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E di nuovo non basta più nemmeno la vergogna

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In un paese dove gli eroi dello stato, secondo il presidente della repubblica che sceglie il 25 aprile per parlare di onore riferito a dei più che presunti assassini, sono due accusati di duplice omicidio e dove ad un condannato alla galera perché ha rubato allo stato da presidente del consiglio si consente ancora di spadroneggiare su e giù per l’Italia, di parlare in televisione manco fosse un premio Nobel non deve meravigliare che ci sia chi si mette al fianco di assassini veri, giudicati e condannati da un tribunale. Non c’è da stupirsi di fronte a queste cose: c’è solo da prendere atto che questo è un paese che non guarirà dalle malattie dell’anormalità violenta, dell’illegalità di stato, dell’ingiustizia istituzionalizzata elevate a sistema.
Il potere si regge su queste tre cose, ecco perché nessuna politica, nessun governo agisce per contrastarle sul serio, al contrario minimizza, nasconde, non condanna i suoi apparati, i cosiddetti servitori dello stato e li difende anche quando tradiscono lo stato.

Uccisero Aldrovandi, il congresso del Sap
li saluta con cinque minuti di applausi

La mamma: “Rivoltante”. Renzi: “Governo solidale”. Alfano: “Vicinanza”. Al congresso del sindacato
di polizia che ha applaudito gli agenti condannati, La Russa, Gasparri e Pansa che però dice: “Grave”.

Dopodiché nessuno venisse più a parlarci di poche mele marce e di qualche scheggia impazzita, a proposito di forze dell’ordine violente, assassine. Perché quando un capo della polizia non si mette dalla parte delle vittime dei suoi uomini violenti e assassini, che assiste allo spettacolo di altri suoi uomini che applaudono quattro assassini di un innocente, un ragazzino, significa che non li condanna, che gli va bene così. Nessun rispetto per queste istituzioni che permettono che i morti di stato vengano uccisi non una volta sola ma sempre. 
Ogni giorno.

Quei quattro sono criminali che senza una divisa addosso avrebbero rischiato una ventina d’anni di galera e ne avrebbero scontati almeno la metà, altroché vittime di “una sentenza funzionale al bisogno di vendetta” perché “spesso in carcere non ci vanno mafiosi e criminali” come disse Franco Maccari [il virgolettato è del medesimo], segretario di quel Coisp che andò ad oltraggiare Patrizia Moretti davanti al suo posto di lavoro. E pensare che il giorno della sentenza che condannò simbolicamente Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri per l’omicidio di Federico c’era perfino chi festeggiava la vittoria della giustizia.

Io che sono incensurata, rispetto la legge, non voglio pagare coi miei soldi dei violenti, degli assassini, chi fa l’applauso ai miserabili che hanno spaccato il cuore a calci a un ragazzino né un capo della polizia che sta dalla loro parte. 
In una democrazia civile la polizia e i carabinieri sono al servizio della collettività, per senso del dovere, spirito di servizio, perché è il loro lavoro che hanno scelto di svolgere.
Quando la polizia ammazza e non si condanna da se medesima né viene condannata da uno stato che al contrario mantiene il posto di lavoro a quattro assassini, premia e promuove i mandanti di altre violenze la democrazia non c’è più.
E’ morta anche lei: di stato, uno stato malato dove è pericoloso vivere. In un paese civile non dovrebbe esserci nessuna ragione per temere lo stato e i suoi funzionari. 
In Italia ce le abbiamo TUTTE.

E di nuovo penso ai massacrati al  G8 di Genova [e ai loro massacratori promossi con avanzamenti di carriera], a Stefano Cucchi, alla lista infinita di morti di stato, agli offesi, mortificati, defraudati del benché minimo diritto civile, legale, da parte di chi dovrebbe invece  garantirli i diritti e mi viene un nodo in gola. Io non mi riconosco in uno stato che quantifica la vita di mio figlio meno importante di una vetrina sfasciata,  di una macchina bruciata e poi sputa sul cadavere di mio figlio.

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Una risposta »

  1. grazie, per aver saputo scrivere con estrema chiarezza la tua indignazione, grazie ancora, perché la tua indignazione è anche la mia, ma io, non avrei saputo scriverla cosi bene

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