La coscienza del PD [ma il problema è la ‘monnezza’ di Roma]

Preambolo: sesso con prostitute, cocaina e un video diffuso dal Sun, il vice speaker della Camera dei Lord già ex ministro del partito laburista nonché “garante delle norme di comportamento dei colleghi” ma evidentemente non del suo si dimette e chiede scusa per i suoi passatempi privati subito dopo che Cameron ne aveva chiesto la destituzione.
Nei paesi normali il primo ministro non assicura l’impunità ai suoi subalterni usando l’alibi del garantismo, del “che je fa” o del così fan tutti e che male c’è.
Dopodiché il pover’uomo non ha strepitato contro la stampa brutta e cattiva che non si è fatta i fatti suoi e gli ha violato la privacy, non ha detto che il suo comportamento privato non è penalmente rilevante né il parlamento si è attivato per fare una legge che impedisca ai giornali e giornalisti di informare: si è dimesso con disonore e ha chiesto scusa.
E il comportamento “non penalmente rilevante” gli costerà anche un’inchiesta di Scotland Yard, l’espulsione dal parlamento e dal partito.
Il sense of humour gli inglesi sono abituati a metterlo dove si può.

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Azzollini, niente arresto grazie ai voti di metà Pd
E ora Serracchiani dice: “Abbiamo sbagliato”

Che differenza c’è fra quelli che tirano i vasi dai balconi, si mettono di traverso davanti alle forze dell’ordine per impedire l’arresto dei delinquenti nelle zone malfamate delle periferie e che fanno tanto indignare la cosiddetta società civile, la stessa che magari vota il PD, e il senato che nel segreto dell’urna impedisce l’arresto dei delinquenti? Ad occhio, nessuna. 

La richiesta di arresto della procura di Trani per Azzollini‬ salvato soprattutto dal PD era per bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere.
Dov’è finito il daspo per i politici corrotti di cui vaneggiava il cazzaro?

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Uno che per dodici anni è stato presidente della commissione bilancio quanti favori deve riavere indietro da tutta la politica?
Un direttore di banca viene spostato di sede dopo un periodo piuttosto breve anche per evitare che si venga a creare un rapporto troppo confidenziale coi clienti.
Un mandato politico che dura dodici anni è un abominio, un crimine scientifico.

Quelli che si lamentano del PD ma poi restano nel PD possono evitare la fatica di lamentarsi e di citare la questione morale a proposito del PD che la moralità l’ha persa per strada da un pezzo.
Quando un partito non rispecchia più la politica in cui si crede e non porta più avanti le istanze dei cittadini ma si occupa e si preoccupa di tutt’altro c’è solo un modo per rendere credibili le proprie dichiarazioni: andarsene da quel partito.
Caro Felice Casson, tu non puoi uscirtene così oggi come un pisello dal baccello e dire che il PD salvando Azzollini‬ ha salvato uno della casta, perché il PD è lì per salvare tutti quelli della casta che hanno bisogno di essere salvati. 
Oggi un Azzollini a me e domani un Verdini a te: il teorema della politica è sempre stato questo, basta sostituire i nomi. Il patto del Nazareno non nasce con Renzi e berlusconi ma arriva da lontano ed è sempre in mode on.
Fra l’altro Casson è un magistrato, uno a cui dovrebbe venire la pelle d’oca solo a sentir parlare di una legge che vuole impedire ai cittadini almeno di sapere chi sono i delinquenti che poi il parlamento si fa premura di tutelare, proteggere e lasciare al loro posto.

Nella stessa giornata in cui il senato della repubblica diceva no all’arresto di Azzollini la guardia di finanza è andata a prendere Mauro Balini, un noto imprenditore del litorale romano presidente del porto turistico di Ostia ora sotto sequestro, i reati a lui contestati sono l’associazione a delinquere e la bancarotta fraudolenta: gli stessi di‪ Azzollini‬. Ovviamente Balini non essendo un senatore che può contare sulle coscienze altrui è già in carcere.

La giornata parlamentare di oggi e l’ottimo risultato ottenuto dalla Banda Larga che ha evitato non la galera ma i domiciliari in villa ad Azzollini‬ vorrei dedicarla a tutti i meravigliati e indignati dall’iniziativa del Fatto Quotidiano per la riduzione della custodia cautelare a Fabrizio Corona, l’unico essere spregevole che in questo paese doveva marcire in galera per quasi 14 anni.
Per tutti gli altri più o meno spregevoli e delinquenti c’è la comprensione, la pietà, la prescrizione, l’indulto, le amnistie, i servizi sociali con annessa attività politica e la coscienza piddina.

Quello che mi fa imbestialire di più rispetto a certe faccende non è tanto il fatto in sé, ormai tutti sappiamo che la politica è quella che è, che non c’era e non c’è affatto l’intenzione di avvicinarsi alla gente di cui blateravano Napolitano e la Boldrini all’inizio della magnifica saga delle larghe intese quando concionavano di populismi e demagogie senza vergognarsi nemmeno un po’ .
Quelli non ci vogliono mandare più nemmeno a votare quindi figuriamoci quanto gli interessa la nostra vicinanza.
No: non è questo, confido nella storia che presto, tardi e troppo tardi i malnati li ha sempre puniti; quando sarà il momento della brutta fine che auguro a chi ha distrutto anche il benché minimo significato di democrazia e di stato spero che i responsabili siano almeno lontani dalla politica, in maniera tale che quaggiù fra noi plebei ne giunga solo una minima eco.
Io ora immagino i cosiddetti guardiani della democrazia, il giornalismo più che complice della costruzione di questo scempio a getto continuo, quelli che riceveranno l’ordine di minimizzare un fatto gravissimo come la richiesta di arresto negata di Azzollini‬.
Li immagino davanti ai loro monitor compiaciuti che anche stavolta il governo di Renzi, ma si potrebbe andare indietro all’infinito per tutti i governi compresi quelli di berlusconi, è riuscito a fregare, umiliare e offendere gli italiani grazie al sistema “democratico” che premia i delinquenti, ma solo se sono onorevoli, deputati e senatori.

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Stato di abbandono

“Il governo non ha alcun dubbio sulla qualità e la competenza di De Gennaro, a cui confermiamo fiducia”.
Così Matteo Renzi ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi. 

E anche se li avesse li terrebbe per sé: a capo di Finmeccanica un ex capo della polizia che non sapeva che facevano i suoi sottoposti e un imputato in un processo per strage. E’ tutta una catena di affetti che non si può interrompere.  

Renzi consegna la sua fiducia e quella di tutti gli italiani a De Gennaro senza che nessuno degli italiani l’abbia mai data a lui nell’unico modo possibile, ovvero con delle elezioni regolari e il mandato del popolo “sovrano”.
Se non fosse tragico sembrerebbe una barzelletta, molto più oscena di quelle che raccontava berlusconi che almeno non le spacciava per dichiarazioni ufficiali del governo.

Se Gianni De Gennaro è persona gradita a Matteo Renzi, alle istituzioni e alla politica tutti questi lor signori possono dimostrare la loro fiducia personale, la loro riconoscenza a De Gennaro nel modo che vogliono ma non offrirgli quelle di tutti gli italiani. Quando Matteo Renzi parla di fiducia da presidente del consiglio non si riferisce solo alla sua ma a quella di oltre sessanta milioni di cittadini fra i quali ce ne sono molti che non hanno nessun motivo di essere riconoscenti a Gianni De Gennaro né di avere fiducia in lui.
Anzi.

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Almeno tre pagine aperte su facebook in onore del killer di Milano; in una addirittura si chiede se Giardiello sia un eroe o un assassino con la famosa formula della domanda, quel punto interrogativo alla fine della frase che assolve dalla partigianeria, come dire “io lo chiedo, non dico che è vero”.

Proprio mentre scrivo questo post vedo passare l’ennesima idiozia diffusa da una delle tante pagine fascistoidi nel social che spaccia le sue stronzate per controinformazione e che si rivolge a chi dovrà giudicare il triplice omicida tenendo conto della crisi che ha mandato in rovina tanta gente. Come se fosse stata questa la causa.

Da ieri leggo ipotesi, tentativi di giustificare l’azione criminale di un folle che ha scaricato sugli altri, su gente che non c’entrava niente, non solo i proiettili di una pistola ma anche le sue responsabilità e quasi nulla sulle vittime, anzi si è molto criticato Gherardo Colombo che senza fare nessun parallelo si è permesso di dire che a furia di gettare discredito sui magistrati alla fine qualcuno che crede che i responsabili dello sfacelo italico siano loro si trova, concetto ripetuto ieri sera anche da Di Pietro a Servizio Pubblico quando ha detto che da troppo tempo ormai si cerca di rovesciare le colpe sui giudici e non sui ladri, sui corrotti, sui malfattori che si sono mangiati l’Italia, lo fa la politica, lo fanno i media, da troppo tempo si è ormai affermato il concetto di una giustizia che premia i potenti anche quando delinquono ignorando volutamente il fatto che a premiarli è la politica, non chi deve rispettare le leggi che fa la politica.
Vent’anni di berlusconi hanno prodotto un danno incalcolabile non solo in termini di reputazione collettiva di un paese ma specialmente culturale, ad esempio la semplificazione volgare di fatti gravi che vengono strumentalizzati pro domo qualcuno o qualcosa, il che sarebbe non meno disgustoso ma almeno comprensibile se chi lo fa ne traesse qualche vantaggio come è successo a berlusconi che sapeva benissimo perché doveva insultare i magistrati, che lo faccia la gente comune vittima non dei giudici ma dei truffatori seriali come Giardiello e berlusconi fa venire voglia di espatriare.
Quello che ha fatto Giardiello non era riuscito ai terroristi né ai mafiosi, una persona che entra con l’inganno in un palazzo delle istituzioni armato di una pistola per uccidere va condannata non solo dai giudici che dovranno processare quello che è un assassino: non una vittima né tanto meno un eroe ma da tutti quelli che non pensano che si possano risolvere delle questioni personali ammazzando gente a caso.

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Per avere un prestito in banca o chiedere un finanziamento bisogna meritarsi il titolo di “buoni pagatori”: verrebbe da chiedersi in che modo si possano riavviare molteplici attività dopo altrettanti fallimenti, chi è disposto a dare ancora fiducia e soldi a qualcuno che ha dimostrato ampiamente di non meritarsi l’una né gli altri per incapacità e disonestà manifeste.
Quella di ieri a Milano non è una tragedia della crisi, non si parla del povero imprenditore vessato da equitalia perché costretto ad evadere una parte di tasse per colpa della crisi che gli toglie il lavoro e non può pagare i dipendenti e l’affitto.
Giardiello è un habitué della truffa seriale, uno evidentemente avvezzo a comportarsi fuori delle regole, non una vittima del sistema, anzi le vittime le ha fatte lui non solo ammazzando quattro persone ma quando per  varie volte ha mandato gente in mezzo alla strada e senza un soldo per colpa dei suoi fallimenti.

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Le vignette di Mauro BianiQuando berlusconi attaccava i giudici un giorno sì e l’altro pure, li definiva un cancro, antropologicamente diversi dalla razza umana, quando diceva che i giudici sono matti perché se fossero stati sani avrebbero fatto un altro mestiere alfano era lì, al fianco di berlusconi.
Non risulta che si sia mai dissociato dalle parole del delinquente costituente, anzi è stato proprio alfano ad organizzare e a partecipare non ad una ma a due manifestazioni antigiudici: una a Brescia e l’altra proprio al tribunale di Milano teatro della strage di ieri.
Non si possono avere due facce come il culo contemporaneamente, eh Angelino?
La tragedia di ieri non nasce per caso, ma è una diretta conseguenza della progressiva delegittimazione della magistratura da parte della politica e delle istituzioni, della gran parte dei media,  della propaganda asfissiante contro la magistratura che ha affermato anche fra la gente comune l’idea che la colpa dei provvedimenti penali che possono riguardare chiunque, non solo il potente, sia della magistratura e non della politica che fa le leggi che la magistratura poi deve rispettare.
Se berlusconi non ha avuto i trecentocinquanta anni di galera che gli spettavano la responsabilità dei giudici è sempre relativa alle leggi di cui possono disporre, interpretandole poi per difetto come con berlusconi sulla spinta della pressione politica che in nessun altro paese democratico è capace di condizionare l’operato dei giudici come qui: in nessun altro paese sarebbe stato possibile il rovesciamento delle sentenze solo in certi processi come invece avviene puntualmente qui, o per eccesso quando leggiamo che al vecchietto che ruba la salsiccia gli fanno la multa milionaria.
Basterebbe non avere una legge che preveda il servizietto sociale ai giardinetti per un ladro di quella portata né una che sanzioni il poveraccio che ruba salsicce per fame con la multa milionaria.
Ma queste sono cose di cui si deve occupare la politica che invece in materia di giustizia è sempre lì ad occuparsi di se stessa, non i magistrati che diversamente dalla politica almeno ci provano a contrastare il crimine.

Una cosa è lo scetticismo popolare dovuto alla fragilità del nostro sistema democratico e un’altra far credere che la magistratura sia al servizio di chissà quale associazione segreta, che abbia chissà quali obiettivi sul filo dell’eversione e si diverta a correre dietro a ladri e corruttori con lo scopo di “sovvertire le scelte degli italiani” come invece hanno fatto e continuano a fare la politica e una buona parte dell’informazione ogni volta che i giudici devono confrontarsi con qualche indagato o imputato “eccellenti”.
E’ assolutamente insensata la campagna di discredito verso la magistratura che va avanti da quando berlusconi ha messo piede in parlamento e nella politica, perché troppa gente ha creduto davvero alla storiella della ‘guerra fra guardie e ladri’.
Nel paese normale non c’è nessuna guerra, c’è semplicemente la giusta dinamica fra la criminalità e chi la combatte.

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– Chi spera, chi spara –

Marco Travaglio, 10 aprile

Forse esagera Gherardo Colombo, sopraffatto dall’emozione per l’assassinio dell’ex collega e amico Ferdinando Ciampi, quando collega la sparatoria di ieri al Palazzo di Giustizia di Milano al “brutto clima” che si respira intorno alla magistratura. Ma il folle ragionamento che ha portato il killer Claudio Giardiello a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato-testimone, e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito né isolato. Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati che l’hanno scoperto, invece di guardarsi allo specchio e battersi il mea culpa sul petto. E siccome gli imputati eccellenti possiedono giornali e tv, o hanno amici che li possiedono, o avvocati in Parlamento, o magari vi siedono essi stessi, sono riusciti a dirottare l’attenzione dai crimini e da chi li commette verso i pm che li smascherano e i giudici che li processano.

Da dove nasce l’ossessione contro i magistrati, i pentiti, i testimoni e le intercettazioni, che ha prodotto una raffica di leggi per smantellare i più preziosi strumenti di indagine e di raccolta delle prove, se non dall’ansia di una classe dirigente ad altissimo tasso criminale di liberarsi del controllo di legalità per delinquere indisturbata? È la stessa radice “culturale” che ha appena prodotto la legge – unica al mondo – sulla responsabilità civile dei magistrati, che consente a qualunque imputato (nel penale) o denunciato (nel civile) di chiedere i danni allo Stato – senza filtri di ammissibilità – per qualsiasi decisione sgradita del suo giudice, nella speranza di costringerlo ad astenersi, cioè di sbarazzarsene al più presto e di trovarne un altro più morbido o più spaventato.

Il killer Claudio Giardiello non disponeva di questi strumenti per spaventare i suoi giudici. Non aveva un partito alle spalle, né avvocati famosi e/o parlamentari, né tv o giornali disposti a scatenare campagne mediatiche a suo favore. Non poteva contare su una maggioranza parlamentare pronta ad approvare mozioni sulla nipote di Mubarak. Né sguinzagliare 150 fra deputati e senatori per cingere d’assedio il Palazzo di Giustizia di Milano, come fecero gli eletti del Pdl l’11 marzo 2013, prima con un sit-in sulla scalinata e poi con l’ascesa in massa fino all’aula di Tribunale al quarto piano, dove si celebrava una delle ultime udienze del processo Ruby. Chissà se quell’indegna gazzarra è tornata in mente al cosiddetto ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il quale, due anni fa, guidava la falange berlusconiana all’assalto del tribunale milanese.

E ieri balbettava, alle prese con l’ennesima catastrofe della sicurezza nazionale nello stesso identico edificio. Il tutto, a due settimane dall’inaugurazione di Expo nella stessa identica città, Milano, che dovrebbe essere la più presidiata d’Italia, dopo le ricorrenti minacce dell’Isis in vista dell’evento.

Il fatto poi che a garantire la sicurezza (si fa per dire) del Palazzo di Giustizia di Milano – come di quasi tutti quelli del resto d’Italia – sia una ditta di vigilanza privata aggiunge un tocco di tragicommedia al tutto. Pochi lo sanno e molti l’hanno scoperto ieri: ma da anni non sono più i carabinieri e le altre forze dell’ordine a presidiare i tribunali. Sono imprese di guardie giurate a cui lo Stato (si fa per dire) ha deciso di appaltare il servizio di sorveglianza dopo averlo “esternalizzato”. Esattamente come ha fatto con il servizio delle intercettazioni, affidato a ditte private, da cui lo Stato affitta ogni anno le apparecchiature con costi esorbitanti (senza contare quelli che impongono le compagnie telefoniche allo Stato concessore incapace di imporre loro il servizio gratuito). Salvo poi scoprire, per esempio, che il manager della milanese Research Control System, appaltatrice delle intercettazioni delle Procure di Milano e di Palermo, aveva rubato la bobina di un colloquio segretato tra Fassino e Consorte e l’aveva donata a Berlusconi per il Natale del 2005, e soprattutto per la campagna elettorale del Giornale del 2006. La stessa fu poi incaricata di distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano sulla trattativa Stato-mafia il 22 aprile 2013, dopo la sentenza della Consulta. Con quali garanzie di segretezza, meglio non pensarci.

È la privatizzazione strisciante della giustizia e dell’intero Stato, che accomuna i governi degli ultimi anni, di destra e di sinistra, politici e tecnici, all’insegna – tutta da verificare – del risparmio e dell’efficienza. Chi ha mai condotto una seria analisi del rapporto costi-benefici dell’esternalizzazione del servizio di intercettazioni e, soprattutto, di vigilanza nei tribunali? Davvero ingaggiare dieci o venti contractor costa meno che piazzare agli ingressi altrettanti carabinieri o poliziotti? E come vengono scelte le imprese appaltatrici dai Comuni e dal Viminale? E queste con quali criteri assumono il personale? Siamo sicuri che, a vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità di magistrati, avvocati, testimoni, imputati, parti civili, collaboratori di giustizia, uomini delle scorte e personale ausiliario, non ci sia qualche mafioso o qualche amico degli amici? O, più semplicemente, qualche travet con la divisa e il pistolone che ama giocare alla guerra ma, al primo cenno di pericolo, corre a nascondersi al cesso o sotto un tavolo per portare a casa la pelle? Per queste ragioni, alcuni anni fa, i pm di Palermo si ribellarono alla proposta di privatizzare la sicurezza del loro Palazzo di giustizia, che infatti è uno dei pochissimi ancora presidiati dall’Arma. Di questo si dovrebbe discutere al Csm, in Parlamento e in Consiglio dei ministri, ora che si chiude il pollaio quando la volpe è entrata. E con la massima naturalezza è riuscita là dove avevano fallito persino i terroristi e i mafiosi: fare strage in un’aula di tribunale.