Dei delitti, delle pene e della giustizia che non è giusta

Sottotitolo: oggi sappiamo che indossare una maglietta con scritto “Speziale libero” che non è un reato ma secondo la nostra giustizia creativa può costituire un’aggravante in caso di somma di imputazioni ma andare a manifestare davanti e dentro i tribunali per invocare la libertà di un delinquente ladro, corruttore colluso con la mafia è un normale esercizio di libertà di espressione che non costituisce eversione nemmeno se fra quelli che lo hanno fatto c’è il ministro dell’interno di questo paese, lo stesso che dà ordini alle forze dell’ordine e che impone il daspo all’ultrà violento: quello che Renzi diceva di voler dare ai politici indagati e condannati ma probabilmente quando lo ha detto “stava a scherza’”.

Oggi sappiamo che si può tenere in una galera qualcuno dei mesi senza un processo, senza una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza certa, che si possono spiattellare sui giornali anche i suoi fatti privati, tipo quante volte fa sesso con sua moglie o guarda dei filmini pornografici senza una santanchè che gridi alla violazione della privacy e nemmeno una Serracchiani che dica che non si è colpevoli fino al millecinquecentesimo grado di giudizio. Tutto questo e molto altro mentre il presidente del consiglio eleva a statisti riformatori, ovvero personalità alte e degne del compito di rivedere e correggere le norme costituzionali un condannato per frode, berlusconi, un plurindagato rinviato a giudizio per finanziamenti illeciti, Verdini e Donato Bruno,  indagato anche lui anche se non lo sa, dice che non lo hanno avvertito, è stato proposto per la Consulta, ovvero l’ultima stazione della difesa dei diritti di tutti.

 

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L’umiliazione che poi diventa pubblica e materia per il gossip e il giudizio dei perbenisti ipocriti come metodo d’indagine.
Dunque ci sono dei magistrati che pensano che la frequenza dei rapporti sessuali coniugali di un ancora indagato ma che questo magnifico stato tiene in una galera da mesi sulla base di ipotesi non ancora certificate da una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza, siano rilevanti per delinearne il profilo, così tanto da rendere pubblico il contenuto delle conversazioni fra Bossetti, il presunto assassino di Yara e i giudici che indagano su di lui.
Non si capisce a chi deve interessare se una coppia adulta guarda dei film porno, quante volte si unisce carnalmente e per quale motivo “notizie” di questo tipo devono diventare di dominio pubblico senza che nessuno difenda la vita privata di una persona che, benché sospettata di un omicidio, ha diritto a veder rispettati i suoi diritti fra cui anche quella privacy invocata sistematicamente per i politici mascalzoni.
Vale la pena di ricordare che sono state distrutte delle bobine dove erano registrate le telefonate fra il presidente della repubblica e un ex ministro indagato per aver mentito a processo proprio perché giudicate penalmente irrilevanti.
E nessuno saprà mai cosa si sono detti Napolitano e Mancino in quelle conversazioni, ma quante volte Bossetti faceva l’amore con sua moglie sì, si deve sapere.
Le persone normali fanno sesso e guardano anche i filmini porno se ne hanno voglia, e nel giudizio ultimo su Bossetti sulla sua colpevolezza o innocenza queste cose nel paese normale non dovrebbero costituire nessuna aggravante, in questo che è marcio e dove chi stabilisce e mette in pratica il diritto lo fa su indicazioni di chi è abituato a violarlo tutti i giorni, sì, sono un’aggravante, così tanto da meritare il pubblico ludibrio e la gogna mediatica. Cercavi giustizia, trovasti la legge” non è solo il ritornello di una canzone, in Italia.

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Tutti ad applaudire lo stato quando arresta il delinquente di borgata, se napoletano è meglio perché i napoletani si sa, nascono con la criminalità nel dna e anche i romani non scherzano.
Probabilmente senza Gennaro De Tommaso la sera degli scontri all’Olimpico dai quali è scaturita poi la tragedia in cui ha perso la vita Ciro Esposito poteva accadere qualcosa di brutto anche all’interno dello stadio che però Genny, siccome è una carogna e conosce il linguaggio della strada ha potuto evitare che accadesse.
Ora le anime candide, già le vedo, penseranno che no, l’ordine nel paese normale lo gestisce lo stato, le forze dell’ordine che prendono ordini da quel sant’uomo di alfano e che non va bene che l'”antistato” della criminalità si sostituisca allo stato originale.
Giusto.
Ma allora non va bene neanche una persona più che vicina alla mafia, anzi proprio dentro la mafia, quella che fa saltare palazzi e autostrade stia collaborando non a rimettere ordine nella curva di uno stadio ma nella Costituzione di questa repubblica, persona che viene interpellata in materia di leggi e di regole per tutti.
Quindi mi dissocio dall’ipocrisia dilagante, quella di chi applaude il carabiniere che arresta il delinquente di periferia, lo stesso carabiniere che poi ci pesta il figlio in questura, per strada o nei sotterranei di un carcere fino ad ammazzarlo ma che diventa improvvisamente un eroe quando “accidentalmente” gli parte il colpo che ammazza chi un delinquente non era ma siccome era napoletano sicuramente ci sarebbe diventato.

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Codice a sbarre – Marco Travaglio

“In Italia c’è una bandiera che sventola forte nel vento: questa bandiera è Matteo Renzi, dobbiamo riconoscerlo… Poi c’è una bandiera a mezz’asta che si chiama Berlusconi: vediamo di utilizzarla ancora, se è possibile”. Povero Cainano, va capito. A lui i giudici di sorveglianza, in cambio dei servizi sociali, hanno imposto varie prescrizioni, fra l’altro molto diverse da quelle cui era abituato: coprifuoco alle ore 23, obbligo di dimora ad Arcore o a Palazzo Grazioli, niente attacchi ai magistrati e soprattutto divieto di frequentare pregiudicati. Il che gli impedisce di andare a trovare Dell’Utri in carcere e di incontrare i tre quarti del suo partito. Renzi invece, almeno per ora, non ha di questi problemi. Infatti ha ricevuto il pregiudicato B. una volta al Nazareno e tre volte a Palazzo Chigi, molte meno comunque di Denis Verdini, che ieri ha collezionato l’ennesimo rinvio a giudizio (illecito finanziamento), dopo quello estivo per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Un amore. Ha voglia Bersani a chiedere di essere ascoltato anche lui: ha l’handicap insormontabile di essere incensurato.

“Vecchia guardia” da rottamare. B. & Verdini invece no. Da quando è salito a Palazzo Chigi, il giovin Matteo s’è fatto un sacco di nemici, sfanculando nell’ordine: i costituzionalisti, i senatori pidini dissidenti, il Parlamento tutto, i giornali italiani critici (praticamente uno), l’Economist, la Rai al gran completo, le autorità europee (ma solo a parole), il Forum di Cernobbio, Confindustria, i ministri Orlando e Giannini, l’Associazione nazionale magistrati, i sindacati, la minoranza del Pd, ovviamente i 5Stelle e molti altri gufi lumache avvoltoi rosi-coni conservatori per cui manca lo spazio. Gli unici con cui va d’amore e d’accordo sono Silvio & Denis. Il fatto di poter frequentare pregiudicati per lui non è un’opportunità: è un obbligo. E, già che c’è, lo estende anche agli indagati. Nel giro di sei mesi quello che si atteggiava a ragazzo pulito, lontano da certi brutti giri, s’è avvolto in una nuvola nera di habitué di procure e tribunali.   Barracciu, Del Basso de Caro, De Filippo e Bubbico al governo. Bonaccini candidato in Emilia Romagna. Rossi ricandidato in Toscana. De Luca candidato in Campania. D’Alfonso eletto in Abruzzo. Soru e Caputo paracadutati al Parlamento europeo. Faraone e poi Carbone in segreteria. Descalzi all’Eni. Papà Tiziano in famiglia. Prossimamente Donato Bruno alla Consulta. È la famosa “svolta garantista”: chi non ha ancora una condanna definitiva è illibato come giglio di campo.   Eppure lo Statuto del Pd, sempreché Renzi lo conosca (lo Statuto e il Pd), dice tutt’altro: “Condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni. Le donne e gli uomini del Partito democratico si impegnano a non candidare, ad ogni tipo di elezione – anche di carattere interno al partito – coloro nei cui confronti… sia stato: a) emesso decreto che dispone il giudizio; b) emessa misura cautelare personale non annullata in sede di impugnazione; c) emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero a seguito di patteggiamento; per un reato di mafia, di criminalità organizzata o contro la libertà personale e la personalità individuale; per un delitto per cui sia previsto l’arresto obbligatorio in flagranza; per sfruttamento della prostituzione; per omicidio colposo derivante dall’inosservanza della normativa in materia di sicurezza sul lavoro…” o “sia stata emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero patteggiamento, per corruzione e concussione”. Appena finirono dentro le cricche di Expo & Mose, il renzianissimo sottosegretario Luca Lotti annunciò: “Le parole di Matteo contro la corruzione sono un monito, ora diamoci da fare. La pulizia deve cominciare. Ogni strumento va affinato, corretto, messo a punto: il codice etico e lo Statuto sono da cambiare e soprattutto attuare”. Matteo aveva appena promesso il “Daspo” per i corrotti. Ma tutti avevano equivocato. Era solo l’acronimo di uno straziante appello a Silvio: dai sposami.

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Italia: stato di figli, figliastri e figli di nessuno

Sottotitolo: all’epoca della sentenza che ha condannato Fabrizio Corona anch’io pensavo ancora che non bisognava fare il distinguo, che un reato è un reato e che chi si pone oltre il rispetto della legge va punito di conseguenza. Ma nel frattempo sono accaduti tanti fatti gravi, gravissimi che la giustizia non ha considerato con lo stesso rigore applicato a Corona. Impossibile quindi avere oggi le stesse opinioni di ieri. Il modo in cui vengono trattati certi reati, ma specialmente chi li commette,  inevitabilmente modifica poi, da parte della pubblica opinione l’idea di affidabilità e di serietà dello stato nella figura delle sue istituzioni. 

Preambolo: “Frequentazioni criminali e atteggiamenti fastidiosamente inclini alla violazione di ogni regola di civile convivenza a cui si sommano numerosi e cospicui precedenti penali, senza dimenticare la ricerca ad ogni costo di facili [ed illeciti] guadagni e condotte prive di scrupoli volte ad accaparrare risorse da investire in un tenore di vita lussuoso e ricercato”.

Una descrizione che potrebbe essere applicata non solo a berlusconi ma anche alle decine di persone colpevoli di essersi arricchite a danno dello stato. Comportamenti che nella politica disonesta sono la consuetudine. Amici criminali, sfregio assoluto della legge, delle regole di convivenza civile, comportamenti che delineano una persona socialmente pericolosa abituata a violare la legge, invece questa è parte della sentenza che ha condannato Corona che a differenza dei politici criminali in galera ci è andato per restarci.

Dell’Utri è stato condannato a sette anni per concorso “esterno” in associazione mafiosa che sta scontando dopo un tentativo di latitanza, berlusconi a quattro per frode allo stato ridotti a qualche ora di passeggiatine in giardino coi vecchietti e alla riforma costituzionale con Renzi; i cosiddetti devastatori di Genova, accusati di aver sfasciato cose e non persone hanno avuto condanne anche a dieci anni; tre anni e sei mesi ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi che non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, una sentenza ridicola dovuta al fatto che in Italia non esiste il reato di tortura e ai provvedimenti fintamente pietosi come l’indulto che viene sempre giustificato con la necessità di non infierire troppo sulla microcriminalità che riempie le carceri ma poi agisce soprattutto su quella macro, rimettendo in libertà anche i grandi delinquenti o non mandandoli in galera nemmeno per un giorno come fu ad esempio per  i mandanti dei massacri del G8 di Genova, funzionari di stato, che hanno ottenuto anziché  una giusta condanna, in relazione anche alla loro responsabilità di garantire la sicurezza e l’ordine,  premi, promozioni e avanzamenti di carriera. Ai  politici ladri di stato,  tangentari, corruttori e corrotti il peggio che può capitare è di scontare i domiciliari, poca roba, in case, ville faraoniche frutto della loro disonestà e continuare a ricevere lo stipendio pagato con le tasse dei cittadini onesti. A Fabrizio Corona, invece, tredici anni e otto mesi poi ridotti a nove per il reato di estorsione:  nove anni in galera non c’è rimasta nemmeno la Franzoni condannata a sedici per l’omicidio di suo figlio.
Qualcosa che non va, anzi molto, c’è. Se di riforma della giustizia si deve proprio parlare si potrebbe iniziare da qui, chissà che ne pensa Napolitano.

Marco Travaglio fa benissimo a rimettere ciclicamente sul tavolo del dibattito pubblico la questione della giustizia uguale per tutti, a far notare le contraddizioni di questo stato malato, visto che non lo fa nessuno. 

Non lo fa nemmeno il senatore de’ sinistra Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, quella che ha definito il Kazakistan una dittatura “temperata”, Manconi che si fa promotore, sempre ciclicamente, di provvedimenti di alleggerimento di pene per tutti che invece preferisce andare a piagnucolare sul Foglio di Ferrara di quanto Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano siano brutti, cattivi e giustizialisti, invece di aprire lui la questione sul diritto di una persona che, sebbene abbia commesso dei reati non è giusto che venga trattata e considerata dallo stato italiano peggiore, e di conseguenza meriti una pena detentiva più severa di chi ammazza un ragazzino a calci e pugni a cui viene rifilata una condanna ridicola, di chi ruba ai cittadini e allo stesso stato e viene condannato a raccontare barzellette a incolpevoli anziani ospiti di una casa di cura.
Alessando Sallusti, diffamatore seriale pluricondannato, che per mezzo del giornale che ancora dirige ha messo a rischio e pericolo la vita di un uomo perbene per sei anni, permettendo che dalle pagine di quel giornale si raccontassero menzogne su di lui, la sua vita privata e professionale, è stato graziato su cauzione dal presidente della repubblica in persona. Diffamare qualcuno in Italia costa 15.000 euro, ma solo se ci si chiama Alessandro Sallusti.
E in un paese dove la diffamazione viene sanzionata con una multa come un divieto di sosta e la frode allo stato premiata con la concessione di poter riscrivere niente meno che la Costituzione, il paradigma per la giustizia giusta, equa, uguale per tutti non può essere Fabrizio Corona, che ha commesso sì dei reati odiosi ma la sua colpa più grave è stata quella di andare a commetterli dove non si poteva e non si doveva.
Fabrizio Corona, essendo un frequentatore di un ambiente qual è quello del gossip i cui protagonisti sono i potenti con un sacco di soldi è stato punito così severamente con la galera da scontare, non coi domiciliari in villa, affinché a nessun altro potesse poi venire in mente di fare le cose che ha fatto lui.
E un paese non sarà mai normale finché l’estorsione, ma solo quella al vip, sarà considerata e trattata dalla legge un reato più grave di un omicidio, un sequestro di persona, la truffa allo stato e la diffamazione.  In Italia nove anni in galera non ci resta nemmeno uno stupratore, un assassino.
Corona si è mosso all’interno di un mondo, un ambiente, dove tutto ruota attorno ai soldi, alla superficialità volgare e ne ha semplicemente approfittato, commettendo dei reati, certo, ma non ha ammazzato nessuno né portato un paese al ridicolo etico, morale e al disastro economico, non ha derubato lo stato. 
Senza contare poi che, se il cosiddetto vip non avesse avuto niente da nascondere poteva far pubblicare le foto come se ne pubblicano a centinaia tutti i giorni. Il ricatto, l’estorsione, nasce dalla malafede dell’oggetto delle attenzioni di Corona. Una cosa vecchia come il mondo. Chi ha pagato Corona non è migliore di lui.

E ora graziate Corona – Marco Travaglio

Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno? Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato.

Latitante negli Usa, senz’aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori.   Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente, e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet. I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione   – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale… garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”. Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a se stesso.

 

Assolto [perché i patti, sono patti]

L’assoluzione di oggi non cancella la condanna definitiva per frode.
berlusconi è e resterà per la vita che gli resta un pregiudicato. brunetta che ha già rinnovato la richiesta di grazia per berlusconi di che parla?
La grazia, per essere concessa secondo Costituzione, non – eventualmente – secondo Napolitano o la santanchè e forza Italia, ha bisogno di particolari requisiti che non risultano essere presenti nella situazione giudiziaria che riguarda berlusconi.
Se gli venisse concessa anche questa sarebbe solo la conferma che in questo paese non c’è rimasto proprio niente da salvare.

 

Se l’accordo, anzi, il patto fra berlusconi e Renzi va in porto non ce n’è più per nessuno. Nemmeno  per quegli imbecilli che non hanno ancora capito in che razza di merda schifosa sprofonderà questo paese.

Caso Ruby, Berlusconi assolto  [L’Espresso]

I giudici della seconda Corte d’Appello di Milano hanno assolto B., imputato per concussione e prostituzione minorile nel processo sulla minorenne di origini marocchine, per entrambi i capi di imputazione. In primo grado l’ex premier era stato condannato a 7 anni. 

Berlusconi assolto in appello.
E’ pieno di giudici comunisti, in Italia.

Ora qualcuno ci venga a raccontare ancora la storiella delle sentenze che vanno rispettate; dovranno essere molto convincenti, però.
Ma va bene, in fin dei conti l’amore vince sempre sull’odio, l’ha detto silvio perciò è vero.
[Mandate via i figli da qui, salvateli se potete]

 

E’ stato tutto uno scherzo.
Falcone e Borsellino non furono uccisi 20 anni fa.
Non ci fu trattativa tra Stato e mafia.
Berlusconi non fece mai sesso nelle cene eleganti.
Ruby era una dolce fanciulla in fiore maggiorenne e nipote di zio Mubarak.
E’ stato uno scherzo il patto del Nazareno ed è uno scherzo che Renzi voglia chiudere il Senato.
Il mondo intero ci guarda e noi sappiamo come farlo ridere.

[Libertà e Giustizia]

 

Non c’è stata concussione né sfruttamento di minori a sfondo sessuale, da oggi in poi se un settantenne vuole portarsi a letto previo pagamento una ragazzina di diciassette lo potrà fare senza che questo costituisca reato. 
Del resto è quello che molti auspicavano, compresi berlusconi e ghedini; abbassare l’età della maggiore età affinché i satrapi pervertiti non abbiano di che rischiare e che male c’è. 
Dunque si è trattato di pura filantropia, berlusconi davvero passava cifre sostanziose alla nipotina dello zio – ufficializzata anche dalla magistratura dopo esserlo stata in parlamento –  e alle varie frequentatrici delle cene eleganti col solo scopo [ops…] di fare un’opera di bene.  In questo paese si può morire [per eccesso di stato e anche di botte] dopo essere stati arrestati per un reato stabilito da una legge incostituzionale come è accaduto a Stefano Cucchi che, senza la legge voluta da fini e giovanardi ma approvata dal parlamento tutto intero, probabilmente ma anche certamente oggi sarebbe ancora vivo e si può essere assolti semplicemente trasformando in non reati quelli che invece sono sempre stati reati anche per la Costituzione: questo però solo se ci si chiama silvio berlusconi.

I colpi di stato oggi non si fanno più a mano armata, si mascherano dietro ad azioni perfettamente legittime e legittimate da un documento ufficiale, così come può essere la sentenza di oggi che assolve berlusconi da quelli che fino a stamattina erano reati e adesso sono invece discutibili per modalità.
Ovvero: non è concussione abusare del proprio potere per ottenere qualcosa, o per meglio dire lo sarebbe se il concussore in questione non si chiamasse silvio berlusconi e non è sfruttamento della prostituzione minorile se a pagare ragazzine per avere in cambio favori sessuali è silvio berlusconi. 
Dunque, come si può ben capire non servono i carri armati nelle piazze per sovvertire le regole che lo stato stesso si è dato. 
Perché in questo paese è sempre andata così: lo stato, per mezzo dei suoi governi, prima fa le leggi e poi le applica a discrezione. 
Se al posto di berlusconi ci fosse stato un signor Nessuno qualunque le cose sarebbero andate molto diversamente: questa non è un’ipotesi ma una certezza.
La questione comunque va oltre la sentenza, qualsiasi sentenza: i giudici devono accertare semplicemente la rilevanza penale di un fatto, ma in un qualunque paese normale silvio berlusconi sarebbe fuori dalla politica soltanto per la sua condotta pubblica e privata. 
E ad oggi nessuno vorrebbe avere a che fare con lui: eccetto Renzi.

Non è una guerra fra guardie e ladri

Notizia tamarra del giorno: berlusconi è ancora cavaliere perché il Napo Capo troppo preso a monitare, sgridare, cazziare, decidere che deve fare Renzi e adesso pure a occuparsi dei mondiali di calcio,  non ha trovato un attimo di tempo per avviare l’iter di indegnità necessario per rimuovere l’onorificenza dal curriculum del delinquente matricolato, lo stesso che Renzi incontrerà ancora e di nuovo  tra breve  per decidere le strategie politiche e di governo. Appena avrà finito di spiegare ai cinesi che per i reati che danneggiano la collettività prevedono pene durissime e anche la condanna a morte,  la sua lotta di contrasto alla corruzione.

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MONTECITORIO PUNISCE I GIUDICI
E ora al Senato si rischia il voto segreto
 

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Punire le guardie al posto dei ladri, l’anti-corruzione in Parlamento – Peter Gomez, Il Fatto Quotidiano

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LA CANTONATA E I SUPER POTERI ATTENDONO ANCORA (Gianni Barbacetto) Il Fatto Quotidiano

 

 

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Polizia e carabinieri violenti, guardia di finanza corrotta, politici, costruttori, capi di impresa corrotti e corruttori in una simpatica alternanza… ma quante sono queste “poche mele marce”?
E in un paese così disastrato il problema sono i giudici che sbagliano. 
Se non fosse vero ci si potrebbe ridere da qui all’eternità.

Siccome non bastavano i tre gradi di giudizio, i lodi, i legittimi impedimenti, la prescrizione, gli indulti approvati dai governi di centrosinistra per favorire i delinquenti di destra,  il fumus persecutionis, la presunzione d’innocenza che per qualcuno vale anche dopo una condanna definitiva, tutto quello che in questo paese rende impossibile arrivare ad una sentenza in tempi ragionevolmente umani, quando proprio non ci si arriva per le avvenute contingenze di cui sopra ci mancava la responsabilità civile per i giudici da affidare ad altri giudici.
La politica sta sempre sul pezzo e sull’urgenza; la crisi, la disoccupazione, le inchieste sulle tangenti, niente di tutto questo è importante come bloccare il parlamento per decidere qualcosa che era già possibile fare senza un disegno di legge apposito.
In questo paese esisteva già la possibilità per i cittadini di potersi rivalere sul giudice che sbaglia.
Chissà perché c’è bisogno di ribadirla con una legge ad hoc.
Spero che il senato rispedisca questa porcheria che sa tanto di ritorsione della politica contro i giudici ai vari mittenti, alla lega che l’ha pensata e al piddì che l’ha prontamente votata; quando il voto è segreto si vede la vera faccia del partito democratico.
Mettiamo il caso che un potente con un sacco di soldi, tanti avvocati costosi in grado di cercare anche l’ultimo cavillo per evitare responsabilità al cliente venga messo sotto inchiesta, con quale spirito lavoreranno i magistrati che lo devono giudicare se sanno che poi potrebbero pagare per un danno magari costruito ad arte proprio dagli avvocati? Ma chiaramente anche questa è una legge d’urgenza, pensata per il nostro bene.

Se l’indipendenza dei giudici non è “mero privilegio” come monita il grande capo allora facciamo che nemmeno il garantismo deve essere il viatico per l’impunità come piacerebbe ai lor signori “dè sinistra” che ieri hanno votato, ma in segreto, lo scempio voluto dalla destra: il sogno erotico più ricorrente di berlusconi, altroché i bunga bunga perché – hanno detto – in questo paese c’è bisogno di un “garantismo imprescindibile” che poi non si capisce che c’azzecchi con la responsabilità dei giudici. 


Se il provvedimento disciplinare da applicare ai giudici è una cosa riservata allo stato e non ad altri intermediari è proprio per garantire l’imparzialità del giudizio, della valutazione dell’errore. In questo paese la magistratura non gode di nessun “strapotere” altrimenti avrebbe ottenuto ben altri risultati nel paese con le classi dirigenti più corrotte al mondo, al contrario è l’istituzione più osteggiata nel paese dove si fa credere che ci sia una guerra fra guardie e ladri mentre le cosiddette guardie fanno semplicemente quel che attiene al loro ruolo, ovvero indagare e processare quei ladri che troppo spesso sono gli stessi che fanno le leggi per contrastare l’operato dei giudici.

Se il magistrato sbaglia lo stato si può rivalere su di lui: c’è già una legge che lo consente. 
Quando non succede è perché lo stato non interviene, non perché il giudice sia oltre che incapace anche un disonesto paraculo come molti politici. 
Chi gioisce per questa porcata della responsabilità civile dei giudici che dovrebbe essere schifata solo perché proposta dalla lega, forse ignora che è solo l’ennesimo regolamento di conti della politica contro la magistratura.
Nulla di ciò che viene pensato dalle menti bacate dei cialtroni in camicia verde può essere considerato giusto; e anche se per un evento eccezionale lo fosse si può almeno sospettare del tempismo?  L’unica emergenza vera di questo paese è liberarlo una volta e per sempre dalla delinquenza di ogni ordine e grado che la politica di destra, di centro e di centrosinistra si è sempre messa disinvoltamente in casa, altroché garantismo e presunzioni del cazzo.
Se Raffaele Cantone, il giudice incaricato di monitorare sugli appalti di stato disintegrati dal malaffare e dalla criminalità,  voleva una risposta a dargliela è stata quella settantina di pavidi che sono andati contro il loro partito e il loro governo, non certo chi ha smascherato, astenendosi, la faccia vera del partito democratico, lo stesso che ieri cacciando, anzi spostando, anzi “armonizzando”  Chiti e Mineo, che lo ha saputo tramite agenzie mentre partecipava ad una trasmissione televisiva, ha dato una grande prova di qual è il livello della sua democrazia: quella interna al partito ma che poi per forza di cose, essendo il pd forza di governo viene estesa anche nell’azione dell’esecutivo. Ma loro sono i democratici, i riformatori senz’accento sulla “o”.

Quelli che poi distribuiscono patenti di fascismo a chi almeno chiede il parere dei suoi iscritti, prima di prendere un’iniziativa.

Il partito democratico nel trentennale della morte di Enrico Berlinguer ha spiegato molto bene qual è la sua idea di questione morale.

 

 

Ha ragione berlusconi: non è la sua sentenza ad essere mostruosa ma proprio la “giustizia”

L’arresto, con tanto di manette manco fosse un berlusconi qualunque, dell’ambulante a Roma è una vergogna che può succedere solo in un paese fatto di gente che non percepisce come più grave il reato che danneggia tutti. E che quindi è stata incapace di pretendere nel tempo una politica che non abbia sempre applicato poi nelle leggi che i Magistrati devono rispettare quando scrivono una sentenza i due pesi e le due misure in materia di giustizia, una cosa che qui da noi è diventata consuetudine [per informazioni, chiedere a berlusconi, Napolitano, Letta e Renzi]. Perché la maggior parte della gente sente come più grave il danno che la tocca personalmente. Il venditore ambulante di borse non danneggia nessuno. Le signore benestanti possono continuare ad andare a fare chilometriche file in quei negozi lussuosissimi dove si entra al massimo in tre per volta, acquistare portafogli in plastica da cinquecento euro e lasciare la libertà a chi pensa che un portafoglio non debba costare cinquecento euro di potersene comprare uno da trenta senz’aver derubato nessuno ma anzi, con la consapevolezza di aver evitato che l’ambulante si debba trasformare poi per necessità nel ladro che danneggia tutti.

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“Sentenza mostruosa” Ma B. sembra una replica (Carlo Tecce) –  20 aprile

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Berlusconi come da copione trascende nonostante l’obbligo imposto dalla finta condanna che deve ancora iniziare a scontare, non lo fa una volta ma due nell’arco di pochi giorni, nonostante l’avvertimento che, ad insulto alla Magistratura avrebbe perso il suo già non diritto ai servizi sociali. E non succede niente, sempre come da copione.

Mi piacerebbe essere ancora viva e abbastanza lucida così da potermi godere lo spettacolo del prossimo dittatorello eletto a furor di popolo, ché noi qua siamo bravi a produrne alla velocità del ventennio, quando rivendicherà anch’egli la pretesa di poter fare il cazzo che vuole e restare impunito perché ha il consenso del popolo, che in un contesto civile da paese normale dovrebbe costituire l’aggravante, non essere motivo di indulgenza. Pretesa che non potrà essergli negata perché è già stata concessa a silvio berlusconi, per questa Gloria Swanson in versione maschile, accompagnato al declino come fosse un malato terminale al quale nulla si nega e tutto si concede, circondato da un esercito di Cecil DeMille e tutti rigorosamente nel ruolo di loro stessi, ovvero,  spudorati senza vergogna che non fanno nemmeno più finta di non esserlo.

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Evasori ed evasivi – Marco Travaglio, 22 aprile

Ha fatto il giro del web la foto dell’immigrato arrestato a Roma in piazza del Pantheon e trascinato in manette come un boss mafioso sotto gli occhi esterrefatti della gente impegnata nello shopping pasquale. Non aveva ucciso né picchiato né stuprato né scippato nessuno: vendeva borse taroccate. Naturalmente nessun garantista un tanto al chilo ha protestato contro la “gogna mediatica” e le “manette facili”, come avrebbe fatto se fosse toccato a qualche frequentatore di un palazzo lì vicino: Montecitorio. Intendiamoci: nessuno giustifica i contraffattori e i loro complici, che vanno perseguiti con severità, visto che sottraggono risorse non solo alle griffe della moda, ma anche al fisco e dunque alla collettività.

Ciò che stona non è l’arresto del venditore abusivo: è il mancato arresto di chi fa le stesse cose, frodando il fisco con i più svariati raggiri, ma resta a piede libero. C’è qualcosa di mostruosamente sbagliato in un paese che porta via in catene l’immigrato delle borse farlocche e intanto manda un frodatore incallito, condannato per 7,3 milioni evasi e miracolato dalla prescrizione per altri 300, a fare il volontario in un ospizio per 4 ore alla settimana per 10 mesi fra una campagna elettorale, un Italicum e una riforma costituzionale. Abbiamo dato volentieri atto a Matteo Renzi delle cose buone annunciate nel Def: gli 80 euro in più nelle buste paga più sottili, anche se escludono incapienti e pensionati, sono meglio di un calcio nel sedere; il tetto ai compensi dei manager pubblici e anche dei magistrati è sacrosanto; l’aumento delle tasse alle banche sul regalo miliardario delle quote Bankitalia è un’inversione di rotta dopo anni di bancocrazia (anche se era meglio evitare tout court quel pacco dono). Ma sulla lotta all’evasione la bocciatura è totale. L’altro giorno, intervistato da Repubblica , il premier ha dichiarato che l’evasione “non si combatte con nuove norme”, bensì con “la volontà politica di incrociare i dati” e “perseguire i colpevoli” con l’“uso massiccio della tecnologia”. La solita supercazzola. Per punire i colpevoli, occorrono pene severe e figure di reato efficaci che oggi non ci sono. Infatti il neocommissario anti-corruzione Raffaele Cantone le chiede eccome: prescrizione, falso in bilancio, autoriciclaggio e veri poteri alla sua Authority, oggi ridotta a ente inutile perché non può sanzionare le amministrazioni che non rispettano le regole. Si spera che Renzi sia così evasivo perché non conosce la materia e non perché teme di perdere voti alle prossime elezioni europee (i 10-11 milioni di evasori votano e fanno votare). Nel primo caso, può rimediare informandosi con qualcuno che ci capisca. Nel secondo, è in malafede e non c’è niente da fare. Come ricorda il pm milanese Francesco Greco, “il sommerso del Pil ammonta a 420 miliardi con mancate entrate fiscali per 180 all’anno”. Cifre spaventose che imporrebbero – dice Greco – “una spending review che riduca i costi della criminalità economica, anche con tagli lineari”. Ma nessuna delle slide delle televendite renziane dice niente sulla prima emergenza nazionale: basterebbe grattarne il 10% per far recuperare decine di miliardi, anziché elemosinare le briciole con le spending à la Cottarelli, le pochade delle auto blu su eBay e le false riforme del Senato e delle Province. Per farlo, occorrono proprio le “nuove norme” che Renzi non vuole. La prima è sull’autoriciclaggio, per punire finalmente chi reinveste in proprio il bottino dei suoi delitti e per garantire che il prossimo decreto sul rientro dei capitali dall’estero non diventi l’ennesimo scudo-condono. La seconda è sulla prescrizione, che garantisce l’impunità a qualunque colletto bianco che derubi la collettività. Ma, per approvarle, ci vuole una maggioranza diversa da quelle del governo (avete presente l’Ncd?) e delle riforme istituzionali (col partito dell’evasore e dell’evaso). I 5Stelle, anch’essi finora piuttosto evasivi, si facciano avanti e sfidino Renzi a presentarle, garantendo i loro voti. Tutto il resto è frottola.

 

 

Dis-occupy Italia

Sottotitolo: la deriva della disperazione va sempre a destra.

Perché quando la gente è disperata non cerca il conforto nella riflessione, nell’intellighenzia tipica della sinistra, col pensiero intellettuale non si riempie il frigorifero: vuole soluzioni, e si convince che solo una politica autoritaria sia la soluzione.

Se i treni puntualmente e sistematicamente ritardano, la gente si convincerà che per risolvere il problema sia meglio qualcuno che somigli a quello che “quando c’era lui, anche i treni arrivavano in orario”. 

E nel paese degl’ignoranti storici, degli smemorati, nel paese dove la sinistra ha abdicato alla sua funzione di reggere un sistema democratico con la politica dei diritti, del lavoro, dei valori condivisi, “quelli” così troveranno sempre ampi consensi.

E i treni, continueranno a ritardare.

MA

Non siamo in guerra. 
Non c’è stata nessuna presa del palazzo da parte dei generali.

E’ giusto preoccuparsi, non abbassare la guardia, restare vigili ma soprattutto lucidi.
Restare vigili e lucidi significa non ingigantire i fatti di questi giorni, vuol dire esprimersi in base al contesto, non colorandolo di quell’immaginario con cui molti vestono le loro opinioni per affermarle, per tentare di renderle più credibili e vicine alla loro verità.

O, peggio ancora per dire che c’è un solo colpevole: i colpevoli sono tutti quelli che siedono nei palazzi. 

E quelli che c’erano prima lo sono molto di più di quelli che ci sono entrati adesso, quelli che stanno solo approfittando del disordine.

Perché quelli di prima hanno avuto tempo e modi per evitare anche chi poi inevitabilmente avrebbe approfittato del disordine: quello che è mancato è stata la volontà di evitarlo. 
La verità dei fatti non è mai demagogia, ed io non mi presterò mai al gioco di chi vuole farmi credere il contrario della realtà. 
Noi che scriviamo in pubblico abbiamo delle responsabilità, cerchiamo di non dimenticarcelo.

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Tasse, diritti d’autore e smartphone più cari
Così il governo allontana internet dai cittadini

Questi sono più pericolosi dei forconi.
Perché sono quelli che impongono l’ignoranza, la repressione culturale per legge.
A Boccia non darei le chiavi di casa per farmi annaffiare il giardino quando non sono a casa. Qualcuno però gli dà la possibilità di nazionalizzare la Rete, di mettere l’embargo sulla libera diffusione in Rete come vuole la Carta dei diritti europei.  La realtà è che continuano a volersi occupare di cose che gli sono estranee e che per questo temono, una su tutte la Rete. Questa smania della politica di allungare le mani sul web è irresistibile. Mentre le nazioni moderne hanno individuato subito nella Rete una risorsa loro, i nostri miseri politici italiani la vedono solo come l’unico ambito non controllabile e dunque da indebolire con ogni mezzo. 

C’è solo da augurarsi che Boccia riceva in risposta la pernacchia planetaria che si merita. La nazionalizzazione di Internet ci mancava, e chi ci poteva pensare? naturalmente il pd delle larghe intese.

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CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA:
“Articolo 11
Libertà di espressione e d’informazione
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.”

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Video I forconi: ora i militari, lo dice la legge 

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Ci credono. Gli stracciamenti di vesti che ho visto in questi giorni nemmeno quando l’Italia ha perso i mondiali ai rigori. Tutti i preoccupati di una non legge che di fatto non toglie un centesimo agli amati partiti che sennò morirebbero di inedia poverelli, come se non avessero accumulato abbastanza soldi fino ad ora. Magari imparare a spenderli e non a bruciarli dopo averli rubati sarebbe già una soluzione per cui non serve nemmeno una legge.

Non ci ho dormito stanotte.

Pensavo infatti a quale legge e a quale Costituzione appartiene il codicillo che prevede la presa dello stato manu militari come ci ha riferito ieri l’illustrissima esponente dei forconi di Modena: la forchettona ha infatti detto che “in caso di scioglimento delle camere c’è una legge che istituisce una giunta militare per mantenere l’ordine fino a nuove elezioni”.

Perché io mica me la prendo con lei, qui ormai ognuno può dire quello che vuole: me la prendo con la giornalista che l’ha intervistata e che non ha risposto con la frase fatidica che tutto risolverebbe senza creare ansie e preoccupazioni ingiustificate: “scusi, ma che cazzo dice?”

Che, al contrario, stava lì ad ascoltarla come se avesse chissà quali cose interessanti da dire. Che ha trasformato in un’intervista seria il delirio di una sconosciuta ignorantona a cui bastava rispondere con la verità, e cioè che non c’è nessuna legge che prevede una scemenza simile, che, al contrario, la nostra Costituzione è nata esattamente per evitare uno scenario simile a quello descritto dalla scimunita di Modena, quello della dittatura, dell’uomo solo al potere, per impedire la formazione di qualsiasi regime repressivo. Perché la nostra Costituzione è antifascista, nata sulle ceneri di un paese demolito dalla dittatura fascista di mussolini, è stata scritta col sangue di chi è morto per liberare l’Italia dai nazifascisti. Ecco perché su quella Costituzione non possono mettere le mani i cialtroni dell’ultim’ora. Per toccare la Costituzione ci vogliono buone intenzioni, come quelle che avevano i veri Padri di questa sciagurata patria e le mani pulite.

Ecco perché me la prendo con Repubblica che su questa immensa idiozia ci ha montato perfino un video da far circolare, ché non sia mai l’Italia dovesse perdersi le elucubrazioni di una disagiata mentale.  

Qui, più che l’occupazione manu militari si dovrebbe attuare una dis-occupazione, di politici cazzari, del giornalismo cazzaro che esalta il nulla, le balle, le finte riforme, la finta abolizione dei finanziamenti ai partiti con cui si sta facendo bello Letta in queste ore.

Perché se è vero che a tanta gente basta poco per andare dietro all’incantatore, all’illusionista di turno è anche vero che chi deve non fa nulla per la costruzione, per la diffusione di quella verità che renderebbe più difficile il progetto di demolizione della democrazia iniziato vent’anni fa,  grazie a chi ha pensato che il più cazzaro [e delinquente] di tutti fosse una persona seria e affidabile, uno a cui dare la responsabilità di governare l’Italia.

Irresponsabili tutti, la politica che continua col giochino della presa per il culo e il giornalismo che ci sguazza. 

Solo in un paese a maggioranza di imbecilli possono succedere queste cose. Le proteste vere sono quelle viste in Grecia, in sud America, in nord Africa.

Questa dei forconi è una barzelletta oscena.

Un paese senza una guida ostaggio di delinquenti e diffamatori

Se questo fosse un paese normale il presidente della repubblica, in qualità di capo del CSM, avrebbe già detto due parole a sostegno dell’ennesimo giudice diffamato dai sicari di silvio berlusconi.

Ma siccome purtroppo è solo l’italietta dei furbi, dei delinquenti, dei diffamatori a libro paga del primo delinquente di questo paese già condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo, quello definitivo, per frode fiscale, pare che il capo dello stato abbia intimato al partito ex democratico, con la scusa di mantenere in piedi il governicchio delle larghe intese,  di mettere in sicurezza il pregiudicato silvio berlusconi –  pena la minaccia delle sue dimissioni anticipate –  facendosi beffe della Costituzione, della legge, di una sentenza di condanna definitiva, dell’onestà dei milioni di cittadini obbligati a rispettare la legge  che si sentono defraudati, violentati e che possono solo assistere all’osceno spettacolo di un onest’uomo  colpevole di niente diffamato, e  quand’anche il giudice Esposito avesse davvero una responsabilità da chiarire non penso che il sistema giusto sia quello dell’oltraggio a mezzo stampa dalle pagine di un fogliaccio il cui direttore è quel di sallusti, noto diffamatore seriale e recidivo, a cui proprio Napolitano ha concesso una grazia in seguito, ça va sans dire, ad una condanna definitiva per diffamazione.

Quando al tempo della condanna annullata scrissi che un periodo di riflessione non avrebbe fatto male a sallusti sapevo quello che scrivevo e dicevo, quello che poi scrivevamo in tanti, tutti quelli che hanno ben chiara la differenza fra libertà di espressione/informazione e diffamazione.

Nessuna libertà dovrebbe essere concessa a chi la usa come arma, in nessun’altra democrazia civile gestita da persone che hanno a cuore il bene dello stato sallusti, belpietro, vittorio feltri, tutta l’orrida corte dei miracolati che  berlusconi può usare pro domo sua,  grazie al suo conflitto di interessi mai risolto da quella politica che ancora oggi lo supporta e sostiene,  avrebbero  avuto la possibilità di continuare a farlo. 

La diffamazione è un reato,  non un  modo di esprimersi folkloristico e ancorché simpatico.

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La nuova Leva

Esposito vs Giornale: “Hanno diffamato”
Ma ora Wanna Marchi lo vuole querelare

Caccia grossa contro Antonio Esposito: ora i berluscones vogliono mettere le mani sulla registrazione dell’intervista del giudice al “Mattino”. Sperano di trovare il cavillo per impugnare la sentenza della Cassazione. Obiettivo: prendere tempo e ottenere l’“agibilità” politica ed elettorale per il condannato.

 
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Il Pornale
Marco Travaglio, 11 agosto
Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere. Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. 

Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale l’intervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.

Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna. Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. 

Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. 

“Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo. Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. 

E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza? Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. 

Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”. Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”. 

Vergogniamoci per loro.