…ma non è un perdono

giovanardi fa sapere che non ha niente di cui scusarsi, che quando la madre di Federico dice che ritira la querela ma non perdona sicuramente non ce l’ha con lui. Io, come sempre, non me la prendo con lui ma coi vigliacchi che continuano a chiedere il ‘parere’ di giovanardi su questioni che il necrofilo ha già ampiamente chiarito in tante, troppe occasioni.

Il più violento degli schiaffi morali è far sapere ad una persona che si disprezza perché ci ha fatto del male di non essere più la causa e il motivo delle proprie angosce, sofferenze. 

Ed è più o meno questo che deve aver pensato Patrizia Moretti, la grande mamma di Federico Aldrovandi, ritirando la querela contro giovanardi, il segretario del Coisp Maccari e uno degli agenti assassini colpevoli della morte di suo figlio che hanno ripetutamente offeso, oltraggiato e vilipeso la sua famiglia e la memoria di suo figlio.
Dopodiché c’è uno stato a cui non sono bastati dieci anni per dare una risposta che restituisse a questa madre e a questa famiglia almeno la giustizia, una giustizia giusta capace di condannare fino in fondo, non solo un po’ com’è accaduto per i quattro agenti della polizia di stato, fra i quali c’era una donna, che quella notte di settembre finirono un ragazzino di diciotto anni a calci e botte sfondandogli prima il torace e poi il cuore e ai quali lo stato non ha tolto nemmeno la divisa.

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UN’IMPERDONABILE PERDITA DI TEMPO

Il testo integrale della lettera con cui Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, ha annunciato il ritiro delle querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell’agente di polizia Paolo Forlani, condannato in via definitiva per la morte del figlio, e del segretario del Coisp Franco Maccari.

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Siamo ridotti talmente male in questo paese dove la legge è uguale sì ma per i soliti stronzi che per festeggiare il compimento della giustizia basta che un processo si concluda con una sentenza.
Quale che sia.
E’ andata così per i processi ai macellai del G8, per la sentenza che ha “condannato” berlusconi e anche per quella che ha fintamente punito i quattro assassini di Federico Aldrovandi ai quali lo stato dopo averli praticamente graziati ha avuto la premura di mantenergli il posto di lavoro. Tutte sentenze che ci dicono che la vita di chi ha commesso dei reati gravissimi, tutt’altro che dovuti ad una casualità, un raptus eccetera non ha avuto contraccolpi significativi. Tutto come prima, nel caso del G8 perfino meglio, diversamente dai morti, dagli offesi, picchiati, violentati, derubati in conseguenza di quei reati. Sentenze manifestamente in contrasto con la Costituzione che, è vero, ordina laddove sia possibile la riabilitazione del reo ma solo dopo avergli fatto pagare quel che deve alla società.

Questa vicenda triste, tragica come tante altre simili  mi ha sempre umiliata, da persona, da madre e da cittadina di questo paese. Penso che Federico oggi avrebbe più o meno l’età di mio figlio, penso a sua madre, alla sua famiglia, alle persone che lo amavano, alla possibilità negata in modo violento da quattro funzionari di stato di sapere cosa sarebbe oggi, che avrebbe fatto di se stesso, della sua vita. Per lo stato la vita spezzata di Federico non è stata che una pratica da chiudere con una finta sentenza e una finta condanna per i suoi assassini. Per qualcuno, tipo giovanardi e Maccari, invece, i quattro traditori dello stato non meritavano nemmeno quella finta condanna.

Di proibizionismi, educazione, giovanardi e cose del genere [cose brutte]

Se progredisse l’educazione familiare, se si abolissero dall’educazione dei figli quelle ipocrisie e il perbenismo tipico di chi sa che le cose succedono e si fanno ma preferisce non occuparsene, pensare che non siano un problema di tutti,  si evolverebbe anche la civiltà comune. I figli respirano tutto quello che avviene in casa, si nutrono di esempi, e più quegli esempi sono positivi meno si rischia di allevare generazioni di imbecilli  e di giovanardi  che pensano che la soluzione sia vietare e proibire quello che è impossibile vietare e proibire. E bisogna educare i figli  facendo in modo di evitare alle nuove generazioni di posdatare certe esperienze in periodi della vita in cui si dovrebbe avere già una conoscenza delle cose. Un discorso che si potrebbe anche allargare al sesso. Chi si prende le sue libertà prima, impara a conoscere altro  prima di fermarsi col compagno e la compagna della vita eviterà di avere poi  il desiderio che si tradurrà in errori dopo, quando sarà inevitabile quella curiosità di andarsi a cercare quello che non ha sperimentato all’eta giusta.

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Ho iniziato a fumare intorno ai quindici anni, e più o meno è stata l’età in cui ho cominciato anche a pagare di tasca mia il pacchetto di Muratti da dieci che poi nascondevo ovunque per non farmi scoprire dai miei.

Ma nonostante gli sforzi non ci sono riuscita. 
Un giorno mia madre mi fa: “so che fumi, ti hanno vista”, dopodiché non mi ha detto idiozie sul genere “guai a te se lo rifai” promettendo e minacciando tutte le punizioni del mondo. Mi ha semplicemente detto: “è meglio se qualche sigaretta da oggi in poi la fumi a casa”. 
Da donna intelligente qual era ha capito che impedire qualcosa che io avrei sicuramente continuato a fare sarebbe stata una fatica inutile. 
E che se l’avessi continuata a fare di nascosto non mi sarei controllata, mentre sapere di potermi fumare una sigaretta dopo pranzo e dopo il caffè senza dovermi nascondere avrebbe evitato che me ne fumassi dieci  quando non ero in casa.
Ma mia madre era una donna speciale, oggi si direbbe che era “avanti”.
Così tanto che un giorno arrivò a dire al mio fidanzato e futuro marito: “non portare mai mia figlia in posti pericolosi, se volete stare tranquilli quando siete soli vi do io i soldi per l’albergo”.
Mia madre era una donna che in tempi molto diversi da quelli attuali aveva capito che proibire quello che non si può evitare era perfettamente inutile. 
Forse perché lei aveva dovuto subire un’educazione severa non solo dai suoi genitori ma anche da tre fratelli che non gliene hanno mai perdonata una. 
Ai suoi tempi i genitori delegavano, e il fratello maggiore aveva la stessa autorità di un padre. Mia madre ha preso le botte da suo padre fino a quindici giorni prima di sposarsi perché invece di rientrare alle otto di sera era rientrata alle otto e un quarto, e non aveva diciotto anni ma ventiquattro.

Dunque che significa tutto questo? Semplicemente che uno stato per mezzo dei suoi governi che sa che le persone manterranno – indipendentemente dai divieti e dalle minacce – le loro abitudini come fumare, non solo il tabacco ma anche la marijuana e non si attiva per evitare che quelle abitudini diventino un rischio personale e delega alla criminalità e alle mafie la gestione di quelle abitudini non è uno stato serio.
E’ uno stato che fa come avrebbe fatto un’altra madre al posto della mia vietando a sua figlia di fumare sapendo benissimo che quella figlia non avrebbe smesso. 
E’ uno stato vigliacco che dice ai cittadini: “continua pure a farti le canne ma senza il mio permesso”. 
Un permesso che invece eviterebbe l’abuso, il rischio di fumare erba mischiata a sostanze pericolose ma soprattutto eviterebbe di far ingrassare il mercato della criminalità che ruota attorno a tutto ciò che non è illegale ma, grazie ai governi poco seri che delegano o pensano addirittura di proibire con la minaccia della galera, ci diventa. 

La questione della liberalizzazione delle droghe leggere è identica a quella della prostituzione.  Non è necessario fumarsi la canna così come non lo è prostituirsi e comprare carne umana [ma nemmeno giocare alle slot machine, grattare e s_vincere, ubriacarsi] ma, siccome sono cose che si fanno,  che fanno parte dell’uso personale di se stessi impossibile da regolare coi divieti, sperare che l’umanitá comprenda la non necessarietá è un’utopia. Quindi come ci si preoccupa della sorte delle vendeuse del sesso nello stesso modo ci si dovrebbe preoccupare di chi potrebbe rischiare comprando fumo non sicuro finanziando mafie e criminalitá. Non mettendo la gente in galera, visto che prostitute e clienti in galera non ci vanno ma semplicemente controllando che non si faccia male. Chi fa leggi non può e non deve tenere conto della sua etica e della sua moralità che il più delle volte si traducono solo in un’insopportabile ipocrisia. Nessuno chiede al legislatore di divorziare, abortire, fumare uno spinello o prostituirsi, ma uno stato serio, nella figura di chi lo gestisce, sa che la gente continuerà a fare tutto questo e deve tutelare, eliminare il più possibile i rischi di queste abitudini e comportamenti, nel caso dell’aborto, una necessità.

I mercati illegali continueranno ad esistere perché delinquere è insito nell’umanitá. Uno stato serio però argina l’illegalità, non la favorisce. 

L’umanitá continuerá a drogarsi, prostituirsi, ubriacarsi e giocarsi stipendi e  pensioni alle slot e ai videopoker, quindi tanto vale limitare i danni.

Con buona pace di giovanardi che, avendo fallito la prima legge, quella pensata con fini che ha riempito le galere di gente che non ci doveva andare, una legge liberticida e fascista senza la quale Stefano Cucchi oggi probabilmente sarebbe ancora vivo e che per questo è stata ritenuta anticostituzionale,  è stato chiamato a fare da relatore a quella nuova.  Cose che possono succedere solo in Italia.