La Repubblica censura Odifreddi [e Il Fatto Quotidiano i commenti dei lettori]

Per criticare devi essere migliore e non usare gli stessi sistemi che condanni. Certo, ad Odifreddi gliel’hanno fatta proprio lurida. Ma per la censura vale il principio, o sei per la libertà di espressione o non lo sei, e nessuno dei due quotidiani lo è. C’è gente a cui andrebbe interdetto l’uso di un computer, altro che affidare cose delicate come la moderazione di un sito on line di un giornale o la responsabilità di una piattaforma e un social network.

Oggi il quinto potere è il click di un mouse, no, non può essere.

809 giorni di libertà [Odifreddi su Repubblica]

Tutte le persone che curano un blog sul sito di Repubblica dovrebbero pubblicamente solidarizzare con Odifreddi, dire che la censura fa schifo quando non si veicolano idee pericolose e che istigano a violenze, fascismi e razzismi.

 Odifreddi questo non lo ha mai fatto, quel post su Israele è uno scritto forte sì ma coraggioso e veritiero, a proposito di un argomento di cui pare che non si possa né si debba parlare.

Lo devono fare  per una questione di immagine, perché altrimenti diventa legittimo pensare che altri scrivano cose per non dispiacere editore, fondatore e direttore. Secondo me.

Odifreddi scrive contro Israele
Repubblica lo censura. Lui: ‘Lascio’

[Il Fatto Quotidiano, nell’articolo il post censurato, anzi tagliato di netto da Repubblica]

Piergiorgio Odifreddi viene censurato da Repubblica con l’intera rimozione di un suo post nel blog.

E’ la nuova linea editoriale del giornale fondato dal furbacchione di Largo Fochetti al quale piace vincere facile, perché è davvero troppo semplice fare battaglie di libertà solo quando si tratta di mignotte, papponi ed erotomani confusi con statisti o su signore offese da quello più alto che intelligente.

Le battaglie per la libertà si fanno sulla qualunque, non si nega la parola a Piergiorgio Odifreddi, su un quotidiano che si definisce libero e liberale.
Né si tace o si scrive a vanvera sulla trattativa stato mafia per non dispiacere l’amico e coetaneo coinvolto nella faccenda.
Né  Odifreddi  può essere bravo quando parla di laicità, quando fa notare le contraddizioni della religione, lo scempio di quella che dovrebbe essere una società civile anziché la fogna a cielo aperto che è diventato questo paese  ed essere meno bravo quando affronta argomenti che il pd – oramai partito di riferimento di Repubblica –  non gradisce affrontare come  dovrebbe per non dover prendere una posizione. Repubblica è lo stesso giornale dove praticamente a cadenza quotidiana ci ragguagliano sulla non democrazia del M5S, per dire.
E al Fatto Quotidiano, dove non vedono l’ora di poter ridare vigore al conflitto aperto mesi fa con Repubblica ma soprattutto con  Scalfari, da quando ha definitivamente abbandonato l’idea di fare giornalismo per mettersi al servizio di Napolitano e del partito di Bersani,  prendono subito  la palla al balzo e rilanciano la notizia in pompa magna.
Poi succede che una persona decida di andare nel sito del Fatto a commentare  e che dopo cinquanta secondi veda sparire il suo commento.
O che se ne veda cancellare altri senz’alcun motivo.
Insomma, in un giornale che si vanta di essere libero davvero  dove spesso si condanna la censura com’è giusto che sia, si censurano le opinioni della gente.

 

E inoltre mi chiedo a cosa cazzo serve mettere a disposizione un’edizione on line di un quotidiano  dove far intervenire i lettori –  molti di quelli che scrivono sono le stesse persone che finanziano attraverso l’acquisto del cartaceo –  per poi scegliersi i commentatori sulla base del sentire personale di gente di cui non si conosce neanche la faccia, a differenza di chi va a commentare in giro per siti e blog mettendoci la sua.
C’è un modo sciatto  di gestire le cose, anzi, di farle gestire da persone mediocri, gente che se  le metti in mano il giocattolino del click con cui può decidere cosa sì e cosa no fa solo disastri.
La censura, il ban, eventuali querele e denunce in fatto di stampa e libertà di  informare o di esprimersi  devono essere l’extrema ratio da utilizzare solo in presenza di pensieri pericolosi, istigazioni, apologie e  diffamazioni.
Non l’ha fatto Odifreddi su Repubblica né altrove, non l’ho mai fatto io che ho dovuto rinunciare a commentare in quel sito per non dovermi accorgere che ogni giorno mi venivano censurati e cancellati commenti, le stesse cose che scrivo qui, sulla mia pagina di Facebook tranquillamente,  né l’ho mai fatto e lo faccio altrove.
Tutto il resto deve essere concesso  altrimenti  inutile vantarsi di essere un giornale libero solo perché non ha un editore a cui rendere conto, perché se poi affida la gestione di una cosa che mette a disposizione in virtù di quella libertà di cui si vanta a persone incapaci e irresponsabili non difende più la libertà ma diventa complice di chi invece la sottrae.
Dunque se mi posso permettere, e mi permetto eccome, né a Repubblica   né al Fatto è ben chiaro il concetto di democrazia e di libertà.
Andate a studiare, ancora un po’.
E poi pontificate.

Dio non sa chi sono IO

Sottotitolo: Sto con Obama, per ovvi motivi, ma non con l’America.
Sapevatelo.

La Fornero chiede alla stampa di lasciare la sala dove sta parlando e spiega: “Ti scappa una parola e diventa titolo”. E se ogni tanto si mordesse la lingua?

[Il Fatto Quotidiano].

Ma questa signora, affascinante  e aggraziata quanto una kapo’ che vuole, fare il ministro e pensare di non dover misurare le parole? ma non era il governo delle gentildonne e dei gentlemen sobri questo?

Preambolo:

Trattativa, i pm: “Berlusconi e Dell’Utri
garanti del patto con Cosa Nostra”

Ingroia e i colleghi della Procura di Palermo depositano una memoria al processo appena iniziato. L’ex premier “approdo” finale del patto. Nel documento ricostruzione storica più che giudiziaria. Leggi il documento integrale

Il fatto è che ad una certa età bisognerebbe ritirarsi ad una dignitosa vita privata, mica per niente, per evitare di rendersi ridicoli. C’è da dire che questo timore non sfiora minimamente Scalfari che da qualche mese sta sfidando l’impossibile e l’inenarrabile non senza la collaborazione di chi lo invita in televisione, uno a caso Fabio Fazio – come se non bastassero i suoi editoriali – pensando che abbia chissà quali cose sensazionali da rivelare al popolo italiano.  Non voterò il movimento e Grillo non sempre dice cose utili ma meno ancora mi piacciono gli allarmi sulla possibile morte della democrazia – qualora il movimento vincesse le elezioni – lanciati dal Rimbambito di Largo Fochetti nell’ennesimo delirio [in forma di poderoso editoriale] di domenica.

Eh caro Scalfari, sono belle le battaglie per la libertà di espressione, è bello invocare da un quotidiano prestigioso il diritto a non essere imbavagliati, specialmente se la possibilità di limitare la libertà di espressione e di imbavagliare questo surrogato di informazione che abbiamo a disposizione in Italia è nelle mani di un editore concorrente col quale casualmente l’editore del Gruppo Espresso aveva un contenzioso in sospeso e che, sempre casualmente è potuto assurgere al ruolo di controllore anziché, come sarebbe stato più giusto, di controllato a vista considerato il potere spropositato di cui può disporre e che in virtù del ruolo politico concessogli violando legge e Costituzione [altroché Grillo] per mezzo del quale ha potuto scampare alla galera ha potuto aumentarlo a dismisura anche e soprattutto grazie a chi – certa stampa compresa e un’opposizione che gli ha retto il gioco per diciotto anni – faceva finta che berlusconi presidente del consiglio fosse una cosa normale da paese normale. 

Ha fatto finta la prima volta, ha fatto finta la seconda e ha fatto finta anche la terza senza che l’esercito delle intellighenzie facesse un plissé a proposito di pericolo dittatura, di rischio populismo, senza gli affettuosi moniti di Napolitano che era troppo occupato a sfilare e ad infilare la penna dal taschino. 
Oggi invece è cambiato tutto, compresi i nemici da abbattere: Magistrati colpevoli di voler fare il loro dovere e un movimento di gente che si è fatto strada da solo senza che nessuno gli mettesse a disposizione bicamerali superaccessoriate.
Grillo le battaglie le voleva fare nel PD ma gli è stato impedito. Gli dissero che non poteva iscriversi anche se lui aveva già la tessera, ma nel frattempo nel partito, terrorizzati dalle proposte circa i NON finanziamenti ai partiti e l’incandidabilità dei condannati [come se ci volesse una legge per impedire a dei delinquenti di poter accedere alla politica] hanno adito ragioni di regolamento e statuto e avviato le procedure di restituzione dei soldi del tesseramento.
Col risultato che oggi si teme più un movimento di popolo di un signore gà prescritto e condannato un paio di volte dalla giustizia, estraneo alla politica, nonché ad ogni tipo di rispetto di leggi e regole che, per ambire ad un ruolo politico si è fatto fare un partito dall’amico mafioso.
La democrazia è un processo complicato e faticoso, ecco perché non si addice all’Italia.
L’editto liberale
Marco Travaglio, 6 novembre
Sostiene il liberale Eugenio Scalfari su Repubblica che il “Movimento 5 Stelle diventa un problema politico” perché gli elettori siciliani l’han votato più di tutti i partiti e soprattutto perché Santoro ha osato financo trasmettere “parecchi minuti” di immagini sulla traversata dello Stretto di Messina da parte di Grillo, “leader del populismo e dell’antipolitica”, e di alcuni suoi comizi in Sicilia “infarciti di parolacce”. L’ascolto medio è stato del “10,37”, che “non è moltissimo” (solo il doppio di quando a La7 compare Scalfari), “ma sono comunque cifre significative”. Il problema politico sta nel fatto che Grillo “fugge dalle tv ma le tv lo inseguono, lo riprendono, lo trasmettono” (peraltro Grillo fugge anche dai giornali, ma i giornali lo inseguono, lo citano, lo raccontano, Repubblica compresa, la qual cosa si chiama informazione, ma lasciamo perdere). Come se non bastasse, c’è pure “la Rete gremita di video sul Grillo comiziante e monologante, con milioni e milioni di contatti” (per la verità la Rete è pure gremita di video su politici comizianti e monologanti, che però purtroppo registrano scarsi contatti all’insaputa di Grillo, ma lasciamo andare). Insomma “Grillo gode di una posizione mediatica incomparabilmente superiore a qualunque altro leader politico di oggi e di ieri” (ohibò: ma non ha appena detto che Grillo “sfugge alle tv”? Non sa che sulla Rete ciascuno va liberamente dove gli pare? Ha idea di quanti milioni di italiani sono costretti ogni giorno, da mane a sera, da tempo immemorabile, a sorbirsi tutti i vecchi politici in tutti i programmi tv, da La prova del cuoco alla messa domenicale, eccetto forse, per ora, il segnale orario e il meteo, visto che i partiti occupano il Cda Rai, le reti, i tg e le Authority?). Così Grillo, senza spendere “un centesimo”, ottiene “ascolto fino al prossimo comizio del quale sarà lui a decidere il giorno, l’ora e il luogo” (ecco: decide lui quando e dove fare i comizi, senza nemmeno una telefonata a Scalfari per sapere se abbia nulla in contrario). “Quale sia il programma del M5S resta un mistero” (almeno per chi non ha ancora imparato a cliccare sul blog di Grillo in alto a destra, alla voce”Scarica il Programma M5S”). Ma ora è allarme rosso, perché “sul suo ‘blog’ uno dei seguaci ha già costruito la futura architettura politica: al Quirinale Di Pietro, capo del governo e ministro dell’Economia Beppe, De Magistris all’Interno, Ingroia alla Giustizia, Saviano all’Istruzione”. A parte Saviano, che per Scalfari “sarebbe una buona idea, ma il nostro amico non accetterebbe quella compagnia” altrimenti che amico sarebbe?, “per gli altri nomi c’è da rabbrividire e chi può farebbe bene a espatriare”. Ecco: chi non rabbrividì e non espatriò con B. al governo, Mancino o Schifani al Senato, Casini o Violante alla Camera, Tremonti all’Economia, Mastella o Castelli o Alfano alla Giustizia, Maroni o Mancino o Amato all’Interno, Bossi o Calderoli alle Riforme, Gelmini all’Istruzione, dovrebbe farlo ora al solo sentir pronunciare i nomi di Grillo, Di Pietro, Ingroia, De Magistris e altri pericolosi incensurati. Tantopiù che — rivela Scalfari — sta per rinascere un “partito d’azione” con “Flores, Travaglio, Santoro” e altri “disturbati”. “Resta da capire — domanda Il liberale Scalfari — perché mai alcune tv si siano trasformate in amplificatori del populismo eversivo”: giusto, che aspetta La7 a chiudere Servizio Pubblico cacciando Santoro e gli altri disturbati? Altrimenti non restano che due soluzioni:
1) espatriare (intanto l’unico che espatria è Ingroia); 
2) convincere l’amico Monti a istituire una nuova tassa: chi guarda un video di Grillo dovrà guardarne anche uno a scelta di Bersani, Casini, o Alfano; alla terza visione grillesca, scatta la progressività dell’imposta e si aggiunge l’ascolto obbligatorio di un monito di Napolitano. Integrale.

San(t)ità mentale

Preambolo: 

E’ sano di mente chi uccide 77 persone?

 Un politico ruba? È perseguitato dalla magistratura. Lo Stato fa trattative con la mafia? I giudici sovvertono i poteri costituzionali. L’Italia sprofonda nella crisi economica e migliaia di famiglie e imprese sono alla canna del gas? La fine del tunnel è vicina, tutto ok, dice il nostro presidente del Consiglio. Ormai tutto è sistematicamente capovolto. E purtroppo i teleschermi amplificano il falso.

Alla fine che persone diventiamo se ci nutriamo continuamente di menzogne? Quali riferimenti abbiamo se ci fanno sapere che è sano di mente chi uccide 77 persone? Che speranza abbiamo nel futuro se il falso diventa la normalità? Diciamolo forte: non è sano di mente Breivik! E’ una persona malata. E’ figlio di una società malata, che nutre la mente con fanatismi, programmazioni sociali, odio razziale, estremismo politico. Al contrario, una persona sana di mente non uccide. Ama. Aiuta. Lavora. Fa sacrifici. Crede in un mondo migliore. Si impegna per una società civile. Ma soprattutto – come diceva il filoso Lao Tze – chiama le cose con il loro nome.

Come siamo arrivati a un tale livello di confusione su cose così semplici?

Sottotitolo: se nemmeno quella navigatissima piraña  della Bongiorno che riuscì a dimostrare che si può essere mafiosi solo per un tot di tempo – né un attimo prima né un momento dopo –  a proposito della PRESCRIZIONE PER MAFIA di Giulio Andreotti è riuscita ad ottenere uno sconticino di pena per Antonio Conte, il marcio nel fantastico mondo del calcio italiota dev’essere molto maggiore che non in Danimarca. Come dice la mia amica Barbara, Conte non ha potuto usufruire del servizio “SOS Colle”. Oppure avrà trovato la linea occupata.

La Repubblica e Il Fatto, Zagrebelski e Scalfari: quello che Ezio Mauro non dice

Lo scontro tra il fondatore del quotidiano di Largo Fochetti e il presidente emerito della Consulta, la favola del “tutti abbiamo ragione” e l’attacco ai pm e alla Costituzione: rassegna – punto per punto – dei trucchi per mettere d’accordo capra e cavoli.

Come si permette il direttore  Ezio Mauro di dare anche a me della fascista, della militante di “una nuova destra” solo perché penso che l’informazione debba svolgere la professione a cui si è liberamente dedicata e che in un paese normale i giornalisti  non dovrebbero avere come obiettivo quello di fare favori ad una parte politica piuttosto che ad un’altra? E che in un paese normale la cui Costituzione sancisce con un preciso articolo che TUTTI I CITTADINI SONO UGUALI,  nessuno dovrebbe essere più uguale degli altri sia che si chiami silvio berlusconi, Giorgio Napolitano o Mario Rossi?

Ci vorrebbe una class action contro questi guastatori dell’informazione.

Per quale motivo sostenere dei Magistrati ai quali si sta rendendo difficile, anzi impossibile il raggiungimento dell’obiettivo “Verità” circa la trattativa [tutt’altro che presunta] fra lo stato e la mafia dovrebbe essere di destra mentre invece sostenere un partito come il pd è sicuramente di sinistra? se qualcuno me lo spiega mi fa un favore.
E inoltre, per quale ragione le “prerogative presidenziali” sono state violate dalle intercettazioni Mancino-Napolitano [2012] mentre non lo furono a causa delle intercettazioni Bertolaso-Napolitano del 2009?
Cosa fa la differenza tra le due situazioni, forse il fatto che la trattativa ci fu e questo non si deve sapere ché pare brutto?

 Il Fatto Quotidiano che si schiera dalla parte dei Magistrati è un giornale di destra, Repubblica invece che da mesi ha assunto una linea editoriale irriconoscibile tanto da spingere molti lettori affezionati, me compresa, a smettere di comprare quel giornale è di sinistra?  

Un gruppo potente come quello di De Benedetti non ha gli stessi problemi di un quotidiano che si finanzia da sé. E non c’è bisogno di rinnegare la propria linea editoriale in modo così palese per dimostrare di stare dalla parte dello stato lasciando ad intendere che chiunque abbia in mente l’insana idea di voler perseguire la verità sulle stragi mafiose sia invece contro lo stato, che poi è la stessa opinione/teoria di Violante  che, da essere inqualificabile qual è anziché  chiedere scusa agli italiani e sparire dalla circolazione portandosi dietro tutti i suoi compagnucci di inciucio, da d’alema a veltroni passando per tutta la schiera dei complici di b, tutti quelli che nella presunta sinistra italiana  in questi anni hanno oliato i suoi ingranaggi invece di fare il contrario, per il bene del paese e cioè il loro, delle caste e sottocaste,  si permette anche il lusso e il privilegio di insultare i suoi ex colleghi, quelle persone che non hanno scelto la via facile di un posto in parlamento ma hanno continuato a lavorare in prima linea a prezzo della vita o di un trasferimento “volontario” in Guatemala.

La trattativa spiegata ai media stranieri: “Nessun complotto del Fatto”

Passer(à) anche questo [speriamo]

Sottotitolo: “Guardo il Paese, leggo i giornali e dico: avevo già scritto tutto trent’anni fa” .
Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io.” { Licio Gelli, 28 settembre 2003 }

In questo paese anche il concetto di “turn over” si applica ad personam.
Per smantellare la procura di Palermo e rendere ancora più complicata l’azione antimafia è buono, per fare un repulisti come si deve in parlamento, no.
Nell’unico ambito in cui un ricambio è necessario, igienico e salutare al turn over, chissà perché, non ci ha pensato mai nessuno.
Evviva, come sempre, l’Italia.

Palermo, azzerata la squadra antimafia. E anche in procura arriva il turnover

Preambolo: c’è trattativa e trattativa.
Con le BR no, con tanti saluti ad Aldo Moro, con la mafia sì.
Sarebbe carino se sul sito del Governo pubblicassero un elenco dei possibili interlocutori, così poi ci  si regola.

Strepitoso  Travaglio che in una pagina e mezza di giornale ieri  ha smontato tutta la commedia degna del  peggior Teatro de’ servi sceneggiata e prodotta dalla premiatissima ditta «Eugenio Scalfari: un uomo molti perché».

Dal primo all’ultimo {speriamo} atto.

Non riesco a capire perché “La Repubblica” non sia stata  abbandonata da quelle firme che hanno ancora un’idea degna del giornalismo.

Povero D’Avanzo, che delle inchieste di mafia aveva fatto una delle sue ragioni di vita.

Troppo facile, per un quotidiano che vuole definirsi prestigioso  scrivere per settimane, mesi, per anni  quasi esclusivamente del mignottificio di Hardcore.

Allora valeva tutto, domande,  post-it, dossier, “speciali” mandati in onda in diretta  e in replica dalle radio associate al Gruppo Espresso.

Per SM Re Giorgio, invece,  su qualcosa si puó sorvolare e dimenticarsi del proprio professionismo.

Ragion di stato: “robba forte”.

“Eugenio che dici”, i 10 motivi per cui Scalfari sbaglia sulla trattativa Stato-mafia

Il fondatore di Repubblica ha risposto a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo. E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità dei magistrati e la memoria di Falcone.

Famiglia Cristiana attacca il Meeting: “Cl applaude soltanto i potenti”

Dalle colonne del settimanale cattolico l’attacco alla kermesse ciellina che fa più male: “Cossiga, Andreotti, Craxi, Formigoni: applausi per tutti a prescindere da ciò che dicono. Poco importava se il Paese, intanto, si avviava sull’orlo del baratro. Su cui ancora continuiamo a danzare. Non c’è senso critico, ma omologazione”.

Corrado Passerella
Marco Travaglio, 22 agosto

Due estati fa il banchiere Corrado Passera sfilava in passerella al Meeting di Rimini, dove ormai è una rubrica fissa, con una requisitoria contro “tutta la classe dirigente italiana” che “non risolve i problemi della gente” e “suscita indignazione”. Applausi a scena aperta dalla platea di Comunione e Fatturazione, che un applauso non l’ha mai negato a nessuno, anch’essa indignata contro la classe dirigente che non risolve i problemi della gente, ma quelli del Meeting di Cl sì, finanziato negli anni dai migliori esponenti della classe dirigente: Berlusconi, Ciarrapico, Tanzi, Eni, Banca Intesa (cioè Passera coi soldi dei risparmiatori) e Regione Lombardia (cioè Formigoni coi soldi dei lombardi). Il noto marziano naturalmente non aveva nulla a che vedere col Passera che amministrò Olivetti (poi venuta a mancare all’affetto dei suoi dipendenti), Poste Italiane e Intesa, dunque membro della classe dirigente che fa indignare i cittadini. Altrimenti avrebbe dovuto autodenunciarsi e beccarsi bordate di fischi. L’altroieri il Passera è tornato per la decima volta al Meeting, non più in veste di banchiere ma in quella di esaministro (Sviluppo economico, Infrastrutture, Trasporti, Comunicazioni, Industria e Marina mercantile): infatti ha evitato di riprendersela con la classe dirigente. Ha invece annunciato che “l’uscita dalla crisi è vicina, dipenderà molto da quello che si riuscirà a fare”. Altrimenti l’uscita è lontana.  Applausi scroscianti, gli stessi che nel corso degli anni han salutato Andreotti, Sbardella, Martelli, Forlani, Cossiga, D’Alema, Berlusconi, Napolitano, Bersani, persino Tarek Aziz e ieri Betulla Farina, Alfonso Papa e Luciano Violante (se un giorno salisse sul palco una donna delle pulizie o Jack lo Squartatore e si spacciassero per ministri di qualcosa, verrebbero sommersi di ovazioni). Il “nuovo Passera” uscito dal fonte battesimale di Rimini, manco fossero le acque del Giordano o del Gange o dello Yangtze, distinguibile dal vecchio per via delle maniche di camicia al posto della giacca, ha poi distillato altre perle di rara saggezza: essendo indagato per frode fiscale, ha detto che “bisogna trovare le risorse per abbassare le tasse,  una vera zavorra, fra le più alte al mondo”. In qualunque altro posto, gli avrebbero domandato: “Scusi, lo dice a noi che le paghiamo? Ma lei è un ministro o un passante?”. Lì invece l’hanno applaudito. Anche se, in nove mesi da esaministro, non ha toccato palla (leggendario il giorno in cui annunciò un “decreto per la crescita” che avrebbe addirittura “mobilitato risorse fino a 80 miliardi”, ovviamente mai visti manco in cartolina). Poi ha minacciato la platea con un modesto “sappiate che la responsabilità che sentivo verso il vostro mondo nelle vite precedenti, in quella attuale è molto aumentata”. Mecojoni, direbbero a Roma. Applausi. Siccome poi Maroni l’ha invitato agl’imminenti, imperdibili “Stati generali del Nord” in programma a Torino, ha aggiunto: “Dobbiamo riprendere il federalismo”. Ma certo, come no. I retroscenisti dei giornali, chiamati a decrittare il sànscrito dei politici, e ora dei tecnici, sostengono che Passera era a Rimini perché “il Meeting porta fortuna” e lui sogna una Lista Passera, o un Partito dei Tecnici, o una Cosa Bianca, o un Grande Centro, o un centrino, o un centrotavola, insomma qualcosa che lo issi a Palazzo Chigi o al Quirinale, visto che ritiene “improbabile” un suo ritorno a Intesa (e a Intesa condividono). Ormai si crede un leader, un trascinatore di folle, e nessuno ha il cuore di avvertirlo che gli applausi ciellini non han mai portato voti a nessuno. Un banchiere con la faccia da travet, specie di questi tempi, può travestirsi come vuole, farsi fotografare dai rotocalchi sulla spiaggia con la faccia da figaccione, la sua signora e l’incolpevole prole, ma resta sempre un banchiere con la faccia da travet, la cui popolarità fra gli elettori è inversamente proporzionale a quella sui giornali. Passerà (con l’accento).

Trattativa prêt-à-porter

   

Sottotitolo: Certo che ne passano di schifezze al meeting di comunione e fatturazione [cit. Don Gallo]. La politica già fa schifo di suo, ma quella vicina al vaticano è la più pericolosa. Per eventuali chiarimenti  sul perché rivolgersi allo (s)governatore lombardo. Mai vista tanta gente sobria, elegante, professionista e professionale, temere le intercettazioni come un utilizzatore finale qualsiasi.  

Mettere poi sullo stesso piano intercettazioni e corruzione equivale al concetto di omosessuale= pedofilo.

Ma chiaramente nessuno fra il giornalismo illustre farà caso a questa bazzecola.
Passera è sempre indagato, vero?
Appunto.

Mentre il ministro [indagato per frode fiscale] Passera si occupa di intercettazioni, il suo collega agli affari esteri non tocca di un euro gli emolumenti principeschi dei suoi colleghi ambasciatori.  Equità come se piovesse e Italia paese laico una cippa.
E’ vero, la Costituzione ha bisogno di essere restaurata, bisognerebbe togliere tutti quegli articoli che parlano di cazzate quali uguaglianza, leggi uguali per tutti, del lavoro come un diritto e non un privilegio di caste e sottocaste che certo non dovranno mai preoccuparsi di non percepire stipendi e pensioni; e, cosa più importante, a questo punto sarebbe opportuno anche rendere legali mafie e corruzione, visto che chi le combatte è considerato un sovversivo e visto che TUTTI i governi hanno sempre indebolito chi alla mafia e alla corruzione si è opposto anche a prezzo della vita. Così Scalfari ci risparmia i suoi articoletti, Rondolino non chiede più di chiudere la procura di Palermo, Violante la smette di insultare i suoi ex colleghi che adesso avranno capito per quanto tempo si sono tenuti la serpe in seno.

Io però poi voglio anche la marijuana, legale, famo a capisse.

Dunque Eugenio Scalfari ci fa sapere che ci sono trattative e trattative.

Alla sua veneranda età vorrebbe convincere quegli italiani che – coraggiosamente – sotto la canicola africana affrontano la lettura dei suoi editoriali che ci sono come dire? situazioni e situazioni, e che i governi di uno stato serio devono poter scegliere qual è il male minore in presenza di una o più minacce per quello stesso stato.  Solo la frase ” love of my life” ormai relegata nello stanzino delle scope e degli stracci della Storia  sembrava dare  soddisfazione al gran pezzo di giornalista.

Se non ci sono le mignotte parte del giornalismo di Repubblica  non si eccita. Soffre di una strana forma di depravazione intellettuale.

Volevo timidamente dire all’anziano voltagabbana, all’inventore delle battaglie per la libertà di espressione à la carte [quello che andava bene per berlusconi per Giorgio The King è inammissibile] che quando si tratta di mafia alternative non ce ne dovrebbero essere, in un paese NORMALE i ladri fanno i ladri, gli assassini gli assassini e le istituzioni, le istituzioni.

Avere un’opinione diversa, pensare che in certe occasioni va bene sedersi a tavola coi ladri e con gli assassini non significa cercare di evitare il male peggiore, a casa mia si chiama connivenza, complicità, si chiama rendersi ricattabili da una criminalità consapevole che nel momento del bisogno pezzi dello stato si faranno sempre trovare disponibili a trattare, e poco importa se questo significa tradire la fiducia dei cittadini che di quelle istituzioni invece, vorrebbero potersi fidare.

Napolitano non è al di sopra della legge esattamente come non lo è berlusconi, anche se in tutti questi anni la politica, tutta, ha lavorato incessantemente per farcelo diventare.

 Evidentemente la nuova (probabile?) alleanza del PD con l’UDC ex partito alleato di berlusconi e il comportamento assai discutibile di Napolitano impongono a Repubblica una nuova e diversa linea editoriale: sono lontani anni luce ormai i post it contro tutti i bavagli. Oggi il bavaglio va bene alla destra, al centro, alla presunta sinistra e pure a Scalfari.

Approvare, giustificare, far diventare un atto istituzionale legittimo e normale la trattativa stato mafia è rivoltante quanto chi blatera di “ragion di stato” per giustificare e proteggere gli autori delle stragi fasciste, quanto chi promette giustizia e verità  sui cadaveri dei morti ammazzati e sui loro altari ai familiari delle vittime di stragi di mafia ben sapendo che quella giustizia non potrà mai arrivare perché la trattativa non la prevede.

Sono proprio contenta di aver smesso di comprare La Repubblica da parecchie settimane, perché  Scalfari il complice lo può fare se vuole, se ritiene che sia giusto, ma non con i  miei soldi.  

La coscienza civile applicata alle cose dei tutti i giorni è la migliore strategia per non rendersi complici inconsapevoli di questo ridicolo regimetto che è l’Italia.

Quando, quindici anni fa scrivevo e dicevo che non compravo nulla targato Mondadori molta gente si straniva, come se non si potesse fare a meno di Chi dell’ottimo Signorini, di Panorama, di Sorrisi e Canzoni e di tutta la porcheria stampata per conto dell’ex tizio, strumenti di propaganda ben peggiori dei fogliacci diretti da feltri, belpietro e sallusti nonché del Foglio del moltoebbasta ferrara.

L’ex magistrato e presidente della Camera: «L’inchiesta sulla possibile trattativa tra Stato e mafia? C’è un populismo giuridico che ha come obiettivo Monti e Napolitano»
Ecco un altro campione di obiettività, quello che trattò sottobanco con berlusconi assicurandogli che nessuno avrebbe toccato le sue tv [e infatti nessuno le ha toccate] e quasi si vantò in parlamento che, durante i governi di centrosinistra le ricchezze di berlusconi aumentarono di 25 volte [nel ’93, ora saranno molte di più].
Questa è la sinistra che si contrappone alla destra peggiore presente in parlamento dai tempi del regime di mussolini.

 

Che fine han fatto i giornali e gli editori che un anno fa marciavano con la Fnsi contro il bavaglio targato Alfano? Ora rilanciano a una sola voce gli ukase di Monti che, senza sapere quel che dice, denuncia “abusi nelle intercettazioni” e annuncia la riedizione riveduta e corrotta in salsa tecnica del bavaglio Al Fano. Spariti i post-it gialli, petizioni, mobilitazioni, paginate su “Tutto quello che non avreste saputo e non saprete più”. L’Anm si spinge a definire addirittura “impropria” l’uscita di Monti, ma in un comunicato senza firme, come se si fosse scritto da solo. Zitti il Pd e la presunta sinistra. Comprensibilmente entusiasti Pdl e Udc. Soave corrispondenza di amorosi sensi fra il Foglio, che insulta Zagrebelsky al punto di difendere Scalfari, e la fu Unità, che critica Zagrebelsky per conto terzi (anzi Colle). La fu Unità, poi, attacca con argomenti berlusconiani la gip Clementina Forleo che ha osato, su Facebook, solidarizzare con la collega Todisco aggredita da un governo “illegittimo”. Il che metterebbe “in discussione la terzietà e imparzialità del magistrato”. Quasi che la Forleo avesse fra i suoi imputati il governo. O che i giudici, per esser imparziali, dovessero essere tutti governativi. Come quelli che hanno condannato le Pussy Riot. Piacerebbe, eh? [Marco Travaglio]

Trattativa, Scalfari: ‘Normale in guerra’. E attacca Zagrebelski: applausi da Bondi

Nel suo editoriale domenicale il fondatore di Repubblica risponde al presidente emerito della Consulta, che aveva invitato il Colle a ripensare al conflitto di attribuzioni sollevato con la Procura del capoluogo siciliano ( Il costituzionalista, infatti, dando ragione ai pm di Palermo, aveva invitato il Colle a ripensare al conflitto di attribuzione sollevato con la Procura del capoluogo siciliano.). Sui pm dice: “Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati”. E l’ex ministro della cultura paragona le idee del giornalista a quelle di B: “Le opinioni del Cavaliere sostenute da una penna potente”.

Sciur padrun

Sottotitolo: “Vent’anni fa non ci lasciammo intimidire” [Giorgio Napolitano, Palermo, 23 maggio 2012 – commemorazione strage di Capaci]

***

LA RAGION DI STATO DEL QUIRINALE.  LA CONSULTA PROCESSA INGROIA
Telefonate Mancino-Napolitano: con il deposito del ricorso alla Corte costituzionale, il Colle formalizza l’attacco alla Procura di Palermo che indaga sulla trattativa fra lo Stato e la mafia. Nessuno deve sapere. [Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2012]

***

Napolitano: “Legge elettorale, partiti sfuggenti. Voto anticipato? Decido io”

***

Ottimo Napolitano che sul voto anticipato dice “decido io”. Premesso che è nelle sue prerogative, ma non erano le stesse anche quando l’Italia grazie al delinquente zippato era ridicolizzata e compatita da tutto l’orbe terracqueo? quando ci sarebbero stati mille e più motivi per sciogliere d’urgenza le camere anziché apporre autografi su ogni porcata richiesta dall’utilizzatore totale che poi venivano puntualmente respinte al mittente perché anticostituzionali?  mi piacerebbe sapere perché non si sono potute sciogliere le camere quando berlusconi fu accusato di sfruttamento della prostituzione minorile, perché non dopo le storiacce di HardCore e dintorni, perché non dopo la prescrizione al processo Mills, perché non dopo che un giudice ha stabilito che dell’utri pagava il pizzo alla mafia per conto terzi e cioè di berlusconi.

Soltanto adesso Napolitano si ricorda che può decidere lui? e queste sarebbero le istituzioni da difendere anche a costo di mentire a tutti gli italiani?  Umanamente mi dispiace per Napolitano, professionalmente, istituzionalmente no, lo ritengo davvero il peggiore dopo Cossiga, non foss’altro perché non si è mai messo di traverso a berlusconi così come sta facendo ora a proposito della qualunque, ma ognuno decide in che modo farsi ricordare.

Ecco perché sono sempre più convinta che questo paese abbia bisogno di gente più giovane al comando. Non voglio essere costretta a pensare che un capo di stato agisca in un certo modo per questioni di età avanzata o su suggerimento di altra gente a cui – sempre per questioni anagrafiche –  non può interessare un futuro del quale non faranno mai parte.

E, a proposito di legge elettorale io temo che la prossima sarà perfino peggio di quella attuale.  Nel momento peggiore per i partiti non potranno pensare a nulla che non garantisca la loro esistenza in vita, il discorso di Napolitano del 25 aprile è stato chiaro e limpido: fuori i demagoghi [quelli a cui non piace il mantenimento di questo modo di fare politica e questa politica incentrata esclusivamente sugli interessi personali di chi la esercita e non, come dovrebbe essere, finalizzata al bene collettivo, comune] e viva i partiti, unico sistema efficace per esercitare la politica.

 Tutti quindi faranno di tutto per non perdere soldi, privilegi e poltrone.

***

Dall’archivio storico di Repubblica.

Giusto per ricordare ai direttori ma soprattutto al fondatore così prodigo di di buon senso ultimamente, e che praticamente ogni giorno dispensa le sue perle di saggezza urbi et orbi, che una legge sbagliata [e che non esiste in nessun paese democratico del mondo] fa schifo se la pensa berlusconi per salvare il se stesso medesimo che è ma non fa meno schifo se a metterla in pratica poi sono altri  per salvare altre persone e coprire altri tipi di “marachelle”.

Che le battaglie per i principi non possono essere relative a persone e situazioni ma che un principio, specie se è un principio di libertà, quello dei cittadini di essere informati su chi e come viene gestito lo stato va difeso, SEMPRE.

Che non si può essere liberali quando si tratta di berlusconi e liberticidi quando invece c’è di mezzo il presidente della repubblica. Sennò è davvero troppo facile. Ma è altrettanto facile però giudicare poi la credibilità di un giornale.

***

CODEX SCALFARIANUS

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 31 Luglio 2012

Massima solidarietà ai colleghi di Repubblica, proditoriamente attaccati nell’omelia domenicale di Eugenio Scalfari, improntata alla “deontologia e completezza dell’informazione” e dedicata anche alla morte di D’Ambrosio, “aggredito da una campagna di insinuazioni”.

Gli autori sono noti: in particolare alcuni giornali e giornalisti” che “gli uffici dei Procuratori di Palermo hanno provvisto di munizioni “. 

Il solito Fatto Quotidiano? No, stavolta è impossibile. 

Fu Repubblica il 18 giugno la prima a pubblicare la notizia delle intercettazioni Mancino-D’Ambrosio: “Trattativa tra Stato e mafia: da Mancino pressioni sul Quirinale”, “Mancino telefonò a D’Ambrosio. I magistrati ritengono le sue parole rilevanti ai fini dell’inchiesta: Mancino paventa addirittura che ‘l’uomo solo’, se resta tale, chiami in causa ‘altre persone’. Quindi chiede a D’Ambrosio di
parlare dell’indagine con Napolitano, perché intervenga sui magistrati che indagano sulla trattativa “. 

Chi avrà passato le notizie ai giornali? 

Scalfari indaga: “Può esser stato un addetto alla polizia giudiziaria,un cancelliere, un usciere dedito a frugare in cassetti e casseforti. O uno dei procuratori che avrebbero il dovere di aprire un’inchiesta sulla fuga di notizie secretate”.

Ne avesse azzeccata una. 

Le intercettazioni non erano né in un cassetto né in cassaforte, ma depositate agli avvocati dei 12 indagati e, da quel momento, non più segrete.

Fortuna che la Procura non ha dato retta a Scalfari, altrimenti il primo giornale sott’inchiesta per il non-reato sarebbe il suo. 

Ma il j’accuse scalfariano prosegue: “Ricordo che la notizia dell’intercettazione indiretta del Presidente fu data addirittura da uno dei quattro procuratori in un’intervista al nostro giornale”. 

Ricorda male: la notizia fu data da Panorama il 20 giugno, l’intervista a Di Matteo è del 22. 

Scalfari insiste sul presunto “divieto d’intercettazione del Presidente, diretta e indiretta … Gianluigi Pellegrino sostiene che l’art.271 C.P.P. (Codice Procedura Penale), connesso con l’art. 90 Costituzione, contiene già la norma che stabilisce la distruzione immediata delle intercettazioni vietate. C’è stata un’infrazione estremamente grave della Procura per ignoranza delle norme”. 

Purtroppo le due norme citate non prevedono alcun divieto d’intercettazione indiretta del Presidente né la distruzione immediata delle bobine, dunque i P.M. non sono incorsi in alcuna infrazione o ignoranza. 

Né Pellegrino ha mai scritto una simile castroneria: anzi ha chiesto una nuova “norma ordinaria”, visto che oggi la “diretta distruzione” dei nastri presidenziali sarebbe ricavabile solo “in via interpretativa dalle leggi vigenti”. 

Qui l’unico che ignora le norme è Scalfari, nonostante i ripetuti tentativi di Cordero e Messineo di spiegargliele. 

Il 271 dice che “il Giudice” (non il Pubblico Ministero) distrugge i nastri con la voce dei titolari di segreto professionale (avvocati difensori, confessori ecc.): nessun cenno al capo dello Stato. 

Il 90 dice che il Presidente “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni, tranne per alto tradimento o attentato alla Costituzione”. 

Infatti i P.M. non l’hanno indagato: hanno solo intercettato un testimone sospettato di inquinamenti probatori, stralciando le sue telefonate con Napolitano in vista della distruzione da parte del G.I.P. (Giudice Indagini Preliminari) nell’udienza in contraddittorio con gli avvocati, perchè valutino l’eventuale rilevanza delle parole di Mancino per il diritto alla difesa. 

Dulcis in fundo Scalfari se la prende con gli amici che non lo spalleggiano nella guerra ai pm di Palermo, anzi li “incoraggiano all’accertamento della verità”, mentre lui dubita “delle capacità professionali ” di una Procura già autrice del”madornale errore di mandare all’ergastolo un innocente”. 

Cioè il falso pentito Scarantino, reo confesso per via d’Amelio e poi scagionato da Spatuzza. 

Peccato che a credere a Scarantino siano stati la Polizia, la Procura, la Corte d’assise, la Corte d’appello di Caltanissetta e infine la Cassazione. 

La Procura di Palermo mai. 

Questo, si capisce, per deontologia e completezza dell’informazione.

 

L’eversore della porta accanto

Preambolo: Soldi che naturalmente la madre ha rifiutato.

Ché la dignità è una cosa seria, non ha prezzo.

***

Trattativa Stato-mafia, le 12 richieste di rinvio a giudizio, Dell’Utri indagato, Aldo Miccichè arrestato. Giornata piena

Gli indagati a vario titolo nell’inchiesta Stato-mafia, sono: Totò Riina, Giovanni Brusca, Nino Cinà, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, il generale dei carabinieri, Mario Mori, l’ex capitano dell’Arma, Giuseppe De Donno e l’ex capo del Ros, Antonio Subranni, Nicola Mancino, il senatore Pdl Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Calogero Mannino.

***

Sottotitolo: un giornalista che pensa e scrive che il potere ha sempre ragione, anche quando manifestamente non ce l’ha, non è un giornalista, in un paese normale esistono il consenso e il dissenso,  esiste il diritto dei cittadini di essere informati sul conto di chi gestisce le cose di tutti e il modo in cui lo fa, perché come diceva Marco Travaglio il 19 luglio a Palermo, alla commemorazione della strage di via D’Amelio, per gli applausi non serve una democrazia, bastano anche i regimi, Scalfari ha forse qualche rimpianto nel cassetto? Come diceva Joseph Göbbels, l’ottimo ministro della propaganda nazista, un principiante se confrontato ai propagandisti dei giorni nostri: “ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità. La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità“.

 Non mi aspettavo certo che Repubblica rivolgesse anche a Napolitano le dieci domande (e poi ancora altre dieci) né che organizzasse una protesta a base di post-it circa la richiesta di verità sulla trattativa mafia stato (e viceversa) ma insomma, a tutto c’è un limite.

***

Scalfari e noi “eversori”

***

Non sono ‘grillina’, non sono ‘dipietrista’, non sono, e parrà strano, nemmeno ‘travaglina’, apprezzare il lavoro di un giornalista puntuale, leale e criticarlo nel merito di quello che dice e scrive e non perché (forse) si mette le dita nel naso o (forse) non si lava i denti dopo i pasti non significa diventare succube di quel che scrive; un giornalista si dovrebbe criticare esclusivamente per come svolge il suo lavoro, per quanto dimostra di essere affidabile, credibile, per i suoi rapporti e la sua vicinanza col potere e la storia italiana ci dovrebbe aver insegnato che quando il potere – o le persone vicine a quel potere – disprezzano un certo tipo di giornalismo significa che quel giornalismo forse, anzi sicuramente sta lavorando bene.

Essere invisi ai Cerchiobattisti d’Italia, ai servi del padrone (sempre quello eh?) , a quelli che tengono famiglia e continuano a servire il potere anche quando quella famiglia è più che sistemata è una nota di merito per il giornalismo onesto, quello che non deve rispondere a nessuna voce del padrone.
E non sono forcaiola e nemmeno giustizialista, mi piace ragionare sempre in punta di quel diritto che troppo spesso in questo paese viene ignorato, svilito, offeso e vilipeso.
Ma probabilmente – anzi sicuramente – Scalfari non esiterebbe a definire eversiva anche una persona come me solo perché come il giudice Imposimato e Franco Cordero (eversori anche loro?) e altri autorevoli costituzionalisti, dunque conoscitori di leggi e Costituzione proprio per mestiere, penso che Napolitano abbia fatto molto più di una pessima figura, certamente non da statista né da arbitro imparziale come il ruolo e la Costituzione gl’imporrebbero facendo qualcosa che non rientra affatto nelle funzioni di un capo di stato e cioè riparare, accogliere le richieste come suo solito (lo ha fatto molte volte anche con berlusconi quando firmava leggi che poi la Consulta puntualmente respingeva) di un ex ministro bugiardo, indagato per reticenza e falsa testimonianza nonché testè rinviato a giudizio insieme a personaggi del calibro di dell’utri e mannino.
La storia, specialmente quella di questi ultimi decenni ci ha insegnato che è stato definito eversore anche chi vuole uno stato serio, un governo libero e liberato da politici corrotti e corruttori, un’impresa ripulita da dirigenti disonesti, delinquenti.
E’ stata una parola pronunciata spesso anche nei confronti di giornalisti che denunciavano i crimini di cui certa politica si è macchiata e Scalfari, a meno che non abbia perso la memoria questo lo sa bene, quindi sa bene anche perché sta insistendo così tanto nel discredito di Magistrati e giornalisti e, un paese dove l’operato di Magistrati e giornalisti indipendenti deve passare per il giudizio – in questo caso diffamante di un anziano fondatore di un quotidiano e amico personale di Napolitano è un paese in pericolo.
Scalfari, al contrario di quel che pensano i liberali à la carte, quelli che quando si trattava di berlusconi tutto era ammesso e concesso ma per Napolitano no, ci vuole il guanto di velluto o,  meglio ancora il silenzio, NON può scrivere quello che gli pare senza motivarlo coi fatti, perché per fare delle affermazioni, specie di una certa gravità, ci vogliono prove, altrimenti è fuffa, aria fritta, vuoto pneumatico, miseria intellettuale, dunque il nulla.

E questo vale anche per Scalfari.

***

Il grande sonno
 Marco Travaglio, 25 luglio

La miglior conferma dell’imparzialità dei pm di Palermo che indagano sulle trattative Stato-mafia sono le reazioni, anzi le non reazioni dei politici, solitamente così ciarlieri, alla notizia delle 12 richieste di rinvio a giudizio: silenzio di tomba da destra, dal centro e da sinistra, a parte alcuni dipietristi come Li Gotti (“i soliti dipietristi”, direbbe la stampa di regime), che invocano la verità sullo scandalo più scandaloso della nostra storia recente; e a parte Cicchitto (il solito Cicchitto), che coerentemente attacca a testa bassa Ingroia (“una lesione dello Stato di diritto”) in perfetta continuità col piano della P2. Silenzio anche dall’ermo Colle, pur così loquace e reattivo a ogni stormir di fronda targato Palermo: stavolta, invece, nessun monito. E dire che solo due giorni fa Napolitano giurava di volere, anzi di pretendere tutta “la verità” sulle “torbide ipotesi di trattativa” (ma le trattative sono una certezza cristallizzata da sentenze anche definitive, e torbide semmai sono le trattative, non le ipotesi). Ora che la verità è più vicina con la richiesta di processare i presunti autori e complici delle trattative, anziché plaudire ai pm che le hanno dedicato gli ultimi tre anni della loro vita, il Quirinale prima si prodiga per aiutare Mancino, poi trascina la Procura alla Consulta e ora tace. Mai, negli ultimi anni, s’era vista un’indagine tanto osteggiata da tutto il potere: politici di ogni colore e risma, alte e basse cariche, vertici dei servizi e dell’Arma, giornali e tv al seguito. Fra gl’imputati infatti ci sono uomini del vecchio centrosinistra confluiti dalla Prima alla Seconda Repubblica coi loro segreti (Mannino e Mancino), accusati della prima trattativa: quella del Ros con Riina via Ciancimino. Conso, protagonista della seconda, quella che portò alla revoca del 41-bis per 334 boss, sarà processato per false dichiarazioni ai pm alla fine del processo di primo grado, come prevede una legge-vergogna del centrosinistra del ’95. Poi c’è Dell’Utri, che inventò Forza Italia quando B. manco lo sapeva (ma Mangano sì), e possiamo immaginare il perché: la terza trattativa, che pose fine alle stragi e inaugurò la Seconda Repubblica. Infine gli ex vertici del Ros, da Subranni a Mori a De Donno, anch’essi traghettati dalla Prima alla Seconda Repubblica con i loro segreti. Fin qui il cosiddetto “Stato”. Poi ci sono i mafiosi: Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella, e i due postini del “papello”, Massimo Ciancimino e Antonino Cinà. Tre trattative, sei imputati per lo Stato e sei per Cosa Nostra: par condicio assoluta. È in questa tridimensionalità la chiave per capire l’impopolarità dell’indagine nelle alte sfere. Eugenio Scalfari, su Repubblica, ha additato il Fatto come organo di una “manipolazione eversiva” e “destabilizzante” contro il Quirinale in combutta con “Grillo, Di Pietro e i giornali berlusconiani”. Per la verità, i giornali berlusconiani non hanno scritto una riga contro l’attacco del Quirinale ai pm di Palermo, anzi li hanno fucilati anche loro, lamentando che il Colle non li avesse fermati prima: perché, se la prima e la seconda trattativa coinvolgono uomini del centrosinistra, la terza investe in pieno il corpo mistico del berlusconismo. Specularmente, i giornali di centrosinistra preferiscono dilungarsi su B. e Dell’Utri, sorvolando sul ruolo di Mancino e Conso e dei governi retrostanti: quelli di Amato e Ciampi. Allora — ha ragione Scalfari — “Napolitano non era al Quirinale”. Ma era presidente della Camera, mentre al Senato c’era Giovanni Spadolini. E sarà un caso, ma quando Cosa Nostra colpì la Capitale, scelse proprio le basiliche di San Giorgio e San Giovanni. Ora basta leggere le telefonate Mancino-D’Ambrosio (la ricostruzione completa è nel libro+dvd allegato in questi giorni al Fatto e nel numero speciale di Micromega) per scoprire che molte cose della seconda trattativa le sapeva persino il consigliere giuridico del Colle.
Ma naturalmente a Napolitano non aveva detto nulla.
Un’insaputa tira l’altra.

Le dichiarazioni del Procuratore di Palermo Antonio Ingroia in occasione del 7° Forum della Legalità che si è svolto a Campofelice il 19 luglio 2012 sul sagrato della chiesa S.Rosalia.

Della Repubblica [e dell’informazione che non c’è]

  Sottotitolo:  nel piddì qualcuno mi legge. Solo ieri avevo scritto che il cosiddetto e ormai defunto a quanto pare centrosinistra si trova impossibilitato a fare quelle leggi che in paesi normali e civili fanno anche governi di destra moderati e liberali tipo regolamentare le coppie di fatto e omosessuali perché c’è sempre qualche Fioroni e qualche Binetti di troppo. Avevo dimenticato, purtroppo, il pezzo da novanta, quella Rosy Bindi che in tutti questi anni per molti ha avuto il ruolo della pasionaria, di quella che per il bene del suo partito e di leggi riformiste utili al rinnovamento e alla crescita di un paese ancorato e incollato ai desiderata della vaticano spa e incapace di smarcarsene –  come si fa nei paesi civili dove le leggi si fanno in parlamento e non in sacrestia né nell’anticamera di sua santità – avrebbe messo da parte il suo sentire personale, la sua fede religiosa. Invece Rosy nei momenti topici ci tiene a ricordare che nelle sue intenzioni non c’è niente di tutto questo,  che un cattolico è come un diamante: per sempre, specie se fa il politico in Italia. Ed ecco perché all’interno di un vero partito di sinistra, liberale e riformista non ci possono stare i cattolici. Almeno non quelli come Fioroni, Binetti e Rosy Bindi.

Meno di un mese fa Bersani era ancora a chiedersi se fosse opportuno chiamare “matrimonio” l’unione fra due persone dello stesso stesso. Come se il problema fosse la definizione, il nome e non il fatto che l’Italia nel terzo millennio è ferma al medioevo, e non certo per colpa del vaticano che fa il suo, lo faceva anche quando c’erano fanfani e andreotti ma questo non ha impedito ai governi di allora di varare leggi importanti come la 194 e quella sul divorzio, ma di quella politica (tutta, praticamente) che ha il terrore di perdere il voto dei cattolici più integralisti – oggi più di cinquant’anni fa. E questo è inconcepibile per un paese moderno, di questi tempi.

***

Disastro all’assemblea Democratica Bersani in balia delle correnti del partito


***

Volevo aspettare settembre, avevo deciso di concedere una deroga a Repubblica anche se ultimamente la sua deriva verso la fuffa sembra inesorabile, ma se le cose stanno così non aspetto neanche un minuto di più: arrivo in spiaggia (ieri),  e poi come faccio sempre apro i miei quotidiani sulla prima pagina cercando quelle notizie che voglio leggere prima di altre. Guardo Repubblica e allibisco. Mi sono detta, no, Ezio Mauro, quello delle dieci domande e poi ancora altre dieci  a berlusconi non può fare una cosa del genere, nascondere la dichiarazione scellerata di Letta. E invece sì, lo ha fatto, e allora per me diventa una questione di dignità personale, non faccio da spalla a nessun house organ, né tantomeno a quella stampa che si dice libera e liberale ma poi nega le notizie ai suoi lettori.
Ho smesso di comprare l’Unità a luglio dello scorso anno quando Concita De Gregorio fu cacciata, come già accadde per Colombo, Travaglio e Padellaro per ordini di partito [il pd], e da quando esiste Il Fatto non ne ho perso un solo numero [anche se sono arrabbiata coi moderatori che censurano i commenti dei lettori sul sito on line], insieme al Fatto fino a ieri ho comprato anche Repubblica perché a me piace il giornale di carta, è una lettura diversa rispetto a quella che si fa sui siti on line e su Repubblica scrive gente che mi piace aldilà dei suoi direttori – fondatori – editori.
Però, caro Ezio Mauro, non si fa così l’informazione, sulla prima pagina  di Repubblica di ieri, sabato 14 luglio,  non c’è traccia della dichiarazione del vicesegretario del pd Letta, che preferisce i delinquenti [e non lo sono perché lo dico io ma il numero impressionante di processi, imputazioni, condanne e prescrizioni che riguardano gran parte dei componenti del  partito delle libertà provvisorie a partire dal suo padre padrone assoluto] alle persone oneste, sicché oggi stesso avvertirò il mio edicolante di non conservarmi più Repubblica.
Perché io il gioco non  lo reggo a nessuno, non sono serva di nessuno, tantomeno di un partito ridicolo come il pd.
Se Repubblica ritiene che le dichiarazioni di Letta non meritino l’evidenza della prima pagina significa che non ha rispetto per l’intelligenza dei suoi lettori,  che li considera perfetti idioti che non devono sapere che il vicesegretario del partito che vorrebbe diventare la prima forza di governo ha simpatie per l’avversario più feroce che la politica di sinistra e di centrosinistra ha saputo confezionare, costruire in questi ultimi due decenni, e siccome non è più in grado di combatterlo, semmai ci sia stata davvero la volontà di farlo visto che a quanto pare invece lo ha reso sempre più forte e potente, ne prova perfino nostalgia, lo preferisce ad un movimento  che ha tutto il diritto, se preferito dalla gente a dire la sua anche in parlamento così come funziona in una democrazia che si rispetti.

Io però, no, nostalgie canaglie non ne ho.

E a un delinquente continuerò a preferire sempre una persona, o più persone, oneste.

***

 Ai servi di b ci eravamo abituati, li guardavamo ormai con compassione chiedendoci come fosse possibile arrivare all’ultimo stadio della prostituzione, quella che spesso sfocia nelle peggiori perversioni. E’ agli altri che non ci si abitua, a chi omette, tace e nasconde le malefatte di chi berlusconi avrebbe dovuto contrastarlo ma non l’ha mai fatto. Ogni riferimento – da parte mia –  al pd, a Letta & soci  e a Repubblica non è puramente casuale ma voluto e intenzionale.

***

Salme e salmi
Marco Travaglio, 15 luglio

Si pensava che la ridiscesa in campo del Ricainano e il voluttuoso entusiasmo con cui è stato accolto tra le file della servitù inducesse la servitù medesima ad astenersi dalle litanie sugli antiberlusconiani orfani di B. che non sanno più cosa dire e scrivere, con cui ci ammorbavano dal giorno della caduta di B. Invece insistono imperterriti: ora scrivono che la notizia del riritorno del Rinano avrebbe scatenato caroselli di giubilo a Repubblica, al Fatto, nel clan Santoro e tra i “comici militanti”: “Aiuto, si rivedono gli zombie anti-Cav” (il Giornale), “Quelli che… ricomincia la festa: da Crozza a Travaglio, i comici e i giornalisti militanti non vedevano l’ora del ritorno di Silvio”. Strano, perché gli unici festeggiamenti per la riesumazione della salma si riscontrano proprio sugli house organ della medesima. “Perché torna Berlusconi”. “Si torna a Forza Italia. Comincia la rimonta”. “Berlusconi cerca la donna perfetta per il ticket” (una nuova versione del bungabunga?) titola il Giornale di zio Tibia Sallusti, tutto eccitato per la “buona idea” e arrapatissimo da quel bell’uomo che s’è pure “messo a dieta” facendo footing a villa Ada, ha “sfoltito la corte” e ha addirittura “annullato le vacanze”. “Noi — aggiunge l’impiegato — non l’abbiamo mai visto morto e non abbiamo mai avuto dubbi sul suo ritorno. O ce la fa lui, o addio sogno di un Paese liberale”. Anche Prettypeter, al secolo Belpietro, quando il caro estinto gli annunciò il ritiro dalle scene, capì subito che era tutto “un bluff” e ora la resurrezione lo ringalluzzisce perché “o ci prova lui o non lo fa nessun altro”. Giuliano Ferrara s’era già buttato su Monti (con le conseguenze facilmente immaginabili per Monti). E ora oplà, con agile balzo si rituffa su padron Silvio: “Il pupo ha molta energia. È come un ragazzo”. “Amore, ritorna. Le colline sono in fiore e sarebbe bello che Silvio Berlusconi e Veronica si amassero ancora”. Si attende ad horas il ritorno all’ovile di Schifani, uno dei pochi che aveva creduto al decesso, dunque si era rimesso a vento col classico calcio dell’asino, o del lombrico. Mariastella Gelmini, dal tunnel del Gran Sasso dove ancora insegue i neutrini, scarica Angelino Jolie con cui per sei mesi era tutta puccipucci e annuncia trionfante: “Col Cav riprenderemo Nord e imprese”. Libero comunica esultante: “Operazione pulizia, Berlusconi fa sul serio: la Minetti deve lasciare”. Ma come, non ci avevano spiegato che l’igienista era una superlaureata, un volto nuovo, una statista in erba, una reincarnazione di Luigi Einaudi appena più popputo? Sì, alla fine dobbiamo confessarlo: il riritorno della risalma mette allegria anche a noi, ma non tanto per lui: per lo spettacolo impagabile dei trombettieri che si riposizionano alla spicciolata. Vespa torna a Palazzo Grazioli per raccogliere — informa su La Gazzetta di Parma — dalle labbra di B. “le ragioni del suo ritorno in campo”. Queste: “Se alle elezioni dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto 18 anni d’impegno politico?”. All’incontro “partecipa anche Alfano”, con grembiule, crestina e strofinaccio. Un giornalista normale farebbe notare a B. che essere ancora a piede libero e controllare Rai e Mediaset non è malaccio, come bilancio di questi 18 anni. Infatti l’insetto non fa notare. Galli della Loggia non ha mai risparmiato critiche al partito di plastica. Ma non perché fosse berlusconiano, anzi perché non lo era abbastanza: non separava le carriere dei magistrati e non difendeva il “primato della politica”, cioè i politici ladri e mafiosi. Ancora l’altro giorno Polli del Balcone lacrimava per Mancino seviziato dai pm siciliani cattivi. Ora se la prende col “conformismo” del “sistema dell’informazione… eccessivamente indulgente verso il potere politico ed economico” e conclude: “Ci siamo stati dentro tutti nell’Italia degli ultimi anni, se non sbaglio”.

Ecco, sbaglia: ci sono stati dentro in tanti, lui compreso. Noi no. Parli per sé e per loro. Non per noi.

La via di mezzo [fra la diffamazione e la calunnia]

Sottotitolo: Monti non si candida a cariche governative  forse perché (anche lui?!) mira più in alto, al Quirinale? non so, ma a me non piace per niente questa ipotesi, un robot salvabanche non è certamente meglio del vecchio satrapo. Nessuno dei due ha le caratteristiche che dovrebbe avere un presidente della repubblica, dunque di tutti [Giorgio, non dicevo a lei, tranquillo].

 

Scalfari, più amico di Giorgio che della verità

Trattativa Stato-mafia

Ingroia risponde a Scalfari (e lo perdona)

Antonio Ingroia non è solo un magistrato integerrimo, che applica “la legge eguale per tutti”, è anche un gran signore. Domenica sera, durante un dibattito alla “Festa dell’Unità”, ha replicato alle accuse di Scalfari (fondate sul nulla, se dovessimo usare una locuzione molto in auge nel Colle più alto), ma lo ha anche perdonato in nome della sua storia di padre del giornalismo.

di Antonio Ingroia – Micromega

Sono assai stupito che un padre del giornalismo, in genere molto attento a essere dettagliatamente informato su tutti i temi che è solito affrontare, ignori la normativa ed esprima un’opinione così disinformata, accusando la Polizia giudiziaria e la Procura di Palermo di illeciti gravissimi. Noi abbiamo sempre e soltanto applicato la legge con il massimo delle cautele (…)

Oggi purtroppo [Scalfari] commette un infortunio che normalmente non accade a giornalisti di questa levatura, semplicemente non essendosi informato sulle leggi vigenti in Italia oggi, e accusando [la Procura di Palermo] di aver commesso degli illeciti, siamo tra la diffamazione e la calunnia, ma comunque sorvoliamo, perdoniamo a Scalfari per la sua storia questo tipo di reazione per la verità un po’, diciamo così, sopra le righe.

(10 luglio 2012)

Più che perdono a me pare una pietosa compassione, ma ognuno, alla fine, sceglie in che modo finire una carriera. Ingroia è un gran signore, al posto di una denuncia per falso e diffamazione ha preferito quella della “comprensione”.

Il povero  Giuseppe D’Avanzo si starà rigirando nella tomba a vedere com’è ridotto il quotidiano a cui ha dedicato gran parte della sua vita fino all’ultimo giorno.
Il problema è, come scrivevo ieri, che persone più giovani sentano come una specie di dovere morale quello di rispettarne altre in virtù della loro anzianità, storia eccetera, non si infierisce su due quasi novantenni: Napolitano e Scalfari, che però non mollano, anche se  hanno cariche e ruoli importanti,  significativi, di rilievo, godono di ampie ribalte, pulpiti autorevoli dai quali fanno affermazioni pubbliche in grado di disorientare e impedire alla gente di farsi una giusta opinione sui fatti che riguardano il nostro paese.


Al cittadino non far sapere
Marco Travaglio, 11 luglio

Ue’ guaglio’!”. “Scusi, con chi parlo?”. “So’ Nicola, Nicola Mancino: l’amico D’Ambrosio m’ha detto di chiamarti per fare qualcosa contro ‘sti malamente dei piemme di Palermo che si so’ fissati co’ ‘sta pinzillacchera della trattativa”. “Guarda, Mancino, con tutto il bene che ti voglio, hai sbagliato indirizzo. Anzitutto non sono un ‘guagliò’, ma il presidente della Repubblica. E, come capo del Csm, non solo non ho alcun potere di interferire in un’inchiesta in corso, ma ho pure il dovere di difendere l’indipendenza dei magistrati.
Dovresti saperlo bene, visto che del Csm eri il vicepresidente…”. “Ma guagliò, cioè presidè, chisti piemme insistono, dicono che so’ bugiardo, organizzano confronti co’ Martelli…”. “E io che ci posso fare? Se non hai nulla da rimproverarti, vedrai che la tua innocenza alla fine verrà fuori. Noi siamo i primi a doverci fidare della magistratura perché apparteniamo a una categoria privilegiata: sennò con che faccia diciamo a un cittadino qualunque che deve aver fiducia nella Giustizia?”. “Presidè, è ‘na parola, chilli vogliono incriminarmi pe’ falsa testimonianza! Ammè, capito, a Nicola Mancino!”. “Guarda, caro, se hai qualche lagnanza nei confronti di un pm, manda un esposto al procuratore, al gip, al presidente della Corte d’appello, al procuratore generale, al Csm, alle Nazioni Unite, a chi pare a te, ma lasciami fuori. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ricordi? Lo dice la nostra Costituzione, su cui hai giurato un’infinità di volte…”. “Ma presidè, siamo amici, m’hanno rimasto solo, non mi parla cchiù nisciuno…”. “E pazienza, prenditi una badante, gioca a bocce, fai come ti pare, ma non permetterti più di disturbare il Quirinale. E lascia in pace il povero D’Ambrosio che non ce la fa più. Sennò ti denunciamo per stalking ai sensi della legge Carfagna.” Sarebbe bello se, per troncare le polemiche e i sospetti seguiti alla notizia che due sue telefonate sono state intercettate sull’utenza di Mancino, il Capo dello Stato chiedesse ufficialmente alla Procura di non farle distruggere e di trasmettergliele. Per renderle pubbliche e dimostrare agli italiani che davvero le illazioni sul suo conto sono “costruite sul nulla”. Che possiamo fidarci della sua correttezza e imparzialità. E che le condotte border line che gli attribuisce D’Ambrosio al telefono con Mancino sono solo millanterie per levarselo di torno. Insomma che non è vero che Napolitano parlava con Grasso e col Pg della Cassazione per mettere in riga i pm di Palermo con la scusa di “coordinarli” con i colleghi di Firenze e Caltanissetta. Non è vero che Napolitano suggeriva a Mancino di concordare una versione di comodo (cioè falsa: la verità non si concorda) con Martelli che lo contraddice. Anzi, si atteneva scrupolosamente al protocollo di coordinamento varato l’estate scorsa dal Csm (da lui presieduto) con Grasso e le tre Procure. E non lo sfiorava neppure la tentazione di favorire Mancino, avendo come unico obiettivo la ricerca della verità sull’indegna trattativa Stato-mafia. Purtroppo, almeno finora, il capo dello Stato non ha voluto raccogliere il consiglio che, per il bene dell’alta istituzione che rappresenta, gli ha rivolto il Fatto. Anzi, ci risulta che ha mandato avanti l’Avvocatura dello Stato per contestare la mossa assolutamente legittima e doverosa dei magistrati: quella di intercettare tutte le conversazioni di Mancino, comprese le sue. E non gli giova l’incauto prodigarsi di uomini a lui vicini, come Scalfari, che ancora ieri, in una selva di supercàzzole giuridiche, intimava ai pm di Palermo di fare subito ciò che non possono: “Avviare la procedura di distruzione” delle telefonate Mancino-Napolitano. La domanda sorge spontanea: perché tanta fretta? Forse che, nelle due bobine, c’è ben più del “nulla” che lui ha solennemente garantito? Presidente, ci illumini: in quei nastri c’è qualcosa che non sappiamo e soprattutto non dobbiamo sapere?

Ragion di che?

Sottotitolo: L’anzianità non fa sempre virtù,  con la scusa del rispetto per l’età non è possibile che si possa permettere tutto;  in questo paese ci si ostina a dare e a mantenere cariche a persone che, in una vita normale di e da persona normale potrebbero fare al massimo i nonni o i bisnonni e nemmeno a tempo pieno. E allora se qualcuno pensa che sia giusto, possibile continuare a fare il presidente della repubblica o il direttore, sebbene onorario, di un quotidiano a novant’anni, bisogna che prenda atto che sono giuste, fattibili e possibili anche le critiche.

Specie quando sono necessarie e doverose.

Preambolo: «Un consulente della Presidenza della Repubblica ha
cercato di far sì che i processi condotti dalla Procura di
Palermo che riguardano la trattativa venissero fermati o tramite
un’avocazione delle indagini stesse o tramite un accorpamento a
livello delle tre procure che si occupano delle stragi: Palermo,
Caltanissetta e Firenze. Probabilmente, la Procura di Palermo è
quella che preoccupa di più, perché si sta avvicinando di più
al vero motivo della strage di via d’Amelio».
[Salvatore Borsellino – Ansa]

Trattativa, Scalfari attacca i pm di Palermo e chiede provvedimenti disciplinari

Il fondatore de la Repubblica nel suo consueto editoriale della domenica se la prende con il Fatto e denuncia l’illegittimità dell’intercettazione telefonica della telefonata tra Mancino e Napolitano. Ma non n’è nessun abuso: ecco perché:

Trattativa, procuratore di Palermo: “Critiche di Scalfari sono infondate”

Il procuratore di Palermo Messineo commenta l’editoriale del fondatore de La Repubblica in cui venivano lanciate accuse contro la procura del capoluogo siciliano in merito alle intercettazioni che hanno visto chiamato in causa anche Napolitano. “Gravi quanto infondate accuse di avere commesso gravissimi illeciti”.

Una s’aspetta che certe cose le facciano “giornalisti” come feltri,
belpietro, gente a cui in un paese normale non verrebbe permesso
neanche di redigere gli elenchi telefonici.

E nemmeno sarebbero i soli, a
tutta la truppa dei servi berlusconiani che non ce la fanno proprio a rialzare testa e spalle, del resto sono pagati per non farlo,  va aggiunta la pattuglia dei cerchiobAttisti,  pompieri, minimizzatori, quelli che piuttosto di dare una notizia si  farebbero tagliare le palle, e che fanno i giornalisti, loro?
Ma che un personaggio come Scalfari si abbassi al livello di un
berlusconi qualunque per chiedere provvedimenti disciplinari nei
confronti di Magistrati che stanno semplicemente svolgendo il loro lavoro non è solo ridicolo, è proprio pericoloso, perché se nemmeno un anziano signore d’esperienza che ha vissuto e raccontato gli anni più bui di questo paese capisce o sa che ci sono confini che nessuno ha il diritto/dovere di oltrepassare significa che in questo paese tutto è possibile, anche quel che non può e non deve diventarlo mai: tipo che lo stato scenda a patti con la mafia per ovviare a quella che personaggi molto autorevoli chiamano “ragion di stato”.
Nessuno dovrebbe posizionarsi oltre la legge, che in uno stato di diritto è o dovrebbe essere, almeno, uguale per tutti,  quindi anche per Napolitano, e Scalfari non può, per prendere le parti di un vecchio amico, difendere un ex ministro che ha detto il falso in tribunale, e lo ha fatto di fronte ai parenti delle vittime delle stragi mafiose.
Lo stato non è il circolo della bocciofila.

Lei non sa chi ero io – Marco Travaglio, 10 luglio

Ogni giorno che passa, da quando s’è scoperto che il presidente
Napolitano e il consigliere D’Ambrosio si erano messi in testa di
dirigere le indagini sulla trattativa al posto della Procura di
Palermo, si spalanca una nuova frontiera del diritto.

Galli della Loggia s’intenerisce perché Mancino, nelle telefonate al
Colle, era “per nulla tranquillo”, anzi in preda alla “paura di essere
incastrato” dal lupo cattivo: ergo vanno riformati “i meccanismi
dell’Accusa” e “il modo di essere dei suoi rappresentanti” per
restituire a tutti i Mancini un po’ di serenità.

Sempre sul Corriere, il prof. Onida spiega che, siccome 20 anni fa
Conso e Mancino erano ministri, la Procura “deve trasmettere gli atti entro 15 giorni, ‘omessa ogni indagine’, al tribunale dei ministri” per “l’archiviazione o l’autorizzazione a procedere della Camera competente”.

E pazienza se i due sono indagati per aver mentito sotto giuramento nel 2011-2012, da pensionati: come il diamante, anche il ministro è per sempre.

Il famoso principio costituzionale del “lei non sa chi ero io”.

Ora Eugenio Scalfari bacchetta il Fatto per aver invitato Napolitano a render pubbliche le sue telefonate con Mancino intercettate
sull’utenza di quest’ultimo; e accusa la Procura di Palermo di delitti gravissimi, subito segnalati al Pg della Cassazione perché li punisca con “eventuali procedimenti disciplinari”.

Questi: “Quando Mancino chiese al centralino del Quirinale di
metterlo in comunicazione col Presidente, gli intercettatori avrebberodovuto interrompere immediatamente il contatto. Non lo fecero” e fu “un gravissimo illecito… ancor più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi
dichiararono che la conversazione risultava irrilevante ai fini
processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono in cassaforte”.
Una “grave infrazione compiuta dalla procura la quale deve sapere che il Capo dello Stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione. Si tratta di norme elementari della
Costituzione e trovo stupefacente che né i procuratori interessati, né i giudici, né i magistrati preposti al rispetto della legge, né gli
opinionisti esperti in diritto costituzionale abbiano detto una sola
sillaba”.

Purtroppo, almeno finora, le ricerche delle “norme elementari della Costituzione” che impongono all’intercettatore di fermare le macchine appena l’intercettato chiama il Quirinale, si sono rivelate vane.

L’ha spiegato a Scalfari uno stupefatto procuratore Messineo.

Quando il pm chiede e il gip dispone di intercettare un telefono, non sa chi chiamerà o da chi verrà chiamato. E l’“intercettatore” esiste solo nella “Concessione del telefono” di Camilleri: oggi c’è
un’apparecchiatura leggermente più avanzata, che registra in
automatico l’intero traffico su una linea telefonica per tutta la
durata del decreto (un mese e mezzo).
Per legge, nessuno – né l’agente, né il pm – può distruggere alcunché prima che lo dica il gip, a fine indagine, dopo aver messo a disposizione delle parti interessate tutto il materiale, penalmente
rivelante o irrilevante. Questo per evitare che venga distrutta una
telefonata utile al pm o alla difesa.

D’Ambrosio ha già chiesto a Palermo le trascrizioni delle sue
telefonate con Mancino.

E lo stesso può fare, volendo, Napolitano.

Va però riconosciuto che anche il Codice Scalfaritano ha il suo
fascino: si infila un omino piccolo piccolo armato di registratore nel telefono da intercettare e lo si allena a riconoscere la voce del
Presidentissimo, oltreché a vegliare giorno e notte senza mai
addormentarsi; così, appena si appalesa la Vox Dei, zac! L’omino
scatta sull’attenti, sventola il tricolore, intona l’inno di Mameli,
intanto spegne o distrugge l’aggeggio con agile mossa e si strappa le
orecchie per non sentire; se non è abbastanza lesto e gli capita di
auscultare qualcosa, si mangia il nastro e, per non lasciare
testimoni, s’inabissa nel triangolo delle Bermude.