Il ragazzo che non c’è più

La storia di Federico l’ho seguita dall’inizio, sempre con lo stesso identico dolore, con la stessa rabbia impotente perché sulle spalle di Federico ci ho messo la testa e la faccia di mio figlio. 
Perché mi sono messa davvero nei panni di sua madre, e anche se non sono riuscita, ovviamente, a sentire lo stesso dolore l’ho capito. 
E’ giusto parlare di parità di sessi, rivendicarla, difendere il diritto che fa uguali uomini e donne in quanto persone, ma il rapporto che si crea fra una madre e un figlio dopo nove mesi di coabitazione fisica, uno dentro l’altra, nei quali si sente quel figlio muoversi, crescere dentro, la prima volta che lo si guarda appena nato, la prima volta che si attacca al seno, non è paragonabile a quello, sebbene ottimo che si crea fra padre e figlio. 
Essere madre, è un’altra cosa.

 

Ha ragione Patrizia Moretti: se gli assassini di suo figlio fossero stati cacciati col disonore che si sono meritati macchiandosi di tanta violenza gratuita, immotivata, ci saremmo risparmiati tutte le oscenità offensive indirizzate a Federico e alla sua famiglia che ciclicamente si ripetono. Se dei poliziotti sentono come un dovere esprimere una solidarietà a dei colleghi che non hanno adempiuto con disciplina e onore, quello vero, non quello Napolitano alla loro funzione è perché quegli assassini indossano ancora una divisa, diversamente no. 

Non avrebbero alcuna ragione di doverlo e poterlo fare.

 

Non è colposo l’omicidio di una persona finita dalle botte di stato. E’ assolutamente intenzionale. #vialamenzogna #vialadivisa #Aldrovandi

Anche se la morte di Federico fosse stata provocata da un gesto davvero colposo, non voluto, casuale, un’assemblea di un sindacato di polizia non si alza in piedi per applaudire in segno di solidarietà  umana chi ha provocato quella morte. Non è rassicurante vivere in un paese dove le forze dell’ordine pensano che sia normale esprimere solidarietà – pubblicamente con l’applauso –  a chi ha spezzato con la violenza e l’abuso la vita  di un ragazzino innocente. Non si può essere indulgenti, comprensivi e umani nei confronti di quattro assassini che hanno ucciso con disumanità, ma questo purtroppo è il paese dove la colpa, anziché aumentare rispetto al ruolo, diminuisce. Non è sicuro e ben gestito uno stato dove la parola onore viene svilita dal presidente della repubblica, dove ad un cittadino colpevole di aver derubato tutti e condannato per questo ad una non pena ridicola viene concesso di poter fare una campagna elettorale con tanto di ospitate televisive solo perché quel cittadino ha rivestito un ruolo politico. Non è sicuro uno stato dove le forze dell’ordine tradiscono il loro mandato di difensori dello stato e dei cittadini e non vengono punite adeguatamente ma continuano a ricevere il sostegno dello stato e dei colleghi. Non è sicuro uno stato dove il presidente del consiglio e il ministro dell’interno si limitano a telefonare e  messaggiare da twitter  la loro vicinanza alla famiglia di Federico Aldrovandi  anziché convocare i vertici della polizia di stato per chiedergli conto del comportamento assurdo tenuto ieri dai cosiddetti difensori dello stato e dei cittadini.

 

 

“Gli applausi sono un gesto gravissimo e inaccettabile che offende la memoria di un ragazzo che non c’è più e rinnova dolore di sua famiglia. Quegli applausi danneggiano la Polizia e il suo prestigio”. [Angelino Alfano, incredibilmente ancora ministro dell’interno]

Il ministro dell’interno della piccola dittatura Italia dove regnano incondizionate e indisturbate illegalità e ingiustizia ha espresso “vicinanza” alla mamma di Federico Aldrovandi in relazione al comportamento degli aderenti alla setta denominata Sap che ieri hanno tributato una standing ovation a tre dei quattro farabutti criminali che le hanno ammazzato il figlio. Chi legge il messaggino di Alfano pensa che Federico sia morto così, all’improvviso, in un incidente stradale, di morte naturale prematura o, come voleva far credere al mondo la prima sentenza per “atti di autolesionismo causati dall’assunzione di sostanze stupefacenti”. Mentre non è andata esattamente così, probabilmente Alfano non è stato informato del fatto. Gli assassini di Federico hanno nomi e cognomi e la sua morte non è stata un incidente. Il ragazzo “che non c’è più” è stato finito con la violenza da chi dovrebbe arginare e reprimere la violenza per mestiere.
Stamattina mi vorrei rivolgere con tutta la serenità di cui sono capace a quelle istituzioni sempre pronte a bacchettare, rimproverare, zittire e cacciare dalle aule parlamentari chi – secondo loro – mette in pericolo la democrazia con delle parole e che dopo tutte queste ore non si sono ancora espresse su questa vicenda che copre di vergogna tutto il paese, perché fatti di questo genere sì, mettono in pericolo questa nostra già finta democrazia. Dopo ieri, e ripensando ai tanti e gravi episodi legati alle violenze e agli abusi di stato i cittadini di questo paese, quelli che non pensano che la polizia faccia bene a picchiare, ad esercitare abusi di potere, hanno urgentemente bisogno di sapere se possono o no fidarsi ancora delle forze dell’ordine. Perché diventa sempre più difficile credere che chi agisce in modo violento, chi tollera la violenza, non la condanna, chi non prende le distanze dai violenti in divisa sia una minima di parte di quelli che quando indossano una divisa giurano di essere fedeli alla repubblica, allo stato e di rispettare la Costituzione e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri per la difesa della patria, e in quei doveri non rientra poter massacrare persone a calci e botte e meritarsi pure l’applauso.

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CINQUE MINUTI DI APPLAUSI AL CONGRESSO DEL SAP PER I POLIZIOTTI CONDANNATI –  RENZI AL SINDACATO: “BELLISSIMO LAVORARE INSIEME”. POI CHIAMA LA FAMIGLIA
Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano, 30 aprile


Non è la prima volta che un sindacato di polizia si tuffa senza vergogna nella difesa dei poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi – le scene del Coisp sotto l’ufficio di mamma Patrizia a Ferrara se le ricordano tutti –, ma certo assistere a oltre quattro minuti di applausi, partiti soft e poi diventati una vera e propria standing ovation, fa venire la pelle d’oca. È nato come un insensato tentativo di visibilità mediatica e soprattutto di dialogo con la pancia dei poliziotti, avvelenati per gli stipendi e il blocco del turn over e i turni stressanti, come da anni ci sentiamo ripetere. In realtà il gesto compiuto ieri dal Sindacato autonomo di polizia rischia di dimostrarsi un boomerang nei denti, quelli propri e quelli di coloro che la polizia la vogliono cambiare davvero.
Teatro della commedia dell’assurdo, Rimini, dove il Sap ha deciso quest’anno di celebrare il proprio congresso ed eleggere il nuovo segretario, prima solo presidente, Gianni Tonelli. Ai lavori erano invitati, “come ospiti” precisa con orgoglio il sindacato, i quattro agenti condannati per la morte di Federico, avvenuta a Ferrara il 25 settembre 2005. Erano presenti in tre: Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani. Mancava Monica Se-gatto. Quando Tonelli ha preso la parola per la sua relazione, ha citato quei nomi. Un timido applauso si è trasformato in pochi secondi in un’alzata in piedi.
LA PLATEA di poliziottti-sindacalisti ha omaggiato per quattro interminabili minuti i tre colleghi condannati in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo di un ragazzo di 18 anni. “Omicidio colposo, appunto, non sono assassini – si difendono dal Sap, nel momento in cui la piena dello sdegno li ha già travolti –. Noi rispettiamo la madre e rispettiamo le sentenze, ma che male c’è nella difesa umana dei nostri colleghi?”. Tonelli del resto aveva basato su questo tutta la sua campagna per la segreteria. A marzo, proprio da Ferrara, aveva lanciato l’hashtag #vialamenzogna, una risposta a quel #vialadivisa diventato la bandiera della lotta alla polizia violenta. “L’onorabilità della Polizia di Stato – aveva spiegato Tonelli
– è stata irrimediabilmente vilipesa e solo una operazione di verità sarà in grado di riscattare il danno patito. Alla stessa stregua i nostri colleghi, che noi riteniamo ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito”. Alla faccia del rispettare le sentenze. Tanto che in quell’occasione Lino Aldrovandi, papà di Federico, aveva risposto sulla sua pagina Facebook: “Renzi e Alfano dovrebbero intervenire per rispetto delle istituzioni”.
Così è stato, infatti. Peccato che il premier lo abbia fatto ieri Renzi (o forse il suo staff) ha mandato un messaggio proprio al congresso del Sap: “È una sfida difficilissima (unificare le forze di polizia, ndr) ma sarà bellissimo provarci insieme”. Insieme con chi omaggia tre condannati per omicidio? Infatti in serata è arrivata alla famiglia Aldrovandi la telefonata di solidarietà del presidente. Peggio ha fatto Berlusconi, che ha chiamato direttamente il Sap, pescando voti in una platea a lui già molto vicina. Gasparri, La Russa e Laura Comi sono addirittura intervenuti di persona.
Se n’era appena andato, invece, il capo della Polizia, Alessandro Pansa, che evidentemente non è fortunato quando deve inaugurare congressi: a quello del Silp Cgil, due settimane fa, gli era piovuta addosso la tegola dell’artificiere che aveva calpestato una ragazza durante la manifestazione di Roma. E ieri aveva appena detto che occorre stilare un decalogo di “regole d’ingaggio” per l’ordine pubblico. Ancora una volta, i giochi di potere – sindacale, in questo caso – si fanno sulla pelle di chi ha già sofferto pure troppo. “È terrificante, mi si rivolta lo stomaco – ha commentato con la solita straordinaria lucidità Patrizia Moretti, mamma di Federico –: cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? È estremamente pericoloso”. La famiglia sta valutando se sporgere denuncia contro il Sap.

 

 

Sequestro fai da te

Ricordatevi questa faccia e il suo nome.
Giuseppe Procaccini, da meno di mezza giornata ex capogabinetto di alfano, si è dimesso assumendosi parte delle responsabilità nel merito della vicenda del sequestro di Alma e Aluà, adducendo improbabili motivazioni di “senso dello stato”, non quelle più opportune di uno stato che fa senso.
Ricordiamocelo quando fra qualche mese un politico di buon cuore, magari lo stesso vicepresidente del consiglio lo raccomanderà per la presidenza di un qualsiasi nonsocché come già accaduto in precedenza con Gianni De Gennaro, responsabile più che morale, anche se mai condannato, dei massacri  al G8 di Genova promosso prima sottosegretario da Monti e  proposto come  presidente di Finmeccanica da Letta dopo.

Gli uomini che fanno comodo allo stato vanno bene, e chissà perché, alla politica di tutti gli schieramenti.

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Sequestro di persona a nostra insaputa

Alfano al Senato dipinge come una trappola della diplomazia kazaka la doppia espulsione: “Governo
non informato”. Renzi: “Anche Letta riferisca in aula”. Ue chiede spiegazioni a Italia su caso Ablyazov.
Si dimette Giuseppe Procaccini, capo gabinetto del Viminale: “Passo indietro per senso dello Stato”

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Mi piacerebbe sapere che succederebbe se da subito, stasera, domani, i cittadini italiani iniziassero a comportarsi all’insaputa di leggi e regole. 
Agire nel quotidiano come se non esistessero. 
Comportarsi alla ognuno fa quel cazzo che vuole e come vuole.
Proprio come fanno i cialtroni che le pensano e le scrivono e che poi per primi non le rispettano.
Sarebbe carino farlo tutti insieme, all’unisono.

Se alfano non sapeva, come dice il Talleyrand alle cime di rapa, ragione di più non per chiederne le dimissioni ma per pretenderle e lasciare il posto a qualcuno che non si fa prendere per il culo come è successo a lui.

d’alema  perde sempre l’occasione per tacere.

Forse nemmeno lui ha capito che questi continui alibi dietro ai quali si stanno nascondendo tutti, quelli dell’io non sapevo, non c’ero, madavveroesisteilKazakistan iocredevochefossesolounalocalitàdelrisiko, non fanno che peggiorare la situazione, non sono utili a giustificare un bel niente.

Uno stato che gestisce, anzi che non sa gestire o per meglio dire non può gestire da stato di diritto quale l’Italia dovrebbe ancora essere una vicenda così delicata, grave, significa che è gestito da incapaci totali o, vieppiù, da gente che non fa gli interessi dei cittadini, di chi come Alma e Aluà risiedeva con diritto sul nostro territorio ma di estranei, di gente pericolosa a cui non si può dire di no per motivi che non c’entrano niente col senso dello stato dietro al quale si nasconde ogni tipo di oscenità.

E chissà che risponderà adesso l’Italia, a quello che chiede l’Europa.

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E’ sempre ‘a mia insaputa’

 

La linea di difesa del ministro dell’interno Alfano sull’espulsione della moglie e della figlia di un dissidente kazako ricalca la tradizione politica recente: è avvenuto tutto senza che lui ne sapesse nulla. Da Scajola a Berlusconi ecco chi aveva già usato questa strategia.

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Le cavallette – Massimo Rocca, il Contropelo di Radio Capital

Ma ne valesse poi la pena. Ci fossero questi scintillanti segnali di una ripresa, o per lo meno si fosse riusciti ad aprire il paracadute per quelli che, con ottimismo alla Felix Baumgartner, continuano a dire fin’ora tutto bene. Invece questo povero PD, questi poveri elettori del PD, continuano a trangugiare pozioni di sterco liquido strabuzzando gli occhi e intanto l’anno prossimo avremo più disoccupati di quest’anno, nonostante Letta nepote si dica ossessionato dalla disoccupazione giovanile, il debito pubblico sale senza incontrare resistenze, il prestigio del paese è scivolato, e lo si credeva impossibile, dai fasti del bunga bunga a quello dei marò e poi degli oranghi e delle kazake. E loro lì buoni non a difendere la tranquillissima fortezza Bastiani ma a sacrificarsi giorno dopo giorno in una Verdun, una Stalingrado, una Montecassino di figure barbine. Ma se no cade il governo, volano gli spread, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette! Non è stata colpa mia. Lo giuro!