Date a Cesare quello che è di Cesare, a Dio anche quello che non gli spetta

Sottotitolo: la vita civile non deve essere condizionata dalla religione. Le donne cattoliche possono benissimo evitare di usufruire delle leggi dello stato e affidarsi alla volontà del loro Dio. Così non devono neanche rischiare di doversi pentire e farsi perdonare. 

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Gente che non ha mai chiesto scusa per i massacri coi quali ha sedotto e abbindolato miliardi di persone costringendole con la violenza a credere nell’esistenza di un unico Dio, ovviamente il migliore di tutti, specialmente di quelli che non esistono, che ha impiegato secoli per riconoscere il ruolo umano delle donne, che ancora oggi le ritiene soprattutto portatrici di uteri da riempire, che ha ostacolato il percorso di quella scienza che ha pensato e realizzato le soluzioni per guarire dalle malattie tanto care alla chiesa perché utili a guadagnarsi il regno dei cieli, i rimedi per evitare gravidanze indesiderate e che si permette di ritenere colpevole da assolvere chi fa scelte di vita che riguardano solo e soltanto la sua persona. 

Tutti bravi e sempre in prima linea a condannare l’integralismo e il fondamentalismo delle altre religioni ma quando il burqa viene infilato con forza sulla testa delle donne occidentali se ne accorgono in pochi.
Il papa chiede di assolvere chi non ha commesso nessun reato e di liberare i delinquenti dalle galere: le innocenti colpevoli da cacciare dalla setta, da scomunicare e in un impeto di generosità da saldi di fine stagione da perdonare con compassione mentre chi ha commesso i reati, anche i più odiosi che Cristo chiedeva che si punissero con una pietra al collo può essere accolto da vivo e da morto nella casa di Dio, può tornare libero: questa è la morale della chiesa, per meglio dire, una delle tante.

Se una donna che ha abortito pensa di avere bisogno del perdono papale, religioso, probabilmente non si merita di vivere in un paese dove l’interruzione di gravidanza non è un reato, tanto meno un peccato  ma una legge dello stato, ottenuta con la fatica e le battaglie di chi pensava che mai e poi mai dovesse arrivare un giorno in cui un papa si sarebbe permesso di chiedere di “perdonare” chi ricorre alle leggi di uno stato di diritto invece di farsi ammazzare da un aborto clandestino.

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Chiesa gremita
al funerale dell’ex vescovo pedofilo Wesolowski

Le esequie celebrate nella cappella del Governatorato dove era detenuto. Rosario recitato dalle suore prima della Messa e bara spoglia Pedofilia, arrestato l’ex nunzio di Santo Domingo

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Il papa chiede, oltre al “perdono” per chi non ha commesso nessun reato una “grande amnistia” per i detenuti condannati dalle leggi dello stato, naturalmente quello italiano: per fortuna altrove da qui le leggi non si fanno in sacrestia né nelle camere oscure del vaticano.
La benedizione ai delinquenti non lo soddisfa abbastanza, si vede.
Non risulta che il giubileo serva a condonare i reati e perdonare chi li commette.
Fantastico Francesco che un giorno si scaglia contro la corruzione e la criminalità di chi affama i popoli e il giorno dopo vuole i delinquenti liberi e disponibili a reiterare.
Io sono sempre favorevole all’idea di un vaticano itinerante: non è giusto che tutta ‘sta graziadiddio tocchi sempre e solo noi.
Andrebbe divisa, così come si fa tra fratelli e sorelle, all’insegna della cristianità.

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Giubileo, Papa chiede “grande amnistia”

E sull’aborto Bergoglio apre al perdono

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Se la chiesa vuole fare mondo a sé con le sue leggi e regole lo dica apertamente, si metta da una parte: la sua, quella che benedice e perdona assassini, dittatori, criminali di ogni ordine e grado, compresi i più che presunti pedofili al suo servizio da vivi e da morti e smetta di fare e di imporre le sue varie morali a chi ha uno stile di vita onesto e coerente, in linea con dei principi sani: ad esempio chi non ritiene un peccato da assolvere una scelta legittima supportata da una legge e la pedofilia, il crimine più odioso di tutti da punire in questa vita, non in quella che verrà, il frutto della fragilità umana. 

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Il monarca Bergoglio, in arte Papa Francesco, ha impartito le direttive per il business del perdono giubilare.

Consentirà a tutti i preti di assolvere donne e medici dal “peccato dell’aborto”, purché sinceramente pentiti.
Questo campione di arretratezza misogina definisce “peccato” l’esercizio di un diritto.
Non perde occasione per incidere sulla arretratezza culturale del Paese, rafforzandola nell’anteporre alla autodeterminazione della donna, la sopravvivenza di un feto indesiderato.
Ancora una volta si alimenta la cultura della esclusione e della punizione moralistica verso le donne che scelgono.
E la barbarie culturale si arricchisce anche del folklore della dichiarazione del pentimento.
I feti e gli embrioni non sono bambini e porli sullo stesso piano è scientificamente, biologicamente e culturalmente deprimente.
Gli antiabortisti, compresi i medici obiettori di coscienza, non sono altro che fondamentalisti pericolosi.
Bisogna insegnare ai propri figli a riconoscerli e a disprezzarli per tutta la loro protervia.
Quanto al requisito del pentimento, non basterà una risata per sottolinearne la ridicolaggine.
Auspico un farmaco abortivo dai distributori automatici e un suggerimento alla vasectomia per tutti gli antiabortisti, non meritano di riprodursi.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it

Giudizio del popolo? No, grazie

Accusare qualcuno di essere un assassino se non ha ucciso è diffamazione, ecco perché bisognerebbe prendere atto che quello che è impossibile per noi è possibilissimo per altri. Il sesso di gruppo è una pratica normale, rispetto al sesso donne e uomini sono uguali, se molte donne non si facessero condizionare dalle convenzioni sociali lo ammetterebbero senza problemi e senza temere il giudizio morale. Un’orgia non è violenza e non tutto quello che non si condivide e non si farebbe può diventare un reato per far content* chi ha bisogno di vedere il mostro sempre fuori da sé. Se non ci piace l’idea che una poco più che ragazzina faccia spontaneamente sesso di gruppo, scelga di avere uno stile di vita distante dal nostro modo di vedere la vita siamo liberi di pensare questo. Ma fra questo e mandare in galera una o più persone che non hanno commesso nessun reato c’è un abisso.  Una sentenza non può diventare carta straccia solo perché non è andata nella direzione che la maggior parte dell’opinione pubblica desiderava: spiacente ma non mi aggiungo e non partecipo al delirio collettivo. 

Nel caso di processi che vedono imputate persone dalla reputazione dubbia e che hanno già avuto a che fare con la giustizia è umano prim’ancora che legittimo avere dei dubbi se la sentenza ci sembra inadeguata. berlusconi è un esempio perfetto per quello che voglio dire.
Ma berlusconi oltre ad essere un delinquente abituale è anche un uomo ricco e potente, la sua vita non cambia se un tribunale lo condanna, lo assolve, lo prescrive: sempre berlusconi rimane, non ha avuto nessun problema a farsi accettare, socialmente e politicamente, nelle sue molteplici vesti di corruttore, puttaniere, frodatore, condannato in via definitiva perché berlusconi quello che non ha lo può comprare e di gente disposta a vendersi in questo paese ce n’è una discreta quantità.
Ma voi, noi, io?
In molti sono, siamo qui a indignarci per i giudizi sommari, guardiamo con orrore le reazioni violente della Rete rispetto ad altre situazioni, quando i social si trasformano in una tribuna del popolo che giudica, infierisce, condanna alla pena massima esprimendo una violenza maggiore del fatto in sé.
Dunque indignarsi va bene quando l’accusato è l’immigrato, il rom e non va più bene quando sul banco degli imputati ci vanno a finire italiani incensurati che dovevano essere condannati perché la gggente voleva questo?
Per non “creare il precedente”?
Perché una donna è sempre vittima, innocente “in quanto donna?”
Anche se mente sotto processo con l’intenzione di far condannare chi non ha commesso nessun reato?
Mi dispiace per le tante anime candide che si sono espresse sulla sentenza di assoluzione nel processo di Firenze, che non vogliono ammettere l’errore di valutazione nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti, di una sentenza, di referti medici che chiariscono perfettamente come si sono svolti i fatti, che mette in fila le evidenti contraddizioni, bugie dell’accusatrice e, specularmente, la perfetta e lineare versione dei sei accusati ma la vita non scorre secondo canoni soggettivi.
C’è sempre qualcosa che sfugge perché non si conosce o si rifiuta, quindi prima di essere qualcun altro “per hashtag”, di farsi coinvolgere in iniziative collettive, di partecipare perché si fa una miglior figura a sostenere certe cause anziché sforzarsi di cercare un po’ di verità sarebbe il caso di riflettere meglio.

Prima di tutto, l’onestà

A proposito del processo ai sei poi assolti dall’accusa di stupro ai danni della ragazza della Fortezza: avevo già corretto l’altro post quasi in corsa, ma non basta se poi decine e decine di associazioni coinvolgendo altra gente presumibilmente disinformata hanno sentito il dovere di richiamare ancora l’attenzione mediatica su una vicenda che invece sarebbe meglio coprire col classico velo pietoso.

Non certo per moralismo ma perché se non capiamo tutti che una donna libera è anche quella a cui piacciono le esperienze estreme in fatto di sesso, di abitudini, una che da se medesima si definisce con una vita “non lineare” ma poi rifiuta di riconoscersi in quel ruolo che lei stessa ha scelto e nessuno le ha obbligato non usciremo mai da questo assurdo trip che la donna ha sempre ragione, è sempre vittima “in quanto donna”.

Una donna autodeterminata è colei che, coraggiosamente, decide di fare della sua vita quello che vuole senza preoccuparsi dei giudizi altrui, di vivere in una società fatta anche di gente ipocrita che condanna tutto quello che non capisce, non condivide, non farebbe o che vorrebbe fare ma non ne ha il coraggio per paura, convenzioni, retaggi culturali o altro che non so.

La donna autodeterminata anche se poi si pente di aver fatto delle cose non dà la colpa a chi ha condiviso con lei certe esperienze, tanto meno si vendica denunciando una violenza che non c’è stata, non mente per proteggere se stessa e non manda in galera persone che, come hanno stabilito un tribunale e dei giudici donne, “non hanno commesso il fatto”.
E non lo hanno commesso così tanto che la procura e l’avvocato difensore della ragazza non hanno chiesto nemmeno il ricorso all’ultimo giudizio della Cassazione.
Un paio di giorni fa ho scritto un post sulla ragazza della Fortezza, ho sbagliato perché non mi ero informata abbastanza, l’ho scritto “da donna” e facendomi un po’ travolgere dall’onda emotiva, dopo aver letto la lettera dell’avvocato di uno dei sei accusati sono andata a leggermi un po’ di cose, fra le quali la sentenza di assoluzione, ecco perché non partecipo all’evento di solidarietà organizzato a favore della ragazza alla quale nessuno ha negato di essere libera, di vestirsi come vuole e di viversi la sua sessualità come le piace: nessuno.
E nessuno, ma proprio nessuno dovrebbe accusare ancora sei uomini assolti sulla base di prove concrete di essere colpevoli di un reato odioso qual è lo stupro.

Assolti per insufficienza di prove e assenza di giustizia

 

“In nome del popolo italiano?”
No, nel mio no.
Se lo stato ha deciso di stare dalla parte dei ladri che derubano il popolo, degli assassini dei nostri figli innocenti abbia almeno la decenza di non farlo anche in nome di chi non vuole questo, ci metta la sua faccia, quella di chi ha permesso che si arrivasse fino a qui e fa in modo che si continui così, non la mia né quella di chi si ribella alle ingiustizie fatte subire in ragione della difesa del potere. Lo stato si prenda le sue responsabilità, dica che lo fa in nome della legge: la sua, quella che condanna ad una pena ridicola con licenza di riformare la Costituzione un frodatore e che assolve degli assassini per insufficienza di prove. E quando le prove ci sono gli assassini se la cavano con tre anni e mezzo indultati e la licenza di poter indossare ancora la divisa da poliziotti.
Io non mi vergogno per gli altri, nessuno dovrebbe farlo quando non ha colpe, al contrario dovremmo tutti quanti pretendere che la vergogna, una parola di cui si abusa a proposito delle responsabilità dello stato, con cui ci si veste, così, tanto per dire qualcosa, si traduca nell’atto concreto di evitare perfino di pronunciarla.

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Praticamente la sentenza di appello ha dato ragione a Giovanardi –  al necrofilo Giovanardi che insulta sempre volentieri i morti perché non possono rispondergli – che ha sempre sostenuto la teoria che Stefano sarebbe morto per gli effetti collaterali della tossicodipendenza che, lo sanno tutti, provoca lesioni, fratture ed ematomi su tutto il corpo. Chi, fumando uno spinello non si è spezzato l’osso del collo? E’ la prassi.

Senza la legge sulle droghe, quella del fascista fini e del necrofilo omofobo giovanardi  giudicata poi incostituzionale Stefano oggi sarebbe ancora vivo. Mandate via i figli da qui. E’ l’Italia ad essere tossica, non Stefano.

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C’è da impazzire, muore un figlio, un fratello, un compagno ridotto nelle condizioni in cui era Stefano e non è stato nessuno.
Uno stato che non trova il responsabile di quello scempio andrebbe inserito in quelli canaglia, un posto dove non andare nemmeno in vacanza una settimana.
Non si può sopportare.
E’ troppo.

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Morte Cucchi, tutti assolti in appello
Sap: “Chi disprezza la salute paga”

La sorella: “Ammazzato dalla giustizia”

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Leggendo Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, viene in mente il libro La banalitá del male nel quale Hannah Arendt spiega benissimo che gli orrori più crudeli li commettono persone normalissime. Erano uomini normali quelli che bruciavano gente nei campi di sterminio nazisti e poi tornavano a casa da mogli e figli.
La fisiognomica di Lombroso è un’idiozia.
“Sono come noi, sono in mezzo a noi”.

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Facile parlare di raziocinio in casi come quello di Stefano. uno dei tanti che è stato ammazzato varie volte anche da morto, come Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, sempre dallo stato nella figura di chi lo rappresenta, dalla politica che insulta i morti e dalle stesse forze dell’ordine che imputano allo stile di vita un massacro evidente, come fu anche per Federico che se non fosse stato per la costanza e la tenacia di sua madre sarebbe morto per atti di autolesionismo dovuti all’assunzione di stupefacenti.
Federico è morto letteralmente sfondato, l’autopsia ha rivelato che uno dei calci ricevuti gli aveva spaccato prima il torace e poi il cuore.
I suoi assassini, quattro poliziotti  fra cui una donna – non è un dettaglio insignificante nel paese dove le donne lo fanno meglio e si meritano tutto – hanno avuto una pena ridicola e non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, sono stati applauditi dai loro colleghi che avrebbero dovuto prendere le distanze dai traditori dello stato e dei cittadini soprattutto per restituire fiducia in quello stato di cui ormai non ci fidiamo più.
Non abbiamo più motivo per farlo.
Com’è morto Stefano lo abbiamo visto, facilmente intuito, ma nel paese dei misteri, degli occultamenti, delle sentenze dal retrogusto omertoso non vedremo mai chi lo ha ridotto in quelle condizioni.
Non è giusto.

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E così Cucchi i lividi se li è fatti cadendo dalle scale – Saverio Tommasi

E così Cucchi i lividi se li è fatti cadendo dalle scale.
Pinelli si è buttato dalla finestra perché era convinto di saper volare e la bomba alla stazione di Bologna l’hanno messa gli anarchici.
In Iraq c’erano le armi di distruzione di massa e Carlo Giuliani è stato ucciso dal sasso di un manifestante.
Il DC-9 a Ustica è caduto perché era finito il carburante e questi cazzo di operai dovrebbero smetterla di andare a sbattere nei manganelli perché poi si fanno male come si è fatto male, una notte di settembre, Aldrovandi.

PS. anche se non conta una cazzarola di nulla io voglio mandare il mio abbraccio a quel fiore di Ilaria Cucchi. E prometterle che a mia figlia, appena sarà un po’ più grande, racconterò la verità. Quella che noi sappiamo e che nessuna sentenza potrà mai rubarci. Un abbraccio, carissima e dolce Ilaria.

 

 

Miche’, che fai, lo cacci?

 

Se b ha affidato Ruby alla Minetti sapeva che fosse minorenne, altrimenti non sarebbe stato necessario nessun affidamento, quando la portava alle cene eleganti no? Quella sentenza è una vergogna, altroché le sentenze che si rispettano.

In un paese dove nemmeno i reati e le relative condanne, anche definitive riescono a mettere fuori gioco i delinquenti della politica c’era giusto da declassare l’abuso, neutralizzarlo, renderlo un non reato per scagionare il solito criminale dalle sue responsabilità.

Ha fatto benissimo il giudice Tranfa ad abbandonare la Magistratura dopo l’assurda sentenza che ha assolto berlusconi dall’accusa di essere uno sfruttatore di ragazzine.
Questo è dimostrare di avere una coscienza civile.
La giusta risposta ad uno stato che non sa, perché non può, far uscire definitivamente dalla scena pubblica e politica un delinquente abituale che dello stato si è fatto beffe violando tutte le leggi che regolano la civile convivenza, lo ha derubato, lo ha rinnegato quando ha scelto di avere protezione per sé e per i suoi figli da quell’antistato che si chiama mafia ma continua ad avere tutela, riconoscimento anche politico e protezione, che ad altri cittadini nella sua stessa condizione di pregiudicati e traditori dello stato sono negati, proprio dallo stato.

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Per essere sicura di aver capito la dinamica dei fatti mi sono riguardata il delizioso siparietto altre due volte oltre la diretta. Ma conoscendo i precedenti di Santoro, il suo carattere, l’aver fatto il professorino permaloso già con altri suoi collaboratori e colleghi i dubbi si sono sciolti come neve al sole. Di Travaglio si può dire tutto ma è innegabile che sia il giornalista più insultato d’Italia. A me il tutti contro uno, lo squadrismo di chi si coalizza contro qualcuno sulla base della persona e non delle cose che dice e scrive come sarebbe giusto fare riguardo ad un giornalista non è mai piaciuto, forse perché spesso l’ho subito e non è una sensazione piacevole.

Spero che Marco Travaglio, anche se ci credo poco, non torni più a Servizio Pubblico, troppo libero per la figura di maniera che si è ritagliato Santoro in questo ultimo periodo solo perché deve – in ogni trasmissione – infilare il contenzioso con Grillo che ha inserito pure lui nella sua lista dei giornalisti canaglia.

Anche se Travaglio avesse avuto torto marcio Santoro non lo doveva zittire, chiedere a qualcuno in malo modo di tacere è cattiva educazione e pessimo stile.

Specialmente se si fa in pubblico, che sia uno studio televisivo o davanti ad una pizza con gli amici.

Le ragioni di quello che è successo a Servizio Pubblico fra Marco Travaglio e Michele Santoro non sono però nella trasmissione di ieri sera.
E’ una storia che parte da lontano, da quando Santoro dopo essere stato cacciato dalla Rai per i motivi che ormai tutti conoscono ha deciso di sdoganare televisivamente Marco Travaglio e metterselo al fianco ANCHE per dare un segnale a chi lo aveva fatto cacciare dalla Rai.
La leggenda di Santoro e Travaglio, i giornalisti più invisi e odiati da berlusconi che hanno ridato ossigeno a berlusconi nella famosa puntata di Servizio Pubblico è, appunto, una leggenda.
Una favoletta che si raccontano quelli che delle dinamiche da talk sanno poco e niente e spesso si riducono a guardarne gli stralci in Rete anziché seguire tutta la puntata.
Quella fra Santoro e Travaglio è una questione caratteriale, quei due non si prendono proprio, troppo diverso il modo di fare giornalismo e troppo dirompenti entrambe le personalità.
Travaglio è uno che entra nel dettaglio delle cose, Santoro è uno a cui piace interrompere chi sta cercando di spiegare.
E allora finché Travaglio si limitava ai suoi dieci minuti di lettura lasciando poi che si scannassero gli altri presenti in studio è andato tutto bene.
Da quando, invece, Marco Travaglio partecipa anche al dibattito sono uscite fuori man mano tutte le problematiche di convivenza fra i due.
E ha fatto benissimo Travaglio, cinquant’anni compiuti qualche giorno fa, non i dieci o dodici più adatti per la cazziata, la ramanzina, in pubblico poi, che dopo essere stato interrotto milioni di volte da Santoro a proposito della qualunque e di fronte a chiunque, aver sempre pazientato per professionalità ieri sera al rimprovero si è alzato e se ne è andato.
Ha fatto benissimo Marco Travaglio a lasciare lo studio del conduttore Santoro che, per proteggere il politico Burlando in evidenti difficoltà nel rapportarsi con la signora in collegamento da Genova come sempre accade ai politici quando si trovano davanti i cittadini senza filtri – Burlando che, insieme al sindaco Doria è stato giudicato persona non gradita al funerale del poveretto morto nell’alluvione al quale i familiari hanno preferito che non partecipassero, anziché tenere botta e sostenere il collega nella tesi descritta benissimo da Marco Travaglio sulle responsabilità politiche delle alluvioni di Genova, ha pensato che fosse più opportuno prendersela col collega.
La questione è più o meno la stessa di quando qualche imbecille viene a fare le scenate nelle bacheche di facebook: le persone civili, educate, quelle che hanno realmente l’intenzione di confrontarsi, di chiedere qualcosa a qualcuno quando hanno qualche problema scrivono in privato, non rovesciano idiozie che le persone non si meritano in piazza per farsi notare e per far parlare di loro.
Michele Santoro è stato scortese, maleducato, ha messo Marco Travaglio in una condizione di inferiorità senza motivo perché lui non aveva offeso proprio nessuno, lo ha zittito, e nel luogo democratico che è Servizio Pubblico di cui si vanta Santoro nel quale hanno parlato tutti: cani, porci e perfino la santanchè, non si zittisce nessuno.

Federico Aldrovandi: una storia di ordinaria ingiustizia

 Ultim’ora: Nichi Vendola è stato assolto dal tribunale di Bari dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio perché “il fatto non sussiste”.
La procura aveva chiesto la condanna a 20 mesi. 

E ovviamente il consueto vaffanculo terapeutico a chi lo aveva paragonato ai criminali veri di stato, ai corruttori, ai diffamatori, ai predisposti naturalmente a delinquere. Forza, Nichi.

Chi è onesto, non scappa. Né, come sallusti, diffamatore per mestiere e spiccatamente predisposto a delinquere va a pietire comparsate televisive che “autorevoli” tribune gli stanno concedendo praticamente tutti i giorni al solo scopo di propagandare la solita vomitevole spazzatura sulla Magistratura. Né come berlusconi, condannato per frode fiscale, un reato odioso perché ricade sulla testa di tutti i cittadini, trova televisioni disponibili a mandare in onda assurde conferenze stampa trasformate in comizi da dittatori d’antan sullo stile di Ceausescu. E questo sarà un paese normale solo quando tutti gli indagati per qualsiasi reato, se di mestiere fanno i politici, i poliziotti, i carabinieri, i giornalisti, i giudici, gli avvocati, una qualsiasi professione che, se svolta disonestamente entra in un pericoloso conflitto di interessi con l’onestà e la vita sociale di inermi cittadini senz’alcuna difesa diranno:” se sono colpevole mi dimetto”, e lo faranno sul serio.

Aldrovandi: ordinaria ingiustizia

Quanto tempo serve per avviare un immediato provvedimento disciplinare annunciato da un ministro dell’Interno? Il 26 giugno Anna Maria Cancellieri, con un nota, prendeva posizione rispetto al poliziotto che su Facebook aveva dato della “faccia di culo” alla mamma di Federico Aldrovandi per aver “allevato un maiale”. Non è dato sapere quanto tempo serva per quel provvedimento “immediato”. Il Fatto Quotidiano lo ha chiesto con mail e telefonate senza però ottenere ancora una risposta.

Chi prende le botte e le manganellate è anarcoinsurrezionalista antistato.

Una madre a cui quattro tutori dell’ordine fra cui una donna ammazzano il figlio diciottenne saltandoci sopra e spaccandogli ossa e cuore, stronza lei che lo ha tirato su maleducato, una “faccia di culo” colpevole di  aver “allevato un maiale”.

Pezzi dello stato che  si sono attivati in tutti i modi affinché non si arrivasse alle sentenze perdonati e mantenuti con onore all’interno della società cosiddetta civile.

Mentre invece gente che si macchia di crimini orribili quanto ingiustificati e ingiustificabili si sarebbe dovuta cacciare dopo cinque minuti  con il giusto disonore per aver tradito quello stato che invece aveva scelto di servire e – appunto – ONORARE, non certo sottoporla a processi farsa che ad oggi non hanno mandato un solo responsabile di questi scempi di civiltà a soggiornare nelle patrie galere.

Dunque non mantenendola nel loro posto di lavoro come  i quattro assassini di Federico Aldrovandi, non nominandola sottosegretario alla sicurezza del paese come è avvenuto per Gianni De Gennaro che era il capo della polizia di stato, quando la polizia di stato massacrò su ordine della politica, dunque del governo berlusconi di allora, anno domini 2001, ragazzini inermi, non mentre attaccavano qualche obiettivo militare, lanciavano sassi o, per esagerare in prevenzione, marciavano in una legittima dimostrazione di dissenso, no: mentre dormivano.

In qualsiasi posto di lavoro si viene cacciati per molto meno di un omicidio.

Nessuna giustificazione né comprensione per la politica, specialmente quella di ‘sinistra’ che si è resa più volte complice dell’attuazione di provvedimenti tesi a proteggere e difendere i criminali di stato come l’indulto voluto da mastella per fare un favore a berlusconi ben sapendo che l’indulto non sarebbe servito ai cosiddetti ladri di polli ma agli stupratori della legalità e democrazia.

Il fatto  che alle istituzioni “repubblicane, democratiche”, vada bene che un ex capo della polizia assurto poi ad un prestigioso incarico politico abbia un precedente grave e mai sanzionato come quello di aver comandato la polizia di stato anche quando bastonava e massacrava per dispetto, significa che repubblicane e democratiche non sono.

Non siamo in democrazia, ma non prendiamone atto con la solita italica rassegnazione,  non facciamoci ingannare da questo suo moderno volto ora  fintamente libertario e ancorché sobrio.

La vera faccia di chi ha sempre gestito questo paese, la sua verità si vede da queste non – condanne.

Il ministro Cancellieri così sempre prodiga di complimenti per le forze dell’ordine buone anche quando pestano gente colpevole di difendere le sue cose e la sua terra, uomini, donne, ragazzi e ragazze colpevoli solo di pretendere di vivere in un paese socialmente giusto e non nella latrina a cielo aperto che è, e di solidarietà per funzionari “alti” dello stato responsabili di aver ordinato massacri – per dispetto – su gente che dormiva per terra in un sacco a pelo non trova un attimo di tempo per occuparsi di  questo?

Vergogna senza fine.