L’indecenza

Leggo che il pd, che evidentemente non ha cose più importanti a cui pensare, ha chiesto un’interrogazione parlamentare e l’intervento della vigilanza Rai su Pelù colpevole di aver violato la par condicio. Mentre non chiede nulla per l’incandidabile delinquente che spadroneggia in televisione continuando ad infamare la magistratura, in spregio e sfregio alle regola della par condicio che offre spazi mediatici SOLO ai candidati.

 Il reality show non è stato quello di Pelù ma è quello di Renzi.
Un artista per ottenere consenso non ha bisogno di fare e farsi fare la propaganda: gli basta la sua bravura.

E se grazie a questa diventa ricco, milionario, buon per lui.
Il politico diventa ricco anche quando è tutt’altro che bravo e capace, ecco perché per avere consenso e mantenere le sue ricchezze gli serve raccontare balle e non solo.
Questa mania  di rinfacciare lo status a chi non campa di rendita sulle spalle degli altri è odiosa.
Odiosa. Che poi a me tutto sommato questa teoria del “ognuno faccia quello che sa fare, che fa di solito” starebbe anche bene. Cominciamo dalla politica? Così, giusto per dare il buon esempio.  

Renzi che per aggiungere al suo già cospicuo bottino un’altra manciata di propaganda va a chiedere la carità a mediaset che gli chiude la porta in faccia in virtù della par condicio che esiste solo perché c’è il padrone di mediaset sì, un cantante che parla sul palco di un concerto no? Evviva l’antagonismo della libertà, quella “democratica”, s’intende.

 

 

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Per quello che mi importa di Pelù – Alessandro Gilioli, Piovono rane

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Insomma: se l’attore e regista Benigni parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se lo scrittore Baricco parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Jovanotti parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il regista Placido parla male di Berlusconi va benissimo, applausi. Se il cantante Piero Pelù parla male di Renzi, è uno schifoso milionario ignorante che deve solo pensare a cantare. 
E si chiamano “democratici”. [Dino Giarrusso]

La libertà di B. è un’indecenza Firma anche tu per la revoca dei “servizi sociali”

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B. ai servizi sociali: la legge non è uguale per tutti

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Ho firmato l’appello di Micromega per la revoca dei servizi sociali di berlusconi non ispirata certamente dalla speranza che la finta sentenza da cui è scaturita la sua finta condanna si possa ribaltare ma perché ormai in questo paese l’unico modo per alzare la voce è questo: l’appello pubblico che solitamente viene inaugurato da eccellenti rappresentanti della società civile. Di quel che ne resta. Perché  noi cittadini non abbiamo più nessuna possibilità di far sapere che quello che si fa nella stanza dei bottoni non ci piace. Perché se proviamo a scendere in piazza lo stato ci fa massacrare come se i terroristi fossimo noi e non chi ha ridotto lo stato di diritto in macerie.

L’ho firmato perché non è vero che le sentenze si devono rispettare sempre nel paese in cui è più facile indovinare quale sarà il loro esito quando si tratta dei potenti delinquenti, che vincere al superenalotto.
Ho firmato perché sono stanca di questo paese ridotto a luogo comune in cui tutti sanno quello che avverrà se si prova a fare cose diverse, normali al posto di quelle consuete da paese ridicolo nel quale le istituzioni non fanno il loro dando più che l’idea che non possono.
Perché non trovo giusto che si favoleggi ancora sul presunto consenso che otterrebbe un delinquente, un eversore, un socialmente pericoloso fuori legge se venisse trattato dallo stato per quello che è.
Cominciamo a mettere un bel chissenefrega sulle ipotesi e a concentraci su come sarebbe “se”… teoria che si potrebbe applicare anche nei riguardi dei governi abusivi formati da parlamentari impostori ai quali nessuno ha chiesto di occuparsi di noi e del paese come da Costituzione.
Perché mi dà la nausea questa giustizia ridotta ormai ad una figura retorica e una democrazia che ormai non è più nemmeno il surrogato di se stessa dove si consente ad un criminale – condannato ad una pena che non sconterà mai – di poter fare non le stesse cose ma molte di più di chi è rimasto nonostante e malgrado tutto dentro lo stato.

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Il fuorilegge
Marco Travaglio, 3 maggio 


L’appello di MicroMega al Tribunale di Sorveglianza di Milano perché spedisca il pregiudicato B. ai domiciliari, revocandogli l’affidamento ai servizi sociali prima che li trasformi nella solita pagliacciata elettorale, è sacrosanto. Almeno dal punto di vista giuridico. Come ricordano Flores d’Arcais, De Monticelli, D’Orsi, Prosperi e gli altri firmatari, la legge penitenziaria consente i servizi sociali in alternativa al carcere solo se “contribuiscono alla rieducazione del reo”. Il quale dunque dovrebbe dare qualche segno tangibile di ravvedimento. I giudici di Milano si sono regolati come sempre in casi simili (e non solo per B.): siccome i servizi sociali, quando la pena da scontare è inferiore ai 3 anni, non si negano praticamente a nessuno, hanno desunto la “volontà di emenda” dal fatto che B., dopo la condanna, ha rifuso il danno di 10 milioni di euro e le spese processuali all’Agenzia delle Entrate, cioè alla vittima delle sue frodi fiscali. Ma quelli erano obblighi di legge a cui non poteva sottrarsi, e con la volontà di ravvedersi non c’entrano nulla. Si sperava almeno – così come gli avevano intimato i giudici, senza affatto violare la sua libertà di espressione, trattandosi di un detenuto vincolato da precisi obblighi – che si astenesse dall’insultare la magistratura e dal rinnegare la sua sentenza. Invece B. non perde occasione per parlare di “golpe giudiziario”, dunque che speranze ci sono che le sue visite settimanali ai malati di Alzheimer dell’ospizio Sacra Famiglia di Cesano Boscone contribuiscano a rieducarlo? Zero. Uno normale, al posto suo, sarebbe già stato spedito in galera. Già, perché l’alternativa al servizio sociale, dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza, non sono i domiciliari. Ma il carcere. Almeno in prima battuta: soltanto dalla cella B., tramite i suoi legali, potrebbe avanzare istanza di domiciliari. E solo allora il tribunale tornerebbe a riunirsi per accordarglieli o tenerlo dentro. B. lo sa benissimo, e provoca ogni giorno i magistrati proprio perché è lì che vuole portarli: a sbatterlo in gattabuia alla vigilia delle elezioni, per riconquistare il centro della scena, allestire l’apoteosi del suo spettacolino vittimistico, trasformare la campagna elettorale europea nel solito Giudizio di Dio pro o contro se stesso e oscurare gli annunci di Renzi e la propaganda di Grillo che comunque riguardano problemi concreti (l’euro, il lavoro, le tasse, le banche) sui quali lui non ha più nulla da dire. Ancora una volta i giudici sono costretti a snaturarsi e ad assumersi responsabilità che spetterebbero ad altri. E non vorremmo trovarci nei loro panni in queste ore. Se applicano la legge alla lettera, non c’è dubbio che l’unico servizio sociale che B. può utilmente prestare è andare in galera e restarci per poco meno di un anno; ma così gli fanno un gran favore, regalandogli gratis una campagna elettorale che, senza manette, non comincerebbe neppure per mancanza di argomenti, e lo salvano dall’ennesima batosta. Se invece si pongono il problema dell’inopportunità politica di un arresto a pochi giorni dalle urne e lo lasciano a piede libero, fra una visita a Cesano Boscone e una riforma della Costituzione, cioè non lo trattano come un condannato qualsiasi, violano la Costituzione e sferrano un altro colpo mortale alla credibilità della Giustizia. Autorizzando tutti a pensare che la legge non è uguale per tutti e che la frode fiscale, quando la commettono i “signori”, è una quisquilia da “furbetti”. Lo stesso contrasto fra Legge e opportunità politica si sta consumando a proposito della par condicio televisiva: la norma del 2000 impone alle tv di dare accesso ai candidati alle elezioni, non ai leader incandidabili e privi del diritto di voto attivo e passivo. Ma se qualcuno provasse a tener fuori B. da uno studio tv gli regalerebbe un bavaglio d’oro da sventolare in campagna elettorale. Si spera che qualcuno, dinanzi a questa indecenza, alzi lo sguardo oltre le contingenze quotidiane e riconosca finalmente che B. è illegale di per sé. Dunque, tanto per cominciare, la Costituzione non deve toccarla neppure con una canna da pesca.

“Noi ad Atene, facciamo così”

Come dice il mio amico  Mauro, “Tsipras è di sinistra, un progressista fermo, radicale e però ragionevole, e vincente. E’ troppo.”
E’ troppo per un paese dove la politica è ridotta a derby perpetuo, al dispettuccio della serie “se c’è lui/lei non ci sto io” che poi è il motivo principale della divisione di una sinistra finita man mano per annacquarsi e morire perché tutti volevano, vogliono fare la parte della prima donna sul palcoscenico e nessuno quella del gregario che dietro le quinte fatica e porta il peso delle responsabilità. Alexis Tsipras è un signore che arriva dalla patria della Polis dove è nata la Democrazia, e il primo paese nel quale la democrazia è stata sacrificata ai soldi,ed è l’ultima speranza per questa Italia disgraziata. E non solo bisogna provarci ma è necessario un sostegno forte, se davvero crediamo ancora che esista una politica dei diritti, delle priorità, delle urgenze e di tutte quelle cose che sono di sinistra ma che si è preferito dimenticare, sacrificare anch’esse agli interessi di parte, ad un liberismo sfrenato che il mondo, non solo questo paese, può permettersi di sopportare ancora e alle oscure manovre di palazzo, quelle che mettono nei posti di potere chi incentiva la politica del liberismo che affama e distrugge lo stato sociale.

Aderisco alla lista Tsipras perché io sono di sinistra, e voglio che questo paese abbia una rappresentanza politica di sinistra. Una sinistra vera, forte, riformista davvero che non si faccia abbindolare dal fascino della presa del potere come è accaduto ai partiti di sinistra italiani, che hanno rinnegato la loro origine sacrificandola al potere, abbandonando di fatto la loro funzione di difensori dei diritti: quelli civili, del lavoro, delle minoranze, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. E anche – soprattutto –  perché invece di “abbiamo una banca” vorrei che un leader di sinistra dicesse: “avete un lavoro, una casa, la dignità”.

Mauro Biani

Puttanate

 Dire che un pregiudicato delinquente – perché lo ha detto una sentenza di un tribunale dopo un processo durato undici anni condannandolo in via definitiva per i suoi reati –  è un pregiudicato delinquente secondo la nota principessa del foro Casellati è maleducazione. E come lo chiamano quelli del partito dell’ammmòre uno che ha  rubato allo stato: berlusconi?

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Pdl, Casellati vs Travaglio: “Maleducato. O va via lui o me ne vado io”

“Berlusconi è stato condannato per quei 7,3 milioni di euro di evasione fiscale, che sono l’ultima parte superstite di una montagna di evasione che ammonta a oltre 300 milioni di euro”. La discussione deflagra quando viene affrontato il tema delle società off-shore e il giornalista viene nuovamente interrotto dalla furia verbale della parlamentare. “Io chiudo qui” – si sfoga Travaglio, rivolgendosi alla Gruber – “è assolutamente impossibile in un collegamento riuscire a finire una sola frase e interloquire con le puttanate che dice questa signora“. “Vado via io” – sbotta la Casellati – “lei è una persona maleducata. Una persona che si permette di dire questo è bene che se ne vada. O va via lui o me ne vado io. E’ una mancanza di rispetto”. La conduttrice riesce a sedare il match, che riprende nuovamente alle battute finali del programma. La Casellati rende il suo ennesimo tributo al Cavaliere: “Camminando per strada, incontro le persone e tutti sperano che Berlusconi resti a continuare la sua attività politica per il rilancio economico del Paese“. E attacca Travaglio, che definisce il leader del Pdl “pregiudicato delinquente”: “Lei è un vero signore, un vero gentleman”

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La contesa Sermonti-Scalfari su: “In piazza contro l’orrore morale” o no?di Vittorio Sermonti e Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari: “Nella lettera di Sermonti a Napolitano una mancanza di realismo estremamente pericolosa”. Vittorio Sermonti: “E’ la testimonianza di un orrore morale (e culturale) che mi auguro e immagino tu stesso condivida”. 
SONDAGGIO Sei d’accordo con Sermonti o Scalfari?

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Secondo il “laico opinionista” Scalfari mantenere in sella questo governo val bene concedere a berlusconi di violentare la Costituzione e rendere inutile, nulla al pari della peggiore delle menzogne proprio nei fatti oltre che in quelle che sono molto più di ipotesi da barzelletta, quella frase che campeggia in tutti i tribunali della repubblica italiana che dice che “la legge è uguale per tutti”. 
A Scalfari dunque va benissimo che in questo paese chi ha soldi e potere possa beffare la legge come quando e quanto vuole in virtù di una non meglio precisata sicurezza nazionale che verrebbe pregiudicata senza i noti pezzi da novanta che compongono il governo delle larghe intese.

Scalfari si augura che questo governo vada avanti niente meno fino al 2015 probabilmente perché non è un suo problema, così come non lo è  per Napolitano che data l’età il 2015 potrebbero non vederlo nemmeno ma pensano e agiscono in maniera tale che lo scempio di democrazia che entrambi sostengono con tutte le loro forze debba proseguire per farne godere a chi ci sarà dopo di loro. 

La gente come Napolitano e Scalfari non si accontenta di mettere a rischio il presente: sostenere la teoria – e agire di conseguenza – che un delinquente possa continuare a vivere da persona libera perché è lui, berlusconi, e non un altro significa non ridicolizzare ma proprio vomitare su quella Carta in cui c’è scritto altro, vuole rendere pericoloso anche quel futuro che non vedrà mai, creare il precedente secondo il quale non importa se uno che con la politica non c’entrava niente per legge abbia avuto invece possibilità di stravolgere la vita politica e sociale italiana, non importa se nel suo percorso di vita abbia commesso dei reati proprio a danno di quello stato che Napolitano e Scalfari dicono di voler difendere, secondo l’esimio fondatore di largo Fochetti tutto questo si può, anzi, si deve perdonare, condonare con un colpo di spugna perché “il governo deve andare avanti per il bene del paese”.

Dove, e quale sarebbe il bene, a queste condizioni, non è dato sapere.

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Sacrifici umani
Marco Travaglio, 10 settembre

Non c’era miglior modo per solennizzare l’anniversario dell’8 settembre ’43, simbolo dell’Italia voltagabbana e opportunista: se 70 anni fa Real Casa e Badoglio si giocarono la faccia e il futuro con l’armistizio, il cambio di alleanza e l’immortale annuncio “la guerra continua”, ovviamente dalla parte opposta, anche oggi è tempo di sacrifici umani per garantire l’agognata “pacificazione”. Non più fra italiani e angloamericani, ma fra guardie e ladri. L’altro giorno Sallusti ha sferrato sul Giornale un attacco suicida a Napolitano che lo salvò dagli arresti forzando le regole e le prassi, mentre con B. ancora non l’ha fatto. Ieri un altro kamikaze, Fedele Confalonieri, ha tentato di farsi esplodere sul Senato con un’intervista al sito di Magna Carta ripreso dal Pornale: “La prova che la condanna di B. è aberrante è che io, che sono quello che firma i bilanci Mediaset, sono stato assolto”. Ecco di cosa avranno parlato lui e Napolitano, nell’amorevole colloquio dell’altro giorno. Naturalmente il disperato tentativo di immolarsi per l’amico Silvio è a costo zero (essendo già stato assolto, non può più essere riprocessato per lo stesso reato: ne bis in idem).

E addirittura controproducente: l’assoluzione di Confalonieri al processo Mediaset rafforza la condanna di B. e dimostra che i giudici non condannano alcuno perché “non poteva non sapere” (“È fortemente plausibile” – scrive la Corte d’appello – che Confalonieri, per le sue cariche aziendali e la vicinanza a B. “fosse a conoscenza della frode e, violando i suoi precisi doveri, nulla abbia fatto” per fermarla; ma ciò non basta a condannarlo). Non per questo il gesto del fedele Fidel è meno encomiabile e commovente. Il novello Salvo d’Acquisto carica sulle sue spalle le colpe di Silvio (“prendete me”), subentrando nel ruolo di scudo umano a Paolo B., ormai inservibile dopo varie assoluzioni dai reati che invano confessava per conto del fratello finendo in galera al posto suo. Alla nobile gara di solidarietà partecipa anche il pm veneziano Carlo Nordio, giocandosi quel che resta della sua credibilità aderendo come la carta moschicida alla tesi farlocca della non retroattività della Severino.

“Anche nella religione – sdottoreggia il giureconsulto lagunare – è così. È un po’ di tempo che la Chiesa dice: non pagare le tasse è un peccato mortale. Benissimo. Ora so che se non le pago vado all’inferno, ma da ora in poi. Non per quelle che non pagavo tanti anni fa”. Già, un po’ di tempo. Quanti anni saranno che Mosè portò giù le tavole col VII comandamento “Non rubare”? Qualche mese, non di più. Intanto Scalfari sfida le ire dei suoi lettori con l’affettuoso invito all’ex nemico B. perché “chieda un provvedimento di clemenza”, nel qual caso “forse l’otterrebbe” dal suo amico Napolitano (suo di B. e di Scalfari). A patto – si capisce – che “assicuri il percorso del governo per il tempo necessario” (a chi? Soprattutto a B. per farla franca e a Napolitano per non doversi dimettere). E ci aiuti a liberarci della vera piaga che ammorba il Paese: “la sinistra movimentista e para-grillina” che vorrebbe “buttare giù il governo e andare alle elezioni”, col rischio che nemmeno stavolta diano l’esito sperato e costringano chi di dovere a un nuovo golpetto tipo Egitto.

Molto meglio un bell’armistizio, a suggello della trattativa Stato-Mediaset. 

Seguirà monito para-badoglino: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’ìmpari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Berlusconi, comandante in capo delle forze alleate di Mediaset-Fininvest- All Iberian. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze Mediaset-Fininvest-All Iberian deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Firmato: Badoglitano.

Fermiamolo: con la Legge

Per quasi vent’anni i partiti politici democratici, il sistema dei media, i maitres à penser dei principali giornali italiani, hanno chiuso gli occhi di fronte a questo fenomeno degenerativo, hanno evitato che Berlusconi venisse escluso dal Parlamento, pur essendo ineleggibile, lo hanno accettato come un normale interlocutore politico, pienamente legittimato, nel gioco delle parti, a realizzare l’alternanza politica. [Domenico Gallo – Micromega]

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Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Articolo 54

Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

Quando una persona, abitualmente, proprio per un suo modus operandi naturale, direi quasi genetico viola la legge in maniera sistematica perché evidentemente le sue necessità, esigenze, ambizioni non collimano col rispetto di quelle leggi che regolano tutte le democrazie degne di questo nome, limitano i suoi obiettivi perché lo renderebbero un cittadino come tutti gli altri così come in qualsiasi paese normale i cittadini sono tutti uguali almeno di fronte a due cose, la legge e la morte, figuriamoci dunque come dovrebbe essere nel nostro dove l’uguaglianza fra cittadini è prevista, ORDINATA proprio per Costituzione e poi da uomo pubblico quale qualcuno ha permesso che fosse – grazie ad una violazione della legge – invita alla sommossa popolare contro le istituzioni preposte a far sì che TUTTI rispettino le leggi, le insulta affermando, ripetendo da anni [cosa che a nessun altro cittadino sarebbe permesso fare senza rischiare ALMENO  una denuncia per vilipendio] che sono  “il cancro della democrazia” ben sapendo che la vera anomalia democratica è lui,  non è solo qualcuno che, secondo la sentenza di un giudice,  ha “una naturale propensione alla delinquenza”, un fuorilegge ma una persona pericolosa che va fermata. 
Con la legge.

Quando tutti si renderanno conto che non aver applicato una semplicissima legge ha stravolto e deformato la storia di questo paese nella sua eternità forse molti la pianteranno di fare i tifosi della politica e si attiveranno per diventare attivisti della civiltà, della democrazia e di una Costituzione che non può essere usata come uno stacco di carta igienica salvo poi riempirsi la bocca coi valori democratici, coi doveri dei cittadini se i primi a non rispettare quei doveri sono e sono stati proprio quelli chiamati per ruolo e istituzione ad essere i testimoni e i  difensori non solo dei doveri ma anche dei diritti e della legge. Il caso di berlusconi dimostra e ci dice anche altro, e cioè che siccome è stata la politica nel suo complesso ad averlo legittimato, probabilmente anche la politica ne ha tratto un vantaggio a noi sconosciuto ma che c’è, e la dimostrazione è che NESSUNO ha mai voluto regolare il conflitto di interessi di berlusconi perché sicuramente questo avrebbe significato poi doverlo fare anche per i conflitti che riguardano altri.  Eludere una legge affinché qualcuno possa trarne un vantaggio a discapito di un paese intero e in barba alla Costituzione è un’azione molto simile ad un colpo di stato.

Se domani si riunisse una giunta che stabilisca che un cittadino su cinque il cui nome inizia per S è autorizzato a stuprare, rubare, ammazzare che cosa succederebbe? non serve essere anti niente per capire quello che è successo in Italia dal ’94 in poi, quando ad un signore estraneo alla politica è stato consentito di poter intraprendere una carriera politica a cui non aveva il benché minimo diritto e quando fra l’altro aveva già confessato PUBBLICAMENTE che quella per lui era l’extrema ratio per evitarsi la galera.

Il problema, lo ripeterò SEMPRE, non sono i cittadini che lo votano ma è stato chi lo ha proposto e legittimato alla carriera politica, continuando peraltro a farlo, a considerarlo un normale interlocutore politico con cui confrontarsi  anche nel merito della  costruzione di quelle leggi che lui per primo è disposto a violare.

silvio berlusconi deve andare via da ogni ambito istituzionale, politico, perché non può rappresentare nient’altro che stesso, deve assumersi la responsabilità delle sue azioni come qualsiasi altro cittadino è obbligato a fare,  è assolutamente INADEGUATO a rappresentare un paese composto in maggioranza da cittadini onesti, che non violano le regole e la legge, e quand’anche lo facessero sono obbligati a risponderne in prima persona davanti ad un giudice e ad accettare l’eventuale sanzione e condanna. 
Non possono contare su nessun impedimento, tanto meno legittimo.
Questa persona nonostante i suoi precedenti, le sue numerose pendenze penali, i suoi processi, la sua reputazione privata ma soprattutto pubblica che è costata all’Italia la ridicolizzazione in ambito internazionale non ha mai pagato, né intende farlo,  il suo debito con la giustizia e con quel popolo italiano che vorrebbe rappresentare.
Abbiamo una legge, applichiamola, anche se in modo tardivo ma dobbiamo assolutamente liberare la scena politica da silvio berlusconi.
E, aggiungo, bisognerebbe chiedere con forza al Presidente Napolitano di revocargli la nomina di cavaliere della Repubblica Italiana come fu fatto per Calisto Tanzi colpevole di aver disonorato il Paese, esattamente come ha fatto il cittadino – imputato – pregiudicato – prescritto  silvio berlusconi.

Il cancro della democrazia – Domenico Gallo per Micromega

Adesso è ufficiale, Berlusconi convoca la piazza contro la magistratura e chiama il popolo a manifestare il 23 marzo contro questo “cancro della nostra democrazia”.

Probabilmente le ultime rivelazioni sulla vicenda De Gregorio sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della strutturale insofferenza di Berlusconi al controllo di legalità ed alle regole dello Stato di diritto.

Qui viene fuori l’anomalia del sistema politico italiano che ha consentito che venissero affidate funzioni di uomo di Stato ad un personaggio che, oltre ad essere coinvolto, con i suoi più stretti collaboratori, in vicende di malaffare di ogni tipo, ha fatto della lotta alle regole costituzionali e dell’aggressione alle istituzioni di garanzia la ragione d’essere stessa del movimento da lui capeggiato.

Quello di Berlusconi non è semplicemente un rifiuto “ideologico” dei principi basilari dello Stato di diritto nel quadro di una visione monocratica in cui tutti i poteri sono concentrati nelle mani del sovrano. Egli non è semplicemente portatore di una cultura politica contraria alla Costituzione. Anche una cultura politica antidemocratica si può evolvere e può accettare compromessi: quella di Berlusconi, invece, è una lotta corpo a corpo contro la Costituzione che non può accettare mediazioni: o riuscirà a mettere sotto controllo politico l’attività della magistratura (inquirente e giudicante) oppure ne resterà travolto e gli si apriranno le porte del carcere o dell’esilio in Tunisia. 

In questo contingente la realtà supera l’immaginazione e Berlusconi sta mettendo in opera la scena finale del film il Caimano con la folla che si scaglia contro i giudici. Quando un capo politico scaglia i suoi partigiani contro le istituzioni di garanzia, rivendicando il diritto di non essere sottoposto alla legge, siamo in presenza di un fatto gravemente eversivo. E’ la rivendicazione del Fuhrer Prinzip. E’ eversione allo stato puro.

Per quasi vent’anni i partiti politici democratici, il sistema dei media, i maitres à penser dei principali giornali italiani, hanno chiuso gli occhi di fronte a questo fenomeno degenerativo, hanno evitato che Berlusconi venisse escluso dal Parlamento, pur essendo ineleggibile, lo hanno accettato come un normale interlocutore politico, pienamente legittimato, nel gioco delle parti, a realizzare l’alternanza politica. 

Le ultime elezioni politiche ormai hanno dimostrato a tutti che le finzioni non reggono più e che, arrivati ad un certo punto, inevitabilmente si devono fare i conti con la realtà: non si può più continuare a non vedere quanto Berlusconi ed il suo partito siano strutturalmente inconciliabili con le regole minime della democrazia con la quale hanno intrapreso una lotta mortale, al fondo della quale o soccomberanno loro o soccomberà la democrazia nel nostro paese. 

Quando Berlusconi parla della magistratura come di un “cancro della democrazia”, evidentemente pensa a se stesso ad al movimento di cui è proprietario.

Adesso che tutte le finzioni sono crollate è venuto il tempo di incidere politicamente con il bisturi su questo cancro ed evitare che le metastasi si estendano oltre nel corpo delle istituzioni. 
Si cominci ad escluderlo dalla corsa alla Presidenza delle Camere e si assumano atteggiamenti politici conseguenti con la gravità della situazione.

Firma anche tu per cacciare Berlusconi dal Parlamento(facendo applicare la legge 361 del 1957)

Una legge sul conflitto di interessi, che rende Berlusconi ineleggibile, esiste già. Vittorio Cimiotta, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Dario Fo, Margherita Hack, Franca Rame, Barbara Spinelli chiedono al nuovo Parlamento che venga finalmente applicata, e Berlusconi non avrà più nessuna immunità di impunità.
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… perfino in Guatemala

Accolto il ricorso del Quirinale. 
Stato – Mafia: 2 fisso.
[forum spinoza.it]

Il fatto che Scalfari abbia definito “fascisti di sinistra” tutti quelli che i Magistrati li preferiscono vivi e attivi sul nostro territorio ché ce n’è tanto bisogno e non in esilio forzato altrove in modo tale da poterli anche criticare se lo meritano, è consolante, dà la giusta misura del perché questo paese è ridotto così male per quel che riguarda l’informazione libera. 
E chissà  perché si chiede continuamente il rinnovamento in tutti gli ambiti della società cosiddetta civile e poi si deve sopportare il quasi novantenne voltagabbana di Largo Fochetti – uno che di fascismo fra l’altro se ne intende eccome per averci avuto a che fare direttamente e che per questo farebbe meglio ad evitare certi esempi/paragoni – che ormai da mesi ci allieta tutti i giorni coi suoi deliri pro-stato a tutti i costi e pro certi suoi rappresentanti che, evidentemente, non si possono nemmeno criticare, se lo meritano.

Tutt’altro da quel che faceva quando al centro della scena c’era berlusconi, per lui valeva tutto, la critica, le campagne contro tutti i bavagli per la libertà di sapere e d’informare, le domande, i post-it.

Ingroia: “Legittimo criticare
la Consulta. La sentenza
è un pasticcio politico”

[Antonio Ingroia]

 “Provavo a spiegare ieri il “nostro” conflitto di attribuzioni ad un alto magistrato dell’America Centrale. Ebbene, perfino in Guatemala è ben chiara la differenza fra le intercettazioni dirette nei confronti di una persona, quando cioè si mette sotto controllo un suo telefono (ovviamente vietato nei confronti del presidente della Repubblica), e le intercettazioni accidentali, quando cioè sotto controllo è il telefono di altra persona che, appunto, accidentalmente telefona al Capo dello Stato. In Guatemala la distinzione è chiarissima, in Italia no. Povera Italia…”

Quel che scrive il dottor Ingroia sono più o meno le stesse cose  che  prova a spiegare Travaglio da anni riguardo le intercettazioni dell’assediato [da chi?],  ma si sa, Travaglio ormai ha la nomina di bastonatore fascista quindi non è credibile nemmeno quando dice, giustamente perché è così e non bisogna essere giornalisti d’inchiesta né Magistrati per capirlo e saperlo, che non era lui ad essere intercettato ma la quantità di gente dai comportamenti non sempre e non troppo, anzi per niente  ortodossi dalla quale ama farsi circondare.

Il problema è farlo capire a certi giornalisti fondatori di quotidiani che ormai si sono lanciati nella difesa sperticata dello stato in tutte le sue forme definendo fascista di sinistra chi non invece non lo fa.

Povera Italia scrive Ingroia, sì: povera, poverissima Italia e poveri tutti quegli italiani che sacrificano la loro indipendenza intellettuale non provando nemmeno a capire quello che gli succede intorno pensando che non sia cosa loro.

Da Presidente a Monarca

di Franco Cordero

[Anche Cordero è un fascista di sinistra? PIETA’]

Qualche telefonata di troppo. Una procura dall’orecchio attento. L’ordine di distruggere i nastri. Magistrati accusati di ordire un colpo di Stato. Sofismi e argomenti tautologici e infondati. Uno scontro tra magistratura e capo dello Stato senza precedenti nella storia della Repubblica. Una vicenda [e una sentenza] che stravolge la nostra democrazia, nell’analisi lucida e imparziale di uno dei più grandi giuristi.

Stato di rovescio

Marco Travaglio, 6 dicembre

Gli storici e i giuristi del futuro che dovranno raccontare la decisione della Consulta sul caso Napolitano-Procura di Palermo potranno farsi un’idea, dai commenti dei politici e degli opinionisti al seguito, di come fosse ridotta l’Italia del 2012. Un paese dove un potere politico screditato e marcio dalle fondamenta aveva sequestrato e asservito tutti i residui spazi di libertà e tutti gli organi di controllo “terzo”, dalla televisione alla stampa agli intellettuali su su fino alla Corte costituzionale. Naturalmente ciascuno, sulla sentenza che accoglie il conflitto di attribuzioni del Quirinale, è libero di pensarla come vuole. Ma il trasporto mistico e l’afflato estatico con cui tutta la grande stampa corre in soccorso del vincitore senza neppure accorgersi dell’effetto grottesco di certe espressioni, oltreché di certe palesi menzogne e violenze alla logica, costituiscono un imperdibile reperto d’epoca.
La ragione del più forte. La Stampa, nel breve volgere di due pagine, riesce a infilare titoli come “La Consulta: ha ragione Napolitano”, “Una sentenza che cancella i veleni”, “Successo del Colle su tutta la linea”, “La Consulta dà ragione al Colle”. Strepitoso il titolo del Corriere: “Il distacco del Presidente: ‘Ora aspetto le motivazioni’. La speranza di sterilizzare lo scontro con i pm siciliani”. Distacco? Da giugno, quando si seppe delle sue telefonate con Mancino, Napolitano è intervenuto pubblicamente decine di volte sul tema. Sterilizzare lo scontro? Ma il conflitto l’ha sollevato Napolitano, mica i pm siciliani. E ora che la Consulta, nel comunicato ufficiale, copia addirittura parola per parola la memoria difensiva del Quirinale, il Presidente fa il distaccato? Il Messaggero parla di “equilibrio ristabilito”, di “difesa della Costituzione” [senza spiegare dove mai la Costituzione dica che è vietato intercettare un privato cittadino coinvolto in un’indagine quando parla col capo dello Stato”] e intervista Violante che accusa i pm di aver “perso il senso del limite” [e dove sta scritto quel limite?]. Anche Il Foglio, naturalmente, assieme a tutta la stampa berlusconiana, esulta per la sconfitta della Procura di Palermo, bestia nera di B. e della sua banda, in una soave corrispondenza di amorosi sensi che affratella gli house organ di B. e quelli “de sinistra”, dall’Unità a Repubblica. Ferrara ha almeno il merito di essere conseguente: se ha ragione il Colle, vuol dire che la Procura di Palermo s’è macchiata di una specie di golpe, un reato da corte marziale o almeno una gravissima infrazione disciplinare, infatti “il Colle aspetta di leggere le motivazioni per decidere gli ulteriori passi da compiere anche davanti al Csm”: altro che “sterilizzare lo scontro”. Mai, nella storia, la magistratura antimafia di Palermo era stata così isolata [da Quirinale, governo, politici di destra, centro e sinistra, Consulta, Csm, Anm, tv, stampa e intellighenzia]. Nemmeno ai tempi di Falcone e Borsellino.
Non spettava di omettere. Nessuno nota neppure l’imbarazzato e imbarazzante eloquio del comunicato della Corte là dove scrive, copiando paro paro dalla memoria dell’Avvocatura dello Stato, che “non spettava alla Procura di Palermo di omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” delle quattro telefonate incriminate. Perché i supremi giudici non hanno scritto che “spettava alla Procura di Palermo chiedere al giudice l’immediata distruzione”? Forse perché sanno benissimo anche loro che non esiste alcuna norma, ordinaria o costituzionale, che lo preveda. Chi agisce male, pensa male e scrive anche peggio. Che cosa penserebbe una ragazza se il suo fidanzato, anziché “ti amo”, le dicesse “non spetta a me omettere di amarti”?
De Siervo vostro.L’emerito Ugo De Siervo, sulla Stampa, insinua che intercettazioni [4 su 9.295 telefonate di Mancino] non fossero “casuali”. Cioè che si sia intercettato Mancino per intercettare Napolitano. Quindi, seguendo il suo sragiona-mento, era prevedibile che un ex politico coinvolto nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia parlasse con Napolitano, dunque che anche Napolitano avesse qualcosa da nascondere su quella vicenda. Ma l’insinuazione è smentita dalle carte, che naturalmente De Siervo non ha letto: i pm non rinnovarono il decreto di intercettazione su un’utenza telefonica di Mancino, non perchè fosse “muta”, ma perché era stata usata una sola volta, e proprio per parlare con Napolitano: infatti, sulla stessa utenza, risultò poi dai tabulati un’altra conversazione col Quirinale, che non fu più registrata e che i pm [ma non Mancino] ignorano. Codex Scalfarianum. Eugenio Scalfari, su Repubblica, attacca a testa bassa chi non è d’accordo con lui. Ma, ancora una volta, dimostra di non conoscere le norme più elementari del diritto. Art. 111 della Costituzione: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti…”. Dunque come può Scalfari affermare che, quando c’è di mezzo The Voice, “la Procura non ha titolo per dare alcun giudizio sul testo intercettato: deve… immediatamente consegnare le intercettazioni al Gip affinché siano distrutte senza alcuna comunicazione alle parti”? L’art. 271 del Codice di procedura, citato a vanvera dalla Consulta visto che riguarda i medici che parlano coi pazienti, gli avvocati che parlano coi clienti, i confessori che parlano coi penitenti e gli altri professionisti tutelati dal “segreto professionale”, non i Napolitano che parlano con i Mancino, prevede che il giudice distrugga le conversazioni dopo averle valutate [infatti non può distruggerle se costituiscono “corpo del reato”]. Per Scalfari i pm avrebbero dovuto equiparare Napolitano ad avvocati, medici e confessori “per logica deduzione”: peccato che Napolitano non sia depositario di alcun segreto professionale. O forse è l’avvocato difensore di Mancino? E peccato che in passato altre Procure abbiano indirettamente intercettato altri presidenti – Milano con Scalfaro, Firenze con lo stesso Napolitano – e nessuna Consulta intervenne, e nessuno Scalfari suggerì logiche deduzioni. “Il ricorso di Napolitano alla Consulta – aggiunge il fondatore di Repubblica – non intaccava in alcun modo il lavoro della Procura sull’inchiesta riguardante i rapporti eventuali [sic, ndr] tra lo Stato e la mafia”. Poi però si contraddice: “Il Gup di Palermo, con correttezza professionale, ha deciso di attendere la decisione della Consulta prima di prendere le sue decisioni”. Ma, se le 4 intercettazioni erano irrilevanti [come ha stabilito la Procura , dopo averle valutate, per sindacare la condotta non di Napolitano, ma di Mancino], perché mai il Gup avrebbe dovuto attendere la Consulta? Infatti il Gup non l’ha affatto attesa: l’udienza preliminare procede a prescindere.
In malafede sarà lei. Dopo questa bella serie di sfondoni, Scalfari denuncia “l’indebito clamore che alcune forze politiche [una: Di Pietro, ndr] e alcuni giornali [uno: il Fatto Quotidiano, ndr] hanno montato… lanciando accuse roventi, ripetute immotivatamente contro il Capo dello Stato. Se fossero in buona fede sarebbe il momento di chiedere pubblicamente scusa per l’errore, ma siamo certi che non lo faranno”. Chissà se Scalfari ce l’ha anche con Zagrebelsky, Cordero e Barbara Spinelli, autorevolissimi editorialisti di Repubblica, che, come noi, hanno sostenuto la totale infondatezza del conflitto. O agli eccellenti cronisti di Repubblica Bolzoni e Palazzolo che, conoscendo le carte, hanno scritto: “Le telefonate intercettate stanno scoprendo un eccessivo attivismo al Quirinale sulla delicata inchiesta di Palermo e sfiorano più di una volta il nome di Napolitano”. Ancora ieri Bolzoni scriveva che il Quirinale trescava con Mancino tramite i vertici togati “per far avocare l’inchiesta a Palermo”. Accuse in malafede? Forse Scalfari dovrebbe leggere almeno il suo giornale. Quel che ha fatto il Quirinale contro l’indagine sulla trattativa non è oggetto del conflitto di attribuzione né del verdetto della Consulta, e comunque nessuna sentenza potrà mai cancellarlo, perchè è indelebilmente impresso nelle carte. Quindi le scuse di chi ha raccontato i fatti e ne ha tratto le conseguenze sull’indecente condotta del Colle, Scalfari se le sogna. Sono gli italiani che attendono le scuse di Napolitano e dei suoi corazzieri.
Fascisti su Marte. “Quello di alcune forze politiche e mediatiche–conclude Scalfari–non è un errore in buona fede ma una consapevole quanto irresponsabile posizione faziosa ed eversiva che mira a disgregare lo Stato e le sue istituzioni. Sembra quasi un fascismo di sinistra”. Qui non si capisce bene se l’insulto più sanguinoso sia “fascismo” o “di sinistra”. E poi il fascismo è proprio l’atteggiamento tipico di chi, come Scalfari, si fa megafono degli “ipse dixit” del potere, a prescindere dai fatti. Il 24 settembre 1942, su “Roma fascista”, un giovane studente del Guf scriveva: “Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”. Non spetta a noi omettere di ricordare che l’autore era Eugenio Scalfari.
Inutile sforzarsi o illudersi,questo paese con il gigantesco livello di corruzione.gli insabbiamenti e le impunità su tutte le stragi di stato non lo si potrà mai definire democratico,prendiamone atto sperando che si potrà almeno nel futuro svolgere ancora informazione,cronaca e critica,considerato che i lacchè del potere sono un battaglione invincibile,e sino ad ora qualche voce stonata fuori dal coro la sopportano “splendidamente”.

Je m’appelle

Uno stato dove la politica ordina a funzionari irriconoscibili  – di cui non si conosce il volto, il nome né il numero di matricola, esattamente come quei ‘teppisti’ tanto criticati dalla società dei benpensanti –  di picchiare i  suoi figli, ragazzi o comunque persone che chiedono istruzione, lavoro, la possibilità di avere un futuro, diritti che spettano a tutti tanto quanto ad  un poliziotto e ad un ministro,  non merita di essere chiamato stato e non può essere rispettato da nessuno.
Alla violenza si dice no, sempre, in un paese civile.
Soprattutto se si rappresenta lo stato.

Fare in modo invece che polizia e carabinieri quando vestono i panni antisommossa siano identificabili almeno con un numero di matricola così come si fa in tutti i paesi civili tutela anche loro, si eviterebbe così di fare di tutta l’erba un…coso [non mi viene nemmeno per modo di dire].

Firmiamo l’appello di Micromega

Poliziotti o giustizieri?  Il compito di una Polizia professionale e democratica è quello di prevenire l’esito violento delle manifestazioni di piazza. Con una presenza discreta e un uso della forza proporzionato e residuale. Non deve punire per strada nessuno.

PUCCIARELLI E adesso le dimissioni della Severino sarebbero un bel gesto
RUSSO SPENA Polizia, subito numeri identificativi |

 Firma l’appello

Anche per questo:

Lacrimogeni dal ministero, al Tgcom il video verità

Di tagli, di sprechi e di prese per il culo (post in progress)

Sottotitolo:

“I mafiosi stanno in parlamento, sono ministri, sono banchieri”
[Pippo Fava]

Povero Pippo: se l’avesse potuto dire oggi, tre giorni fa, sarebbe stato rimproverato perfino da Fiorello. Il quale si guarda bene dal parlare del suo ex datore di lavoro che un mafioso vero se lo teneva in casa.  O da casini, che ieri ha ammesso candidamente di andare regolarmente a trovare in carcere cuffaro condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia.
Ma già: questo è benaltrismo, non realtà dei fatti.

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Il governo: «Cittadini, segnalateci quali sono i tagli più necessari»

Istintivamente verrebbe da rispondere qualche testa inutile, però bisogna sempre dimostrare alla politica, tecnica e non, che i cittadini sono migliori di chi li governa.

E allora vediamole, un po’ di cose di cui questo paese può fare a meno senza soffrire.

Solo per fare qualche esempio si potrebbero risparmiare 20, 23 miliardi rinunciando all’inutilissima TAV;
dieci non comprando gli  inutilissimi F35;
seicento milioni dal ritiro della missione anch’essa inutilissima in Afghanistan;

cinque miliardi e mezzo di euro per dieci inutilissime navi da guerra;
svariati miliardi dall’azzeramento dei rimborsi elettorali;
altri bei milioncini equiparando gli stipendi parlamentari a quelli dei dipendenti pubblici;
pensioni parlamentari a 67 anni con metodo contributivo come i comuni mortali.

Molte migliaia di euro per l’altrettanto inutile parata militare del 2 giugno.

Ci sarebbe davvero l’imbarazzo della scelta.
Volendolo fare sul serio, s’intende.

Il governo Monti, la Trilaterale e l’esproprio della democrazia
Di Don Paolo Farinella per Micromega

Ora lo sappiamo da fonte autorevole e non smentibile. Il governo Monti è il frutto maturo per l’Italia della politica della Trilaterale, il cui presidente italiano, Carlo Secchi, guarda caso anche lui ex rettore della Bocconi  al Fatto Quotidiano in una intervista (26-04-2012 p. 9) dichiara, apertis verbis: «Noi della Trilaterale siamo contenti di Monti» e aggiunge che quando il presidente della repubblica Giorgio Napolitano incaricò Monti di formare il governo, essi [la Trilaterale] erano riuniti e appresero in diretta la nomina, godendone come gatti in calore. Egli chiama Monti Mario, «il nostro reggente europeo». Questo signore oltre che Trilaterale è anche consigliere di amministrazione di sei società, tra cui Mediaset. Come si può pensare che abbia un giudizio politico ed economico indipendente? Non può né lui né Monti, né il suo governo.

In una parola, senza colpo ferire questa gente ci ha espropriato non dico del nostro diritto alla sovranità democratica, ma anche dell’apparente diritto di sovranità. Se prima eravamo sequestrati dall’orribile e orripilante Berlusconi e suoi scherani, ora siamo totalmente derubati di ogni diritto e parvenza di dignità. Siamo governati da fuori, da gente che fa interessi altri e che è stata messa al governo per fare esperimenti di finanza per porre rimedio alla degenerazione democratica, eliminando parlamenti, con la complicità degli stessi, i sindacati, le opposizioni residue e fare tornare l’Italia, la Grecia, la Spagna, l’Irlanda e gli altri paesi europei allo «statu quo ante» 1900: per loro bisogna ritornare a prima della rivoluzione industriale, quando le masse lavoravano senza diritti e senza dignità anche 14/16 ore al giorno, bambini compresi per mantenere la casta e lorsignori.

Il governo Monti è un governo assassino, killer di professione e ignobile perché consapevolmente porta avanti una politica suicida nel senso che induce al suicidio coloro che hanno diritto a riscuotere dallo Stato che non paga e a cui lo stesso Stato per mano di Monti e delle sue leggi impone di pagare tasse di morte.

Il governo Monti aveva promesso un intervento deciso sulla gestione della tv pubblica, ma Berlusconi non vuole e Monti nicchia. Non ha ancora toccato una sola legge che sia una delle 39 porcate che un parlamento degenere e depravato perché a libro paga di padrone corrotto ha votato per beneficio del sultano che regna sul ciarpame dell’orrido e della corruzione. La ministra Severino sta facendo di tutto per salvare Berlusconi dalla galera a costo di distruggere tutto il sistema giudiziario: non una norma per migliorare la celerità, gli uffici, la funzionalità dei tribunali, ma solo ed unicamente ciò che serve a Berlusconi e ai suoi scagnozzi.

La priorità di questo governicchio non è la giustizia, ma le intercettazioni, non è il reato, ma il boss che deve essere salvato dalle conseguenze dei suoi reati. Le intercettazioni, pubblicate da Repubblica stanno mettendo in evidenza quello che sapevamo già: il degrado in cui un nano maledetto ha scaraventato la dignità di un paese intero che ancora lo appoggia e magari lo vedrebbe al Quirinale. Credo fermamente che per questo Paese non vi sia più speranza e se ancora un 20% inneggia Berlusconi e il Pd appoggia Monti, beh, che anche il Paese vada in malora e affondi nel fango che esso stesso produce.

Il governo dei tecnici che avrebbero dovuto «salvare l’Italia» hanno partorito il «supertecnico» Enrico Bondi, salvatore della Parmalat e di altre imprese di Stato. Siamo al paradosso delle comiche: i tecnici che hanno bisogno di un supertecnico ammettono semplicemente che sono o incapaci o falliti o le loro credenziali erano fasulle come la laurea della Gelmini e il diploma del Trota. Fra poco sentiremo che il governo dei supertecnici ricorreranno alle maghe e alle cartomanti, come già facevano Brezhnev, Reagan, Mao, Berluska. Ormai il ridicolo supera la fantasia. Vedremo cosa succederà per la Rai, vera preda di caccia e vero interesse del vero puparo ancora in pianta stabile: l’immondo corruttore e corrotto Berlusconi.

Il governo Monti ce la mette tutta per fare scoppiare una guerra sociale: vedremo le piazze invase dalle folle che vogliono pane; metteranno la tassa sul sale, sull’aria, sull’aceto e sull’insalata. I poveri saranno spezzati, mentre i ricchi e i grandi patrimoni non si toccano perché il governo Monti deve rispondere a loro dei propri misfatti. Potrebbe ricavare oltre 50 miliardi di euro se facesse un accordo con la Svizzera come hanno fatto Inghilterra, Germania e Svezia, ma no! Non si può, come si fa a tassare i poveri evasori che già fanno fatica ad esportare all’estero con costi aggiuntivi? I poveri sono già abituati alla fame, i ricchi penerebbero troppo.

Don Paolo Farinella

(2 maggio 2012)