Oh my God, mon Dieu, mioddio…

 

  …è urgentissima una nuova legge salvadelinquenti e non so cosa mettermi! (a parte indossare le solite incommensurabili facce come il culo).


Firmato: uno qualsiasi di deputati, onorevoli e senatori che stanno accelerando su quella che pare essere davvero l’urgenza primaria di un paese allo sfascio e sulla quale chi di dovere,  naturalmente,  non esiterà ad apporre il  suo sigillo,  pietra tombale  sull’ultimo residuo di speranza per ripulire le istituzioni da tutto il luridume presente nelle stesse.

L’urgenza con cui anche i ministri del governo cosiddetto tecnico si stanno occupando delle intercettazioni è l’ulteriore conferma che chi diceva che l’interesse primario della politica è salvaguardare se stessa aveva ragione. Che difendere strenuamente le istituzioni anche quando non andrebbero e non vanno difese significa soltanto dare legittimità a tutte le caste e sottocaste, cricche e associazioni a delinquere che hanno dissanguato e impoverito l’Italia, che le hanno tolto dignità, diritti, che hanno lavorato alla distruzione di giustizia e legalità – dunque della democrazia stessa. Stare dalla parte opposta, rifiutare questo scempio a getto continuo è un dovere civile, oltre che morale.

 

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Intercettazioni, pressing del Pdl per il Bavaglio. E il Csm “si adegua” al Colle

Se il primo sostenitore di una legge liberticida come questa è nientemeno che – con viva & vibrante soddisfazione – il presidente della repubblica, quindi si presume di uno stato democratico, siamo messi bene in Italia. In ottime mani.

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Roma, ex banda Magliana consulente del Comune. Il Pd: “Sconvolgente”

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Sottotitolo: in un paese con un parlamento composto in larga parte (e sarebbe troppo anche se ce ne fosse uno solo con certi requisiti) da inquisiti, indagati, pregiudicati, condannati, mafiosi, amici dei mafiosi, corrotti, corruttori, ex terroristi rossi & neri quindi complici diretti e indiretti di tutte le stragi avvenute in Italia – quelle che non è mai colpa di nessuno – tutta gente che contribuisce alla stesura e alla realizzazione di leggi che dovranno rispettare anche i cittadini onesti, senza precedenti penali, la cosiddetta opposizione si sconvolge (dopo quattro anni!) perché alemanno ha assunto un ex fiancheggiatore dei nar nonché di un’associazione criminale sanguinaria: la banda della magliana – che collaborava attivamente con l’eversione nera nei “favolosi” anni di piombo – al suo servizio. Come se i romani, quando hanno votato alemanno per dispetto (perché dall’altra parte c’era rutelli) non sapessero chi era alemanno: anche lui un ex picchiatore fascista, uno che andava a tirare bombe molotov alle ambasciate e che fu condannato ad otto mesi di galera per questo.  Se i tempi di sconvolgimento del pd sono questi stiamo a posto, che faceva l’opposizione in giunta comunale fino a ieri l’altro, di che si occupava?

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Trattativa, parla il pentito Mutolo: “Stato e mafia da sempre a braccetto”

E’ stato l’autista di Riina: “Dopo l’arresto sono andati a casa sua, c’erano cose che inguaiavano i politici, hanno fatto finta di nulla. Senza di noi non ci sarebbe stata la Dc e nemmeno Berlusconi. Ingroia lo mandano in Guatemala, lui sa che è meglio così.”

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In un paese normale cicchitto (tessera p2 2232, data di iniziazione 12 dicembre 1980) non potrebbe fare la morale a nessuno. Figuriamoci a Magistrati e giornalisti che indagano sulla mafia e quella parte di stato, quello sì, eversore, che fiancheggia(va) l’associazione a delinquere, sovversiva, quella che allo stato si voleva sostituire, del venerabile criminale di cui faceva parte – non da solo ma con illustri compagni di grembiulino e cappuccio come silvio berlusconi (tessera 1816) – il moralizzatore de’ noantri.
In un paese normale fatto di gente normale non si critica un Magistrato come Ingroia disonorando nemmeno troppo indirettamente la memoria di Falcone e Borsellino che avevano lo stesso progetto di Ingroia, cioè ripulire il paese e le istituzioni da mafiosi e delinquenti mascherati da uomini dello stato, solo perché  i giornalisti e i giornali che si occupano di queste faccende sono antipatici.
In un paese normale fatto di gente normale nessuno, nemmeno il presidente della repubblica si può permettere di usare la morte naturale di un uomo come alibi alla negazione della trasparenza e della verità e nessun ministro la prenderebbe a pretesto per lo stesso motivo parlando di “sofferenze” di “pesi insopportabili”: le sofferenze e i pesi insopportabili sono altri, sono stati altri, ad esempio quelli di chi ha perso figli, fratelli, sorelle, madri, padri, amici in una qualsiasi delle stragi italiane, mafiose e non, di cui, forse per ragion di stato? non si trovano mai i colpevoli.
In un paese normale, fatto di gente normale ci si vergognerebbe di portare avanti le stesse teorie di cicchitto, gasparri, sallusti, belpietro, la santanché, solo per fare un dispetto a chi non pensa, dice e scrive le stesse abominevoli cose che pensa e – purtroppo – dice e scrive gente di quello spessore morale/culturale/intellettuale.
In un paese normale certi ex magistrati prestati alla politica dovrebbero guardare con più rispetto i loro ex colleghi e chi al loro fianco lavora, dunque anche i giornalisti, soprattutto quelli che non hanno pensato fosse più utile per il paese andare a scaldare i cuscini di uno scranno parlamentare anziché restare in prima linea.

Come ha fatto Ingroia.

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Bavaglio rosso
Marco Travaglio, 29 luglio

Capita di tutto, nel manicomio chiamato “politica”. Anche di ricevere lezioni di giornalismo da Luciano Violante. Il quale, sul bollettino del Pd chiamato Unità, rimbecca Sergio Rizzo del Corriere per aver detto, a proposito del caso D’Ambrosio, che “i giornalisti si limitano a riportare i fatti che accadono”. “Non sono d’accordo – ribatte Violante -. Il giornalista non è un cane da riporto” e “la notizia ha un significato diverso a seconda del modo in cui è data”. Però, che genio. Meno male che c’è lui, perchè non ci aveva mai pensato nessuno. Ma le scoperte non sono finite: “Nella società dei mezzi di comunicazione è possibile che il comunicatore non abbia alcuna responsabilità professionale? Egli forma l’opinione pubblica, a nascere giudizi e schieramenti. Può distruggere la reputazione di un uomo o creare un mito”. Infatti, negli anni 70, un modesto magistrato torinese divenne un mito per la sinistra grazie ai mezzi di comunicazione (“cani da riporto”?) che enfatizzarono una sua inchiesta su un golpe inesistente, dopodichè entrò in politica e non ne uscì più. Si chiamava Violante. Ora, siccome qualcuno critica lui e i suoi amici, intima ai giornalisti di “porsi con urgenza il problema di come dare le notizie rispettando la dignità dei cittadini”. E propone, tanto per “cominciare”, la “messa al bando del ‘giornalismo di trascrizione’, che consiste (caso unico nel panorama della stampa dei Paesi democratici) nel trascrivere ore e ore di telefonate”, il tutto per “formare un’opinione pubblica che si nutra di notizie e di commenti, non di veleni”.Ora, a parte il fatto che le intercettazioni, anche quando riguardano la vita privata, si pubblicano in tutto il mondo, tranne la Russia di Putin e l’Ucraina di Lukashenko, non è ben chiaro in che senso le intercettazioni giudiziarie come quelle sulla trattativa Stato-mafia siano “veleni” e non “notizie”. I veleni sono insinuazioni gratuite, illazioni infondate, sospetti sul nulla:quanto di più lontano esista dal pubblicare testualmente ciò che un personaggio pubblico dice. L’idea che trascrivere le parole testuali di una persona significhi automaticamente “distruggerne la reputazione”, è frutto della mente malata di chi dà per scontato che tutti dicano o facciano sempre e comunque cose sbagliate, sconvenienti, scandalose. “Omnia munda mundis e omnia sozza sozzis”, direbbe Massimo Fini. Se uno parla bene e agisce bene, non ha alcun timore di veder pubblicate le sue parole e azioni,com’è doveroso che avvenga se è un personaggio pubblico. Contro chi “distrugge reputazioni” e sparge “veleni” esiste già il reato di diffamazione a mezzo stampa. E contro le violazioni della riservatezza c’è una stringentissima legge sulla privacy. Questi, e solo questi, sono e devono essere i limiti del giornalista a tutela della “dignità dei cittadini”. Per il resto, tutto ciò che è di interesse pubblico va pubblicato senza censure né violanterie. Ma è evidente che l’ammucchiata ABC, anzi BBC, che si propone di ammorbarci anche nella prossima legislatura e non a caso tiene sotto tiro i pochi non allineati (vedi il linciaggio contro Di Pietro e Grillo, più a sinistra che a destra), ci sta apparecchiando un bel bavaglio rosso, identico a quello berlusconiano ma molto più ipocrita in quanto sfrutta la morte per infarto di D’Ambrosio. Un membro del Csm affiliato a Md, Nello Nappi, invoca la secretazione delle intercettazioni penalmente irrilevanti che oggi perdono la segretezza appena messe a disposizione delle parti processuali. Non solo di quelle del capo dello Stato, ma di tutte. E’ l’antipasto dell’inciucione prossimo venturo. Naturalmente noi del Fatto, piaccia o no ai Violante e ai Nappi, continueremo a pubblicare tutto ciò che interessa ai cittadini, anche a costo di farlo da soli. O di finire sotto processo in virtù di nuove leggi liberticide: la Corte europea spazzerà via bavagli e bavaglini italioti, azzurri o rossi che siano.

 

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Diaz, la verità di Canterini: “Fu una rappresaglia, vidi facce assetate di sangue”

Fabrizio Corona, ricattatore/estortore di professione esce di galera e scrive un libro, capitan Schettino fa affondare una nave causando la morte di decine di persone NON va in galera e scrive un libro, Vincenzo Canterini, uno dei responsabili del massacro del G8 non solo NON va in galera ma la sua condanna virtuale viene anche ridotta e scrive un libro pure lui. Ma come è facile in Italia trovare editori che accettino di pubblicare “opere prime” (e speriamo anche ultime) di cotanti autori che sicuramente qualche imbecille compra e legge (siamo italiani mica per niente). In questo paese tutto quello che non si vede in tv non c’è e non esiste, ora si è inaugurato un nuovo trend: quello delle ‘verità’ rivelate attraverso la carta stampata di un libro. Tutti possono scrivere un libro e tutti trovano puntualmente l’editore che anziché cacciar via questi disertori del salotto di vespa a calci in culo gli offrono collaborazione a sprezzo del ridicolo unicamente per operazioni commerciali. La rivoluzione culturale italiana passa anche per i libri di Corona e di Schettino: sono soddisfazioni.

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Cronache di un paese alla deriva

Sottotitolo:

Carlo Giuliani, 14 marzo 1978 – 20 luglio 2001

“Non voltiamo pagina. Per voltarla serve chiarezza su cosa è successo intorno a piazza Alimonda. E poi, ricordiamocelo tutti e con buona pace del giudice Caselli, se i nemici dell’economia imperante al G8 erano tutti quei ragazzi che gridavano ‘un altro mondo è possibile’, oggi i nemici dell’economia imperante sono i ragazzi della Val di Susa. Li caricano come allora e loro, come allora, chiedono giustizia.
Attenzione a non girarci dall’altra parte, ancora una volta”.
[Don Andrea Gallo, prete del Marciapiede]

I giorni di Giuda. L’ultimo intervento
di Paolo Borsellino (VIDEO)


Franco Cordero: la “prerogativa” invocata dal Colle non esiste

In una durissima intervista al “Corriere della Sera” il più autorevole studioso di procedura penale ridicolizza come ignoranti e prevenuti quanti si sono schierati con Napolitano contro la procura di Palermo: “le norme dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”.


 

 

Preambolo: Il vicesegretario del piddì Letta [il nipote dello zio], “apre” anche a Gianfranco Fini, dopo la memorabile dichiarazione d’amore [torna, ‘sta casa aspetta a te] rivolta a berlusconi sabato scorso ieri la mente fervida del vice di Bersani ha partorito questa nuova e brillantissima idea.
Lo dicevo proprio ieri, io non mi stupisco più di nulla che abbia a che fare coi figli e i nipoti dello statista-skipper del Tavoliere, quello coi baffi, anzi sono molto gratificata dal fatto che Barbara Spinelli nel maestoso articolo di ieri l’altro [ Il ritorno del Padrino ] abbia scritto anche molte delle cose che io penso, dico e scrivo da almeno dieci anni. Solo che se a dirle siamo noi gente comune,  ci chiamano qualunquisti, dietrologi e populisti, se lo fa una giornalista autorevole forse qualcuno ci crede.

E si ricrede.

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Preambolo 2: la Bindi insiste ancora sull’incostituzionalità del matrimonio gay. Anche permettere a berlusconi di entrare in politica era ed è vietato dalla Costituzione (e, a differenza del matrimonio gay quello è vietato davvero), però pare che in quel caso la Costituzione si sia potuta come dire? interpretare, anzi proprio ignorare. La Costituzione non è il paravento dove nascondere le proprie mancanze, insufficienze, o lo strumento col quale far diventare legge un’opinione personale, o la si rispetta sempre o mai. Qualcuno lo dica alla pasionaria de’ noantri.

Una discriminazione è, o non è.
Per eliminare la discriminazione non ci possono essere compromessi.

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Se anche il TG3 si adegua all’andazzo dei difensori tout court della menzogna e dei suoi portatori insani,  delle omissioni non siamo rovinati ma molto peggio. Raitre ultimamente è caduta ad un livello di bassezza che era difficile anche da immaginare; lo scrissi quando per mandare in onda il concerto per il papa alla Scala durante la sua visita a Milano stravolsero i palinsesti dell’intera prima serata. Quella è roba da Mazza e Minzolini, non dell’unica rete parzialmente ‘libera’ della Rai.
Non basta sopportare un parlamento che non rappresenta in alcun modo i cittadini, bisogna anche subire l’onta di non poter venire a conoscenza di quel che succede ai piani alti del potere, sottostare alla perversione mentale, alla schizofrenia di chi pensa che un luogo istituzionale sia una sorta di camera oscura, una zona franca dove poter far entrare e uscire quello che si vuole all’insaputa di chi quella istituzione rappresenta, dove si possono aiutare ministri bugiardi, consolarli al telefono, rassicurarli, forse, sul fatto che anche stavolta, come decine di altre volte nessuno potrà mai mettere le mani sulla verità. Dove si possono coprire con inspiegabili e odiosi segreti di stato fatti gravi che hanno danneggiato lo stato stesso grazie a personaggi che hanno trasformato l’Italia in un paese a dignità, democrazia e civiltà limitate, spesso del tutto assenti, in un paese dove le guardie vengono trasformate in ladri e viceversa a seconda della convenienza del momento.
La ricerca della verità in Italia diventa eversione, un atto terroristico; per negarla invece ci si nasconde dietro improbabili e inesistenti conflitti mentre l’unico vero conflitto permanente, l’unica guerra che non finisce mai in questo paese è quella fra lo stato e i cittadini, una guerra impari perché lo stato è armato e al momento opportuno può agire senza il consenso di nessuno, noi cittadini no, ci è stato negato ogni strumento per dire che tutto questo – e molto altro – non ci piace, non va bene e non vogliamo sopportarlo più.
Un segreto può essere utile a salvaguardare qualcosa di importante, la verità non è sempre uno strumento finalizzato ad un obiettivo positivo; si può usare al contrario proprio come arma di offesa, quando venire a conoscenza di qualcosa non solo non sposta di una virgola la risoluzione di un problema ma aggiunge umiliazioni, mortificazioni che si potevano e si dovevano evitare.
Io non mi sono mai fidata degli stakanovisti della verità a tutti i costi,  quelli che “è meglio una brutta verità di una bella bugia”, perché qualche volta quella bugia può servire, aiutare qualcuno a vivere meglio mentre una verità produrrebbe solo l’effetto contrario. In questo caso però no, la verità è necessaria a restituire prima di tutto giustizia ma anche  respiro, speranze, aiuterebbe a  credere che qualcosa si può ancora aggiustare, migliorare, e chi la nega non dicendo peraltro neanche bugie “belle” ma solo balle, evidentemente non vuole restituire niente a nessuno; vuole tenere tutto per sé.

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 Scusaci, Emilio
Marco Travaglio, 20 luglio

 Montanelli l’aveva detto 18 anni fa: “Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede”. Il momento è arrivato. Il Tg3 parla di “protagonismo di alcuni magistrati” e “mancato coordinamento fra Procure”, nella migliore tradizione del Tg4 di Fede e del Tg1 di Minzolingua. La Stampa arriva a scrivere: “Essendoci un ricorso alla Consulta, non vi sarà l’udienza in cui si sarebbe dovuto decidere se distruggere le intercettazioni occasionali di Napolitano. E dunque non si correrà il rischio che, essendo presenti anche gli avvocati difensori, le intercettazioni di Napolitano possano diventare di pubblico dominio”. In qualunque paese del mondo, ove mai un presidente si attivasse per favorire un amico in un’indagine, la stampa si scatenerebbe per procurarsi le intercettazioni e informarne i cittadini: qui persino i giornalisti considerano il diritto-dovere di cronaca un “rischio” ed esultano perché le telefonate dello scandalo non si conosceranno mai. Intanto il Corriere avverte che Napolitano non può querelare per diffamazione Di Pietro e il Fatto, però “altri potrebbero avviare un’azione penale a tutela sua e dell’istituzione che incarna”. Non più per diffamazione, perseguibile solo a querela di parte, bensì per un reato procedibile d’ufficio: tipo il vilipendio. Ma sono maturi i tempi per il ripristino del delitto di lesa maestà. Intanto viene abolita la logica. Michele Ainis, sul Corriere, ripete che il conflitto di attribuzioni contro la Procura (caso unico nella storia d’Italia) è solo un’iniziativa tecnica per “colmare i buchi neri del diritto, gli equivoci sulle competenze”, i “vuoti normativi”. Cioè: Napolitano accusa i pm di Palermo di attentato al Capo dello Stato — eversione pura — e questa sarebbe solo una controversia giuridica? Ma scherziamo? Ma si abbia almeno il coraggio di essere conseguenti: se è vero che la Procura ha violato le prerogative del Presidente della Repubblica, non basta certo un conflitto di attribuzioni. Bisogna processare i pm per eversione contro lo Stato. Se, per dire, l’Unità è convinta che abbia ragione Napolitano ad accusare Ingroia & C. di eversione, con che faccia pubblica in prima pagina gli articoli di Ingroia l’eversore? Siccome Ainis si diverte a elencare i “paradossi” dell’interpretazione dei pm di Palermo, eccone un paio della sua, di interpretazione. 1) Se Napolitano vuole che la Consulta colmi i buchi e i vuoti normativi sulle intercettazioni indirette del Presidente, se ne deduce che oggi nessuna legge impone ai pm di distruggerle. Ma, se la norma non esiste, anzi è un buco e un vuoto, non c’è stata alcuna violazione. Anzi, ci sarebbe stata se i pm avessero fatto ciò che chiedono Napolitano, Ainis & C. Ergo, il conflitto di attribuzioni si basa su un buco e su un vuoto. 2) Come ha rivelato Repubblica, nell’aprile 2009 la Procura di Firenze intercettò Napolitano sul telefono di Bertolaso dopo il sisma de L’Aquila. Diversamente dai pm di Palermo, quelli di Firenze e poi di Perugia (dove il processo passò per competenza) han depositato le intercettazioni indirette del Presidente agli atti del dibattimento, a disposizione di tutti gli avvocati, svincolandole dal segreto. Perché Napolitano, informato da tre anni, non ha sollevato conflitto di attribuzioni contro i magistrati di Firenze e Perugia? E perché non lo fa ora che la notizia è di dominio pubblico? Se, come dice, difende il principio — le prerogative della Presidenza e non gli interessi del presidente — dovrebbe fare con Firenze e Perugia quel che ha fatto con Palermo. Se non lo fa, autorizza a pensare che non difende affatto il principio e le prerogative, ma se stesso dalla pubblicazione del contenuto delle sue telefonate con Mancino. Forse perché sono compromettenti, mentre quelle con Bertolaso non lo erano? In questo caso, nel decreto dell’altro giorno, avrebbe detto una bugia. E le bugie non si dicono, specie dagli alti colli. Anche perché hanno le gambe corte.

 

La via di mezzo [fra la diffamazione e la calunnia]

Sottotitolo: Monti non si candida a cariche governative  forse perché (anche lui?!) mira più in alto, al Quirinale? non so, ma a me non piace per niente questa ipotesi, un robot salvabanche non è certamente meglio del vecchio satrapo. Nessuno dei due ha le caratteristiche che dovrebbe avere un presidente della repubblica, dunque di tutti [Giorgio, non dicevo a lei, tranquillo].

 

Scalfari, più amico di Giorgio che della verità

Trattativa Stato-mafia

Ingroia risponde a Scalfari (e lo perdona)

Antonio Ingroia non è solo un magistrato integerrimo, che applica “la legge eguale per tutti”, è anche un gran signore. Domenica sera, durante un dibattito alla “Festa dell’Unità”, ha replicato alle accuse di Scalfari (fondate sul nulla, se dovessimo usare una locuzione molto in auge nel Colle più alto), ma lo ha anche perdonato in nome della sua storia di padre del giornalismo.

di Antonio Ingroia – Micromega

Sono assai stupito che un padre del giornalismo, in genere molto attento a essere dettagliatamente informato su tutti i temi che è solito affrontare, ignori la normativa ed esprima un’opinione così disinformata, accusando la Polizia giudiziaria e la Procura di Palermo di illeciti gravissimi. Noi abbiamo sempre e soltanto applicato la legge con il massimo delle cautele (…)

Oggi purtroppo [Scalfari] commette un infortunio che normalmente non accade a giornalisti di questa levatura, semplicemente non essendosi informato sulle leggi vigenti in Italia oggi, e accusando [la Procura di Palermo] di aver commesso degli illeciti, siamo tra la diffamazione e la calunnia, ma comunque sorvoliamo, perdoniamo a Scalfari per la sua storia questo tipo di reazione per la verità un po’, diciamo così, sopra le righe.

(10 luglio 2012)

Più che perdono a me pare una pietosa compassione, ma ognuno, alla fine, sceglie in che modo finire una carriera. Ingroia è un gran signore, al posto di una denuncia per falso e diffamazione ha preferito quella della “comprensione”.

Il povero  Giuseppe D’Avanzo si starà rigirando nella tomba a vedere com’è ridotto il quotidiano a cui ha dedicato gran parte della sua vita fino all’ultimo giorno.
Il problema è, come scrivevo ieri, che persone più giovani sentano come una specie di dovere morale quello di rispettarne altre in virtù della loro anzianità, storia eccetera, non si infierisce su due quasi novantenni: Napolitano e Scalfari, che però non mollano, anche se  hanno cariche e ruoli importanti,  significativi, di rilievo, godono di ampie ribalte, pulpiti autorevoli dai quali fanno affermazioni pubbliche in grado di disorientare e impedire alla gente di farsi una giusta opinione sui fatti che riguardano il nostro paese.


Al cittadino non far sapere
Marco Travaglio, 11 luglio

Ue’ guaglio’!”. “Scusi, con chi parlo?”. “So’ Nicola, Nicola Mancino: l’amico D’Ambrosio m’ha detto di chiamarti per fare qualcosa contro ‘sti malamente dei piemme di Palermo che si so’ fissati co’ ‘sta pinzillacchera della trattativa”. “Guarda, Mancino, con tutto il bene che ti voglio, hai sbagliato indirizzo. Anzitutto non sono un ‘guagliò’, ma il presidente della Repubblica. E, come capo del Csm, non solo non ho alcun potere di interferire in un’inchiesta in corso, ma ho pure il dovere di difendere l’indipendenza dei magistrati.
Dovresti saperlo bene, visto che del Csm eri il vicepresidente…”. “Ma guagliò, cioè presidè, chisti piemme insistono, dicono che so’ bugiardo, organizzano confronti co’ Martelli…”. “E io che ci posso fare? Se non hai nulla da rimproverarti, vedrai che la tua innocenza alla fine verrà fuori. Noi siamo i primi a doverci fidare della magistratura perché apparteniamo a una categoria privilegiata: sennò con che faccia diciamo a un cittadino qualunque che deve aver fiducia nella Giustizia?”. “Presidè, è ‘na parola, chilli vogliono incriminarmi pe’ falsa testimonianza! Ammè, capito, a Nicola Mancino!”. “Guarda, caro, se hai qualche lagnanza nei confronti di un pm, manda un esposto al procuratore, al gip, al presidente della Corte d’appello, al procuratore generale, al Csm, alle Nazioni Unite, a chi pare a te, ma lasciami fuori. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ricordi? Lo dice la nostra Costituzione, su cui hai giurato un’infinità di volte…”. “Ma presidè, siamo amici, m’hanno rimasto solo, non mi parla cchiù nisciuno…”. “E pazienza, prenditi una badante, gioca a bocce, fai come ti pare, ma non permetterti più di disturbare il Quirinale. E lascia in pace il povero D’Ambrosio che non ce la fa più. Sennò ti denunciamo per stalking ai sensi della legge Carfagna.” Sarebbe bello se, per troncare le polemiche e i sospetti seguiti alla notizia che due sue telefonate sono state intercettate sull’utenza di Mancino, il Capo dello Stato chiedesse ufficialmente alla Procura di non farle distruggere e di trasmettergliele. Per renderle pubbliche e dimostrare agli italiani che davvero le illazioni sul suo conto sono “costruite sul nulla”. Che possiamo fidarci della sua correttezza e imparzialità. E che le condotte border line che gli attribuisce D’Ambrosio al telefono con Mancino sono solo millanterie per levarselo di torno. Insomma che non è vero che Napolitano parlava con Grasso e col Pg della Cassazione per mettere in riga i pm di Palermo con la scusa di “coordinarli” con i colleghi di Firenze e Caltanissetta. Non è vero che Napolitano suggeriva a Mancino di concordare una versione di comodo (cioè falsa: la verità non si concorda) con Martelli che lo contraddice. Anzi, si atteneva scrupolosamente al protocollo di coordinamento varato l’estate scorsa dal Csm (da lui presieduto) con Grasso e le tre Procure. E non lo sfiorava neppure la tentazione di favorire Mancino, avendo come unico obiettivo la ricerca della verità sull’indegna trattativa Stato-mafia. Purtroppo, almeno finora, il capo dello Stato non ha voluto raccogliere il consiglio che, per il bene dell’alta istituzione che rappresenta, gli ha rivolto il Fatto. Anzi, ci risulta che ha mandato avanti l’Avvocatura dello Stato per contestare la mossa assolutamente legittima e doverosa dei magistrati: quella di intercettare tutte le conversazioni di Mancino, comprese le sue. E non gli giova l’incauto prodigarsi di uomini a lui vicini, come Scalfari, che ancora ieri, in una selva di supercàzzole giuridiche, intimava ai pm di Palermo di fare subito ciò che non possono: “Avviare la procedura di distruzione” delle telefonate Mancino-Napolitano. La domanda sorge spontanea: perché tanta fretta? Forse che, nelle due bobine, c’è ben più del “nulla” che lui ha solennemente garantito? Presidente, ci illumini: in quei nastri c’è qualcosa che non sappiamo e soprattutto non dobbiamo sapere?

Ragion di che?

Sottotitolo: L’anzianità non fa sempre virtù,  con la scusa del rispetto per l’età non è possibile che si possa permettere tutto;  in questo paese ci si ostina a dare e a mantenere cariche a persone che, in una vita normale di e da persona normale potrebbero fare al massimo i nonni o i bisnonni e nemmeno a tempo pieno. E allora se qualcuno pensa che sia giusto, possibile continuare a fare il presidente della repubblica o il direttore, sebbene onorario, di un quotidiano a novant’anni, bisogna che prenda atto che sono giuste, fattibili e possibili anche le critiche.

Specie quando sono necessarie e doverose.

Preambolo: «Un consulente della Presidenza della Repubblica ha
cercato di far sì che i processi condotti dalla Procura di
Palermo che riguardano la trattativa venissero fermati o tramite
un’avocazione delle indagini stesse o tramite un accorpamento a
livello delle tre procure che si occupano delle stragi: Palermo,
Caltanissetta e Firenze. Probabilmente, la Procura di Palermo è
quella che preoccupa di più, perché si sta avvicinando di più
al vero motivo della strage di via d’Amelio».
[Salvatore Borsellino – Ansa]

Trattativa, Scalfari attacca i pm di Palermo e chiede provvedimenti disciplinari

Il fondatore de la Repubblica nel suo consueto editoriale della domenica se la prende con il Fatto e denuncia l’illegittimità dell’intercettazione telefonica della telefonata tra Mancino e Napolitano. Ma non n’è nessun abuso: ecco perché:

Trattativa, procuratore di Palermo: “Critiche di Scalfari sono infondate”

Il procuratore di Palermo Messineo commenta l’editoriale del fondatore de La Repubblica in cui venivano lanciate accuse contro la procura del capoluogo siciliano in merito alle intercettazioni che hanno visto chiamato in causa anche Napolitano. “Gravi quanto infondate accuse di avere commesso gravissimi illeciti”.

Una s’aspetta che certe cose le facciano “giornalisti” come feltri,
belpietro, gente a cui in un paese normale non verrebbe permesso
neanche di redigere gli elenchi telefonici.

E nemmeno sarebbero i soli, a
tutta la truppa dei servi berlusconiani che non ce la fanno proprio a rialzare testa e spalle, del resto sono pagati per non farlo,  va aggiunta la pattuglia dei cerchiobAttisti,  pompieri, minimizzatori, quelli che piuttosto di dare una notizia si  farebbero tagliare le palle, e che fanno i giornalisti, loro?
Ma che un personaggio come Scalfari si abbassi al livello di un
berlusconi qualunque per chiedere provvedimenti disciplinari nei
confronti di Magistrati che stanno semplicemente svolgendo il loro lavoro non è solo ridicolo, è proprio pericoloso, perché se nemmeno un anziano signore d’esperienza che ha vissuto e raccontato gli anni più bui di questo paese capisce o sa che ci sono confini che nessuno ha il diritto/dovere di oltrepassare significa che in questo paese tutto è possibile, anche quel che non può e non deve diventarlo mai: tipo che lo stato scenda a patti con la mafia per ovviare a quella che personaggi molto autorevoli chiamano “ragion di stato”.
Nessuno dovrebbe posizionarsi oltre la legge, che in uno stato di diritto è o dovrebbe essere, almeno, uguale per tutti,  quindi anche per Napolitano, e Scalfari non può, per prendere le parti di un vecchio amico, difendere un ex ministro che ha detto il falso in tribunale, e lo ha fatto di fronte ai parenti delle vittime delle stragi mafiose.
Lo stato non è il circolo della bocciofila.

Lei non sa chi ero io – Marco Travaglio, 10 luglio

Ogni giorno che passa, da quando s’è scoperto che il presidente
Napolitano e il consigliere D’Ambrosio si erano messi in testa di
dirigere le indagini sulla trattativa al posto della Procura di
Palermo, si spalanca una nuova frontiera del diritto.

Galli della Loggia s’intenerisce perché Mancino, nelle telefonate al
Colle, era “per nulla tranquillo”, anzi in preda alla “paura di essere
incastrato” dal lupo cattivo: ergo vanno riformati “i meccanismi
dell’Accusa” e “il modo di essere dei suoi rappresentanti” per
restituire a tutti i Mancini un po’ di serenità.

Sempre sul Corriere, il prof. Onida spiega che, siccome 20 anni fa
Conso e Mancino erano ministri, la Procura “deve trasmettere gli atti entro 15 giorni, ‘omessa ogni indagine’, al tribunale dei ministri” per “l’archiviazione o l’autorizzazione a procedere della Camera competente”.

E pazienza se i due sono indagati per aver mentito sotto giuramento nel 2011-2012, da pensionati: come il diamante, anche il ministro è per sempre.

Il famoso principio costituzionale del “lei non sa chi ero io”.

Ora Eugenio Scalfari bacchetta il Fatto per aver invitato Napolitano a render pubbliche le sue telefonate con Mancino intercettate
sull’utenza di quest’ultimo; e accusa la Procura di Palermo di delitti gravissimi, subito segnalati al Pg della Cassazione perché li punisca con “eventuali procedimenti disciplinari”.

Questi: “Quando Mancino chiese al centralino del Quirinale di
metterlo in comunicazione col Presidente, gli intercettatori avrebberodovuto interrompere immediatamente il contatto. Non lo fecero” e fu “un gravissimo illecito… ancor più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi
dichiararono che la conversazione risultava irrilevante ai fini
processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono in cassaforte”.
Una “grave infrazione compiuta dalla procura la quale deve sapere che il Capo dello Stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione. Si tratta di norme elementari della
Costituzione e trovo stupefacente che né i procuratori interessati, né i giudici, né i magistrati preposti al rispetto della legge, né gli
opinionisti esperti in diritto costituzionale abbiano detto una sola
sillaba”.

Purtroppo, almeno finora, le ricerche delle “norme elementari della Costituzione” che impongono all’intercettatore di fermare le macchine appena l’intercettato chiama il Quirinale, si sono rivelate vane.

L’ha spiegato a Scalfari uno stupefatto procuratore Messineo.

Quando il pm chiede e il gip dispone di intercettare un telefono, non sa chi chiamerà o da chi verrà chiamato. E l’“intercettatore” esiste solo nella “Concessione del telefono” di Camilleri: oggi c’è
un’apparecchiatura leggermente più avanzata, che registra in
automatico l’intero traffico su una linea telefonica per tutta la
durata del decreto (un mese e mezzo).
Per legge, nessuno – né l’agente, né il pm – può distruggere alcunché prima che lo dica il gip, a fine indagine, dopo aver messo a disposizione delle parti interessate tutto il materiale, penalmente
rivelante o irrilevante. Questo per evitare che venga distrutta una
telefonata utile al pm o alla difesa.

D’Ambrosio ha già chiesto a Palermo le trascrizioni delle sue
telefonate con Mancino.

E lo stesso può fare, volendo, Napolitano.

Va però riconosciuto che anche il Codice Scalfaritano ha il suo
fascino: si infila un omino piccolo piccolo armato di registratore nel telefono da intercettare e lo si allena a riconoscere la voce del
Presidentissimo, oltreché a vegliare giorno e notte senza mai
addormentarsi; così, appena si appalesa la Vox Dei, zac! L’omino
scatta sull’attenti, sventola il tricolore, intona l’inno di Mameli,
intanto spegne o distrugge l’aggeggio con agile mossa e si strappa le
orecchie per non sentire; se non è abbastanza lesto e gli capita di
auscultare qualcosa, si mangia il nastro e, per non lasciare
testimoni, s’inabissa nel triangolo delle Bermude.

Solidarietà d’accatto

Sottotitolo: un normalissimo capoufficio risponde in prima persona, sempre, dell’operato dei suoi sottoposti.
Ma in questo paese più si sale di grado e meno è richiesta, anzi, pretesa  l’assunzione di responsabilità.
Questo non è solo sbagliato e ingiusto ma proprio pericoloso.
Il capo è tenuto ad assumersi le responsabilità di ciò che commettono i suoi subalterni. SEMPRE. E in casi come quelli di cui si parla, il minimo che fa è scusarsi e dimettersi,  soprattutto in relazione alla pervicace e protratta attuazione di depistaggi e minacce ai testi, il capo è professionalmente responsabile.
La solidarietà ai condannati sarebbe sufficiente a costringere il capo del governo a cacciarlo.
E comunque, nei paesi normali, le dimissioni sono la prassi in casi di questa gravità all’apertura del procedimento, senza neanche considerare le motivazioni relative alla possibilità che ha un poliziotto mantenuto in servizio di inquinare le prove.

Se un sottosegretario di governo può solidarizzare con la parte [purtroppo minima] dei criminali che hanno ordinato e fatto eseguire i massacri al G8 nella notte della repubblica bis di questo paese, durante la quale ci fu la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese dal dopoguerra in poi secondo la stima [moderata] di Amnesty International significa che da ieri in poi ognuno di noi è legittimato a solidarizzare con chi vuole, anche con chi, eventualmente, si ribella a questo stato ridicolo gestito da gente altrettanto ridicola quanto pericolosa dove leggi e giustizia vengono applicate e fatte rispettare ad cazzum, e a certe solidarizzazioni d’accatto.
Io, ho già iniziato.

La madre di Aldrovandi: “Accetto le scuse, ma non riesco a perdonare”

Dopo la richiesta d’incontro del capo della polizia Manganelli e del ministro Cancellieri, Patrizia Moretti scrive sul suo blog: “Accetto volentieri, non ho mai provato rancore per la polizia, ma per me Federico è ancora lì, su quell’asfalto, mentre invoca aiuto e supplica coloro che lo bastonano di smetterla”.

[Troppo buona questa madre, io non avrei accettato nemmeno le scuse]

Diaz, De Gennaro: “Le sentenze vanno rispettate anche quando assolvono”

“Nelle parole dell’ex capo della polizia non c’è nemmeno l’ombra delle scuse che, se pur solo formalmente, ha chiesto il suo successore Manganelli”. “De Gennaro – aggiunge – con arroganza rivendica ogni cosa e, sfottendo i giudici, osa addirittura affermare che tutto si è svolto secondo la Costituzione, lui che a Genova nel 2001 era il capo della polizia e quindi il responsabile della gestione dell’ordine pubblico”. “Nemmeno una critica – sottolinea Agnoletto – verso i dirigenti di polizia condannati per reati estremamente gravi, ai quali va anzi la sua solidarietà. La stessa solidarietà in nome della quale per undici anni i vertici della polizia hanno cercato di impedire l’azione dei pubblici ministeri e di bloccare i processi. Per tutti gli altri resta solo un generico dolore; nemmeno un accenno alle vittime della violenza provocata dai suoi sottoposti”. “In qualunque altro Paese europeo De Gennaro sarebbe stato sospeso dall’incarico già nel 2001; è inaccettabile – conclude Agnoletto – che resti al governo nel silenzio colpevole di tutto il parlamento”. [Vittorio Agnoletto]

De Gennaro assolto. Ma solo in tribunale

Noi popolo, gente comune, normale, dunque esente da privilegi e immunità nell’eventualità dovessimo commettere qualche reato non siamo praticamente nessuno per impedire che i politici abbiano, amicizie come dire, più che discutibili con delinquenti, mafiosi et similia.
Però da popolo, da gente che in linea di massima certa gente non la frequenta, non l’ammira né la considera ‘eroe’ non dovremmo considerare normale che quei politici esprimano pubblicamente, ad esempio da presidente della camera la loro solidarietà ad un condannato per mafia come fece casini appena si concluse il processo a totò – cuffaro – vasa vasa.

E come fanno puntualmente onorevoli, senatori, deputati di ogni schieramento ogni volta – quasi mai, dunque – che un politico deve passare per il giudizio di un tribunale.
E non dovremmo considerare normale che un sottosegretario, Gianni De Gennaro, fresco di nomina [per decisione di Mario Monti che non è lì per fare politica, s’intende, e chissà che farebbe se la potesse/dovesse fare] perché scampato, grazie all’iniquità della giustizia italiana ad una condanna sacrosanta a proposito della sua responsabilità sui massacri del G8 di Genova – visto che all’epoca era lui il capo della polizia dunque proprio il primo responsabile dell’operato dei suoi uomini e donne – si dispiaccia ed esprima altrettanto pubblicamente solidarietà e affetto a quegli uomini così “duramente colpiti” perché nonostante tutti i tentativi degli apparati dello stato di fare in modo che non si arrivasse mai ad un processo né ad una sentenza non sono riusciti a scampare ad una condanna, benché ipotetica e virtuale dal momento che la vita di queste persone non cambierà né è cambiata in questi undici lunghissimi anni. Tanto infatti c’è voluto per stabilire che l’assassino stavolta, era proprio e solo il maggiordomo.

Anzi, è perfino migliorata.

Gente che ha fatto carriera sulla pelle altrui e non per modo di dire ma per modo di fare.
 In un paese normale ci si dimette per molto meno di atteggiamenti e dichiarazioni di questo tipo, qualcuno, magari Napolitano,  lo dica a De Gennaro.

Si può essere solidali da privati cittadini, ma quando si rappresenta lo stato sarebbe meglio dimostrare di essere dalla parte dello stato, dunque quella della gente onesta, che non abusa del suo ruolo, che non ordina massacri né li esegue,  che non ammazza ragazzini a manganellate e a calci, che non si mette mafiosi in casa mascherati da stallieri, non li frequenta né si dispiace quando vengono  condannati né si duole quando, raramente, lo stato riesce a processare  chi invece, proprio grazie al suo ruolo ha commesso crimini che una persona qualunque  avrebbe pagato con anni ed anni di carcere.

Chi rappresenta lo stato si mette dalla parte delle vittime senza se e senza ma, non certo  da quella dei carnefici.

Una legge contro le torture [di stato] servirebbe anche a dare sicurezza a chi vuole manifestare pacificamente, ovvio che poi, chi rompe paga, ma in un paese normale non si possono rischiare 15 anni di galera per devastazioni e, di contro, condonare con l’indulto tre miseri anni  per omicidio  volontario [altro che colposo] e praticamente niente grazie alle prescrizioni chi massacra di botte decine di persone inermi, indifese e disarmate causando danni permanenti che non sono stati mai nemmeno risarciti.

L’altra verità politica nel merito  di questo episodio disgustoso, degno dei peggiori regimi sudamericani, nazisti, inaccettabile per una società che vuole dirsi civile è che tutto sommato alle istituzioni repubblicane, democratiche, va bene che un ex capo della polizia abbia un precedente grave e mai sanzionato  come quello di aver comandato la polizia di stato anche quando bastonava e massacrava. Così bene da averlo elevato di grado nominandolo nientemeno che sottosegretario alla sicurezza del governo.
Promosso perché incapace quindi innocuo o perché ha eseguito bene gli ordini ai tempi, quindi capace ma con comportamento e mentalità criminale, dunque inadatto a ricoprire qualsiasi carica che abbia a che fare con uno stato democratico?

E Napolitano, il presidente di tutti [?], come di solito fa quando invece ci sarebbe molto da dire, tace.

E’ il momento di che?

 Sottotitolo: Non sono rancorosa, al contrario mi piacerebbe saper dimenticare i torti, le offese, ma queste due vicende hanno segnato la mia vita in modo profondo, mi sono incazzata, ho pianto come se quei morti, quegli abusati fossero stati davvero figli miei. E se c’è una cosa che non riesco a sopportare sono le ingiustizie, da quelle piccole alle grandissime. Non si possono liquidare cose di questo genere e di questa gravità con un “ci dispiace, abbiamo sbagliato”, in questo paese c’è bisogno di gente che si assuma, e davvero le sue responsabilità.

Spero che Patrizia Moretti, la mamma di Federico, non accetti le scuse di Manganelli, non lo deve fare. Io non lo farei.

Aldrovandi, lettera di Manganelli
alla madre: “La polizia vi chiede scusa”

Diaz: Manganelli: “E’ il momento delle scuse”

Scuse un cazzo: tutti a casa e poi forse ne possiam parlare. Da un capo della polizia che guadagna più del presidente degli Stati Uniti ci aspettiamo qualcosa di più di semplici e inutili scuse. Ad esempio le sue dimissioni. Così come si dovrebbe dimettere da ogni incarico chi lo era all’epoca dei fatti, quel Gianni De Gennaro che non c’era, e se c’era dormiva visto che è stato prosciolto da tutte le accuse.
Mi sembra un po’ tardi per le scuse. Niente scuse per uno stato che a distanza di undici anni non ha nemmeno risarcito le vittime incolpevoli dei massacri compiuti dai suoi funzionari, i preposti alla sicurezza dei cittadini, non al loro scempio fisico e morale. Niente scuse, perché la morte di Carlo e Federico per moltissimi italiani pesa ancora come un macigno sul cuore, quei due ragazzi morti per niente, semmai ci sia una qualche ragione per morire a diciotto, vent’anni sono diventati figli di molti padri e di tante madri come me. E non si perdona mai chi toglie ad un padre e ad una madre la ragione delle loro stesse vite.
Non vi scusiamo, care istituzioni “alte” che non siete altro, che vi chiamiate Manganelli o Cancellieri fa lo stesso; appropò, qualcuno ha sentito Napolitano monitare circa la sentenza del G8 o è ancora tutto assorto fra cinghiali, merli e upupe in quel di Castelporziano? e Monti troppo professore per dire qualcosa da capo del governo, da primo ministro? e la politica “di sinistra”, quella che dovrebbe garantire per i cittadini, stare dalla loro parte si è espressa? Bersani, segretario del partito che vorrebbe governare l’Italia ha bofonchiato qualcosa?
Non vi scusiamo perché voi ci sfidate ogni giorno in un provocazione continua che non è più umanamente sopportabile. Non vi scusiamo perché non si premia né si promuove gente che aspetta una sentenza definitiva non su una contravvenzione per divieto di sosta ma per un massacro, per torture legalizzate dallo stato, visto che non fa una legge che le vieti e punisca ma al contrario si fa premura di premiare con avanzamenti di carriera i responsabili di quei massacri. Addirittura con cariche governative com’è accaduto per De Gennaro promosso a sottosegretario alla sicurezza da Monti dopo essere stato prosciolto da ogni responsabilità: all’epoca dei fatti di Genova era un capo della polizia a sua insaputa, evidentemente.
Non vi scusiamo perché in tutti questi anni pezzi dello stato si sono attivati in tutti i modi affinché non si arrivasse alle sentenze, non vi scusiamo perché gente che si macchia di crimini orribili quanto ingiustificati e ingiustificabili si manda via dalle istituzioni dopo cinque minuti e non solo in parte dopo undici anni o come è accaduto ai quattro assassini di Federico Aldrovandi mantenendola nel suo posto di lavoro come se niente fosse successo.

In qualsiasi posto di lavoro si viene cacciati per molto meno di un omicidio.

E non scusiamo la politica, specialmente quella di ‘sinistra’ che si è resa più volte complice dell’attuazione di provvedimenti tesi a proteggere e difendere i criminali di stato come l’indulto voluto da mastella per fare un favore a berlusconi ben sapendo che l’indulto non sarebbe servito ai cosiddetti ladri di polli ma agli stupratori della democrazia, della giustizia e della civiltà di questo paese.
Ieri la Cancellieri ha detto che la sentenza ha privato la polizia dei suoi uomini migliori; ecco, se quelli erano i migliori non oso immaginare di cosa sarebbero capaci i peggiori o semplicemente i mediocri.
Siamo in ottime mani, non c’è che dire.

Che bel paese l’Italia. Da morire

Sottotitolo: la certezza della pena è indispensabile, ma lo deve essere per tutti i tipi di reati e per tutti i tipi di criminali ma, come abbiamo visto, come c’insegna il favoloso stato [di diritto, eh?] italiano, una vetrina vale più della vita di un ragazzino, una carriera più della giusta punizione per chi si macchia di un crimine come la tortura, una vita spezzata di una giovane donna uccisa dall’uomo che diceva di amarla vale pochi anni di galera, con lo stupro, l’apologia di fascismi e razzismi, con le aggressioni xenofobe o verso gli omosessuali si accede di diritto agli arresti domiciliari. Ma per il furto di un ovetto kinder si istruiscono processi che durano tre anni e si concludono con un’ovvia assoluzione che si sarebbe potuta concedere dopo tre minuti. Quindi non c’è speranza: questo paese è refrattario all’idea di giustizia giusta e applicata, e lo è ad iniziare da chi dovrebbe lavorare per metterla in pratica.
La politica, di tutti i colori, è la prima responsabile di tutti i crimini che restano impuniti.

In questa lieta giornata che segue quella in cui l’ennesima ingiustizia da parte dello stato verso i suoi cittadini è stata fatta, rivolgo un saluto cordiale a Gianni De Gennaro nominato di recente  sottosegretario ALLA SICUREZZA da QUESTO GOVERNO.


Video – il regista Vicari: “Alla Diaz fu tortura” (di I. Buscemi)

“400 poliziotti hanno compiuto un reato che in Italia non esiste, la tortura“.

La morale, in uno stato ridicolo qual è il nostro, è che su 400 criminali comandati da delinquenti fascisti  – che ancora occupano le istituzioni – che hanno potuto umiliare, mortificare, massacrare di botte gente incolpevole, che dormiva per terra, uomini, donne, ragazzi e ragazze che volevano solo manifestare pacificamente un dissenso, solo 25 sono andati a processo e la loro vita, dopo averne devastate molte, cambierà, forse, di pochissimo.

E le vittime di questo scempio, di questa sospensione dei diritti democratici e umani,  dopo undici anni non sono state nemmeno risarcite.
Smettiamola di chiamare l’Italia ‘democrazia’ o, addirittura, ‘stato di diritto’.
Perché in una democrazia e in uno stato di diritto queste cose non succedono.

La regia politica dell’operazione rimarrà a disposizione della storia ma non verrà giudicata dalla giustizia. 

Oggi Fini è diventato un amichetto dei  riformatori liberali, della gente dè sinistra, della società civile, è stato lavato e candeggiato a dovere in questi undici anni, quindi nessuno gli chiederà conto di quel che accadde nella cosiddetta cabina di regia quando lui era nientemeno che ministro della difesa di questa repubblica.

Il governo Prodi ha avuto uno dei peggiori ministri della giustizia, Clemente Mastella, che è stato attivissimo sugli indulti  che servivano a berlusconi  e ai suoi compagni di merende ma non ha trovato il tempo di approvare norme decenti sulla tortura: il parlamento non le ha volute, pretese, anzi.

Ricordiamo anche che Di Pietro non volle la commissione di inchiesta sul G8 mentre oggi si spertica nel chiedere quella sulla trattativa stato mafia. Un poliziotto è come un fascista: per sempre.

Con questo combinato di attività, collusioni, menzogne, depistaggi, inciuci, pressioni,  inerzia, mentre nel frattempo i responsabili dei massacri venivano premiati, promossi,  strapagati, nonostante (o forse grazie a) quel che accadde a Bolzaneto e alla Diaz  si è sancita l’impunità, passata e futura, di un gruppo di funzionari in sostanziale continuità con una tradizione fascista non solo tollerata ma proprio incoraggiata.

Da Portella della Ginestra, passando per Piazza Fontana, Bologna, Ustica, continua la tradizione italica di insabbiamento e copertura istituzionale compiute dalle istituzioni stesse che cambiano nome ma non ruolo. Che bel paese, l’Italia. Un paese bello, da morire.

Noi sappiamo, Massimo Rocca per il Contropelo di Radio Capital

Adesso sappiamo quello che sapevamo undici anni fa. Questa maledizione pasoliniana. Sappiamo quello che era sotto gli occhi di tutti. La provocazione di stato. Il tentativo di fare di Genova l’occasione per un sovvertimento della democrazia. Sotto gli occhi delle alte cariche dello stato, con le alte cariche dello stato sul posto. Sappiamo che, tanto pasticcioni e incapaci, quanto crudeli e malintenzionati, come sono sempre stati gli organizzatori delle trame, la fecero così sporca e così stupida da diventare un boomerang. Ma i boomerang italiani sono velocissimi nel colpire, lentissimi nel tornare indietro. Indulti, prescrizioni, tutte le tattiche di difesa che certo non si offrono quando scattano i manganelli e così in galera non finirà nessuno per la Diaz, come per il global forum di Napoli o per Aldrovandi. Salteranno a scoppio ritardato alcune carriere che non avrebbero mai dovuto esser fatte. E allora ricordiamo almeno i nomi dei distratti ministri sotto cui quelle carriere si sono dipanate: Claudio Scajola, Giuseppe Pisanu, Giuliano Amato, Roberto Maroni, Anna Maria Cancellieri.

L’ingiustizia è uguale anche per loro

Preambolo per non dimenticare: a capo del governo c’era berlusconi, al ministero dell’interno scajola (forse già a sua insaputa), c’erano la russa, fini e gasparri che  invocavano punizioni esemplari, i mandanti sono sempre gli stessi, cambiano nome ma non ruolo;  dalle stragi di neofasciste passando per le brigate rosse, al tentativo di golpe dei generali, servizi deviati al soldo del neofascismo e della mafia, la solita gente  impunita fino ai giorni nostri.
La notte della Repubblica bis, targata berlusconi.

Sottotitolo: essere un funzionario di polizia in Italia è un privilegio, perché si può tranquillamente tradire lo stato (di diritto) che si rappresenta massacrando, ammazzando gente a calci e manganellate ed essere giudicati poi secondo la legge di uno stato di diritto. Non finiremo mai di ringraziare Clemente Mastella e l’indulto da lui voluto per fare un favore a berlusconi mentre era ministro col governo Prodi e anche chi in tutti questi anni si è opposto affinché non si istituisse il reato di tortura, visto che la prescrizione è scattata proprio sul reato di lesioni, ovvero di quei massacri giudicati da Amnesty International LA PIU’ GRAVE VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN UNA DEMOCRAZIA DAL DOPOGUERRA IN POI. Non avere una legge che punisca la tortura nel paese delle mele marce e delle schegge impazzite equivale ad autorizzare e incentivare azioni criminali di questo tipo.

Questa sentenza per essere completa avrebbe dovuto punire anche i mandanti; la responsabilità politica dei massacri c’è e ci sono anche i nomi e i cognomi dei registi; uno su tutti Gianfranco Fini, lo stesso Fini che due giorni fa si è scandalizzato perché un onorevole dell’IDV ha pronunciato la parola “coglioni” in parlamento. Manco avesse detto che la legge è uguale per tutti.

“Confermate quindi solo in via teorica le condanne a 4 anni inflitte a Giovanni Luperi e a Francesco Gratteri, quella a 5 anni per Vincenzo Canterini, nonché le pene, pari a 3 anni e 8 mesi, inflitte a Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi e Massimiliano Di Bernardini. La Cassazione ha anche dichiarato prescritti i reati di lesioni gravi commessi dagli agenti della celere che quel giorno facevano parte del settimo nucleo speciale della Mobile. 
Nel frattempo i dirigenti di allora sono stati promossi, hanno fatto strada all’interno della Polizia, dei Servizi Segreti, di altri apparati dello Stato.”

[http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/10069-diaz-condanne-confermate-ma-non-paga-nessuno]

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Diaz, confermate le condanne ai 25 poliziotti. Interdizione agli alti dirigenti

La sentenza della Quinta sezione mette la parola fine al processo per il blitz del G8 di Genova nel 2001. Gli imputati non andranno in carcere, ma l’interdizione dai pubblici uffici colpisce alti dirigenti come Gratteri, Caldarozzi e Luperi. Cancellieri: “Attueremo le disposizioni della Cassazione”.

 In questo paese, e la sentenza del G8 dopo quella per Federico Aldrovandi lo conferma, i reati contro la persona sono puniti in maniera infinitamente minore di quelli contro  la proprietà.

Specialmente se a commetterli sono uomini e donne  in divisa.

Se proprio si vuole riformare la giustizia si potrebbe iniziare da qui: anche lo stupro era considerato e giudicato un reato contro la morale, c’è voluta la strage del Circeo per commutarlo in reato contro la persona, quante altre stragi degl’innocenti ci vorranno affinché una vetrina spaccata e una macchina bruciata valgano meno di una vita umana?

Devastazione e saccheggio

In appello, nell’ottobre 2009, 15 dei manifestanti vengono assolti, sia per l’intervento della prescrizione, sia perché la carica dei carabinieri in via Tolemaide è stata nuovamente valutata come illegittima e quindi la reazione dei manifestanti a questa è stata considerata una forma di legittima difesa.

Invece ai 10 condannati (accusati di devastazione e saccheggio) vengono sensibilmente aumentate le pene rispetto a quelle erogate in primo grado, per un totale di 98 anni e 9 mesi di carcere (i PM avevano chiesto complessivamente pene per 225 anni per i 25 manifestanti).
L’aumento delle pene mantiene gli anni di carcere complessivi quasi inalterati nonostante la forte riduzione dei condannati: alcune delle pene inflitte (fino a 15 anni) risultano più elevate di quelle che, usualmente, in Italia vengono date per reati ben più gravi, come ad esempio l’omicidio.

Il prossimo 13 luglio ci sarà la Cassazione.

 

Diaz: Art.21, la Rai trasmetta il film di Vicari

“Con una sentenza non possono essere risarciti coloro che hanno subito danni fisici e psicologici così pesanti. Ma il responso della Cassazione sulla Diaz contribuisce a quella richiesta di verità e giustizia che tanti hanno urlato a gran voce in questi undici anni: associazioni, movimenti, giornalisti e registi come Daniele Vicari che con il suo “Diaz” ha realizzato un’importante opera di impegno civile con una puntuale ricostruzione basata sugli atti processuali e sulle testimonianze di persone che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per questo chiediamo che la Rai trovi modi e tempi per trasmettere il film “Diaz” e consentire a tutti i cittadini di conoscere i fatti”.

[Stefano Corradino – Articolo 21]

A volte, per quanto ci si sforzi, tutto appare inutile…

 059 200200 numero unico protezione civile assistenza zona #Modena #terremoto. Facciamo girare il più possibile. E’ UN DISASTRO.

Terremoto, scossa in Emilia e nel Nord
“Crolli capannoni industriali: almeno 8 morti”

“Finale, giù case”. Crolla duomo Mirandola Foto Twitter
Terrore nelle zone già colpite.Avvertita anche a Milano
L’appello: togliete le password dai vostri impianti wi-fi

Napolitano: la verità sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974 “fu ostacolata da apparati dello Stato.”

Più che un monito, una confessione in piena regola visto che Napolitano è stato casualmente anche ministro dell’Interno in questo paese e, se avesse voluto, avrebbe potuto contribuire a sbrogliare le matasse che riguardano le stragi impunite magari agendo su quell’obbrobrio che si chiama segreto di stato. Qui tutti possono avere segreti, lo stato, la chiesa, meno noi  cittadini che possiamo essere passibili di qualsiasi controllo, che veniamo trattati da delinquenti anche quando non lo siamo mai stati.

Fa male dovere ascoltare, anno dopo anno, ad ogni commemorazione, ricorrenza tragica,  le solite parole vuote di significato e così piene,  invece e soltanto, di retorica e di una sottile, ma nemmeno tanto, presa per i fondelli verso tutti coloro che hanno perso persone care nelle stragi di stato.

OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE: G8 Genova: La vergogna continua…. assolto De Gennaro

Chissà che emozione si prova a svegliarsi ogni giorno in uno di quei paesi [e sono tanti] dove a nessuno [tantomeno ad un capo di governo che, fino a prova contraria dovrebbe agire in nome e per conto del popolo che amministra] verrebbe in mente di promuovere, dunque premiare persone con procedimenti penali in corso, e tantomeno a quelle persone verrebbe concesso di occuparsi [nel frattempo] di politica, giustizia, pubblica sicurezza.
E tutto questo – sembra incredibile – ma accade anche quando le sentenze non sono ancora definitive.
Cioè, c’è qualche povero illuso, utopista, visionario [o populista qualunquista, chissà] ai piani alti delle istituzioni di quei paesi in giro per il mondo che pensa che non sia il caso di promuovere, premiare, concedere di fare politica, occuparsi della sicurezza dello stato e dunque dei cittadini, a gente con dei trascorsi poco chiari, e ci sono paesi dove – [ri]sembra incredibile – che la giustizia sia [davvero] uguale per tutti non è uno stupido luogo comune, una banalità da barzellette al bar ma la verità.

– Diaz Genova 2001, Agnoletto: “Tutto già scritto da anni, gli intoccabili sono salvi”

Il Manifesto

Tutto come da copione. Tutto era già scritto da molto tempo, fin da quell’ ormai lontano luglio 2001. I vertici della polizia non pagheranno mai per le violenze della scuola Diaz, sono intoccabili.

Anzi chi ha partecipato a quella mattanza, chi non è intervenuto ad interrompere lo torture, chi ha ordinato quell’assalto, chi ha costruito prove false va ringraziato e promosso. E visto che le condanne in appello hanno toccato anche i più alti vertici delle forze dell’ordine gli imputati e i condannati hanno pensato bene di promuoversi a vicenda fra loro; poi ci ha pensato la politica con logica bipartisan a promuovere chi stava in cima alla piramide. A cancellare le condanne emesse da qualche giudice che non è stato al gioco ci ha pensato (processo De Gennaro) e ci penserà (tra meno di un mese per il processo Diaz) la Cassazione. Tutto sarà cancellato, come se nulla fosse accaduto.
Le anticipazioni sulle motivazioni della sentenza con la quale la Cassazione ha assolto De Gennaro, dall’accusa di aver istigato l’ex questore di Genova alla falsa testimonianza e per la quale l’ex capo della polizia era stato condannato in appello ad un anno e quattro mesi non entrano minimamente nel merito delle specifiche accuse, non affrontano i fatti per i quali De Gennaro era stato condannato.

La questione era molto semplice: è vero che De Gennaro e Colucci, , si sono incontrati a Roma, e che De Gennaro ha spinto Colucci ha modificare la versione fornita, in modo tale da lasciare “il capo” totalmente fuori da tutta la vicenda ? Oppure Colucci nelle telefonate intercettate millantava fatti che non erano accaduti ? E’ lo stesso De Gennaro che davanti ai magistrati, spiega le ragioni del suo interessamento alla deposizione di Colucci: non certo un’interferenza,sostiene, ma un’azione tesa a trovare “la consonanza per l’accertamento della verità”. Ma fino a prova contraria per l’accertamento della verità la dovrebbero stabilire i magistrati ricostruendo i fatti e non due testimoni!!

Di tutto questo la Cassazione non parla. Ma la Cassazione sta anche ben attenta a non dire mai che non c’è prova, perché tale affermazione condurrebbe sì all’annullamento del processo d’appello, ma con rinvio ad un nuovo processo con il conseguente rischio di una nuova condanna. La Cassazione parla d’altro afferma che per De Gennaro “non si è acquisita alcuna prova o indizio di un ‘coinvolgimento’ decisionale di qualsiasi sorta nell’operazione Diaz”; ma non è questa l’accusa per la quale De Gennaro era stato condannato. L’accusa lo ripetiamo era l’istigazione alla falsa testimonianza del questore di Genova con l’obiettivo di evitare qualunque possibile coinvolgimento di De Gennaro nella notte cilena della Diaz. Ovvio che qualora la prima versione del questore fosse quella vera, ossia che fu De Gennaro a consigliarli di chiamare quella notte l’addetto stampa della polizia a tenere la conferenza stampa davanti alla Diaz sarebbe stato difficile sostenere che il capo della polizia era all’oscuro di quanto stava avvenendo. Ma I pubblici ministeri proprio per evitare di essere accusati di aver costruito dei teoremi si erano rigidamente attenuti a dei fatti, che la Cassazione ha invece totalmente ignorato.

La lettura delle motivazioni confermano ancora una volta che la sentenza di assoluzione di De Gennaro senza nemmeno il rinvio ad un nuovo processo prescinde totalmente da qualunque questione di diritto, ma ribadisce una verità molto semplice: nel nostro Paese c’è chi è al di sopra di ogni legge, intoccabile. E questo qualcuno è stato recentemente nominato sottosegretario alla sicurezza della Repubblica, con il plauso bipartisan del Parlamento. Se la sicurezza che tutelerà i cittadini italiani nel prossimo futuro è quella che abbiamo sperimentato la notte del 21 luglio a Genova c’e da preoccuparsi. E non poco.


Pulizia di Stato

L’onta delle promozioni assegnate ai responsabili della “più grave sospensione dei diritti democratici di un paese dal dopoguerra in poi” come fu giustamente definito da Amnesty International il massacro di Genova al G8 del luglio 2001  non potrà mai essere cancellata.

Guardare “Diaz” è stata una vera prova di forza fra me e le mie emozioni.
E penso che questa sia stata una delle pochissime occasioni in cui ho provato davvero una profonda vergogna per questo paese. Non c’è solo la gravità dei fatti accaduti, la morte di Carlo, c’è soprattutto quel marchio di infamia sulle conseguenze, per un fatto del genere si sarebbe dovuto fermare il mondo, e invece per la giustizia italiana non è successo praticamente niente.

Non penso sia giusto generalizzare, io non sono fra quelli che lo fanno, loro, le forze dell’ordine  però sì, lo hanno fatto, e più della violenza in sé è stata la violenza gratuita verso persone che non avevano nessuna colpa, anche se nulla avrebbe potuto giustificare un trattamento del genere.
Quel film dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici delle scuole primarie e secondarie per insegnare a bambini e ragazzi come non si deve mai essere né diventare.
E non perdonerò mai Di Pietro per essersi opposto alla Commissione di inchiesta sui fatti di Genova.


Genoa-Siena, stadio Marassi
a porte chiuse per due turni

I compari del calcio

Fa piacere che il ministro Cancellieri abbia elogiato il comportamento delle forze dell’ordine a proposito dei fatti vergognosi accaduti allo stadio di Genova. Mi auguro che possa fare lo stesso anche quando, anziché fronteggiare un manipolo di delinquenti mascherati da tifosi di calcio le forze dell’ordine verranno chiamate a garantire la stessa sicurezza che è stata assicurata a loro anche a chi partecipa ad eventi ben più importanti di una partita di calcio.

Pulizia di Stato – Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano – 24 aprile

Gentile dottor Antonio Manganelli, come capo della Polizia lei avrà senz’altro visto il bellissimo film Diaz di Daniele Vicari che sta riscuotendo un buon successo di pubblico nelle sale.
L’ho visto anch’io assieme a mio figlio che — posso assicurarle — non è stato educato all’odio contro le forze dell’ordine. Anzi, personalmente ho sempre pensato e detto che, fino a prova contraria, le forze dell’ordine sono dalla parte del giusto.
Eppure, all’uscita dal cinema, mio figlio che ha 17 anni ha commentato: “Mi è venuta una gran voglia di prendermela con i poliziotti”.
Ho cercato di spiegargli che quel che accadde 11 anni fa al G8 di Genova è un unicum, tant’è che ancora se ne parla, al punto da farci un film.
Che non tutti i poliziotti sono come quelli ritratti da Vicari.
Anzi, la maggior parte prova per quelle scene (purtroppo reali, documentate da testimonianze e filmati e atti processuali) lo stesso orrore che proviamo noi.
E ogni giorno migliaia di agenti rischiano la pelle per un misero stipendio, catturando killer della mafia addirittura con le proprie auto, com’è accaduto ancora l’altro giorno in Calabria, visto che le volanti sono spesso senza benzina o arrugginiscono guaste nei garage per i continui tagli al bilancio dell’ordine pubblico.
Ma temo di non averlo convinto. E lo sa perché? Perché alla fine del film una scritta agghiacciante ricorda che decine di quegli agenti e dirigenti violenti e deviati sono stati condannati in primo e secondo grado per le mattanze alla Diaz e a Bolzaneto (a proposito: si spera che la Cassazione si sbrighi a giudicarli, per evitare che la facciano franca per la solita prescrizione), ma nessuno è stato rimosso dal corpo.
Qualcuno anzi ha fatto addirittura carriera.
Come Vincenzo Canterini che, dopo la condanna in primo grado a 4 anni per la Diaz, divenne questore e ufficiale di collegamento dell’Interpol a Bucarest.
O Michelangelo Fournier, quello che al processo parlò di “macelleria messicana”, che dopo la prima condanna a 4 anni e 2 mesi ascese al vertice della Direzione Centrale Antidroga.
O Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un ragazzo di 15 anni, condannato in tribunale a 2 anni e 4 mesi per le sevizie di Bolzaneto e a 2 anni e 3 mesi per arresti illegali, e subito dopo promosso capo della Questura di Genova e poi dirigente di quella di Alessandria.
Molti di loro avrebbero subito sanzioni ancor più pesanti se l’Italia avesse recepito il reato di tortura, cosa che non avvenne per la strenua opposizione del Pdl e della Lega, guardacaso al governo nel 2001 e dunque responsabili politici e morali di quel che accadde. Nemmeno il dirigente che portò nella Diaz due molotov ritrovate altrove per giustificare ex post l’ignobile pestaggio di gente inerme fu cacciato dalla polizia.
E nemmeno quello che, come si vede nel film, si ferì da solo per simulare un corpo a corpo con i fantomatici “black bloc” che in quella
scuola, quella notte, non esistevano. Molti altri, nascosti sotto l’anonimato del casco, non sono stati identificati, dunque neppure processati. È difficile non pensare che gli agenti che si sono macchiati di violenze gratuite negli ultimi anni, per esempio in Val di Susa contro i No-Tav, possano essere gli stessi che la passarono liscia per i fatti di Genova, o altri loro emuli, incoraggiati dall’impunità generale. Lei, dottor Manganelli, 11 anni fa non era a Genova e non può essere ritenuto responsabile di quel che accadde. Ma oggi che la verità processuale è sotto gli occhi di tutti, validata dai due gradi di giudizio di merito (la Cassazione deve pronunciarsi solo sulla legittimità delle sentenze) e finalmente immortalata da un film (era già tutto nel documentario Bella ciao di Giusti, Torelli e Freccero, ma la Rai vergognosamente lo censurò), non può chiamarsi fuori. La prego, metta subito alla porta chi si macchiò di quei crimini orrendi.
Ci aiuti a credere ancora nella Polizia di Stato.