Il paese dei “figli di…”

Evidentemente la valutazione del governo è stata positiva. E tanto basta per definire di che pasta è fatto il governo di Renzi: la solita, condita con l’autoreferenzialità di casta e priva del senso minimo di responsabilità che un politico dovrebbe assumersi anche quando non gli conviene.

Sottotitolo: bei tempi quando su facebook si litigava perché qualcuno almeno si degnava di chiedere le dimissioni di ministri “inadeguati”.
Ad esempio Renzi.
Quella santa donna della Idem dovrebbe fare una class action contro chi l’ha costretta a dimettersi.
La Cancellieri e alfano no: loro hanno detto “sto”, come a sette e mezzo col cinque, e senza nemmeno soffrire come Lupi che  è uno dei risultati disastrosi delle larghe intese napolitane.  Perché non bisogna dimenticare chi ha voluto a tutti i costi gemellare e unire sotto l’ombrello di una necessità che non c’era gente che non poteva fare altro che produrre i disastri a cui assistiamo senza poter fare nulla. 

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La legge sulla responsabilità civile dei giudici non la chiedeva nessuno: nemmeno l’Europa.
Ma per Renzi era un’esigenza irrimandabile, da approvare in tempi brevissimi.
Quella sull’anticorruzione è chiusa da due anni in un cassetto e non saranno gli “alleluja” di Grasso a renderla operativa ma soprattutto efficace.
Solo uno stato profondamente corrotto intimidisce la Magistratura e lascia in pace i delinquenti, in particolar modo quelli “eccellenti” che piacciono alla destra, al centro e alla “sinistra”.  Il presidente del consiglio non dice nulla sugli arresti “eccellenti” di persone vicine al suo governo e vicinissime ai suoi ministri, così tanto da regalare Rolex a figli che si laureano, però sente il dovere di replicare al Presidente dell’Anm che lamenta un diverso trattamento della politica rispetto ai Magistrati e ai corrotti, che denuncia un governo che fa praticamente il contrario di ciò che dovrebbe mettendo l’urgenza sui provvedimenti disciplinari ai giudici e dilatando oltremodo quelli contro la corruzione che si è mangiata il paese. 

Ad oggi gli unici ad aver provato a ripulire questo paese sono stati i giudici, non la politica che li ha sempre osteggiati e contrastati in tutti i modi.
Non è colpa dei giudici se la politica ha sempre aspettato l’intervento della magistratura ma della politica che non ha mai fatto quello che deve, lo diceva ancora due sere fa Peter Gomez a Piazza pulita ad una frastornata Bonafè che insisteva nel dire che De Luca è stato votato, e finché la gente vota anche i condannati – talvolta anche i pregiudicati – non si può fare diversamente, mentre Gomez cercava di spiegarle che un partito serio non permette a un condannato, sebbene solo  in primo grado di potersi candidare in nessuna sede,  perché le regole del circolo della bocciofila che non manda in presidenza i condannati sono più severe di quelle che si dà la politica, che poi comunque le disattenderebbe come al solito.
Quindi i giudici andrebbero ringraziati, non rimproverati dal Leopoldo sdegnato che invece di agire contro il malaffare e la criminalità, anche quella di stato, ha pensato che fosse più utile e necessario fare strame dei diritti, del lavoro, della scuola: ci sono volute poche settimane per abolire l’articolo 18 ma la legge contro la corruzione è solo una delle tante ipotesi, come il game e over, il daspo per i politici indagati e condannati, del presidente del consiglio che si mette contro i giudici come un berlusconi qualunque.
E’ proprio ‪#‎lavoltabuona‬, come no.

 

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“Giovani choosy che vogliono restare sotto la gonna di mammà, sfaticati senz’ambizioni se non quella del monotono posto fisso”.
Tutte definizioni [relative ai figli degli altri] estrapolate da discorsi di genitori eccellenti di figli che, evidentemente, essendo i più bravi di tutti hanno invece meritato tutto quello che si ritrovano.
Due cattedre nell’università dove guarda caso insegnavano e facevano ricerca mamma e papà come la dottoressa Silvia Deaglio figlia di mamma Fornero, importanti incarichi manageriali strapagati durante e dopo con liquidazioni milionarie come Piergiorgio Peluso figlio di mamma Cancellieri, una vicepresidenza alla banca d’affari Morgan Stanley a 43 anni come Giovanni Monti, figlio del più noto Mario.
E come dimenticare il già viceministro della Fornero, Michel Martone, quello che “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”: figlio di Antonio, magistrato, professore associato a 27 anni, giusto un attimo prima della sfiga.
Alla lista si potrebbero aggiungere altri cognomi illustri: Catricalà, Profumo, Clini, Gnudi, Passera, Balduzzi, Severino i cui figli non hanno il destino e il futuro appesi, ma più che altro demoliti dalle leggi fatte col contributo dei loro genitori essendoseli assicurati per dinastia, si aggiunge ora anche il figlio di Lupi, un altro nato e cresciuto nella sua bella torre d’avorio del feudo Italia dove solo ai “figli di…” viene riconosciuto il merito, le competenze necessarie per accedere ai posti migliori.
Lupi è solo l’ultimo di un elenco odioso fatto di gente che ha letteralmente rubato la vita di chi se la deve inventare dal giorno in cui viene al mondo, e se lui “prova amarezza” per il figlio sbattuto in prima pagina provi ad immaginare cosa proviamo noi che non abbiamo un cognome eccellente, gli amici giusti al posto giusto che regalano Rolex da diecimila euro per tutte le porte sbattute in faccia ai nostri figli che, grazie ai genitori come lui, non possono nemmeno dimostrare quanto valgono.

Per indebolire Letta, mandarlo a casa sereno, Renzi ha usato anche la richiesta delle dimissioni della Cancellieri, fregandosene altamente se questo poteva dispiacere Napolitano, il grande sponsor dell’ex prefetta promossa ministra nel governo di Monti.
Nel caso di Lupi, che nel paese normale dovrebbe essere già a casa e non importa se sereno o no, nessuno vuole darsi reciproci dispiaceri.

Un partito insignificante per la politica come l’Ncd ma che può godere di protezioni altissime grazie alla vicinanza stretta con Comunione e Liberazione, che a sua volta è vicinissima anche al cardinal Bagnasco che pare accorgersi solo oggi che la corruzione in Italia è diventata insostenibile: vent’anni di berlusconi non gli avevano chiarito così bene le idee che può tenere sotto scacco il residuo minimo di dignità della politica e delle istituzioni, il cui unico interesse è che il governo dell’illegittimo non abbia di che preoccuparsi fino alla data di scadenza.

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Il ministro ai dipendenti “Non si accettano regali oltre 150 euro di valore” – Sebastiano Messina, La Repubblica, 18 marzo

Un anno fa Lupi firmò il codice etico del suo dicastero che vieta di ricevere doni o benefici come un Rolex o un lavoro.
La regola che dovrebbe spingerlo a dimettersi subito, il ministro Maurizio Lupi l’ha scritta lui stesso il 9 maggio dell’anno scorso. E’ il Codice Lupi, un decreto che fissa in maniera chiarissima cosa è tassativamente vietato a tutti i dipendenti del suo ministero, applicando il Codice Etico approvato dal governo Monti. Articolo 4: «Regali, compensi e altre utilità». Comma 2: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore», ovvero «non superiore a 150 euro». Queste sono le regole etiche di cui il ministro pretende l’assoluto rispetto da parte dei dirigenti e dei funzionari che lavorano con lui: mai accettare, «per sé o per altri», regali imbarazzanti come un Rolex o «altre utilità» come l’assunzione di un figlio.
Dunque il ministro sa benissimo come bisogna comportarsi in un ministero, visto che la norma l’ha scritta lui. In realtà, è stato obbligato a farlo. Il merito è di Mario Monti, che l’8 febbraio 2012, come titolare ad interim del ministero dell’Economia e delle Finanze, inviò una circolare ai suoi dirigenti che finì sui giornali perché a partire da quel giorno proibiva le spese di rappresentanza, le consulenze e i convegni. Minore attenzione fu inevitabilmente dedicata alla seconda parte della circolare, quella in cui Monti imponeva il rigoroso rispetto di un codice etico per i regali, vietando di accettare, «per sé o per altri, beni materiali quali regali o denaro, o beni immateriali o servizi e sconti per l’acquisto di tali beni (…) che eccedano il valore di 150 euro». Poi, per essere ancora più chiaro, il presidente del Consiglio aggiungeva: «I regali e gli omaggi ricevuti (…) in ogni caso devono essere tali da non poter essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio».
Ma quel governo non si accontentò di una circolare. E prima di uscire di scena approvò il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, un regolamento previsto dalla riforma Bassanini del 2001 ma inutilmente atteso da dodici anni. Alla voce «regali, compensi e altre utilità» il Codice – che porta la firma del ministro Patroni Griffi – ripeteva esattamente il divieto imposto da Monti: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri…». Poi però rinviava a ciascun ministero il compito di emanare un decreto ad hoc, che adattasse quella regola ai meccanismi dei suoi uffici. Così il 9 maggio dell’anno scorso la pratica è arrivata sul tavolo di Lupi, che ha firmato le norme valide per il suo ministero.
Ma lui che ha scritto il Codice Lupi, invece di dare l’esempio è stato il primo a non rispettarlo. Ha lasciato che un imprenditore al centro di appalti miliardari – capace di dirigere i lavori di 17 opere pubbliche contemporaneamente – regalasse a suo figlio Luca un Rolex Daytona, il più ambito dai collezionisti, un orologio da 10 mila euro. E non ha battuto ciglio quando lo stesso imprenditore, Stefano Perotti, un anno fa ha fatto assumere il giovane Lupi da suo cognato, spiegando che «il ragazzo deve prendere 2000 euro più Iva mensili ». Regali e favori che erano evidentemente destinati a ottenere la benevolenza del ministro e che Maurizio Lupi ha accettato: non per sé, ma «per altri», ovvero per suo figlio.
Non basta, come fa il ministro, prendere le distanze da quell’imbarazzante dono del Rolex: «L’avesse regalato a me non l’avrei accettato » ha detto al nostro giornale. Chi ha visto «I tartassati» – il magnifico film di Steno del 1959 – ricorda che a un certo punto il maresciallo della tributaria (Aldo Fabrizi) si accorge che il commerciante evasore (Totò) sta cercando di corromperlo svendendo a sua moglie un abito con l’improbabile sconto del 70 per cento. «Posalo» ordina il maresciallo alla moglie. Ecco, il ministro avrebbe dovuto imitare il maresciallo Fabrizi, e fare la stessa cosa: ordinare al figlio di restituire immediatamente quell’orologio. Ma lui non lo ha fatto, ha accettato che un suo familiare ricevesse un costosissimo regalo. Altrettanto zoppicante è la sua autodifesa sul lavoro che Perotti, tramite il cognato, ha procurato a suo figlio. «Per tutta la vita ho educato i miei figli a non chiedere favori» ha assicurato Lupi. Ha fatto benissimo. Ma avrebbe dovuto aggiungere che non bisogna neanche accettarli, i favori, soprattutto se a farli è un imprenditore che lavora con il ministero di papà. E forse è vero che lui non ha mai chiesto nulla, a quel potente imprenditore a casa del quale andava così spesso a cena. Eppure, come direbbe lui stesso se un dirigente fosse colto a violare il Codice etico in materia di regali, certi doni non basta non chiederli: non bisogna accettarli, né per sé ne per altri, se «possono essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio». Questa è la vera colpa politica del ministro. Che oggi non è più moralmente legittimato a chiedere ai suoi sottoposti il rispetto di regole che lui per primo ha infranto. E’ il Codice Lupi che oggi inguaia il ministro Lupi.

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FACCE DI BRONZO – Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano, 18 marzo

Lo scandalo è bello grosso e infatti di prima mattina eccoli paracadutati nei talk show per difendere l’indifendibile, negare l’evidenza, confondere le acque. In missione per conto di Renzi, in quel di Agorà (Rai3), la parola all’onorevole Ivan Scalfarotto, trascorsi decorosi per i diritti civili, oggi detergente multiuso. Prova “schifo” Ivan Mastro-lindo e vorrei vedere voi a passare lo straccio sul sistema Incalza, 35 anni di appalti, 14 inchieste, un vorace amico detto Pigliatutto. Niente paura, l’ottimo governo lavora indefesso per il bene comune e la puzza diventa odor di gelsomino. Nello studio delle facce di bronzo “siamo tutti garantisti” che per l’uso smodato del termine ricorda il patriottismo secondo Samuel Johnson, ultimo rifugio dei farabutti.

Il ministro Lupi non è indagato, lasciamo lavorare i magistrati, nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, non esistono più le mezze stagioni. E la legge anti-corruzione che giace da due anni? Utile approfondimento. E il premier che voleva il Daspo per i corrotti? Quando mai. La consigliera Ncd non finge di turarsi il naso. Lupi deve dimettersi? Giammai. E il figlio di Lupi? E il Rolex da diecimila euro? E l’assunzione presso lo studio Pigliatutto? E l’abito su misura? Niente persecuzioni. Si chiude con l’ossessione Salvini e i clandestini di Crotone, “che vogliono il wi-fi, ma non le lasagne”(mah).   Possibile che nulla riesca a scuoterli? Che il format sia sempre lo stesso, un compitino scritto per non dispiacere ai capi ? Mai che qualcuno dica: sì abbiamo sbagliato, fingevamo di non vedere che l’inamovibile supermanager era il palo di un sistema tangentizio che faceva comodo a tutti. E quando dal passato è apparso sullo schermo Antonio Di Pietro che nessun ladro ha fatto fesso, di fronte alle parole di plastica abbiamo provato nostalgia per la cruda umanità di Tangentopoli.

 

Del senso dello stato e di uno stato che fa senso

Chiunque, se aggredito, ha il diritto di difendersi, dunque anche dei Magistrati e Giudici che non pensano, semplicemente perché non è vero, che la pacificazione nazionale debba passare il salvataggio dei delinquenti pregiudicati condannati. E che un politico nella sua condizione di pregiudicato condannato non abbia nessun diritto a pretendere ancora di poter svolgere la sua [non] attività politica né da dentro né da fuori [il 99% di assenze in parlamento: proprio adesso vuole fare politica, berlusconi? poteva pensarci prima, invece di usare lo stato per i suoi sporchi affari]. E che non  ritengono giusto che le questioni che riguardano i procedimenti penali di silvio berlusconi vengano ridotte ad una guerra fra guardie e ladri, semplicemente, come sopra, perché non è vero.

E se questo è ancora un paese libero io mi prendo la libertà di dire che fra quei Magistrati che in condizioni impossibili sono riusciti a condannare chi dello stato, delle leggi, delle regole ne farebbe a meno ed è stato agevolato a farne a meno dalla politica, chi pensa che quel delinquente sia davvero un perseguitato dall’invidia, dalla cattiveria e dalla giustizia e un presidente della repubblica che fa finta di essere super partes come il ruolo gl’imporrebbe di essere,  fa finta di dimenticare vent’anni di storia italiana resa orribile e oscena da silvio berlusconi, fa finta di dimenticare che solo pochi mesi fa rappresentanti del partito di proprietà del pregiudicato condannato fra cui il ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio sono andati a manifestare contro la Magistratura davanti ai tribunali di Brescia e Milano con tanto di tentativo di intrusione: un atto eversivo fatto passare senza conseguenze come una libera espressione del dissenso come se fosse normale che un potere dello stato si metta contro un altro,  fa finta di dimenticare che solo qualche giorno fa silvio berlusconi era di nuovo a ricattare pubblicamente lo stato, minacciare  quei Giudici e i cittadini onesti, ho scelto e da tempo da che parte stare.

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NAPOLITANO SALVA BERLUSCONI E MONITA MAGISTRATI E STAMPA 

LA RISPOSTA DEI MAGISTRATI AL COLLE: “LASCIATI SOLI” 

LE BRUTTE INTESE NELLA STANZA 138 

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RODOTA’: “CHI MI ATTACCA OFFENDE LA MIA STORIA” 

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Nella mia repubblica alfano non sarebbe un ministro dell’interno e né – figuriamoci – il vicepresidente del consiglio. E non avrebbe dunque la possibilità, in qualità di segretario del partito di un delinquente pregiudicato condannato [non piacciono le ripetizioni della descrizione di berlusconi? chissenefrega neanche a me piace che si continui a chiamare cavaliere, presidente ancora adesso] di chiedere conto del significato delle parole di un galantuomo come Stefano Rodotà costringendololo ad affannarsi a rettificare, spiegare in radio e ai telegiornali.

E ringraziamo Napolitano anche di questo: di aver reso angelino alfano, uno dalla personalità e cultura nulle e inesistenti, per non parlare dell’onestà che ci vuole per fare il segretario del pdl, più autorevole di una persona come Rodotà.

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Anm, dura replica a Napolitano: “Siamo responsabili, ma subiamo insulti”

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Napolitano dopo la rielezione: “Ho accolto la sollecitazione a rendermi disponibile per una rielezione solo per senso del dovere in un momento grave per la Nazione: essendo urgente sbloccare la formazione di un Governo che affrontasse le difficoltà in cui si trovano oggi troppe famiglie, troppe imprese, troppi lavoratori italiani”

Mettiamola così, siccome tutto è stato detto e scritto e siccome chi non ha capito fino ad ora non capirà più, del resto non sono bastati vent’anni di attività criminose e criminali per far capire a tutti che berlusconi non sembra un delinquente ma è proprio un delinquente quindi è inutile confidare nel ben dell’intelletto generale: questo paese non ha bisogno di essere sconvolto e stravolto più di quanto sia stato già fatto.
E non ha bisogno dunque di un presidente della repubblica che non fa, perché ormai è evidente che non la può fare, una distinzione netta fra l’attività del politico delinquente, quella del giudice e quella dei giornalisti che danno le notizie.

Non ha bisogno di un presidente della repubblica che preferisce sacrificare alla verità ormai storica la sua dignità alle affermazioni indecenti di daniela santanchè: “poteva fare prima” [nel merito delle dichiarazioni scellerate sui giudici che devono trovare il senso del limite] e “vorrei asfaltare i giudici” dice la moderata vestale cinque minuti dopo che Napolitano in persona li aveva già asfaltati.

I giudici possono sbagliare, è vero, ogni lavoro, professione comporta dei rischi e quanto è più alta la responsabilità maggiori possono essere quei rischi e le conseguenze che ricadono poi sui cittadini. 
Ma sopra a quei giudici che sbagliano, quali che siano i motivi, ci sono altre istituzioni pronte ad intervenire, mentre sopra ai politici che sbagliano, e sappiamo bene quali sono gli errori più frequenti dei politici è ormai acclarato, assodato che non c’è nessuno. C’è un presidente della repubblica che nell’eterna contesa fra la politica disonesta e la giusta pretesa dei cittadini della società civile di non essere governati dai politici disonesti ha preso e da tempo una posizione che non favorisce i cittadini ma i politici disonesti in virtù di non si sa bene quale ragion di stato a noi negata.

Il bacio di Angelino Alfano al capomafia Croce Napoli di Palma di Montechiaro in occasione di un matrimonio nel 2002. Ha ancora i capelli ma è proprio lui: il  vicepresidente del consiglio, ministro dell’interno e segretario del pdl.

… perfino in Guatemala

Accolto il ricorso del Quirinale. 
Stato – Mafia: 2 fisso.
[forum spinoza.it]

Il fatto che Scalfari abbia definito “fascisti di sinistra” tutti quelli che i Magistrati li preferiscono vivi e attivi sul nostro territorio ché ce n’è tanto bisogno e non in esilio forzato altrove in modo tale da poterli anche criticare se lo meritano, è consolante, dà la giusta misura del perché questo paese è ridotto così male per quel che riguarda l’informazione libera. 
E chissà  perché si chiede continuamente il rinnovamento in tutti gli ambiti della società cosiddetta civile e poi si deve sopportare il quasi novantenne voltagabbana di Largo Fochetti – uno che di fascismo fra l’altro se ne intende eccome per averci avuto a che fare direttamente e che per questo farebbe meglio ad evitare certi esempi/paragoni – che ormai da mesi ci allieta tutti i giorni coi suoi deliri pro-stato a tutti i costi e pro certi suoi rappresentanti che, evidentemente, non si possono nemmeno criticare, se lo meritano.

Tutt’altro da quel che faceva quando al centro della scena c’era berlusconi, per lui valeva tutto, la critica, le campagne contro tutti i bavagli per la libertà di sapere e d’informare, le domande, i post-it.

Ingroia: “Legittimo criticare
la Consulta. La sentenza
è un pasticcio politico”

[Antonio Ingroia]

 “Provavo a spiegare ieri il “nostro” conflitto di attribuzioni ad un alto magistrato dell’America Centrale. Ebbene, perfino in Guatemala è ben chiara la differenza fra le intercettazioni dirette nei confronti di una persona, quando cioè si mette sotto controllo un suo telefono (ovviamente vietato nei confronti del presidente della Repubblica), e le intercettazioni accidentali, quando cioè sotto controllo è il telefono di altra persona che, appunto, accidentalmente telefona al Capo dello Stato. In Guatemala la distinzione è chiarissima, in Italia no. Povera Italia…”

Quel che scrive il dottor Ingroia sono più o meno le stesse cose  che  prova a spiegare Travaglio da anni riguardo le intercettazioni dell’assediato [da chi?],  ma si sa, Travaglio ormai ha la nomina di bastonatore fascista quindi non è credibile nemmeno quando dice, giustamente perché è così e non bisogna essere giornalisti d’inchiesta né Magistrati per capirlo e saperlo, che non era lui ad essere intercettato ma la quantità di gente dai comportamenti non sempre e non troppo, anzi per niente  ortodossi dalla quale ama farsi circondare.

Il problema è farlo capire a certi giornalisti fondatori di quotidiani che ormai si sono lanciati nella difesa sperticata dello stato in tutte le sue forme definendo fascista di sinistra chi non invece non lo fa.

Povera Italia scrive Ingroia, sì: povera, poverissima Italia e poveri tutti quegli italiani che sacrificano la loro indipendenza intellettuale non provando nemmeno a capire quello che gli succede intorno pensando che non sia cosa loro.

Da Presidente a Monarca

di Franco Cordero

[Anche Cordero è un fascista di sinistra? PIETA’]

Qualche telefonata di troppo. Una procura dall’orecchio attento. L’ordine di distruggere i nastri. Magistrati accusati di ordire un colpo di Stato. Sofismi e argomenti tautologici e infondati. Uno scontro tra magistratura e capo dello Stato senza precedenti nella storia della Repubblica. Una vicenda [e una sentenza] che stravolge la nostra democrazia, nell’analisi lucida e imparziale di uno dei più grandi giuristi.

Stato di rovescio

Marco Travaglio, 6 dicembre

Gli storici e i giuristi del futuro che dovranno raccontare la decisione della Consulta sul caso Napolitano-Procura di Palermo potranno farsi un’idea, dai commenti dei politici e degli opinionisti al seguito, di come fosse ridotta l’Italia del 2012. Un paese dove un potere politico screditato e marcio dalle fondamenta aveva sequestrato e asservito tutti i residui spazi di libertà e tutti gli organi di controllo “terzo”, dalla televisione alla stampa agli intellettuali su su fino alla Corte costituzionale. Naturalmente ciascuno, sulla sentenza che accoglie il conflitto di attribuzioni del Quirinale, è libero di pensarla come vuole. Ma il trasporto mistico e l’afflato estatico con cui tutta la grande stampa corre in soccorso del vincitore senza neppure accorgersi dell’effetto grottesco di certe espressioni, oltreché di certe palesi menzogne e violenze alla logica, costituiscono un imperdibile reperto d’epoca.
La ragione del più forte. La Stampa, nel breve volgere di due pagine, riesce a infilare titoli come “La Consulta: ha ragione Napolitano”, “Una sentenza che cancella i veleni”, “Successo del Colle su tutta la linea”, “La Consulta dà ragione al Colle”. Strepitoso il titolo del Corriere: “Il distacco del Presidente: ‘Ora aspetto le motivazioni’. La speranza di sterilizzare lo scontro con i pm siciliani”. Distacco? Da giugno, quando si seppe delle sue telefonate con Mancino, Napolitano è intervenuto pubblicamente decine di volte sul tema. Sterilizzare lo scontro? Ma il conflitto l’ha sollevato Napolitano, mica i pm siciliani. E ora che la Consulta, nel comunicato ufficiale, copia addirittura parola per parola la memoria difensiva del Quirinale, il Presidente fa il distaccato? Il Messaggero parla di “equilibrio ristabilito”, di “difesa della Costituzione” [senza spiegare dove mai la Costituzione dica che è vietato intercettare un privato cittadino coinvolto in un’indagine quando parla col capo dello Stato”] e intervista Violante che accusa i pm di aver “perso il senso del limite” [e dove sta scritto quel limite?]. Anche Il Foglio, naturalmente, assieme a tutta la stampa berlusconiana, esulta per la sconfitta della Procura di Palermo, bestia nera di B. e della sua banda, in una soave corrispondenza di amorosi sensi che affratella gli house organ di B. e quelli “de sinistra”, dall’Unità a Repubblica. Ferrara ha almeno il merito di essere conseguente: se ha ragione il Colle, vuol dire che la Procura di Palermo s’è macchiata di una specie di golpe, un reato da corte marziale o almeno una gravissima infrazione disciplinare, infatti “il Colle aspetta di leggere le motivazioni per decidere gli ulteriori passi da compiere anche davanti al Csm”: altro che “sterilizzare lo scontro”. Mai, nella storia, la magistratura antimafia di Palermo era stata così isolata [da Quirinale, governo, politici di destra, centro e sinistra, Consulta, Csm, Anm, tv, stampa e intellighenzia]. Nemmeno ai tempi di Falcone e Borsellino.
Non spettava di omettere. Nessuno nota neppure l’imbarazzato e imbarazzante eloquio del comunicato della Corte là dove scrive, copiando paro paro dalla memoria dell’Avvocatura dello Stato, che “non spettava alla Procura di Palermo di omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” delle quattro telefonate incriminate. Perché i supremi giudici non hanno scritto che “spettava alla Procura di Palermo chiedere al giudice l’immediata distruzione”? Forse perché sanno benissimo anche loro che non esiste alcuna norma, ordinaria o costituzionale, che lo preveda. Chi agisce male, pensa male e scrive anche peggio. Che cosa penserebbe una ragazza se il suo fidanzato, anziché “ti amo”, le dicesse “non spetta a me omettere di amarti”?
De Siervo vostro.L’emerito Ugo De Siervo, sulla Stampa, insinua che intercettazioni [4 su 9.295 telefonate di Mancino] non fossero “casuali”. Cioè che si sia intercettato Mancino per intercettare Napolitano. Quindi, seguendo il suo sragiona-mento, era prevedibile che un ex politico coinvolto nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia parlasse con Napolitano, dunque che anche Napolitano avesse qualcosa da nascondere su quella vicenda. Ma l’insinuazione è smentita dalle carte, che naturalmente De Siervo non ha letto: i pm non rinnovarono il decreto di intercettazione su un’utenza telefonica di Mancino, non perchè fosse “muta”, ma perché era stata usata una sola volta, e proprio per parlare con Napolitano: infatti, sulla stessa utenza, risultò poi dai tabulati un’altra conversazione col Quirinale, che non fu più registrata e che i pm [ma non Mancino] ignorano. Codex Scalfarianum. Eugenio Scalfari, su Repubblica, attacca a testa bassa chi non è d’accordo con lui. Ma, ancora una volta, dimostra di non conoscere le norme più elementari del diritto. Art. 111 della Costituzione: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti…”. Dunque come può Scalfari affermare che, quando c’è di mezzo The Voice, “la Procura non ha titolo per dare alcun giudizio sul testo intercettato: deve… immediatamente consegnare le intercettazioni al Gip affinché siano distrutte senza alcuna comunicazione alle parti”? L’art. 271 del Codice di procedura, citato a vanvera dalla Consulta visto che riguarda i medici che parlano coi pazienti, gli avvocati che parlano coi clienti, i confessori che parlano coi penitenti e gli altri professionisti tutelati dal “segreto professionale”, non i Napolitano che parlano con i Mancino, prevede che il giudice distrugga le conversazioni dopo averle valutate [infatti non può distruggerle se costituiscono “corpo del reato”]. Per Scalfari i pm avrebbero dovuto equiparare Napolitano ad avvocati, medici e confessori “per logica deduzione”: peccato che Napolitano non sia depositario di alcun segreto professionale. O forse è l’avvocato difensore di Mancino? E peccato che in passato altre Procure abbiano indirettamente intercettato altri presidenti – Milano con Scalfaro, Firenze con lo stesso Napolitano – e nessuna Consulta intervenne, e nessuno Scalfari suggerì logiche deduzioni. “Il ricorso di Napolitano alla Consulta – aggiunge il fondatore di Repubblica – non intaccava in alcun modo il lavoro della Procura sull’inchiesta riguardante i rapporti eventuali [sic, ndr] tra lo Stato e la mafia”. Poi però si contraddice: “Il Gup di Palermo, con correttezza professionale, ha deciso di attendere la decisione della Consulta prima di prendere le sue decisioni”. Ma, se le 4 intercettazioni erano irrilevanti [come ha stabilito la Procura , dopo averle valutate, per sindacare la condotta non di Napolitano, ma di Mancino], perché mai il Gup avrebbe dovuto attendere la Consulta? Infatti il Gup non l’ha affatto attesa: l’udienza preliminare procede a prescindere.
In malafede sarà lei. Dopo questa bella serie di sfondoni, Scalfari denuncia “l’indebito clamore che alcune forze politiche [una: Di Pietro, ndr] e alcuni giornali [uno: il Fatto Quotidiano, ndr] hanno montato… lanciando accuse roventi, ripetute immotivatamente contro il Capo dello Stato. Se fossero in buona fede sarebbe il momento di chiedere pubblicamente scusa per l’errore, ma siamo certi che non lo faranno”. Chissà se Scalfari ce l’ha anche con Zagrebelsky, Cordero e Barbara Spinelli, autorevolissimi editorialisti di Repubblica, che, come noi, hanno sostenuto la totale infondatezza del conflitto. O agli eccellenti cronisti di Repubblica Bolzoni e Palazzolo che, conoscendo le carte, hanno scritto: “Le telefonate intercettate stanno scoprendo un eccessivo attivismo al Quirinale sulla delicata inchiesta di Palermo e sfiorano più di una volta il nome di Napolitano”. Ancora ieri Bolzoni scriveva che il Quirinale trescava con Mancino tramite i vertici togati “per far avocare l’inchiesta a Palermo”. Accuse in malafede? Forse Scalfari dovrebbe leggere almeno il suo giornale. Quel che ha fatto il Quirinale contro l’indagine sulla trattativa non è oggetto del conflitto di attribuzione né del verdetto della Consulta, e comunque nessuna sentenza potrà mai cancellarlo, perchè è indelebilmente impresso nelle carte. Quindi le scuse di chi ha raccontato i fatti e ne ha tratto le conseguenze sull’indecente condotta del Colle, Scalfari se le sogna. Sono gli italiani che attendono le scuse di Napolitano e dei suoi corazzieri.
Fascisti su Marte. “Quello di alcune forze politiche e mediatiche–conclude Scalfari–non è un errore in buona fede ma una consapevole quanto irresponsabile posizione faziosa ed eversiva che mira a disgregare lo Stato e le sue istituzioni. Sembra quasi un fascismo di sinistra”. Qui non si capisce bene se l’insulto più sanguinoso sia “fascismo” o “di sinistra”. E poi il fascismo è proprio l’atteggiamento tipico di chi, come Scalfari, si fa megafono degli “ipse dixit” del potere, a prescindere dai fatti. Il 24 settembre 1942, su “Roma fascista”, un giovane studente del Guf scriveva: “Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”. Non spetta a noi omettere di ricordare che l’autore era Eugenio Scalfari.
Inutile sforzarsi o illudersi,questo paese con il gigantesco livello di corruzione.gli insabbiamenti e le impunità su tutte le stragi di stato non lo si potrà mai definire democratico,prendiamone atto sperando che si potrà almeno nel futuro svolgere ancora informazione,cronaca e critica,considerato che i lacchè del potere sono un battaglione invincibile,e sino ad ora qualche voce stonata fuori dal coro la sopportano “splendidamente”.

Parlare ancora di berlusconi (ti) fa sentire una persona peggiore

Sottotitolo: A proposito del compl8 giudo pippo pluto nano massonico internazionale di cui delirava il pover’ometto [cit. Marco Travaglio] ieri il quotidiano inglese ”The Guardian” aveva proposto un sondaggio: ”Merkel e Sarkozy hanno sbagliato a ridacchiare dell’Italia?”. Il 79,4% dei lettori inglesi rispose no perché ”Berlusconi si è infilato in scandali che hanno reso l’Italia uno zimbello”.

Che piaccia o meno anche al professore sobrio che perfino a proposito di questo ha dimostrato con le sue parole una continuità significativa e financo affettuosa difendendolo giusto poco tempo fa, ritenendo quindi lui la vittima e non noi, è così che ci vedono da fuori, dove non ci sono i disinformatori che omettono, oscurano e cancellano il dissenso e le porcherie dai palinsesti. 

In nessun altro paese si sarebbe data la possibilità di ‘rimediare’ ad errori che poi sono REATI e che sarebbero costati le dimissioni immediate di chiunque, fosse anche un presidente della repubblica. Per non parlare di un parlamento composto da un numero impressionante di  imputati, indagati, inquisiti, prescritti e condannati di cui lui, la “vittima”, è il capobanda, altro che complotto.

 Parlare ancora di berlusconi  fa sentire una persona peggiore: vero. Bravissimo come sempre Mauro Biani che sintetizza con pochi tratti di matita le peggiori schifezze  cui bisogna assistere e quelle alle quali più o meno volontariamente si partecipa visto che questo paese  non può, evidentemente, fare a meno di questo personaggio che tanti danni ha causato all’Italia e agli italiani.

E ai lor signori della politica, anche quella sobria, quella che si dovrebbe quantomeno mettere di traverso perché ha scelto di stare da un’altra parte, quelli che vogliono che l’Italia venga guardata e considerata con più rispetto e poi non sono capaci di sbattergli la porta in faccia ma, al contrario lo considerano ancora l’interlocutore col quale confrontarsi consentendogli dunque e ancora di dire e fare quello che vuole e in diretta tv per giunta voglio chiedere: perché permettete tutto questo? che abbiamo fatto di male noi italiani per meritarci tutto questo, anche questo?

Napolitano, ultimamente così prodigo di moniti che perlopiù non vogliono dire nulla  dov’è? qualcuno ha sue notizie? starà preparando un’altra dichiarazione d’amore al governissimo che fa benissimo, l’ennesimo editto contro il pericolo dei populismidemagogiequalunquismi o il consueto manifesto pro-politica e partiti tradizionali che sono stati i maggiori responsabili della costruzione  di questa specie di araba fenice dell’orribile a cui si permette ogni volta  di rinascere sui suoi stessi disastri, di questo portatore insano  di illegalità del quale questo paese non sa e/o non vuole liberarsi? c’è gente a cui non interessa minimamente il destino di questo totem dell’antidemocrazia al quale è stato consentito di prendere possesso di un paese intero e deformarlo, stravolgerlo a sua immagine e somiglianza, c’è gente  alla quale basterebbe semplicemente potersi dimenticare di lui, ma non glielo permettono: non ce lo permettono.

Presidente, il popolo italiano, almeno quello degli onesti, quella parte di gente che non si riconosce in un “predisposto naturalmente a delinquere” due paroline sui Magistrati calunniati e offesi da un corruttore per mestiere se le sarebbe aspettate: perché non sono arrivate?

Questa volta non ha un prestanome disposto a sacrificarsi per lui ed allora vuole demolire tutto. Il delirio di un megalomane che ci avete imposto come premier per, quasi, un ventennio.

Nerone si accontentò di bruciare Roma, dando la colpa ai cristiani, questo vuole bruciare tutta Italia dando la colpa ai magistrati ed agli italiani. Anche a quelli che, purtroppo, lo hanno votato.

C’era un cinese in coma
Marco Travaglio, 28 ottobre

Sventuratamente i discepoli dell’Università delle Libertà, ma anche gli infermi del Sudan e i calciatori del Milan devono portare pazienza: il Cainano, o quel che ne resta, non potrà dedicarsi a loro a tempo pieno. Ancora una volta, quando ormai pensava solo agli ospedali, ai gol e all’erudizione dei (e soprattutto delle) giovani, un evento inaspettato — una sentenza attesa da appena 11 anni — lo colpisce in quanto ha di più caro — il portafogli e l’impunità — e lo costringe, a 76 anni suonati, a tornare a “modernizzare il Paese”. Però, beninteso, rinuncia a Palazzo Chigi (cioè al nulla: sta al 15%). Rimesso insieme alla bell’e meglio da truccatori e stuccatori, con la dentiera che fischia, una calotta marron sul capino e robusti tiranti dagli orecchi che gli regalano due simpatici occhi a mandorla facendolo somigliare a un cinese in coma, il pover’ometto ha riunito una corte di fedelissimi plaudenti e di camerieri a mezzo stampa nel bunker di villa Gernetto — sede dell’Università delle Libertà dove s’insegna furto con scasso, frode fiscale, abigeato e adescamento di minori — per l’ultimo sequel del cinepanettone “Natale in Brianza”. Intanto, e non è cosa da poco, ha dichiarato guerra alla Germania. Poi ha dato il benservito a Monti, che una campagna di stampa diffamatoria insinuava fosse appoggiato anche da lui (le penne rosse gli fecero persino dire: “Monti l’ho inventato io”). 

Il noto infiltrato Ferrara, sempre sulla notizia, giurava che lui avesse sposato l’Agenda Monti e passato il testimone al Prof. Invece il governo tecnico è servo della Merkel, ha “sospeso la democrazia” e ci ha sprofondati in una “spirale recessiva senza fine” dopo anni di opulenta prosperità: dunque prima se ne va e meglio è, “ora vediamo se levargli subito la fiducia” o lasciarlo marcire ancora un po’, tanto è quasi scaduto. Ma non s’azzardi a rimettere il naso fuori, chiusa “la parentesi”. Assenti e prevedibilmente attoniti Angelino Jolie e Frattini Dry, che speravano di salvarsi dalla disfatta finale a bordo di Monti, Passera, Marcegaglia e Montezemolo. Presente, ma per sbaglio, l’afasica Gelmini, illuminata dagli sfavillii luciferini delle evabraun de noantri, Brambilla e Santanchè, e del nibelungico Sigfried Ghedini. Molti applausi per le traduzioni colte delle massime latine (“sui treni c’è sempre un prefetto”, “tutto capita nelle sentenze”) e soprattutto per la lezione di storia su Hitler che subentrò “alla Repubblica di Weimar nel 1921-23” (era dieci anni dopo, ma fa lo stesso). Ma il pezzo forte è l’economia: “gli spread” sono colpa “dei giornali e di un preciso disegno delle banche tedesche” al soldo della Merkel, che pretendeva financo di non calcolare nel Pil italiano il “sommerso”, i fondi neri a cui lui modestamente contribuisce da 30 anni. La nostra, grazie a lui, resta “la seconda economia più solida d’Europa”: la gente è ricca sfondata, ma non consuma perché non può spendere più di mille euro in contanti (“terribile barbarie”) ed è preda del “regime di polizia tributaria”, delle “estorsioni del fisco”, della “Magistratocrazia”. Ma soprattutto perché le aziende “fanno meno pubblicità ai prodotti di marca”. Dunque non resta che concentrarsi sui veri problemi del Paese: tipo il fatto che “non si può più usare il telefono”. Ergo urge la separazione “anche fisica” (a filo di spada) dei giudici dai pm, onde evitare “che si passino la Repubblica o il Fatto Quotidiano al bar”. E la riforma della Costituzione per abolire, nell’ordine: l’Agenzia delle Entrate (perseguita gli evasori in Porsche), l’Imu (peraltro inventata dal suo governo), il Parlamento, la Corte costituzionale, i piccoli partiti e gli elettori che li votano precludendogli il 51%, la custodia cautelare e le intercettazioni (almeno per lui), forse il capo dello Stato (fa solo “weekend operosi”), sicuramente la Germania.
L’Agenda Morti.