Del web, dei social brutti, cattivi, pericolosi e assassini

Riflessioni di un webete – @zeropregi per Il Manifesto

La verità è che tutti quelli che hanno un pulpito cosiddetto autorevole dal quale esprimersi, per ruolo, qualifica professionale eccetera hanno preso atto da un bel po’ che anche il semplice blogger, utente social come l’autore di questo articolo con un po’ di impegno e voglia di rendersi utile è in grado di comprendere e decifrare il linguaggio della politica, dei media ufficiali e tradurlo in concetti non solo comprensibili ma molto più vicini alla verità di quanto lo siano quelli dei filosofi alla Serra, Gramellini,  degli affamati di censura sempre presenti al talk show che campano di rendita sulla battuta di Eco sui social pieni di imbecilli, rilanciata continuamente da chi non si è mai fatto premura di capirla ed ha la presunzione di pensare di non rientrare nella categoria.  Si potrebbe fare una lista infinita di tutto ciò che andrebbe evitato perché potenzialmente pericoloso. Al primo posto c’è l’uso della parola. Oggi molti parlano di internet nello stesso modo col quale trent’anni fa si parlava di televisione, chi lo fa è gente che grazie a questa ha acquisito notorietà, autorevolezza  perlopiù senz’alcun merito ed ecco perché oggi teme tutto quello che può metterle in discussione. Una volta la parola dei giornalisti era come quella di Dio. Loro scrivevano, parlavano, pontificavano e nessuno si poteva mettere in mezzo: al massimo si  scriveva qualche lettera sdegnata alle redazioni  di giornali e telegiornali senza ricevere mai una risposta.
Oggi invece c’è chi si mette in mezzo, chi riesce a costringere il giornalista alla risposta, alla rettifica, alla smentita o può semplicemente dimostrarne la pochezza. E questo per certuni è insopportabile.

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cyberb16Facciano molta attenzione tutti quelli che si stanno adoperando per agevolare il governo ad approvare la legge ammazzaweb, perché senza internet e senza i social la maggior parte di loro sarebbero confinati nell’oblio che spetta a tutti quelli che non hanno un cazzo da dire, se ce l’hanno è generalmente sbagliato e dannoso ma poi trovano sempre qualche ribalta televisiva che glielo fa dire.

La Gruber che invita ad #ottoemezzo Paolo Crepet, habitué del salotto di vespa dove si fa tutto meno che informazione a parlare di internet, dei social è uno dei sintomi che rivelano chiaramente che il problema non sta mai nello strumento ma sempre nell’uso che se ne fa: proprio come succede per la televisione.
Se si usassero per la tivù gli stessi parametri di giudizio, merito e demerito elencati ogni volta che si parla del web cattivo e di chi avrebbe il diritto o meno di potersi esprimere gli studi televisivi resterebbero inesorabilmente vuoti.
Gli agguati mediatici orditi dai bravi giornalisti e conduttori solo quando bisogna parlare della pericolosità di internet e dei social, gli stessi che inspiegabilmente tacciono su tutte le iniziative positive che è possibile intraprendere grazie ai social e alla rete sono il segno della malafede che esprime chi non ha nessun interesse a parlare per spiegare e aiutare nella comprensione delle cose ma solo quello di ergersi a giudice  per sentenziare su quello che si può o non si può fare.
La Rete e i social vengono descritti sempre come brutti, cattivi,  pericolosi perché pieni di gente brutta, cattiva e pericolosa solo perché danno la parola a tutti.  Questo dà molto fastidio non solo alla politica che sta tentando in tutti i modi di mettere dei limiti non perché le interessi realmente un’educazione all’uso del mezzo ma per la solita e irresistibile voglia di censura, irrita moltissimo tutti quelli che fino ad una manciata di anni fa avevano l’esclusiva del pulpito, potevano dire e scrivere quello che volevano senza il timore di essere smentiti e sputtanati: la Rete e i social hanno tolto ai cosiddetti addetti ai lavori della politica e dell’informazione il monopolio della diffusione del pensiero, non possono più trattare i cittadini da cretini senza conseguenze.
E’ tutto qui il problema.
Miliardi di persone ogni giorno nel mondo si mettono al volante di un’automobile, usano un martello, un coltello senza provocare ogni volta una strage.
Strumentalizzare la vicenda tragica di Tiziana per riportare ancora una volta il dibattito sul web pericoloso è un’operazione abominevole fatta da chi poi non ha nessuna remora ad invitare a parlare in televisione gente come sgarbi e salvini, molto più dannosi di qualsiasi utente social.
Tiziana non l’ha ammazzata il web ma l’irresponsabilità umana.

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Aspettando il “severo provvedimento” di alfano. Che non arriverà

Il 25 aprile andrebbe sospeso fino a data da destinarsi, ripristinato solo quando si riuscirà a ricostruire una democrazia degna di quella Resistenza antifascista che molti ipocritamente commemorano ma poi non le riconoscono nessun valore. 

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Dell’uso sconsiderato del web e della leggenda della zona franca dove tutto è permesso io ne scrivo da molto prima di facebook.  Sono in Rete ormai da una ventina d’anni praticamente tutti i giorni e il modus, l’atteggiamento, il modo di porsi della maggioranza dei suoi frequentatori se possibile è perfino peggiorato dal suo esordio quando almeno ci si poteva giustificare con la curiosità del nuovo strumento di comunicazione.

In Rete non bisogna farsi “belli” raccontando balle ma nemmeno mostrare la parte peggiore di sé, quella che ci si vergognerebbe di esibire nel proprio quotidiano o costruita appositamente a beneficio della propria identità virtuale. 
Non si capisce, invece,  perché questo accada puntualmente, tutti i giorni e ovunque, non solo su facebook  dove almeno la maggior parte dell’utenza ci mette faccia e nome perché obbligata da un regolamento che altrove non c’è ma ovunque dove  in troppi approfittano [ancora!] dell’anonimato per scrivere quello che vogliono. 
Basterebbe considerare il web non un mondo a parte ma una parte del proprio mondo, esattamente come i contesti familiari, amicali, lavorativi, comportarsi nello stesso modo.
Ma evidentemente le frustrazioni, il bisogno di trovarsi il nemico da abbattere quotidianamente a parole perché probabilmente chi agisce così non riesce a liberarsi di quelli reali coi gesti concreti hanno il sopravvento anche sul semplice buon senso che dovrebbe appartenere a persone adulte non solo per data di nascita.

Un idiota è un idiota sempre e ovunque, un deficiente, un deficiente anche se pensa di essere simpatico, un violento fascista resta un violento fascista anche sotto mentite spoglie e in quel caso fa bene a nascondersi.

Non è il posto che fa la gente ma il contrario.  Basterebbe ricordarsi di essere persone serie sempre, ovunque e dimostrarlo. La Rete non è il salotto privato di nessuno, è una casa comune e il rispetto deve diventare obbligatorio e necessario come nella vita di tutti i giorni.  La provocazione tout court, le volgarità anche violente espresse contro le persone alla fine diventano noiose e non dovrebbero piacere a nessuno di quelli che si reputano intelligenti e ben disposti al dialogo e al confronto.  I diritti vanno conquistati, quando dietro l’alibi del diritto alla libera espressione si nascondono altre intenzioni, quando ci si fa scudo del diritto di parola per usare la violenza nel linguaggio, quando si esercita la violenza su chi non può difendersi,  quando  si zittisce l’opinione sana  lasciando spazio all’insulto, agli oltraggi, alle apologie fasciste e razziste con la censura come si fa  nei siti dei quotidiani che si dichiarano liberi  ma poi anche loro agiscono per interesse lasciando spazio alla rissa verbale perché “fa clic” quello non è più un diritto: è un abuso.

Se lo stato per primo premia i metodi fascisti utilizzati dalle forze dell’ordine, non punisce i mandanti ma anzi li premia con promozioni e carriere favolose, agli esecutori dà un’amichevole pacca sulla spalla, non gli toglie nemmeno la divisa, permette senza fare un plissè che un sindacato di polizia dopo aver minacciato e diffamato le famiglie di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi faccia anche l’applauso a quattro assassini, se la politica stessa che nella figura di giovanardi e la santanchè è sempre lì  a dire che le forze dell’ordine svolgono correttamente e onestamente il loro mestiere “nel rispetto dei diritti umani e civili”  come si può pretendere il semplice rispetto delle persone che passa anche per la parola?

Presidente Boldrini,  forse c’è qualcosa di più urgente da fare prima di pensare di tradurre al femminile gli aggettivi che descrivono mestieri e professioni, ci sarebbe da cacciare i fascisti dalle istituzioni e dalla subcultura malata e criminale di questo paese. Questo dovrebbero fare la politica e le istituzioni serie  del paese antifascista.

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Diaz, le ‘mille volte’ di Tortosa: io non mi stupisco – Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano

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L’insostenibile leggerezza dei social network – Guido Scorza – Il Fatto Quotidiano

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Cos’è, niente “je suis Tortosa” stavolta?

Eppure, se vale il principio col quale molti hanno avvelenato la Rete dopo la strage fondamentalista di Charlie Hebdo scrivendo che “tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, anche fosse la più spregevole” dovrebbe valere anche per Tortosa, orgoglioso di indossare la divisa e di difendere a mazzate i “nemici” della democrazia, impersonati da chi dormiva per terra una sera di luglio a Genova.
Così come lo stesso principio deve valere per la Saluzzi che deve sentirsi libera di dare dell’imbecille al campione di Formula uno, deve, dovrebbe valere per gasparri che sempre secondo quel principio ha eccome licenza di poter scrivere pubblicamente ad una ragazzina che siccome è grassa dovrebbe mettersi a dieta e di ipotizzare, interrogando i suoi fan, che le ragazze tornate dalla Siria sono due poco serie che la davano a tutti come fa anche salvini quando scrive le sue scemenze razziste sotto forma di domanda.
Così come io che non mi sono mai sentita né definita nient’altro che me sono libera di scrivere che se De Gennaro, il capo della polizia di allora non fosse stato premiato dallo stato probabilmente i suoi uomini in divisa avrebbero perso un po’ di quella sicumera che li autorizza a tutelare l’ordine con le botte, che in un paese dove i responsabili e i mandanti dei pestaggi e degli omicidi di stato pagano davvero non avremmo assistito all’osceno spettacolo dei rappresentanti di un sindacato di polizia che fanno la standing ovation a quattro assassini mai spogliati della divisa e che il segretario del sindacato non si permetterebbe di dire che una legge civile è frutto del furore ideologico. E il presidente del consiglio non si sarebbe mai permesso di ribadire la sua fiducia a De Gennaro mantenendolo al posto che gli è stato regalato in virtù della sua bravura e competenza.

Benché spregevoli quelle di gasparri e salvini sono opinioni proprio come quella di Tortosa che “rientrerebbe mille e mille volte in quella scuola” nonostante una sentenza della Cassazione che tre anni fa stabilì che i fatti accaduti alla Diaz hanno gettato discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero, un’altra più importante di qualche giorno fa della Corte dei diritti umani europea che ha messo nero su bianco quello che sapevamo tutti ovvero che lo stato a Genova per mezzo del suo braccio armato fascista non si limitò a far rispettare l’ordine pubblico e tutelare la sicurezza dei cittadini ma esercitò violenze, tortura, ebbe comportamenti criminali e in quella occasione come tante, troppe altre fu lo stato il nemico della democrazia, non la gente che dormiva per terra in una scuola e che era andata a dire che non le piaceva questo paese, il mondo così com’era, come è ancora visto che da allora sono perfino peggiorati entrambi.

Dai che prima o poi ci arriviamo tutti alla semplice considerazione che no, non esiste quel diritto di poter dire quello che si pensa sempre, soprattutto se chi pensa di poter esercitare quel diritto è gente che per ruolo e mestiere rappresenta lo stato, quello democratico e dovrebbe dare l’esempio, non mettersi sotto il livello di ciò che dovrebbe contrastare.
Prima o poi capiremo tutti quanti che libertà e diritti non hanno niente a che fare con l’espressione della violenza, fosse anche solo scritta e detta a voce.

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Quando la mela è “sana” come minimo è omertosa, c’è una puntata di Presa diretta sui morti di stato che andrebbe trasmessa nella scuole già dalle medie inferiori.
Perché in questo paese la polizia che picchia è stata sempre autorizzata dai governi di tutti i colori, quando a Napoli durante il vertice Osce ci fu il preludio di quello che sarebbe accaduto quattro mesi dopo a Genova, quando i manifestanti furono portati nella caserma Raniero per essere pestati lontano da occhi indiscreti a palazzo Chigi c’era D’Alema: l’indignato de’ sinistra.
Quindi è inutile nascondersi dietro i propri paraventi dicendo che certe cose possono succedere solo coi governi di destra, ci sono metodi condivisi da tutta la politica che ha sempre autorizzato l’uso violento della forza anche quando non c’è nessun pericolo per la sicurezza nazionale come fu proprio a Genova dove la polizia si comportò come il peggiore dei vigliacchi e infami che colpisce alle spalle.
Ora la politica – nemmeno tutta – arriccia il naso perché dopo i processi farsa, le finte condanne e le promozioni vere, la sentenza della Cassazione che ha raccontato di una polizia che ha svergognato l’Italia agli occhi del mondo è arrivata l’ultima davanti alla quale non ci si può più nascondere, ma l’Italia delle istituzioni non si è indignata nello stesso modo quando a subire la tortura di stato sono stati cittadini singoli, fermati o trattenuti come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini morti di botte e di sistemi coercitivi fuori dalle regole e da qualsiasi diritto, pestati a sangue perché si sentivano male come Federico Aldrovandi e come tutti coloro che nelle questure di tutta Italia da Bolzano a Palermo ricevono il benvenuto dai funzionari di stato in divisa a forza di botte, e quelli che non picchiano ma tacciono e non denunciano i colleghi criminali sono colpevoli esattamente come loro se non peggio.

 

Non è il posto che fa la gente, è sempre stato il contrario

In fin dei conti i social ricreano in chiave moderna quella che era l’arena di un tempo, il luogo in cui si decideva l’innocenza e la colpevolezza delle persone per mezzo di un gesto molto simile al like di facebook.
Io trovo perfettamente inutile spostare il problema come sempre sullo strumento web, è pieno di casi antecedenti ad internet che si possono paragonare a quello che avviene qui.
Serial killer, assassini di genitori e fratelli che ricevono lettere da ammiratori e ammiratrici, Charles Manson ora ottantenne, più di mezza vita passata in un carcere, satanista, regista e attore fra gli altri dell’omicidio di una donna incinta convolerà a giuste nozze con una ventiseienne che lo ritiene innocente, una vittima.
Pietro Maso, che tolse di mezzo i genitori ha un vero e proprio fan club come pure Angelo Izzo, uno dei responsabili della strage del Circeo, anche lui felicemente coniugato in galera dopo aver commesso altri due omicidi nel paese che un’altra possibilità l’ha sempre data a tutti meno a chi la merita.
L’infermiera di Lugo di Romagna accusata di aver ucciso 38 pazienti riceve regolarmente lettere da ammiratori e ammiratrici in carcere.
Raffaele Sollecito e Amanda Knox hanno ricevuto proposte di matrimonio quando erano in carcere.
Quindi non c’è da interrogarsi sul perché uno che ammazza la sua ex moglie, la madre di sua figlia riceva consensi tramite il web per il gesto criminale, c’è da chiedersi piuttosto come mai ci sia tanta gente incapace di condannare la violenza, di trovare anzi una giustificazione all’atto criminale di sopprimere una o più vite.
Ho letto ieri coi miei occhi in una bacheca di un’ amica un uomo che, relativamente ai problemi di coppia ha scritto: “ci sono situazioni in cui un vaffanculo non basta”. Quindi significa che si legittima il passo successivo, se il vaffanculo non basta ci vuole lo schiaffone, e se non basta nemmeno quello che si fa?
Quante volte di fronte alla violenza, allo stupro ci troviamo di fronte al fatidico “bèh, un po’ se l’è cercata”, perché magari la vittima si veste in un certo modo, ha un fare disinvolto, oppure esce la sera, il che per certi cervelli bacati implica automaticamente dover rischiare la propria incolumità o, peggio ancora, si considerano atteggiamenti che meritano la punizione.
E quando come prima reazione non c’è la condanna ferma e senza ma alla violenza ma si preferisce girare intorno al dramma cercando una motivazione significa che non è la Rete che facilita l’espressione volgare, becera, razzista, violenta ma che tutte queste cose sono dentro chi le manifesta poi col commento e l’apprezzamento. Significa che non dobbiamo considerare nemico il social ma, come sempre, chi lo fa.
Quella stessa gente che poi ci ritroviamo ovunque nella nostra vita quotidiana, non nasce e muore qui dentro.

Quello che è accaduto ieri è solo la conseguenza della fallimentare teoria del “lasciamoli parlare così la gente capisce con chi ha a che fare” da cui si trae ispirazione quando s’invitano nelle pubbliche ribalte persone di cui si conosce esattamente il pensiero. Quando si chiede a giovanardi il parere sugli omosessuali e gli ammazzati di stato o alla santanché sull’Islam. O a salvini sull’immigrazione. Questa perversione di continuare a far esprimere, col solo scopo di aizzare le folle e alzare lo share da radio, tv, social media gente che veicola il pensiero discriminatorio, razzista, violento e che poi viene ripreso e rilanciato da migliaia di imbecilli, le folle, che sanno di poterlo fare perché dopo non succede niente.  I fomentatori della violenza sono i programmi come Piazza Pulita dove si trattano temi delicati e verso i quali servirebbe un grande equilibrio ma che invece si fanno commentare a chi soffia sul fuoco dell’intolleranza violenta. Se un demerito il web ce l’ha consiste nella libertà che offre a tutti di potersi esprimere in tutti i modi,  la possibilità che invece andrebbe un po’ meritata di rendere pubblico quello che un tempo si condivideva in un contesto ristretto, la famiglia, gli amici. La chiacchiera da bar estesa al dibattito, trasformata poi in argomento del quale si parlerà sine die. Cose di una banalità disarmante, tipo di post di Selvaggia Lucarelli che trovano migliaia di adesioni, condivisioni pur non aggiungendo una virgola alla cultura, all’informazione. La Rete una responsabilità ce l’ha in quanto tutti hanno libero accesso alla diffusione dei propri pensieri il più delle volte senza il passaggio essenziale nel filtro della riflessione proprio perché a costo e rischio zero, una volta questo era un’esclusiva di scrittori, giornalisti, gente comunque con un grado di cultura elevato, oggi no. Tutti opinion makers della qualunque. Tutta gente poi che pretende che ogni sua scemenza si possa inserire nella cosiddetta libertà di espressione/opinione sul cui altare viene spesso sacrificata invece la semplice decenza: istigare alle violenze è un reato, non è un’opinione.
Così come non sono opinioni le apologie di razzismo e fascismo.
Quando si capirà questa semplicissima cosa sarà un gran bel giorno.

Ieri si è riproposto lo stesso teatrino del servizio di Chi sulla Madia che mangiava un gelato, un episodio da confinare nell’indifferenza totale che invece è stato oggetto di giorni e giorni di dibattiti,  naturalmente “serissimi”  di tutti quelli che per denunciare uno squallore l’hanno rilanciato migliaia di volte. Un po’ come combattere le volgarità col turpiloquio.

Questo paese è pieno di deficienti, di gente che ha scelto di vivere nella sua ignoranza in cui coinvolge poi tutti gli altri, quelli che s’impegnano a capire,   anche per mezzo delle sue scelte elettorali;  chi ha  cliccato il like all’assassino poi va a votare come anche chi si augura la riapertura dei campi di sterminio per i Rom, l’Italia è profondamente diseducativa per i figli che stanno crescendo adesso.
Non sono solo i crimini il pericolo, la politica disonesta, ma è tutta quella gente che non sa articolare uno straccio di pensiero che sia pulito, anche semplice, non necessariamente di uno spessore culturale elevato ma almeno privo della malvagità ignorante che ogni giorno siamo costretti a leggere qui dentro.
Perché questa non è la Rete, è la vita quotidiana di tutti noi che gente così inquina e avvelena con la sua ignoranza criminale. I complimenti all’assassino sono solo l’ultima conferma di una deriva culturale e sociale difficilmente recuperabile.

IL FEMMINICIDIO SU FACEBOOK E LA DERIVA DEL “MI PIACE” – Gabriele Romagnoli 

Come la caduta di un albero nella foresta aveva necessità di una ripresa televisiva per essere reale, così un femminicidio ha bisogno di un contorno social per fare (ancora) notizia? I like all’annuncio del delitto da parte dell’ennesimo ex marito incapace di rassegnarsi sono altrettante e ulteriori coltellate o soltanto quel nulla in più che però rende il tutto nuovamente scabroso e inaccettabile?

L’assassino, Cosimo Pagnani, anni 32, della provincia di Salerno, non risponde né a queste né ad altre domande. Arrestato, tace. Ferito, non a morte. Da se stesso, in tutti i possibili sensi. La sua è una storia che si ripete, con un’appendice neppure troppo sorprendente. Gli elementi di realtà sono scarni e consueti: un uomo e una donna si incontrano, si amano e si sposano, hanno una figlia, la passione finisce, a uno dei due quel che resta non basta, si separano, lui non lo accetta (accade anche il contrario, ma le Medea sono una contro dieci), quando lei trova un altro il risentimento esplode, dalle recriminazioni si passa alle minacce, dalle urla ai colpi di qualche arma. A rendere particolare la vicenda è il suo svolgersi, parallelamente, nel mondo di Facebook: è lì che tutto si deposita, lascia tracce, monta. Lì adesso inquirenti e media ricostruiscono personalità dell’omicida, escalation della battaglia tra lui e l’ex moglie, modalità del delitto. E rinvengono, a margine, utili a futura memoria, tracce di diffusa imbecillità.

Per spiegare chi sia quest’uomo vengono messi in fila i suoi selfie. Appare in tenuta da caccia e in costume tirolese, ma non è chiaro in quale delle due immagini volesse realizzare una parodia. Lo pervade quella disperazione che abbassa la soglia del pudore, spingendolo a mostrarsi fiero di un nuovo piercing, sullo sfondo delle piastrelle da doccia, testimone un bagnoschiuma, o in tenuta da superatleta, senza il fisico corrispondente, nel tinello. Esibisce ingenuamente le proprie passioni: il fucile appoggiato a un sasso, il paesello visto dalla collina, il furgone con cui lavora.

Con personaggi così in America ci fanno sit com di successo. Ma Cosimo Pagnani ha perduto ironia e amabilità perché ha perduto un ingrediente indispensabile: la famiglia. Ha sostituito i sentimenti ordinari con dosi straordinarie di affetto (per la figlia) e di rancore (per l’ex moglie). È sempre dai suoi post su Facebook che emergono la devozione per la bambina, “principessa”, e l’odio per la donna, che gliel’ha “rubata”. Per comunicare tra di loro i due non usano né telefono né av- vocati, come avviene in questi casi, ai diversi livelli di ostilità. Di nuovo, tutto avviene su Facebook che si trasforma nel loro teatro. Gli amici comuni sono gli spettatori, hanno accesso ai loro dialoghi, li commentano, applaudono chi l’uno chi l’altro. È lei a dettare tempi e modalità di questa recita e rifiutare ogni altra forma di contatto. C’è chi ammira la sua risolutezza, chi solidarizza con l’amarezza di lui, che si sente defraudato ma ritrova la forza di sperare e giura che tornerà “felice da morire”. Non è questo il messaggio più sinistro, il peggio deve arrivare. Se lui fosse rimasto in Germania dove ha trovato lavoro, se i loro scambi fossero rimasti su Internet non sarebbe successo nulla di irreparabile. Con tutta la sociologia demonizzante la Rete può rendere ridicoli e volgari, ma non uccide. Per quello occorre ancora la vecchia, mai obsoleta, realtà. La rappresentazione però esige un finale nello stesso teatro in cui si è svolta e quindi Cosimo Pagnani, sanguinante, manda dal cellulare un ultimo post annunciando il delitto con un estremo insulto alla vittima. Per come tutto è accaduto è una chiusa che gli sembra, e quasi è, necessaria.

Dopodiché parte la reazione del pubblico, per lo più positiva. Il profilo viene rimosso quando ci si accorge che i like sono oltre 300. Qualcuno pensa che siano giudizi inavvertiti, ma un altro frequentatore della rete controlla: solo 32 sono precedenti alla notizia dell’omicidio, gli altri 265 vengono apposti quando la fine è nota. Parlare per questo di social murder sarebbe una sciocchezza: Facebook è uno strumento come lo è un coltello, utilizzabile da un raffinato chef o da un matto. La caratteristica del giudizio emesso in Rete è l’assenza di mediazione, una specie di intercettazione senza filtro, nemmeno della voce al telefono, peggio: del pensiero nella testa.

Schiacciare like è un gesto da scimmia in laboratorio, si reagisce con un istinto primitivo e, quindi, più bestiale che umano. La cosa veramente esecrabile è che dopo, con tutto il tempo per riflettere e agire di conseguenza, decine di siti abbiano pubblicato il post dell’assassino così com’era, insulto postumo incluso. E giudizi morali a seguire.

Gli sfatti quotidiani

Il Fatto Quotidiano va difeso quando dà davvero le notizie che gli altri giornali non danno. Quando i servi e servetti di regime lo accusano di essere un giornale di manettari forcaioli solo perché difende quello stravagante concetto scritto perfino nella Costituzione che la legge deve essere uguale per tutti.

Ma diventa indifendibile quando espone delle notizie con lo scopo di esporre al ludibrio, alle offese i protagonisti delle vicende che racconta, quando certe notizie vengono date in modo tale da scatenare le peggiori reazioni di pancia dei commentatori. Tre esempi su tutti, notizie di queste ore: il  giro di prostituzione minorile in cui è coinvolto anche il marito della mussolini,  l’omicidio della donna compiuto dal marito davanti ai figli e in ultimo l’allontanamento di un bambino di quattro anni dall’asilo perché ritenuto troppo violento. Basta entrare nel sito e leggere i commenti per capire che la finalità di chi gestisce le pagine di uno dei quotidiani on line  più letti, che fa tendenza perché ha la possibilità di orientare le opinioni non è esattamente quella di offrire uno spazio pubblico di confronto. Altrimenti non si darebbe nessuno spazio a chi si permette di scrivere che sì, va bene lo sfruttamento ma insomma in fin dei conti le ragazzine sapevano quello che facevano [a 14, 15 anni] e che male c’è se qualcuno [di 58 anni] ne ha approfittato. Oppure che un marito che ammazza sua moglie a martellate avrà avuto delle ottime ragioni per farlo e, se un bambino di quattro anni  dà fastidio ai compagni e viene escluso dall’asilo è perché i suoi genitori non lo educano a forza di botte.  Nel sito del Fatto è concentrata la feccia più odiosa, disgustosa dei commentatori della Rete, che può agire in forza dell’incapacità di una redazione che disattende le stesse regole che poi impone e fa subire a quella parte di utenza che l’educazione non va ad impararsela in giro per la Rete ma se la porta già da casa. E più gli argomenti sono delicati più si lasciano passare i concetti più violenti.

Giorni fa il vicedirettore Travaglio, risentito dei commenti negativi rivolti a Beatrice Borromeo che sta scrivendo un’inchiesta a puntate che inchiesta non è circa il sesso fra gli adolescenti ha pubblicato un post intriso di violenza verbale e contumelie rivolte ad un blogger che aveva scritto un controcanto di critica, discutibile ma esposto in uno spazio suo che non ha nessuna velleità informativa, lo ha minacciato di denuncia scrivendo che Il Fatto “ricaccerà la merda in gola” a chi si è permesso di contestare un articolo e chi lo ha scritto. Dunque il vicedirettore si prende la briga di difendere una collaboratrice del giornale manco fosse una ragazzina incapace di farlo da sola e lo fa utilizzando egli stesso un linguaggio violento. Forse è per questo che nel Fatto non trovano niente di strano se centinaia di persone ogni giorno esprimono il peggio in termini di razzismo, omofobia, apologie e istigazioni alla violenza?  Io Il Fatto Quotidiano lo compro dalla sua prima uscita, so benissimo che la versione cartacea con quella on line c’entra poco, Travaglio lo leggo da vent’anni,  seguo lui, Padellaro e Colombo da quando scrivevano su l’Unità da cui sono stati cacciati tutti e tre, ma la linea editoriale adottata nella versione web non mi piace, non risponde affatto a quella informazione che un giornale che si vanta di essere contro le censure, di dire “quello che gli altri non dicono” dice di portare avanti. Penso che chi si esprime in pubblico, che sia un vicedirettore di giornale, un articolista o una semplice blogger, utente dei social network e commentatrice nei siti on line dei quotidiani  come me abbiano delle responsabilità, una su tutte quella di non veicolare pensieri violenti in un periodo nel quale la violenza, di ogni ordine e grado pare sia diventata una virtù.

Se sei sano di mente, condividi

Dicono tutti che la Rete sia una cosa moderna e che permette di fare cose moderne, anche importanti come far circolare notizie in tempo reale, condividerle, discuterne come si farebbe nel salotto delle proprie case con persone di cui ci si fida e ogni tanto con qualche viandante di passaggio.

Alla luce di fatti recenti e meno recenti non so quanto questo sia utile davvero, ci sono cose che se restassero confinate in quella nicchia degli argomenti senza importanza e che non meritano di essere portati alla ribalta con una rilevanza eccessiva sarebbe meglio: tanto c’è sempre la cosiddetta informazione ufficiale, quella parlata e quella stampata che si premura di farlo.  Il dibattito infinito sugli insulti a Laura Boldrini ha risolto un bel po’ di palinsesti e riempito a sufficienza pagine di giornali, quel tanto che è bastato e che basta per evitare di discutere di quel che non fa la politica, di quello che fa male la politica, magari al posto di scrivere e  parlare e far parlare e scrivere [tanto, troppo] di quello che “noi” facciamo alla politica.

Una cosa però è certa: se il mezzo è potente, ultraveloce e all’avanguardia c’è una folta schiera di piloti/autisti/conduttori che, dire di loro che sono conservatori, retrivi, sospettosi, mentalmente confusi, sofferenti di amnesie è fargli un complimento. La Rete è il luogo delle conferme continue, non basta essersi fatti una discreta reputazione, quella di una persona vivace ma tutto sommato equilibrata e che poggia le sue convinzioni su principi sani e che dovrebbero essere universalmente riconosciuti, no: bisogna confermare ogni giorno, definirsi, presentare il proprio curriculum. Dire ogni volta di essere contro tutto il brutto, il male, il pessimo, il volgare e dirsi favorevole e ben disposta a tutto il contrario. Un po’ come quelli che su facebook e twitter fanno circolare quelle foto e vignette ritoccate al photoshop per scriverci su di essere contro le guerre, lo stupro, la pedofilia, il massacro delle foche e l’avvelenamento dell’ambiente. Cose di una ovvietà disarmante ma qualcuno pensa sia utile chiedere conferme continue alla gente se sono contro, come se fosse normale il contrario.

Io non penso di essere una persona, una cittadina, una donna, un’utente web che ha necessità di doversi confermare, di dover ribadire il suo pensiero a proposito della qualunque: ho chiaramente le mie idee e credo fermamente in delle cose che ho imparato a fare mie, a trasformarle in piccole certezze in virtù del mio personale vissuto ma sulle cose importanti so sempre da che parte stare. E so anche rivedere le mie posizioni, quando qualcuno me ne fa scoprire qualcuna più comoda e più giusta, l’ho fatto milioni di volte. So distinguere il bene dal male e so benissimo chi oggi è portatore del male, so che i fascismi, i razzismi, tutte le forme di discriminazione sono pericolose perché dividono le persone del mondo in buoni, cattivi, meritevoli di diritti o di essere dimenticate e questo non va bene, non è mai giusto. E so anche che è su queste divisioni che  la politica di tutti i tempi ha fatto la sua fortuna e aumentato il suo potere.

E non avrei mai pensato che la discussione su Laura Boldrini mi avrebbe costretta a RIconfermare, a RIbadire, a RIpetere, a RIpresentarmi, specialmente in considerazione del fatto che molte delle persone con cui discuto su facebook mi conoscono e le conosco da anni. Non avrei mai pensato ad esempio di ritrovarmi stanotte nella posta di facebook un messaggio privato di una persona, che ho perfino visto, io che non sono un’abituée della frequentazione personale con le persone che sono qui dentro la Rete visto e considerato il tempo che dedico alla mia attività “virtuale”.

Una persona a cui ho sorriso e stretto la mano, con la quale ho condiviso anche momenti privati e importanti della mia vita che stanotte intorno all’una mi ha detto che le nostre strade si dovevano separare perché io non ho fatto una valutazione esatta su chi è la vittima e chi è il colpevole a proposito della vicenda di Laura Boldrini. Tutto questo dopo una giornata infernale di pioggia che mi ha costretta in casa e durante la quale, proprio contro ogni tipo di violenze, di insulti, anche quelli sessisti che sono stati rivolti a Laura Boldrini avevo scritto qualsiasi cosa fra cui un post lunghissimo qui sotto, come del resto ho fatto e faccio sempre a proposito di ogni violenza, anche quella verbale essendo stata per molto tempo anch’io qui in Rete una vittima di molestie.

E allora penso che sia tutto inutile, che non serva poi  molto mettersi tutti i giorni qui, davanti a questo schermo, farlo con passione, con altruismo sincero, quello di chi non ha nulla da guadagnare a scrivere delle cose ma anzi, lo avrebbe se ne scrivesse altre, quelle che scrivono tutti. Che non abbia alcun senso  cercare uno stile proprio per affrontare gli argomenti di cui parlano tutti, anche quelli che ne parlano male.  Penso che sia inutile provare a guardare alle cose da una diversa angolazione e non da quella comune che ci suggeriscono gli organi ufficiali dell’informazione che  devono farci guardare altrove da dove agisce il potere, affinché quel potere abbia più libertà di venderci un tanto al chilo in funzione della stabilità, della crisi, perché ce lo chiede l’Europa e se non lo facciamo, se non glielo permettiamo, cade il governo.

Aridatece la mazzetta [ma la violenza arriva dal web]

E pensare che bondi quando era ministro della cultura si rifiutò di andare al festival di Cannes dove si proiettava Draquila, il film di Sabina Guzzanti sul terremoto a L’Aquila, perché disse che quel film offendeva l’Italia. Mentre e invece chi la offendeva era proprio lui, era il governo di cui faceva parte, era il presidente del consiglio delinquente già allora, erano le amministrazioni cosiddette di sinistra che in questo paese hanno rubato e mangiato quanto e come le altre, era già, e lo sapevamo un po’ meno di ora, anche un presidente della repubblica che quando dovrebbe parlare invece sta zitto. Ma meno male che adesso ci stanno quelle come la de girolamo e la Cancellieri, quelli come alfano, e ancora, è sempre lo stesso, un presidente della repubblica che tace quando invece dovrebbe parlare, a far fare una bella figura all’Italia. 

Il ladrocinio, la delinquenza e la criminalità esistono da quando esiste l’umanità e solo in assenza di questa potranno smettere di essere. Mai però era esistito nella storia dell’umanità questo concetto di impunità relativa alla politica quando è disonesta, a questa gestione malsana del paese e dello stato come quello che viene applicato nei fatti in Italia. Ancora ieri berlusconi, condannato a quattro anni per frode fiscale parlava di un suo futuro politico, da leader, nel paese che ha depredato non solo economicamente. E ancora oggi, dopo cinque mesi e undici giorni la sentenza che condanna berlusconi non viene applicata. In un paese demolito dalle ruberie e dalla corruzione i condannati detenuti per questo reato sono appena 30 [trenta], ma meno male che la ministra Cancellieri sta pensando ad istituire l’omicidio stradale: a quello statale no, non ci pensa la ministra.

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Altro che web violento, gli auguri di morte arrivano dal cellulare del Ministro

NUNZIA E LA POLITICA DEL TURPILOQUIO (Francesco Merlo)

DE GIROLAMO, L’APPALTO DEL 118 E I FONDI PER IL CONGRESSO PDL (Vincenzo Iurillo e Marco Lillo)

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“Che culo il terremoto, ora gli appalti” 

Il terremoto è un “colpo di culo”. C’è qualcosa di peggio delle risate dell’imprenditore Francesco Piscicelli, che rideva mentre ancora le terra tremava, il 6 aprile 2009. Ecco l’intercettazione dell’ex assessore comunale Ermanno Lisi, entrato in giunta in quota Udeur (articolo di Antonio Massari).

Intanto il sindaco Massimo Cialente ha confermato le sue dimissioni: “Pago io per tutti, ma è giusto così” 

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L’Aquila, come lupi famelici

Una volta c’era la bustarella, poi venne la tangente. Oggi sembrano peccatucci di fronte all’orgia di una casta criminale e arrogante che sta vampirizzando un paese allo stremo. E quando i proventi delle rapine non bastano più, costoro sperano nei terremoti e se i morti sono tanti, meglio ancora. Che culo!

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Il capitale subumano, Marco Travaglio, 12 gennaio

Quando le intercettazioni dell’inchiesta sulla cricca della Protezione (In)civile immortalarono i due (im)prenditori che se la ridevano di gusto per il terremoto dell’Aquila appena tre giorni dopo la scossa fatale che aveva ucciso 309 persone, si pensò a un caso estremo, eccezionale, irripetibile di disumanità. Ora, dalle telefonate di 18 mesi dopo pubblicate dal Fatto e tratte da un’indagine frettolosamente archiviata dalla vecchia Procura dell’Aquila e riaperta da quella nuova, si comprende che quelle non erano le solite mele marce in un cestino di mele sane: è l’intero cestino che è marcio. L’assessore aquilano di centrosinistra Ermanno Lisi che, di fronte alla sua città in macerie, definisce il terremoto che l’ha distrutta una “botta di culo” per “le possibilità miliardarie” di “tutte ‘ste opere che ci stanno” e che “farsele scappa’ mo’ è da fessi, è l’ultima battuta della vita… o te fai li soldi mo’… o hai finito”, non è un fungo velenoso spuntato dal nulla. É la punta più avanzata di un sistema che chiamare corruzione è un pietoso eufemismo. Questi non sono corrotti. Questi sono subumani, vampiri, organismi geneticamente modificati che mutano continuamente natura verso la più bruta bestialità grazie all’omertà e all’inerzia di chi dovrebbe controllarli, fermarli, cacciarli. Non stiamo parlando di reati (per quelli c’è la giustizia, che con l’arrivo del procuratore Fausto Cardella è in buone mani anche all’Aquila). Ma di un’antropologia mostruosa che nessuno può dire di non aver notato. Che pena il sindaco Cialente, quello che garantiva vigilanza costante sugli appalti e sfilava con la fascia tricolore alla testa dei terremotati puntando il dito contro i governi che lesinavano aiuti, e non riusciva neppure a liberarsi di politici, professionisti e faccendieri come il capo dell’ufficio Viabilità del suo Comune che affidava lavori alla ditta del suocero. Il caso vuole che queste intercettazioni escano in contemporanea con il film di Paolo Virzì Capitale umano e con le demenziali polemiche per il presunto, ridicolo “vilipendio di Brianza”. Il film, straordinario grazie anche allo strepitoso cast, è ispirato al romanzo di Stephen Amidon e, anziché in Connecticut, è ambientato a Ornate. Ma l’ultima cosa che fa venire in mente a una persona normale (dunque non a certi leghisti e giornalisti di Libero , del Foglio e del Giornale) è la Brianza. É una storia universale – ben scritta da Francesco Bruni e Francesco Piccolo – di capitalismo finanziario selvaggio che, ai livelli più alti come in quelli più bassi, pensa di poter fare soldi con i soldi e intanto annienta sentimenti, amicizie, affetti, famiglie, cultura, vite umane. Vite che, quando si spengono, vengono misurate anch’esse in denaro, col registratore di cassa, dunque non valgono più nulla. “Abbiamo scommesso sulla rovina del nostro paese e abbiamo vinto”, dice trionfante il protagonista, Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), mentre il suo alter ego straccione, Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), si vende la figlia per riprendersi i 900mila euro perduti in una speculazione andata a male. Gli unici scampoli di umanità li preservano le donne, interpretate magistralmente dalle due Valerie, Golino e Bruni Tedeschi, e dall’esordiente Matilde Gioli. Il merito principale del film è di illuminare le radici del fallimento di un paese ormai inutile, addirittura dannoso. Quello che si illudeva di chiudere il berlusconismo come fosse una parentesi e non lo specchio, la biografia di una certa Italia che Berlusconi ha soltanto sdoganato e resa orgogliosa della sua mostruosità, ma che gli preesisteva e gli sopravviverà: nelle classi dirigenti di destra di centro di sinistra, ma anche in vaste aree della “società civile”. Ogni squalo che fa soldi sulla pelle della gente, per ogni pirata che ruba sugli appalti, per ogni vampiro che succhia il sangue ai morti del terremoto si regge sul silenzio complice di decine, centinaia di persone. Che, fatta la somma, sono milioni. Troppe per sperare in un cambiamento imminente. Ma non troppe per rinunciare a prepararlo subito.

Quando non basta nemmeno la vergogna

Mauro Biani

L’Italia non è un paese che fa schifo solo per colpa della politica ma lo è soprattutto perché abitata da un sacco di gente che non ha le idee ben chiare su tante cose, soprattutto su quel che significa la parola diritto. 

Gente che pensa che rientri nella sfera del diritto anche dire ogni scempiaggine che passa nei cervelli a brandelli di chi non riconosce più certe differenze che sono invece fondamentali per sviluppare un pensiero civile. Non esiste nessun diritto all’insulto né quello che permette di augurare a qualcuno di morire. 

Sono almeno quindici anni che scrivo delle malefatte di berlusconi e non sono stata tenera con lui, ma mai, mai e poi mai l’ho fatto augurandogli un problema di salute o la morte. Perché ci sono talmente tanti argomenti da usare contro berlusconi che vengono le vertigini solo a metterli tutti in fila. E semmai avessi pensato delle cose non ho avuto la presunzione di credere che fosse un mio diritto quello di renderle pubbliche, non per ipocrisia ma per educazione. 

Ho criticato duramente anche Bersani e il suo partito, ma c’è un momento in cui la contrapposizione politica andrebbe messa da parte, in cui non bisognerebbe approfittare per infierire. 

Un momento in cui certe differenze fanno la differenza.  Bersani e berlusconi non sono uguali, non hanno le stesse responsabilità circa il decadimento di questo paese. Anzi, forse Bersani è il politico che ha meno responsabilità anche all’interno del suo partito,  forse ha lasciato che le cose andassero in un certo modo per evitare di mettere la sua faccia, di  collaborare allo scempio voluto e ordinato dall’Europa e forse è stato proprio questo che lo ha fatto ammalare. Bersani è un uomo perbene, troppo per questa politica.

Che Guevara diceva che ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato ad un altro uomo. Pertini che il nemico va combattuto quando è in piedi, non quando giace a terra. Gramsci odiava gli indifferenti. 

E forse fra quelli che in queste ore hanno augurato a Bersani di morire, quelli che esultano delle disgrazie altrui come se in questo modo risolvessero le proprie e quelli che non hanno pensato fosse utile mettersi di traverso di fronte all’oltraggio verso una persona indebolita dalla malattia ci sono persone a cui piace citare, fare loro le parole di questi Giganti della Storia. Il consiglio che mi sento di dare a queste persone è di scegliersi altri punti di riferimento, perché questi non fanno pendant con gente così.

Tra il silenzio indifferente, la malvagità e la disumanità ci sarebbe la via di mezzo della decenza.

In questo paese vive gente che io avrei paura di conoscere e frequentare, se sapessi che quando sta davanti a un computer si esprime con la violenza delle cose che ho letto.

Poi quando la politica vuole allungare le mani sulla Rete per zittire i violenti [e con loro anche chi violento non è], quando certi politici si mettono in cattedra e inorridiscono riguardo quello che si scrive nei social network è inutile lamentarsi della censura. 

Perché l’unico modo per evitare di far chiacchierare i politici e i soliti opinionisti alla Michele Serra che per loro magari internet chiudesse subito sarebbe quello di smetterla di usare il web come una latrina a cielo aperto. Nella questione relativa al malore di Bersani e agli insulti che gli sono stati rivolti in Rete lo schifo è da distribuire equamente fra quelli che hanno espresso parole irricevibili sulla persona in difficoltà ma anche quelli che hanno approfittato per strumentalizzare, per far credere che l’oltraggio arrivasse solo da una parte. Io ho letto insulti ovunque, sul Fatto Quotidiano ma anche su l’Unità e su Repubblica, siti non frequentati abitualmente dai 5stelle. E nel conto vanno messi anche quegli idioti che qualcuno sguinzaglia nel web appositamente per creare casini di cui poi si parlerà per settimane. E se non apriamo il cervello rischiamo davvero che qualcuno ci tolga questa libertà di poter condividere le nostre idee. Internet è l’ultimo baluardo e l’unico strumento che permette di veicolare delle idee che quando sono buone, espresse civilmente, possono contribuire in modo utile alle giuste cause; non permettiamo agli imbecilli di prendere il sopravvento.

Giorgio Almirante, il fascista, quello del giornalino della razza, andò a Botteghe Oscure ad inchinarsi davanti alla bara di Enrico Berlinguer. Anche Almirante in quell’occasione dimostrò di saper andare oltre la sua ideologia e riconoscere il valore dell’uomo Berlinguer.
Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta andarono a rendere omaggio ad Almirante morto in presenza di gente che faceva il saluto romano. 
Tutti lo fecero in rispetto agli uomini, alle persone. 
Anche se erano avversari politici.
Conoscere la Storia significa prendere esempio e imparare da chi ha fatto la Storia. 

Di fact checking, inesattezze ma soprattutto di balle [giornalistiche]

Pippo Fava, Palazzolo Acreide 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984 – Riprendo queste righe scelte da Mauro Biani nella sua pagina di facebook perché le trovo perfette da associare alla sua vignetta in ricordo di Pippo Fava. Che Mauro sia bravissimo non è più una sorpresa per me, lo è però la sua capacità di stupirmi ogni volta. Quando ti aspetti che Mauro Biani si esibisca in tutta la sua genialità lui per fortuna lo fa. Questo disegno è magnifico, sensuale, intrigante, riesce quasi a far dimenticare per un attimo l’orrore di una morte ingiusta come quella che è toccata a Pippo, ammazzato dalla mafia, perché aveva il vizio dell’onestà e della verità. [A proposito di balle giornalistiche, ecco] . – “Io sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso “al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità.” (da “I Siciliani”, 1980)

Anche ieri Michele Serra si è occupato di quel che accade in Rete, come fa ormai abbastanza spesso, nella sua Amaca a proposito delle balle che si scrivono e si dicono dai pulpiti “alti” e delle relative smentite rese più semplici proprio perché c’è la Rete che, è vero, è quell’immenso calderone dove va a finire tutto e che molti ancora non hanno imparato ad usare bene contribuendo alla diffusione delle balle, tipo la non notizia di queste ore circa una corte che avrebbe stabilito che il canone Rai si può non pagare e non succede niente. 

Cosa assolutamente non vera ma che continua ad essere ancora condivisa e accolta con gridolini di approvazione come se lo fosse, semplicemente perché c’è gente troppo pigra per preoccuparsi di andare a vedere se è vero quel che passa davanti ai nostri occhi ogni giorno sulle pagine web di un social network. 

Se tanta gente pensasse che anche condividere un link su twitter e facebook è una piccola responsabilità forse leggeremmo meno stronzate inutili e false, e si eviterebbero un mucchio di discussioni che fanno solo perdere tempo. 

Il problema che affligge Serra però è un altro: a lui dà fastidio che in Rete si aprano dibattiti su argomenti che un tempo erano esclusiva degli addetti ai lavori, giornalisti, opinionisti, intellettuali eccetera, dà fastidio che potrei essere anch’io, una signora nessuno a smascherare la bugia, l’inesattezza che scrive il professionista e ogni tanto, ciclicamente, ci tiene a farcelo sapere senza mai fare però il benché minimo accenno sul fatto che basterebbe evitare di scrivere balle sui giornali per evitarsi poi la critica spalmata ovunque in Rete fatta anche in modo volgare come accade purtroppo spesso. 

Perché il margine di errore nel riportare una notizia, un fatto, una considerazione si alza e si abbassa rispetto alla responsabilità che si ha quando si scrive in pubblico sapendo poi di essere letti da qualcuno. Ed è la quantità di quei qualcuno a stabilire la gravità di quell’errore. 

Io, a differenza di Serra posso anche permettermi l’inesattezza, perché il massimo che può succedere è che me la facciano notare e mi diano quindi la possibilità di rettificare prima che quell’errore diventi materia per fare opinione in quella cerchia di persone che di me si fidano perché sanno che solitamente e abitualmente non sono una che racconta balle. Mentre ai livelli di Serra &Co. il margine di errore e la balla non dovrebbero proprio esistere perché la loro responsabilità nei confronti del pubblico è infinitamente più grande della mia. Se Serra, come molti altri suoi colleghi ha deciso di adeguarsi per motivi suoi personali, di opportunismo, o per quell’idea malsana che fa credere che un’informazione esatta sia controproducente per la famosa stabilità napolitana è un problema suo che però non deve impedire che qualcuno se ne accorga e  risponda come sa,  come può e coi mezzi che ha, anche fossero un blog e una pagina di facebook. Chi si espone sa che correrà dei rischi, esporsi in modo onesto riduce quei rischi.

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L’AMACA, Michele Serra 4 gennaio

Si moltiplica, anche grazie al web, la cultura del “fact checking”, ovvero la verifica dei fatti. Si tratta di vagliare il grado di veridicità delle dichiarazioni pubbliche, con speciale attenzione, come è ovvio, per le affermazioni dei politici. Interessante notare come esista una vera e propria gradazione della veridicità: tra la verità piena e la menzogna conclamata ci sono sfumature intermedie. L’ottimo sito Pagella Politica, per esempio, ha stabilito cinque livelli: 1 vero, 2 c’eri quasi, 3 ni, 4 Pinocchio andante, 5 panzana pazzesca. Non è un approccio del tutto “scientifico”, ma aiuta a ragionare sulla complessità della realtà, nonché sulla fatica di capirla e rispettarla.
Ovverosia: esistono numeri, dati, eventi che sono proprio quelli, e contraffarli, per malafede o per cialtroneria, non è ammissibile. Ma nell’interpretazione di quei numeri, nel “racconto” che si fa della realtà, c’è un margine di errore (da veniale a grave) che fa parte del rischio di esprimersi. E dunque perfino il fact checking, che ha una sua indubbia oggettività d’approccio, sconsiglia una lettura manichea della realtà. Non per caso sono i fanatici a incorrere, più spesso e più gravemente degli altri, nella menzogna totale.

Di minacce, molestie, del reale e del virtuale

 

Cara Boldrini, c’è una legge sullo stalking
eppure le donne continuano a morire

“C’è un vecchio detto, quello che è illegale offline è illegale online. La Rete non ha bisogno di una legge speciale, le regole ci sono già. Bisogna solo farle rispettare” [Stefano Rodotà].

Per accorgersi del disagio sociale c’è voluto lo ‘squilibrato’ con una pistola in mano, e perché qualcuno finalmente dicesse che le molestie e le minacce via web sono un problema tutt’altro che virtuale ci sono volute le molestie e le minacce all’eccellenza di turno.

Fino a due, tre giorni fa tutto andava benissimo com’era, centinaia, migliaia di persone subiscono quotidianamente fastidi di ogni genere in Rete, non solo le donne, ma nessuno si è mai posto il problema di pensare che forse i responsabili dei siti, dei portali e dei social network potrebbero e dovrebbero, anzi devono attivarsi affinché questo fenomeno venga ridimensionato e magari risolto. 

Insistere ancora sull’urgenza di nuovi provvedimenti e di nuove leggi oltreché fuori luogo sta diventando anche di cattivo gusto.
In Italia non c’è nessuna emergenza da contenere per mezzo di leggi speciali né di task force apposite, ci sarebbe solo l’impellente necessità di avere persone serie alle istituzioni che facessero rispettare finalmente quelle esistenti, che ci sono.

Adesso che c’è di mezzo la signora presidente della Camera il tema delle molestie virtuali è diventato materia di dibattito serio, il fior fiore dei giornalisti e dei sociologi si produce nel suo meglio, ovvero scrivere fiumi di parole utili solo a distrarre e a buttare un po’ di fumo negli occhi alla gente per quello che fino a due giorni fa era un argomento da pour parler. 

L’unico che ha detto e scritto cose serie e importanti, il professor Rodotà, non viene proprio considerato.

Quando, una decina d’anni fa ho iniziato ad occuparmi del problema e già allora scrivevo che a nessuno deve essere consentito oltrepassare i limiti nemmeno qui un sacco di gente mi diceva che sbagliavo, perché in fin dei conti quello che si fa per mezzo di un pc poi deve restare confinato in quell’ambito. 

Spento il pc risolti i problemi.

Mentre non è affatto così, non lo è nel male ma nemmeno nel bene: non siamo automi programmati per fare, dare e ricevere e poi dimenticarcene, le parole sono importanti, sempre, perché se è vero che non ammazzano possono però essere la causa di sofferenza e illusione.

Quando scrivevo che non mi sembrava corretto che qualcuno approfittando dell’anonimato avesse la possibilità di offendere gente nel suo personale più stretto, la famiglia, i figli, gettare discredito sulla sua persona mi consideravano un’aliena sul genere di “ma che vuole questa che pretende rispetto anche in un ambiente effimero, falso come il web?”

Mentre tutte le persone che sono qui dentro sanno benissimo che non c’è proprio niente di effimero e nemmeno di falso: le minacce, i ricatti, gente che approfitta di una confidenza fatta in un momento di debolezza per mettere qualcuno alla berlina e costringere una persona a nascondersi più del dovuto fino a sparire, il web è anche questo, sono una realtà vista e vissuta da tantissime persone, me compresa. 

Chi mi molestava e mi perseguitava [e non è ancora finita, c’è sempre qualcuno che lascia tracce di sé sulle strade virtuali percorse da me] non lo faceva perché sono una donna, non era una questione di genere, ma proprio perché sono io,  lo faceva per le mie idee, per il mio modo di esporle, per la mia capacità di saper catturare attenzione, quindi nulla a che fare con la persona virtuale ma proprio e solo con la mia persona.

Quando, grazie all’abominio delle segnalazioni anonime, l’unica cosa che dovrebbe essere abolita ma che invece viene utilizzata come mezzo di contrasto all’abuso fino ad essere diventata proprio l’abuso – bastano quattro o cinque persone che si organizzano e può succedere di tutto – mi è stato tolto un blog che piaceva l’intenzione non è stata quella di far sparire semplicemente quel blog ma proprio me. 

Quindi quelle cinquecento persone al giorno che entravano anche e solo per leggermi hanno dovuto accettare la sua sparizione perché quattro, cinque, dieci persone avevano decretato la fine di quel blog.

Ma tutto questo e molto altro di quel che può accadere ad una persona in Rete non è mai stato un problema, non lo è stato per le varie associazioni di tutela dei consumatori alle quali mi sono rivolta invano per riavere quel blog i cui materiali inediti e personali non mi sono mai stati restituiti in base ad un regolamento che non saprei come definire, e nemmeno per la legge: invito e sfido chiunque a provare a fare una denuncia regolare per stalking virtuale per vedere che succede: niente, praticamente, esattamente come per quello reale.

E non era un problema nemmeno per i responsabili di quella piattaforma dove avevo il blog che non hanno mai ritenuto opportuno tutelare uno dei suoi “prodotti” migliori impedendo le molestie ma trasformandole anzi in un’occasione da share, le cose che più fruttano nel web sono il pianto e la chiacchiera, e nessuno ha mai pensato che quel che accade nel virtuale è qualcosa che si deve risolvere nel reale finché in questo troiaio non è andata a finire Laura Boldrini.
E questa è solo l’ennesima conferma della miseria di questo paese, dove anche essere tutelati legalmente per essere rispettati in quanto persone è un privilegio invece di un diritto.

 

La sensazione, forte, è che Laura Boldrini sia una donna confusa. Che sia stata inghiottita dal vortice di controindicazioni naturali e innaturali, lecite e illecite, sgradevoli o schifose che un incarico pubblico e la conseguente popolarità si portano dietro. E che la poca lucidità del momento, le impedisca di distinguere il becero dal pericoloso. Non è quindi un caso, il fatto che non riesca mai a dare il famoso nome giusto alle cose, ma che le cose, le marchi puntualmente col timbro sbagliato o le infiocchetti con un’enfasi inappropriata e l’immancabile spruzzata di retorica abbinata alla faccia contrita e la voce sofferente che la rendono pericolosamente somigliante alla goffa Charlotte di Sex and the city. Intendiamoci. Stimo la Boldrini, ammiro il suo percorso e le sue battaglie (e del resto ha un medagliere che neanche Yuri Chechi) , ma l’impressione è che gestisca il tutto con il terrore maldestro di chi la sera, nel silenzio della sua camera, recita ancora il mantra “Napolitano, Napolitano, Rodotà, Napolitano” per riuscire a prendere sonno. I primi nomi sbagliati alle cose li ha dati con Preiti. Va bene l’empatia col paese, va bene l’umanità, la solidarietà con la classe debole e sfiduciata, va bene pure la demagogia low cost da cui i politici attingono che neppure i Baci perugina da Paolo Coelho e viceversa, ma scomodare i concetti di “emergenza sociale” e “vittime che diventano carnefici”, per confezionare un movente sociale a un delinquente più preoccupato delle risposte di un videopoker che di quelle dello Stato, mi è parsa una forzatura retorica e involontariamente ingiusta. Ingiusta nei confronti dei tanti italiani inginocchiati dalla crisi che non giocano al tiro al piccione, ma vivono di umiliazioni e sacrifici silenziosi o rabbiosi ma pacifici, perché l’orrore della disperazione è una cosa ben diversa dell’orrore vile di un gesto criminale senza neppure la dignità di un movente. Apprezziamo lo sforzo perfino rivoluzionario di responsabilizzare lo Stato dopo secoli di deresponsabilizzazione compulsiva, ma non vorrei che ora la Boldrini si accollasse anche le colpe dell’infortunio di Zanetti e della rottura tra Biagi e la Pedron. Ma il presidente della Camera, sbaglia ancora di più a dare il nome alle cose, nella questione che riguarda il web. Quello che le capita (gli insulti, le minacce, il fotomontaggio della sua faccia sul corpo della nudista) non le capita perché, come da lei dichiarato “Quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l’aggressione sessista e che sia semplice innocua , gossip o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale”. Le capita perché il web è il far west e il fatto che lei lo scopra oggi, solo per questioni che la toccano da vicino, è abbastanza sconcertante. Chiunque abbia una minima confidenza con social, forum, blog e qualsiasi spazio virtuale in cui anche l’ultimo dei subumani ha diritto di parola, sa bene che minacce, insulti, turpiloquio, ferocia verbale e imbecillità varie ed assortite sono il pane quotidiano. Sa bene che non è un problema di sessismo. (e qui la Boldrini sbaglia ancora parola) E’ un problema più irrimediabilmente cosmico, trasversale e universale : si chiama ignoranza. E tutto lo schifo che nel mondo virtuale trova ospitalità, dal fotomontaggio della Boldrini stuprata da un nero a Berlusconi impiccato a un albero, dalle minacce di morte a Alessia Marcuzzi per il Grande fratello a quelle per cui Rudy Zerbi per Amici, è riconducibile sempre e solo a quella parola: ignoranza. Alimentata da frustrazioni varie, invidia sociale, megalomania da anonimato, odio classista, imbecillità pura e distillata. La Boldrini dovrebbe farsi un bel giro su Internet e leggere i commenti su tanti colleghi maschi. Scoprirebbe un mondo. E probabilmente dovrebbe cominciare a parlare pure di maschicidio, oltre che di femmicidio (che è una piaga, ma la cui linfa non è il web, mi creda signora Boldrini) Ma soprattutto, mi chiedo dove fosse la Boldrini, una donna abituata a pensare alla comunità, ai deboli, agli invisibili, quando la ferocia del web e dei commenti spietati su facebook spingevano al suicidio la quindicenne di Novara o il ragazzino gay di Roma. Sono cose che si dovrebbero sapere, che si rivestano o no incarichi pubblici. Mi chiedo come mai si renda conto solo oggi, di cosa sia il web. Di quanto possa essere uno strumento meraviglioso, ma anche barbaro e incivile. E mi chiedo ora se gli inquirenti e la polizia postale che hanno provveduto a rimuovere le minacce, gli insulti e i fotomontaggi a lei dedicati, saranno altrettanto solerti e rapidi nell’agire per difendere serenità, moralità e dignità degli altri milioni di italiani e italiane in balia del web. Perché le leggi esistono. Esistevano pure prima. Il problema è che se io o l’ultimo degli utenti proviamo a sporgere denuncia per un insulto o una minaccia su facebook, è piuttosto improbabile che il giorno dopo la polizia trovi il mittente e faccia irruzione a casa sua come fosse una cellula di Al Qaeda. E poi siamo onesti. La faccenda del fotomontaggio della sua faccia sul corpo della nudista racconta più di ogni altra cosa la totale impreparazione di questa donna di fronte agli eventi che le stanno capitando. Li’ il sessismo non c’entrava un bel niente, e lo dico da donna continuamente bersagliata sul web da insulti beceri di maschi repressi e femmine sceme. Ci sono fotomontaggi di mille politici uomini sul corpo di Siffredi, la faccia di Berlusconi è stata incollata al corpo di chiunque, da quella di Schwarzenegger a quella dell’orango tango e nessuno ha mai mandato le forze dell’ordine a mo’ di teste di cuoio a casa del killer del photoshop, come ha fatto lei col povero giornalista reo di aver pubblicato il suo ritratto versione milf nudista. Che poi diciamolo: non era neppure così male, in quella versione, la Boldrini. Io fossi stata al posto suo, avrei lasciato il dubbio. Non per niente, qualche giorno prima lo stesso scherzetto l’avevano fatto alla Merkel (la sua faccia sul corpo giovane di una bagnante nuda) e Angela s’era ben guardata dallo smentire, figuriamoci dal mandare la polizia a casa di qualcuno. E dopo che abbiamo visto le sue foto a mollo nelle terme di Ischia abbiamo anche capito il perché. Sempre più furbi di noi, i tedeschi. P.s. battuta un po’ sessista Boldrini, ne convengo. Ora però non mi mandi le teste di cuoio a casa che ho appena lucidato il parquet, grazie.

Selvaggia Lucarelli

Laura Boldrini, le leggi speciali, e quella irresistibile voglia di censura

Sottotitolo: «la persona che utilizza Internet ha la facoltà di scelta. Che Internet diventi materiale per la felicità o per la sofferenza dipende dalla mente. La mente viene prima dell’oggetto esterno» [I monaci del Monastero Namgyal, monastero personale del Dalai Lama].

Se la mente è bacata si può mettere tutto in mano al suo proprietario, e ne farà sempre un uso sbagliato.

Che sia un’automobile, un utensile da cucina, un martello per piantare chiodi se ad usare queste cose sono cervelli bolliti tutto diventa una potenziale arma, anche per uccidere e uccidersi.  Se il limite di velocità in autostrada è di 100, 120 Km l’ora, perché si continuano a fabbricare automobili che raggiungono i duecento, duecentocinquanta? smettessero allora di fabbricare macchine che superano i limiti consentiti dalla legge, oppure armi fatte apposta per uccidere.

Preambolo: Laura Boldrini si è espressa dietro la spinta di un problema personale, che, sebbene sia diffuso come lo è la molestia e la minaccia  virtuale non riguarda tutti e non riguarda solo le donne.

E non c’entra nulla soprattutto la violenza sulle donne.  

Nessun problema è stato mai risolto con la censura e il proibizionismo. 

Anche questo è un passaggio culturale al quale devono contribuire tutti, gestori, responsabili di siti, piattaforme e social network, utenti semplici.

 Sono anni che mi batto per il diritto al rispetto in Rete, per un uso consapevole del web che si potrà raggiungere solo il giorno in cui tutti applicheranno anche qui le norme, elementari, di buona educazione come si fa abitualmente nel posto di lavoro, in famiglia e con gli amici.

Nessuno potrebbe minacciare e insultare qualcuno ‘de visu’ e pensare di farla franca, qui sì, succede,  e invece non deve.

 Il dramma invece è che in Italia  non vengono rispettate le regole e le leggi nel virtuale ma nemmeno nel reale, l’apologia del fascismo è un reato solo sulla carta, di fatto non vengono mai sanzionati tutti quelli che virtualmente o realmente ripropongono i teatrini in stile ventennio.

L’odio non è di per sé un reato, è un sentimento, proprio come l’amore. Sono le manifestazioni ispirate dall’odio ad essere punibili quando sfociano nella violenza, chi l’ha detto che io non posso odiare chi mi pare se ne ho voglia?

il reato è l’istigazione alla violenza, al razzismo, alla xenofobia e omofobia, l’apologia del fascismo, non l’odio.

Allora facciamo rispettare le leggi che ci sono, quelle che qualcuno più lungimirante dei nuovi padri della patria avevano previsto, invece di pensare ad una legge speciale, ad personam, salvaboldrini.

Fa notare  Alessandro Gilioli  sulla sua pagina di facebook che per Boldrini la procura si è mossa con encomiabile tempestività mentre il sito che pubblica le mail private dei parlamentari grillini è on line senza soluzione di continuità di dieci giorni –  giusto ieri ne ha spiattellate altre dozzine, e che in Italia se sei una donna e sei oggetto di insulti sessisti e minacce via Internet, i casi sono due: se sei una studentessa, una casalinga, un’impiegata o una commessa, fai la coda alla polizia postale e non ne saprai più niente per il resto dei tuoi giorni – o magari finché qualcuno non ti ammazza, se sei il presidente della Camera, fai una bella intervista a Repubblica e immediatamente la Procura apre un’inchiesta.

Boldrini e il controllo

web. Ma la legge c’è

Web e anarchia, lettera aperta a Laura Boldrini

Quando qualche giorno fa un’amica mi aveva mandato in via privata su facebook  un link ad un sito di controinformazione pensavo che fosse l’ennesima bufala circolante in Rete, una di quelle che basta che la condividano in due o tre, perlopiù senza nemmeno verificarne contenuto e credibilità che subito viene ripresa da decine di utenti. 
E invece era tutto vero.

Neli link si riportava la notizia di pattuglie di polizia inviate – senza nessun mandato specifico, alla stessa stregua del blitz a sorpresa per catturare il superlatitante mafioso – per conto della presidente della camera nella casa privata di un cittadino colpevole di aver divulgato per primo il fotomontaggio della falsa Boldrini nuda su una spiaggia.

Al tempo, quando quella foto girava tranquillamente in tante bacheche  avevo scritto che non mi piaceva e continua a non piacermi l’idea che tanta gente non capisce che bisogna distinguere il pubblico dal privato che riguarda un personaggio politico, che c’è un privato che quando non nuoce a nessuno deve essere protetto e tutelato, dunque anche il diritto di una signora, se lo desidera e le piace, di potersi mostrare nuda su una spiaggia, il che non sottintende certamente che della sua voglia di esibizionismo debba poi goderne tutto il pianeta.

I giornali di ieri riportano la notizia secondo cui lo scorso 14 aprile, quando Laura Boldrini aveva scoperto il fotomontaggio su facebook in cui compariva una donna nuda spacciata per lei la polizia postale ha disposto il sequestro delle foto diffuse in Rete e la rimozione della fotografia, dunque nello spazio di poche ore è stata aperta un’indagine, le forze dell’ordine hanno provveduto al sequestro del materiale direttamente dal computer in casa dello sventurato manco si fosse trattato di materiale pedopornografico. 

Naturalmente dallo staff della Boldrini hanno smentito qualsiasi interesse “personale”: pare che a far partire la denuncia sia stato il personale di polizia di Montecitorio senza alcun intervento diretto della presidenza. 

E mi piacerebbe sapere sulla scorta di quale sentimento o richiesta di intervento la polizia interviene anche senza previa denuncia che richieda quell’intervento, Boldrini avrebbe potuto anche avere in mente di lasciar correre e attendere che la questione si spegnesse così come tutto in Rete perde di interesse nello spazio di qualche ora o al massimo qualche giorno. 
La Rete conserva ma molti dei suoi fruitori dimenticano in fretta di tutto.

Ma Laura Boldrini non si è limitata a questo, ha chiesto e ottenuto – pare che sia per ora solo un’ipotesi ancora allo studio – la concessione di una squadra di sette agenti preposti unicamente a monitorare i contenuti web che riguardano solo lei, quindi distratti da altre indagini che riguardano i cittadini comuni che non sono affatto esenti da minacce e offese in Rete, anzi.

Tutto questo inserito in un decreto d’urgenza firmato da Luca Palamara, l’ex presidente dell’ANM. 

Il decreto prevede anche il sequestro preventivo tramite oscuramento di tutte le pagine web in cui sono inseriti riferimenti su di lei. 

Naturalmente tutti i cittadini in presenza di qualcosa che ritengono offensivo, pericoloso per la loro incolumità, sicurezza, hanno il diritto di rivolgersi alle forze dell’ordine chiedendo tutela per sé e per le persone care, nella fattispecie figli ancora minorenni che potrebbero subire un danno psicologico nel vedere immagini cruente o volgari delle loro mamme anche se ricavate da fotomontaggi.

Di tutta questa storia stupisce però la sveltezza con cui questa pratica è stata avviata e il sostegno immediato di Pietro Grasso, che da ex magistrato dovrebbe sapere benissimo che non c’è bisogno di nessuna legge speciale visto che ce ne sono moltissime, normali, già sufficienti alla tutela delle persone.

E, a margine di questo penso che anche i figli della mussolini debbano essere tutelati dalla visione di foto volgari che riguardano il passato della loro madre ma che invece alla prima occasione vengono riproposte in Rete, e preservati dalla lettura degli insulti rivolti alla loro madre, che potrebbe essere la donna peggiore del mondo ma è appunto, la loro madre.

Così come questo diritto ce l’ha il figlio della santanché e generalmente ce l’hanno tutte quelle persone che vengono insultate, dileggiate, spesso fatte oggetto di minacce vere e proprie e non invece, semplicemente criticate per l’incapacità politica e professionale, per la loro disonestà politica e non ma per un “altro” che nulla c’entra né dovrebbe entrare con il loro ruolo pubblico e politico.

Laura Boldrini non è la più bella del reame e non può pretendere attorno a sé lo stato di polizia, la censura preventiva né nessuna legge “speciale”.

Se la politica di tre quarti del pianeta ha una paura fottuta della Rete un motivo, anche più d’uno,  ci sarà, se i regimi e le dittature ne inibiscono l’uso significa che tanto inutile non è, è pericolosa casomai per chi vuole impedire la libera diffusione/circolazione delle idee e di quelle notizie che “sfuggono” ai media tradizionali, quelli abituati a dover servire un padrone, anzi, IL padrone, se parliamo di Italia.

E se la politica spesso si scaglia contro la Rete ritenendola responsabile della qualunque, solo questa è  già un’ottima ragione per difenderla e continuare ad usarla.