Italia: stato di figli, figliastri e figli di nessuno

Sottotitolo: all’epoca della sentenza che ha condannato Fabrizio Corona anch’io pensavo ancora che non bisognava fare il distinguo, che un reato è un reato e che chi si pone oltre il rispetto della legge va punito di conseguenza. Ma nel frattempo sono accaduti tanti fatti gravi, gravissimi che la giustizia non ha considerato con lo stesso rigore applicato a Corona. Impossibile quindi avere oggi le stesse opinioni di ieri. Il modo in cui vengono trattati certi reati, ma specialmente chi li commette,  inevitabilmente modifica poi, da parte della pubblica opinione l’idea di affidabilità e di serietà dello stato nella figura delle sue istituzioni. 

Preambolo: “Frequentazioni criminali e atteggiamenti fastidiosamente inclini alla violazione di ogni regola di civile convivenza a cui si sommano numerosi e cospicui precedenti penali, senza dimenticare la ricerca ad ogni costo di facili [ed illeciti] guadagni e condotte prive di scrupoli volte ad accaparrare risorse da investire in un tenore di vita lussuoso e ricercato”.

Una descrizione che potrebbe essere applicata non solo a berlusconi ma anche alle decine di persone colpevoli di essersi arricchite a danno dello stato. Comportamenti che nella politica disonesta sono la consuetudine. Amici criminali, sfregio assoluto della legge, delle regole di convivenza civile, comportamenti che delineano una persona socialmente pericolosa abituata a violare la legge, invece questa è parte della sentenza che ha condannato Corona che a differenza dei politici criminali in galera ci è andato per restarci.

Dell’Utri è stato condannato a sette anni per concorso “esterno” in associazione mafiosa che sta scontando dopo un tentativo di latitanza, berlusconi a quattro per frode allo stato ridotti a qualche ora di passeggiatine in giardino coi vecchietti e alla riforma costituzionale con Renzi; i cosiddetti devastatori di Genova, accusati di aver sfasciato cose e non persone hanno avuto condanne anche a dieci anni; tre anni e sei mesi ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi che non hanno perso nemmeno il posto di lavoro, una sentenza ridicola dovuta al fatto che in Italia non esiste il reato di tortura e ai provvedimenti fintamente pietosi come l’indulto che viene sempre giustificato con la necessità di non infierire troppo sulla microcriminalità che riempie le carceri ma poi agisce soprattutto su quella macro, rimettendo in libertà anche i grandi delinquenti o non mandandoli in galera nemmeno per un giorno come fu ad esempio per  i mandanti dei massacri del G8 di Genova, funzionari di stato, che hanno ottenuto anziché  una giusta condanna, in relazione anche alla loro responsabilità di garantire la sicurezza e l’ordine,  premi, promozioni e avanzamenti di carriera. Ai  politici ladri di stato,  tangentari, corruttori e corrotti il peggio che può capitare è di scontare i domiciliari, poca roba, in case, ville faraoniche frutto della loro disonestà e continuare a ricevere lo stipendio pagato con le tasse dei cittadini onesti. A Fabrizio Corona, invece, tredici anni e otto mesi poi ridotti a nove per il reato di estorsione:  nove anni in galera non c’è rimasta nemmeno la Franzoni condannata a sedici per l’omicidio di suo figlio.
Qualcosa che non va, anzi molto, c’è. Se di riforma della giustizia si deve proprio parlare si potrebbe iniziare da qui, chissà che ne pensa Napolitano.

Marco Travaglio fa benissimo a rimettere ciclicamente sul tavolo del dibattito pubblico la questione della giustizia uguale per tutti, a far notare le contraddizioni di questo stato malato, visto che non lo fa nessuno. 

Non lo fa nemmeno il senatore de’ sinistra Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, quella che ha definito il Kazakistan una dittatura “temperata”, Manconi che si fa promotore, sempre ciclicamente, di provvedimenti di alleggerimento di pene per tutti che invece preferisce andare a piagnucolare sul Foglio di Ferrara di quanto Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano siano brutti, cattivi e giustizialisti, invece di aprire lui la questione sul diritto di una persona che, sebbene abbia commesso dei reati non è giusto che venga trattata e considerata dallo stato italiano peggiore, e di conseguenza meriti una pena detentiva più severa di chi ammazza un ragazzino a calci e pugni a cui viene rifilata una condanna ridicola, di chi ruba ai cittadini e allo stesso stato e viene condannato a raccontare barzellette a incolpevoli anziani ospiti di una casa di cura.
Alessando Sallusti, diffamatore seriale pluricondannato, che per mezzo del giornale che ancora dirige ha messo a rischio e pericolo la vita di un uomo perbene per sei anni, permettendo che dalle pagine di quel giornale si raccontassero menzogne su di lui, la sua vita privata e professionale, è stato graziato su cauzione dal presidente della repubblica in persona. Diffamare qualcuno in Italia costa 15.000 euro, ma solo se ci si chiama Alessandro Sallusti.
E in un paese dove la diffamazione viene sanzionata con una multa come un divieto di sosta e la frode allo stato premiata con la concessione di poter riscrivere niente meno che la Costituzione, il paradigma per la giustizia giusta, equa, uguale per tutti non può essere Fabrizio Corona, che ha commesso sì dei reati odiosi ma la sua colpa più grave è stata quella di andare a commetterli dove non si poteva e non si doveva.
Fabrizio Corona, essendo un frequentatore di un ambiente qual è quello del gossip i cui protagonisti sono i potenti con un sacco di soldi è stato punito così severamente con la galera da scontare, non coi domiciliari in villa, affinché a nessun altro potesse poi venire in mente di fare le cose che ha fatto lui.
E un paese non sarà mai normale finché l’estorsione, ma solo quella al vip, sarà considerata e trattata dalla legge un reato più grave di un omicidio, un sequestro di persona, la truffa allo stato e la diffamazione.  In Italia nove anni in galera non ci resta nemmeno uno stupratore, un assassino.
Corona si è mosso all’interno di un mondo, un ambiente, dove tutto ruota attorno ai soldi, alla superficialità volgare e ne ha semplicemente approfittato, commettendo dei reati, certo, ma non ha ammazzato nessuno né portato un paese al ridicolo etico, morale e al disastro economico, non ha derubato lo stato. 
Senza contare poi che, se il cosiddetto vip non avesse avuto niente da nascondere poteva far pubblicare le foto come se ne pubblicano a centinaia tutti i giorni. Il ricatto, l’estorsione, nasce dalla malafede dell’oggetto delle attenzioni di Corona. Una cosa vecchia come il mondo. Chi ha pagato Corona non è migliore di lui.

E ora graziate Corona – Marco Travaglio

Ora che le telefonate di un premier alla Questura di Milano per far rilasciare una minorenne fermata per furto non sono più reato, una domanda sorge spontanea: che ci fa Fabrizio Corona nel carcere milanese di massima sicurezza di Opera per scontarvi un cumulo di condanne a 13 anni e 8 mesi, poi ridotte con la continuazione a 9 anni? È normale che un quarantenne che non ha mai torto un capello a nessuno marcisca in prigione accanto ai boss mafiosi al 41bis, per giunta col divieto di curarsi e rieducarsi, fino al 50° compleanno? Lo domandiamo al capo dello Stato, così sensibile alle sorti di pregiudicati potenti come il colonnello americano Joseph Romano, condannato a 7 anni per un reato molto più grave di tutti quelli commessi da Corona: il sequestro di Abu Omar, deportato dalla base Nato di Aviano a quella di Ramstein e di lì tradotto al Cairo per essere a lungo torturato.

Latitante negli Usa, senz’aver mai scontato né rischiato un minuto di galera, Romano fu graziato nel 2013 su richiesta di Obama da Napolitano in barba alle regole dettate dalla Consulta nel 2006. Queste: la grazia dev’essere un atto “eccezionale” ispirato a una “ratio umanitaria ed equitativa” volta ad “attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale”, cioè per “attuare i valori costituzionali… garantendo soprattutto il ‘senso di umanità’ cui devono ispirarsi tutte le pene” e “il profilo di ‘rieducazione’ proprio della pena”. Parole che paiono cucite addosso a Corona. Il suo spropositato cumulo di pene è frutto di una serie di condanne: bancarotta (una fattura falsa, 3 anni 8 mesi), possesso di 1500 euro di banconote false (1 anno 6 mesi), corruzione di un agente penitenziario per farsi qualche selfie in cella (1 anno 2 mesi), tentata estorsione “fotografica” al calciatore interista Adriano (1 anno 5 mesi), estorsione “fotografica” allo juventino Trezeguet (5 anni), e alcune minori.   Nessuno sostiene, per carità, che sia uno stinco di santo. Ma neppure un demonio che meriti tutti quegli anni di galera: ne ha già scontati quasi due fra custodia cautelare ed espiazione pena. Ed è bene che resti al fresco un altro po’ a meditare sui suoi errori, come ha iniziato a fare fondando un giornale per i detenuti, Liberamente, e rivedendo criticamente il suo passato nel libro Mea culpa scritto dietro le sbarre. E a curare la sua evidente patologia di superomismo: ma questo gli è impedito dalla condanna “ostativa” subìta al processo Trezeguet. I fatti, peraltro piuttosto diffusi nel mondo dei paparazzi, sono questi: un fotografo della sua agenzia immortala il calciatore in compagnia di una ragazza che non è sua moglie; Corona gli propone di ritirare il servizio dal mercato in cambio di denaro; Trezeguet ci pensa su un paio di giorni, poi sgancia 25mila euro. Tecnicamente è un’estorsione, poiché i giudici – dopo un proscioglimento del gip annullato in Cassazione   – ritengono che fotografare un uomo pubblico per strada integri una violazione della privacy (tesi controversa e ribaltata in altri processi a Corona, tipo nel caso Totti). Reato per giunta aggravato dalla presenza di un terzo: l’autista. Così, per un delitto scritto pensando al mafioso che chiede il pizzo scortato dal killer, Corona si becca 3 anni 4 mesi in tribunale, poi divenuti 5 in Appello (niente più attenuanti generiche). E scatta il reato “ostativo”: niente sconti per la liberazione anticipata (75 giorni a semestre per regolare condotta), niente percorso rieducativo e terapeutico, almeno 5 anni in cella di sicurezza. Un pesce rosso in uno stagno di squali. Proprio a questo serve, secondo la Consulta, la grazia: non a ribaltare le sentenze, ma ad “attenuare l’applicazione della legge penale” quando “confligge con il più alto sentimento della giustizia sostanziale… garantendo il senso di umanità” e il fine “di rieducazione della pena”. Una grazia almeno parziale, che rimuova il macigno dei 5 anni “ostativi”, sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a se stesso.

 

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Informazione [si fa per dire]: scusate se insisto

Sottotitolo: “Fra trent’anni l’Italia non sarà come l’ha fatta la politica ma come l’hanno fatta le televisioni”. Questo l’ha detto Ennio Flaiano, che è morto nel 1973, quindi in tempi meno sospetti di questo. Per non parlare di quanto detto e scritto da Pasolini a proposito dell’effetto devastante dei mezzi di informazione quando sono usati e gestiti male, con l’obiettivo di favorire il potere e non quello di raccontare i fatti affinché la gente poi impari ad elaborare le giuste riflessioni su ciò che esiste davvero, dunque non per costruire modelli perlopiù negativi, contrari a qualsiasi forma di etica in cui la gente non si riconosce, che a leggerlo adesso sembra scritto e detto l’altra settimana.

Io, lo dico spesso a mò di implorazione, di preghiera, non pretendo da tutti una chissà quale cultura avanzata che non possiedo neanch’io, ma almeno la conoscenza di questi ultimi trent’anni di storia, per capire, per non farsi prendere per il culo, per sapere chi dice la verità e chi invece la nasconde dietro il chiacchiericcio delle finte risse in tv. Oggi molti parleranno della finta lite fra Cicchitto e sallusti e non della fiducia che probabilmente si darà ad un governo che agisce sotto l’egida dell’Europa peggiore, quella liberista che ammazza lo stato sociale e i diritti civili, del lavoro, in virtù di una crisi provocata ad arte di cui non sono responsabili quelli che la stanno pagando. E quelli che stanno per decidere la fiducia al governicchio liberticida di Napolitano sono gli stessi che avevano giurato che Ruby era la nipote di Mubarak. Gli stessi TRADITORI dello stato. #colLetta.

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Mauro Biani

Il punto più significativo, e più basso, di Ballarò di ieri sera secondo me non è stata la lite fra Cicchitto e sallusti ma il successivo commento di Paolo Mieli quando riferendosi a Cicchitto ha detto più o meno che lui ha avuto dei problemi, un passato complicato ma che non gli si può riconoscere il ruolo di traditore. 
Ovvero Paolo Mieli ha riconosciuto una dignità politica a Cicchitto evitando accuratamente di fare riferimento a quei problemi che hanno riguardato Cicchitto e che si chiamano P2.  Quando l’ho sentito ho fatto un salto sulla sedia, si spera sempre “ora lo dice, lo dirà” e invece no, nessuno dice  che se questo fosse un paese normale tutta la P2 e i suoi derivati sarebbero in una galera da vent’anni, lontani dalla società civile e dimenticati da tutti, purtroppo, e invece, in questo paese c’è un sacco di gente che non sa nemmeno cos’è la P2, trasformatasi nel tempo in 3, 4 eccetera. Ecco perché dare una forma di dignità politica a Cicchitto significa non aver capito un cazzo di quello che è successo in Italia in questi ultimi trent’anni, anche un po’ prima di silvio il pregiudicato, quindi.

La televisione imbambola la gente con la finta lite in studio, a meno che qualcuno creda davvero che quei due stessero facendo sul serio, così oggi tutti parleranno della lite e non dei contenuti di un programma che informa in modo parziale, pilotato dalla politica che se questo fosse un paese normale non avrebbe nessun diritto né il modo di influenzare l’informazione in modo così sfacciato. Margaret Thatcher usava dire: “la BBC non mi piace ma non posso farci nulla”.

Questo è il paese dove tutti sanno tutto, dove non c’è bisogno di nessuno che racconta le cose, dove si guarda a chi le racconta, e invece di andare a verificare se le cose che si riportano sono vere o false si preferisce prendersela con chi le dice e le scrive. Solo in un paese a maggioranza di deficienti e ignoranti dal punto di vista della conoscenza si può criticare un giornalista perché è lui come succede sistematicamente a Marco Travaglio perché non si possono confutare né smentire le cose che scrive e che dice. Ecco perché poi i Paolo Mieli diventano le eccellenze e gli altri, quelli che non hanno piegato la schiena al conflitto di interessi di berlusconi né al suo libro paga, gli scemi del villaggio.  

Qui in rete, lo vedo anche dalla mia pagina di facebook si rischia ogni giorno l’accusa di presuntuosità, molti ti leggono e rispondono alle varie cose che si pubblicano con l’aria da “ma questa che dice, che vuole?” solo perché scrivi di cose che non conoscono. E invece di andare a vedere se sono vere preferiscono prendersela con chi gliele racconta.

Riconoscere una storia politica a chi ha fatto parte di una loggia segreta eversiva il cui obiettivo era il rovesciamento dello stato significa dare dignità ed un significato POLITICO, e ancorché storico a tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, ovvero la messa in pratica di quel progetto criminale che è il piano di rinascita di Licio Gelli che nel 2003 in un’intervista a Repubblica  si vantava che tutto [giustizia, ordine pubblico, televisione] stava andando come da lui voluto trent’anni prima e che forse avrebbe dovuto pretendere i diritti d’autore.

E se il bravo presentatore avesse fatto ascoltare tutta l’intervista a Grillo, del quale tutto si può dire meno che non abbia la giusta competenza e conoscenza delle dinamiche dell’informazione italiana, invece dei venti secondi stralciati da un quarto d’ora di dichiarazioni interessanti e vere sullo stato pietoso dell’informazione del servizio pubblico forse la gente capirebbe che se l’Italia è al livello più infimo in materia di libertà di stampa e informazione, nelle classifiche internazionali si trova sotto o al pari di paesi che almeno non si vantano di essere democrazie, lo si deve anche, soprattutto, a gente come Paolo Mieli considerato un’autorevole eccellenza giornalistica ma nei fatti solo uno dei tanti funzionari del sistema “status quo” italiano e alle trasmissioni come Ballarò, grazie alla quale, val la pena di ricordarlo, un’anonima dirigente di un sindacato inutile come Renata Polverini  è stata aiutata a diventare niente meno che governatrice del Lazio.

La disinformazione crea mostri che nessuno poi può più distruggere, e la conferma l’abbiamo proprio nella figura di berlusconi che grazie alle sue tv e al controllo che ha potuto esercitare poi da “politico” sulle altre, sul cosiddetto servizio pubblico, ha stravolto e deformato un paese intero.

Un paese senza una guida ostaggio di delinquenti e diffamatori

Se questo fosse un paese normale il presidente della repubblica, in qualità di capo del CSM, avrebbe già detto due parole a sostegno dell’ennesimo giudice diffamato dai sicari di silvio berlusconi.

Ma siccome purtroppo è solo l’italietta dei furbi, dei delinquenti, dei diffamatori a libro paga del primo delinquente di questo paese già condannato in primo grado per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile e in ultimo, quello definitivo, per frode fiscale, pare che il capo dello stato abbia intimato al partito ex democratico, con la scusa di mantenere in piedi il governicchio delle larghe intese,  di mettere in sicurezza il pregiudicato silvio berlusconi –  pena la minaccia delle sue dimissioni anticipate –  facendosi beffe della Costituzione, della legge, di una sentenza di condanna definitiva, dell’onestà dei milioni di cittadini obbligati a rispettare la legge  che si sentono defraudati, violentati e che possono solo assistere all’osceno spettacolo di un onest’uomo  colpevole di niente diffamato, e  quand’anche il giudice Esposito avesse davvero una responsabilità da chiarire non penso che il sistema giusto sia quello dell’oltraggio a mezzo stampa dalle pagine di un fogliaccio il cui direttore è quel di sallusti, noto diffamatore seriale e recidivo, a cui proprio Napolitano ha concesso una grazia in seguito, ça va sans dire, ad una condanna definitiva per diffamazione.

Quando al tempo della condanna annullata scrissi che un periodo di riflessione non avrebbe fatto male a sallusti sapevo quello che scrivevo e dicevo, quello che poi scrivevamo in tanti, tutti quelli che hanno ben chiara la differenza fra libertà di espressione/informazione e diffamazione.

Nessuna libertà dovrebbe essere concessa a chi la usa come arma, in nessun’altra democrazia civile gestita da persone che hanno a cuore il bene dello stato sallusti, belpietro, vittorio feltri, tutta l’orrida corte dei miracolati che  berlusconi può usare pro domo sua,  grazie al suo conflitto di interessi mai risolto da quella politica che ancora oggi lo supporta e sostiene,  avrebbero  avuto la possibilità di continuare a farlo. 

La diffamazione è un reato,  non un  modo di esprimersi folkloristico e ancorché simpatico.

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La nuova Leva

Esposito vs Giornale: “Hanno diffamato”
Ma ora Wanna Marchi lo vuole querelare

Caccia grossa contro Antonio Esposito: ora i berluscones vogliono mettere le mani sulla registrazione dell’intervista del giudice al “Mattino”. Sperano di trovare il cavillo per impugnare la sentenza della Cassazione. Obiettivo: prendere tempo e ottenere l’“agibilità” politica ed elettorale per il condannato.

 
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Il Pornale
Marco Travaglio, 11 agosto
Da quando, il 23 maggio, ha avuto la sventura di essere nominato presidente della sezione feriale della Cassazione e, a luglio, vi ha visto piovere il processo Mediaset che andava trattato subito per evitarne – secondo le regole – la prescrizione, il giudice Antonio Esposito ha finito di vivere. Sapeva che, per campare sereno, avrebbe dovuto calpestare la Costituzione, la legge e la sua coscienza annullando la condanna di B. possibilmente senza rinvio: insomma assolverlo, anche se dalle carte risulta inequivocabilmente colpevole. 

Non è vero, come scrivono i soliti tartufi, che gli sia stata fatale l’intervista “inopportuna” al Mattino di Napoli per quella frase sul motivo del verdetto, mai autorizzata nel testo concordato con l’intervistatore (“non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva”), per giunta appiccicata a una domanda mai fatta sul caso specifico di B.

Anche se non l’avesse pronunciata nel colloquio informale con l’amico cronista che poi l’ha tradito, e anche se gli avesse buttato giù il telefono, Antonio Esposito sarebbe stato linciato ugualmente dal Giornale e dagli altri house organ della Banda B. Il peccato originale non è la frase o l’intervista: è la condanna. Il pool Mani Pulite non disse una parola su B., eppure viene manganellato da vent’anni. 

Il giudice Mesiano non disse una parola dopo aver condannato la Fininvest a risarcire De Benedetti per lo scippo della Mondadori, eppure fu pedinato e sputtanato in tv per i suoi calzini turchesi. La giudice Galli non disse un monosillabo sul processo Mediaset, eppure prima e dopo la condanna d’appello fu diffamata addirittura perché figlia di un giudice assassinato dalle Br. 

“Non ce l’hanno con noi per quello che diciamo, ma per quello che facciamo”, ripete Piercamillo Davigo. Con Esposito il Giornale ha esordito accusandolo di portare le scarpe da jogging e la camicia aperta, di alzare il gomito (essendo astemio), di aver anticipato in una cena la condanna di Wanna Marchi (emessa l’indomani da un collegio di 5 giudici), di aver raccontato telefonate sexy delle girl di Arcore (mai lette da nessuno e poi distrutte), di aver barattato la condanna di B. con la richiesta di archiviazione di un’indagine disciplinare suo figlio (avvenuta a gennaio, sei mesi prima che il processo Mediaset finisse sul suo tavolo) per una cena con la Minetti, di aver voluto vendicare l’estromissione del fratello Vitaliano su pressione del Pdl da subcommissario dell’Ilva. 

E perché, se sapeva tutte queste cose, il Giornale non le ha scritte prima della sentenza? Poi, siccome ogni pretesto è buono per la caccia all’uomo che ha osato condannare B., il Giornale è passato dalla cronaca all’archeologia riesumando vicende che affondano nella notte dei tempi. Fino al 1980, quando Esposito era pretore a Sapri e alcuni esponenti Pci e Psi (tra cui Carmelo Conte, poi plurinquisito) l’attaccarono in varie interrogazioni parlamentari perché disturbava la quiete del paese con i suoi processi. Titolo: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera. Nel 1980 il presidente della Commissione antimafia Pci denunciava al Guardasigilli: ‘Esposito fazioso e troppo protagonista’”. 

Purtroppo il Giornale dimentica di aggiungere che nel procedimento disciplinare che ne seguì Esposito fu prosciolto in istruttoria perché chi l’aveva denunciato “aveva motivi di inimicizie verso il pretore per i provvedimenti da lui emessi nell’esercizio delle sue funzioni”, in parte “sottoposte a procedimenti penali per gravissimi reati”. Fu, secondo la commissione disciplinare del Csm, “un vero e proprio complotto contro l’Esposito di tale portata e gravità da determinare la commissione a sollecitare il Csm a non abdicare al fondamentale ruolo di garanzia dell’indipendenza della magistratura… apprestando un’energica tutela al magistrato che è stato fatto oggetto di un così vasto attacco, scorretto nelle forme e illecito nei contenuti, da parte di un gruppo di persone che per soddisfare il proprio sentimento di vendetta o per salvaguardare i loro interessi posti in pericolo non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa e a coinvolgere nella disdicevole operazione rappresentanti del Parlamento”. 

Vergogniamoci per loro.

Arroganza istituzionale

maiali-di-statoSottotitolo:  il mio concetto di onestà, di sani comportamenti, di etica e moralità ha subito un vero trauma.

Sono confusa, arrabbiata  e smarrita, vedo un paese senz’alcun punto di riferimento. Non ho più fiducia in nessuno.

Non posso avere fiducia in chi garantisce sallusti e non mio figlio.

Caso Sallusti, Napolitano commuta
carcere in pena pecuniaria di 15mila euro

 Napolitano  grazia il diffamatore non pentito sallusti.

La legislatura delle vergogne chiude in bellezza [Il Fatto Quotidiano]

Re Giorgio ha detto sì.
Così danielina potrà organizzare il pranzo di natale a casa sua.
Io mi chiedo solo una cosa: ma che cazzo ce la mandano a fare a processo certa gente? la mandassero direttamente da Napolitano a prendersi  una sentenza cash e passa la paura. 

Almeno si evita di prendere in giro, di ridicolizzare la gente onesta e perbene, quella che non diffama e non commette reati per abitudine.

Tutto sommato si potrebbe fare davvero una class action, aprire un sito web dove postare e pubblicare quotidianamente tutto il peggio che viene in mente a chiunque a proposito di classe dirigente e politica, e non importa che sia vero o falso, offensivo o meno, il tutto si potrà derubricare nella semplice espressione di un’idea come c’insegna [anche] il bravo Matteo Renzi che ci fa sapere di essere felice e contento che la vicenda di sallusti si sia risolta positivamente, più o meno come disse quando berlusconi fu prescritto al processo Mills.

E se qualcuno ci dovesse denunciare per diffamazione potremo sempre andare a chiedere conforto e assistenza al presidente Napolitano, patteggiare una grazia e pagarla in comode rate da 1000 euro al mese. Ma in questo caso e ovviamente, nessuno farebbe in tempo a postare una virgola e il sito verrebbe chiuso con relativa denuncia nei confronti dei suoi amministratori. Mica come quei bei siti nazifascisti o integralisti fondamentalisti alla pontifex che possono diffondere le loro apologie in santa pace.

Una volta si diceva che le leggi per gli amici si interpretano, per tutti gli altri si applicano.
Oggi invece le leggi per gli amici si inventano, semplicemente.
Le sentenze dei tribunali diventano strumenti di ricatto sottobanco, si concedono attenzioni e perdono in cambio di chissà quale contropartita.
Mal che vada si possono sempre aprire conflitti di attribuzione: l’istituzione, innanzitutto, del paese ce ne possiamo sbattere allegramente i coglioni, tanto è natale chi ci penserà più a sallusti, diffamatore recidivo il cui reato è stato condonato con 15.000 euro, praticamente la cifra che la sua compagna spende in due mesi fra profumi, trattamenti estetici e parrucchiere.

sallusti è stato giustificato, perdonato, difeso, condonato, graziato e non ha ancora chiesto scusa al PM Cocilovo. 
E pensare che sarebbe bastato questo e una semplice rettifica per evitare di farne un martire dell’ingiustizia coccolato da tutte le caste sopracaste e sottocaste, quelle categorie di professionisti che gestiscono i poteri e i doveri costituzionali e la libera circolazione delle informazioni.

O almeno dovrebbero, se la Costituzione ha ancora un senso o se invece  ce l’ha solo per farne uno show da lunedì sera invernale.

La vicenda di sallusti  va molto oltre i semplici concetti di casta e privilegio perché mette manifestamente noi cittadini onestamente normali o normalmente onesti ad un livello molto inferiore rispetto a quello di qualcuno che delinque, ovvero viola la legge, si pone oltre la legge  abitualmente, un recidivo, e non per opinione ma per il gesto concreto di un garante super partes, la persona che rappresenta uno stato e i suoi cittadini che dovrebbero essere tutti uguali anche se si chiamano sallusti, berlusconi e Napolitano, un presidente, un garante  che in altre situazioni che hanno riguardato altre persone – quelle che tutte uguali lo sono davvero  perché sanno di non poter contare su nessun interessamento particolare da parte di nessuna eccellenza –  non si è comportato in modo analogo e non lo farà neanche in futuro semplicemente perché non rientra nelle prerogative di un capo di stato graziare un condannato [ad una non pena ridicola] che non ha scontato nemmeno mezz’ora di galera, sallusti in queste ultime settimane ha soggiornato nella lussuosa dimora della sua compagna, ha continuato a comunicare con l’esterno attraverso un computer e i social network: arresti domiciliari? non scherziamo.

C’è stata gente che si è suicidata per una cartella equitalia, per non aver saputo sopportare la vergogna di una umiliazione e l’impossibilità di far fronte ad un debito in denaro.

Gente onesta cui nessuno ha teso una mano nemmeno per pietà.

 Napolitano invece  intercede personalmente con la collaborazione dell’appena ex ministro della giustizia, ed entrambi si arrogano il diritto di  sollevare uno che commette reati a ripetizione  dalle sue responsabilitá morali, civili e legali. Un protégé della casta a cui ieri è stata data l’assicurazione dal presidente della repubblica in persona  che  qualunque cosa faccia e può fare avrà  tutte le garanzie per farla franca. 

Cosa che non potrebbe né dovrebbe accadere se l’ambito della politica fosse pulito, esente da dubbi e sospetti, perché da ieri ognuno di noi è autorizzato a pensare che Napolitano abbia dovuto cedere a precise richieste di qualcuno.

Io almeno sì, mi autorizzo, eccome.

Proprio un bravo presidente, Napolitano.
Il miglior migliorista di tutti a mettersi  – da capo supremo del CSM – contro giudici e magistrati, da Palermo a Milano passando per Napoli. 
Il tutto per difendere  il ruolo, mica se stesso, no no ci mancherebbe, e adesso anche sallusti.
Sono soddisfazioni, vive e vibranti, e ce le abbiamo solo noi.
Schifezze come queste altrove non capitano; nessuno ci venisse a raccontare che sono azioni legittime e costituzionalmente corrette.
La Costituzione non dice che bisogna graziare [commutare una pena detentiva con qualche migliaio di euro è di fatto una grazia] i diffamatori recidivi.
Quelli “spiccatamente preposti a delinquere”,  con  tanti cari saluti a quel diritto costituzionale che voleva i cittadini tutti uguali, sia che si chiamassero sallusti, berlusconi o Napolitano.

E il bello poi è che ci vengono ad accusare di demagogia, di populismo.

Che mandano Benigni in tv a spiegare agli italiani quanto è bella la Costituzione, quella stessa che noi, da poveri poveracci cerchiamo di onorare ogni giorno ma che invece viene oltraggiata e stuprata tutti i giorni da chi per ruolo e istituzione dovrebbe esserne il garante, l’estremo difensore.

Il giorno dei Maya(li)
Marco Travaglio, 22 dicembre

Non è finito il mondo, ma solo il governo. E, con esso, una delle peggiori legislature della storia d’Italia. Quella delle passerelle dei ministri sui cadaveri dell’Abruzzo terremotato. Quella delle leggi vergogna imposte da B. e puntualmente firmate da Napolitano. Quella dei deputati comprati per tenere in piedi una banda senza maggioranza. Quella della mignottocrazia (copyright di Paolo Guzzanti). Quella dei giornali e delle tv padronali usati come manganelli per pestare gli avversari del regime. Quella delle istituzioni, anche le più alte, piegate alla ragion di Casta: per bastonare chi osa indagare sulle trattative Stato-mafia, per conservare i privilegi della cosca partitocratica, per cancellare il referendum anti-Porcellum, per svuotare il Parlamento dei suoi poteri a colpi di decreti, voti di fiducia, crisi extraparlamentari e scelte estero-dirette. E, infine, quella di chi strillava all’antipolitica e intanto fabbricava un governo tecnico riservato a non-politici: meglio dei predecessori, anche perché era difficile trovar di peggio, ma imperdonabilmente non-eletti. E dire che nel 2008, quando si andò a votare, la parola più ricorrente degli italiani era “casta”. Merito del best-seller di Stella e Rizzo e dei due V-Day di Grillo, che fecero da detonatori alla rabbia popolare a lungo sopita contro una classe dirigente decrepita, corrotta, screditata, mollemente adagiata nei suoi privilegi. Pareva che qualcosa dovesse cambiare, e qualcosa, quando i cittadini furono liberi di esprimersi, è cambiato: i referendum contro impunità, acqua privata e nucleare; i nuovi sindaci, da De Magistris a Doria, da Pisapia a Pizzarotti, più il seminuovo Orlando; il boom di 5Stelle in tutt’Italia, persino nell’immutabile Sicilia; le primarie del Pd. Nel Palazzo, invece, tutto come sempre. A parte qualche sforbiciatina ai “rimborsi elettorali” dei partiti, i costi folli della Casta sono rimasti intatti, e così i suoi privilegi. Affossato il taglio delle province. Silurato il divieto di riciclare politici trombati negli enti pubblici. E ieri, degno coronamento, la grazia al “giornalista” simbolo della stampa-manganello. Giornalista fra virgolette, perché da ieri è entrato ufficialmente nella Casta dei più uguali degli altri: ha diffamato un giudice, accusandolo di aver costretto una bambina ad abortire (fatto mai accaduto, totalmente inventato e mai rettificato); se la cava con 15 mila euro di multa e può tornare a diffamare chi gli pare con il viatico del Quirinale. Il tutto mentre il povero Pannella rischia la pelle per denunciare l’obbrobrio di tanti poveri cristi che marciscono in galere da terzo mondo per reatucoli da quattro soldi, tipo il possesso di un po’ di fumo o l’essere immigrati nel paese sbagliato, grazie alle leggi infami e ai “pacchetti sicurezza” dei governi di sinistra e soprattutto di destra. Leggi puntualmente firmate da Napolitano e dimenticate, fischiettando, da chi le ha votate. L’altroieri, mentre il Quirinale si mobilitava per graziare in fretta e furia il noto premio Pulitzer, il nuovo Pellico reduce dallo Spielberg, la Camera faceva gli straordinari per votare l’insindacabilità a Maurizio Gasparri, denunciato dal sottoscritto per aver detto e ripetuto in tv: “Travaglio è andato in vacanza in Sicilia a spese di un condannato per mafia”. Il tutto anni dopo che avevo pubblicamente documentato, carte alla mano, di essermi sempre pagato le vacanze e di non aver mai conosciuto né frequentato condannati per mafia. Giovedì, con i voti di Pdl e Lega, il Parlamento ha deciso che quelle infamie
sono “insindacabili opinioni di un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni”. 
Ricapitolando: i Sallusti e i Gasparri possono diffamare impunemente chi vogliono, al riparo del Quirinale e di Montecitorio. Il messaggio per tutti noi cittadini comuni è semplice: chi fa parte del giro è al di sopra della legge; tutti gli altri, i paria, si fottano. Certo, non è la fine del mondo: è un po’ peggio.

Quanto manca?

Sottotitolo: proprio di finire magari no, ma una bella ritoccatina, un’aggiustatina definitiva a violenze e infamità sì, se la meriterebbe.

Il mondo, dico.

Preambolo:  se fossi andata io in un paese straniero, e “per sbaglio” avessi ammazzato due persone, dove passerei questo  natale?

Nel delirio denominato legge di stabilità [in realtà l’ennesimo furto con destrezza] ci sono anche un milione di euro da destinare ai festeggiamenti per il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, nonché un finanziamento al collegio nazionale dei maestri di sci [e perché no anche ai bagnini e agli istruttori di nuoto e fitness?], il risarcimento per i parenti delle vittime di un incidente aereo accaduto 35 anni fa [prima no: bisognava aspettare la crisi globale per risarcire], 1 milione per le celebrazioni dei 70 anni della Resistenza e due milioni per risolvere un altro grande dramma italico: inserire le terme nel SSN.

E, a margine ci sono 826.000 euro da pagare per far trascorrere le feste di natale in famiglia ai “nostri ragazzi”.

Volevo solo ricordare che ci sono altri due italiani, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni,  detenuti in un carcere indiano, accusati di aver ucciso un loro amico: un omicidio sul quale non si è mai fatta piena luce, l’autopsia al morto fu eseguita da un oculista, per dire, ma quelli, ça va sans dire, non sono i ragazzi di nessuno, quindi ce li possiamo benissimo dimenticare.

Un presidente della repubblica di un paese disastrato come il nostro non dovrebbe avere così tanto tempo a disposizione per occuparsi affettuosamente di un diffamatore recidivo e di due assassini i cui destini non dovrebbero essere legati a decisioni diplomatiche ma esclusivamente sulla base delle regole e delle leggi che hanno violato; c’è più della metà di un paese che non sa come tirare avanti, gente disperata che la fine del mondo quasi se la augura per non averlo davvero un domani a cui pensare e il presidente della repubblica italiana che fa? si permette di agire e parlare in nome e per conto di tutta una nazione su questioni che non riguardano tutta una nazione.

I MIEI ragazzi io ce li ho in casa, in famiglia, fra gli amici, e non imbracciano fucili; non voglio che si parli di “nostri” ragazzi in riferimento a mercenari pagati anche da me con le mie tasse che se ne vanno in giro per il mondo ad ammazzare allegramente persone in missioni di “pace” e per difendere dei pozzi di petrolio. 
E non mi piace per niente che il presidente della repubblica del paese dove sono nata e dove vivo conceda la grazia ad un delinquente abituale, uno con una spiccata propensione a delinquere per sentenza di un giudice condannato per scherzo ma del quale si parla da mesi come se fosse un martire dell’ingiustizia. 
E’ inutile quindi osannare l’importanza e la bellezza di una Costituzione che viene ridicolizzata ogni giorno proprio da chi dovrebbe rispettarla per primo e farsene garante.

Troppa grazia

Marco Travaglio, 21 dicembre

Con tutto quel che avrebbe da fare nell’interesse del Paese — per esempio rispedire Monti alle Camere per vedere se osano sfiduciarlo e, in caso contrario, lasciarci votare alla scadenza naturale della legislatura — il presidente della Repubblica trova il tempo di occuparsi a tamburo battente della grazia al direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Ieri ha inviato il dossier alla ministra Severino perché dica di sì: infatti, da quando Ciampi sollevò il conflitto di attribuzioni contro il Guardasigilli Castelli che si opponeva alla grazia per Bompressi e la Consulta gli diede ragione, il Guardasigilli non può più opporsi agli atti di clemenza del Quirinale, ma solo firmarli senza fiatare. Ora, della sorte di Sallusti abbiamo smesso di interessarci da quando, alla vigilia della sentenza di Cassazione, gli suggerimmo di scusarsi col giudice che aveva diffamato, rettificando la notizia falsa e risarcendo il danno in cambio del ritiro della querela, che avrebbe estinto il processo. Il giudice si disse disponibile, ma Sallusti non si scusò e non risarcì, anzi iniziò subito a diffamare i giudici che l’avevano condannato. Così la Cassazione confermò la sua condanna a 14 mesi. Da allora, mobilitazione generale per fare di lui un cittadino al di sopra della legge: Camere sequestrate per votare una legge ad Sallustem, alti lai della casta pennuta, pressioni del Colle — rivelate da Sallusti stesso e mai smentite dal pur querulo portavoce — sulla Procura perché mandi il nostro eroe ai domiciliari. In ogni caso il procuratore di Milano, rimangiandosi l’interpretazione della “svuota-carceri” seguita finora per gli altri condannati, trasforma la detenzione carceraria in domiciliare. Solo per Sallusti. Infatti i pm firmano documenti contro il loro capo, rammentandogli che la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Il tutto, si badi bene, contro la volontà di Sallusti, che fa di tutto per finire in galera. Dice di rifiutare i domiciliari e ne evade addirittura sotto gli occhi degli agenti, venendo peraltro assolto in Tribunale. L’Ordine dei giornalisti, che l’aveva sospeso per l’evasione, appena assolto lo reintegra nelle funzioni, senza spiegare come possa un direttore esercitare il controllo previsto dalla legge sui contenuti del suo giornale stando recluso in casa. Ora, con l’avvio dell’iter per la grazia, siamo all’ultima forzatura, la più grave. La grazia, derogando ai princìpi di eguaglianza e legalità, soggiace a regole e prassi stringenti perché resti un provvedimento eccezionale (dal 2006 Napolitano l’ha adottato appena 19 volte), esclusivamente per scopi “umanitari”: guai se suonasse come sconfessione di una sentenza irrevocabile. Infatti viene concesso a condannati che abbiano scontato buona parte della pena, previo parere del giudice di sorveglianza, unico abilitato a valutarne il percorso rieducativo. Non è il caso di Sallusti, che non è mai entrato in carcere, ha appena iniziato a scontare la pena, vanta sette precedenti penali e vari processi in corso per diffamazione (come molti giornalisti). Una grazia oggi sconfesserebbe platealmente il verdetto della Cassazione. E violerebbe la separazione dei poteri e gli altri princìpi cardine dello Stato di diritto. Senza contare che Sallusti ripete di non volerla chiedere, anche se furbescamente manda avanti il suo legale, l’on. Avv. ‘Gnazio La Russa. Insomma quello di Napolitano non sarebbe un atto umanitario, ma un’entrata a gamba tesa della politica per raddrizzare una sentenza sgradita contro un protégé della Casta. Con tanti saluti alle migliaia di detenuti che marciscono in celle di un metro quadrato e allo sciopero di Pannella, fra i gridolini ipocriti del Palazzo. E meno male che, trascinando la Procura di Palermo alla Consulta, Napolitano ha detto di voler trasmettere intatte le sue prerogative al successore, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi. Il quale, da qualche mese, non fa che rotolarsi nella tomba.

Se

Giuseppe Cocilovo: parla il giudice di Sallusti

«Io non ho mai pensato al carcere per Sallusti. Ma perché l’Ordine professionale non interviene e non emana provvedimenti disciplinari? Avrebbero potuto fermarlo per 15 giorni, per un mese…». È una ferita aperta per il giudice. Affiorano dalla sua memoria quelle che chiama «le condotte successive » di Sallusti, il rifiuto della rettifica, il no a versare direttamente 20mila euro a Save the children per chiudere il caso, un altro articolo per ipotizzare che tra lui e Antonio Bevere, il magistrato della Cassazione relatore del caso, ci fosse un’antica amicizia da cui è scaturito un comportamento a lui favorevole. Invece «non l’ho mai conosciuto, ho chiesto la rettifica, niente ». Dice sdegnato: «Reato d’opinione? Quella fu solo una calunnia »

http://www.google.it/url?source=imglanding&ct=img&q=http://www.laportadeltirreno.it/icms/multimedia/LaPortaDelTirreno/images/upload/small/28/1348678034514_Legge.jpg&sa=X&ei=D7q9UJ0lxM20Bt3YgagI&ved=0CAkQ8wc4VQ&usg=AFQjCNGqjVIpEK08JReG28UPzM6oNJmMuwUn detenuto evade dai domiciliari, non viene chiuso in una cella come capita a tutti quelli che evadono ma rimandato ai domiciliari a cinque stelle in cui ha deciso di trascorrere la “pena” e il presidente Napolitano ritiene di doversene occupare personalmente, di concedere una grazia? perché?

Se pensiamo che sia giusto, corretto, accettabile che il presidente della repubblica debba intervenire e occuparsi personalmente del caso di un diffamatore recidivo per conto terzi [cioè di berlusconi];
se pensiamo che in un paese normale sia giusto fare due pesi e due misure – da parte delle istituzioni poi, quelle alte, altissime – che sia corretto che un ministro della giustizia, nota poi per aver difeso, da avvocato, la crème de la crème di questa bella società fondata sul privilegio  debba anche e solo prendere in considerazione l’idea di osservare da vicino la vicenda di  un condannato recidivo per diffamazione, uno dei reati più odiosi perché mira al discredito di una persona sul piano morale, essere diffamati pubblicamente significa portare per tutta la vita il peso di quelle accuse perché ci sarà sempre qualcuno che pensa che la calunnia è sì un venticello ma che magari, sotto sotto, qualcosa di vero ci sia;
se pensiamo che tutto questo si possa fare poi alla luce del sole infischiandosene dei principi di uguaglianza scritti non su un rotolone di carta regina ma sulla Costituzione della Repubblica Italiana, quella Carta di cui Napolitano dovrebbe essere il garante, l’estremo difensore,  e che nessuno, fatta eccezione che qualche perla rara ritenga opportuno sottolineare che non si può fare, che normalmente un presidente della repubblica non intercede a favore di un condannato recidivo anche e solo per una questione di forma c’è solo una cosa da fare: chiedere ufficialmente allo stato italiano  di smetterla di prendere i cittadini per il culo, abolire definitivamente quegli articoli che promuovono il rispetto e la messa in pratica nel concreto di quei principi di uguaglianza che però nel concreto e nei fatti in questo paese non sono mai stati rispettati.
Chiunque abbia calcato il palcoscenico del parlamento da protagonista non si è mai curato di farli rispettare.
Almeno ci rassegnamo, smettiamo di  parlarci addosso, smettiamo anche e solo di sperare che questo possa diventare un paese davvero normale.
Se penso che  il presidente della repubblica si attiva per concedere la grazia a sallusti e non lo fa per le migliaia di poveracci che di carcere muoiono ogni giorno, se penso che il presidente della repubblica non si è attivato con la stessa solerzia  per altre sentenze – virtuali –  quelle che non hanno mai punito gli assassini di un ragazzino né i massacratori di innocenti in nome e per conto dello stato italiano, vorrei solo scappare da un paese così ingiusto e così infame.

Sos Colle
Marco Travaglio, 4 dicembre

L’altro giorno alcuni buontemponi del Pdl han tentato di infilare nella legge di Stabilità un emendamento per il quarto grado di giudizio nei processi. Respinti con perdite e risate. Non avevano calcolato che il quarto grado di giudizio, almeno per lorsignori, esiste già: si chiama Quirinale. L’altroieri, all’indomani della decisione del Tribunale di sorveglianza sugli arresti domiciliari a Sallusti, l’incontinente portavoce del Colle, Pasquale Cascella, ha twittato che, nientemeno, “il Presidente sta esaminando ogni aspetto della vicenda e considera tutte le ipotesi del caso”. Quali siano le “ipotesi del caso” di competenza del capo dello Stato non è dato sapere, visto che la Costituzione non gli conferisce alcun potere di sindacare le sentenze definitive. Come presidente del Csm, egli è chiamato a votare sui procedimenti disciplinari contro questo o quel magistrato: ma per infrazioni deontologiche, non per il merito delle loro sentenze. Come presidente della Repubblica, poi, può concedere la grazia a un condannato. Ma sarebbe curioso se l'”ipotesi” che “considera” fosse la grazia a Sallusti: la grazia non può essere usata per annullare le sentenze sgradite. Infatti la prassi costante dei suoi precedessori, a cui pomposamente Napolitano si richiama a ogni piè sospinto, è sempre stata quella di concedere la grazia a condannati che avessero scontato una parte di pena.

Così fece Ciampi con il giornalista-senatore Lino Jannuzzi, condannato nel 2002 per diffamazione, spedito ai domiciliari nel 2004 e graziato nel 2005, prima che altre condanne (Jannuzzi aveva seguitato a diffamare a manetta) gli facessero superare i 3 anni di cumulo pena e lo portassero in carcere. Ma Sallusti ha iniziato a scontare la pena da appena tre giorni: dargli la grazia adesso (fra l’altro contro la sua volontà, visto che lui non intende chiederla), significherebbe sconfessare una Procura, un Tribunale, una Corte d’appello e l’intera Cassazione che l’hanno condannato, visto che la sentenza definitiva risale a due mesi fa. Con tanti saluti alla separazione dei poteri, pietra miliare dello Stato di diritto. Ma la questione è proprio questa: siamo ancora uno Stato di diritto? Da quando entrò a gamba tesa nell’inchiesta dei pm di Salerno sul verminaio politico- affaristico-giudiziario che aveva insabbiato le indagini di De Magistris a Catanzaro, chiedendo di leggere gli atti (non si sa bene a che titolo) durante la perquisizione degli uffici giudiziari calabresi, il capo dello Stato si crede il capo dei giudici, autorizzato a immischiarsi nelle indagini che gli danno noia. La scena si ripeté nell’aprile scorso quando, incalzato dallo stalking di Mancino, Napolitano e il suo consigliere mobilitarono in gran segreto il procuratore antimafia e il Pg della Cassazione per deviare le indagini di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Poi si scoprì che fra le telefonate intercettate sulle utenze di Mancino, ce n’erano anche quattro con Napolitano: allora questi scatenò un conflitto di attribuzioni alla Consulta contro la Procura, accusata di aver leso le sue prerogative per non aver distrutto le telefonate con la sua voce, The Voice. Peccato che il Codice assegni il potere di distruggerle non al pm, ma al gip. Ora Napolitano si accinge a firmare il decreto incostituzionale del governo Monti che dissequestra gli impianti inquinanti dell’Ilva, sequestrati da un gip per fermare il disastro colposo e gli omicidi colposi. Cioè fa proprio ciò che imputa falsamente ai pm di Palermo: lede le prerogative di un potere dello Stato. Ma chi si crede di essere: la Supercassazione di lorsignori? Chi gli vuol bene gli regali una copia della Costituzione e gli spieghi che non può fare così. Altrimenti i cittadini comuni, colpevoli di non avere un cognome famoso o una lobby alle spalle, dunque sprovvisti del numero verde di Sos Colle, si fanno strane idee.

La complessa vicenda?

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Il baubau Renzi è stato finalmente riportato alla sua cuccia; o a destra con l’olio di ricino e il manganello o al centro coi democratici cristiani.

Gli italiani sono fatti così. Rassicuranti.

Mai un sussulto, un guizzo, niente.

Il presidente Napolitano non potrà partecipare come di consueto alla prima della Scala perché improrogabili impegni lo trattengono a Roma; fra quegli impegni c’è anche il doversi occupare personalmente di un delinquente abituale e recidivo, come se fosse normale che il presidente della repubblica debba occuparsi personalmente dei delinquenti recidivi, lo skipper alle cime di rapa  si lamenta che i media erano contro di loro come se negli ultimi tre mesi non avessimo visto e sentito parlare solo di primarie, di Bersani e di Renzi, di Vendola e di Tabacci, della signora Puppato messa lì per chissà quale motivo, come una nota di folklore femminile in un contesto sempre, solo e unicamente maschile.

Sallusti, B: “Riformare la giustizia”
E il Colle esamina la vicenda

https://fbcdn-sphotos-h-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash3/60842_4893722471962_244249182_n.jpgL’ex premier: “Sta al mondo politico trovare una soluzione” (leggi)Sabato l’arresto del direttore del Giornale e l’evasione dai domiciliari (leggi). Il portavoce di Napolitano, Pasquale Cascella, fa sapere via twitter che “Il presidente sta esaminando – oggi ha visto il ministro Severino – ogni aspetto della complessa vicenda Sallusti”.

Il fatto che Napolitano senta il dovere di occuparsi di sallusti, su sollecitazione di non si sa bene chi è una legittimazione della diffamazione. Da oggi in poi tutti quelli che hanno la possibilità di scrivere e parlare da pubbliche ribalte sanno che qualsiasi cosa dicano e scrivano potrà essere giustificata, qualsiasi orrore potrà essere derubricato nella categoria delle “opinioni forti”; nessun argine fra la libertà di esprimersi e quella di offendere, calunniare e diffamare, e semmai ci dovesse essere qualche problema, qualche ostacolo, tipo un galantuomo che, stanco di essere perseguitato a mezzo stampa decide di far intervenire un giudice a stabilire se è giusto che una persona perbene possa essere oltraggiata pubblicamente da una permale tutti sapranno che il presidente Napolitano sarà disposto e disponibile a metterci su la sua amorevole pezza.

Lui è fatto così, in certe situazioni si sente chiamato all’intervento personale, non ce la fa a esimersi, altruista piùcchemai, ma solo con chi pare a lui. 

Il pronto intervento Colle funziona solo da una certa categoria in poi, ex ministri indagati per falsa testimonianza, ex giornalisti, cose così.

Stanno bene a parlare gli intellettuali, a dire che la politica ha bisogno di gesti positivi; nella decisione di Napolitano di occuparsi del delinquente recidivo c’è tutto il riassunto, il concentrato del peggior berlusconismo.

Non si capisce perché un presidente della repubblica si debba occupare personalmente delle vicende di un condannato recidivo per diffamazione e non delle altre migliaia di casi che riguardano le migliaia di condannati per altri reati, o di quelli che sono in galera anche senza aver commesso reati.

E magari occuparsi di Taranto dove la gente è costretta a scegliere se morire di cancro o di fame.

E, tanto per chiarire: chi evade dai domiciliari, non viene riportato ai domiciliari ma in galera. 

Intanto berlusconi pensa di dover continuare ad occuparsi del bene del paese e cioè del suo e dei suoi molteplici problemi con la giustizia: un pregiudicato che pretende di riformare la giustizia a misura di pregiudicati.
Mi pare straordinario, questa è la risposta migliore per tutti quelli che “sallusti non meritava il carcere”. 
Complici morali di uno che per cancellare le colpe ha sempre cancellato i reati.
Irresponsabili che hanno prestato il fianco all’ennesima dichiarazione scellerata di questo distruttore di democrazia e civiltà.

Non vogliono il carcere per i giornalisti che diffamano? allora che lo tolgano anche per i cittadini comuni, che diffamano,  e a chi fa un uso sconsiderato del mestiere deve essere impedito di poter continuare a svolgere quel mestiere. 
Uno come sallusti deve essere cacciato da tutte le scuole del regno e messo in condizioni di non nuocere, altro che lasciargli la possibilità di far scriver un radiato dall’albo da opinionista sotto pseudonimo e dirigere un giornale pagato coi soldi di tutti.

L’evasione non è un atto di coraggio come scrive l’ottimo Telese che si chiede se sia il caso di scioperare per dimostrare solidarietà a sallusti [ancora?], men che meno lo è quella del recidivo sallusti.