Quando la realtà supera lo storytelling la politica perde e muore

 

orfini consideraAl posto di chi ironizza sul dopo quando ancora non si è arrivati nemmeno al dunque io guarderei con più rispetto i risultati ottenuti dai 5stelle nelle persone delle signore Appendino e Raggi che hanno sbaragliato un sistema politico lungo decenni praticamente a mani nude, senza la stessa propaganda asfissiante sulla quale ha potuto contare il partito democratico.
Da sole si sono dovute impegnare a sfondare il muro dei giudizi e dei pregiudizi, della propaganda contro, dei colpi bassi di quella che molti considerano “buona politica” e di un sistema mediatico rivoltante e odioso che ha fatto di tutto affinché non potessero raggiungere il loro obiettivo. Se proprio non si vuol dare alla sconfitta del pd un significato “antirenziano” si puó almeno dire che i due schiaffoni presi a Roma e Torino sono la risposta all’insopportabile arroganza del pd e di tutto l’entourage che ruota attorno al giglio ormai tragico di Renzi, il quale, se questo fosse un paese normale si dovrebbe dimettere eccome. Invece la morale della favola renziana e renzista è che il voto alle amministrative è locale e dunque la disfatta del pd non è un motivo per far dimettere Renzi né da segretario del partito né da presidente del consiglio di un governo che non ha mai avuto la maggioranza nel paese, mentre il voto alle europee che non c’entrava nulla con la politica locale né con quella nazionale ma molto con i famosi ottanta euro tirati con l’elastico  è potuto diventare il viatico per sfasciare la Costituzione senza il permesso di nessuno [oltre a quello di Napolitano].
Per riconoscere questo non bisogna nemmeno essere elettrici ed elettori del movimento cinque stelle.

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“Io capisco l’esigenza di ogni premier di esibire ottimismo e di inoculare fiducia, ma quando il distacco tra gli illusionismi e la realtà diventa troppo ampio, l’effetto è quello opposto. Si insinua cioè il forte dubbio, in molti, di essere presi per i fondelli.

E’ finita l’aria serena dell’Ovest

[Alessandro Gilioli – L’Espresso]

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Quando per una semplice colica renale che sarà anche fastidiosa e dolorosa ma non è un’ustione di terzo grado, dunque non mette in pericolo la vita, si sposta l’elisoccorso solo perché il costipato si chiama vittorio sgarbi non ci si può lamentare se poi la gente schifa la politica che ha costruito un paese dove i vittorio sgarbi possono usufruire dell’elisoccorso per un semplice malessere temporaneo.

Perché bisognerebbe stupirsi del voltafaccia degli elettori che votano in un paese dove un elicottero si può alzare per soccorrere vittorio sgarbi mentre milioni di italiani non possono nemmeno accedere alle cure di base per malattie serie e gravi?
Chi è il responsabile di questo degrado incivile e immorale: la politica di destra, quella di sinistra o quella che ha fatto sempre semplicemente schifo perché responsabile delle condizioni di un paese che si sta avviando verso il feudalesimo, di questa sottospecie di stato dove solo ai pochi è concesso tutto mentre i molti possono crepare di malattie e di inedia nell’indifferenza della politica?

Non è stato molto utile aver fatto ruotare la campagna elettorale di Roma  intorno all’occasione “storica” delle Olimpiadi a Roma e, in generale nel resto d’Italia usando l’arma della denigrazione dell’avversario,  guardando continuamente a quel che facevano e dicevano i dirimpettai, aver organizzato un’enorme macchina da guerra mediatica che ha colpito alla do’ cojo cojo solo per destabilizzare e disorientare gli elettori che ad un certo punto non hanno ben compreso perché i loro problemi quotidiani dovessero avere una qualsiasi attinenza con le Olimpiadi, coi battibecchi al talk show, la battaglia nei social a contrastare l’orda dei troll sguinzagliati ovunque ma che hanno ritrovato prontamente la lucidità quando si sono trovati a dover scegliere fra chi aveva già dimostrato tutto quello che NON ha saputo, voluto e potuto fare e chi almeno non ha nessuna responsabilità di quei problemi.
Cose che la “sinistra”, avvolta nella sua arroganza e ormai più che presunta superiorità morale e politica, annichilita da vent’anni di berlusconismo durante i quali le campagne elettorali sono state sempre di questo tenore e spessore: non dire quello che si poteva fare ma accusare l’avversario di non essere all’altezza di poter fare meglio e di più,  senza dimostrare coi fatti concreti di essere migliore,  non capirà mai.

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BYE BYE STORYTELLING. IN ITALIA È TORNATA LA REALTÀ – Flavia Perina – stradeonline.it

Oltre il dato numerico e politico, frana in queste elezioni amministrative l’idea che si possa costruire consenso con il famoso storytelling, una delle ossessioni ventennali della sinistra e della destra. “Non è la storia, ma è come la racconti” ci dicono da due generazioni: la storia dei ristoranti pieni di Silvio, dei boy scout di Matteo che prendono il potere cantando, di Torino “amministrata benissimo”, di Roma “che si salverà con le Olimpiadi”. Un immenso castello di carta costruito dai giornali, dalle tv, dagli opinionisti, mentre il reale andava da un’altra parte: e il reale erano le periferie, i troppi poveri, le élite immobili rinnovate solo per cooptazione, il circo culturale sempre in mano ai soliti, la finzione di destra/sinistra ormai perse dentro un generico governismo.

Lo storytelling ai piani bassi della contesa elettorale diventa la Panda Rossa e gli scontrini di Marino, la villa con piscina di Giachetti, la dichiarazione dei redditi della Raggi, insomma: il racconto di un avversario ladro, incapace, bugiardo, infido, con le modalità denigratorie del ciclo berlusconiano (“Comunisti!”; “Puttaniere!”) riciclate all’infinito e adattate via via ai personaggi che si affacciano. Quel ciclo è finito. La Raggi, come ha scritto qualcuno, a Roma avrebbe potuto pure menare vecchiette con l’ombrello e avrebbe vinto uguale. La Appendino, idem. E lo stesso, a Napoli, De Magistris, un Masaniello che però sa intercettare il mood della città, farsi napoletano tra i napoletani, e hai voglia a dirgli “incapace”, “populista”: lo votano a valanga.

L’altra grande lezione di questo voto – una lezione un po’ nascosta, meno evidente delle altre – è la fine dell’idea che restringere la base elettorale, tifare sotto-sotto per l’astensionismo, sia vantaggioso per le classi dirigenti che possono giocarsela non sull’ampia e incontrollabile base del corpo elettorale ma sul suo segmento più “interessato”, sulle filiere che vanno al voto perché direttamente coinvolte negli esiti delle urne. Le élite di tutta Europa hanno contato su questo meccanismo, giudicandolo una garanzia contro improvvisi cambiamenti, e si sono dette: meno gente vota meglio è. E anche da noi, quante parole sull’irrilevanza dell’astensionismo, sul fatto che sia un trend di tutte le “democrazie mature” – Come in America! Come in Inghilterra! – e quanta sottovalutazione dei suoi esiti finali: basta un modesto spostamento di voti, un’emozione nuova, un fremito dell’opinione pubblica, per rovesciare il tavolo. Partita chiusa.

Immaginare che destra e sinistra capiscano queste cose, e cambino modalità, è secondo me quasi impossibile. Ci sono troppo dentro, è la loro intera cultura politica che si fonda su questi due pilastri, e nessuno (tra l’altro) saprebbe più che cosa dire al “popolo”: non a caso, chi al popolo parla è stato derubricato a “populista”, una definizione che tiene banco da dieci anni come un esorcismo di massa. Ma altra strada non c’è. O si ricomincia a fare politica puntando gli occhi sul reale, abbandonando lo storytelling in favore di una corretta lettura della storia “vera”, abbandonando la tattica della Panda Rossa, del nemico alle porte, e guardando in faccia questa Italia stremata dalla crisi, oppure giochi chiusi. La sinistra perde e lo sappiamo, ma anche la destra esce dopo un ventennio dal governo delle sue roccaforti – Latina e Varese tra tutte – ammazzata da esperienze civiche che non hanno l’imprinting Cinque Stelle ma si muovono fuori dai simboli tradizionali e dalle alleanze consuete.

Frana, qui e oggi, anche l’idea “europea” della Grossekoalition, o più modestamente del Modello Nazareno. La destra non vota la sinistra, mai. E viceversa. Non in Italia. Prenderne atto. Non illudersi di cambiare le cose con l’ennesimo ritocco alla legge elettorale. Capire che il problema è più largo del doppio turno o del premio di coalizione. Licenziare gli spin doctor. Smettere di dire sciocchezze come «Li vedremo alla prova», «Vincono le facce giovani», e tutta la caterva di banalità retoriche che ascoltiamo in queste ore. Stare sui social per capire che succede e non per postare propaganda vuota. Scoraggiare il naturale conformismo dell’informazione, cercare ragionamenti taglienti invece che consolatori. E limitare lo psicodramma delle analisi del voto, perché il voto è chiarissimo per tutti: l’Italia sta licenziando dopo vent’anni élite che percepisce come imbroglione e bugiarde, caccia il populismo di potere degli ottimati in nome di un altro populismo, che magari si rivelerà salto dalla padella alla brace, ma tant’è: la realtà è questa.

 

 

Giggin’ ‘a manetta

Giggin’ ‘a manetta è l’affettuoso soprannome col quale la malavita campana chiama Luigi De Magistris, segno evidente che la sua azione sul territorio non è passata inosservata.

Un certo linguaggio però non è un’esclusiva della malavita, da un po’ di anni a questa parte, che casualmente coincidono con l’ascesa al potere politico di uno che con certa malavita ha intrattenuto rapporti molto stretti, amichevoli e familiari è tendenza abbastanza comune quella di definire giustizialisti tutti quelli che non pensano che chi combatte la criminalità sia affetto da una sorta di perversione, di passione insana  per le manette ma che sia perfettamente da paese civile e normale che i delinquenti vengano perseguiti da chi rappresenta la legge. Che non sia normale il contrario e che nessuna ragion di stato dovrebbe consentire allo stato di escludere dalla lotta alla criminalità e alle mafie coloro i quali, grazie alla debolezza e all’opportunismo di chi sapeva di poterci guadagnare qualcosa si sono accostati alla politica, sono entrati sfondando la porta anche se non avevano i requisiti ottimali per potervi accedere, col risultato di trasformare il parlamento nel rifugio ultimo di chi aveva problemi con la legge e che, grazie alla carriera politica si è garantito la sicurezza di restare impunito, o, come nel caso di berlusconi condannato per finta e per scherzo. 

Un parlamento che nel tempo si è riempito di  inquisiti, indagati, condannati per reati contro lo stato, di criminalità comune, truffatori, evasori, frodatori, puttanieri, collusi con le mafie e la criminalità, amici personali di personaggi che una persona normale si vergognerebbe di conoscere di vista. In italia per vent’anni abbondanti ha imperversato una classe politica indecente che ha  messo la firma su leggi altrettanto indecenti e che successivamente sono state cassate, rese nulle da quella Consulta che da ultimo baluardo del diritto si vuol trasformare nell’ennesimo approdo per chi dei diritti se ne frega allegramente. Ovviamente solo quando riguardano gli altri, perché per i loro è sempre stata un’altra storia. Quello che accade oggi a De Magistris è il risultato di vent’anni di malgoverno, di assoluto disprezzo della Costituzione, di un sistema informativo che si è reso complice diffondendo l’idea che chi lotta contro i criminali e le mafie sia un nemico dello stato da definire giustizialista e forcaiolo, che ancora oggi sostiene che sia perfettamente normale che un condannato in via definitiva possa mettere bocca negli affari di stato, essere il braccio destro del presidente del consiglio del parlamento illegittimo col quale riformare le fondamenta dello stato.

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Abbiamo un ministro dell’interno proprio zelante.
E dire che quando bisognava votare la decadenza di berlusconi si attaccava a tutti i cavilli possibili collezionando le solite figure da alfano perché la legge Severino fu approvata anche coi voti di forza Italia già pdl.
Quindi si può facilmente immaginare che razza di legge sia.
Per berlusconi doveva valere solo a sentenza definitiva, per De Magistris vale da subito, anzi, da prima di subito anche se entrambe le imputazioni, quella di b e di De Magistris e i relativi reati risalgono a prima dell’approvazione della legge Severino.
Quindi per gli amici non doveva valere la retroattività, per i nemici sì.
alfano è stato quello che ha fatto sequestrare madre e figlia mettendo a rischio la loro incolumità e non è successo niente perché sennò cadeva il governo e piangeva Gesù. E’ stato quello che ha sputtanato pubblicamente una persona non ancora colpevole di niente ma che lo stato tiene in una galera senza sentenza e senza condanna e anche lì non è successo niente, manco un monito piccino contro i ministri chiacchieroni. In precedenza è stato quello che è andato a fare eversione davanti e dentro i tribunali per perorare la causa di un delinquente conclamato. E anche lì non è successo niente, solo folklore. E uno così si è permesso di sollecitare la sospensione di  un galantuomo colpevole di aver indagato, di voler capire il perché molti politici sono sempre in contatto coi criminali mafiosi. Verrebbe da chiedersi  in che paese si affiderebbe la sicurezza nazionale ad uno come alfano, o proprio ad alfano.

Il fatto che il pd non si accontenti della sospensione di De Magistris ma chieda nuove elezioni al fine di proporre a sindaco di Napoli un candidato frutto dell’osceno patto col delinquente costringe alla presa di posizione netta.
Non sono solita stare con questo e quello perché è già abbastanza complicato stare con me, ne sa qualcosa mio marito che con me ci sta da più della metà della nostra vita, ma appoggio in modo incondizionato la disobbedienza civile di De Magistris verso quella che chi ha il minimo sindacale di onestà intellettuale sa benissimo essere non una sentenza giusta, e che per questo va rispettata, ma una vigliaccata infame per punire l’ex pm colpevole di voler portare alla sbarra quei politici che fanno affari coi criminali per mangiarsi l’Italia.
La sentenza che condanna Gioacchino Genchi e Luigi De Magistris e la reazione di Alfano, incredibilmente e ancora ministro dell’interno di questo paese, sempre in prima linea per difendere berlusconi e i suoi reati, le sue condanne, sempre pronto a piagnucolare di magistratura politicizzata quando i magistrati per sbaglio condannano i veri criminali sono la conferma che alla consolle di questo paese continua ad esserci quel sistema che si fa condizionare da fattori e personaggi “contingenti”, proprio quelli contro i quali De Magistris ha combattuto.
Per questo e molto altro io sto con De Magistris: come lui, disobbedisco a questo stato iniquo che alza la voce in base alla sua convenienza, a quello che deve salvare perché “bisogna” salvarlo e non per esprimere quella giustizia giusta e uguale per tutti come da Costituzione.

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L’Angelino Severino – Marco Travaglio 

Con De Magistris e la società civile, con la politica onesta che non si fa mandante, esecutore e complice di chi sta ammazzando questo paese. #sospendetecitutti.

Il 1° agosto 2013 Silvio B. viene condannato in Cassazione a 4 anni di reclusione per frode fiscale, dunque deve decadere immediatamente da senatore in base alla legge Severino da lui stesso votata. Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Letta nonché segretario Pdl commenta: “Tutto il Pdl è forte e unito attorno al suo leader Silvio Berlusconi. È interesse della democrazia che una parte importante del popolo italiano non venga privata della sua leadership, visto che Berlusconi è il leader più votato di questi ultimi venti anni”. Il 20 agosto Alfano si reca in pellegrinaggio ad Arcore a prendere ordini dal pregiudicato. Il 21 incontra il premier Letta e gli chiede di “farsi carico dell’agibilità politica di Berlusconi”.

Poi vola al Meeting di Rimini: “Noi chiediamo che il Pd rifletta, astraendosi dalla storica inimicizia di questi vent’anni, sulla opportunità di votare no alla decadenza di Berlusconi” perché “l’esempio di Cristo testimonia l’esigenza di un giusto processo e la pericolosità di certe giurie popolari”. Il 24 si tiene ad Arcore il Gran Consiglio del Pdl. Alla fine B. ordina ad Alfano di leggere la seguente nota, e lui esegue: “La decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile. Ci appelliamo alle massime istituzioni della Repubblica sulla questione democratica che dev’essere affrontata per garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Berlusconi. In base a precisi riferimenti giuridici chiediamo al Pd una parola chiara sul principio della non retroattività della legge Severino”. Il 24 settembre Alfano incontra Napolitano e gli chiede di graziare B. Il 27, Consiglio dei ministri sull’aumento dell’Iva: tutto bloccato da una rissa tra Franceschini (“Volete solo salvare Berlusconi”) e Alfano (“Siete voi col vostro anti-berlusconismo a cacciare il governo nei guai”). Il 28 settembre B. ordina le dimissioni dei suoi cinque ministri, che obbediscono all’istante, compreso Alfano. Il 29 Alfano, con Quagliariello, Lorenzin e Lupi, si dissocia da se stesso: “Basta estremismi, difendiamo il governo. Siamo diversamente berlusconiani”. Il 30 ottobre, a tre mesi dalla condanna, B. è ancora senatore. Ma il Senato decide che voterà sulla decadenza a scrutinio palese. Per Alfano è “un sopruso”. Il 15 novembre Alfano lascia il Pdl e fonda l’Ncd, ma avverte: “Continueremo a difendere Berlusconi dal governo”. E chiede di rinviare il voto sulla decadenza di B. a gennaio. Il 27 novembre il Senato approva la decadenza di B. Tutto l’Ncd vota contro. Alfano comunica: “Oggi è una brutta giornata per il Parlamento e l’Italia. Rivendichiamo con forza la storia di questi 20 anni. Ho sentito Berlusconi per dirgli che avremmo dato battaglia contro un cosa profondamente ingiusta”.   Ieri Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, ha annunciato alla Camera che il prefetto di Napoli, suo sottoposto, avrebbe sospeso subitissimo, prima che Napolitano arrivi in città, il sindaco Luigi De Magistris, condannato in primo grado (non in Cassazione) a 15 mesi con pena sospesa (non a 4 anni senza condizionale) per abuso d’ufficio sui tabulati non autorizzati di 8 parlamentari (non per una monumentale frode fiscale). Alfano avrebbe potuto attingere al suo repertorio e dire, in coerenza con se stesso, che De Magistris è il sindaco di Napoli più votato degli ultimi vent’anni, dunque gli va garantita l’agibilità politica; e poi la legge Severino non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi nel 2007, cioè prima che venisse approvata nel 2012; e comunque la condanna è solo in primo grado e c’è la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva; e basta con l’uso politico della giustizia di chi vuole liquidare un avversario per via giudiziaria. Invece ha detto – a sua insaputa, s’intende – l’unica cosa giusta della sua inutile carriera: De Magistris va sospeso in base alla legge Severino, e subito. Non dopo 4 mesi: dopo 7 giorni. E alla fine non è neppure arrossito. La sua vergogna è emigrata un anno e mezzo fa in Kazakistan insieme al suo cervello, senza più dare notizie di sé.

 

 

 

L’intruso

Ormai lo schifano persino per un’ipocrita stretta di mano. 

Erano tutti lì a parlare tra loro, i grandi, o a rimirarsi le unghie fischiettando, quando il gangster ridicolo si avvicinava… una scena da film di Totò e Peppino. I sorrisi falsi del cavalier Pompetta si spegnevano uno dopo l’altro: nessuno voleva più ascoltare le sue vecchie barzellette da carrettiere in disuso, figurarsi parlare di cose serie con lui o farsi fotografare!  Mestizia, . Solo un commesso lo ha degnato di uno sguardo e di un sorriso, ma era Johan Stronemberg: quello strabico. (Lucio per ‘cappitomihai’)

Sono proprio contenta di aver dato il mio piccolo contribuito per la realizzazione del progetto di Santoro, solo chi  ha provato e conosciuto l’onta di una ingiusta esclusione forse può capire meglio cos’ha realizzato Michele Santoro.

Come ho scritto qualche giorno fa chi invece pensa che quando qualcuno viene allontanato in modo forzoso, violento, oppure gli si creano attorno tutte le condizioni per farlo andare via da un posto dove fa semplicemente quello che ritiene sia giusto fare e lo fa come lo sa fare,  nel caso di Santoro e modestamente anche nel mio direi piuttosto bene, mettendoci una faccia e l’onestà è perché (forse) se lo è meritato, forse non ha rispettato qualche regola, forse qualche volta poteva tacere ma non l’ha fatto, fa lo stesso ragionamento per il quale molti idioti credono e dicono che se una donna viene stuprata è perché provocava. La censura, come dico sempre, è una cosa molto stupida, perché colpisce molto di più chi la fa che chi l’ha ingiustamente subìta. Di Giovanna d’Arco e Giordano Bruno tutti si ricordano, la Storia li ricorda, ma non ci si ricorda affatto di chi ha materialmente acceso la pira sotto ai loro corpi vivi: quella è gente che si è consegnata spontaneamente alla parte peggiore della storia, quella che ha prodotto criminali che hanno compiuto azioni e delitti contro la libertà. 

Se ne ricordano però le ragioni, e sono le stesse per le quali bisogna difendere ancora e ancora la libertà e il diritto di non essere esclusi quando quell’esclusione serve unicamente a spegnere una voce che i pochi non vorrebbero più ascoltare ma i molti sì.
Bravo Michele.

Nota a margine: