La realtà antipatica

Sottotitolo: se dieci milioni di persone mi guardassero e ascoltassero quello che voglio dire, o meglio, quello che qualcuno mi suggerisce di dire, per poi mandarmi a quel paese quasi all’unisono non credo che sarei contenta. Non vi ringrazieremo, cari “giornalisti”, visto che vi secca sentirvi apostrofare giornalai e pennivendoli nonostante molti di voi facciate tutto fuorché dare notizie corrispondenti ai fatti reali e accaduti, quando deciderete di smettere di raccontarci balle, magari all’unisono che sarebbe meraviglioso: un nuovo Rinascimento praticamente.

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L’invenzione del reato di omicidio stradale compreso di “ergastolo della patente” è un’iniziativa sensazionalista quanto inutile come  quella che stabilisce l’aggravante per il cosiddetto femminicidio. Perché la guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti già dovrebbe costituire l’aggravante in caso di incidente e infatti lo fa. E lo stato può benissimo decidere di non restituire la patente di guida a chi ha commesso una strage perché guidava  ubriaco o drogato. Così come non dovrebbe richiedere nessuna aggiunta di pena  né una legge speciale il genere sessuale di chi è vittima di un omicidio a proposito del quale ci sono già svariate varianti di reato, da quello colposo a quello volontario passando per il preterintenzionale che a fare la lista viene il mal di testa.  Non c’è bisogno di riscrivere in continuazione leggi che già c’erano, inventarsi reati che già c’erano per farsi belli e progressisti. Basterebbe far rispettare seriamente le leggi esistenti che qui sarebbe già un lusso.

La Cancellieri vuole istituire il reato di omicidio stradale. 
Pene più severe per chi provoca incidenti a causa di imperizia, distrazione, guida pericolosa viziata dall’assunzione di sostanze che riducono l’attenzione. 

Bene, benissimo, chi guida sotto l’effetto di alcool e stupefacenti è un criminale e da tale va trattato. Ma che senso ha fare nuove ed inutili leggi per infilare tutti in galera e poi inventarsi l’indulto e lo svuotacarceri per tirare fuori tutti dalle galere? L’Italia è un paese ridicolo, surreale e grottesco non per colpa sua né della gggente ma perché amministrato da incapaci come quelli che spostano continuamente l’attenzione sulla criminalità comune che è quella che ha più rilevanza e impatto nell’opinione pubblica per distogliere l’attenzione da quella dei piani alti. La strategia è chiara così come è altrettanto chiara l’ininfluenza di queste aggiunte e appendici di reati se poi le sentenze non possono essere applicate perché applicando le sentenze relative a quelli dei piani bassi si rischia di disturbare chi delinque a quelli alti. E tutto va ad alimentare poi questo dibattito infinito permeato sempre dagli stessi argomenti.
Mi piacerebbe domandare alla superministra Cancellieri che ne pensa e che pena si merita chi si è macchiato dell’omicidio dello stato, della democrazia e tutto quello che di grave gli è capitato è rimanere in parlamento a spese dei contribuenti. E’ un’iperbole ma mica tanto. 

E che dire altresì di un ladro condannato, il più ladro di tutti con l’aggravante di essere uno degli artefici della distruzione dello stato e della democrazia che da cinque mesi e due giorni è ancora latitante alla luce del sole, lo può fare, ma questo pare ormai non interessare più nessuno tanto meno la Cancellieri, responsabile dell’ambito giustizia? 

Va benissimo l’inasprimento delle leggi quando sono manifestamente ingiuste e insufficienti a punire i responsabili di reati pesanti ma come mai per altre faccende non si richiede con lo stesso rigore la stessa assunzione di responsabilità? 

Perché negli altri paesi i reati che danneggiano la collettività sono considerati – giustamente – più gravi e puniti più severamente mentre qui da noi no? 

Che bisogna fare per ristabilire l’uguaglianza, in materia di giustizia? Chiedo.

 

AL CONFRONTO B. ERA UN DILETTANTE 

EVASIONI, STORIE DI LADRI: DALL’IDRAULICO AI POLITICI 

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Colle Oppio
Marco Travaglio, 3 gennaio

Siccome i sondaggi vanno maluccio, la stampa corazziera spaccia l’indice di ascolto del Supermonito di Capodanno per l’indice di gradimento del presidente. 
Come se il discorso di Napolitano fosse un varietà del sabato sera. 
Naturalmente l’ascolto dice soltanto quante persone erano davanti alla tv, non quante hanno condiviso le cose dette (e soprattutto non dette).
I telespettatori sintonizzati sulle reti unificate erano 9,98 milioni contro i 9,8 del 2012, cioè 180 mila (2% circa) in più: un po’ per la curiosità di sentire come Napolitano avrebbe risposto alle critiche dei suoi oppositori (prima non ne aveva mai avuti), un po’ perché la crisi ha trattenuto in casa molta più gente dell’anno prima.

Infatti lo share – calcolato sul totale dei telespettatori con la tv accesa – è calato: 53% contro il 55 del 2012 (-2%). Resta da capire dove mai l’Unità abbia tratto il dato degli “ascolti record (più 12,2%)”. È vero invece che il ridicolo boicottaggio di Forza Italia è fallito: ascoltare quel che ha da dire il capo dello Stato è comunque interessante, anche – anzi soprattutto – per chi lo critica: le critiche devono essere sempre motivate, non fatte a casaccio.
Tutt’altra storia è il messaggio di Beppe Grillo, politicamente rilevante per i contenuti ma soprattutto per i toni, decisamente nuovi rispetto al recente passato.

Non è vero che fosse la prima volta che i due messaggi si sovrapponevano la stessa sera: Grillo arringa gli italiani quasi a ogni Capodanno fin dal 1998, quando al Quirinale c’era ancora Scalfaro.

In ogni caso il raffronto con Napolitano è impossibile: Grillo non ha lanciato alcun boicottaggio e soprattutto non ha a disposizione Rai, Mediaset, La7 e Sky, ma solo il suo blog per la diretta streaming (subito saltata per eccesso di contatti) e poi youtube: in tutto quasi 1 milione di spettatori.
Tutti questi numeri però rischiano di narcotizzare la gente oscurando la vera novità del Supermonito: la malcelata coda di paglia per i deragliamenti degli ultimi anni e per la versione ufficiale della rielezione, che continua a fare acqua da tutte le parti. 
Dopo aver mandato avanti la stampa corazziera a propinarcela in tutte le salse, Sua Maestà l’ha raccontata lui stesso l’altra
sera.  Ma, rivedendosi, dev’essersi reso conto che non funzionava. Così ieri s’è registrato il replay di dieci giorni fa, quando una lettera di Cossiga approdò sulle prime pagine di Stampa , Corriere e Messaggero dopo essere “uscita dall’archivio personale di Napolitano” (Marcello Sorgi dixit).
Stavolta, aggirando un’altra volta i ferrei controlli dei corazzieri sull’uscio del Quirinale, è uscita a fare due passi e a prendere una boccata d’aria un’altra missiva, firmata da Sua Altezza in persona, datata 15 aprile 2013 e indirizzata a Bersani, Monti e Alfano. E si è autorecapitata al Corazziere della sera: “Cinque pagine – scrive  Marzio Breda – per sgombrare ogni equivoco sulla rielezione che diversi emissari già gli avevano chiesto: sarebbe ‘una soluzione di comodo’, una non soluzione”. E questa sarebbe la “prova documentale delle sue volontà”.

Infatti il Corriere titola: “Quella lettera per evitare il secondo mandato”. Purtroppo, come si dice in Veneto, l’è pezo el tacon del buso.
Per evitare il secondo mandato non c’era bisogno di scrivere lettere: bastava rifiutare la proposta indecente di B., cui si associarono Bersani, Maroni e Monti, e rispedirli tutti a votare in Parlamento, dove c’era un candidato perfetto: Stefano Rodotà, che avrebbe potuto raggiungere il quorum di 504 voti con quelli sicuri di M5S (162) e di Sel (44) e con i due terzi dei grandi elettori Pd (ne bastavano 298 su 452, vanificando fino a 146 franchi tiratori, ben più dei 101 mancati a Prodi).
Già, ma Rodotà presidente avrebbe escluso lo sconfitto B. dalla maggioranza, scongiurato l’inciucio appena bocciato dagli elettori e propiziato il “governo di cambiamento” – magari per pochi mesi – che Bersani sbandierava ma rendeva impossibile con la sua stessa presenza.  

Un governo che nessuno voleva: a parte la stragrande maggioranza degli italiani, si capisce.

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O si fa come dico io o vi dimetto

Sottotitolo: processo lungo, prescrizione lunga. Dipende dall’esigenza del potente delinquente, quanto gli serve per scampare alla legge, così smantellano la giustizia da almeno vent’anni per farsi i favori reciproci ché l’oggi a te e domani a me, ma soprattutto a lui, il latitante a cielo aperto, è sempre in agguato e poi per riparare i loro danni pensano all’indulto e all’amnistia. Nel paese più corrotto al mondo, dove la galera è la prima ratio dei poveracci e di chi non ci dovrebbe proprio andare ma per il potente il trattamento è assai diverso: berlusconi e Anna Maria Cancellieri ce lo insegnano, l’unica soluzione, riforma della giustizia che sa trovare il parlamento anziché abolire quelle leggi che mettono in carcere chi non ci deve andare è il tana libera tutti per tamponare il dramma delle carceri troppo piene. 

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I tempi bui e lo spirito di verità Sandra Bonsanti per Libertà e Giustizia

Ecco perché Barbara Spinelli deve stare zitta;  lei lo conosce bene, Giorgio.
E questo Scalfari non lo può sopportare; non può tollerare che si parli di come è Napolitano e non di come ce lo descrivono i corazzieri di regime.

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Napolitano, il ricatto, il 2015 Alessandro Gilioli

[…] Insomma Napolitano è un po’ più solo e un po’ meno onnipotente, da qualche settimana, e lo sa. Di qui l’esigenza di ricordare e rafforzare il ricatto di aprile, ‘o si fa come dico io o me ne vado’: molto ai limiti della Costituzione ma soprattutto effetto di una supplenza di cui si sente sempre meno il bisogno.A proposito, Napolitano ha legato il suo secondo mandato a un progetto di governo la cui data di scadenza è adesso concordata: entro e non oltre la primavera 2015, a semestre europeo terminato.Non sarebbe il caso che a quella data – fatta la riforma elettorale, s’intende – lasciasse quindi anche il Capo dello Stato?  E non sarebbe questo un impegno che il Quirinale dovrebbe assumere già ora, anziché minacciare improbabili dimissioni ad horas ogni volta che ha bisogno di spostare a suo favore i rapporti di forza?

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Napolitano continua a non sentire il boom iniziato, con notevole ritardo, più o meno un anno fa. Si sente indispensabile e insostituibile, nonostante i rumors dicano da tempo che una consistente parte degli italiani che non si sentono rappresentati da questo signore, non senza motivi perché Napolitano ce li ha dati praticamente tutti, lo accompagnerebbero volentieri all’uscita pure adesso. L’elezione bis di Napolitano è stata sostenuta e voluta soprattutto da berlusconi che pensava che il presidente gli risolvesse l’annosa questione “galera sì galera no”, visto che Napolitano è lo stesso presidente che si è fatto garante con la sua firma di tutte le porcate che stanno consentendo a berlusconi di farsi beffe di una sentenza di condanna definitiva emessa ormai quasi cinque mesi fa. Ed è quindi comprensibile oggi il disappunto di brunetta che vuole revocare il mandato al presidente che non ha dato la grazia motu proprio al delinquente ma in compenso motu proprio sta decidendo lui al posto nostro chi deve rimanere in parlamento: cioè anche brunetta, e al Quirinale cioè lui se stesso medesimo.

Quindi quando Napolitano minaccia di andarsene se il governo non fa le riforme: demolire la Costituzione ad esempio, quando dice no a nuove elezioni nonostante il malessere diffuso nel paese che in questi giorni si sta manifestando anche in modo alquanto pericoloso, quando parla del suo spirito di abnegazione e amor di patria che gli avrebbero suggerito di accettare un secondo e straordinario mandato, mente. Perché non sta parlando al popolo che non vuole più questo parlamento né lui e lo sta dicendo in tutti i modi da mesi ma parla esclusivamente ai suoi amati partiti, quelli da difendere a tutti i costi nonostante siano proprio loro la causa del disastro Italia. In un paese diverso dal nostro un presidente della repubblica che avesse usato così malamente il suo mandato sarebbe stato messo in stato d’accusa da tempo, non perché quel mandato abbia dei limiti da riconsiderare, da lui poi, ma perché lui li ha superati tutti.

Nota a margine: basta con l’anzianità che diventa cattiveria. Una volta anzianità significava saggezza, l’anziano, il patriarca era il punto di riferimento della famiglia  a cui tutti i componenti della famiglia si affidavano soprattutto nei momenti di difficoltà, e nella società era il punto fermo del ragionamento, l’approdo culturale quando serviva un sostegno, una specie di capo tribù. Se guardo a Napolitano tutto mi viene in mente meno l’autorevolezza dell’età, un riferimento e la saggezza.

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NAPOLITANO MINACCIA RENZI: O SI FA COME DICO IO O LASCIO IL QUIRINALE (Fabrizio d’Esposito) – Il Fatto Quotidiano

Napolitano: “Incarico gravoso, renderò noti i limiti del mio mandato.”

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RENZI-GRILLO, LA SFIDA E LA SFIGA  – Marco Travaglio, 17 dicembre

Dire no a Renzi è un errore. Domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai.

Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre.

Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue.

Intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo.