Diaz, Cassazione: «discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero»

Sottotitolo:  Non solo l’IDV, ma anche i garantisti radicali.

Da Repubblica del 30 ottobre 2007:
La commissione Affari Costituzionali della Camera boccia la
proposta di legge per istituire una commissione di inchiesta sul G8 di Genova con i voti della Cdl e di Di Pietro e Mastella. Con 22 voti contrari e 22 voti favorevoli la commissione non è riuscita ad affidare il mandato al relatore a riferire in aula.
Il ministro Mastella cade dalle nuvole: “La commissione? Nel programma non l’ho vista”.[non c’era neanche l’indulto, nel programma: nota di R_L]

E Antonio Di Pietro aggiunge: “Volevano indagare solo sulla polizia…
A scatenare il putiferio in commissione Affari costituzionali sono stati il dipietrista Carlo Costantini che ha detto ‘no’ insieme all’unico deputato dell’Udeur, mentre l’altro esponente dell’Idv, il capogruppo alla Camera Massimo Donadi, non si è presentato. I due esponenti della Rosa nel Pugno, Cinzia Dato e Angelo Piazza, non hanno preso parte alle votazioni.

“L’irruzione nella scuola Diaz fu un puro esercizio di violenza da parte della polizia” [Rep.it]

Riepilogo, per non dimenticare:  a capo del governo c’era berlusconi, al ministero dell’interno scajola [forse già a sua insaputa], c’erano la russa, fini, il regista, e gasparri che invocavano punizioni esemplari, i mandanti sono sempre gli stessi, cambiano nome ma non ruolo; dalle stragi  neofasciste passando per le brigate rosse, al tentativo di golpe dei generali, servizi deviati al soldo del neofascismo e della mafia, la solita gente impunita fino ai giorni nostri.

La notte della Repubblica bis, targata berlusconi.

La verità politica nel merito del massacro del G8, di questo episodio disgustoso, degno dei peggiori regimi sudamericani di una volta, di quelli nazisti, inaccettabile per una società che vuole dirsi civile è che tutto sommato alle istituzioni repubblicane, democratiche, va bene che un ex capo della polizia, Gianni De Gennaro,  abbia un precedente grave e mai sanzionato come quello di aver comandato la polizia di stato anche quando bastonava e massacrava.
Per dispetto.
Così bene da averlo elevato di grado nominandolo nientemeno che sottosegretario alla sicurezza del governo.
Essere un funzionario di polizia in Italia è un privilegio, perché si può tranquillamente tradire lo stato [di diritto] che si rappresenta massacrando, ammazzando gente a calci e manganellate ed essere giudicati poi secondo la legge di uno stato di diritto come anche nel caso di Federico Aldrovandi.
Non finiremo mai di ringraziare mastella e l’indulto da lui voluto per fare un favore a berlusconi mentre era ministro col governo Prodi che non si oppose decretando di fatto la morte del suo governo, e anche chi in tutti questi anni si è opposto affinché non si istituisse il reato di tortura, visto che la prescrizione è scattata proprio sul reato di lesioni, ovvero di quei massacri giudicati da Amnesty International  LA PIU’ GRAVE VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN UNA DEMOCRAZIA DAL DOPOGUERRA IN POI.
Non avere una legge che punisca la tortura nel paese delle mele marce e delle schegge impazzite equivale ad autorizzare e incentivare azioni criminali di quella portata.
Questa sentenza per essere completa avrebbe dovuto punire anche i mandanti; la responsabilità politica dei massacri c’è e ci sono anche i nomi e i cognomi dei registi; uno su tutti gianfranco fini, lo stesso fini che qualche mese fa si indignò perché un onorevole dell’IDV aveva pronunciato la parola “coglioni” in parlamento.
Manco avesse detto che la legge è uguale per tutti.
E Napolitano, il presidente di tutti [?], come di solito fa quando invece ci sarebbe molto da dire, tace.
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Italia, stato canaglia

Ultim’ora: La Cassazione: “Scuola Diaz, massacro ingiustificabile”

Durissime le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna di 25 poliziotti e ha portato alla rimozione di diversi alti gradi del Viminale. “Odioso il comportamento dei vertici”, che al G8 di Genova del 2001 avallarono un blitz deciso solo “per riscattare l’immagine della polizia”.

Per
tutti quelli che Amnesty esagerava quando ha definito il g8 di Genova
“la più grave sospensione dei diritti democratici di un paese dal
dopoguerra in poi”: vi auguro cordialmente  di incontrare in un giorno qualunque della vostra vita  qualche mela
marcia, qualche scheggia impazzita, così, giusto per provare sulla
vostra pelle l’effetto che fa. Sempreché ve lo facciano raccontare,
dopo.

Sottotitolo:  Se ripenso che molti di noi [populistiqualunquistigiustizialisti] quando scrivevamo e dicevamo già una decina d’anni fa che l’Italia si stava trasformando in un regimetto, in un feudo comandato da signorotti arricchiti sulle spalle altrui, le nostre, dove accadevano cose da basso impero [impuro] c’era chi se la rideva scettico, chi ci insultava nei forum ché noi eravamo i soliti comunisti pessimisti.

Ché non erano gli sprechi e le ruberie della politica il problema, qualcuno le chiamava piccole gocce nel mare, che la colpa è di Rizzo e Stella che hanno scoperchiato un orrendo vaso che contiene di tutto, e come c’insegna la dottoressa Cappellieri – di professione consigliera  in quel della regione Lazio con delega alla cultura,  tredicimila euro netti al mese – anche la merda,  considerati i fatti recentissimi  e non solo io direi soprattutto quella. [ Dopo De Romanis ecco la Cappellaro. Stavolta protagonista della festa e’ la merda]

Oggi che perfino le elezioni sono diventate un optional di cui si può anche fare a meno, ecchéssarà mai se al popolo [sovrano eh?] viene impedito di potersi andare a scegliere il prossimo farabutto che si dovrà occupare di come trovare un sistema nuovo per fregarci chissà se c’è gente che ancora se la ride e se le verrebbe ancora voglia di insultare chi aveva aperto gli occhi in tempi molto meno sospetti di questo.
Ma l’emergenza è l’emergenza, ci mancherebbe, c’è da tenere a bada lo spread, il rischio planetario del nuovo millennio, peggio dell’atomica sganciata su Hiroshima.
Metti che a uno venisse in mente di premere un bottone poi son cazzi.

LEGGE ANTICORRUZIONE, LA VOTERANNO CENTO INDAGATI (DI MARCO TRAVAGLIO). ECCO CHI SONO (LEGGI)

In parlamento si sta discutendo il decreto legge anticorruzione, una legge che l’Europa chiede all’Italia solo da tredici anni,  e alla cui realizzazione hanno contribuito fra gli altri 100 parlamentari tra condannati e indagati anche per corruzione.

Nel ddl anticorruzione potrebbe essere introdotta la norma “salva ruby [ma più che altro salvasilvio]” con un emendamento che modificherebbe il reato di concussione.
Sarebbe l’ultima, ma solo in ordine di tempo, delle leggi ad personam  partorite da una politica inqualificabile per consentire a berlusconi di salvarsi dal processo. Un’altra volta.

Siccome è facile prevedere che berlusconi verrà accontentato anche questa volta perché quando si è fatto da parte per il bene del paese e cioè il suo non lo ha fatto gratis, spero almeno che l’Italia venga inserita al più presto fra gli stati canaglia. Anzi, mi chiedo come mai ancora non sia accaduto, per quale motivo l’Europa e la comunità internazionale non abbiano ancora sfiduciato l’Italia, cacciata  dal giro dei paesi che contano, quelli ai quali si può dare ancora credibilità.  Mi chiedo perché devono essere solo  le agenzie di rating a declassarci, a dire all’Italia che così non va bene e non i parlamenti di quei paesi dove la distinzione fra onesti e disonesti  non è ancora passata di moda né viene sacrificata per accontentare una persona sola.

Mi chiedo che ci stiamo a fare noi fra paesi più civili del nostro. Anzi, proprio fra i paesi civili e basta.

Piero Longo, avvocato, o per meglio dire uno degli avvocati a libro paga di berlusconi assunti in parlamento direttamente da berlusconi intervistato da Bernardo Iovene a Report  ha ragione quando dice che il parlamento deve essere la rappresentazione mediana del popolo e perché mai dunque dovrebbe essere migliore.
Perché la colpa è nostra, di noi cittadini che non ce la faremo mai ad essere peggiori almeno quanto loro, perché se lo fossimo stati ci saremmo liberati anche di gente come Longo da un bel po’.

Dopo ogni puntata di Report, se questo fosse un paese normale, dovrebbero arrestarne a manciate, delinquenti, mantenuti in parlamento con i nostri soldi, sacrifici, tasse, rinunce.  E invece non succede niente, a parte le solite querele dei farabutti alla Gabanelli.
 Disonesti che non provano nessun disagio nel dire che tutto va bene e che male c’è se a regolare la vita degli onesti devono essere anche quelli che onesti non sono, che non è giusto privare un cittadino della propria libertà per reati che negli States prevedono qualche decina d’anni di galera veri, non virtuali e nei paesi partner dell’Italia, quelli civili come la Cina addirittura la pena di morte, per dire.
Gentaglia che non esita a fare leggi che privano della libertà persone per il solo fatto di non essere nate qui ma che può decidere da se medesima se automandarsi in galera in presenza di reati gravi quali ad esempio l’associazione mafiosa, le truffe, la corruzione.
Non  è affatto vero che la classe politica rappresenta ed è l’espressione dei cittadini di un paese.
Sarebbe vero nel caso in cui fossero i cittadini a scegliersi i governanti ma questo a noi italiani non riguarda più da un pezzo: la classe politica è espressione di un paese quando quel paese è una vera democrazia compiuta in cui ai cittadini è permesso votare per chi vogliono, anche un delinquente se lo vogliono purché siano loro a decidere di voler essere guidati da un delinquente; non quindi un regime di oligarchia qual è il nostro dove un impostore abusivo assurto alla politica grazie al salto mortale con doppio avvitamento con cui si è praticamente ignorata la legge che lo impediva  è stata data la possibilità di portare in parlamento altri delinquenti.
Noi cittadini avevamo votato una legge elettorale ma poi è stata cambiata, avevamo votato contro i finanziamenti ai partiti ma ci hanno presi il culo continuando a rubare soldi dietro la scusa che la politica ha un costo [e infatti tutti abbiamo potuto constatare molto bene in che consiste il costo della politica e come vengono spesi bene i soldi scippati da stipendi da fame e pensioni miserabili].
Perciò cari giornalisti/opinionisti/soloni/micheliserra  fateci almeno la cortesia di non paragonarci più a quel centinaio e oltre di farabutti delinquenti che sono in parlamento e ai loro emuli distribuiti fra comuni,  province e regioni  grazie alle leggi che gli consentono di poterci stare perché sono essi stessi a realizzarle.
E fateci il favore di non dire mai più che “gli italiani hanno quello che si meritano”: a me questa frase dà fastidio proprio a livello epidermico, mi pizzica, mi irrita, mi brucia, perché io e tanta altra gente non ci siamo meritati proprio niente visto che niente abbiamo potuto decidere.
Dateci almeno la possibilità di prendere le distanze da gentaglia con cui io non andrei a prendere un caffè.
Italia o Spagna purché se magna
 Marco Travaglio, 2 ottobre
Da giorni, a Madrid, migliaia di persone manifestano davanti al Parlamento contro un governo che non sa far altro che tagliare sulla pelle dei lavoratori e degli onesti per salvare le banche. Eppure il governo Rajoy è stato appena eletto dagli spagnoli, mentre il nostro no, anzi si lavora per fotocopiarlo nella prossima legislatura infischiandosene del piccolo dettaglio chiamato elezioni. Ma davanti a Palazzo Chigi, a Montecitorio e a Palazzo Madama nessuno protesta. Nemmeno dopo aver visto la galleria di mostri messa in scena da Report, nella puntata di Bernardo Iovene sugli “onorevoli” condannati e inquisiti, con avvocati al seguito, che dovrebbero votare la legge anticorruzione. Il pluripregiudicato Del Pennino: “Non sta a me stabilire se un condannato possa stare in Parlamento, sono troppo coinvolto”. Povera stella. L’imputato (per corruzione aggravata da finalità camorristica) Landolfi: “Per me non dovrebbe starci neanche un indagato per reati minori, come all’estero. Ma in Italia non è così e chiediamoci perché”. Perché si svuoterebbero le Camere? No, “perché qui la magistratura non è al di sopra di ogni sospetto”. Il sen. avv. Longo, difensore di B: “Anche un condannato definitivo può stare in Parlamento: esso deve dare rappresentanza mediana al popolo, dunque gli eletti non devono essere migliori degli elettori”. L’idea che eleggere voglia dire scegliere il meglio non lo sfiora neppure,
per ovvi motivi autobiografici: siccome il popolo contiene milioni di delinquenti, deve farsi rappresentare da 945 mezzi delinquenti, o da un delinquente sì e uno no. E lui si candida alla bisogna. Sennò evasori, corruttori, rapinatori, spacciatori, stupratori, pedofili, papponi, truffatori, assassini e mafiosi restano senza voce e la democrazia rappresentativa dove va a finire. Il pregiudicato Brancher sostiene di essere innocente perché lo dice lui, “fidatevi di me”. La prova? L’han condannato per aver intascato “200 mila euro da Fiorani nel 2001, quando l’euro non c’era ancora”: ecco, siccome erano lire e la condanna è arrivata “troppo presto”, è come se non le avesse prese. Notevole il filmato di Napolitano che lo nomina ministro del Federalismo e l’applaude pure. Betulla Farina, che ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar, annuncia che si ricandida perché, sì, faceva la spia per il Sismi, ma agiva “in stato di necessità” e poi “Feltri mi dice sempre che sono un idiota”: meritava almeno la seminfermità mentale. E poi anche il popolo degli idioti merita una degna rappresentanza. L’on. avv. Sisto rivoluziona secoli di criminologia: l’anticorruzione è sbagliata perché “aumentare le pene non è un deterrente per chi commette reati”. Il deterrente è depenalizzarli, così sai che paura. L’on. Napoli contesta il nuovo reato di traffico d’influenze illecite, previsto dalla convenzione di Strasburgo e punito in tutto il mondo, perché “nessuno potrà più fare il sindaco” senza finire in galera.
Lui lo dà proprio per scontato che un sindaco traffichi influenze illecite. E che, non si può più neanche rubare in pace? Un po’ come gli imprenditori che truccano i bilanci: nel ’97, quando fu condannato Romiti, il Gotha dell’industria firmò un appello per depenalizzare il falso in bilancio in modica quantità. Nel 2002 fu accontentato da B. E ora l’avv. min. Severino, che difendeva i maggiori gruppi industriali, risponde dolente: “Per il falso in bilancio non c’è più tempo”.
 Oh che peccato. Ce l’aveva proprio sulla punta della lingua.
Ma quando ci invadono gli spagnoli?

Caso Aldrovandi, la Cassazione: “Gli agenti furono sproporzionatamente violenti

“Fu “sproporzionatamente violenta e repressiva”, l’azione dei quattro poliziotti che, il 25 settembre del 2005, uccisero a botte, calci e manganellate (fino a schiacciargli il cuore) lo studente ferrarese diciottenne Federico Aldrovandi.
Lo sottolinea la Cassazione nelle 43 pagine di motivazione della sentenza con la quale lo scorso 21 giugno è stata confermata la condanna a tre anni e sei mesi senza attenuanti per Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri che hanno anche intralciato le indagini.”

Aldrovandi, motivazioni condanna Cassazione “Poliziotti violenti e depistatori”

Come se le violenze proporzionate fossero invece legittime e consentite, insomma.
Quei quattro sono criminali che in un altro paese avrebbero preso almeno vent’anni di galera, qui invece hanno avuto la possibilità non solo di non perdere nemmeno il posto di lavoro ma anche quella di scegliersi la pena fra i servizi sociali che questo stato di merda, dove una vetrina spaccata vale più della vita di un ragazzino, gli ha messo a disposizione. 

– Scusi, ci dica che vuole fare, spazzare foglie secche al parco o accompagnare le vecchiette sul marciapiede opposto? – cose così, ecco.
E il giorno della sentenza c’è stato anche chi ha festeggiato la vittoria della giustizia.
E’ stato inventato un reato che non c’era, eccesso di eccesso di omicidio colposo,  per non ammettere subito che sono degli assassini.
Chi pretende una giustizia giusta non dovrebbe sopportare che la vita di una persona, di un ragazzino nella fattispecie, valga meno di un’automobile bruciata; negli ultimi mesi abbiamo assistito a tre sentenze: questa di Federico, quella per i massacratori della macelleria messicana di Genova al G8 e quella per i devastatori di Genova.
Basterebbe andarsi a leggere gli esiti di queste sentenze per capire in che razza di paese viviamo.
Io voglio vivere in un paese dove nessuno deve essere costretto a fare il confronto con altri, quelli un po’ più civili di questo,  sulla qualunque, che sia la politica, la gestione delle imprese, e non ultimo l’esercizio del potere da parte delle forze dell’ordine.
Questa gente risponderà a qualche legge, ad ordini superiori, vero? ma nessuno di questo si preoccupa.
Fino al prossimo morto di stato.
Se non fosse stato per la determinazione di sua madre la morte di Federico sarebbe stata derubricata  a suicidio per autolesionismo.
Qualcuno era presente per dire che il ragazzo stesse effettivamente “dando di matto” tanto da procurarsi lesioni mortali? e anche se fosse i tutori dell’ordine che sistemi usano per chi ha, eventualmente, un disagio psichico, emozionale,  forse gli stessi che si usano nei sotterranei delle carceri e  che producono gli stessi effetti collaterali come è accaduto per Stefano Cucchi? o quelli utilizzati quasi sistematicamente in tutte le questure d’Italia da Bolzano a Palermo quale messaggio di benvenuto da parte dello stato a quei cittadini che hanno la sventura di trovarsi ad avere a che fare con le “poche” mele marce, le schegge impazzite?
Ministro Cancellieri, adesso le motivazioni ci sono, serve altro per cacciare i quattro funzionari di stato indegni, degli assassini?

Oh my God, mon Dieu, mioddio…

 

  …è urgentissima una nuova legge salvadelinquenti e non so cosa mettermi! (a parte indossare le solite incommensurabili facce come il culo).


Firmato: uno qualsiasi di deputati, onorevoli e senatori che stanno accelerando su quella che pare essere davvero l’urgenza primaria di un paese allo sfascio e sulla quale chi di dovere,  naturalmente,  non esiterà ad apporre il  suo sigillo,  pietra tombale  sull’ultimo residuo di speranza per ripulire le istituzioni da tutto il luridume presente nelle stesse.

L’urgenza con cui anche i ministri del governo cosiddetto tecnico si stanno occupando delle intercettazioni è l’ulteriore conferma che chi diceva che l’interesse primario della politica è salvaguardare se stessa aveva ragione. Che difendere strenuamente le istituzioni anche quando non andrebbero e non vanno difese significa soltanto dare legittimità a tutte le caste e sottocaste, cricche e associazioni a delinquere che hanno dissanguato e impoverito l’Italia, che le hanno tolto dignità, diritti, che hanno lavorato alla distruzione di giustizia e legalità – dunque della democrazia stessa. Stare dalla parte opposta, rifiutare questo scempio a getto continuo è un dovere civile, oltre che morale.

 

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Intercettazioni, pressing del Pdl per il Bavaglio. E il Csm “si adegua” al Colle

Se il primo sostenitore di una legge liberticida come questa è nientemeno che – con viva & vibrante soddisfazione – il presidente della repubblica, quindi si presume di uno stato democratico, siamo messi bene in Italia. In ottime mani.

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Roma, ex banda Magliana consulente del Comune. Il Pd: “Sconvolgente”

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Sottotitolo: in un paese con un parlamento composto in larga parte (e sarebbe troppo anche se ce ne fosse uno solo con certi requisiti) da inquisiti, indagati, pregiudicati, condannati, mafiosi, amici dei mafiosi, corrotti, corruttori, ex terroristi rossi & neri quindi complici diretti e indiretti di tutte le stragi avvenute in Italia – quelle che non è mai colpa di nessuno – tutta gente che contribuisce alla stesura e alla realizzazione di leggi che dovranno rispettare anche i cittadini onesti, senza precedenti penali, la cosiddetta opposizione si sconvolge (dopo quattro anni!) perché alemanno ha assunto un ex fiancheggiatore dei nar nonché di un’associazione criminale sanguinaria: la banda della magliana – che collaborava attivamente con l’eversione nera nei “favolosi” anni di piombo – al suo servizio. Come se i romani, quando hanno votato alemanno per dispetto (perché dall’altra parte c’era rutelli) non sapessero chi era alemanno: anche lui un ex picchiatore fascista, uno che andava a tirare bombe molotov alle ambasciate e che fu condannato ad otto mesi di galera per questo.  Se i tempi di sconvolgimento del pd sono questi stiamo a posto, che faceva l’opposizione in giunta comunale fino a ieri l’altro, di che si occupava?

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Trattativa, parla il pentito Mutolo: “Stato e mafia da sempre a braccetto”

E’ stato l’autista di Riina: “Dopo l’arresto sono andati a casa sua, c’erano cose che inguaiavano i politici, hanno fatto finta di nulla. Senza di noi non ci sarebbe stata la Dc e nemmeno Berlusconi. Ingroia lo mandano in Guatemala, lui sa che è meglio così.”

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In un paese normale cicchitto (tessera p2 2232, data di iniziazione 12 dicembre 1980) non potrebbe fare la morale a nessuno. Figuriamoci a Magistrati e giornalisti che indagano sulla mafia e quella parte di stato, quello sì, eversore, che fiancheggia(va) l’associazione a delinquere, sovversiva, quella che allo stato si voleva sostituire, del venerabile criminale di cui faceva parte – non da solo ma con illustri compagni di grembiulino e cappuccio come silvio berlusconi (tessera 1816) – il moralizzatore de’ noantri.
In un paese normale fatto di gente normale non si critica un Magistrato come Ingroia disonorando nemmeno troppo indirettamente la memoria di Falcone e Borsellino che avevano lo stesso progetto di Ingroia, cioè ripulire il paese e le istituzioni da mafiosi e delinquenti mascherati da uomini dello stato, solo perché  i giornalisti e i giornali che si occupano di queste faccende sono antipatici.
In un paese normale fatto di gente normale nessuno, nemmeno il presidente della repubblica si può permettere di usare la morte naturale di un uomo come alibi alla negazione della trasparenza e della verità e nessun ministro la prenderebbe a pretesto per lo stesso motivo parlando di “sofferenze” di “pesi insopportabili”: le sofferenze e i pesi insopportabili sono altri, sono stati altri, ad esempio quelli di chi ha perso figli, fratelli, sorelle, madri, padri, amici in una qualsiasi delle stragi italiane, mafiose e non, di cui, forse per ragion di stato? non si trovano mai i colpevoli.
In un paese normale, fatto di gente normale ci si vergognerebbe di portare avanti le stesse teorie di cicchitto, gasparri, sallusti, belpietro, la santanché, solo per fare un dispetto a chi non pensa, dice e scrive le stesse abominevoli cose che pensa e – purtroppo – dice e scrive gente di quello spessore morale/culturale/intellettuale.
In un paese normale certi ex magistrati prestati alla politica dovrebbero guardare con più rispetto i loro ex colleghi e chi al loro fianco lavora, dunque anche i giornalisti, soprattutto quelli che non hanno pensato fosse più utile per il paese andare a scaldare i cuscini di uno scranno parlamentare anziché restare in prima linea.

Come ha fatto Ingroia.

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Bavaglio rosso
Marco Travaglio, 29 luglio

Capita di tutto, nel manicomio chiamato “politica”. Anche di ricevere lezioni di giornalismo da Luciano Violante. Il quale, sul bollettino del Pd chiamato Unità, rimbecca Sergio Rizzo del Corriere per aver detto, a proposito del caso D’Ambrosio, che “i giornalisti si limitano a riportare i fatti che accadono”. “Non sono d’accordo – ribatte Violante -. Il giornalista non è un cane da riporto” e “la notizia ha un significato diverso a seconda del modo in cui è data”. Però, che genio. Meno male che c’è lui, perchè non ci aveva mai pensato nessuno. Ma le scoperte non sono finite: “Nella società dei mezzi di comunicazione è possibile che il comunicatore non abbia alcuna responsabilità professionale? Egli forma l’opinione pubblica, a nascere giudizi e schieramenti. Può distruggere la reputazione di un uomo o creare un mito”. Infatti, negli anni 70, un modesto magistrato torinese divenne un mito per la sinistra grazie ai mezzi di comunicazione (“cani da riporto”?) che enfatizzarono una sua inchiesta su un golpe inesistente, dopodichè entrò in politica e non ne uscì più. Si chiamava Violante. Ora, siccome qualcuno critica lui e i suoi amici, intima ai giornalisti di “porsi con urgenza il problema di come dare le notizie rispettando la dignità dei cittadini”. E propone, tanto per “cominciare”, la “messa al bando del ‘giornalismo di trascrizione’, che consiste (caso unico nel panorama della stampa dei Paesi democratici) nel trascrivere ore e ore di telefonate”, il tutto per “formare un’opinione pubblica che si nutra di notizie e di commenti, non di veleni”.Ora, a parte il fatto che le intercettazioni, anche quando riguardano la vita privata, si pubblicano in tutto il mondo, tranne la Russia di Putin e l’Ucraina di Lukashenko, non è ben chiaro in che senso le intercettazioni giudiziarie come quelle sulla trattativa Stato-mafia siano “veleni” e non “notizie”. I veleni sono insinuazioni gratuite, illazioni infondate, sospetti sul nulla:quanto di più lontano esista dal pubblicare testualmente ciò che un personaggio pubblico dice. L’idea che trascrivere le parole testuali di una persona significhi automaticamente “distruggerne la reputazione”, è frutto della mente malata di chi dà per scontato che tutti dicano o facciano sempre e comunque cose sbagliate, sconvenienti, scandalose. “Omnia munda mundis e omnia sozza sozzis”, direbbe Massimo Fini. Se uno parla bene e agisce bene, non ha alcun timore di veder pubblicate le sue parole e azioni,com’è doveroso che avvenga se è un personaggio pubblico. Contro chi “distrugge reputazioni” e sparge “veleni” esiste già il reato di diffamazione a mezzo stampa. E contro le violazioni della riservatezza c’è una stringentissima legge sulla privacy. Questi, e solo questi, sono e devono essere i limiti del giornalista a tutela della “dignità dei cittadini”. Per il resto, tutto ciò che è di interesse pubblico va pubblicato senza censure né violanterie. Ma è evidente che l’ammucchiata ABC, anzi BBC, che si propone di ammorbarci anche nella prossima legislatura e non a caso tiene sotto tiro i pochi non allineati (vedi il linciaggio contro Di Pietro e Grillo, più a sinistra che a destra), ci sta apparecchiando un bel bavaglio rosso, identico a quello berlusconiano ma molto più ipocrita in quanto sfrutta la morte per infarto di D’Ambrosio. Un membro del Csm affiliato a Md, Nello Nappi, invoca la secretazione delle intercettazioni penalmente irrilevanti che oggi perdono la segretezza appena messe a disposizione delle parti processuali. Non solo di quelle del capo dello Stato, ma di tutte. E’ l’antipasto dell’inciucione prossimo venturo. Naturalmente noi del Fatto, piaccia o no ai Violante e ai Nappi, continueremo a pubblicare tutto ciò che interessa ai cittadini, anche a costo di farlo da soli. O di finire sotto processo in virtù di nuove leggi liberticide: la Corte europea spazzerà via bavagli e bavaglini italioti, azzurri o rossi che siano.

 

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Diaz, la verità di Canterini: “Fu una rappresaglia, vidi facce assetate di sangue”

Fabrizio Corona, ricattatore/estortore di professione esce di galera e scrive un libro, capitan Schettino fa affondare una nave causando la morte di decine di persone NON va in galera e scrive un libro, Vincenzo Canterini, uno dei responsabili del massacro del G8 non solo NON va in galera ma la sua condanna virtuale viene anche ridotta e scrive un libro pure lui. Ma come è facile in Italia trovare editori che accettino di pubblicare “opere prime” (e speriamo anche ultime) di cotanti autori che sicuramente qualche imbecille compra e legge (siamo italiani mica per niente). In questo paese tutto quello che non si vede in tv non c’è e non esiste, ora si è inaugurato un nuovo trend: quello delle ‘verità’ rivelate attraverso la carta stampata di un libro. Tutti possono scrivere un libro e tutti trovano puntualmente l’editore che anziché cacciar via questi disertori del salotto di vespa a calci in culo gli offrono collaborazione a sprezzo del ridicolo unicamente per operazioni commerciali. La rivoluzione culturale italiana passa anche per i libri di Corona e di Schettino: sono soddisfazioni.

Cronache di un paese alla deriva

Sottotitolo:

Carlo Giuliani, 14 marzo 1978 – 20 luglio 2001

“Non voltiamo pagina. Per voltarla serve chiarezza su cosa è successo intorno a piazza Alimonda. E poi, ricordiamocelo tutti e con buona pace del giudice Caselli, se i nemici dell’economia imperante al G8 erano tutti quei ragazzi che gridavano ‘un altro mondo è possibile’, oggi i nemici dell’economia imperante sono i ragazzi della Val di Susa. Li caricano come allora e loro, come allora, chiedono giustizia.
Attenzione a non girarci dall’altra parte, ancora una volta”.
[Don Andrea Gallo, prete del Marciapiede]

I giorni di Giuda. L’ultimo intervento
di Paolo Borsellino (VIDEO)


Franco Cordero: la “prerogativa” invocata dal Colle non esiste

In una durissima intervista al “Corriere della Sera” il più autorevole studioso di procedura penale ridicolizza come ignoranti e prevenuti quanti si sono schierati con Napolitano contro la procura di Palermo: “le norme dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”.


 

 

Preambolo: Il vicesegretario del piddì Letta [il nipote dello zio], “apre” anche a Gianfranco Fini, dopo la memorabile dichiarazione d’amore [torna, ‘sta casa aspetta a te] rivolta a berlusconi sabato scorso ieri la mente fervida del vice di Bersani ha partorito questa nuova e brillantissima idea.
Lo dicevo proprio ieri, io non mi stupisco più di nulla che abbia a che fare coi figli e i nipoti dello statista-skipper del Tavoliere, quello coi baffi, anzi sono molto gratificata dal fatto che Barbara Spinelli nel maestoso articolo di ieri l’altro [ Il ritorno del Padrino ] abbia scritto anche molte delle cose che io penso, dico e scrivo da almeno dieci anni. Solo che se a dirle siamo noi gente comune,  ci chiamano qualunquisti, dietrologi e populisti, se lo fa una giornalista autorevole forse qualcuno ci crede.

E si ricrede.

***

Preambolo 2: la Bindi insiste ancora sull’incostituzionalità del matrimonio gay. Anche permettere a berlusconi di entrare in politica era ed è vietato dalla Costituzione (e, a differenza del matrimonio gay quello è vietato davvero), però pare che in quel caso la Costituzione si sia potuta come dire? interpretare, anzi proprio ignorare. La Costituzione non è il paravento dove nascondere le proprie mancanze, insufficienze, o lo strumento col quale far diventare legge un’opinione personale, o la si rispetta sempre o mai. Qualcuno lo dica alla pasionaria de’ noantri.

Una discriminazione è, o non è.
Per eliminare la discriminazione non ci possono essere compromessi.

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Se anche il TG3 si adegua all’andazzo dei difensori tout court della menzogna e dei suoi portatori insani,  delle omissioni non siamo rovinati ma molto peggio. Raitre ultimamente è caduta ad un livello di bassezza che era difficile anche da immaginare; lo scrissi quando per mandare in onda il concerto per il papa alla Scala durante la sua visita a Milano stravolsero i palinsesti dell’intera prima serata. Quella è roba da Mazza e Minzolini, non dell’unica rete parzialmente ‘libera’ della Rai.
Non basta sopportare un parlamento che non rappresenta in alcun modo i cittadini, bisogna anche subire l’onta di non poter venire a conoscenza di quel che succede ai piani alti del potere, sottostare alla perversione mentale, alla schizofrenia di chi pensa che un luogo istituzionale sia una sorta di camera oscura, una zona franca dove poter far entrare e uscire quello che si vuole all’insaputa di chi quella istituzione rappresenta, dove si possono aiutare ministri bugiardi, consolarli al telefono, rassicurarli, forse, sul fatto che anche stavolta, come decine di altre volte nessuno potrà mai mettere le mani sulla verità. Dove si possono coprire con inspiegabili e odiosi segreti di stato fatti gravi che hanno danneggiato lo stato stesso grazie a personaggi che hanno trasformato l’Italia in un paese a dignità, democrazia e civiltà limitate, spesso del tutto assenti, in un paese dove le guardie vengono trasformate in ladri e viceversa a seconda della convenienza del momento.
La ricerca della verità in Italia diventa eversione, un atto terroristico; per negarla invece ci si nasconde dietro improbabili e inesistenti conflitti mentre l’unico vero conflitto permanente, l’unica guerra che non finisce mai in questo paese è quella fra lo stato e i cittadini, una guerra impari perché lo stato è armato e al momento opportuno può agire senza il consenso di nessuno, noi cittadini no, ci è stato negato ogni strumento per dire che tutto questo – e molto altro – non ci piace, non va bene e non vogliamo sopportarlo più.
Un segreto può essere utile a salvaguardare qualcosa di importante, la verità non è sempre uno strumento finalizzato ad un obiettivo positivo; si può usare al contrario proprio come arma di offesa, quando venire a conoscenza di qualcosa non solo non sposta di una virgola la risoluzione di un problema ma aggiunge umiliazioni, mortificazioni che si potevano e si dovevano evitare.
Io non mi sono mai fidata degli stakanovisti della verità a tutti i costi,  quelli che “è meglio una brutta verità di una bella bugia”, perché qualche volta quella bugia può servire, aiutare qualcuno a vivere meglio mentre una verità produrrebbe solo l’effetto contrario. In questo caso però no, la verità è necessaria a restituire prima di tutto giustizia ma anche  respiro, speranze, aiuterebbe a  credere che qualcosa si può ancora aggiustare, migliorare, e chi la nega non dicendo peraltro neanche bugie “belle” ma solo balle, evidentemente non vuole restituire niente a nessuno; vuole tenere tutto per sé.

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 Scusaci, Emilio
Marco Travaglio, 20 luglio

 Montanelli l’aveva detto 18 anni fa: “Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede”. Il momento è arrivato. Il Tg3 parla di “protagonismo di alcuni magistrati” e “mancato coordinamento fra Procure”, nella migliore tradizione del Tg4 di Fede e del Tg1 di Minzolingua. La Stampa arriva a scrivere: “Essendoci un ricorso alla Consulta, non vi sarà l’udienza in cui si sarebbe dovuto decidere se distruggere le intercettazioni occasionali di Napolitano. E dunque non si correrà il rischio che, essendo presenti anche gli avvocati difensori, le intercettazioni di Napolitano possano diventare di pubblico dominio”. In qualunque paese del mondo, ove mai un presidente si attivasse per favorire un amico in un’indagine, la stampa si scatenerebbe per procurarsi le intercettazioni e informarne i cittadini: qui persino i giornalisti considerano il diritto-dovere di cronaca un “rischio” ed esultano perché le telefonate dello scandalo non si conosceranno mai. Intanto il Corriere avverte che Napolitano non può querelare per diffamazione Di Pietro e il Fatto, però “altri potrebbero avviare un’azione penale a tutela sua e dell’istituzione che incarna”. Non più per diffamazione, perseguibile solo a querela di parte, bensì per un reato procedibile d’ufficio: tipo il vilipendio. Ma sono maturi i tempi per il ripristino del delitto di lesa maestà. Intanto viene abolita la logica. Michele Ainis, sul Corriere, ripete che il conflitto di attribuzioni contro la Procura (caso unico nella storia d’Italia) è solo un’iniziativa tecnica per “colmare i buchi neri del diritto, gli equivoci sulle competenze”, i “vuoti normativi”. Cioè: Napolitano accusa i pm di Palermo di attentato al Capo dello Stato — eversione pura — e questa sarebbe solo una controversia giuridica? Ma scherziamo? Ma si abbia almeno il coraggio di essere conseguenti: se è vero che la Procura ha violato le prerogative del Presidente della Repubblica, non basta certo un conflitto di attribuzioni. Bisogna processare i pm per eversione contro lo Stato. Se, per dire, l’Unità è convinta che abbia ragione Napolitano ad accusare Ingroia & C. di eversione, con che faccia pubblica in prima pagina gli articoli di Ingroia l’eversore? Siccome Ainis si diverte a elencare i “paradossi” dell’interpretazione dei pm di Palermo, eccone un paio della sua, di interpretazione. 1) Se Napolitano vuole che la Consulta colmi i buchi e i vuoti normativi sulle intercettazioni indirette del Presidente, se ne deduce che oggi nessuna legge impone ai pm di distruggerle. Ma, se la norma non esiste, anzi è un buco e un vuoto, non c’è stata alcuna violazione. Anzi, ci sarebbe stata se i pm avessero fatto ciò che chiedono Napolitano, Ainis & C. Ergo, il conflitto di attribuzioni si basa su un buco e su un vuoto. 2) Come ha rivelato Repubblica, nell’aprile 2009 la Procura di Firenze intercettò Napolitano sul telefono di Bertolaso dopo il sisma de L’Aquila. Diversamente dai pm di Palermo, quelli di Firenze e poi di Perugia (dove il processo passò per competenza) han depositato le intercettazioni indirette del Presidente agli atti del dibattimento, a disposizione di tutti gli avvocati, svincolandole dal segreto. Perché Napolitano, informato da tre anni, non ha sollevato conflitto di attribuzioni contro i magistrati di Firenze e Perugia? E perché non lo fa ora che la notizia è di dominio pubblico? Se, come dice, difende il principio — le prerogative della Presidenza e non gli interessi del presidente — dovrebbe fare con Firenze e Perugia quel che ha fatto con Palermo. Se non lo fa, autorizza a pensare che non difende affatto il principio e le prerogative, ma se stesso dalla pubblicazione del contenuto delle sue telefonate con Mancino. Forse perché sono compromettenti, mentre quelle con Bertolaso non lo erano? In questo caso, nel decreto dell’altro giorno, avrebbe detto una bugia. E le bugie non si dicono, specie dagli alti colli. Anche perché hanno le gambe corte.

 

La via di mezzo [fra la diffamazione e la calunnia]

Sottotitolo: Monti non si candida a cariche governative  forse perché (anche lui?!) mira più in alto, al Quirinale? non so, ma a me non piace per niente questa ipotesi, un robot salvabanche non è certamente meglio del vecchio satrapo. Nessuno dei due ha le caratteristiche che dovrebbe avere un presidente della repubblica, dunque di tutti [Giorgio, non dicevo a lei, tranquillo].

 

Scalfari, più amico di Giorgio che della verità

Trattativa Stato-mafia

Ingroia risponde a Scalfari (e lo perdona)

Antonio Ingroia non è solo un magistrato integerrimo, che applica “la legge eguale per tutti”, è anche un gran signore. Domenica sera, durante un dibattito alla “Festa dell’Unità”, ha replicato alle accuse di Scalfari (fondate sul nulla, se dovessimo usare una locuzione molto in auge nel Colle più alto), ma lo ha anche perdonato in nome della sua storia di padre del giornalismo.

di Antonio Ingroia – Micromega

Sono assai stupito che un padre del giornalismo, in genere molto attento a essere dettagliatamente informato su tutti i temi che è solito affrontare, ignori la normativa ed esprima un’opinione così disinformata, accusando la Polizia giudiziaria e la Procura di Palermo di illeciti gravissimi. Noi abbiamo sempre e soltanto applicato la legge con il massimo delle cautele (…)

Oggi purtroppo [Scalfari] commette un infortunio che normalmente non accade a giornalisti di questa levatura, semplicemente non essendosi informato sulle leggi vigenti in Italia oggi, e accusando [la Procura di Palermo] di aver commesso degli illeciti, siamo tra la diffamazione e la calunnia, ma comunque sorvoliamo, perdoniamo a Scalfari per la sua storia questo tipo di reazione per la verità un po’, diciamo così, sopra le righe.

(10 luglio 2012)

Più che perdono a me pare una pietosa compassione, ma ognuno, alla fine, sceglie in che modo finire una carriera. Ingroia è un gran signore, al posto di una denuncia per falso e diffamazione ha preferito quella della “comprensione”.

Il povero  Giuseppe D’Avanzo si starà rigirando nella tomba a vedere com’è ridotto il quotidiano a cui ha dedicato gran parte della sua vita fino all’ultimo giorno.
Il problema è, come scrivevo ieri, che persone più giovani sentano come una specie di dovere morale quello di rispettarne altre in virtù della loro anzianità, storia eccetera, non si infierisce su due quasi novantenni: Napolitano e Scalfari, che però non mollano, anche se  hanno cariche e ruoli importanti,  significativi, di rilievo, godono di ampie ribalte, pulpiti autorevoli dai quali fanno affermazioni pubbliche in grado di disorientare e impedire alla gente di farsi una giusta opinione sui fatti che riguardano il nostro paese.


Al cittadino non far sapere
Marco Travaglio, 11 luglio

Ue’ guaglio’!”. “Scusi, con chi parlo?”. “So’ Nicola, Nicola Mancino: l’amico D’Ambrosio m’ha detto di chiamarti per fare qualcosa contro ‘sti malamente dei piemme di Palermo che si so’ fissati co’ ‘sta pinzillacchera della trattativa”. “Guarda, Mancino, con tutto il bene che ti voglio, hai sbagliato indirizzo. Anzitutto non sono un ‘guagliò’, ma il presidente della Repubblica. E, come capo del Csm, non solo non ho alcun potere di interferire in un’inchiesta in corso, ma ho pure il dovere di difendere l’indipendenza dei magistrati.
Dovresti saperlo bene, visto che del Csm eri il vicepresidente…”. “Ma guagliò, cioè presidè, chisti piemme insistono, dicono che so’ bugiardo, organizzano confronti co’ Martelli…”. “E io che ci posso fare? Se non hai nulla da rimproverarti, vedrai che la tua innocenza alla fine verrà fuori. Noi siamo i primi a doverci fidare della magistratura perché apparteniamo a una categoria privilegiata: sennò con che faccia diciamo a un cittadino qualunque che deve aver fiducia nella Giustizia?”. “Presidè, è ‘na parola, chilli vogliono incriminarmi pe’ falsa testimonianza! Ammè, capito, a Nicola Mancino!”. “Guarda, caro, se hai qualche lagnanza nei confronti di un pm, manda un esposto al procuratore, al gip, al presidente della Corte d’appello, al procuratore generale, al Csm, alle Nazioni Unite, a chi pare a te, ma lasciami fuori. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ricordi? Lo dice la nostra Costituzione, su cui hai giurato un’infinità di volte…”. “Ma presidè, siamo amici, m’hanno rimasto solo, non mi parla cchiù nisciuno…”. “E pazienza, prenditi una badante, gioca a bocce, fai come ti pare, ma non permetterti più di disturbare il Quirinale. E lascia in pace il povero D’Ambrosio che non ce la fa più. Sennò ti denunciamo per stalking ai sensi della legge Carfagna.” Sarebbe bello se, per troncare le polemiche e i sospetti seguiti alla notizia che due sue telefonate sono state intercettate sull’utenza di Mancino, il Capo dello Stato chiedesse ufficialmente alla Procura di non farle distruggere e di trasmettergliele. Per renderle pubbliche e dimostrare agli italiani che davvero le illazioni sul suo conto sono “costruite sul nulla”. Che possiamo fidarci della sua correttezza e imparzialità. E che le condotte border line che gli attribuisce D’Ambrosio al telefono con Mancino sono solo millanterie per levarselo di torno. Insomma che non è vero che Napolitano parlava con Grasso e col Pg della Cassazione per mettere in riga i pm di Palermo con la scusa di “coordinarli” con i colleghi di Firenze e Caltanissetta. Non è vero che Napolitano suggeriva a Mancino di concordare una versione di comodo (cioè falsa: la verità non si concorda) con Martelli che lo contraddice. Anzi, si atteneva scrupolosamente al protocollo di coordinamento varato l’estate scorsa dal Csm (da lui presieduto) con Grasso e le tre Procure. E non lo sfiorava neppure la tentazione di favorire Mancino, avendo come unico obiettivo la ricerca della verità sull’indegna trattativa Stato-mafia. Purtroppo, almeno finora, il capo dello Stato non ha voluto raccogliere il consiglio che, per il bene dell’alta istituzione che rappresenta, gli ha rivolto il Fatto. Anzi, ci risulta che ha mandato avanti l’Avvocatura dello Stato per contestare la mossa assolutamente legittima e doverosa dei magistrati: quella di intercettare tutte le conversazioni di Mancino, comprese le sue. E non gli giova l’incauto prodigarsi di uomini a lui vicini, come Scalfari, che ancora ieri, in una selva di supercàzzole giuridiche, intimava ai pm di Palermo di fare subito ciò che non possono: “Avviare la procedura di distruzione” delle telefonate Mancino-Napolitano. La domanda sorge spontanea: perché tanta fretta? Forse che, nelle due bobine, c’è ben più del “nulla” che lui ha solennemente garantito? Presidente, ci illumini: in quei nastri c’è qualcosa che non sappiamo e soprattutto non dobbiamo sapere?

Ragion di che?

Sottotitolo: L’anzianità non fa sempre virtù,  con la scusa del rispetto per l’età non è possibile che si possa permettere tutto;  in questo paese ci si ostina a dare e a mantenere cariche a persone che, in una vita normale di e da persona normale potrebbero fare al massimo i nonni o i bisnonni e nemmeno a tempo pieno. E allora se qualcuno pensa che sia giusto, possibile continuare a fare il presidente della repubblica o il direttore, sebbene onorario, di un quotidiano a novant’anni, bisogna che prenda atto che sono giuste, fattibili e possibili anche le critiche.

Specie quando sono necessarie e doverose.

Preambolo: «Un consulente della Presidenza della Repubblica ha
cercato di far sì che i processi condotti dalla Procura di
Palermo che riguardano la trattativa venissero fermati o tramite
un’avocazione delle indagini stesse o tramite un accorpamento a
livello delle tre procure che si occupano delle stragi: Palermo,
Caltanissetta e Firenze. Probabilmente, la Procura di Palermo è
quella che preoccupa di più, perché si sta avvicinando di più
al vero motivo della strage di via d’Amelio».
[Salvatore Borsellino – Ansa]

Trattativa, Scalfari attacca i pm di Palermo e chiede provvedimenti disciplinari

Il fondatore de la Repubblica nel suo consueto editoriale della domenica se la prende con il Fatto e denuncia l’illegittimità dell’intercettazione telefonica della telefonata tra Mancino e Napolitano. Ma non n’è nessun abuso: ecco perché:

Trattativa, procuratore di Palermo: “Critiche di Scalfari sono infondate”

Il procuratore di Palermo Messineo commenta l’editoriale del fondatore de La Repubblica in cui venivano lanciate accuse contro la procura del capoluogo siciliano in merito alle intercettazioni che hanno visto chiamato in causa anche Napolitano. “Gravi quanto infondate accuse di avere commesso gravissimi illeciti”.

Una s’aspetta che certe cose le facciano “giornalisti” come feltri,
belpietro, gente a cui in un paese normale non verrebbe permesso
neanche di redigere gli elenchi telefonici.

E nemmeno sarebbero i soli, a
tutta la truppa dei servi berlusconiani che non ce la fanno proprio a rialzare testa e spalle, del resto sono pagati per non farlo,  va aggiunta la pattuglia dei cerchiobAttisti,  pompieri, minimizzatori, quelli che piuttosto di dare una notizia si  farebbero tagliare le palle, e che fanno i giornalisti, loro?
Ma che un personaggio come Scalfari si abbassi al livello di un
berlusconi qualunque per chiedere provvedimenti disciplinari nei
confronti di Magistrati che stanno semplicemente svolgendo il loro lavoro non è solo ridicolo, è proprio pericoloso, perché se nemmeno un anziano signore d’esperienza che ha vissuto e raccontato gli anni più bui di questo paese capisce o sa che ci sono confini che nessuno ha il diritto/dovere di oltrepassare significa che in questo paese tutto è possibile, anche quel che non può e non deve diventarlo mai: tipo che lo stato scenda a patti con la mafia per ovviare a quella che personaggi molto autorevoli chiamano “ragion di stato”.
Nessuno dovrebbe posizionarsi oltre la legge, che in uno stato di diritto è o dovrebbe essere, almeno, uguale per tutti,  quindi anche per Napolitano, e Scalfari non può, per prendere le parti di un vecchio amico, difendere un ex ministro che ha detto il falso in tribunale, e lo ha fatto di fronte ai parenti delle vittime delle stragi mafiose.
Lo stato non è il circolo della bocciofila.

Lei non sa chi ero io – Marco Travaglio, 10 luglio

Ogni giorno che passa, da quando s’è scoperto che il presidente
Napolitano e il consigliere D’Ambrosio si erano messi in testa di
dirigere le indagini sulla trattativa al posto della Procura di
Palermo, si spalanca una nuova frontiera del diritto.

Galli della Loggia s’intenerisce perché Mancino, nelle telefonate al
Colle, era “per nulla tranquillo”, anzi in preda alla “paura di essere
incastrato” dal lupo cattivo: ergo vanno riformati “i meccanismi
dell’Accusa” e “il modo di essere dei suoi rappresentanti” per
restituire a tutti i Mancini un po’ di serenità.

Sempre sul Corriere, il prof. Onida spiega che, siccome 20 anni fa
Conso e Mancino erano ministri, la Procura “deve trasmettere gli atti entro 15 giorni, ‘omessa ogni indagine’, al tribunale dei ministri” per “l’archiviazione o l’autorizzazione a procedere della Camera competente”.

E pazienza se i due sono indagati per aver mentito sotto giuramento nel 2011-2012, da pensionati: come il diamante, anche il ministro è per sempre.

Il famoso principio costituzionale del “lei non sa chi ero io”.

Ora Eugenio Scalfari bacchetta il Fatto per aver invitato Napolitano a render pubbliche le sue telefonate con Mancino intercettate
sull’utenza di quest’ultimo; e accusa la Procura di Palermo di delitti gravissimi, subito segnalati al Pg della Cassazione perché li punisca con “eventuali procedimenti disciplinari”.

Questi: “Quando Mancino chiese al centralino del Quirinale di
metterlo in comunicazione col Presidente, gli intercettatori avrebberodovuto interrompere immediatamente il contatto. Non lo fecero” e fu “un gravissimo illecito… ancor più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi
dichiararono che la conversazione risultava irrilevante ai fini
processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono in cassaforte”.
Una “grave infrazione compiuta dalla procura la quale deve sapere che il Capo dello Stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione. Si tratta di norme elementari della
Costituzione e trovo stupefacente che né i procuratori interessati, né i giudici, né i magistrati preposti al rispetto della legge, né gli
opinionisti esperti in diritto costituzionale abbiano detto una sola
sillaba”.

Purtroppo, almeno finora, le ricerche delle “norme elementari della Costituzione” che impongono all’intercettatore di fermare le macchine appena l’intercettato chiama il Quirinale, si sono rivelate vane.

L’ha spiegato a Scalfari uno stupefatto procuratore Messineo.

Quando il pm chiede e il gip dispone di intercettare un telefono, non sa chi chiamerà o da chi verrà chiamato. E l’“intercettatore” esiste solo nella “Concessione del telefono” di Camilleri: oggi c’è
un’apparecchiatura leggermente più avanzata, che registra in
automatico l’intero traffico su una linea telefonica per tutta la
durata del decreto (un mese e mezzo).
Per legge, nessuno – né l’agente, né il pm – può distruggere alcunché prima che lo dica il gip, a fine indagine, dopo aver messo a disposizione delle parti interessate tutto il materiale, penalmente
rivelante o irrilevante. Questo per evitare che venga distrutta una
telefonata utile al pm o alla difesa.

D’Ambrosio ha già chiesto a Palermo le trascrizioni delle sue
telefonate con Mancino.

E lo stesso può fare, volendo, Napolitano.

Va però riconosciuto che anche il Codice Scalfaritano ha il suo
fascino: si infila un omino piccolo piccolo armato di registratore nel telefono da intercettare e lo si allena a riconoscere la voce del
Presidentissimo, oltreché a vegliare giorno e notte senza mai
addormentarsi; così, appena si appalesa la Vox Dei, zac! L’omino
scatta sull’attenti, sventola il tricolore, intona l’inno di Mameli,
intanto spegne o distrugge l’aggeggio con agile mossa e si strappa le
orecchie per non sentire; se non è abbastanza lesto e gli capita di
auscultare qualcosa, si mangia il nastro e, per non lasciare
testimoni, s’inabissa nel triangolo delle Bermude.