?”
Anche se mente sotto processo con l’intenzione di far condannare chi non ha commesso nessun reato?
Mi dispiace per le tante anime candide che si sono espresse sulla sentenza di assoluzione nel processo di Firenze, che non vogliono ammettere l’errore di valutazione nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti, di una sentenza, di referti medici che chiariscono perfettamente come si sono svolti i fatti, che mette in fila le evidenti contraddizioni, bugie dell’accusatrice e, specularmente, la perfetta e lineare versione dei sei accusati ma la vita non scorre secondo canoni soggettivi.
C’è sempre qualcosa che sfugge perché non si conosce o si rifiuta, quindi prima di essere qualcun altro “per hashtag”, di farsi coinvolgere in iniziative collettive, di partecipare perché si fa una miglior figura a sostenere certe cause anziché sforzarsi di cercare un po’ di verità sarebbe il caso di riflettere meglio.

Povero Stefano, ucciso ancora e ancora

“Non mi arrendo, mio fratello è morto di ingiustizia” Sei medici condannati per la morte di Stefano Cucchi,arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo all’ospedale ‘Sandro Pertini’. Agenti ed infermieri sono stati assolti. Cinque dei sei medici sono stati condannati per omicidio colposo a un anno e 4 mesi ,il sesto a 8 mesi per il falso ideologico .Le pene sono state tutte sospese. Lo ha deciso la III Corte d’Assise di Roma.

Sottotitolo: l’avvocato di uno degli assolti che esprime sollievo perché, dice, è finito, almeno per ora, “il circo” [sì, ha detto proprio così] allestito intorno alla vicenda tragica di Stefano Cucchi. 
E poteva mancare l’autorevole opinione di giovanardi che da tre anni e sette mesi insulta Stefano e la sua famiglia? ovviamente no, tutti eravamo ansiosi di leggere l’insulto finale di giovanardi che parla di Stefano come di un caso umano con gravi patologie e incapace di gestirsi.
Non si vedeva l’ora che un giornalista coraggioso glielo andasse a chiedere. 
Stefano stava bene quando l’hanno arrestato, ma non fatelo sapere a giovanardi, e nemmeno a quei giornalisti che in tutti questi anni non glielo hanno mai detto né ricordato.

 

Le sentenze, dicono quelli bravi, non si commentano.
Quelle dei processi che vedono imputati uomini e donne in divisa invece si commentano sempre, ché non si sbaglia mai, in questo paese.

Processo Cucchi: assolti gli agenti penitenziari, ovvero quelli che avevano la responsabilità di non far succedere niente a Stefano: appunto li chiamano tutori della legge. 
La condanna a due anni ma con la pena sospesa scatta solo per i medici, rei di averlo fatto morire di fame. 
Singolare poi che ad un ragazzo di trent’anni sia bastato appena qualche giorno per morire addirittura di fame.
E il reato contestato è naturalmente l’omicidio colposo.
Così Stefano per la giustizia italiana è morto solo di fame, appena appena, le foto del suo corpo martoriato dimostrano molto bene cosa può succedere a chi muore di disidratazione e mancanza di nutrimento.

Se ogni volta che dei funzionari dello stato commettono dei reati, anche pesantissimi come l’omicidio se la cavano con la prescrizione, l’assoluzione, se non perdono nemmeno il posto di lavoro com’è accaduto con gli assassini di Federico Aldrovandi, quando addirittura non vengono promossi com’è accaduto coi mandanti e gli esecutori dei massacri al G8 di Genova, questa spirale violenta non s’interromperà mai. 
Ci sarà sempre la prossima volta.

Stefano Cucchi è morto di botte, di fame, di sete e di stato.
Visto che le sentenze sono diventate poco più di un punto di vista tanto sono incredibili nella loro ingiustizia, ognuno ha il suo.
Io, come Ilaria, non mi arrendo.

Il terzo mondo ma pure il quarto, ce l’abbiamo appena fuori dalle finestre di casa nostra.
Non serve allontanarsi troppo.

La “spiccata capacità a delinquere” di sallusti

Sottotitolo: “Il prossimo governo sia in continuità con questo” dice Napolitano. 
Io chiedo: perché? perché un presidente della repubblica deve invocare sfacciatamente, facendo inevitabilmente leva sulla pubblica opinione la continuità con un governo non scelto dal popolo e che ha preso decisioni senza consultare la volontà del popolo? quand’è che l’Italia è stata declassata a feudo medioevale, per non dire dittatura dove le decisioni del popolo non devono avere nessuna rilevanza, importanza? Napolitano la smetta di fare l’ultrà di Monti e si ricordi che lui è il presidente di tutti gli italiani, non di una parte di loro.

 

La Suprema Corte deposita la sentenza con cui conferma il carcere per il direttore del Giornale. E’ una misura eccezionale, ma legittima, data la “spiccata capacità a delinquere”.

Salva Sallusti, ora spunta la norma contro gli editori di libri-inchiesta.

“Alessandro Sallusti squalifica il giornalismo”

24 ottobre 2012 – Ernesto Lupo, primo presidente della Corte di Cassazione, risponde al direttore del Giornale.

Preambolo: non si capisce quand’è che le sentenze “vengono rispettate”, in questo paese, a me pare che questo non succeda mai, salvo quando il politico delinquente viene prescritto perché è finito il tempo regolamentare per processarlo o quando viene assolto perché nel frattempo il reato di cui era accusato è stato opportunamente candeggiato e fatto sparire. Allora si chiudono tutti, politici in primis, in religioso silenzio e un certo giornalismo invita al rispetto per la Magistratura.

Non si capisce perché una pletora di giornalisti che nulla sa di dinamiche ambientali e scientifiche relative ai disastri debba definire una sentenza choc, anzi “shock” come l’ottima Repubblica che ormai veleggia in un mare tutto suo raccontando un paese dove accadono solo cose per dare dispiaceri al buon governo e al presidente della repubblica;  dispetti e falsità seminati apposta per destabilizzare l’Italia nel suo momento migliore.
“Su Twitter girava e ancora gira l’hashtag “Siamo tutti sallusti”. Ecco, mi piace precisare che io no, non sono sallusti. E che un giornalista che per motivi ideologici ha diffamato una persona fino a metterne in pericolo la vita, generando da parte di terzi ripetute minacce di morte, se ne deve giustamente andare in carcere. In silenzio. Altroché siamotuttisallusti.” [Aldo Nove]

Il confine fra libertà di espressione, offesa, ingiuria, diffamazione e oltraggio non è poi così labile. Dopo la lettura delle motivazioni della sentenza si può tranquillamente e serenamente dire che sallusti meritava eccome la galera, altroché storie, non perché bisogna utilizzare gli stessi sistemi dei regimi ma proprio perché nelle democrazie non dovrebbe essere consentito a nessuno inquinare l’informazione, avvelenare la  stampa e di conseguenza la pubblica opinione, scegliendosi poi un nemico da abbattere in carne ed ossa al quale bastava chiedere pubblicamente scusa e rettificare così come pubblicamente era stato diffamato per evitare di scatenare questa canea.

Cominciamo ad esempio a vietare  che un giornalista RADIATO qual è l’ottimo betulla alias farina possa ancora scrivere da opinionista, anonimamente poi, solo perché un’istituzione fascista e  ridicola qual è l’ordine dei giornalisti gli consente di farlo.
Ma sallusti essendo tutt’altro da un giornalista in una galera non ci andrà, così sarà contento tutto l’esercito bi e tri partisan dei liberali à la carte, Napolitano in testa, che si è speso per salvarlo da una giusta punizione.
Ché almeno in galera ci sarebbe andato lui, i soldi delle sanzioni invece ce li può continuare a mettere chi lo paga.
E quindi lui e chi per lui potranno continuare bellamente a diffamare come se niente fosse accaduto.
Per bilanciare una libertà di informazione che in questo paese non c’è e non c’è mai stata bisogna forse dare libero accesso alla calunnia e alla diffamazione?  
La  politica lavorasse per rendere libera l’informazione, non per difendere il diritto alla calunnia e alla diffamazione.
Ma di conflitto di interessi ormai non si parla più, non va più di moda, c’è la crisi.
Non essendo traducibile in inglese non è abbastanza “cool”.
La libertà di espressione e quindi anche quella di informazione non è libertà di diffamazione.
Se qualcuno diffama qualcun altro per fortuna lo decidono i giudici,  non i politici né i colleghi del diffamatore.

Con buona pace di chi poi, sui giornali scrive di sentenze “shock”.
Il vero choc è vivere in una finta democrazia dove tutto si può fare quando si sta dalla parte dei potenti e del potere pensando di avere anche il diritto di farlo perché tanto al momento opportuno ci sarà sempre il santo protettore a mettere una pezza su errori e infamità. sallusti ha solo fatto male i conti perché non immaginava che il suo editore/pagatore, quello per conto del quale lui e chi per lui da anni diffamano e calunniano anziché dare le notizie, avrebbe dovuto ritirarsi per il bene del paese e cioè il suo.
Complimentissimi a tutti quelli che sono partiti lancia in resta nella difesa sperticata del delinquente recidivo e che oggi si lamentano della legge fascista in progetto sulla quale, spero, la Consulta si farà una grassa risata.
E i complimenti vanno estesi, ovviamente e naturalmente anche alla gloriosa “sinistra”  italiana  che non ha mai ritenuto necessario risolvere il conflitto di interessi perché poi avrebbe inevitabilmente  toccato anche altri interessi, non solo quelli di berlusconi.

Rischi per fiaschi
Marco Travaglio, 24 ottobre

A leggere i giornali e a sentire i politici, il giudice Marco Billi che ha condannato i sette membri della cosiddetta commissione Grandi Rischi a 6 anni di carcere per omicidio colposo, per aver disinformato la popolazione de L’Aquila sei giorni prima del terremoto che uccise 300 persone e ne ferì migliaia, è un matto. Ha emesso una “sentenza choc” (Messaggero ),anzi “shock”(Repubblica ) e fatto un “processo alla previsione” (Repubblica ), condannando gli esperti perché “non avevano sfere di cristallo” (Libero ). Poi c’è il Giornale dell’ottimo Sallusti, che non distingue il monocratico dal collegiale: “Giudici da pazzi: è tutta colpa dei sismologi” perché “non leggono il futuro”. La sentenza — sentenzia il noto giurista Cappellini sul Messaggero — “è una ferita alla logica, al buon senso e allo Stato di diritto”. Ed è pure “rischiosa” (Greco, l’Unità), “incomprensibile da un punto di vista scientifico e diseducativa” perché “d’ora in poi “sarà sempre allarme” (Tozzi, La Stampa). E ci lascia “soli di fronte alle emergenze” ( M e ldolesi, Corriere ). Schifani, altro insigne sismologo, parla di “sentenza strana e imbarazzante”, mentre il vulcanologo Casini di “follia allo stato puro”. Insomma, qui si pretende di “processare la scienza” e si condanna chi “non ha previsto il devastante terremoto d’Abruzzo” con una “singolare interpretazione del concetto di giustizia” che suscita “lo sconcerto planetario”, visto che notoriamente i terremoti non si possono prevedere. Chissà se questi commentatori del nulla (la sentenza non è stata ancora depositata, dispositivo a parte) hanno seguito una sola delle 100 udienze del processo o hanno almeno letto il capo d’imputazione. Perché basta leggere di che cos’erano accusati i sette imputati per capire che a nessun magistrato è mai saltato in mente di accusarli di non aver previsto il terremoto: semmai di aver previsto che il terremoto non ci sarebbe stato, dopo una finta riunione tecnica (durata 45 minuti) a L’Aquila, “approssimativa, generica e inefficace”, in cui non si valutarono affatto i rischi delle 400 scosse in quattro mesi di sciame sismico. E, alla fine, di aver fornito “informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, le cause, la pericolosità e i futuri sviluppi dell’attività sismica in esame”. Così rassicurati, almeno 29 aquilani non uscirono di casa, come sempre facevano negli ultimi mesi, la sera del 6 aprile: e furono sepolti vivi. Che lo scopo della riunione fosse tutto politico e per nulla scientifico, l’aveva confidato a una funzionaria Bertolaso alla vigilia: “Vengono i luminari, è più un’operazione mediatica, loro diranno: è una situazione normale, non ci sarà mai la scossa che fa male”. E, prim’ancora che i tecnici si riunissero, dichiarò: “Non c’è nessun allarme in corso”. Prima di entrare, Bernardo De Berardinis (un ingegnere idraulico che si vanta della totale incompetenza in materia sismica) già aveva stabilito che “la comunità scientifica conferma che non c’è pericolo: la situazione è favorevole”. Nessuno verbalizzò nulla (il verbale, debitamente ritoccato, fu firmato in fretta e furia sei giorni dopo, a sisma avvenuto). All’uscita De Berardinis si superò, dichiarando giulivo che gli aquilani potevano star tranquilli e “bersi un bicchiere di Montepulciano”. Eppure, nel verbale postumo, si legge: “Non ci sono strumenti per fare previsioni”. Bastava dirlo anche alla gente, magari aggiungendo che L’Aquila è la città più sismica d’Italia, e nessuno sarebbe stato processato. Perché, se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può prevedere nemmeno che non ci sarà. Invece proprio questo fecero i sette scienziati: dissero che non ci sarebbe stato alcun terremoto. Cioè non fecero gli scienziati. In perfetta coerenza col paese dei politici che non fanno i politici e dei giornalisti che non fanno i giornalisti.

Precisazioni

Violenza di gruppo e informazione demagogica

Fa piacere sapere che la presunzione di innocenza è valsa in maniera così forte per berlusconi tanto da permettergli di stravolgere il codice penale e di avere un difensore eccellente ancora oggi anche fra i sobri tecnici del governo Monti, tal polillo che lo ritiene un perseguitato e lo vorrebbe vedere al Quirinale non da usciere ma da presidente di questa (povera) repubblica, vale per tutti i parlamentari che colpiti da accuse e condanne non solo non si dimettono ma possono pure permettersi il lusso e il privilegio (come se non bastassero quelli che hanno già) di far decidere i loro pari se devono essere o no processati e arrestati, vale per i terroristi che scappano all’estero per non essere anch’essi perseguitati dalla giustizia (in Italia? me viè da ride) e per mille altre categorie di presunti colpevoli ma per gli stupratori presunti no, non può valere. Per loro bisogna tornare al medioevo. Il provvedimento c’era anche prima, è sempre un giudice che decide quali sono le condizioni che prevedono la misura cautelare preventiva e quelle che no. E comunque si parla di alternativa, non di libertà incondizionata. La Franzoni è rimasta a casa sua fino alla sentenza, l’omicidio efferato di un bambino è forse meno grave dello stupro?
Dobbiamo metterci in testa che la legge non idealizza, non fantastica, non è creativa: è legge e va applicata per come è, e le leggi si fanno in parlamento, non le fanno i giudici che ogni volta (ogni volta!) devono sorbirsi accuse di ogni tipo. Se c’è qualcuno da cui dobbiamo pretendere un cambiamento è la politica, non la magistratura.
Uno stato o è laico sempre oppure mai, e i tribunali degli stati laici agiscono e giudicano in base alla legge, non al sentire comune personale della gente, tanto meno poi devono e possono preoccuparsi di chi è stato offeso dal reato che si deve giudicare. Io non voglio vivere in un paese dove a giudicare gli assassini sono i familiari e gli amici dell’ucciso né in uno dove a giudicare gli stupratori sono le sue vittime. Queste cose le fanno in talebania. Ai princìpi non si rinuncia a vantaggio di facili tentazioni moralistiche, quelle del “e se capitasse a te”, per dire. La Cassazione ha semplicemente ribadito quello che già esisteva e cioè  che non c’è e non ci deve essere  l’obbligatorietà della custodia cautelare ANCHE in caso di stupro di gruppo. La custodia cautelare è una misura che si adotta PRIMA dell’accertamento della responsabilità dell’imputato  in ordine al fatto di reato. Dunque PRIMA di aver stabilito se il presunto ladro, assassino, stupratore, corruttore [and so on] sia colpevole. Lo scandalo davanti al quale TUTTI dovremmo metterci di traverso è che si possa finire in carcere PRIMA che  ci  sia una sentenza di condanna. Io non voglio vedere in galera gente innocente ma neanche quella PRESUNTA colpevole. Tutti quelli che ieri si sono stracciati le vesti dovrebbero immaginare se succedesse  a loro di essere accusati ingiustamente di stupro, o a dei loro ipotetici figli. Eppure solo poche settimane fa un intero campo rom a Torino è stato dato alle fiamme perché secondo l’accusatrice abitava lì il ragazzo che l’aveva violentata. Solo dopo la tragedia siamo venuti a sapere che la ragazzina si era inventata tutto per riparare un rapporto sessuale CONSENZIENTE. Ma ovviamente questo lo ignorano sia la giornalista del Fatto che ieri esportava disinformazione in un articolo a dir poco osceno, che quelli che aprono pagine di protesta a cazzo su facebook solo sulla base di un lancio di agenzia senza poi approfondire se la notizia è così come ce l’hanno presentata o meno.
Prendere poi ad esempio l’opinione della Bongiorno (come ha fatto la  giornalista del Fatto in un articolo indegno di un giornale che ha fatto della difesa della legalità la sua bandiera), l’avvocato che ha difeso Andreotti riuscendo a dimostrare che si può essere mafiosi fino a un certo punto, non un attimo prima né uno dopo: due anni o dieci o quindici poi tutto torna pulito e bello come prima, dimostra inoltre quanti danni ha fatto il berlusconismo in questo paese.

E, aggiungo, quanto ci siamo incattiviti tutti quanti.

La Cassazione è maschilista?

Sottotitolo: La corte ha solo applicato la legge che in uno stato di diritto deve valere anche per gli  stupratori nel rispetto della Costituzione. Ciò non toglie nulla alla pesantezza di pensare che se certe misure cautelari diverse fossero state prese anche in altre situazioni oggi forse Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Francesco Mastrogiovanni e altri  sarebbero ancora vivi e nelle carceri non ci sarebbero eserciti di persone colpevoli, loro sì, dell’odioso reato di “clandestinità”. Così odioso da prevedere l’arresto immediato e la detenzione a tempo indeterminato.

Violenza di gruppo, Cassazione: possibili anche misure cautelari diverse dal carcere.

Con la sentenza di oggi, la corte ha annullato una ordinanza del tribunale del Riesame di Roma, che aveva confermato la reclusione per due giovani accusati di stupro nei confronti di una ragazza del frusinate, ritenendo che fosse l’unica misura cautelare applicabile (dal Fatto Quotidiano).

In tanti abbiamo letto la notizia della decisione della Cassazione e ci siamo giustamente incazzati, poi abbiamo letto meglio e qualcuno ha capito, ha rettificato le notizie pubblicate e i relativi commenti, altri invece stanno insistendo con questa stronzata che i giudici starebbero liberando tutti gli stupratori d’Italia, e siccome c’ero caduta anch’io non mi va che vada avanti questa menzogna che i giudici liberano stupratori CONDANNATI. I giudici hanno semplicemente applicato quel diritto che fino a prova contraria, se questo è ancora uno stato di diritto, vale e deve valere anche per gli stupratori seriali.

Far passare la Cassazione come colpevole di mandare gli stupratori agli
arresti domiciliari, anziché in carcere, non è solo populista: è proprio
una becera menzogna. E tutto questo mentre in Parlamento si discute di responsabilità civile dei magistrati (che già esiste ma che viene allargata a dismisura).

I giudici non sono opinionisti da salotto. I giudici eseguono le leggi ed è questo che
hanno fatto. Non sono i giudici ad aver creato una merdata giuridica, ma
il legislatore, ovvero gli stessi politici che ora attaccano i giudici.
Sono i politici ad aver costruito una legge (quella sulla violenza
sessuale) incoerente con il resto dell’ordinamento: hanno previsto una misura cautelare rigida e dura (solo il carcere) per un tipo di reato (la violenza sessuale) la cui pena massima è di gran lunga più bassa di altri reati (come l’omicidio) che invece prevedono la possibilità di scegliere tra misure cautelari diverse (misure cautelari: cioè da attuarsi prima del processo). Ma come?! Per un reato “gravissimo” (come l’omicidio) il giudice può decidere tra il carcere e gli arresti domiciliari e per un reato meno grave (come la violenza sessuale) il giudice può optare solo per il carcere? È un controsenso, che va risolto e che ora è stato risolto. I politici che ora
accusano i giudici (nel momento in cui peraltro il parlamento sta
legiferando sulla responsabilità civile dei magistrati!) avrebbero
dovuto sapere che sarebbe andata a finire così (e infatti lo sapevano e lo sanno). Avrebbero dovuto – se l’intenzione fosse stata onesta –
prevedere per la violenza sessuale una pena ben più alta e non “da 5 a 10 anni” (fa conto che l’omicidio – se ricordo bene – è punito con il
carcere da 21 anni a salire). L’ordinamento giuridico impone coerenza (e la coerenza si pretende dal legislatore): diversamente… torniamo alla legge del taglione e alla giustizia privata e chi s’è visto, s’è visto.
P.s.:la gravità di un reato si misura ovviamente non in
base al sentimento popolare ma in base alle pene edittali stabilite
dalla legge: per questo l’omicidio è ben più grave della violenza
sessuale: perché la pena prevista è più alta.

(Un commentatore intelligente del Fatto Quotidiano)