Il 25 aprile è di vi si vo

Il fatto che il 25 aprile sia una giornata che alimenta i conflitti, le divisioni, un giorno in cui si può fare tutto: tenere aperto il centro commerciale, la manifestazione nazifascista al cimitero di Milano, le ormai consuete dichiarazioni istituzionali a favore e sostegno dei marò che nulla c’entrano coi Partigiani, la Resistenza e la Liberazione, impedire di suonare e cantare “Bella ciao” perché  “troppo di parte”, qualcosa che un quotidiano come La Repubblica può dimenticare, l’uso ma soprattutto lo spregevole abuso per mera propaganda politica, che passa non solo nelle varie réunion “festaiole” ma anche per televisioni e giornali dovrebbe spiegare perfettamente quanto nella storia di questo paese le istituzioni si siano impegnate per renderlo tale.
Un giorno come un altro.
Non c’è solo la scuola che non insegna, c’è soprattutto lo stato che non ha mai messo al primo posto la difesa delle sue origini e dell’antifascismo come valore non negoziabile né discutibile.

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Dal Fatto Quotidiano:

Ha colpito molto la scelta di ieri di Repubblica di non dare spazio al 25 aprile. Nessun racconto, nessuna intervista, in un giornale che fino a qualche tempo fa avrebbe menzionato la Liberazione tra i propri pilastri identitari. Però, a leggere bene, dire “non ne parlano” è impreciso, anzi ingeneroso. Perché il 25 aprile c’è eccome. E sta lì, nelle parole dell’intervista di Renzi, come un fiore all’occhiello, richiamato bene in un sommario di pagina 2: “L’antifascismo è un elemento costitutivo e irrinunciabile della nostra società. Giusto tenere alta la guardia”. Giusto, giustissimo e sacrosanto. Però vale la pena proseguire nella lettura. Perché la domanda immediatamente successiva alla frase del premier è: “La destra populista che a Roma si presenta con il volto della Meloni e della grillina Raggi non sono il segno che il senso più profondo della Liberazione rischia di essere travolto?”. Eh???? A parte l’incertezza grammaticale del “sono” quando il soggetto è singolare – “la destra populista” – colpisce il volo pindarico: che ci azzecca la campagna elettorale di Roma con “il senso più profondo della Liberazione”? Ma basta passare avanti e godersi Renzi che nel resto dell’intervista randella ancora i magistrati e passa la paura. E pure ogni dubbio sul “senso più profondo”.

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La Repubblica dimentica il 25 aprile e conferma la sua linea editoriale

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No, il 25 aprile non è di tutti

Il 25 aprile non è la solita ricorrenza buona per dire le consuete idiozie da vestito della festa sull’unità nazionale, su ipotetiche quanto impossibili pacificazioni, memorie condivise con chi non ha mai rinnegato il fascismo.
E non è nemmeno la giornata che “i morti sono tutti uguali”.
In una guerra di liberazione i morti non possono mai essere tutti uguali, perché da una parte c’è chi muore per appoggiare il tiranno, il dittatore, dall’altra chi sacrifica la sua vita per liberare se stesso e gli altri dal tiranno.
Confondere la pietà umana col riconoscimento del valore di chi ha messo in gioco la sua vita per il bene di tutti, in un momento in cui non si sacrifica nemmeno una poltrona per lo stesso fine non è solo ingiusto ma è tutto quello che ha contribuito ad alimentare la confusione e i revisionismi del “tutti uguali”.
Del rovesciamento dei fatti e della Storia.
Tutti uguali un cazzo.
Il 25 aprile non è nemmeno il compleanno dei marò, ricordati puntualmente da capi di stato vecchi e nuovi.
Il 25 aprile è la festa di chi si riconosce e si ritrova nella repubblica antifascista tutti i giorni, tutto l’anno e tutti gli anni, non solo il 25 aprile.

Il mio 25 aprile di resilienza

Preambolo: per resilienza si intende la capacità dell’essere umano di reagire a dei colpi subiti, specificamente di ordine emotivo e psicologico, rispetto a traumi  di vario ordine e genere che si possono subire.

La resilienza serve ad adattarsi alle avversità a cui non ci si può opporre. 

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Sottotitolo: berlusconi non ha mai partecipato alle celebrazioni del 25 aprile e Napolitano non ha mai detto una parola, nemmeno un monitino piccino piccino.
Preferisco mille volte Mattarella, democristiano senza velleità rivoluzionarie ma che in meno di due settimane ha già ribadito varie  volte che fascismo e antifascismo non si mischiano, perché non era uguale chi lottava per la libertà a chi si era votato al regime, di Napolitano che da ex comunista ha rivalutato ufficialmente la figura di almirante “statista” e che l’anno scorso ha sciupato l’occasione del 25 aprile per elevare a eroi della nazione due presunti assassini.
La politica è fatta anche di simboli, di riconoscimento per la propria storia e questo Mattarella lo ha fatto prim’ancora di essere eletto quando è andato ad omaggiare le vittime del nazifascismo alle Fosse Ardeatine. Spero che il presidente si ricordi della nostra storia e delle sue belle parole di questi giorni anche quando avrà sotto gli occhi la legge elettorale fatta da Renzi  che vuole trasformare l’Italia in un paese di proprietà di chi vince le elezioni.

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25 aprile: a settant’anni dalla Liberazione gli Italiani hanno voglia di tornare schiavi?

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Mattarella: “Democrazia è lotta alla corruzione”
25 Aprile, “non c’è equivalenza tra le due parti “

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•LA TENTAZIONE DEL “TUTTI UGUALI”. MA I FASCISTI FURONO COMPLICI DELLO STERMINIO DEGLI EBREI 

•SANT’ANNA STAZZEMA – “SENZA ITALIANI STRAGE IMPOSSIBILE” “TRAVESTITI DA SS, TRADITI DA ACCENTO” 

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E’ vero che come ha ammesso un paio d’anni fa Angela Merkel la Germania avrà una responsabilità perenne riguardo i crimini della Shoah, ma senza la fattiva collaborazione di tanti italiani che hanno contribuito anche semplicemente con l’indifferenza la storia oggi avrebbe potuto essere un’altra. Quelli che facevano finta di niente oltre settant’anni fa avevano la stessa perfida mentalità di chi oggi può permettersi di scrivere in un social che i rom vanno “termovalorizzati”, che i profughi vanno lasciati al loro destino di morte e che non rischiano niente grazie a chi ha combattuto per estendere la libertà, non perché fosse una possibilità di pochi eletti.

Non ho mai sopportato quella voglia di riconciliazione che ha contaminato anche la politica di sinistra prima e di centrosinistra dopo. Secondo me l’Italia del dopo regime è stata fin troppo benevola con chi aveva scelto di tradirla. I fascisti mai pentiti hanno avuto fin troppe possibilità, la Francia non fu così compassionevole.

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Storace ha mandato a dire a Mattarella  che stamattina era a Milano per la celebrazione del 25 aprile, che avrebbe dovuto allungarsi verso piazzale Loreto per portare un fiore lì, dove venne esposto il cadavere del duce e che “dopo settant’anni non ha nessun senso fare la pagella sulle parti giuste e quelle sbagliate”.
La pagella sui buoni e i cattivi un senso ce l’ha, Mattarella va ringraziato perché in pochissimi giorni ha ripetuto varie volte che non potrà mai esserci nessuna equiparazione fra chi sosteneva il fascismo e chi lo ha combattuto; avrà un senso finché nel parlamento della repubblica troveranno posto quelli che pensano che durante il regime di mussolini furono fatte “anche cose buone”.
Quelli, e non sono solo a destra, che vorrebbero mandare sotto il tappeto le responsabilità di una parte degli italiani che non hanno esitato a tradire l’altra parte.
Non è uguale chi contribuiva alle deportazioni a chi le ha subite, gente venduta ai fascisti dai vicini di casa che poi prendevano possesso della sua casa, del posto di lavoro.
Non è uguale chi ha guadagnato dalle epurazioni e dallo sterminio a chi non è mai più tornato indietro.
E, per conto mio, non devo riconciliarmi con nessuno, tanto meno con chi come storace non ha mai preso le distanze dall’ideologia criminale che la Resistenza ha combattuto.

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Questo è il quarto 25 aprile che sfogliamo sul calendario senza un governo democraticamente eletto.
A novembre del 2011 arrivò Monti, ufficialmente per risolvere un’emergenza che nei fatti non c’era e anche se ci fosse stata lui non l’ha comunque risolta, anzi.
Da allora è stato tutto e solo un precipitare di eventi, dalle larghe intese di Napolitano imposte perché – così ci hanno detto – necessarie, fino ad arrivare ai giorni nostri con Renzi che si è insediato a palazzo Chigi grazie all’ennesima manovra di palazzo, ufficialmente per traghettare l’Italia a delle elezioni che consentissero ai cittadini di poter scegliere finalmente i propri rappresentanti in parlamento.
Mentre così non è: nelle intenzioni di Renzi c’è soprattutto l’obiettivo di ridurre ai minimi termini quella democrazia del popolo sovrano nata grazie alla Resistenza antifascista e a questo 25 aprile di Liberazione.

La legge elettorale di Renzi è stata concepita con la precisa intenzione di trasformare il parlamento in una zona franca, dove il presidente del consiglio decide, sceglie, impone e se la maggioranza gli dà ragione, e gliela dà perché la maggioranza attuale è di sua proprietà ed esclusiva, può fare quello che gli pare. Tutti i principi e le regole scritte nella Costituzione della Resistenza con Renzi sono diventati carta straccia, molto di più di quanto sia riuscito a berlusconi che almeno si limitava ad intervenire solo in funzione dei suoi interessi: evitarsi la galera ed arricchire il patrimonio.
Renzi, invece ha altri interessi e non sono solo i suoi ma anche  di quella parte di Italia alla quale importa poco della libertà collettiva, quella democratica e di tutti perché tutto quello che non trova fatto e non ha se lo può comprare.
L’Italia di oggi è un paese dove la libertà è stata svenduta e barattata col meno peggio di quel peggio usato per spaventare la gente, per giustificare tutte le iniziative prese in assoluto spregio della democrazia e della Costituzione, ed è inutile prendersi e prenderci in giro coi fiori rossi e le frasi d’epoca: questo non è più un paese libero, non è più quel paese dove tanta gente ha combattuto e perso la vita per regalare alle future generazioni un’Italia libera anche dal rischio che quello che era stato si potesse ripetere.
Oggi l’Italia è molto meno libera di settant’anni fa.
Quindi, per quello che mi riguarda non c’è niente da festeggiare e da celebrare.

Aspettando il “severo provvedimento” di alfano. Che non arriverà

Il 25 aprile andrebbe sospeso fino a data da destinarsi, ripristinato solo quando si riuscirà a ricostruire una democrazia degna di quella Resistenza antifascista che molti ipocritamente commemorano ma poi non le riconoscono nessun valore. 

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Dell’uso sconsiderato del web e della leggenda della zona franca dove tutto è permesso io ne scrivo da molto prima di facebook.  Sono in Rete ormai da una ventina d’anni praticamente tutti i giorni e il modus, l’atteggiamento, il modo di porsi della maggioranza dei suoi frequentatori se possibile è perfino peggiorato dal suo esordio quando almeno ci si poteva giustificare con la curiosità del nuovo strumento di comunicazione.

In Rete non bisogna farsi “belli” raccontando balle ma nemmeno mostrare la parte peggiore di sé, quella che ci si vergognerebbe di esibire nel proprio quotidiano o costruita appositamente a beneficio della propria identità virtuale. 
Non si capisce, invece,  perché questo accada puntualmente, tutti i giorni e ovunque, non solo su facebook  dove almeno la maggior parte dell’utenza ci mette faccia e nome perché obbligata da un regolamento che altrove non c’è ma ovunque dove  in troppi approfittano [ancora!] dell’anonimato per scrivere quello che vogliono. 
Basterebbe considerare il web non un mondo a parte ma una parte del proprio mondo, esattamente come i contesti familiari, amicali, lavorativi, comportarsi nello stesso modo.
Ma evidentemente le frustrazioni, il bisogno di trovarsi il nemico da abbattere quotidianamente a parole perché probabilmente chi agisce così non riesce a liberarsi di quelli reali coi gesti concreti hanno il sopravvento anche sul semplice buon senso che dovrebbe appartenere a persone adulte non solo per data di nascita.

Un idiota è un idiota sempre e ovunque, un deficiente, un deficiente anche se pensa di essere simpatico, un violento fascista resta un violento fascista anche sotto mentite spoglie e in quel caso fa bene a nascondersi.

Non è il posto che fa la gente ma il contrario.  Basterebbe ricordarsi di essere persone serie sempre, ovunque e dimostrarlo. La Rete non è il salotto privato di nessuno, è una casa comune e il rispetto deve diventare obbligatorio e necessario come nella vita di tutti i giorni.  La provocazione tout court, le volgarità anche violente espresse contro le persone alla fine diventano noiose e non dovrebbero piacere a nessuno di quelli che si reputano intelligenti e ben disposti al dialogo e al confronto.  I diritti vanno conquistati, quando dietro l’alibi del diritto alla libera espressione si nascondono altre intenzioni, quando ci si fa scudo del diritto di parola per usare la violenza nel linguaggio, quando si esercita la violenza su chi non può difendersi,  quando  si zittisce l’opinione sana  lasciando spazio all’insulto, agli oltraggi, alle apologie fasciste e razziste con la censura come si fa  nei siti dei quotidiani che si dichiarano liberi  ma poi anche loro agiscono per interesse lasciando spazio alla rissa verbale perché “fa clic” quello non è più un diritto: è un abuso.

Se lo stato per primo premia i metodi fascisti utilizzati dalle forze dell’ordine, non punisce i mandanti ma anzi li premia con promozioni e carriere favolose, agli esecutori dà un’amichevole pacca sulla spalla, non gli toglie nemmeno la divisa, permette senza fare un plissè che un sindacato di polizia dopo aver minacciato e diffamato le famiglie di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi faccia anche l’applauso a quattro assassini, se la politica stessa che nella figura di giovanardi e la santanchè è sempre lì  a dire che le forze dell’ordine svolgono correttamente e onestamente il loro mestiere “nel rispetto dei diritti umani e civili”  come si può pretendere il semplice rispetto delle persone che passa anche per la parola?

Presidente Boldrini,  forse c’è qualcosa di più urgente da fare prima di pensare di tradurre al femminile gli aggettivi che descrivono mestieri e professioni, ci sarebbe da cacciare i fascisti dalle istituzioni e dalla subcultura malata e criminale di questo paese. Questo dovrebbero fare la politica e le istituzioni serie  del paese antifascista.

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Diaz, le ‘mille volte’ di Tortosa: io non mi stupisco – Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano

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L’insostenibile leggerezza dei social network – Guido Scorza – Il Fatto Quotidiano

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Cos’è, niente “je suis Tortosa” stavolta?

Eppure, se vale il principio col quale molti hanno avvelenato la Rete dopo la strage fondamentalista di Charlie Hebdo scrivendo che “tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, anche fosse la più spregevole” dovrebbe valere anche per Tortosa, orgoglioso di indossare la divisa e di difendere a mazzate i “nemici” della democrazia, impersonati da chi dormiva per terra una sera di luglio a Genova.
Così come lo stesso principio deve valere per la Saluzzi che deve sentirsi libera di dare dell’imbecille al campione di Formula uno, deve, dovrebbe valere per gasparri che sempre secondo quel principio ha eccome licenza di poter scrivere pubblicamente ad una ragazzina che siccome è grassa dovrebbe mettersi a dieta e di ipotizzare, interrogando i suoi fan, che le ragazze tornate dalla Siria sono due poco serie che la davano a tutti come fa anche salvini quando scrive le sue scemenze razziste sotto forma di domanda.
Così come io che non mi sono mai sentita né definita nient’altro che me sono libera di scrivere che se De Gennaro, il capo della polizia di allora non fosse stato premiato dallo stato probabilmente i suoi uomini in divisa avrebbero perso un po’ di quella sicumera che li autorizza a tutelare l’ordine con le botte, che in un paese dove i responsabili e i mandanti dei pestaggi e degli omicidi di stato pagano davvero non avremmo assistito all’osceno spettacolo dei rappresentanti di un sindacato di polizia che fanno la standing ovation a quattro assassini mai spogliati della divisa e che il segretario del sindacato non si permetterebbe di dire che una legge civile è frutto del furore ideologico. E il presidente del consiglio non si sarebbe mai permesso di ribadire la sua fiducia a De Gennaro mantenendolo al posto che gli è stato regalato in virtù della sua bravura e competenza.

Benché spregevoli quelle di gasparri e salvini sono opinioni proprio come quella di Tortosa che “rientrerebbe mille e mille volte in quella scuola” nonostante una sentenza della Cassazione che tre anni fa stabilì che i fatti accaduti alla Diaz hanno gettato discredito sull’Italia agli occhi del mondo intero, un’altra più importante di qualche giorno fa della Corte dei diritti umani europea che ha messo nero su bianco quello che sapevamo tutti ovvero che lo stato a Genova per mezzo del suo braccio armato fascista non si limitò a far rispettare l’ordine pubblico e tutelare la sicurezza dei cittadini ma esercitò violenze, tortura, ebbe comportamenti criminali e in quella occasione come tante, troppe altre fu lo stato il nemico della democrazia, non la gente che dormiva per terra in una scuola e che era andata a dire che non le piaceva questo paese, il mondo così com’era, come è ancora visto che da allora sono perfino peggiorati entrambi.

Dai che prima o poi ci arriviamo tutti alla semplice considerazione che no, non esiste quel diritto di poter dire quello che si pensa sempre, soprattutto se chi pensa di poter esercitare quel diritto è gente che per ruolo e mestiere rappresenta lo stato, quello democratico e dovrebbe dare l’esempio, non mettersi sotto il livello di ciò che dovrebbe contrastare.
Prima o poi capiremo tutti quanti che libertà e diritti non hanno niente a che fare con l’espressione della violenza, fosse anche solo scritta e detta a voce.

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Quando la mela è “sana” come minimo è omertosa, c’è una puntata di Presa diretta sui morti di stato che andrebbe trasmessa nella scuole già dalle medie inferiori.
Perché in questo paese la polizia che picchia è stata sempre autorizzata dai governi di tutti i colori, quando a Napoli durante il vertice Osce ci fu il preludio di quello che sarebbe accaduto quattro mesi dopo a Genova, quando i manifestanti furono portati nella caserma Raniero per essere pestati lontano da occhi indiscreti a palazzo Chigi c’era D’Alema: l’indignato de’ sinistra.
Quindi è inutile nascondersi dietro i propri paraventi dicendo che certe cose possono succedere solo coi governi di destra, ci sono metodi condivisi da tutta la politica che ha sempre autorizzato l’uso violento della forza anche quando non c’è nessun pericolo per la sicurezza nazionale come fu proprio a Genova dove la polizia si comportò come il peggiore dei vigliacchi e infami che colpisce alle spalle.
Ora la politica – nemmeno tutta – arriccia il naso perché dopo i processi farsa, le finte condanne e le promozioni vere, la sentenza della Cassazione che ha raccontato di una polizia che ha svergognato l’Italia agli occhi del mondo è arrivata l’ultima davanti alla quale non ci si può più nascondere, ma l’Italia delle istituzioni non si è indignata nello stesso modo quando a subire la tortura di stato sono stati cittadini singoli, fermati o trattenuti come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini morti di botte e di sistemi coercitivi fuori dalle regole e da qualsiasi diritto, pestati a sangue perché si sentivano male come Federico Aldrovandi e come tutti coloro che nelle questure di tutta Italia da Bolzano a Palermo ricevono il benvenuto dai funzionari di stato in divisa a forza di botte, e quelli che non picchiano ma tacciono e non denunciano i colleghi criminali sono colpevoli esattamente come loro se non peggio.

 

Onore Napolitano [sottotitolo: L’italia della vergogna]

 I valori “incancellabili” della Resistenza sono tutti scritti su quella Carta che l’estremo difensore, il suo garante supremo molto spesso dimentica che andrebbero anche messi in pratica. E, se la pace è un “valore assoluto” si potrebbe onorarla sul serio coi fatti, non solo con le parole vuote della retorica da festa, evitando di spendere miliardi in apparecchiature da guerra.  Napolitano, nel giorno della Liberazione dal fascismo e dalla guerra  infila nello stesso discorso –  oltre all’onore relativo a due persone che non sono state rapite dagli alieni cattivi ma accusate di duplice omicidio in terra straniera e lì sarebbe giusto che fossero giudicate –   la pace quale “valore assoluto” e la critica alla giusta diffidenza verso gli strumenti della difesa, quelli che fanno perdere l’assoluto al valore della pace. Sarebbe ingiusto derubricare tanta confusione all’anzianità di un presidente che pare non voglia arrendersi al fatto che l’onore, la difesa di un paese non passano per una divisa da soldato né nella quantità immorale di soldi spesi in armamenti e affini specialmente in un periodo di crisi profonda come questo.  Pertini voleva “svuotare gli arsenali e riempire i granai”,  Napolitano invece, il 25 aprile, giorno della Liberazione dalla guerra e dall’invasione nazifascista, invita a resistere alle “pulsioni antimilitariste”,  quelle di  chi pensa che le armi non abbiano nessuna funzione di pace. 

 

Sarebbe stato bello, senz’altro più opportuno nel giorno della Liberazione dal tiranno nazifascista, che Napolitano invece di parlare di onore riferito a due probabili assassini avesse parlato del disonore, dell’incapacità di questo stato di rendere giustizia ai sette operai  della Thyssen morti bruciati sul posto di lavoro e alle altre migliaia di morti di lavoro, italiani e non, nel paese dove chi ha meno vale meno da vivo e da morto.  Del resto, ciclicamente ce lo ricordano anche gli illustri rappresentanti della politica italiana che “chi non ha niente, ha poco è perché non si è impegnato abbastanza”. Con la mole gigantesca di argomenti a disposizione in fatto di ingiustizie in questo paese, Napolitano ha scelto di associare l’onore italiano  alla vicenda tragica di due pescatori scambiati per terroristi uccisi in mare solo perché i due accusati del loro omicidio indossano una divisa militare. Come se una divisa in Italia significasse sempre onore.
Oggi ci sarebbe stato un motivo in meno per vergognarsi di essere italiani.

 

Quelli che difendono tanto l’operato di Napolitano esaltandone lo spirito di “sacrificio” che lo ha “costretto” ad accettare un secondo mandato, caso unico nella storia della repubblica italiana; quelli che lo giustificano rispetto al suo atteggiamento verso il pregiudicato berlusconi, che non hanno trovato niente di anormale e di strano che lo abbia ricevuto al Quirinale da condannato, che in precedenza non trovarono niente da ridire quando per consentire a berlusconi di “poter partecipare alla delicata fase politica” non esitò a fare quello che gli riesce meglio e cioè la ramanzina ai giudici colpevoli di mettersi in mezzo fra berlusconi e la sua disonestà, delinquenza; quelli che negano la massiccia ingerenza nella politica di Napolitano, cosa che un presidente della repubblica non deve fare; quelli che “Napolitano non poteva fare diversamente”; quelli che “le istituzioni si devono rispettare”… e si potrebbe continuare all’infinito, a proposito di “quelli che” ma è meglio non andare oltre. Ecco: a tutti i quelli vorrei chiedere cosa pensano di un presidente della repubblica che il 25 aprile, nel discorso ufficiale per le celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo, tesse le lodi di due accusati di duplice omicidio dicendo che sono “ingiustamente detenuti e rendono onore alla patria”. Mi interesserebbe altresì sapere perché il presidente della repubblica pensa che ad onorare e dare lustro all’Italia, dunque anche al mio paese, debbano essere due persone sottoposte a provvedimenti giudiziari certamente lontane dall’Italia perché non è in Italia che si deve decidere se sono colpevoli o innocenti. Due persone che godono di un’attenzione speciale da parte delle nostre istituzioni e anche di quelle del paese dove sono “detenute” a differenza di quello che è capitato a Tomaso Bruno e ad Elisabetta Boncompagni, italiani anche loro, che dal 2010 sono detenuti in un carcere indiano: un carcere vero, condannati all’ergastolo perché accusati di un omicidio sul quale non è mai stata fatta chiarezza. A Tomaso ed Elisabetta, dei quali  fino ad ora si sono occupate solo le Iene non è stata concessa nessuna licenza premio in questi quattro anni, non sono tornati a Natale per mangiare la lasagna di mamma e nemmeno hanno goduto di un permesso premio di un mese per poter esercitare il loro diritto/dovere di voto. E presumo che casomai dovessero, per una fortunata circostanza, per uno Staffan De Mistura che si ricorda anche di loro tornare in Italia, non verrebbero accolti in pompa magna con tanto di presenza di politici ed eminenze in aeroporto così com’è capitato alle due persone in questione. E nemmeno verrebbero ricevuti da un presidente della repubblica che il 25 aprile dice a tutti gli italiani – anche a chi come me non lo pensa – che devono sentirsi orgogliosi di essere i connazionali di due più che presunti assassini.

In questo blog, “Bella ciao” non sono parolacce

Qualcuno provasse a dire ai Francesi che il 14 luglio la Marsigliese non si può cantare per motivi di ordine pubblico. Ci mettono un attimo a rialzare madame Guillotine a Place de la Concorde.  Del resto, l’unica Rivoluzione l’hanno fatta loro. Quella vera, più redditizia nel tempo, quando hanno spedito via dal loro territorio i papi.
La differenza fra noi e gli altri sta proprio in quell’orgoglio con cui hanno difeso le radici della loro Libertà. 

Quand’è che ci siamo distratti, permettendo che fossero la bandiera italiana e una canzone che significa libertà gli elementi di disturbo, l’una da far arrotolare su ordine della polizia di questo stato per non disturbare le manifestazioni di chi uno stato se lo è inventato mentre depredava questo, e l’altra così pericolosa che è meglio non farla sentire ai bambini in un giorno di festa?  L’Antifascismo come disvalore, in un paese la cui democrazia è nata dal sangue di una Resistenza Antifascista è la prova inconfutabile, evidente, perfetta dell’immoralità disonesta di chi lo ha governato, di chi ha lasciato fare, di chi, giorno dopo giorno non si accorgeva, faceva finta di non vedere come quella Libertà costata sangue e macerie veniva pian piano ridotta, svilita, sminuita. Il 25 aprile si celebra la vittoria dell’Italia migliore, ma per molti questa giornata viene considerata un evento da nostalgici malinconici di un tempo che fu. Quello dove a nessuno sarebbe mai venuto in mente di pensare e dire che “destra e sinistra non contano, pari sono, contano le idee,  le persone”. Col cazzo. Perché le idee di destra non potranno mai essere uguali a quelle di sinistra. La Libertà è un diritto, e come tutti i diritti non gode di un tempo indeterminato, ecco perché va difesa, tutti i giorni. Ognuno coi mezzi che ha.  La Libertà non si dice: si fa. Come il rispetto, l’amicizia, la stima, l’affetto. E come l’amore. Non solo il 25 aprile.

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Se la Costituzione rassomigliava all’Italia e ancora oggi è la più bella del mondo, è anche perché è stata fatta da poveri che stavano dalla parte dei poveri. [Raniero La Valle]

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Teresa Mattei, Comandante di Compagnia nel Fronte della Gioventù, nome di battaglia “Chicchi”, è stata la più giovane eletta nell’Assemblea Costituente, quando era una giovanissima combattente per la Libertà si fece espellere da tutte le scuole del regno perché non volle mai partecipare alle lezioni sulla “difesa della razza”.
Se oggi abbiamo un 25 aprile almeno da ricordare, perché festeggiarlo è una parola grossa, lo dobbiamo anche a lei.
E’ bella la Libertà vero? E chissà perché abbiamo permesso a tanti di ridurne il significato, la bellezza. Di riscrivere una Storia, quella della Resistenza, che dovrebbe essere un motivo di orgoglio e di vanto per tutti.
Perché è grazie a quella Storia se oggi tanti possono pensare addirittura di riscriverne una, un’altra, a modo loro.
Qualcuno ha definito la Resistenza una “guerra civile”, come dire che gli italiani ad un certo punto sono impazziti e si sono fatti la guerra fra loro così, per movimentare le loro esistenze.
Non è così. La Resistenza è il risultato di una scelta, quella di chi non ha pensato che fosse conveniente, opportuno, schierarsi al fianco del tiranno nazifascista ma, come Teresa, ha lottato per riprendersi la sua Libertà.

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Bella ciao, brutto prefetto – Giulio Cavalli

Non mi stupisce l’ennesimo caso di anti-antifascismo, no: ormai paragonare fascisti e resistenti mettendoli sullo stesso piano è un esercizio vanaglorioso di neofascisti senza storia. Ma non per questo mi adeguo: sono per la Resistenza, sono per l’antifascismo come dovere costituzionale prima che come valore e mi ingegno per inorridirmi abbastanza ogni volta, tutte le volte.La vicenda del Prefetto di Pordenone però non è solamente l’ennesimo caso di “leggerezza istituzionale” sui temi antifascisti ma è soprattutto una figuraccia istituzionale della figura prefettizia. Provate ad immaginare: a Pordenone il Prefetto convoca una riunione del Comitato di Sicurezza con Questore, Comandante dei Carabinieri e Comandante della Guardia della Finanza per arginare qualche sparuto gruppo di “anarchici” (hanno detto così eppure gli “anarchici” in questo caso mi sembrano un altro eufemismo) che potrebbe disturbare la parata del 25 aprile e cosa decidono per l’ordine pubblico? Di controllare e identificare gli eventuali “molestatori”? No, grazie. Di controllare eventuali “infiltrazioni” e modalità dei disordini passati? Figurati. Di evitare le provocazioni? Sì, forse. E quali potrebbero essere le provocazioni? Cantare “Bella ciao”. Non è una barzelletta.

Ora è vero che il Prefetto è tornato sui suoi passi (si è preso i rimproveri di mezza Italia, oltre alle risate) ma che un rappresentante del Governo (che dovrebbe, per figura, essere “super partes”) possa considerare l’antifascismo in tutte le sue forme (anzi: nella sua forma canora e corale) una provocazione la dice lunga sull’ignoranza storica. E questo basta per farne un cattivo prefetto. Che poi il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti abbia avvallato la scelta prefettizia nonostante sia del PD può stupire solo chi non ha ancora capito che essere antifascisti oggi in Italia significa essere brigatisti culturali, per resistere in questo marcio.

 

25 Aprile

Il 25 aprile si è trasformato, nel tempo, come i compleanni dopo una certa età.
Quelli che non ti va più nemmeno di mettere le candeline sulla torta.

Figurarsi fare i soliti discorsi  sull’importanza di questa data, sul suo significato.

Quest’anno alzo le mani, rinuncio, dopo la giornata di oggi ogni parola, frase, concetto espresso diventa un inutile esercizio di banalità e di retorica.

Non vorrei sentire più nessuno parlare di Italia come di uno stato di diritto, ci risparmiassero almeno questa indecenza, questa grossolana menzogna, questa falsità.
Perché quando i cittadini di un paese vengono deprivati del diritto ai loro diritti proprio da chi invece dovrebbe operare per difendere quelli esistenti, garantirne la durata, aggiungerne altri, perché l’evoluzione di un paese e la sua civiltà passano anche e soprattutto per l’estensione dei diritti e non per la loro negazione voluta da una politica meschina e opportunista, nessuno dovrebbe mai più poter dire che l’Italia è uno stato di diritto, tanto meno parlarne come di un paese libero.

La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. 
Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.
[Pier Paolo Pasolini]


Quel silenzio continua, e io non riesco ad immaginarlo nemmeno un 25 aprile peggiore di questo.
Italiani schiavi sempre, che si sono dovuti accontentare di una libertà fittizia, di una democrazia mutilata fin dalle sue fondamenta. 
Perché qualcuno ha voluto che fosse così.
Cosa c’è nel menù di questa nostra bella libertà oggi, quella per cui tanta gente si è sacrificata ed è morta? un governo non scelto dal popolo, un presidente della repubblica imposto per questioni di emergenza nazionale, un parlamento che si sta per riempire di gente che i cittadini non volevano più sentir nemmeno nominare.
Una giustizia soffocata da presunte ragioni di stato in virtù delle quali gli italiani non devono sapere se uomini dello stato trattarono con la mafia anziché contrastarla né perché un ex ministro indagato per falsa testimonianza chiedesse conforto e aiuto al presidente della repubblica in via privata.
C’è il progetto di salvare un delinquente impunito al quale si continua a dare la possibilità di poter partecipare alla vita pubblica e alla politica, di poter determinare le sorti di un paese.
E noi qui, disarmati anche delle possibilità che una democrazia garantisce per Costituzione, messi nelle condizioni di non poter decidere niente.
E come si fa, a chiamare tutto questo [e molto altro], libertà?
Buon 25 aprile a chi ci crede, io ho smesso, e da un bel po’.