… perfino in Guatemala

Accolto il ricorso del Quirinale. 
Stato – Mafia: 2 fisso.
[forum spinoza.it]

Il fatto che Scalfari abbia definito “fascisti di sinistra” tutti quelli che i Magistrati li preferiscono vivi e attivi sul nostro territorio ché ce n’è tanto bisogno e non in esilio forzato altrove in modo tale da poterli anche criticare se lo meritano, è consolante, dà la giusta misura del perché questo paese è ridotto così male per quel che riguarda l’informazione libera. 
E chissà  perché si chiede continuamente il rinnovamento in tutti gli ambiti della società cosiddetta civile e poi si deve sopportare il quasi novantenne voltagabbana di Largo Fochetti – uno che di fascismo fra l’altro se ne intende eccome per averci avuto a che fare direttamente e che per questo farebbe meglio ad evitare certi esempi/paragoni – che ormai da mesi ci allieta tutti i giorni coi suoi deliri pro-stato a tutti i costi e pro certi suoi rappresentanti che, evidentemente, non si possono nemmeno criticare, se lo meritano.

Tutt’altro da quel che faceva quando al centro della scena c’era berlusconi, per lui valeva tutto, la critica, le campagne contro tutti i bavagli per la libertà di sapere e d’informare, le domande, i post-it.

Ingroia: “Legittimo criticare
la Consulta. La sentenza
è un pasticcio politico”

[Antonio Ingroia]

 “Provavo a spiegare ieri il “nostro” conflitto di attribuzioni ad un alto magistrato dell’America Centrale. Ebbene, perfino in Guatemala è ben chiara la differenza fra le intercettazioni dirette nei confronti di una persona, quando cioè si mette sotto controllo un suo telefono (ovviamente vietato nei confronti del presidente della Repubblica), e le intercettazioni accidentali, quando cioè sotto controllo è il telefono di altra persona che, appunto, accidentalmente telefona al Capo dello Stato. In Guatemala la distinzione è chiarissima, in Italia no. Povera Italia…”

Quel che scrive il dottor Ingroia sono più o meno le stesse cose  che  prova a spiegare Travaglio da anni riguardo le intercettazioni dell’assediato [da chi?],  ma si sa, Travaglio ormai ha la nomina di bastonatore fascista quindi non è credibile nemmeno quando dice, giustamente perché è così e non bisogna essere giornalisti d’inchiesta né Magistrati per capirlo e saperlo, che non era lui ad essere intercettato ma la quantità di gente dai comportamenti non sempre e non troppo, anzi per niente  ortodossi dalla quale ama farsi circondare.

Il problema è farlo capire a certi giornalisti fondatori di quotidiani che ormai si sono lanciati nella difesa sperticata dello stato in tutte le sue forme definendo fascista di sinistra chi non invece non lo fa.

Povera Italia scrive Ingroia, sì: povera, poverissima Italia e poveri tutti quegli italiani che sacrificano la loro indipendenza intellettuale non provando nemmeno a capire quello che gli succede intorno pensando che non sia cosa loro.

Da Presidente a Monarca

di Franco Cordero

[Anche Cordero è un fascista di sinistra? PIETA’]

Qualche telefonata di troppo. Una procura dall’orecchio attento. L’ordine di distruggere i nastri. Magistrati accusati di ordire un colpo di Stato. Sofismi e argomenti tautologici e infondati. Uno scontro tra magistratura e capo dello Stato senza precedenti nella storia della Repubblica. Una vicenda [e una sentenza] che stravolge la nostra democrazia, nell’analisi lucida e imparziale di uno dei più grandi giuristi.

Stato di rovescio

Marco Travaglio, 6 dicembre

Gli storici e i giuristi del futuro che dovranno raccontare la decisione della Consulta sul caso Napolitano-Procura di Palermo potranno farsi un’idea, dai commenti dei politici e degli opinionisti al seguito, di come fosse ridotta l’Italia del 2012. Un paese dove un potere politico screditato e marcio dalle fondamenta aveva sequestrato e asservito tutti i residui spazi di libertà e tutti gli organi di controllo “terzo”, dalla televisione alla stampa agli intellettuali su su fino alla Corte costituzionale. Naturalmente ciascuno, sulla sentenza che accoglie il conflitto di attribuzioni del Quirinale, è libero di pensarla come vuole. Ma il trasporto mistico e l’afflato estatico con cui tutta la grande stampa corre in soccorso del vincitore senza neppure accorgersi dell’effetto grottesco di certe espressioni, oltreché di certe palesi menzogne e violenze alla logica, costituiscono un imperdibile reperto d’epoca.
La ragione del più forte. La Stampa, nel breve volgere di due pagine, riesce a infilare titoli come “La Consulta: ha ragione Napolitano”, “Una sentenza che cancella i veleni”, “Successo del Colle su tutta la linea”, “La Consulta dà ragione al Colle”. Strepitoso il titolo del Corriere: “Il distacco del Presidente: ‘Ora aspetto le motivazioni’. La speranza di sterilizzare lo scontro con i pm siciliani”. Distacco? Da giugno, quando si seppe delle sue telefonate con Mancino, Napolitano è intervenuto pubblicamente decine di volte sul tema. Sterilizzare lo scontro? Ma il conflitto l’ha sollevato Napolitano, mica i pm siciliani. E ora che la Consulta, nel comunicato ufficiale, copia addirittura parola per parola la memoria difensiva del Quirinale, il Presidente fa il distaccato? Il Messaggero parla di “equilibrio ristabilito”, di “difesa della Costituzione” [senza spiegare dove mai la Costituzione dica che è vietato intercettare un privato cittadino coinvolto in un’indagine quando parla col capo dello Stato”] e intervista Violante che accusa i pm di aver “perso il senso del limite” [e dove sta scritto quel limite?]. Anche Il Foglio, naturalmente, assieme a tutta la stampa berlusconiana, esulta per la sconfitta della Procura di Palermo, bestia nera di B. e della sua banda, in una soave corrispondenza di amorosi sensi che affratella gli house organ di B. e quelli “de sinistra”, dall’Unità a Repubblica. Ferrara ha almeno il merito di essere conseguente: se ha ragione il Colle, vuol dire che la Procura di Palermo s’è macchiata di una specie di golpe, un reato da corte marziale o almeno una gravissima infrazione disciplinare, infatti “il Colle aspetta di leggere le motivazioni per decidere gli ulteriori passi da compiere anche davanti al Csm”: altro che “sterilizzare lo scontro”. Mai, nella storia, la magistratura antimafia di Palermo era stata così isolata [da Quirinale, governo, politici di destra, centro e sinistra, Consulta, Csm, Anm, tv, stampa e intellighenzia]. Nemmeno ai tempi di Falcone e Borsellino.
Non spettava di omettere. Nessuno nota neppure l’imbarazzato e imbarazzante eloquio del comunicato della Corte là dove scrive, copiando paro paro dalla memoria dell’Avvocatura dello Stato, che “non spettava alla Procura di Palermo di omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” delle quattro telefonate incriminate. Perché i supremi giudici non hanno scritto che “spettava alla Procura di Palermo chiedere al giudice l’immediata distruzione”? Forse perché sanno benissimo anche loro che non esiste alcuna norma, ordinaria o costituzionale, che lo preveda. Chi agisce male, pensa male e scrive anche peggio. Che cosa penserebbe una ragazza se il suo fidanzato, anziché “ti amo”, le dicesse “non spetta a me omettere di amarti”?
De Siervo vostro.L’emerito Ugo De Siervo, sulla Stampa, insinua che intercettazioni [4 su 9.295 telefonate di Mancino] non fossero “casuali”. Cioè che si sia intercettato Mancino per intercettare Napolitano. Quindi, seguendo il suo sragiona-mento, era prevedibile che un ex politico coinvolto nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia parlasse con Napolitano, dunque che anche Napolitano avesse qualcosa da nascondere su quella vicenda. Ma l’insinuazione è smentita dalle carte, che naturalmente De Siervo non ha letto: i pm non rinnovarono il decreto di intercettazione su un’utenza telefonica di Mancino, non perchè fosse “muta”, ma perché era stata usata una sola volta, e proprio per parlare con Napolitano: infatti, sulla stessa utenza, risultò poi dai tabulati un’altra conversazione col Quirinale, che non fu più registrata e che i pm [ma non Mancino] ignorano. Codex Scalfarianum. Eugenio Scalfari, su Repubblica, attacca a testa bassa chi non è d’accordo con lui. Ma, ancora una volta, dimostra di non conoscere le norme più elementari del diritto. Art. 111 della Costituzione: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti…”. Dunque come può Scalfari affermare che, quando c’è di mezzo The Voice, “la Procura non ha titolo per dare alcun giudizio sul testo intercettato: deve… immediatamente consegnare le intercettazioni al Gip affinché siano distrutte senza alcuna comunicazione alle parti”? L’art. 271 del Codice di procedura, citato a vanvera dalla Consulta visto che riguarda i medici che parlano coi pazienti, gli avvocati che parlano coi clienti, i confessori che parlano coi penitenti e gli altri professionisti tutelati dal “segreto professionale”, non i Napolitano che parlano con i Mancino, prevede che il giudice distrugga le conversazioni dopo averle valutate [infatti non può distruggerle se costituiscono “corpo del reato”]. Per Scalfari i pm avrebbero dovuto equiparare Napolitano ad avvocati, medici e confessori “per logica deduzione”: peccato che Napolitano non sia depositario di alcun segreto professionale. O forse è l’avvocato difensore di Mancino? E peccato che in passato altre Procure abbiano indirettamente intercettato altri presidenti – Milano con Scalfaro, Firenze con lo stesso Napolitano – e nessuna Consulta intervenne, e nessuno Scalfari suggerì logiche deduzioni. “Il ricorso di Napolitano alla Consulta – aggiunge il fondatore di Repubblica – non intaccava in alcun modo il lavoro della Procura sull’inchiesta riguardante i rapporti eventuali [sic, ndr] tra lo Stato e la mafia”. Poi però si contraddice: “Il Gup di Palermo, con correttezza professionale, ha deciso di attendere la decisione della Consulta prima di prendere le sue decisioni”. Ma, se le 4 intercettazioni erano irrilevanti [come ha stabilito la Procura , dopo averle valutate, per sindacare la condotta non di Napolitano, ma di Mancino], perché mai il Gup avrebbe dovuto attendere la Consulta? Infatti il Gup non l’ha affatto attesa: l’udienza preliminare procede a prescindere.
In malafede sarà lei. Dopo questa bella serie di sfondoni, Scalfari denuncia “l’indebito clamore che alcune forze politiche [una: Di Pietro, ndr] e alcuni giornali [uno: il Fatto Quotidiano, ndr] hanno montato… lanciando accuse roventi, ripetute immotivatamente contro il Capo dello Stato. Se fossero in buona fede sarebbe il momento di chiedere pubblicamente scusa per l’errore, ma siamo certi che non lo faranno”. Chissà se Scalfari ce l’ha anche con Zagrebelsky, Cordero e Barbara Spinelli, autorevolissimi editorialisti di Repubblica, che, come noi, hanno sostenuto la totale infondatezza del conflitto. O agli eccellenti cronisti di Repubblica Bolzoni e Palazzolo che, conoscendo le carte, hanno scritto: “Le telefonate intercettate stanno scoprendo un eccessivo attivismo al Quirinale sulla delicata inchiesta di Palermo e sfiorano più di una volta il nome di Napolitano”. Ancora ieri Bolzoni scriveva che il Quirinale trescava con Mancino tramite i vertici togati “per far avocare l’inchiesta a Palermo”. Accuse in malafede? Forse Scalfari dovrebbe leggere almeno il suo giornale. Quel che ha fatto il Quirinale contro l’indagine sulla trattativa non è oggetto del conflitto di attribuzione né del verdetto della Consulta, e comunque nessuna sentenza potrà mai cancellarlo, perchè è indelebilmente impresso nelle carte. Quindi le scuse di chi ha raccontato i fatti e ne ha tratto le conseguenze sull’indecente condotta del Colle, Scalfari se le sogna. Sono gli italiani che attendono le scuse di Napolitano e dei suoi corazzieri.
Fascisti su Marte. “Quello di alcune forze politiche e mediatiche–conclude Scalfari–non è un errore in buona fede ma una consapevole quanto irresponsabile posizione faziosa ed eversiva che mira a disgregare lo Stato e le sue istituzioni. Sembra quasi un fascismo di sinistra”. Qui non si capisce bene se l’insulto più sanguinoso sia “fascismo” o “di sinistra”. E poi il fascismo è proprio l’atteggiamento tipico di chi, come Scalfari, si fa megafono degli “ipse dixit” del potere, a prescindere dai fatti. Il 24 settembre 1942, su “Roma fascista”, un giovane studente del Guf scriveva: “Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”. Non spetta a noi omettere di ricordare che l’autore era Eugenio Scalfari.
Inutile sforzarsi o illudersi,questo paese con il gigantesco livello di corruzione.gli insabbiamenti e le impunità su tutte le stragi di stato non lo si potrà mai definire democratico,prendiamone atto sperando che si potrà almeno nel futuro svolgere ancora informazione,cronaca e critica,considerato che i lacchè del potere sono un battaglione invincibile,e sino ad ora qualche voce stonata fuori dal coro la sopportano “splendidamente”.