I condannati siamo noi

Se il ministro dell’interno non sa che un più che probabile condannato in via definitiva per mafia è in possesso di un passaporto diplomatico, si deve dimettere. 
Soprattutto in considerazione del fatto che il ministro dell’interno è legato strettamente all’amico fraterno di dell’utri: il non condannato berlusconi. E non sta bene, NON STA BENE, che un ministro abbia mafiosi per amici e conoscenti.

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I condannati siamo noi che non abbiamo votato il partito di un delinquente.

Noi che subiamo da vent’anni violenze e ingiustizie a ciclo continuo, costretti a vivere in un paese considerato nel resto del mondo civile una barzelletta oscena.  Non sono i giudici che permettono a dell’utri di scappare e a berlusconi di infischiarsene della legge anche da condannato alla galera: sono le leggi fatte male da una pessima politica, sono state le leggi fatte apposta per non nuocere al potente che si può comprare una difesa migliore. Quel che ha potuto salvare dell’utri dalla custodia cautelare evitando la sua fuga e berlusconi dalla galera, oltre alla leggi su misura che però senza l’intero parlamento complice non sarebbero passate, è stata casomai la possibilità di avere degli avvocati che hanno potuto giocarsela meglio di come avrebbe la possibilità di fare un avvocato d’ufficio assegnato dal tribunale che forse non sta lì a centellinare il cavillo. E, sebbene anche nella Magistratura si sono verificati casi di errori e disonestà, non è mai giusto paragonarla alla politica. Darle la colpa e la responsabilità circa le cose che non hanno funzionato, perché un magistrato, un giudice, quando deve condannare un altro magistrato lo fa: nella politica questo non si fa mai. cosentino è stato salvato due volte dall’arresto, non in un tribunale ma nel parlamento della cosiddetta repubblica. E non è stato il primo né sarà l’ultimo.

Ieri sera Curzio Maltese a Servizio Pubblico ha detto una cosa sacrosanta: c’è stato un tempo in cui l’Italia sedeva a capotavola della politica mondiale, e i nostri rappresentanti in parlamento venivano interpellati per le questioni che regolano l’equilibrio internazionale. Oggi l’Italia è considerata come la servitù dalla signora arrogante e arricchita, quella che la guarda dall’alto in basso con fastidio, non chiede con cortesia ma ordina con fare sprezzante. I presidenti del consiglio devono andare col cappello in mano e gli occhi bassi dalla Merkel, da Obama, per metterli a parte delle decisioni che intendono prendere per l’Italia. E se non vanno bene ai veri capi di stato e dei governi dei paesi dove non si salvano i criminali dalla galera, non se ne fa nulla. Tutto questo per aver consentito ad un delinquente di sfasciare un paese fin dalle sue fondamenta.  Cosa che, se non lo avessero lasciato fare, non sarebbe mai potuta accadere.  Una democrazia compiuta ha mezzi e strumenti per contrastare le anomalie, per rimettere ordine dove c’è caos. Un caos peraltro generato proprio dalla politica che invece di aggiustare ha legittimato silvio berlusconi  autorizzandolo a delinquere.  Per la sentenza di primo grado del processo Ruby berlusconi è uno abituato a delinquere, ieri invece ci hanno fatto sapere che è meritevole di un beneficio di legge che invece non gli spetta per legge. berlusconi non ha mai manifestato nessuna intenzione di ravvedersi, condizione indispensabile per i servizi sociali, fino all’altro ieri era a minacciare i giudici e ancora oggi vaneggia di un’innocenza che non gli appartiene né gli è mai appartenuta. Dunque ci facessero almeno la cortesia di non chiamarla “condanna”. Le condanne sono altre, sono vent’anni di arresti domiciliari da innocente sopportati da Aung San Suu Kyi alla cui figura eroica, quella di una persona che ha sacrificato la sua vita per la libertà degli altri, non ha corrotto una politica facilmente corruttibile, complice, per ottenere solo la sua, un vigliacco cialtrone parassita indegno che solo nel paese dove per salvare un criminale si condannano all’ingiustizia di stato sessanta milioni di persone poteva essere chiamato “onorevole”,  ieri ha paragonato berlusconi.

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BERLUSCONI E’ SOCIALMENTE UTILE
Procura dice sì all’affidamento in prova

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VOGLIONO ARRESTARE DELL’UTRI
Ma l’ex senatore è latitante in Libano

Eccolo qua l’onore della mafia. Quello che scappa.
Dell’Utri è stato il maitre à penser di berlusconi, quello che lo ha istruito e avviato alla carriera politica.
Il fondatore di forza Italia.

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Il rieducando rieducatore
Marco Travaglio, 11 aprile

Dunque, addì 11 aprile 2014, siamo ancora qui a domandarci che ne sarà del “detenuto Berlusconi Silvio”. In un altro paese la risposta sarebbe scontata: dove sta un detenuto se non in galera? Trattandosi poi di un delinquente abituale fin da quando aveva i calzoni corti, l’unica meraviglia nel vederlo entrare in carcere riguarderebbe la tardività dell’approdo: possibile che uno così sia rimasto a piede libero fino a 78 anni suonati? Da noi invece non si sa. Tripla fissa: 1 (carcere), 2 (domiciliari), X (servizi sociali). Più probabile la X, considerate l’età, l’influenza politica, l’esiguità della pena scampata all’indulto (1 anno su 4, che poi si riduce a 10 mesi e mezzo, grazie alla “liberazione anticipata” di 45 giorni a semestre) e il risarcimento del danno (10 milioni all’Agenzia delle Entrate). Resta il fatto che l’Italia è l’unico paese al mondo dove non è affatto detto che un pregiudicato in esecuzione pena finisca in galera, anzi è molto improbabile. Ma siccome non è escluso, lo Zelig di Arcore si produce nell’ultima formidabile metamorfosi: l’uomo che per 22 anni ha tuonato contro le toghe rosse comuniste, golpiste, eversive, antropologicamente estranee alla razza umana, come le Br e la banda della Uno Bianca, cancro della democrazia, sempre precisando che non ce l’aveva con tutti i magistrati in generale, ma con “alcuni” in particolare, cioè con quelli che si occupavano di lui, ora fa sapere che i suoi attacchi avevano motivazioni squisitamente politiche ed erano rivolti esclusivamente ai propri elettori per sollecitare la riforma della giustizia, ma mai e poi mai diretti alle persone di questo o quel magistrato, nutrendo lui sconfinata ammirazione per la categoria togata. Scherzava: ora non si può più nemmeno fare una battuta? Il fatto che, mentre i giudici di sorveglianza leggevano con gli occhi fuori dalle orbite la sua contrita memoria difensiva, lui comiziasse contro “la sinistra che, col suo braccio giudiziario, sta perpetrando il quinto colpo di Stato in vent’anni per impedirmi di fare campagna elettorale”, rientra nella simpatica esuberanza dell’uomo. Del resto è proprio lui a dire che, se proprio vogliono imporgli un programma riabilitativo senza limitarsi ad affidarlo all’assistente sociale, gradirebbe fare il “motivatore” di “disabili mentali e fisici”, fra i quali spera di incontrare qualche collega affetto da dissociazione e doppia o tripla personalità: il tutto in una struttura della Brianza che ancora non esiste. Come Bertoldo che, condannato all’impiccagione, ottenne di scegliersi l’albero e optò per una piantina di fragole. Comprensibilmente allarmati per le sorti dei disabili, cui non si vede perché infliggere pure le visite del molesto attaccabottoni ansioso di rieducarli, gli addetti all’Ufficio esecuzioni preferiscono invece che accudisca anziani non autosufficienti. Il fatto che l’Ufficio sia diretto dalla signora Panarello, che di nome fa Severina quasi come la Severino, la legge che l’ha dichiarato ineleggibile e decaduto, aggiunge un tocco di humour involontario alla triste storia. Triste non per B., si capisce, ma per i malcapitati anziani e/o disabili che dovranno sciropparselo per 10 mesi e passa e, diversamente da lui, non han fatto nulla di male per meritarsi una simile pena accessoria. Lui però, informa Repubblica, si lagna: “Se c’è una cosa che lo deprime è la vista e il contatto con persone in difficoltà”. E che dovrebbero dire allora le olgettine, che per 2-3 mila euro al mese accudivano il suo “culo flaccido” (Minetti dixit) e tutto il resto? Mica si sono depresse. Sopportavano stoicamente, come Dudù e Francesca. In ogni caso potrebbe organizzare gare di burlesque e cene eleganti con le vecchine di Villa Arzilla, per tirarsi su. L’importante è che rispetti le prescrizioni: rincasare entro le 23, non uscire prima delle 6, non lasciare la Lombardia senza permesso e soprattutto “non frequentare pregiudicati”. Il che gli terrà lontani per 10 mesi e mezzo i tre quarti di Forza Italia. E gli imporrà di eliminare o coprire tutti gli specchi di casa. Che sarà mai: nel mondo ci sono frodatori fiscali che stanno peggio di lui.

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L’amorale [con una condanna definitiva è game over, diceva Renzi]

Nello stato di polizia tributaria che è l’Italia, i detenuti per reati connessi all’evasione fiscale sono meno di venti.
E nessuno faceva il presidente del consiglio.

Europee, B: “Pronto a candidarmi”

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Sottotitolo: quante volte ci siamo fatti abbindolare dalla teoria: “quello che fa nel suo privato non mi riguarda purché faccia bene il suo lavoro?”

 

 Invece del politico e generalmente di tutte le persone che svolgono professioni con responsabilità pubbliche come medici, avvocati, giudici eccetera, deve interessare cosa fanno ANCHE nel loro privato.  Fareste curare vostro figlio da un pediatra che nel suo privato va a guardarsi filmini pedopornografici? Dareste le chiavi di casa a uno che manifesta pubblicamente simpatie per dittatori fascisti, sanguinari, si dichiara un politico liberale, moderato che si rifà ai valori cristiani cattolici ma poi non trova disdicevole intrattenersi con ragazzine che potrebbero essere sue nipoti da nonno, le fa prostituire per sé dicendo che in fondo si tratta di un gesto di benevolenza nei riguardi di povere diseredate che altrimenti dovrebbero andare sui marciapiedi, uno che si teneva il boss mafioso in casa per fare da baby sitter ai figli “affinché non facessero brutti incontri?” [testuali parole].
Perché a uno che nel suo tempo libero organizza le orge in casa, si scopa sedicenni che ne dimostrano diciannove sebbene consenzienti io non affiderei la gestione della mia raccolta differenziata, non gli darei un figlio da accompagnare a scuola e nemmeno il cane da portare ai giardinetti, altroché pensare che abbia tutti i requisiti e le carte in regola per affidargli la gestione di un paese.
Invece qualcuno pensa che anche chi conduce uno stile di vita sregolato, assente della benché minima forma del rispetto e della messa in pratica di un valore e di un principio SANI abbia il diritto di non essere giudicato per quello che è unito al giudizio circa quello che fa.   La condanna morale non è, contrariamente a quello che molti pensano, un giudizio moralista.La condanna morale è tutto quello che separa le persone oneste, civili da quello e da chi onesto e civile non è. Condannare moralmente qualcuno che si è macchiato di colpe e reati che hanno inquinato e danneggiato tutta la società significa prendere le distanze da quei comportamenti. Invece questa mania tutta italiana di essere comprensivi fino al parossismo ha portato questo paese a non fare più caso a nulla. Il politico, nei paesi normalmente civili vive nella casa di cristallo, tutto quello che fa riguarda la collettività e lo sottopone al giudizio del popolo, non servono necessariamente i reati per renderlo inaffidabile. Invece qui non basta nemmeno il reato, neanche se è il più grave di tutti. Se berlusconi è stato ricevuto da Napolitano subito dopo la condanna in primo grado per sfruttamento della prostituzione minorile, se Renzi lo ha ritenuto un interlocutore con cui sedersi al tavolo delle decisioni importanti, se tutto il centro destra pensa che non sia il caso di cercare un leader politico diverso da un pregiudicato corruttore sfruttatore frodatore  come fa la gente a capire che un politico serio non sfrutta minorenni né sessualmente né per altro, non ruba allo stato per arricchire il suo patrimonio personale, non usa lo stato pro domo sua? Come fa a capire che quello di berlusconi non è uno stile di vita socialmente accettabile ma sono reati, pesantissimi, a getto continuo?

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Fatti non fummo a viver come Uli (Massimo Gramellini).

EVASIONE, MR BAYERN PIANGE: ALL’ESTERO SI VA IN GALERA (Caterina Soffici).

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Perché dovrebbe essere grave impedire a berlusconi di candidarsi alle europee? Quando lo facciamo sapere a tutti, in modalità urbi, orbi et sordi che una persona condannata in via definitiva non può avere gli stessi diritti di chi condannato non è? Quanto dobbiamo ancora sentir favoleggiare che perché la gggente lo vota lui i diritti se non glieli danno se li prende e, cosa ancora più grave nessuno lo ferma?

E’ troppo antiberlusconiano pretendere che di berlusconi non si parli più almeno politicamente?

Se oggi il pregiudicato delinquente può dichiarare candidamente la sua intenzione a volersi candidare alle europee e il servetto nuovo di zecca parlare di atto grave se ciò non gli fosse permesse, malgrado entrambi sappiano benissimo che non gli è permesso essendo stato dichiarato ineleggibile e interdetto nonché condannato in via definitiva, è perché l’attenzione sulla sentenza mai applicata è andata via via scemando. 

Perché in questi mesi i riflettori sul berlusconi condannato sono stati spenti per riaccendersi nuovamente sul berlusconi “politico” come se nulla fosse accaduto. 

Perché anche quella stampa e quell’informazione che avrebbero dovuto ricordare tutti i giorni agli italiani che berlusconi è un delinquente pregiudicato hanno parlato d’altro; del berlusconi ancora statista che può partecipare al dibattito politico, essere interpellato dall’allora segretario del partito cosiddetto di opposizione poi promosso per meriti a presidente del consiglio per farci la legge elettorale, essere ricevuto al Quirinale in qualità di non si sa bene cosa ed essere perfino ascoltato sulla base di quella fantasiosa teoria che, perché lui rappresenterebbe una parte dell’elettorato italiano definita chissà perché “moderata” allora ha il diritto di essere ancora chiamato in causa. 

Dunque in questo paese non si può estromettere qualcuno dalla politica nemmeno se un tribunale ha stabilito che quel qualcuno si è macchiato di uno dei reati più odiosi qual è la frode fiscale e lo ha fatto quando il suo compito sarebbe stato quello di tutelare e governare il paese, fare gli interessi dei cittadini, non derubarli. 
Così può succedere che il servetto nuovo di zecca possa affermare che non permettere a berlusconi di candidarsi sarebbe una grave lesione al diritto degli italiani “moderati” di essere rappresentati. Mentre la vera lesione al diritto è non aver ancora applicato la sentenza che gli spetta.

Il presidente del Bayern, Hoeness, giudicato colpevole del reato di evasione per una cifra infinitamente minore di quella addebitata al primo delinquente d’Italia rinuncia a tutte le iniziative utili ad alleggerire la sua posizione, chiede scusa e dice “vado in galera”.
Nel paese dei garantisti tout court dove non si è colpevoli nemmeno dopo il duecentesimo grado di giudizio, non lo si è soprattutto moralmente: quello che ha sempre salvato e resuscitato berlusconi è stata principalmente l’assenza di una condanna morale da parte della politica, il colpevole di una frode fiscale quantificata in settecento milioni di euro dice “mi candido alle europee”.

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Scusi Renzi: e gli evasori?

Se vuole evitare che il suo secondo incontro a tu per tu (il primo da premier) con Angela Merkel diventi la solita passerella inutile e provinciale di un politico italiano in gita premio, Matteo Renzi dovrebbe chiedere alla Cancelliera qualche dettaglio sul caso di Uli Hoeness: l’ex campione del mondo di calcio e presidente del Bayern Monaco che si è appena dimesso da ogni incarico dopo la condanna in primo grado a 3 anni e mezzo di carcere per una frode fiscale da 27,2 milioni. Condanna che ha deciso di non appellare (“in linea con la mia idea di decenza, comportamento e responsabilità personale”), ammettendo in lacrime la sua colpa, evitando di intasare la Giustizia con ricorsi pretestuosi e preparandosi ad andare in galera, dove dalla prossima settimana sconterà la pena per intero (lì si usa così). Confrontando il caso Hoeness con il caso Berlusconi – condannato sette mesi fa per lo stesso reato in tre i gradi di giudizio a 4 anni, di cui 3 indultati, ancora a piede libero, anzi padre ricostituente e prossimo candidato alle elezioni europee – il premier potrebbe trarre utili spunti per le riforme del fisco e della giustizia, da lui annunciate per maggio e giugno (del 2014, pare). Se Hoeness fosse italiano, griderebbe al complotto ordito dagli avversari del Borussia e del Leverkusen, invocherebbe la presunzione d’innocenza fino alla Cassazione, si imbullonerebbe alla poltrona, ricorrerebbe in appello in attesa della sicura prescrizione e/o condono, che poi gabellerebbe per assoluzione, e si butterebbe in politica. Invece è tedesco e va in galera, anche perché condono, indulto, amnistia, concordato e scudo fiscale sono termini intraducibili nella sua lingua. Così come la parola prescrizione (almeno nella demenziale versione italiana, che non parte quando viene scoperto il delitto, ma quando viene commesso, e continua a galoppare per tutto il processo, anche dopo due condanne). Chissà se è un caso che la Germania sia la locomotiva d’Europa e l’Italia il fanalino di coda. Due mesi fa, come ha rivelato Gian Antonio Stella sul Corriere , è uscito il rapporto 2013 dell’Institut de criminologie et de droit penal, curato da due docenti dell’Università di Losanna, sulle carceri d’Europa e dintorni. I dati del 2011 dicono che nelle carceri italiane risiedono solo 156 detenuti per crimini economici e fiscali: un decimo della media europea (0,4 contro 4,1%) e un cinquantacinquesimo della Germania, che ne ha 8.601, più dei reclusi per rapina e per percosse, quasi quanti quelli per traffico o spaccio di droga.

Nessun paese ne ha meno di noi, anche se noi abbiamo il record europeo dell’evasione, anzi proprio per questo. “I colletti bianchi incarcerati in Italia – scrive Stella – sono un sesto degli olandesi, un decimo degli svedesi, degli inglesi e dei norvegesi, un undicesimo dei finlandesi, un quindicesimo degli spagnoli, un ventiduesimo dei turchi”. Ci umiliano persino paradisi fiscali come Montecarlo e Liechtenstein, rispettivamente col 23 e il 38,6% di detenuti per delitti finanziari. In Italia, com’è noto, un evasore fiscale non riesce a varcare il portone di un penitenziario neppure se insiste: evadere paga, infatti evadono circa 10 milioni di contribuenti su 40. Renzi è a caccia di coperture per le sue mirabolanti promesse. E ha appena ottenuto dalle Camere la Delega fiscale, praticamente una delega in bianco al governo. Per riempirla di cose utili, a cominciare dalle manette (vere) agli evasori, chieda alla Merkel come si fa. E magari si faccia raccontare di Klaus Zumwinkel, il top manager che aveva portato le Poste tedesche al successo mondiale: accusato di evasione aggravata, fu prelevato in manette all’alba di un mattino del 2008 da decine di agenti speciali della tributaria che avevano cinto d’assedio il suo villone a Colonia. Se lo spread fra Bund e Bot è calato, quello fra giustizia tedesca e impunità italiota rimane scandalosamente invariato. Prima di “sbattere i pugni in Europa”, ammesso che lo faccia davvero, Renzi trovi il modo di sbattere in galera qualche migliaio di evasori. Poi ne riparliamo.

Aridatece la mazzetta [ma la violenza arriva dal web]

E pensare che bondi quando era ministro della cultura si rifiutò di andare al festival di Cannes dove si proiettava Draquila, il film di Sabina Guzzanti sul terremoto a L’Aquila, perché disse che quel film offendeva l’Italia. Mentre e invece chi la offendeva era proprio lui, era il governo di cui faceva parte, era il presidente del consiglio delinquente già allora, erano le amministrazioni cosiddette di sinistra che in questo paese hanno rubato e mangiato quanto e come le altre, era già, e lo sapevamo un po’ meno di ora, anche un presidente della repubblica che quando dovrebbe parlare invece sta zitto. Ma meno male che adesso ci stanno quelle come la de girolamo e la Cancellieri, quelli come alfano, e ancora, è sempre lo stesso, un presidente della repubblica che tace quando invece dovrebbe parlare, a far fare una bella figura all’Italia. 

Il ladrocinio, la delinquenza e la criminalità esistono da quando esiste l’umanità e solo in assenza di questa potranno smettere di essere. Mai però era esistito nella storia dell’umanità questo concetto di impunità relativa alla politica quando è disonesta, a questa gestione malsana del paese e dello stato come quello che viene applicato nei fatti in Italia. Ancora ieri berlusconi, condannato a quattro anni per frode fiscale parlava di un suo futuro politico, da leader, nel paese che ha depredato non solo economicamente. E ancora oggi, dopo cinque mesi e undici giorni la sentenza che condanna berlusconi non viene applicata. In un paese demolito dalle ruberie e dalla corruzione i condannati detenuti per questo reato sono appena 30 [trenta], ma meno male che la ministra Cancellieri sta pensando ad istituire l’omicidio stradale: a quello statale no, non ci pensa la ministra.

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Altro che web violento, gli auguri di morte arrivano dal cellulare del Ministro

NUNZIA E LA POLITICA DEL TURPILOQUIO (Francesco Merlo)

DE GIROLAMO, L’APPALTO DEL 118 E I FONDI PER IL CONGRESSO PDL (Vincenzo Iurillo e Marco Lillo)

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“Che culo il terremoto, ora gli appalti” 

Il terremoto è un “colpo di culo”. C’è qualcosa di peggio delle risate dell’imprenditore Francesco Piscicelli, che rideva mentre ancora le terra tremava, il 6 aprile 2009. Ecco l’intercettazione dell’ex assessore comunale Ermanno Lisi, entrato in giunta in quota Udeur (articolo di Antonio Massari).

Intanto il sindaco Massimo Cialente ha confermato le sue dimissioni: “Pago io per tutti, ma è giusto così” 

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L’Aquila, come lupi famelici

Una volta c’era la bustarella, poi venne la tangente. Oggi sembrano peccatucci di fronte all’orgia di una casta criminale e arrogante che sta vampirizzando un paese allo stremo. E quando i proventi delle rapine non bastano più, costoro sperano nei terremoti e se i morti sono tanti, meglio ancora. Che culo!

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Il capitale subumano, Marco Travaglio, 12 gennaio

Quando le intercettazioni dell’inchiesta sulla cricca della Protezione (In)civile immortalarono i due (im)prenditori che se la ridevano di gusto per il terremoto dell’Aquila appena tre giorni dopo la scossa fatale che aveva ucciso 309 persone, si pensò a un caso estremo, eccezionale, irripetibile di disumanità. Ora, dalle telefonate di 18 mesi dopo pubblicate dal Fatto e tratte da un’indagine frettolosamente archiviata dalla vecchia Procura dell’Aquila e riaperta da quella nuova, si comprende che quelle non erano le solite mele marce in un cestino di mele sane: è l’intero cestino che è marcio. L’assessore aquilano di centrosinistra Ermanno Lisi che, di fronte alla sua città in macerie, definisce il terremoto che l’ha distrutta una “botta di culo” per “le possibilità miliardarie” di “tutte ‘ste opere che ci stanno” e che “farsele scappa’ mo’ è da fessi, è l’ultima battuta della vita… o te fai li soldi mo’… o hai finito”, non è un fungo velenoso spuntato dal nulla. É la punta più avanzata di un sistema che chiamare corruzione è un pietoso eufemismo. Questi non sono corrotti. Questi sono subumani, vampiri, organismi geneticamente modificati che mutano continuamente natura verso la più bruta bestialità grazie all’omertà e all’inerzia di chi dovrebbe controllarli, fermarli, cacciarli. Non stiamo parlando di reati (per quelli c’è la giustizia, che con l’arrivo del procuratore Fausto Cardella è in buone mani anche all’Aquila). Ma di un’antropologia mostruosa che nessuno può dire di non aver notato. Che pena il sindaco Cialente, quello che garantiva vigilanza costante sugli appalti e sfilava con la fascia tricolore alla testa dei terremotati puntando il dito contro i governi che lesinavano aiuti, e non riusciva neppure a liberarsi di politici, professionisti e faccendieri come il capo dell’ufficio Viabilità del suo Comune che affidava lavori alla ditta del suocero. Il caso vuole che queste intercettazioni escano in contemporanea con il film di Paolo Virzì Capitale umano e con le demenziali polemiche per il presunto, ridicolo “vilipendio di Brianza”. Il film, straordinario grazie anche allo strepitoso cast, è ispirato al romanzo di Stephen Amidon e, anziché in Connecticut, è ambientato a Ornate. Ma l’ultima cosa che fa venire in mente a una persona normale (dunque non a certi leghisti e giornalisti di Libero , del Foglio e del Giornale) è la Brianza. É una storia universale – ben scritta da Francesco Bruni e Francesco Piccolo – di capitalismo finanziario selvaggio che, ai livelli più alti come in quelli più bassi, pensa di poter fare soldi con i soldi e intanto annienta sentimenti, amicizie, affetti, famiglie, cultura, vite umane. Vite che, quando si spengono, vengono misurate anch’esse in denaro, col registratore di cassa, dunque non valgono più nulla. “Abbiamo scommesso sulla rovina del nostro paese e abbiamo vinto”, dice trionfante il protagonista, Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), mentre il suo alter ego straccione, Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), si vende la figlia per riprendersi i 900mila euro perduti in una speculazione andata a male. Gli unici scampoli di umanità li preservano le donne, interpretate magistralmente dalle due Valerie, Golino e Bruni Tedeschi, e dall’esordiente Matilde Gioli. Il merito principale del film è di illuminare le radici del fallimento di un paese ormai inutile, addirittura dannoso. Quello che si illudeva di chiudere il berlusconismo come fosse una parentesi e non lo specchio, la biografia di una certa Italia che Berlusconi ha soltanto sdoganato e resa orgogliosa della sua mostruosità, ma che gli preesisteva e gli sopravviverà: nelle classi dirigenti di destra di centro di sinistra, ma anche in vaste aree della “società civile”. Ogni squalo che fa soldi sulla pelle della gente, per ogni pirata che ruba sugli appalti, per ogni vampiro che succhia il sangue ai morti del terremoto si regge sul silenzio complice di decine, centinaia di persone. Che, fatta la somma, sono milioni. Troppe per sperare in un cambiamento imminente. Ma non troppe per rinunciare a prepararlo subito.

Il presidente cattivo

Dopo quello colluso e connivente con la mafia, corruttore, immorale, disonesto, frodatore, concussore e puttaniere effettivamente ci mancava quello cattivo, meno male che ci ha pensato Confalonieri a dircelo, a farci sapere che berlusconi avrebbe dovuto essere più cattivo, e magari pensare di più ai suoi interessi. Sarebbe carino sapere cosa si sono detti con Napolitano nel recente incontro al Quirinale. Quali sono stati gli argomenti della loro conversazione.

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Mediaset, giudici più veloci della politica
Due anni di interdizione per Berlusconi
 

Confalonieri: “B. doveva essere più cattivo”

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Che intende Confalonieri, un habitué dei palazzi istituzionali al pari di Letta zio, l’altro mentore del delinquente condannato, Quirinale compreso, e non si capisce in che veste lo possa fare e perché Napolitano lo debba ricevere, quando dice che berlusconi “in politica” doveva essere più cattivo? il presidente di mediaset va ad insegnare ai giovani imprenditori – che lo stanno pure a sentire invece di sommergerlo con una selva di pernacchie – come agire in regime di conflitto di interessi. Come se anche i giovani imprenditori non sapessero che berlusconi non aveva proprio nessuna facoltà né il diritto di fare politica, né da buono né da cattivo. E figuriamoci da delinquente, da corruttore, da concussore amico dei mafiosi. E non si capisce inoltre cosa c’è da aggiungere alla cattiveria di uno che ha fatto strame di un paese intero per i suoi luridi interessi. Ma a Confalonieri, uno dei numerosi  cattivi maestri di una classe dirigente da buttare  che può andare a raccontare un mucchio di balle in giro facendo finta di dimenticare che berlusconi nella politica è un’anomalia voluta dalla politica e  che l’alternativa per lui sarebbe stata San Vittore – considerato e ascoltato anche dalle nostre belle e rispettabili istituzioni, questo non basta: voleva un presidente del consiglio a mano armata.

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Chi di gossip ferisce
Marco Travaglio, 20 ottobre

Allora siamo d’accordo: aboliamo il gossip. Almeno quello sulla vita privata. Almeno per chi non lo gradisce e non firma la liberatoria. Se la puntata di Servizio Pubblico con Michelle Bonev servisse almeno a questo, sarebbe un trionfo. Prima però bisognerebbe sapere se B. è d’accordo, visto che il principale editore di gossip è lui; e i suoi giornali usano la vita privata altrui per bastonare o ricattare i nemici (le presunte amiche di Di Pietro, il fidanzato della Boccassini, Sircana accanto al trans, Marrazzo al festino con trans e coca, la Tulliani che guarda storto Fini…) e santificare gli amici (il finto fidanzato di Noemi inventato da Chi, i servizi posati di Silvio, Francesca e Dudù), o semplicemente per far soldi (Panorama. it : “Raoul Bova: divorzio ma non sono gay”; Chi: “Chiara Giordano: Raoul, adesso parlo io”). E poi a imporre come fatto politico, dunque pubblico, la vita privata di B. fu B. nel 2001, quando diffuse in milioni di copie l’opuscolo elettorale “Una storia italiana” col ritratto edificante della Sacra Famiglia. A mandarlo in frantumi provvidero nel 2010 i casi D’Addario-Tarantini e Noemi, poi Veronica che chiese il divorzio e parlò di un uomo malato che va a minorenni. Scandali che gli costarono milioni di voti. Nel videomessaggio del 16 gennaio 2011, alle prime notizie sull’inchiesta Ruby-bungabunga, B. sparò: “Da quando mi sono separato ho uno stabile rapporto di affetto con una persona che era spesso con me in quelle serate e non avrebbe consentito quegli assurdi fatti che certi giornali ipotizzano”. L’annuncio scatenò una guerra all’ultimo gossip fra le pretendenti al lettone, finché la Pascale si aggiudicò ufficialmente l’ambìto riconoscimento. Da allora è tutto un fiorire di servizi fotografici e giornalistici autorizzati sulla Sacra Famiglia ricomposta e prossima all’altare. Se B. avesse rivendicato il suo libertinaggio – “nei miei letti faccio quel che voglio” – nessuna notizia sul tema avrebbe avuto rilevanza pubblica (salvo, si capisce, reati come i rapporti prezzolati con minorenni, i ricatti delle signorine, i pagamenti delle medesime con soldi Rai o Finmeccanica cioè nostri, o corruzioni di testimoni). Invece usò il gossip “B. è fidanzato, ha messo la testa a posto e non fa più quelle cose” come instrumentum regni per attirare voti o evitare di perderne. Per questo, pur con tutto il disgusto del caso, i giornalisti devono verificare se l’edificante presepe è vero o falso. E dare voce a testimoni fin troppo informati sui fatti, come la Bonev, che lo smontano. Ma davvero qualcuno può pensare che Santoro e la sua redazione muoiano dalla voglia di sapere se alla Pascale piacciono più gli uomini o le donne? Nessuno sa se quel che afferma la Bonev è vero o no (se davvero la Pascale la denuncerà, le duellanti porteranno le rispettive “prove” e un giudice deciderà). Però, trattandosi di un’assidua frequentatrice del cerchio magico (fino a pochissimo tempo fa), va purtroppo ascoltata. Anche perché sulla parte più interessante e scandalosa del suo racconto – il finto premio al Festival di Venezia allestito dal ministero della cosiddetta Cultura e il milione buttato dalla Rai per acquistare un suo film quando lei era tutt’uno con B. e B. era tutt’uno con la Rai – non c’è bisogno di prove: raccontò tutto il Fatto tre anni fa. E chi lo scopre oggi per sputtanarla dovrebbe spiegarci perché non lo scrisse allora, quando le doti artistiche della signora venivano decantate dalla stampa e dalle tv berlusconiane. Ma è sempre la stessa solfa, come già per la D’Addario e De Gregorio: i (e le) compari di B. sono tutti santi finché non entrano nello studio di Santoro, poi diventano diavoli. E tutti a scandalizzarsi: ma perché Santoro invita gente così? La risposta è scontata: perché B. frequenta gente così. E B. non è un passante né un trapassato, ma il primo grande rielettore di Napolitano, il partner decisivo del Pd nelle larghe intese e il padrone del governo Letta (vedi Imu). O anche questo è gossip?

Rinnovo l’invito: qualcuno ci invada

Sottotitolo: un ringraziamento speciale a Marco Travaglio e Andrea Scanzi che continuano praticamente ogni giorno a spiegarci la chiave di lettura delle dinamiche dei talk show nonostante e malgrado sia una fatica ed un dispendio di energie abbastanza inutile nel paese dove tutti sapevano e sanno tutto e non c’è bisogno di nessuno che lo spieghi. Forse è per questo che l’Italia è ridotta ai minimi termini: perché tutti sapevano e hanno agito di conseguenza, politica e istituzioni comprese.

Questo è il paese dove  si fanno le pulci a chi almeno ha il coraggio di dire le cose come sono. Troppo facile così. E troppo facile anche accusare di filogrillismo chi condivide l’ovvio e il pertinente. Persona più libera di me politicamente non c’è, dicevo e scrivevo in tempi molto meno sospetti di questo che non bisogna innamorarsi della politica, bisogna vigilarla a vista, non prendere le difese di gente che ha la possibilità di mandare la digos a casa di chiunque, anche dei cittadini onesti, quando vuole.

Quando ho iniziato ad interessarmi della politica l’ho fatto per difendermi, non per diventare come quelli che la fanno e quelli che sostengono chi l’ha ridotta così male.

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LA PUTTANATA  – Marco Travaglio, 11 settembre 

IMPERVERSA IL FUNARISMO 2.0 E I TALK POLITICI DIVENTANO POLLAI  – Andrea Scanzi, 11 settembre

AGLI ORDINI DEL COLLE  Antonio Padellaro, 11 settembre

NAPOLITANO CHIEDE UNITÀ, IL PD SI ADEGUA E SALVA B. Fabrizio d’Esposito, 11 settembre

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Per tutti quelli che “se i 5 stelle avessero fatto altre scelte”, tipo l’accordo con chi non ha trovato disdicevole l’alleanza col partito del delinquente dopo averlo sostenuto in modo più o meno occulto per una ventina d’anni.
I 5 stelle sono stati gli unici a mantenere una certa coerenza, tutti gli altri l’hanno svenduta per il bene della pacificazione nazionale dunque di berlusconi, e non bisogna aver votato il MoVimento per ammetterlo. Ora che ve/ce lo hanno detto in tutte lingue del mondo, potreste per favore smetterla di ravanare sempre in un torbido che non c’è?

Producono il caos, poi lo usano. Alessandro Gilioli, 11 settembre

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Tutto sommato gli eventi “politici” di queste ore aiutano ad inquadrare meglio la situazione nel suo complesso.

Aiutano a difendersi da quelli che vogliono fare la morale a chi incrocia il suo pensiero, e le sue opinioni, talvolta o più spesso condividendo entrambi con quello che esprimono i deputati 5 stelle di fronte alla presidente della camera che trova ingiurioso chiamare i ladri, ladri, ripetendo l’invito a “non offendere”per ben tre volte, forse per convincersene lei per prima. 

A questi, quelli che “con Di Pietro mai”, e “con Grillo mai” andrebbe risposto, come dice il mio amico Andrea, che sono alleati stretti stretti con la destra più fascista e negazionista che abbia mai occupato il parlamento dopo il ventennio di mussolini il quale, secondo il noto pregiudicato, non ammazzava nessuno, mandava la gente in vacanza e qualcosa di buono l’ha fatto anche lui.
E dovrebbe forse bastare per zittirli e farli vergognare, magari in segreto.

Aiutano a non sentirsi troppo colpevoli per tutte le volte in cui per sfinimento un po’ tutti abbiamo detto o pensato che, alla fine, “sono tutti uguali” perché nei fatti lo sono, perché se non lo fossero stati non saremmo mai arrivati fino a qui, a dover assistere allibiti, attoniti, nauseati ad uno spettacolo indegno: quello di una politica e di un presidente della repubblica che stanno facendo l’impossibile e l’inenarrabile per annullare la sentenza che ha condannato berlusconi, non saremmo qui a discutere di un parlamento che, esclusi i nuovi inquilini, quei maleducati che chiamano ladri i ladri non può, non sa, non vuole liberarsi dell’intruso delinquente. Perché se non lo sono nelle azioni lo sono eccome nei principi, se non fosse così berlusconi stamattina sarebbe fuori dal parlamento, se invece questo fosse stato un paese normale non ci sarebbe mai nemmeno entrato. 

E quello che non si può sopportare è il tentativo di  mettere il sigillo dello stato, della democrazia su questa operazione disgustosa, eversiva che è quella di sottrarre un delinquente dalle sue responsabilità penali, cosa che non si potrebbe fare perché non è giusto né legittimo fare nei confronti di nessun altro cittadino, qualcosa che in nessun paese definito normale, civile e democratico davvero sarebbe mai potuta accadere.

Puttanate

 Dire che un pregiudicato delinquente – perché lo ha detto una sentenza di un tribunale dopo un processo durato undici anni condannandolo in via definitiva per i suoi reati –  è un pregiudicato delinquente secondo la nota principessa del foro Casellati è maleducazione. E come lo chiamano quelli del partito dell’ammmòre uno che ha  rubato allo stato: berlusconi?

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Pdl, Casellati vs Travaglio: “Maleducato. O va via lui o me ne vado io”

“Berlusconi è stato condannato per quei 7,3 milioni di euro di evasione fiscale, che sono l’ultima parte superstite di una montagna di evasione che ammonta a oltre 300 milioni di euro”. La discussione deflagra quando viene affrontato il tema delle società off-shore e il giornalista viene nuovamente interrotto dalla furia verbale della parlamentare. “Io chiudo qui” – si sfoga Travaglio, rivolgendosi alla Gruber – “è assolutamente impossibile in un collegamento riuscire a finire una sola frase e interloquire con le puttanate che dice questa signora“. “Vado via io” – sbotta la Casellati – “lei è una persona maleducata. Una persona che si permette di dire questo è bene che se ne vada. O va via lui o me ne vado io. E’ una mancanza di rispetto”. La conduttrice riesce a sedare il match, che riprende nuovamente alle battute finali del programma. La Casellati rende il suo ennesimo tributo al Cavaliere: “Camminando per strada, incontro le persone e tutti sperano che Berlusconi resti a continuare la sua attività politica per il rilancio economico del Paese“. E attacca Travaglio, che definisce il leader del Pdl “pregiudicato delinquente”: “Lei è un vero signore, un vero gentleman”

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La contesa Sermonti-Scalfari su: “In piazza contro l’orrore morale” o no?di Vittorio Sermonti e Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari: “Nella lettera di Sermonti a Napolitano una mancanza di realismo estremamente pericolosa”. Vittorio Sermonti: “E’ la testimonianza di un orrore morale (e culturale) che mi auguro e immagino tu stesso condivida”. 
SONDAGGIO Sei d’accordo con Sermonti o Scalfari?

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Secondo il “laico opinionista” Scalfari mantenere in sella questo governo val bene concedere a berlusconi di violentare la Costituzione e rendere inutile, nulla al pari della peggiore delle menzogne proprio nei fatti oltre che in quelle che sono molto più di ipotesi da barzelletta, quella frase che campeggia in tutti i tribunali della repubblica italiana che dice che “la legge è uguale per tutti”. 
A Scalfari dunque va benissimo che in questo paese chi ha soldi e potere possa beffare la legge come quando e quanto vuole in virtù di una non meglio precisata sicurezza nazionale che verrebbe pregiudicata senza i noti pezzi da novanta che compongono il governo delle larghe intese.

Scalfari si augura che questo governo vada avanti niente meno fino al 2015 probabilmente perché non è un suo problema, così come non lo è  per Napolitano che data l’età il 2015 potrebbero non vederlo nemmeno ma pensano e agiscono in maniera tale che lo scempio di democrazia che entrambi sostengono con tutte le loro forze debba proseguire per farne godere a chi ci sarà dopo di loro. 

La gente come Napolitano e Scalfari non si accontenta di mettere a rischio il presente: sostenere la teoria – e agire di conseguenza – che un delinquente possa continuare a vivere da persona libera perché è lui, berlusconi, e non un altro significa non ridicolizzare ma proprio vomitare su quella Carta in cui c’è scritto altro, vuole rendere pericoloso anche quel futuro che non vedrà mai, creare il precedente secondo il quale non importa se uno che con la politica non c’entrava niente per legge abbia avuto invece possibilità di stravolgere la vita politica e sociale italiana, non importa se nel suo percorso di vita abbia commesso dei reati proprio a danno di quello stato che Napolitano e Scalfari dicono di voler difendere, secondo l’esimio fondatore di largo Fochetti tutto questo si può, anzi, si deve perdonare, condonare con un colpo di spugna perché “il governo deve andare avanti per il bene del paese”.

Dove, e quale sarebbe il bene, a queste condizioni, non è dato sapere.

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Sacrifici umani
Marco Travaglio, 10 settembre

Non c’era miglior modo per solennizzare l’anniversario dell’8 settembre ’43, simbolo dell’Italia voltagabbana e opportunista: se 70 anni fa Real Casa e Badoglio si giocarono la faccia e il futuro con l’armistizio, il cambio di alleanza e l’immortale annuncio “la guerra continua”, ovviamente dalla parte opposta, anche oggi è tempo di sacrifici umani per garantire l’agognata “pacificazione”. Non più fra italiani e angloamericani, ma fra guardie e ladri. L’altro giorno Sallusti ha sferrato sul Giornale un attacco suicida a Napolitano che lo salvò dagli arresti forzando le regole e le prassi, mentre con B. ancora non l’ha fatto. Ieri un altro kamikaze, Fedele Confalonieri, ha tentato di farsi esplodere sul Senato con un’intervista al sito di Magna Carta ripreso dal Pornale: “La prova che la condanna di B. è aberrante è che io, che sono quello che firma i bilanci Mediaset, sono stato assolto”. Ecco di cosa avranno parlato lui e Napolitano, nell’amorevole colloquio dell’altro giorno. Naturalmente il disperato tentativo di immolarsi per l’amico Silvio è a costo zero (essendo già stato assolto, non può più essere riprocessato per lo stesso reato: ne bis in idem).

E addirittura controproducente: l’assoluzione di Confalonieri al processo Mediaset rafforza la condanna di B. e dimostra che i giudici non condannano alcuno perché “non poteva non sapere” (“È fortemente plausibile” – scrive la Corte d’appello – che Confalonieri, per le sue cariche aziendali e la vicinanza a B. “fosse a conoscenza della frode e, violando i suoi precisi doveri, nulla abbia fatto” per fermarla; ma ciò non basta a condannarlo). Non per questo il gesto del fedele Fidel è meno encomiabile e commovente. Il novello Salvo d’Acquisto carica sulle sue spalle le colpe di Silvio (“prendete me”), subentrando nel ruolo di scudo umano a Paolo B., ormai inservibile dopo varie assoluzioni dai reati che invano confessava per conto del fratello finendo in galera al posto suo. Alla nobile gara di solidarietà partecipa anche il pm veneziano Carlo Nordio, giocandosi quel che resta della sua credibilità aderendo come la carta moschicida alla tesi farlocca della non retroattività della Severino.

“Anche nella religione – sdottoreggia il giureconsulto lagunare – è così. È un po’ di tempo che la Chiesa dice: non pagare le tasse è un peccato mortale. Benissimo. Ora so che se non le pago vado all’inferno, ma da ora in poi. Non per quelle che non pagavo tanti anni fa”. Già, un po’ di tempo. Quanti anni saranno che Mosè portò giù le tavole col VII comandamento “Non rubare”? Qualche mese, non di più. Intanto Scalfari sfida le ire dei suoi lettori con l’affettuoso invito all’ex nemico B. perché “chieda un provvedimento di clemenza”, nel qual caso “forse l’otterrebbe” dal suo amico Napolitano (suo di B. e di Scalfari). A patto – si capisce – che “assicuri il percorso del governo per il tempo necessario” (a chi? Soprattutto a B. per farla franca e a Napolitano per non doversi dimettere). E ci aiuti a liberarci della vera piaga che ammorba il Paese: “la sinistra movimentista e para-grillina” che vorrebbe “buttare giù il governo e andare alle elezioni”, col rischio che nemmeno stavolta diano l’esito sperato e costringano chi di dovere a un nuovo golpetto tipo Egitto.

Molto meglio un bell’armistizio, a suggello della trattativa Stato-Mediaset. 

Seguirà monito para-badoglino: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’ìmpari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Berlusconi, comandante in capo delle forze alleate di Mediaset-Fininvest- All Iberian. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze Mediaset-Fininvest-All Iberian deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Firmato: Badoglitano.

Con questa mia addirvi…

Sottotitolo: invece di chiederci e chiedersi cosa farà la giunta e se cadrà o no questo bel governo delle larghe intese napoletane bisognerebbe domandare e domandarsi in quale altro paese sarebbe stato possibile tutto questo. 
In quei paesi dove ministri e presidenti si dimettono per sciocchezze, anche senza una responsabilità penale e non vanno a disturbare autorità terze che solitamente si occupano di cose ben più importanti di un pregiudicato condannato che “non ce vole sta’”.
Nel paese del garantismo tout court, dove ad un abusivo impostore e delinquente già da prima della sua “discesa in campo”, uno che si teneva il boss mafioso dentro casa non avrebbe dovuto ispirare la fiducia di nessuno, nemmeno di d’alema, è stato permesso il tutto e l’oltre ci si chiede, ancora, se è il caso o meno che si tolga di torno dopo aver derubato lo stato e dunque tutti noi.

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Condanna Mediaset Silvio Berlusconi resta Cavaliere. Per ora

Il Cavaliere resta Cavaliere. Nel senso che nonostante la condanna definitiva per frode fiscale, il dottor Silvio Berlusconi conserva il titolo onorifico che gli fu attribuito nel lontano 1977, che lui esibisce con orgoglio e che è stato assunto dai giornali come una specie di alias, un secondo nome con annessa qualifica di probità e operosità meneghina. Chi avrebbe il potere di avviare le pratiche perché l’onorificenza gli venga tolta se ne guarda bene dal farlo. Non ci pensano i ministri competenti, comprensibilmente bloccati, dal loro punto di vista, dall’idea che qualsiasi soffio possa stendere il governo. Ma non ci pensa neanche il prefetto di Milano a cui pure la legge concede una facoltà di iniziativa.

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Il prefetto di Milano è quello che ha dato l’autorizzazione per la manifestazione nazista di qualche mese fa; che disse che la parata degl’imbecilli con la nostalgia del führer non era un problema di ordine pubblico. Tutto torna, sì. Premesso che è un’onorificenza che non vale niente ma a Tanzi fu tolta PRIMA del terzo grado di giudizio.
Lui come al solito ha la deroga concessa da quelli che lo votano?

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Re Silvio contro la Repubblica italiana

Diceva di lui Enzo Biagi: “se avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice”, mentre Montanelli usava dire che è uno che “ai funerali vuole essere il morto e ai matrimoni la sposa”. Ma sono sicura che nessuno dei due giganti del Giornalismo avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe voluto anche fare il giudice: di se stesso, decidere da se medesimo quale destino gli spetta in qualità di cittadino che ha commesso reati pesantissimi e dei quali deve rispondere alla legge e al popolo italiano.

Un accentratore, un narcisista, uno dall’ego spropositato insomma, che non troverebbe residenza in nessuna comitiva, comunità di persone equilibrate e che non pensano che debba esistere una categoria di persone con più diritti di altri, fra cui quello di andare a disturbare un’autorità terza nel merito di una sentenza passata in giudicato e che qualsiasi  altro cittadino avrebbe dovuto, non importa se anche voluto, incassare.

 

Se non ho capito male [e se sbaglio qualcuno mi corigerà, come diceva la buonanima affacciata alla sacra finestra], berlusconi è andato a dire a Strasburgo che è vero che ha commesso quei reati ma che non poteva sospettare che gli avrebbero causato problemi a livello politico. Ovvero che, al contrario di quanto affermato dal giudice Esposito lui “poteva non sapere” che fare il presdelcons e derubare lo stato mentre si intrattengono rapporti amichevoli con la mafia, ci si fa ricattare da donnine allegre, che lo chiamano amorevolmente “culo flaccido” e molto altro di ciò che attiene al suo ruolo di tRombeurs de femme a pagamento,  sono attività che non s’incrociano.

Ovvero che quella legge Severino voluta anche dal pdl, scandalosa e che in nessun paese normale sarebbe mai stata pensata da nessuno in quanto nei paesi normali la distinzione fra delinquenti e statisti è netta e chiara anche senza una legge che lo stabilisca, gli ha creato problemi perché gl’impedisce di poter continuare a far parte del parlamento e di poter delinquere come prima e come sempre.
E a noi, che altro non possiamo fare, che siamo disarmati di fronte al ricatto e alle minacce di un pregiudicato condannato perché delinquente  resta solo da immaginare le risate di chi dovrà occuparsi di questa faccenducola, di questa bega da cortile…che paese l’Italia, pietà, misericordia, qualcuno c’invada, prima che sia tardi.

 

Comunione e pacificazione

“Gli italiani puniranno chi dimostrerà di avere interessi di parte”, dice il nipote dello zio, dunque una bella parte nella parte: la solita.
Proprio come la Magistratura ha fatto con berlusconi: lo ha punito perché per fare gli interessi di una parte, la sua, ne ha danneggiate altre: praticamente tutta l’Italia. 
Ma chissà perché questo a Letta, Napolitano e compagnia “intendente” non va bene.

E quanto è  bello il meeting delle larghe intese, ci sono proprio tutti, anche il direttore dell’Unità e quello dell’Espresso, più che il meeting di comunione e fatturazione [cit. Don Gallo] sembra una rimpatriata fra vecchi amici. 
[Se questo fosse un paese normale] gli appartenenti a comunione e liberazione avrebbero la stessa considerazione di quei pazzoidi di scientology: questo mi pare di averlo già scritto varie volte ma vale sempre la pena ribadire.
Invece qui lo stato li sovvenziona per diffondere le loro minchiate e la politica e il giornalismo che conta in Italia, paese laico per Costituzione, contribuiscono a dare importanza ad un’associazione di stampo religioso i cui punti di riferimento sono proprio e del tutto altrove dallo spirito cristiano/cattolico e religioso, soprattutto.

comunione e liberazione, memores domini, la compagnia delle opere e l’opus dei a fare da cupola sono solo accozzaglie di fanatici integralisti, ipocriti bugiardi sempre dalla parte del potere, ovvero di gente contraria a qualsiasi spirito altruista.

Gli appartenenti alle varie congreghe si affiancano con estrema nonchalance, così come fa da sempre anche la chiesa a berlusconi, Monti, larghe intese, non c’è  differenza per loro, vanno bene tutti quelli che garantiscono i rubinetti dei fondi statali sempre aperti, associazioni che spacciano le loro attività affaristiche, molte delle quali tutt’altro che legali [per informazioni citofonare formigoni] per solidarietà, filantropia, e la cosa più odiosa è che lo fanno in nome di quel Dio che se esistesse li dovrebbe incenerire, col beneplacito di tutta la politica, anche quella cosiddetta di centrosinistra.

 In Italia c’è da vergognarsi, ad essere cattolici. Finché i riferimenti saranno anche questi TUTTI dovrebbero prendere le distanze dalla chiesa cattolica romana, soprattutto i veri cattolici credenti.

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[Se questo fosse un paese normale] basterebbe la metà delle rivelazioni fatte da De Gregorio al Fatto Quotidiano per smantellare l’oscenità del governo delle larghe intese, chiedere l’impeachment per Napolitano che sostiene a spada tratta questa congrega di disperati messi insieme al solo scopo di alleggerire e rendere forse nulle le responsabilità penali del più delinquente di tutti, il sequestro dei beni di proprietà del pregiudicato silvio berlusconi e l’esecuzione immediata della sentenza che lo ha condannato.

Il console italiano ad Hong Kong, pagato e anche molto bene suppongo per fare altro, non certo l’informatore degli sgherri di b che avvisa dell’esistenza di carte che poi, con la collaborazione del ministro della giustizia dell’allora governo di Prodi, mastella, non vengono messe agli atti del processo circa i fondi neri mediaset; quattro senatori che – a spese dei contribuenti italiani – partono per la Cina non in missione per conto di Dio ma di un truffatore evasore; un senatore: De Gregorio in persona che rimprovera l’ambasciatore cinese in Italia dicendogli che “non si poteva trattare così quello che con tutta probabilità sarebbe diventato il presidente del consiglio” [siamo nel 2007] e tutto questo all’insaputa di un centrosinistra che non si capisce cosa stesse facendo in parlamento e al governo mentre accadevano cose di questa gravità.

La morale è che in questo paese circola a piede libero un personaggio losco, pericoloso, un delinquente che, per mezzo delle sue attività illegali può ricattare, comprare compiacenza, silenzio, complicità in politica come altrove e le istituzioni anziché approfittare del fatto che esiste una Magistratura che fa il suo dovere nonostante una politica che glielo impedirebbe volentieri, non dormono la notte per cercare il sistema di sottrarlo al destino che egli stesso si è costruito a sua immagine e somiglianza: ovvero quelle di un delinquente naturale come recita il primo grado della sentenza Ruby.

L’ovvietà: ovvero dire di un colpevole che è colpevole

Sottotitolo: un giudice ha il diritto sacrosanto di esprimersi come un qualsiasi altro cittadino. 

E anche di difendersi dagli insulti oltraggiosi, diffamanti, che da vent’anni a questa parte vengono rivolti alla Magistratura da silvio berlusconi e marmaglia al seguito.

Non è affatto grave che un giudice abbia rilasciato un’intervista, lo è molto di più che un presidente della repubblica abbia ricevuto, e con urgenza al punto tale di anticipare il rientro dalle vacanze, i portaborse del partito del delinquente condannato che sono andati a porre le condizioni, a pretendere dal capo dello stato la benevolenza e la grazia per silvio berlusconi.

E inoltre la sentenza della Cassazione che ha condannato b non poteva in alcun modo essere messa a rischio dall’intervista di Esposito, la Cassazione non era chiamata a decidere sull’innocenza o la colpevolezza del pregiudicato silvio berlusconi ma semplicemente a valutare le sentenze precedenti che hanno solo confermato chi è silvio berlusconi, semmai ce ne fosse ancora la necessità.

Il problema è sempre lo stesso e relativo alla servitù giornalistica, a come vengono diffuse certe notizie.

Una caduta di stile,  un’ingenuità dovute all’inesperienza a relazionarsi coi media, il giornalista al quale Esposito ha rilasciato l’intervista è un suo amico di vecchia data ma in questo paese giornalisti e giudici non possono intrecciare amicizie pena il discredito pubblico, il sospetto, vedi Travaglio e Ingroia ma i politici e i mafiosi sì. Possono anche convivere sotto lo stesso tetto,  avere tutti i rapporti che vogliono, commettere tutti i reati che vogliono  e non succede niente di veramente significativo, al massimo i media aprono il dibattito sull’opportunità di graziare un condannato per un reato che altrove avrebbe significato passare in un carcere tutto il resto della sua vita.

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Anch’io sono favorevole alla separazione delle carriere.

Ad esempio scinderei quella del servo da quella del giornalista.

Vent’anni di dominio assoluto dei media concesso dallo stato e dalla politica a silvio berlusconi per gli scopi che sappiamo, con gli obiettivi che conosciamo e che nulla hanno avuto e hanno a che fare con la politica, col bene del paese e con la benché minima idea di contributo utile atto al miglioramento del paese hanno dimostrato come meglio non si poteva che le due attività sono non solo incompatibili, ma se svolte contemporaneamente dalla stessa persona, da un’unica persona, possono essere addirittura devastanti soprattutto per il bene del paese e del suo miglioramento.

In un paese dove delinquenti condannati in primo, secondo grado e anche in Cassazione possono ancora vantare il titolo di senatore, ad esempio dell’utri, di cavaliere, ad esempio berlusconi che è anche e ancora senatore, entrambi nel linguaggio osceno della politica vengono definiti addirittura onorevoli, il problema sono i giudici che condannano i delinquenti dopo processi che durano anche dieci anni e durante i quali viene fatto l’impossibile e l’inenarrabile col contributo della politica, del parlamento e delle istituzioni [con viva e vibrante soddisfazione] affinché non si possa arrivare ad una giusta sentenza.

In un paese dove un condannato in terzo grado viene ospitato in televisione e a reti unificate per proclamarsi innocente e – more [suo] solito – lanciarsi nell’ennesima sequela  di insulti alla Magistratura, senza quel contraddittorio preteso in altre situazioni manco fosse il ra’is di chissà quale dittatura il problema è un’intervista su un quotidiano che leggerà qualche migliaio di persone, a fronte dei milioni che ne leggono altri e purtroppo guardano la televisione.
Invece di aprire il giusto dibattito su come si può anche minimamente pensare di mantenere in parlamento da persona libera un condannato per frode fiscale, uno che ha rubato a tutti per i suoi interessi, uno a cui sono stati concessi diritti e possibilità impensabili e impossibili per qualsiasi altro cittadino, si parla di un giudice già sottoposto al trattamento che la stampa non vicina a silvio berlusconi ma DI silvio berlusconi riserva a tutti coloro che osano squadernare i piani del boss.

Lo dico e lo dirò sempre perché lo penso da sempre: di tutto ciò che accade in questo paese la colpa non è solo di una politica connivente da sempre col malaffare, con interessi sudici, con persone che un normale cittadino onesto si vergognerebbe ad avere per vicine di casa; la responsabilità maggiore ce l’ha quell’informazione che sceglie di servire e riverire la politica invece di essere, così come si usa fare nei paesi civili, il cane da guardia del potere.

Gente che invece di combattere il conflitto di interessi abominevole e immondo di berlusconi ha preferito partecipare, diventare parte di un problema che non c’è e non esiste in nessun altro paese civile.

Ecco perché quei pochi, pochissimi giornalisti che sfidano l’impossibile continuando a fare il loro mestiere vengono maltrattati e mal considerati, invece di essere ringraziati.

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Esposito crocifisso per un’ovvietà: “il condannato è colpevole” – Marco Lillo, Il Fatto Quotidiano

“NON È CHE NON POTEVA NON SAPERE” È LA FRASE DELLA POLEMICA PRONUNCIATA DAL GIUDICE ANTONIO ESPOSITO AL “MATTINO”.

Pensava di fare un bel dono al vecchio amico giornalista: un’intervista esclusiva che tutti cercavano. Dopo avere detto di no a tv, radio e grandi quotidiani nazionali, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha giudicato Berlusconi colpevole di frode fiscale, Antonio Esposito, 72 anni da Sarno, si è concesso al Mattino, per l’esattezza ad Antonio Manzo, 53 anni da Eboli. Si erano conosciuti trenta anni prima, Esposito pretore a Sapri e Manzo cronista ventenne a caccia di scoop, oggi caporedattore e inviato speciale del Mattino. Esposito si fidava di Manzo e il giorno della sentenza che ha condannato Berlusconi non gli aveva detto un no secco come ai colleghi ma solo: “Tranquillo, te la do l’intervista, quando le acque si calmano”. Ora le acque si sono agitate e parecchio. Il ministro della Giustizia Cancellieri sta valutando l’ipotesi dell’azione disciplinare nei confronti di Esposito e tre membri laici del Pdl che fanno parte del Csm – Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon – chiedono l’apertura di una pratica sulle sue dichiarazioni.

L’intervista a pochi giorni dalla sentenza, quando il dispositivo è noto ma la motivazione deve ancora essere stesa, è un’ingenuità che il fronte berlusconiano non si è fatta sfuggire. Il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce ha convocato Esposito ieri pomeriggio nel Palazzaccio, alla presenza del segretario generale Franco Ippolito. Esposito si è difeso, ha smentito alcuni passi dell’intervista e ha prodotto un fax inviatogli dal Mattino con il testo concordato dopo una lunga telefonata con Manzo. Il fax non contiene la frase che ha suscitato su di lui le maggiori critiche. Santacroce ha preso atto e poi ha scritto una relazione urgente al ministro con allegato il fax, che pubblichiamo sotto. Nell’intervista pubblicata dal Mattino, Esposito dopo avere parlato del principio del ‘non poteva non sapere’ in generale (“Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza”) risponde a una domanda precisa del cronista. Manzo chiede “Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?”. Esposito nel testo risponde: “Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere”.

La domanda e la risposta non sono contenute nel testo concordato spedito via fax alle 19,30 di lunedì 5 agosto al numero di casa Esposito dalla segreteria di direzione del Mattino. Il presidente Esposito dice il vero quando dichiara all’Ansa: “Il testo dell’intervista da pubblicare, inviatomi dal giornalista del Mattino, dopo il colloquio telefonico, via fax, alle ore 19,30 del 5 agosto 2013 è stato manipolato con l’inserimento, da parte del giornalista, della domanda…”. Ma non è del tutto vero che la risposta sul principio “non poteva non sapere”, non sia mai stata data a Manzo. Semplicemente l’inviato del Mattino ha scelto di fare il suo mestiere fino in fondo infischiandosene del fax inviato, dei decenni di consuetudine con il magistrato e delle conseguenze di questa sua scelta, pienamente legittima, sul giudice. “Quelle parole non erano contenute nel fax ma sono state dette dal giudice Esposito. Per questo abbiamo ritenuto fosse giusto pubblicarle”, spiega Antonio Manzo al Fatto.

Il giudice Esposito nel suo comunicato all’Ansa si duole per il comportamento del giornalista: “È sufficiente confrontare il testo dell’articolo pubblicato dal Mattino con il testo inviatomi alle ore 19,30 (data del fax), da pubblicare, per rendersi conto della gravissima manipolazione che ha consentito al giornalista di confezionare il titolo ‘Berlusconi condannato perché sapeva non perché non poteva non sapere’”.

Ma lo stesso Esposito nella conversazione registrata dal giornalista del Mattino e pubblicata sul sito internet della testata partenopea in serata, ha effettivamente accennato alla questione della motivazione possibile della condanna di Berlusconi. Nella conversazione registrata non c’è la domanda specifica sulla motivazione della condanna a Berlusconi. Dallo spezzone pubblicato sembra di capire che Esposito voglia spiegare al giornalista un principio giuridico generale (‘è stato detto’) tanto che all’amico giornalista fa presente con accento campano: ‘nun me portà ngoppa a stu problem’, cioè non mi fare parlare della motivazione di Berlusconi. Esposito dice effettivamente “potremmo dire eventualmente nella motivazione” ma poi aggiunge che “è sempre una valutazione di fatto”. E, come si sa, la valutazione di fatto non dovrebbe essere permessa alla Cassazione, il che fa pensare che alla fine Esposito torni a parlare in generale.

Comunque lo scivolone mediatico di Esposito non dovrebbe avere conseguenze sul piano del processo a Berlusconi, perché il verdetto è già definitivo e neanche sul piano disciplinare. L’articolo 2 della legge 269 del 2006 punisce solo “le pubbliche dichiarazioni o interviste che riguardino i soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione” mentre esclude quelli “definiti con provvedimento non soggetto a impugnazione ordinaria”, come la sentenza Berlusconi. Nel 2011 dopo la sentenza sul caso Meredith, il presidente della Corte di Appello di Perugia – Claudio Pratillo Hellmann – ha parlato abbondantemente con la stampa prima del deposito della motivazione. Nessuno ha avuto nulla da ridire. Forse perché è meno rischioso spiegare alla stampa l’assoluzione di Amanda Knox che la condanna di Berlusconi.

Chi l’avrebbe mai detto?

Ecco quali dovrebbero essere le preoccupazioni di un capo di stato: pretendere che si faccia chiarezza sulle stragi senza nome ma che un nome invece ce l’hanno. Non certo chiedere riforme che continuino a tutelare i criminali e a osteggiare il lavoro della Magistratura. Gli italiani, noi, abbiamo il diritto di pensare che i nostri figli potranno vivere in un paese migliore di quel che è adesso.

Sottotitolo: Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 27, comma 2: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.” 

Il pd l’avrà capito adesso che ha accettato le larghe intese con un delinquente abituale, uno che ruba soldi allo stato e dunque a noi cittadini? E Napolitano si sarà reso conto che un imputato in processi per frode fiscale, sfruttamento della prostituzione minorile, giusto per ricordare due su tante delle sue imputazioni non era proprio il più adatto a far parte di un governo di larghe intese, uno col quale decidere e concordare leggi, riforme politiche e costituzionali? 

Più che a una riforma della giustizia, da concordare con un pregiudicato condannato che sta per essere interdetto perdendo quindi de facto ogni diritto da cittadino, dunque anche quelli politici da elettore e da candidato, se fossi nei panni di Napolitano penserei seriamente ad un modo per uscire di scena il più decentemente possibile.
Non si capisce infatti questa urgenza di riforme dopo un successo della Magistratura.
E scommetto che in caso di assoluzione il presidente non avrebbe fatto cenno a nessuna riforma.

Andassero pure a fare i ricorsi in Europa, li aspettano a braccia aperte.
Se  fossi Ghedini ci ripenserei, eviterei un’ulteriore figuraccia, non penso proprio che l’Europa ci tenga a sostenere e perorare le cause di  un delinquente per mestiere, basta e avanza quanto lo abbia già fatto l’Italia e con ottimi risultati, altrimenti berlusconi sarebbe stato fermato molto prima.

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Napolitano è un irresponsabile, con buona pace di quelli che “non bisogna tirare in ballo il presidente” e addirittura nemmeno nominarlo, quelli che l’hanno rimesso al Quirinale affinché garantisse la pax sociale e politica ben sapendo che nessuna pax di nessun tipo poteva essere possibile e attuabile inserendo silvio berlusconi nel progetto. 
Perché dove c’è berlusconi non c’è casa, ci sono solo casini, e anche di una discreta portata, e se il pd che si è sottoposto alla gogna volontaria, se ha accettato more solito l’ennesimo ricatto era a conoscenza del calendario dei processi di berlusconi qualcosa fa pensare che lo conoscesse anche lui.

E se due più due fa ancora quattro solo un irresponsabile poteva pensare ad un governo di necessità e responsabilità mettendoci dentro anche silvio berlusconi.

Come diceva De Gasperi, un uomo politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni, esattamente l’opposto di quel che ha fatto Napolitano non preoccupandosi minimamente di un’eventuale e più che probabile – conoscendo il personaggio – condanna di berlusconi.

Sono contenta di essermi sbagliata, in parte, perché continuo a pensare che a berlusconi si offrano troppe possibilità oltre a quelle che ha già preteso quando era a capo del governo e siccome gli erano urgentissime se le è fatte mettere per legge.

Quando due anni fa Dominique Strauss-Kahn fu accusato di violenza sessuale era un uomo molto più potente di quanto lo sia berlusconi oggi, eppure a lui non fu offerta nessuna dilazione, nessuno sconto, nessuna possibilità di andare in tv in videoconferenza per dire alla gente di essere un innocente perseguitato.
Fu arrestato, con le manette, e passò sei giorni in una camera di sicurezza da dove uscì solo grazie alla cauzione pagata da sua moglie.

E solitamente in tutti i paesi dove la legge è uguale per tutti si fa così.

I responsabili del disastro Enron non poterono usufruire di nessun condono, perdono, riduzione di pena, di nessuna televisione compiacente da cui gridare il loro sconforto, andarono semplicemente in galera per rimanerci, dai dieci ai ventiquattro anni: questo è il trattamento che viene riservato a chi viola la legge e a maggior ragione quando a fare le spese di quelle violazioni è la collettività, i reati di frode fiscale nei paesi seri vengono giudicati e condannati con la giusta severità proprio perché ricadono su tutti, non solo su qualcuno, e nessun governo penserebbe di fare leggi per ammorbidire o annullare il falso in bilancio ad esempio.

Qui invece sì, qualcuno ci ha pensato, qualcuno che evidentemente ha altri interessi da tutelare che non sono quelli pubblici come dovrebbe fare chi sceglie di occuparsi della cosa pubblica.

Qui un presidente della repubblica scende a patti con un già prescritto grazie alle leggi volute e ottenute e firmate da Napolitano che non faceva mai un plissé nemmeno di fronte a leggi che la Consulta poi ha puntualmente cassato.

Un presidente della repubblica ha il dovere di preoccuparsi dell’impatto che può avere nell’opinione pubblica e sulla società il considerare e trattare un fuori legge come uno che sta dentro la legge: i cittadini che votano per il partito del pregiudicato criminale non capiranno mai che è veramente un pregiudicato criminale finché verrà ricevuto nei palazzi, considerato l’interlocutore con cui fare riforme politiche.

E probabilmente capiscono ancora meno se per una volta che la giustizia ha dimostrato di funzionare in rispetto a quella Costituzione di cui lui dovrebbe essere il più strenuo difensore quel presidente della repubblica non si congratula per l’ottimo lavoro svolto dai Magistrati ma auspica, desidera, si augura che si faccia presto una riforma di quella giustizia che per una volta ci ha dimostrato nei fatti che la legge è uguale per tutti.

Finché non lo prenderanno di peso per buttarlo fuori dal parlamento la gente non capirà.

Sono anni che dico e scrivo che sono le istituzioni, prim’ancora che la gggente, a doverlo delegittimare.

Adesso ne hanno possibilità e facoltà. Quell’uomo va cacciato col disonore che si merita.

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Il pregiudicato costituente
Marco Travaglio, 2 agosto

Condannato il delinquente. Il governo ormai è un morto che cammina. La Cassazione, dopo 7 ore di camera di consiglio, conferma: Berlusconi deve scontare la pena di 4 anni (3 indultati, 1 ai domiciliari) per frode fiscale. L’interdizione è rinviata alla Corte d’appello per essere ricalcolata fino a 3 anni. Ma il Caimano è comunque decaduto per la legge Severino. Lui insulta i giudici a reti unificate.

Oddio, hanno condannato Berlusconi e nessuno sa cosa mettersi. Del resto, chi l’avrebbe mai detto che il compare di Mangano, Gelli, Craxi, Dell’Utri e Previti — per citare solo i migliori — già amnistiato per falsa testimonianza, prescritto due volte per corruzione giudiziaria e cinque per falso in bilancio e una per rivelazione di segreto, tuttora imputato per corruzione di senatori e indagato per induzione alla falsa testimonianza, nonché condannato in primo grado a 7 anni per concussione e prostituzione minorile, avrebbe potuto un giorno o l’altro diventare un pregiudicato? Era tutto un darsi di gomito, uno strizzare d’occhi, un “tutto si aggiusta” all’italiana,con leccatine agli “assi nella manica” del sommo Coppi, dipinto come il mago di Arcella che fa assolvere i colpevoli. Invece da ieri anche la Cassazione, grazie a cinque giudici impermeabili a minacce e pressioni e moniti, ha detto ciò che chiunque volesse sapeva da tempo immemorabile: Silvio Berlusconi è un fuorilegge, un delinquente matricolato, colpevole di un reato — commesso anche da premier e da parlamentare – che in tutto il mondo lo porterebbe dritto e filato in galera per un bel po’. 

In America, per incastrare il suo spirito guida Al Capone, bastò la frode fiscale. In Italia, grazie anche all’indulto-insulto regalatogli da un centrosinistra così tenero che si taglia con un grissino, Al Tappone finirà ai domiciliari per un annetto. O, se li chiede, ai servizi sociali. I giudici milanesi lo manderanno a prendere dai carabinieri in autunno, non appena riaprirà il Tribunale. L’ignaro Epifani annuncia tonitruante che il suo Pd, se necessario, è pronto a rendere esecutiva la sentenza: non si dia pena, la sentenza è esecutiva a prescindere da lui. Come tutto il resto. Per arrestare un condannato, anche se parlamentare, non c’è bisogno di Epifani, né del Parlamento, né di nessuno. 

Piuttosto sarebbe interessante sapere con che faccia il Pd possa restare alleato con un pregiudicato prossimo all’arresto purché non faccia troppo casino: come se qualche parola o manifestazione scomposta fossero più gravi che mettere in piedi una monumentale frode fiscale. 

E con che faccia il premier Nipote possa restare al governo col sostegno di B., magari per tuonare contro l’evasione fiscale, senza che gli scappi da ridere, a lui e a suo zio. Ma questa è la “separazione dei poteri” come la intendono i nostri politicanti: se un politico è indagato, attendono il rinvio a giudizio; se è rinviato a giudizio, attendono la condanna; se è condannato in primo grado, attendono l’appello; se è condannato in appello, attendono la Cassazione; e se è condannato in Cassazione, imboscano la sentenza in un cassetto perché bisogna separare la giustizia dalla politica. Solo sull’interdizione, quando sarà ricalcolata dalla Corte d’appello e confermata dalla Cassazione (pochi mesi), il Senato sarà interpellato: ma per ratificarla, non per discuterla o ribaltarla (è questa, cari analfabeti, la separazione dei poteri).

E comunque i nostri tartufi si scordano un piccolo dettaglio: l’anno scorso Pd, Pdl e frattaglie centriste approvarono la legge “liste pulite” che dichiara decaduti e incandidabili i parlamentari condannati sopra i 2 anni: dunque neppure se fosse interdetto per un solo giorno B. potrebbe restare senatore e ripresentarsi alle prossime elezioni. 

A meno che, si capisce, l’abrogazione di quella norma giustizialista votata anche da B. non faccia parte delle “riforme della giustizia” invocate da Re Giorgio un minuto dopo la prova che la giustizia funziona. 

Ora i soliti idioti dicono che la Cassazione ha condannato 10 milioni di elettori del Pdl (che sono molti di meno): no, ha condannato un solo eletto. 

Ma anche, simbolicamente, tutti quelli che – sapendo chi era- l’hanno legittimato, ricevuto, favorito, riverito, salvato, strusciato, addirittura promosso partner di governo e padre costituente: da Napolitano in giù. 

Vergognatevi, signori. E rassegnatevi: la legge, ogni tanto, è uguale per tutti.

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Larghe intese con uno così?
Antonio Padellaro, 2 agosto

La prima cosa che viene in mente è: ma come si permettono di manomettere la Costituzione italiana questi signori delle larghe intese quando il leader primario dell’alleanza di potere nata sul tradimento del voto popolare è da ieri ufficialmente un pregiudicato, condannato in via definitiva dalla Cassazione per il reato gravissimo di frode fiscale? Le 200mila firme raccolte in pochi giorni sotto l’appello del Fatto ora possono diventare rapidamente 500mila. Forza, dimostriamo che la democrazia dei cittadini è più forte dei giochi di palazzo. La seconda considerazione riguarda il pregiudicato Silvio Berlusconi. 

Che a tarda sera ha lanciato il suo videomessaggio elettorale. 

L’aria sofferente, lo sguardo lacrimoso, ci ha raccontato la solita barzelletta del grande imprenditore e dell’eccelso statista perseguitato dalle toghe rosse per poi concludere la tiritera annunciando l’intenzione di riprendersi il governo del Paese riesumando il cadavere di Forza Italia. Del resto, un necrologio lo merita anche il governo del Letta nipote che, al di là delle frasi di circostanza sulla tenuta della maggioranza chiamata ad affrontare i problemi del Paese eccetera eccetera, assomiglia molto a un morto che cammina. Già nella primavera prossima in coincidenza con le elezioni Europee si potrebbe tornare alle urne. Una deriva che neppure la riforma della giustizia “allo studio” offerta da Napolitano al leader pregiudicato (proprio la persona giusta) servirà ad evitare. Bisognava pensarci prima: si sapeva dall’inizio che le questioni giudiziarie del miliardario di Arcore erano come una bomba ad orologeria. 

Ma i grandi strateghi dell’intesa Pd-Pdl non hanno sentito ragioni. Peggio per loro. 
Gli italiani per bene possono esultare: per la prima volta dopo vent’anni la legge è 
davvero uguale per tutti.