Per fortuna dopo l’otto arriva sempre il nove. Anche a marzo

L’otto marzo è maschio e nessuno ha ancora fatto niente per ovviare a questa insopportabile diseguaglianza di genere di un calendario i cui mesi finiscono a maggioranza di “O” e a minoranza di “E”?
Laura Boldrini non ha un calendario sulla sua scrivania?
Basta con la supremazia maschile nei mesi dell’anno, maschio pure lui.
Deve fini’ ‘sta storia.

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Il 97% dei morti sul lavoro sono uomini perché naturalmente la parità sì e ad ogni costo ma sul ponteggio al decimo piano spesso senza le misure necessarie e obbligatorie di sicurezza continuano ad andarci gli uomini; la parità sì, e a tutti i costi ma poi a respirare i veleni nell’acciaieria ci vanno sempre gli uomini.  La parità sì, sempre e comunque ma poi le leggi in materia di separazioni e divorzi continuano a favorire le donne.
Vogliamo le quote rosa non per merito ma per ristabilire la percentuale “tanti uomini tante donne” perché “donna è bello ed è sempre meglio” poi chi se ne frega se tutto quello che porta in dote la ministrA raccomandata è la sua inesperienza e se ne vanta pure.
Continuiamo a farci confondere dalla propaganda femminista sulle “tre donne al giorno che muoiono per mano dell’uomo”, da statistiche gonfiate, pompate per costruire un’emergenza sociale che nei fatti non c’è.
Nelle statistiche sulla cosiddetta violenza di genere viene infilato tutto per poi ottenere la stracitata cifra delle “tre donne al giorno che muoiono per mano di un uomo”. Poi poco importa se quell’uomo è un figlio, un padre, un nipote o il fratello che commette violenze, omicidi per motivi che non hanno niente a che fare col “delitto passionale”.
Oggi la ‘ndrangheta, la mafia più pericolosa e diffusa non solo in Italia ma nel mondo è comandata anche da donne che ordinano omicidi, controllano la spaccio di droga, le donne, quelle angelicate che le religioni hanno relegato a ruoli di second’ordine che trafficano in armi, decidono la vita ma soprattutto la morte anche dei loro amanti quando non servono più ma si continua a diffondere il dogma indiscutibile dell’uomo sempre carnefice e la donna sempre la sua vittima.
Vogliamo il rispetto per le scelte libere ma poi sono proprio certe femministe ad essere contrarie ad un riconoscimento economico per le donne che scelgono di stare a casa, e che saranno poi quelle più a rischio povertà e indigenza in vecchiaia.
Una donna che sta a casa fa risparmiare lo stato, non esige per sé e per i figli quei servizi necessari alle donne che lavorano fuori, i lavori di casa non sono meno usuranti e meno rischiosi di molti che si svolgono fuori, le responsabilità non sono meno onerose, e a “fine carriera” qualcosa le si potrebbe restituire, magari al posto dei noiosissimi discorsi da otto marzo dei presidenti della repubblica, naturalmente uomini.
Ci sono donne che vivono benissimo la loro condizione di manager di se stesse libere di fare, di non fare, di quando e come fare, a differenza della maggior parte degli uomini che non hanno la stessa libertà. Il vero obiettivo condiviso dovrebbe essere finalmente il riconoscimento da parte dello stato e della società che ogni scelta di una donna quando è libera va rispettata e riconosciuta come il proprio impegno sociale anche quando non è condivisa, che una donna che fa solo la moglie, la madre non vale meno della ricercatrice scientifica costretta ad emigrare all’estero perché qui nessuno se la fila o dell’operatrice del call center, dell’operaia della cooperativa purtroppo costrette a svendere il loro tempo tolto alle famiglie per pochi euro l’ora perché questo è tutto ciò che è alla loro portata o che è stato messo loro a disposizione; non tutte abbiamo avuto la costanza e la bravura di Samantha Cristoforetti capace di coronare il suo sogno di bambina che voleva volare fra le stelle e c’è riuscita, la capacità di Rita Levi Montalcini che allo studio e all’impegno ha sacrificato tutta la sua vita, non si è mai lamentata di aver dovuto scegliere se fare la moglie, la madre o la scienziata di eccellenza mondiale, quasi cento anni fa, non ieri o l’altro ieri.

Non si capisce fra l’altro perché molte delle donne sempre in prima linea per il riconoscimento ufficiale della prostituzione quale professione, mestiere, con tanto di contributi e pensione, non mettano poi la stessa energia nella richiesta di un sostegno anche per quelle donne che non hanno messo la carriera e il lavoro in cima alle loro priorità. Valgono forse meno quelle donne che per un lungo periodo della loro vita vanno a letto con un uomo solo?

Ma questo nel paese atrofizzato dall’ignoranza e dalla propaganda non si può dire perché altrimenti si vanificherebbe tutto l’edificio femminista costruito intorno alle donne SEMPRE vittime dei maschi cattivi: perché l’uomo quando è cattivo diventa chissà perché maschio ma la donna è sempre donna: quando è brava e competente, cattiva o un’incapace raccomandata o quando è vittima della società ingiusta che proprio non vuole riconoscere alle donne non la parità ma la superiorità di genere, non COME gli uomini ma MEGLIO degli uomini, DI PIU’ degli uomini. Questo chiedono infatti le famigerate “quote rosa” che non guardano alla competenza e al merito ma ai numeri che poi fanno la percentuale, proprio come ha fatto il giovine podestà in parlamento. 50 e 50, di che, non è dato sapere.

Non si può dire per non smentire tutto ciò che viene propagandato per veicolare la figura e l’immagine della donna sempre indietro, salvo poi fare finta che non esistano quelle donne che una volta raggiunte posizioni di comando si comportano come e peggio dei peggiori uomini. O che non esistano le donne come la Madia che è potuta diventare ministrA senza una sola competenza né un merito ma solo perché indecentemente raccomandata e appoggiata da uomini potenti.
Dove sono le donne che si potrebbero organizzare in un partito, un’azienda, un’impresa a maggioranza femminile visto che numericamente siamo di più, magari al posto di continuare a farsi scegliere da uomini e rivendicare come qualcosa di importantissimo da fare scemenze come la declinazione degli aggettivi al femminile? Le femministe di una volta si battevano per i diritti importanti, quelli che ad averceli cambiavano la vita, non la grammatica e la sintassi.
Ecco perché penso che per tutto questo e per molto altro il mondo sarà un po’ migliore di come è quando non servirà un giorno dedicato per regalare un fiore, una cravatta nuova, per riflettere sulle cose importanti e per chiedere tutto ciò che dovrebbe essere normale avere non “in quanto donne” visto che nascere femmine non è un merito personale né può mai diventare privilegio, ma in quanto persone.
E il primo rispetto le donne dovrebbero avercelo verso di loro, evitare di farsi coinvolgere in campagne artificiali, fatte da chi ci guadagna visibilità, credibilità mediatica e anche soldi.

…se me lo dicevi prima

A  Grillo la tessera del pd no. Giorgio Gori invece, ex mediaset e dunque spin doctor di Renzi si può candidare a sindaco di Bergamo, farsi eleggere, col sostegno del pd e anche di sel. Le gggenti, so’ strane.

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Per sentire Benigni enunciare una semplicissima verità, e cioè che i politici ladri non devono andare a casa come piacerebbe al matt’attore ma in galera e – soprattutto – devono restituire la refurtiva scippata agli italiani ieri c’è voluto il Tg di Sky, perché nemmeno il Tg3 della Bianca direttrice figlia di cotanto padre ne ha fatto menzione. 
Se l’informazione la fa il privato che si paga a fare il pubblico?
Chiedo.

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Tsipras, Spinelli accetta il seggio
Gli esclusi attaccano: “Ius sanguinis”

Diversamente da quanto detto in campagna elettorale la giornalista non rinuncia a Bruxelles (leggi).  Resta fuori Furfaro (Sel): ‘Carne da macello’. Per lui solidarietà in rete. Altri vendoliani alzano i toni.

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Lista Tsipras nel caos
Scontro tra Sel e Spinelli

Furfaro, escluso da Bruxelles
“Trattato come carne da macello”
La giornalista: “Scelta collettiva”

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Lite Tsipras, Barbara Spinelli spiega (e attacca Sel)

In un’email ai promotori della Lista chiede di «non esser trasformata in capro espiatorio di un’organizzazione che non ha saputo praticare la democrazia nel migliore dei modi»

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“Candidarsi promettendo di dimettersi è già ridicolo, non dimettersi quando era stato promesso è altrettanto ridicolo, ma dare 78.000 preferenze a un candidato che promette di dimettersi è da sganasciarsi dalle risate [cit.]”.

Facciamo che chi sceglie di mettere una faccia e un nome in politica poi ci mette anche il resto. Ma ce lo mette da subito. Io non ho dato la preferenza a Barbara Spinelli proprio perché sapevo della sua decisione iniziale, quella di non proseguire il cammino nel parlamento europeo. 
E credo di non essere stata l’unica a fare questo ragionamento. 
Se invece lei avesse deciso quello che è normale, ovvero: io mi candido per prendere dei voti e se li prendo vado a fare politica in nome e per conto di chi ha avuto fiducia in me, probabilmente di preferenze ne avrebbe ottenute il doppio. 
 Se prendo un appuntamento col primario poi pretendo che la visita me la faccia lui, non mi faccio mettere le mani addosso dal neolaureato in medicina.

Il problema non sta in quello che si scrive dopo per giustificare e motivare il cambiamento di rotta ma in ciò che si dice prima. Poi magari sono strana io che penso che le persone abbiano una parola e la rispettino in virtù del fatto che sono state loro a darla e dirla. Per me è stata un’idiozia quella di dire “mi candido ma poi non vado” e decidere poi per il contrario sulla base di nuove contingenze. Se Barbara Spinelli non avesse deciso in prima istanza di dare il suo nome ad un progetto che poi non avrebbe portato avanti, per sua scelta, le preferenze ottenute potevano essere molte di più e trasformarsi in quell’autorevolezza di cui la sinistra ha un bisogno disperato.
Scegliere di partecipare ad un’avventura nuova significa farlo con entusiasmo accettando poi tutto quello che quell’avventura contiene. Un po’ come in una storia d’amore, dove se non ci metti la passione è morta già da subito.  Se una cosa del genere l’avesse fatta qualcun altro ora saremmo qui a criticare col sangue agli occhi  per la scorrettezza e l’incoerenza. Mentre quel che si chiede è  di ringraziare Barbara Spinelli per aver disatteso un patto che lei stessa aveva deciso di fare con gli elettori. Una cosa che nessuno le aveva chiesto di fare peraltro.
Questo è quanto, è sempre e solo una questione di principio. E le questioni di principio non possono essere buone per qualcuno o per qualcosa e poi per altri e altro no.

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Livorno, M5S strappa la città alla sinistra

Il nuovo sindaco di Livorno – città natale del defunto e mai più resuscitato partito comunista italiano – 5stelle [ops!] è un ingegnere aerospaziale. 
Non sarà troppo in un paese dove si mandano a fare i ministri persone nemmeno laureate, quelle che poi fanno anche dell’ironia sui principianti della politica, quelli sempre rozzi, sempre ignoranti, sempre fascisti? 
Qualcuno potrà dire che la laurea non vuol dire niente, certo, lo dico anch’io, ma vuol dire tutto però star sempre a parlar male degli altri senza guardare mai dentro la propria casa, luogo in cui non si sa da che parte cominciare per fare ordine, spazio, ma soprattutto pulizia.

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Prendi i soldi e ciancia (Marco Travaglio) 

 

Dice il giudice Cantone, presidente dell’autorità anticorruzione  incaricato da Renzi di vigilare sulle ladrate prossime venture –  che ci saranno finché non si faranno leggi adeguate a contrastarle davvero –  che è complicato se non impossibile mettere in pratica tutte le “balle cose” che ha elencato Renzi a proposito dei politici ladri, perché le norme esistenti non possono essere applicate in forma retroattiva. Cioè a dire che per prendere a calci in culo il politico ladro, cacciarlo per alto tradimento, fargli restituire il maltolto e magari mandarlo anche a riflettere sulla sua disonestà in una galera come si usa fare con tutti gli altri cittadini bisogna che lui abbia rubato ieri, perché se lo ha fatto dieci anni fa, cinque o due no, non si può fare quel repulisti di cui vaneggia il chiacchierone toscano. La retroattività va bene quando bisogna togliere soldi ai contribuenti, è andata bene per condannare a una decina d’anni di carcere i “devastatori” di Genova che in una cella ci sono andati per restarci, non per ottenere i domiciliari dopo 24 ore dal mandato di cattura. La retroattività va bene quando l’Europa ci sanziona perché i governi invece di fare leggi buone per noi pensano a fare solo quelle buone per loro, ma per chi ha ridotto questo paese a brandelli no, la retroattività non c’è, nel paese con la classe politica più corrotta e corruttibile d’Europa da sempre non è stata prevista. Non ci ha pensato nessuno.
Quando si dice la previdenza. Anzi, la preveggenza.

O si fa come dico io o vi dimetto

Sottotitolo: processo lungo, prescrizione lunga. Dipende dall’esigenza del potente delinquente, quanto gli serve per scampare alla legge, così smantellano la giustizia da almeno vent’anni per farsi i favori reciproci ché l’oggi a te e domani a me, ma soprattutto a lui, il latitante a cielo aperto, è sempre in agguato e poi per riparare i loro danni pensano all’indulto e all’amnistia. Nel paese più corrotto al mondo, dove la galera è la prima ratio dei poveracci e di chi non ci dovrebbe proprio andare ma per il potente il trattamento è assai diverso: berlusconi e Anna Maria Cancellieri ce lo insegnano, l’unica soluzione, riforma della giustizia che sa trovare il parlamento anziché abolire quelle leggi che mettono in carcere chi non ci deve andare è il tana libera tutti per tamponare il dramma delle carceri troppo piene. 

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I tempi bui e lo spirito di verità Sandra Bonsanti per Libertà e Giustizia

Ecco perché Barbara Spinelli deve stare zitta;  lei lo conosce bene, Giorgio.
E questo Scalfari non lo può sopportare; non può tollerare che si parli di come è Napolitano e non di come ce lo descrivono i corazzieri di regime.

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Napolitano, il ricatto, il 2015 Alessandro Gilioli

[…] Insomma Napolitano è un po’ più solo e un po’ meno onnipotente, da qualche settimana, e lo sa. Di qui l’esigenza di ricordare e rafforzare il ricatto di aprile, ‘o si fa come dico io o me ne vado’: molto ai limiti della Costituzione ma soprattutto effetto di una supplenza di cui si sente sempre meno il bisogno.A proposito, Napolitano ha legato il suo secondo mandato a un progetto di governo la cui data di scadenza è adesso concordata: entro e non oltre la primavera 2015, a semestre europeo terminato.Non sarebbe il caso che a quella data – fatta la riforma elettorale, s’intende – lasciasse quindi anche il Capo dello Stato?  E non sarebbe questo un impegno che il Quirinale dovrebbe assumere già ora, anziché minacciare improbabili dimissioni ad horas ogni volta che ha bisogno di spostare a suo favore i rapporti di forza?

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Napolitano continua a non sentire il boom iniziato, con notevole ritardo, più o meno un anno fa. Si sente indispensabile e insostituibile, nonostante i rumors dicano da tempo che una consistente parte degli italiani che non si sentono rappresentati da questo signore, non senza motivi perché Napolitano ce li ha dati praticamente tutti, lo accompagnerebbero volentieri all’uscita pure adesso. L’elezione bis di Napolitano è stata sostenuta e voluta soprattutto da berlusconi che pensava che il presidente gli risolvesse l’annosa questione “galera sì galera no”, visto che Napolitano è lo stesso presidente che si è fatto garante con la sua firma di tutte le porcate che stanno consentendo a berlusconi di farsi beffe di una sentenza di condanna definitiva emessa ormai quasi cinque mesi fa. Ed è quindi comprensibile oggi il disappunto di brunetta che vuole revocare il mandato al presidente che non ha dato la grazia motu proprio al delinquente ma in compenso motu proprio sta decidendo lui al posto nostro chi deve rimanere in parlamento: cioè anche brunetta, e al Quirinale cioè lui se stesso medesimo.

Quindi quando Napolitano minaccia di andarsene se il governo non fa le riforme: demolire la Costituzione ad esempio, quando dice no a nuove elezioni nonostante il malessere diffuso nel paese che in questi giorni si sta manifestando anche in modo alquanto pericoloso, quando parla del suo spirito di abnegazione e amor di patria che gli avrebbero suggerito di accettare un secondo e straordinario mandato, mente. Perché non sta parlando al popolo che non vuole più questo parlamento né lui e lo sta dicendo in tutti i modi da mesi ma parla esclusivamente ai suoi amati partiti, quelli da difendere a tutti i costi nonostante siano proprio loro la causa del disastro Italia. In un paese diverso dal nostro un presidente della repubblica che avesse usato così malamente il suo mandato sarebbe stato messo in stato d’accusa da tempo, non perché quel mandato abbia dei limiti da riconsiderare, da lui poi, ma perché lui li ha superati tutti.

Nota a margine: basta con l’anzianità che diventa cattiveria. Una volta anzianità significava saggezza, l’anziano, il patriarca era il punto di riferimento della famiglia  a cui tutti i componenti della famiglia si affidavano soprattutto nei momenti di difficoltà, e nella società era il punto fermo del ragionamento, l’approdo culturale quando serviva un sostegno, una specie di capo tribù. Se guardo a Napolitano tutto mi viene in mente meno l’autorevolezza dell’età, un riferimento e la saggezza.

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NAPOLITANO MINACCIA RENZI: O SI FA COME DICO IO O LASCIO IL QUIRINALE (Fabrizio d’Esposito) – Il Fatto Quotidiano

Napolitano: “Incarico gravoso, renderò noti i limiti del mio mandato.”

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RENZI-GRILLO, LA SFIDA E LA SFIGA  – Marco Travaglio, 17 dicembre

Dire no a Renzi è un errore. Domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai.

Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre.

Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue.

Intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo.

A proposito di gogne mediatiche

Sottotitolo: senza Marco Travaglio, ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta facendo in questi anni. Molti lo sanno: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Alcuni non lo sanno ancora: se vogliono una lampada, cominceranno a leggerlo presto. Poi ci sono quelli che lo sanno meglio di tutti gli altri: non c’è da stupirsi se da loro viene oggi – rancorosa, vendicativa – l’accusa di terrorismo mediatico.
Sarebbe bello se tra i giornalisti indipendenti di tutte le testate ci fosse più solidarietà: con Travaglio, con il Fatto Quotidiano, con Repubblica-Espresso. [Barbara Spinelli, 16 dicembre 2009] Questo, in risposta a Le parole vili e sciagurate dell’on. Cicchitto.

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Così ci capiamo. E così magari prendiamo anche posizione, che sarebbe ora. Sono certo che il nuovo gruppo dirigente del Pd lo farà. Perché lo farà, vero? [Giuseppe Civati]

Sul sito dell’Unità c’è un’intera sezione dedicata ad improperi e falsità varie su Travaglio e Il Fatto Quotidiano puntualmente smentiti coi e dai fatti.
Marco Travaglio per anni ha collaborato al fu giornale di Antonio Gramsci ed è stato, insieme a Furio Colombo e Antonio Padellaro CACCIATO dal giornale per volontà del partito di riferimento, la stessa sorte è toccata a Concita de Gregorio.
Ma naturalmente nessuno legge quegli articoli né tanto meno la selva di insulti fra i commenti che vengono rivolti al giornalista e al quotidiano di cui è vicedirettore e men che meno qualcuno si sogna di parlare di gogna, di frasi oltraggiose che mettono a rischio l’incolumità di Marco Travaglio. 

Scalfari invece inaugura la gogna fatta in casa, quella mascherata da ramanzina a Barbara Spinelli che ha la grave, gravissima colpa di apprezzare da sempre il giornalismo di Marco Travaglio e per questo si merita lo sputtanamento di Scalfari sullo stesso giornale in cui scrive, e dove per anni ha scritto anche Travaglio che ancora oggi ha una sua rubrica fissa su L’Espresso. 

E, anche in questo caso nessuno si sogna di dire mezza parola circa l’attacco alla libertà di opinione di Barbara Spinelli colpevole, oltre che di apprezzare Marco Travaglio di non aver mai partecipato all’attacco mediatico sistematico e puntuale di Repubblica ai 5stelle ma di aver sempre espresso opinioni non aggressive che invitano alla riflessione.

Colpevole inoltre di non aver mai paragonato il MoVimento all’alba dorata nazista per il semplice fatto che non è vero. 

Barbara Spinelli è una giornalista di lungo corso, seria, attenta, preparata e non allineata che dunque non può trovare spazio su quella Repubblica che interpreta come una mission il sostegno a tutte le porcherie napolitane perché il suo fondatore, estimatore e amico personale di Giorgio Napolitano, ha deciso che così deve essere e nessuno si deve mettere di traverso, pena le sculacciate di Scalfari che poi pensa di cavarsela semplicemente “dimenticando” le libere opinioni di Barbara Spinelli che lui considera sgradevoli [e ‘sti cazzi non ce li mettiamo?]. Le larghe intese di Repubblica sono iniziate il giorno che Letta dichiarò che era meglio il pdl dei 5stelle in parlamento. Dichiarazione mai riportata da Repubblica, io ho smesso di comprare quel giornale il giorno dopo.

Ma naturalmente questo è giornalismo, financo eccellente, quello di Grillo è squadrismo mediatico.

Barbara Spinelli è una donna.
Come Laura Boldrini che si lamenta sempre dell’attacco sessista, ogni critica su di lei viene letta in chiave misoginica, anche quando sessismo e misoginia non c’entrano niente, e per questo riceve la solidarietà di tanta gente, soprattutto quella d’accatto. Per dire, solo per dire.

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Un paese che perde il senso delle parole di EUGENIO SCALFARI

 [Per chi avesse voglia di leggere l’inevitabile sproloquio del fondatore di Largo Fochetti: guai, se qualcuno togliesse la libertà di parola a Scalfari magari per sopraggiunti limiti di età.]
Risposta a Scalfari di BARBARA SPINELLI

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Dal Fatto Quotidiano, 16 dicembre

Chissà se oggi i giornali e i tg, l’Ordine dei giornalisti e la Federazione della stampa, ma anche il premier Letta e la presidente della Camera Boldrini, denunceranno la nuova “gogna per giornalisti” e solidarizzeranno con la vittima.

L’interrogativo sorge spontaneo, visto che la gogna non l’ha allestita Grillo contro una penna ostile ai 5 Stelle, ma Eugenio Scalfari contro Barbara Spinelli, la più prestigiosa editorialista di Repubblica, cioè del suo stesso giornale. Finora soltanto Gad Lerner, anche lui firma illustre del quotidiano, ha osato criticare sul suo blog la “ramanzina sgradevole, impropria e di pessimo gusto”.

Diversamente dal blog Grillo, che pubblica stralci di articoli menzogneri e poi ne smonta il contenuto (talvolta insultandoli, come con la Oppo, talvolta no, come con Merlo e Battista), Scalfari fa di peggio. Insulta chi si permette di criticare Napolitano (“il fuoco dei cannoni da strapazzo… spara Grillo, spara Travaglio, spara perfino Barbara Spinelli”).

Ma non cita mai quelle critiche per contestarle nel merito, forse nel timore che i lettori le condividano. Il peccato mortale della Spinelli è di non aver partecipato alla demonizzazione di Grillo e soprattutto di aver raccontato a Marco Travaglio, per il libro “Viva il Re!”, uno scambio di lettere e un incontro con Napolitano.

Ma questo i lettori di Repubblica non devono saperlo, dunque Scalfari non lo dice. Le scrive invece di aver “ascoltato i tuoi appunti su Napolitano affidati alla ‘recitazione’ di Travaglio”. Allusione all’ultima puntata di Servizio Pubblico, in cui Travaglio non ha mai recitato alcunché: semplicemente Santoro ha affidato a un’attrice la lettura di alcuni brani dell’intervista alla Spinelli contenuta nel libro.

Invece di smentire, casomai ci riuscisse, l’allergia di Napolitano alle critiche della libera stampa descritta e documentata dalla Spinelli, Scalfari attacca personalmente la editorialista dandole dell’ignorante (“conosce poco o nulla la storia d’Italia”). Le ricorda che è “figlia di Altiero Spinelli” perchè questo è il suo “maggior bene”, manco fosse una ragazzina che deve presentarsi accompagnata dai genitori e chiedere il loro permesso per scrivere e per pensare.

Infine la informa di aver “cancellato dalla mia memoria” quanto ha scritto su Grillo e detto su Napolitano. Per molto meno, c’è chi verrebbe accusato di fascismo, squadrismo, gogna, liste di proscrizione, macchina del fango, misoginia e sessismo.

Se Barbara non fosse una signora, potrebbe ricordare a Scalfari – come fece Giorgio Bocca – che è figlio di un croupier del casinò di Sanremo, o – come fanno in pochi – che da giovane era caporedattore di “Roma Fascista”. Si attende comunque con ansia l’intervento del governo, del Parlamento, del Quirinale e possibilmente dell’Onu per il vile attentato alla libertà di stampa.

 

Cronache di un paese alla deriva

Sottotitolo:

Carlo Giuliani, 14 marzo 1978 – 20 luglio 2001

“Non voltiamo pagina. Per voltarla serve chiarezza su cosa è successo intorno a piazza Alimonda. E poi, ricordiamocelo tutti e con buona pace del giudice Caselli, se i nemici dell’economia imperante al G8 erano tutti quei ragazzi che gridavano ‘un altro mondo è possibile’, oggi i nemici dell’economia imperante sono i ragazzi della Val di Susa. Li caricano come allora e loro, come allora, chiedono giustizia.
Attenzione a non girarci dall’altra parte, ancora una volta”.
[Don Andrea Gallo, prete del Marciapiede]

I giorni di Giuda. L’ultimo intervento
di Paolo Borsellino (VIDEO)


Franco Cordero: la “prerogativa” invocata dal Colle non esiste

In una durissima intervista al “Corriere della Sera” il più autorevole studioso di procedura penale ridicolizza come ignoranti e prevenuti quanti si sono schierati con Napolitano contro la procura di Palermo: “le norme dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”.


 

 

Preambolo: Il vicesegretario del piddì Letta [il nipote dello zio], “apre” anche a Gianfranco Fini, dopo la memorabile dichiarazione d’amore [torna, ‘sta casa aspetta a te] rivolta a berlusconi sabato scorso ieri la mente fervida del vice di Bersani ha partorito questa nuova e brillantissima idea.
Lo dicevo proprio ieri, io non mi stupisco più di nulla che abbia a che fare coi figli e i nipoti dello statista-skipper del Tavoliere, quello coi baffi, anzi sono molto gratificata dal fatto che Barbara Spinelli nel maestoso articolo di ieri l’altro [ Il ritorno del Padrino ] abbia scritto anche molte delle cose che io penso, dico e scrivo da almeno dieci anni. Solo che se a dirle siamo noi gente comune,  ci chiamano qualunquisti, dietrologi e populisti, se lo fa una giornalista autorevole forse qualcuno ci crede.

E si ricrede.

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Preambolo 2: la Bindi insiste ancora sull’incostituzionalità del matrimonio gay. Anche permettere a berlusconi di entrare in politica era ed è vietato dalla Costituzione (e, a differenza del matrimonio gay quello è vietato davvero), però pare che in quel caso la Costituzione si sia potuta come dire? interpretare, anzi proprio ignorare. La Costituzione non è il paravento dove nascondere le proprie mancanze, insufficienze, o lo strumento col quale far diventare legge un’opinione personale, o la si rispetta sempre o mai. Qualcuno lo dica alla pasionaria de’ noantri.

Una discriminazione è, o non è.
Per eliminare la discriminazione non ci possono essere compromessi.

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Se anche il TG3 si adegua all’andazzo dei difensori tout court della menzogna e dei suoi portatori insani,  delle omissioni non siamo rovinati ma molto peggio. Raitre ultimamente è caduta ad un livello di bassezza che era difficile anche da immaginare; lo scrissi quando per mandare in onda il concerto per il papa alla Scala durante la sua visita a Milano stravolsero i palinsesti dell’intera prima serata. Quella è roba da Mazza e Minzolini, non dell’unica rete parzialmente ‘libera’ della Rai.
Non basta sopportare un parlamento che non rappresenta in alcun modo i cittadini, bisogna anche subire l’onta di non poter venire a conoscenza di quel che succede ai piani alti del potere, sottostare alla perversione mentale, alla schizofrenia di chi pensa che un luogo istituzionale sia una sorta di camera oscura, una zona franca dove poter far entrare e uscire quello che si vuole all’insaputa di chi quella istituzione rappresenta, dove si possono aiutare ministri bugiardi, consolarli al telefono, rassicurarli, forse, sul fatto che anche stavolta, come decine di altre volte nessuno potrà mai mettere le mani sulla verità. Dove si possono coprire con inspiegabili e odiosi segreti di stato fatti gravi che hanno danneggiato lo stato stesso grazie a personaggi che hanno trasformato l’Italia in un paese a dignità, democrazia e civiltà limitate, spesso del tutto assenti, in un paese dove le guardie vengono trasformate in ladri e viceversa a seconda della convenienza del momento.
La ricerca della verità in Italia diventa eversione, un atto terroristico; per negarla invece ci si nasconde dietro improbabili e inesistenti conflitti mentre l’unico vero conflitto permanente, l’unica guerra che non finisce mai in questo paese è quella fra lo stato e i cittadini, una guerra impari perché lo stato è armato e al momento opportuno può agire senza il consenso di nessuno, noi cittadini no, ci è stato negato ogni strumento per dire che tutto questo – e molto altro – non ci piace, non va bene e non vogliamo sopportarlo più.
Un segreto può essere utile a salvaguardare qualcosa di importante, la verità non è sempre uno strumento finalizzato ad un obiettivo positivo; si può usare al contrario proprio come arma di offesa, quando venire a conoscenza di qualcosa non solo non sposta di una virgola la risoluzione di un problema ma aggiunge umiliazioni, mortificazioni che si potevano e si dovevano evitare.
Io non mi sono mai fidata degli stakanovisti della verità a tutti i costi,  quelli che “è meglio una brutta verità di una bella bugia”, perché qualche volta quella bugia può servire, aiutare qualcuno a vivere meglio mentre una verità produrrebbe solo l’effetto contrario. In questo caso però no, la verità è necessaria a restituire prima di tutto giustizia ma anche  respiro, speranze, aiuterebbe a  credere che qualcosa si può ancora aggiustare, migliorare, e chi la nega non dicendo peraltro neanche bugie “belle” ma solo balle, evidentemente non vuole restituire niente a nessuno; vuole tenere tutto per sé.

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 Scusaci, Emilio
Marco Travaglio, 20 luglio

 Montanelli l’aveva detto 18 anni fa: “Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede”. Il momento è arrivato. Il Tg3 parla di “protagonismo di alcuni magistrati” e “mancato coordinamento fra Procure”, nella migliore tradizione del Tg4 di Fede e del Tg1 di Minzolingua. La Stampa arriva a scrivere: “Essendoci un ricorso alla Consulta, non vi sarà l’udienza in cui si sarebbe dovuto decidere se distruggere le intercettazioni occasionali di Napolitano. E dunque non si correrà il rischio che, essendo presenti anche gli avvocati difensori, le intercettazioni di Napolitano possano diventare di pubblico dominio”. In qualunque paese del mondo, ove mai un presidente si attivasse per favorire un amico in un’indagine, la stampa si scatenerebbe per procurarsi le intercettazioni e informarne i cittadini: qui persino i giornalisti considerano il diritto-dovere di cronaca un “rischio” ed esultano perché le telefonate dello scandalo non si conosceranno mai. Intanto il Corriere avverte che Napolitano non può querelare per diffamazione Di Pietro e il Fatto, però “altri potrebbero avviare un’azione penale a tutela sua e dell’istituzione che incarna”. Non più per diffamazione, perseguibile solo a querela di parte, bensì per un reato procedibile d’ufficio: tipo il vilipendio. Ma sono maturi i tempi per il ripristino del delitto di lesa maestà. Intanto viene abolita la logica. Michele Ainis, sul Corriere, ripete che il conflitto di attribuzioni contro la Procura (caso unico nella storia d’Italia) è solo un’iniziativa tecnica per “colmare i buchi neri del diritto, gli equivoci sulle competenze”, i “vuoti normativi”. Cioè: Napolitano accusa i pm di Palermo di attentato al Capo dello Stato — eversione pura — e questa sarebbe solo una controversia giuridica? Ma scherziamo? Ma si abbia almeno il coraggio di essere conseguenti: se è vero che la Procura ha violato le prerogative del Presidente della Repubblica, non basta certo un conflitto di attribuzioni. Bisogna processare i pm per eversione contro lo Stato. Se, per dire, l’Unità è convinta che abbia ragione Napolitano ad accusare Ingroia & C. di eversione, con che faccia pubblica in prima pagina gli articoli di Ingroia l’eversore? Siccome Ainis si diverte a elencare i “paradossi” dell’interpretazione dei pm di Palermo, eccone un paio della sua, di interpretazione. 1) Se Napolitano vuole che la Consulta colmi i buchi e i vuoti normativi sulle intercettazioni indirette del Presidente, se ne deduce che oggi nessuna legge impone ai pm di distruggerle. Ma, se la norma non esiste, anzi è un buco e un vuoto, non c’è stata alcuna violazione. Anzi, ci sarebbe stata se i pm avessero fatto ciò che chiedono Napolitano, Ainis & C. Ergo, il conflitto di attribuzioni si basa su un buco e su un vuoto. 2) Come ha rivelato Repubblica, nell’aprile 2009 la Procura di Firenze intercettò Napolitano sul telefono di Bertolaso dopo il sisma de L’Aquila. Diversamente dai pm di Palermo, quelli di Firenze e poi di Perugia (dove il processo passò per competenza) han depositato le intercettazioni indirette del Presidente agli atti del dibattimento, a disposizione di tutti gli avvocati, svincolandole dal segreto. Perché Napolitano, informato da tre anni, non ha sollevato conflitto di attribuzioni contro i magistrati di Firenze e Perugia? E perché non lo fa ora che la notizia è di dominio pubblico? Se, come dice, difende il principio — le prerogative della Presidenza e non gli interessi del presidente — dovrebbe fare con Firenze e Perugia quel che ha fatto con Palermo. Se non lo fa, autorizza a pensare che non difende affatto il principio e le prerogative, ma se stesso dalla pubblicazione del contenuto delle sue telefonate con Mancino. Forse perché sono compromettenti, mentre quelle con Bertolaso non lo erano? In questo caso, nel decreto dell’altro giorno, avrebbe detto una bugia. E le bugie non si dicono, specie dagli alti colli. Anche perché hanno le gambe corte.