Il “Ri_Presidente”

Non capisco com’è potuta passare la leggenda di Napolitano garante della tenuta dello stato così tanto da meritarsi una seconda elezione, fatto unico nella storia di questo paese.
A memoria non si ricorda un presidente più divisivo: come ha messo lui lo stato contro i cittadini avendo cura che si notasse la differenza fra le varie caste sempre iperprotette, garantite e il popolo, nessuno mai prima.
Mentre il paese fa i conti con le incertezze, le paure per il futuro, col lavoro che non c’è perché invece di usare le risorse già scarse si continuano ad investire tonnellate di soldi pubblici in inutilissimi progetti per il paese ma utili a far mangiare la solita compagnia di giro, mentre il fango inghiotte paesi e città per colpa di quelli che hanno già mangiato, mentre non si trovano mai i responsabili di crimini destinati more solito a restare impuniti, mentre l’Italia è in balia di un chiacchierone inaffidabile, “l’episodio della sinistra”, come lo ha definito D’Alema, il Re Magna_Nimo mantenuto da sessantuno anni dai contribuenti di svariate generazioni, cosa che sarebbe impossibile in qualsiasi altro paese occidentale democratico dove la politica è davvero alternanza di partiti ma soprattutto di persone se ne va a passeggio per il centro di Roma, muovendo scorte, guardie del corpo, automobili blindatissime a comprare personalmente il regalino di compleanno per la moglie Clio. E uscendo dalla gioielleria di Piazza di Spagna non si degna di rispondere al cronista del Fatto Quotidiano che gli chiedeva lumi circa le sue dimissioni come ogni monarca assolutista che si rispetti. Lui ha deciso, lui ha ordinato, lui ha smontato e rimontato a sua immagine e somiglianza, lui ha preteso l’immonda esperienza delle larghe intese perché o così o miseria, terrore e morte come un berlusconi qualunque al quale ha riaperto le porte del palazzo anche da pregiudicato condannato alla galera.

E ora dopo di lui bisognerà trovarne un altro, o, che Dio o chi per lui ci aiuti un’altra che sia il più possibile condivis* per poter garantire ancora e ancora e nei secoli a venire la continuità di questa squallida repubblichetta di infima serie dove lo stato e i suoi poteri hanno disatteso TUTTE le regole scritte nella Costituzione – ché tanto chi se ne accorge con un’informazione che è sempre lì a sciogliere i peana al Re – che erano l’unica garanzia per quel popolo che sovrano non sarà mai più.

Smetto quando voglio – Marco Travaglio

Oddio, Napolitano se ne va e nessuno sa cosa mettersi. Come se non bastassero tutte le cause fisiologiche che fanno fibrillare la politica italiana, se ne aggiunge una patologica: i boatos sulle imminenti dimissioni del presidente della Repubblica. Non si tratta del solito gossip dei retroscenisti appostati nei corridoi dei palazzi: a scrivere che entro fine anno, o al massimo a gennaio, Re Giorgio annuncerà o addirittura rassegnerà le dimissioni sono stati non solo il Fatto (notoriamente poco gradito sul Colle più alto), ma anche due fra i giornalisti più introdotti al Quirinale: Stefano Folli su Repubblica e Marzio Breda sul Corriere. Domenica, dopo 24 ore di silenzio, è arrivata la “nota del Colle”, al solito sibillina e fumantina. “Né si ha da smentire né da confermare” alcunché, ma sia chiaro che “le decisioni che riterrà di dover prendere” sono “esclusiva competenza del capo dello Stato”.

Quindi è tutto vero, ma Napolitano non gradisce che se ne parli adesso ed è furibondo con i giornali e le tv che danno “ampio spazio a ipotesi e previsioni sulle eventuali dimissioni”. E a cosa dovrebbero dare ampio spazio, di grazia? Sta per accadere un fatto mai visto prima: le dimissioni di un presidente (e che presidente: il monarca padrone dell’esecutivo, delle Camere, del Csm e ogni tanto della Consulta, che da 8 anni e mezzo fa e disfa i governi a prescindere dagli elettori e dà ordini e moniti a tutto su tutti) appena un anno e mezzo dopo la sua elezione, destinate a terremotare per mesi e mesi la vita politica con una serie di ripercussioni a catena prevedibili e già tangibili sul governo, sul Parlamento, sulla nuova legge elettorale, sulla nuova Costituzione, sulla “riforma” della giustizia, sulle alleanze fra i partiti, sulle tentazioni di elezioni anticipate, sulla Borsa, sui rapporti internazionali. E di che dovrebbe parlare la stampa? Di Balotelli che torna in Nazionale? O di Razzi che va all’Isola dei famosi?   Vengono rapidamente al pettine i nodi che – in beata solitudine – il nostro giornale evidenziò fin da subito, all’indomani della precipitosa rielezione di Napolitano il 20 aprile 2013 per scongiurare l’ascesa al Colle di un vero cultore della Costituzione come Stefano Rodotà, tradire l’ansia di rinnovamento uscita due mesi prima dalle urne e imbalsamare l’eterno inciucio fra il centrosinistra e Berlusconi. Tralasciando le bugie di Napolitano, che per un anno aveva detto e ripetuto che mai e poi mai avrebbe accettato la riconferma, scrivemmo che il suo discorso di reinsediamento a Montecitorio poneva ufficialmente sia lui sia la Repubblica fuori dalla Costituzione. Il Ripresidente disse infatti che sarebbe rimasto “fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”. E solo a patto che Pd e Pdl si mettessero subito insieme per fare ciò che avevano giurato agli elettori di non fare: un governo di larghe intese per le cosiddette “riforme”, cioè per manomettere la seconda parte della Costituzione e anche la giustizia. Espropriando il Parlamento, unico titolare del potere legislativo, il Presidente Monarca espose alle Camere il suo personale programma politico e le minacciò di andarsene se non avessero obbedito: “Ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Dunque il governo e i partiti dovevano ripartire dai “documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo”: i 10 fantomatici “saggi” extraparlamentari che, alle dipendenze del Quirinale e senz’alcuna legittimazione popolare, avevano scritto il programma del nuovo governo prim’ancora che nascesse. Insomma, in barba alla Costituzione che prevede un mandato pieno e incondizionato (art. 85: “Il Presidente della Repubblica è eletto per 7 anni”), Napolitano fece sapere che il suo era “a tempo” e “a condizione”.

E quando il suo ex portavoce Pasquale Cascella si lasciò sfuggire a La Zanzara che se ne sarebbe andato ben prima della scadenza del settennato, Re Giorgio con l’aria di smentirlo confermò quel che era chiaro a tutti: “Ho legato la mia rielezione al raggiungimento dell’obiettivo delle riforme e anche alla capacità delle mie stesse forze. Ma nessuno certo è in grado di prevederne la durata, sia per l’uno che per l’altro aspetto”.   Quell’albero marcio, trapiantato un anno e mezzo fa su un Paese ansioso di cambiare, produce oggi i frutti marci che tutti possono vedere a occhio nudo. Napolitano e chi lo rielesse sapevano benissimo che il suo secondo mandato sarebbe finito presto, per ovvi motivi anagrafici. Ma la fregola di mummificare il sistema contro ogni cambiamento fu più forte di ogni buonsenso. E anche dello spirito e della lettera della Costituzione (quella vera, quella del 1948) che, precisa come un cronometro svizzero, prevede un ordinato e sereno funzionamento delle istituzioni, con tempi certi e scadenze prevedibili. Il presidente dura in carica 7 anni perché si deve sapere quando inizia e quando finisce: negli ultimi sei mesi (il semestre bianco) non può sciogliere le Camere (a meno che la sua scadenza coincida con quella della legislatura) affinché il Parlamento sia libero di prepararne la successione senza condizionamenti, con la dovuta calma e serenità. Strano che l’unico presidente ad aver giurato due volte sulla Costituzione non lo sappia, o se ne infischi. Infatti fa sapere che se ne va quando vuole lui e ce lo farà sapere quando pare a lui. Niente semestre bianco, e Parlamento sotto ricatto fino all’ultimo giorno. La bomba a orologeria delle sue dimissioni anticipate seguiterà a ticchettare per settimane, forse per mesi, ben nascosta sotto le istituzioni, destabilizzandole vieppiù con uno stillicidio di indiscrezioni, moniti e finte smentite. Intanto l’Italia resterà appesa agli umori e ai malumori di un vecchietto bizzoso e stizzoso che cambia idea a seconda di come si sveglia. Nessuno, tranne lui, sa quando finirà il toto-Quirinale. Forse finirà soltanto quando Sua Maestà avrà qualche finto successo da sbandierare (una legge elettorale, una riforma della Costituzione, del lavoro e della Giustizia purchessia) per mascherare il misero fallimento del suo bis; e magari anche la garanzia che il suo successore sarà un suo clone e non farà nulla per riportare l’Italia dalla monarchia alla Repubblica. Solo allora abdicherà e, quando lo farà, sarà sempre e comunque troppo tardi.

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Il veto del vetusto

Le cose sono due: o Civati è davvero convinto di poter contribuire ad un cambiamento radicale [che non è una parolaccia] pur sapendo di essere l’unica voce di dissenso all’interno del suo partito o si è votato al martirio, perché non può non considerare che la fiducia nei suoi confronti sia diventata flessibile quanto i suoi sì, no, forse, dovrebbe essere ma non è, di questi mesi. Sono sincera: io oggi non voterei un partito che al suo interno ha questa mina vagante che fino all’ultimo pensa di fare una cosa e poi sul filo di lana pensa sia più giusto farne un’altra “per il bene del partito” e non perché sia utile a qualche giusta causa. Uno come Pippo Civati è destinato ad essere un perdente sempre.

“La regola non scritta per la Giustizia è mai un magistrato in quel dicastero. Mai. Questa regola è insormontabile” (Giorgio Napolitano a Matteo Renzi, per giustificare il veto sul pm antimafia Nicola Gratteri, la Repubblica , 22-2). Dove sia questa regola non scritta non è dato sapere, perchè – appunto – non è scritta. Infatti, non essendo scritta, fu violata per Mancuso e Nitto Palma ministri della Giustizia, ma anche per Cosimo Ferri sottosegretario alla Giustizia del governo Letta. Però è stata applicata per Gratteri. Nel Regno dei Napolitanistan, funziona così: le regole scritte si violano tutte, però su quelle non scritte non si transige.[Marco Travaglio – segue qui: Ma mi faccia il piacere]

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berlusconi ha riempito il parlamento di avvocati che hanno continuato serenamente ad esercitare la doppia professione: Ghedini, Longo gli esempi di come si possa far parte di un parlamento, essere membri del partito di proprietà del delinquente pregiudicato condannato e continuare a curare gli interessi del delinquente pregiudicato condannato senza destare nessuna indignazione napolitana. Per Gratteri però c’è stato il veto: non si può fare il magistrato e contemporaneamente il ministro, specialmente quando si sa che la persona a cui era stato chiesto di ricoprire l’incarico di ministro della giustizia, restituendo un minimo di senso a questa parola non avrebbe certamente lavorato alla difesa dei delinquenti così come ha sempre fatto. Dunque in questo paese si può essere stipendiati dai contribuenti in qualità di onorevoli e senatori e continuare, nello stesso frattempo ad essere nel libro paga di chi ha più procedimenti penali, fra i quali una condanna definitiva per frode fiscale che capelli – finti – in testa senza suscitare nessun sollevamento di anziani sopraccigli.  Non è una sorpresa per nessuno il fatto che in questo ultimo periodo Napolitano non abbia una buona considerazione per certa magistratura. Chi non lo vede è in malafede.

Alfano è stato riconfermato nello stesso dicastero nonostante e malgrado la figuraccia planetaria fatta nella vicenda del rapimento di Alma Shalabayeva e della figlioletta che se questo fosse un paese normale gli sarebbe costata non solo le dimissioni ma proprio la scomparsa da qualsiasi scena pubblica.
E queste sono solo un paio di cose fra tante che impediscono di vedere qualcosa di buono nel governo dei riform’attori. E pensare che per aver scritto su un blog che l’esclusione di Gratteri è stata una mascalzonata, una vigliaccata ieri mi sono beccata della “propagandista meschina”. Io che da quando scrivo di politica non ho mai parteggiato per nessuno perché so benissimo che farlo nell’ambito di questa politica è sempre sbagliato. Perché questa politica, fatta soprattutto di mascalzonate e vigliaccate, di giochi fatti con le mani sotto al tavolo senza la benché minima trasparenza  è una delusione a getto continuo. E io da tempo ho deciso di non svendere più nulla, fosse anche il più tiepido degli entusiasmi a questa cosiddetta realpolitik che altro non è che l’eterno inciucio orchestrato dal potere che ogni tanto si cambia d’abito per non dare troppo nell’occhio. Non c’è più da dimostrare nulla in un paese dove nemmeno chi aveva promesso il salto di qualità, di livello, di fare cose che nessuno aveva mai fatto prima come Matteo Renzi è invece sceso a compromessi come e peggio di chi c’è stato prima di lui, escludendo una persona degna come Nicola Gratteri sulla base di una regola che non c’è ed inserendo nel suo governo gente che ha sempre fatto parte del sistema, lo stesso che in questo paese ha fatto naufragare perfino un concetto banale, fanciullesco come la speranza e fatto perdere ogni significato alla parola fiducia, usata, ma soprattutto abusata per mere questioni di scambi di favori che qualcuno continuerà a fare e qualcun altro a ricevere.

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“La fiducia si deve votare perché altrimenti finisce il pd”. Ecco: in questa frase pronunciata da Bersani c’è tutto.
Non si vota la fiducia perché si crede nel progetto di Matteo Renzi, perché si è realmente convinti che il team “noi siamo i giovani” abbia davvero le potenzialità per fare bene, su questo nulla, nessuna critica, negativa o positiva. Si vota la fiducia per paura della dissoluzione totale e finale di un partito che da quando esiste non ne si ricorda una sola azione significativa. E questa paura deve essere stata la stessa che ha fatto prevalere i sì all’appello on line di Pippo Civati e che tiene Civati ancora dentro un partito di cui da tempo non condivide più nulla. Quindi non si vota sì per un senso di responsabilità verso il paese, perché si è convinti che questo governo sia davvero in grado di risolvere [finalmente] le urgenze ma per il senso di responsabilità verso il partito.

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Nemmeno in questo governo si può nominare la patrimoniale, che invece sarebbe il provvedimento più dinamico e immediato, per la risoluzione di una parte dei problemi legati alla crisi economica. Perfettamente in linea col governo di quellochevadicorsa. La politica di questo paese a una patrimoniale intesa come redistribuzione del troppo a beneficio del poco e dell’assente non ci può pensare. E comunque con l’esercito dei polli da spennare senza chiedergli nemmeno se gli piace o meno chi glielo fa fare? Noi lo sappiamo dove va lo stato a prendersi i soldi: da quelli che ne hanno pochi ma sono di più. La patrimoniale non è solo una questione di soldi “vivi” da poter girare alle giuste cause nel paese dove il reddito medio del 10% dei contribuenti più ricchi nel 2009 era di almeno dieci volte più alto dei 10% di quelli più poveri. E la forbice con la crisi si è allargata non a favore di chi ha di meno ma di chi ha di più perché tutti sanno che le crisi favoriscono i già e i più ricchi. Una patrimoniale seria, diciamo dai 70.000 euro a salire, visto che al netto un impiegato del pubblico non ne guadagna nemmeno 20.000 sarebbe una semplice operazione di igiene sociale. Ma  i lor signori, a qualsiasi età e quale che sia la loro provenienza sono sempre in campagna elettorale quindi lungi da loro assumere iniziative e soprattutto concretizzarle, che poi potrebbero rivoltarsi contro qualora un bel giorno di un anno che verrà noi potremo tornare ad esercitare quel diritto/dovere la cui conquista è diventata ormai la più banale delle retoriche visto che, Napolitano ce lo insegna “le elezioni sono una sciocchezza” e votare non è più così necessario: che siamo una democrazia noi?
Delrio che parla di legge sul conflitto di interessi “necessaria”, con chi pensa di farla, con alfano e la Guidi? possiamo ridere o dobbiamo chiedere il permesso a qualcuno?

“Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione” [De Gasperi].
Appunto.

Burocrati di Stato la casta invisibile (Salvatore Cannavò)

Grazie Matteo, ci togli subito la fatica di sperare – Ferruccio Sansa, Il Fatto Quotidiano

Venerdì ore 19. Silenzio. Dalle finestre dei vicini arriva solo una voce: è Lui, Giorgio Napolitano. E poi dicono che gli italiani non si interessano di politica. Sembra di essere alla finale dei Mondiali, ai rigori. Se sbagli sei fuori. Tutto è sospeso. Tacciono perfino i cellulari. Chi andrà al dischetto? E per un attimo commetti il solito errore: sogni, speri. Ti pare di sentire la voce della tv che annuncia: Gratteri, Zagrebelsky, Magris, Piano, Spinelli. Potrebbe essere, se si volesse, perché no? 

Infine la porta si apre, entrano quei signori vestiti di scuro, circondati da commessi e corazzieri con l’elmo luccicante. Dovrebbe essere un rito solenne, ma ha assunto un tocco lugubre. La serietà che si svuota e diventa cerimonia. Eppure tu speri, ti batte perfino il cuore. Ridicolo. Eccola finalmente la formazione: Angelino Alfano all’Interno. L’uomo che ha lasciato rapire una bambina e sua madre per rispedirle a un dittatore? Alfano il servitore – nemmeno troppo fedele – di Berlusconi? Come mandare un difensore del Pizzighettone (senza offese per il prode calciatore) ai rigori contro il Brasile. Ti guardi allo specchio, sei paonazzo come se ti fossi scolato un litro di barolo. Vabbé, dai, alla Giustizia c’è Gratteri. E invece… Andrea Orlando, che passa dall’Ambiente alla Giustizia come dall’hockey al calcio. Ah già, è un Governo politico, dimenticavi. Come l’Andreotti bis, ter, quater dove un giorno ti occupi di cereali e quello dopo di asfalto (e i risultati si vedono). Dove alla Giustizia in un Paese con seimila magistrati, un esercito di avvocati e professori mandano uno neanche laureato in legge. Non una cattiva persona, ma uno che era consigliere comunale e ragionava di coalizioni quando ancora i suoi compagni di scuola andavano in discoteca. Ma a questo punto non sei più arrabbiato. Anzi, ti prende una strana euforia. Un perverso e masochistico godimento. Il ciellino Lupi alle Infrastrutture mentre nella Lombardia di Cl si spenderanno miliardi per l’Expo? Evviva. Roberta Pinotti, arrivata terza alle primarie per il sindaco di Genova, alla Difesa? Evviva. Gian Luca Galletti dell’Udc, partito che ha votato i condoni, all’Ambiente? Evviva. Pier Carlo Padoan, ex direttore della fondazione di D’Alema, all’Economia? Evviva. Marianna Madia, ex fidanzata di Giulio Napolitano con un curriculum simile a tanti coetanei che incroci per strada disoccupati? Evviva.

Ecco i rottamatori. Spesso passati dalle aule di scuola a quelle della politica. Saltando quasi – premier compreso – la casella del lavoro. Ti ritorna in mente Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne comprenda la tua filosofia”. Figurarsi nei corridoi della politica.

Eppure sì, sei contento. Renzi ti ha tolto un peso: sognare,sperare. Dai, che quest’anno ci sono i Mondiali!

Il vizio della memoria

Sottotitolo: che destino può avere un paese dove si bluffa, si improvvisa perfino sulle previsioni del tempo? Secondo gli illustri previsori preventivi, quelli che non prevedono ma ormai sono costretti ad ipotizzare per rispondere alla richiesta di un’utenza sempre più numerosa, quella  che non si accontenta di sapere che tempo farà domani ma vuole sapere se fra due settimane dovrà uscire con l’ombrello o lo spolverino, oggi a Roma sarebbe dovuto nevicare, mentre la temperatura esterna alle otto di stamattina era di dodici gradi. Le previsioni possono intercettare le perturbazioni e avere quindi un’attendibilità attendibile al massimo nei due, tre giorni prossimi venturi, oltre questo periodo è fantasiosa creatività. La realtà è che ci trattano come vogliamo essere trattati, in politica come in tutti gli ambiti. Perché non ce ne dovrebbe fregare nulla di che tempo farà fra dieci giorni, anche se abbiamo programmato una cosa particolare e importante. Perché nulla si può fare per impedire l’evento inevitabile.Nella politica però non esiste l’inevitabile: tutto si sarebbe potuto, e dovuto evitare. Anche berlusconi.

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Come faceva giustamente notare Oliviero Beha l’altra sera da Paragone, la vergogna non passa per le sentenze di un tribunale.
Così come non dovrebbero passarci la dignità e il senso personale della decenza. Paolo Borsellino diceva che conoscere persone disoneste, ancorché mafiose non costituisce di per sé un reato, ma se a conoscerle, frequentarle, avere rapporti stretti con loro, farci affari insieme e magari anche un partito politico, mettersele in casa in qualità di “stallieri eroi” è un politico dovrebbe essere un motivo più che sufficiente a rendere quel politico non solo inaffidabile “professionalmente” ma proprio umanamente. Nel paese del garantismo tout court, invece, quello dove non si è colpevoli nemmeno dopo un terzo grado di giudizio che non c’è in nessun altro paese al mondo, dove il desiderio di uguaglianza e di una giustizia uguale per tutti viene definito giustizialismo, essere stati raccomandati e accompagnati nella carriera politica dal frequentatore di mafiosi fa curriculum. E il risultato sono le persone come la De Girolamo che, invece di incassare il suo fallimento cerca un’assoluzione per un comportamento che non costituisce di per sé un reato ma che la rende di sicuro inaffidabile.

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Mauro Biani - The great biutifullLe larghe intese che Renzi rinfaccia oggi al pd che gli rinfaccia di andare a parlare con l'”evasore fiscale” berlusconi che poi è un frodatore, reato ben più grave dell’evasione, piacevano anche a Renzi, anzi, le auspicava.
Questo è un paese senza memoria, ecco perché vincono i berlusconi e i Renzi.
“Matteo Renzi, ospite di Ballarò, ammette che secondo lui in un altro paese che non sia l’Italia, PD e PDL avrebbero già trovato un accordo per governare.” [5 marzo 2013]

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La cosa importante che va ribadita e ripetuta è che l’indignazione del pd, nemmeno tutto verso Renzi che va a parlare con berlusconi è una paraculata ipocrita per prendere in giro i loro elettori che adesso vedono quelli che s’indignano ma non si ricordano, per amnesia vera o per opportunismo, del passato, quello meno recente e quello più attuale. 
Ha ragione Travaglio sulla memoria dei pesci rossi. 
Sembrano tutti i nati ieri che si stupiscono, si meravigliano e poi votano Renzi dopo vent’anni di berlusconi: come se non fosse stato sufficiente il sopportato subito e i pazzi, gli antipolitici siamo noi che invece abbiamo il vizio della memoria.

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Il ruolo dell’intellettuale, del filosofo, della persona in possesso di una cultura superiore all’interno delle società è sempre stato quello di indurre al ragionamento, alla riflessione profonda, di spiegare attraverso il suo grado di conoscenza quello che accade, i cambiamenti, aiutare la gente semplice, quella che non “ci arriva” per una cultura insufficiente o quella che si arrocca sulle sue certezze pensando che non esista un diverso modo di vedere, quindi di comprendere le cose. 

Più o meno la stessa funzione che hanno i libri, la letteratura, che hanno la capacità di aprirci la mente verso nuovi orizzonti, spiegandoci che non ci si deve fermare all’evidenza ma andare sempre oltre, perfino oltre quel che si vede e si legge. 

Solo in questo modo si può sviluppare quel senso critico che non si ferma al semplice giudizio sommario ma che si fonda su delle argomentazioni solide.

Cacciari, che viene invitato ovunque proprio in virtù del suo ruolo di filosofo ieri sera da Santoro, davanti a Salvini, ha detto che la lega non è razzista, che si muove e agisce secondo quello spirito che ha sempre animato quel movimento, dunque è legittimo pensare che faccia parte di quello spirito non violento, secondo il Cacciari pensiero, anche lo stalking reiterato, gli insulti, aver paragonato ad un orango il ministro Kyenge, averle lanciato banane su un palco. 
Episodi, ormai praticamente quotidiani, che non dovrebbero far preoccupare nessuno. 
Cacciari, da filosofo, divulgatore delle belle teorie, quelle che dovrebbero aiutare nella comprensione, invece di contrastare il pensiero leghista mettendo in evidenza lo spirito della lega, quello violento e discriminante gli riconosce una sua dignità e da oggi in poi Salvini e tutti quelli come lui potranno avvalersi, oltre che del loro spirito “animato” anche dell’autorevole parere di Cacciari – il filosofo intellettuale – per giustificare tutte le loro porcherie razziste.

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LA VOGLIA D’INCIUCIO (Curzio Maltese)

La parte del Pd che ha governato per due anni e fino all’altro giorno con Berlusconi si scandalizza se il nuovo segretario Matteo Renzi vuole discutere con il capo della destra la legge elettorale. All’improvviso i bersaniani, i dalemiani e altri correntisti del Pd hanno scoperto dopo vent’anni che Berlusconi è inaffidabile, ha un sacco di problemi con la giustizia, processi in corso, condanne, e insomma non è una persona con cui trattare. Cristianamente, si dovrebbe festeggiare questo ritorno a casa dei figlioli prodighi uccidendo il vitello grasso. È dai tempi della Bicamerale che scriviamo questo su Repubblica, spesso accusati dai vertici del centrosinistra di antiberlusconismo viscerale, estremismo ideologico e impolitico. Ora si sono convinti: evviva. Ma sui pentiti della sinistra è lecito avere qualche sospetto.

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LA RESURREZIONE DI LAZZARO – Marco Travaglio, 17 gennaio

Per la serie “senti chi parla”, ovvero “il bue che dà del cornuto all’asino”, va in scena la pantomima della sinistra Pd che chiede a Renzi di non incontrare B. “perché è un evasore fiscale”. A parte il fatto che è molto peggio di un evasore (la condanna è per frode fiscale), il nostro ometto ha una sfilza di sentenze di prescrizione e amnistia che lo dichiarano corruttore di giudici, pagatore occulto di politici, falsificatore di bilanci, testimone mendace e così via. Eppure questi sepolcri imbiancati, pur conoscendone il curriculum penale, o forse proprio per questo, ci han fatto insieme una Bicamerale, vari inciuci su tv, giustizia e conflitto d’interessi, un governo tecnico (Monti) e un governo politico (Letta), dopo avergli servito sul piatto d’argento le teste mozzate di Prodi e Rodotà, fatto scegliere il “nuovo” presidente della Repubblica (Napolitano) e il nuovo premier (il nipote di zio Gianni) in nome della “pacificazione” dopo la “guerra civile dei 20 anni”, tentato di “riformare” con lui la giustizia e la Costituzione.

Se le ultime porcate non sono andate in porto non è merito del Pd, che ci ha provato fino all’ultimo, tentando per mesi di trattenere B.. È merito (involontario, si capisce) di B., che s’è divincolato dai loro appiccicosi abbracci e li ha mollati perché non hanno mantenuto le promesse di pacificazione e, incalzati dagli elettori inferociti e dai 5Stelle, non gli hanno garantito il salvacondotto nonostante i generosi tentativi di Violante & C. Se alla sinistra Pd faceva schifo il pregiudicato, il 1° agosto – giorno della condanna – poteva cacciarlo. Invece i ministri bersaniani e dalemiani sono rimasti a pie’ fermo sulle poltrone di combattimento, del governo e della maggioranza, fino a due mesi fa quando, fuggito e decaduto il Cainano, hanno preso a fingere di non averlo mai conosciuto. E subito han digerito, senza l’ombra di un ruttino, la compagnia dei poltronisti dell’Ncd, da Alfano a Schifani, da Cicchitto a Quagliariello, da Formigoni a Lupi, da De Girolamo ad Azzollini, da Bonsignore a D’Alì, che avevano sempre difeso il condannato e continuano a difenderlo, anche perché vantano una percentuale di inquisiti da far impallidire Forza Italia.

E ora questi stomaci di ghisa e queste facce di bronzo intimano a Renzi di non parlare con B. di legge elettorale e l’accusano di resuscitarlo, sfoderando una questione morale messa sotto i tacchi per vent’anni? Sentite Danilo Leva, il geniale responsabile Giustizia di Bersani che fino a due mesi fa voleva riformare la giustizia col pregiudicato: “Un conto è Forza Italia, un conto è Berlusconi condannato in via definitiva. Non vorrei una sua riabilitazione attraverso gratuiti atti simbolici”. Sentite il capogruppo bersaniano Roberto Speranza, che dirigeva alla Camera la truppa alleata di B. fino a due mesi fa: “È poco opportuno il confronto con un condannato in terzo grado”.

Se questi tartufi avessero davvero a cuore la questione morale, si potrebbe almeno starli a sentire. Invece è chiarissimo quel che temono, in sintonia con l’impiccione del Colle: che Renzi trovi i numeri per cambiare la legge elettorale con una maggioranza diversa da quella di governo, mettendo ai margini i partitucoli e in crisi il Napoletta. Ma una legge elettorale decente non potrà mai nascere accontentando alfanidi, montiani e casinisti, noti frequentatori di se stessi. Per farla occorre un accordo fra il Pd e uno dei due partiti maggiori: o M5S o FI. Renzi s’è rivolto anzitutto a Grillo, che però s’è chiamato fuori, rinunciando a influenzare la riforma elettorale e rinviando tutto al web-referendum di fine febbraio, troppo tardi. A questo punto a Renzi non resta che FI, talmente mal messa da accettare qualunque diktat pur di rientrare in gioco. Se però B. tornerà in partita, la colpa andrà attribuita a chi ci ha sprofondati in questo incubo. Non l’altroieri: l’anno scorso, quando i pidini che ora gridano alla resurrezione di Lazzaro seppellirono Prodi e Rodotà e riesumarono la salma di B. dalle urne. Anzi, dall’urna.

Not in my name

 Un pensiero stretto al cuore alla Sardegna, Terra bellissima, dunque come tante altre martoriata non solo dal tempo ma soprattutto da chi non l’ha mai amata e l’ha usata, devastandola, per i suoi luridi affari, per trasformarla in casini e casinò. I governi di un paese civile lavorano per migliorare, i nostri invece di preoccuparsi di sanare il dissesto dei territori si attivano per contribuire alla distruzione. Sul progetto delinquenziale del TAV sono tutti d’accordo, a destra come a centrosinistra, Fassino, sindaco di Torino è il primo sostenitore dello scempio.  Fassino è quello che disse che la legge sul conflitto di interessi non serve perché non dà da mangiare. Evidentemente il TAV sì, fa mangiare un sacco di gente. Poi chiedeteci perché non vi votiamo.

Se la gente non va a votare è colpa sua, della sua irresponsabilità, del suo non sentire più come un dovere civico andarci o è colpa del menù che offre la casa?
Io a febbraio a votare ci sono andata, e ricordo che i risultati elettorali dicevano tutt’altro da quello che poi ci è stato imposto, per il nostro bene, quello del paese ma soprattutto di berlusconi.

Se la gente va a votare e poi chi mandare in parlamento a “governare” lo decide Napolitano [su richiesta dei veri governanti degli stati membri della UE] saranno sempre meno le persone che vorranno rendersi complici di questo andazzo che rispecchia tutt’altro da una democrazia.

Per quale ragione i cittadini dovrebbero continuare ad andare a votare con una legge che poi manda in parlamento gente scelta dalle segreterie di partito [e che gente poi: i soliti indagati, i soliti inquisiti, i soliti imputati] e non da loro perché alla politica sempre in emergenza fa comodo così, perché è l’unico modo che ha per salvare il suo salvabile?

Per quale motivo i cittadini dovrebbero votare quei partiti che dopo aver sostenuto e tollerato in modo più o meno occulto, sfacciato, la presenza in parlamento di un impostore abusivo delinquente da mesi non riescono, non vogliono, non possono esprimere una posizione forte e chiara circa la sorte inevitabile che in qualsiasi paese normale tocca ad un condannato con sentenza definitiva ma, al contrario, si sono resi complici di quella che sembra una storia destinata a non finire come deve, con la cacciata con disonore di un traditore dello stato? E per quale motivo la gente dovrebbe votare chi mantiene in parlamento ministri, un vicepresidente del consiglio che hanno avuto comportamenti contrari al loro ruolo, in contrasto coi loro doveri istituzionali? 

Il segnale dato alle elezioni di febbraio è stato forte e chiaro: una maggioranza consistente di cittadini non vuole più questa politica, non vuole più inciuci sotto e sopra il banco, non vuole più quei partiti che già trent’anni fa Enrico Berlinguer aveva individuato quale causa della degenerazione nella e della politica.

Ma tutto questo alle alte gerarchie non è interessato, invece di cercare il modo migliore che si avvicinasse il più possibile alla scelta democratica degli elettori per rendere operative le decisioni prese in cabina elettorale il padre padrone e padrino ha battuto il pugno sul tavolo decidendo lui il da farsi sulla base di un’ipotetica catastrofe, e tutto ciò che è stato fatto in questi mesi a partire dalla porcheria immonda delle larghe intese in concorso col partito di un pregiudicato condannato alla galera e col condannato stesso è stato utile soprattutto alla politica, al mantenimento in essere dei partiti tanto cari a Napolitano e a berlusconi che ha potuto così postdatare all’infinito ricattando e minacciando lo stato la sua dipartita dalla politica ma assai meno, anzi niente per noi.  E questa oscena manovra di palazzo concordata e spacciata per ultima ratio è stata dipinta e mascherata come una necessità impellente e inderogabile pena chissà quali devastazioni.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che i governi nazionali non contano più niente, che la politica degli stati agisce in nome e per conto di altre entità: l’Europa, le banche, quindi non si capisce quale valore e valenza possa avere il voto in un paese come il nostro sottomesso da sempre ad altri poteri. E non si capisce perché i cittadini italiani dovrebbero continuare a dare la loro fiducia alla stessa gente che ha portato l’Italia nel baratro, perché mai dovrebbero rendersi complici di chi non è chiamato più a lavorare per il bene comune ma è obbligato ad agire per il salvataggio e il mantenimento di un astratto che la maggior parte della gente nemmeno sa e capisce.

Ed ecco perché nessun governo, nemmeno questo pensato e voluto principalmente per realizzare questo obiettivo vuole fare l’unica cosa necessaria per evitare la catastrofe vera, quella dei cittadini di un paese che non sentono più loro la responsabilità di esercitare il diritto/dovere del voto, ovvero una legge elettorale in linea con una democrazia non dico compiuta, matura ma almeno decente e meno inguardabile di questa.

 Quando si sacrifica la democrazia ai soldi non è giusto far sentire in colpa chi invece di andare a votare occupa meglio il suo tempo: diversamente, non si rende complice di un abominio. Questa filastrocca del voto quale dovere perché c’è gente che è morta per consentirci questo diritto non è più applicabile alla politica di adesso che agisce ed opera in virtù degli interessi dei pochi a scapito dei molti, facendo credere che leggi liberticide, quelle che uccidono lo stato sociale siano l’unica cosa possibile. Io, la pistola in mano a chi mi vuole ammazzare non gliela metto.  I partiti tradizionali che tanto piacciono al re del nuovo millennio non contassero su di me. Non ci penso neanche, una complicità comprende un guadagno reciproco, non quello di uno solo e la distruzione dell’altro.

L’importante è non partecipare – Massimo Rocca

Basta una brevissima parentesi per accorgersi della miseria della discussione politica del nostro paese. La ripetizione coatta degli stessi futili argomenti, il personalismo insopportabile, la lamentazione querula, la dissimulazione continua. Basta potersi allontanare dal mondo, sempre più ristretto, di gente che parla di se stessa a se stessa, per capire perchè, per la seconda volta in pochi mesi, una elezione locale in Italia sia stata disertata della maggioranza degli elettori, perchè i votanti al congresso dell’unico, partito rimasto tale in Italia si siano quasi dimezzati. Partecipare. Ma a cosa? A cosa serve la mia, la vostra, partecipazione in un’epoca in cui perfino il parlamento è spossessato del suo potere costitutivo, decidere entità e destinazione del prelievo fiscale. Dopo aver blaterato per un ventennio di federalismo e sussidiarietà, chi è, chi ha eletto, a chi risponde, questo Cottarelli che ha individuato 32 miliardi di spese inutili da tagliare, sapendo lui, Saccomanni e Letta che quel taglio corrisponderebbe ad un calo del PIL di almeno 50 miliardi. Volete il mio voto? Dovrete sudare sangue.

Ex voti – Marco Travaglio, 19 novembre

Alle primarie nei circoli del Pd hanno votato meno di 300 mila iscritti, il 35% in meno del 2009: in quattro anni se ne sono persi per strada 160mila. Alle regionali in Basilicata, la maggioranza degli elettori è rimasta a casa: è andato a votare solo il 47,57%, 11 punti in meno del 2010. Fosse stato un referendum, non avrebbe raggiunto il quorum. La partecipazione popolare alla politica, che fino a qualche anno fa era un vanto per l’Italia nel mondo, precipita di elezione in elezione a rotta di collo. E i partiti, regolarmente, fanno finta di niente: si spartiscono un piattino sempre più striminzito, badando solo alle percentuali relative, senza mai alzare lo sguardo sui dati assoluti. Cioè sull’esodo biblico dei cittadini lontano da loro. Mai che si domandino il perché, se non per inventarsi giustificazioni autoconsolatorie e autoassolutorie, (l’antipolitica, la disaffezione, lo scarso “radicamento sul territorio”, la pesante eredità del passato e dei governi precedenti, la crisi mondiale, l’Europa cattiva, la Merkel culona, le cavallette, il fato, la sfiga).

Del resto, perché mai una persona normale dovrebbe andare a votare? Per dare una bella sferzata di entusiasmo alle primarie del Pd, D’Alema ha già fatto sapere che Renzi magari piace alla gente, ma nel politburo lo odiano tutti e, appena eletto, se le cucinano loro. Renzi, per elettrizzare chi sperava in qualcosa di nuovo, dopo Fassino, Franceschini, Veltroni, Latorre, Cozzolino e Morri, ha imbarcato pure Francantonio Genovese, ras di Messina, nei guai fino al collo con la giustizia; e persino Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e viceministro incompatibile ma inamovibile, oltrechè plurimputato (infatti, a Delucaland, Renzi ha raccolto 2566 voti e Cuperlo 50). In Basilicata s’è votato perché la giunta De Filippo, era finita indagata in blocco per le ruberie sui rimborsi regionali. Dunque il centrosinistra chi candidava? Marcello Pittella, ex assessore dei De Filippo, dunque indagato. E naturalmente è in vantaggio, in una regione che vive di clientele dai tempi delle 80 mila preferenze di Emilio Colombo. Ma c’è anche chi non ci sta: e allora non vota o sceglie M5S (ancora debolissimo nelle elezioni locali).

Soltanto il 25-26 febbraio gl’italiani un segnale di cambiamento l’avevano lanciato eccome, premiando col 25% una forza anti-sistema come M5S e bastonando tutti i partiti che avevano governato sino a quel momento: il Pdl perse 6,5 milioni di voti, il Pd ne smarrì 3,5 e Scelta Civica non superò il 10%. Nessun elettore di destra, centro e sinistra voleva mai più vedere l’inciucio. Risultato: l’inciucio sotto l’alto patrocinio di un presidente di 88 anni, di cui 60 trascorsi in Parlamento, il più anziano del mondo dopo Shimon Peres (90) e alla pari con Mobutu. E fanno le stesse cose di prima: cioè nulla, a parte cambiar nome alle tasse fingendo di abolirle, regalare soldi alle banche e agli amici degli amici, e annunciare la ripresa “l’anno prossimo”. Così la gente impara e si rassegna: noi elettori siamo un optional, ci danno la libera uscita ogni cinque anni, poi quattro babbioni si riuniscono al Quirinale e decidono il contrario del nostro voto. Se gli elettori Pd, Pdl e Sc potessero decidere la sorte della Cancellieri, l’avrebbero già murata in un grattacielo di Ligresti. Invece Nonno Giorgio e Letta Nipote la difendono e nutrono fiducia perché conta balle, ma “non è indagata”. Come se questo cambiasse qualcosa: i viceministri De Luca e Bubbico sono imputati e restano al governo. Casomai qualche elettore del Pd avesse ancora qualche tentazione di andare a votare, il giovane vecchio di Palazzo Chigi ha fatto sapere che il divorzio-farsa di Alfano&Schifani dal Cainano è un balsamo per il governo: vuoi mettere la figata di avere alleati Angelino&Renato? Intanto gli elettori Pdl s’abbandonano a carnevali di Rio per la riesumazione del cadavere di Forza Italia. Se al prossimo giro andranno a votare in tre, lorsignori si feliciteranno per la sostanziale tenuta delle larghe intese.

Il governo della fiducia umanitaria

Detenuto morto a Poggioreale
​La madre: “Era malato, non doveva stare in carcere”

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LA CANCELLIERI SMENTITA DAI TABULATI: FU LEI A CHIAMARE LO ZIO DI GIULIA E NON VICEVERSA (Giustetti e Griseri)

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 Vorrei rileggere oggi tutti quelli che hanno difeso la Cancellieri perché secondo la procura di Torino era tutto a posto e la ministra non aveva affatto influenzato la scarcerazione della signora deperita, quella che per distrarsi va a fare shopping con le amiche nelle vie eleganti di Milano e partecipa al salotto notturno dell’insetto che striscia.
E mi dispiace, perché io stimo Caselli, ma a volte bisognerebbe applicare il motto dell’ “un bel tacer non fu mai detto”: il procuratore avrebbe dovuto evitare di correre in soccorso della Cancellieri, di trasformarsi lui stesso in quell’alibi che ha fatto straparlare mezza Italia di comportamenti corretti e istituzionali. Di un gesto normale che invece a quanto pare tanto normale non è stato.

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Sono stati una trentina i morti in carcere da quando la ministra Cancellieri è intervenuta amorevolmente per sollecitare l’intervento umanitario per la figlia degli amici: 139 nell’ultimo anno. Godiamocelo in diretta il terzo mondo Italia dove se muore un figlio in carcere sua madre lo viene a sapere non dallo stato che glielo ha ammazzato ma tramite un compagno di cella. Non si è ancora dimessa la ministra dell’umanitá un tanto al chilo? Chissá se riuscirá a sentire anche il dolore di questa madre su di sé. Quanto vale la vita degli sconosciuti che non possono vantare nessuna amicizia altolocata, ministro Cancellieri? Un cazzo come sempre, suppongo.

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In un paese dove vale tutto, dove ministri, presidenti del consiglio e della repubblica possono mentire spudoratamente al popolo e non succede niente, parole come democrazia, legalità, politica e Costituzione non valgono più niente.

E non vale niente nemmeno quel paese.

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SPUNTA UNA NUOVA TELEFONATA TRA IL GUARDASIGILLI E LA FAMIGLIA LIGRESTI
E Giulia partecipa alla puntata di Porta a Porta: “mi dispiace tantissimo per chi mi ha aiutato”.

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Napolitano: ‘Veleni e toni esasperati’

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Nel paese normale stamattina stessa Enrico Letta licenzierebbe la ministra bugiarda e un minuto dopo si dimetterebbe anche lui che alla ministra ha offerto la sua fiducia “a prescindere” prim’ancora che la Cancellieri spiegasse e riferisse alla camera e al senato. E nel paese normale anche Napolitano se fosse di parola metterebbe sulla sua scrivania una bella lettera di addio, visto che aveva promesso che qualsiasi cosa avesse pregiudicato la tenuta del bel governo delle larghe intese non avrebbe trovato il suo sostegno: ora, non so cosa ci può essere di più grave di un ministro che mente al popolo italiano e lo fa per proteggere l’amica colpevole di un reato.

Nel paese normale i presidenti di camera e senato convocherebbero il parlamento d’urgenza affinché quelli che hanno tributato la standing ovation alla ministra bugiarda si possano scusare con tutti gli italiani che non li pagano per giurare che una ladruncola marocchina è la nipote di un dittatore egiziano perché il capo dei capi ha deciso che così dev’essere, per prendere le difese di un vicepresidente del consiglio ministro dell’interno che acconsente alla deportazione di una madre e di sua figlia in un paese dove si rischia la vita e nemmeno per offrire la solita solidarietà di casta ad una signora diventata ministra per volontà di Napolitano e non del voto degli italiani.
Nel paese normale non passa l’idea che la raccomandazione sia un fatto normale solo perchè la si presenta come un gesto umanitario,  che una ministra che frequenta una famiglia come i Ligresti sia un fatto altrettanto normale; in un paese normale fatto di gente normale, di politici normali e di giornalisti normali una cosa del genere avrebbe dovuto destare almeno qualche sospetto, far alzare qualche sopracciglio, e invece niente, il dettaglio più importante, e cioè che una signora che ha lavorato a stretto contatto con lo stato prima da prefetto e poi da ministro abbia mantenuto dei rapporti di amicizia, a quanto pare pure piuttosto stretti e da decenni, che suo marito abbia avuto interessi in comune con una famiglia che da una trentina d’anni è al centro di scandali e reati di ogni tipo, più odiosi di altri perché danneggiano la collettività nel paese anormale è solo una coincidenza: chi non ha per amici truffatori e bancarottieri del resto?
Nel paese normale il presidente della repubblica non parlerebbe ogni due per tre dei troppi veleni che inquinano il paese ma avrebbe dovuto essere lui – in qualità di garante della democrazia e della Costituzione – l’antidoto e la cura evitando di fare da spalla più o meno occulta ai responsabili di quell’intossicazione.

Come si permette Napolitano di parlare di troppi veleni se uno degli inquinatori della democrazia è proprio lui, i suoi atteggiamenti ambigui, il suo non prendere mai una posizione, la sua arroganza di fronte a qualsiasi cosa si possa dire di decente e di sensato che a lui non va bene mai perché rovina le sue fantastiche larghe intese.
Ci facesse sapere Napolitano che ne pensa di un latitante da 106 giorni che secondo una legge dello stato ridicola e che non esiste in nessun altro stato civile doveva essere buttato fuori almeno dal parlamento IMMEDIATAMENTE, quanto veleno c’è in una sentenza definitiva non ancora applicata, in un delinquente pregiudicato ancora libero da senatore della repubblica e in grado di condizionare la vita politica e la democrazia. 
Chi e cosa ha garantito Napolitano da quando ha messo piede al Quirinale: gli editoriali di Scalfari?

L’idea di Napolitano non è quella di stato, di una politica che rispecchi le volontà del popolo: troppo stupido quel popolo che si riduce a votare per dei signori nessuno che male o bene ci stanno provando a fare quella “rivoluzione” di cui si è sempre sentito molto parlare da salotti e scrivanie. La sua idea è quella del tutor da asilo Mariuccia, quella del genitore severo che impone la sua “educazione” e a chi non sta bene, dietro la lavagna con le orecchie d’asino, sbertucciato dai “compagni”. Questo fatto che “o così o la catastrofe” è democraticamente inaccettabile. Questa gente se ne deve andare.

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Anna Maria Pinocchieri
Marco Travaglio, 15 novembre

Adesso, nel Paese dell’Embè, ci diranno che non fa niente se la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri ha mentito sotto giuramento ai magistrati che la interrogavano come testimone il 22 agosto sulle telefonate con la famiglia Ligresti. Tutti, dal Pdl al Pd a Scelta civica, per non parlare del silenzio-assenso del Quirinale che nomina i ministri, avevano già detto “embè?” sulle bugie della Guardagingilli al Parlamento. Balla più, balla meno, che sarà mai. Il Parlamento, poi, figurarsi. Tre anni fa votò che Ruby era la nipote di Mubarak, o comunque B. ci credeva davvero. E quattro mesi fa s’è bevuto che il vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano non sapeva niente del sequestro a Casal Palocco e della deportazione in Kazakhstan di Alma Shalabayeva e della sua figlioletta di 6 anni, organizzati nel suo stesso ministero. Sono tutti (o quasi) uomini di mondo, con stomaci forti e moquettati.

Digeriranno anche le frottole della cosiddetta ministra della Giustizia. La quale, il 17 luglio, la sera della retata che aveva portato agli arresti l’amico Salvatore Ligresti e le due figlie (il maschio latitava in Svizzera), chiamò la compagna del patriarca, Gabriella Fragni. E il 22 agosto, davanti ai pm di Torino, spiegò, che l’aveva fatto solo per “darle la mia solidarietà sotto l’aspetto umano”. E non era vero, perché aveva pure criticato i giudici (“non è giusto, non è giusto, è la fine del mondo” arrestare tre magnager che hanno spolpato un’azienda scavando un buco di almeno 600 milioni: dove andremo a finire, signora mia) e si era messa a disposizione (“qualunque cosa io possa fare, conta su di me”). Poi, sempre nell’interrogatorio, aggiunse: “Dopo di allora non ho più sentito la Fragni né altri in relazione al caso Ligresti, ad eccezione della telefonata con Antonino Ligresti (fratello di Salvatore, pure lui amico di famiglia, ndr) di cui ho già riferito”. È la chiamata del 19 agosto, in cui Antonino le segnala che Giulia è malata di anoressia e in carcere rifiuta il cibo, insomma bisogna tirarla fuori. La ministra, sempre per ragioni umanitarie, si attivò telefonando ai due vicecapi dell’Amministrazione penitenziaria, Cascini e Pagano, che per sua fortuna la stopparono e la salvarono da un’accusa di abuso d’ufficio.

Purtroppo però non è vero nemmeno che, dopo il 19 agosto, l’Umanitaria non abbia “più sentito altri in relazione al caso Ligresti”. Infatti – come rivela Paolo Griseri su Repubblica – i tabulati della Procura di Torino registrano un’altra telefonata, partita la sera del 21 agosto dal cellulare della ministra verso quello di Antonino Ligresti e durata 7 minuti e mezzo. È la sera prima dell’interrogatorio davanti ai pm, dunque è difficile che la Cancellieri possa averla dimenticata nel breve volgere di una notte. E che non l’abbia dimenticata lo dimostra lei stessa, quando aggiunge a verbale: “Ieri sera Antonino Ligresti mi ha inviato un sms chiedendomi se avessi novità e gli ho risposto che avevo effettuato la segnalazione, nulla di più”. Una risposta a un sms, una cosetta.

E qui casca l’asino, perché ora al posto dell’sms salta fuori una conversazione di 450 secondi. Perché nasconderla? E che senso hanno le numerose chiamate, anch’esse risultanti dai tabulati, dal telefono del marito della ministra, Sebastiano Peluso, a quello del solito Antonino negli stessi giorni? Sarà stato davvero il consorte a usare quel cellulare? Davvero bastano il gran cuore e lo sconfinato empito umanitario della Guardagingilli, per spiegare quella mobilitazione generale da emergenza nazionale? Il 21 novembre, finalmente, la Camera dovrà votare la mozione di sfiducia individuale presentata dai 5Stelle contro la Cancellieri. Il Pd inghiottirà anche il nuovo rospo per non disturbare le larghe intese e coprirà tutto con il solito “embè”? La speranza è che la Cancellieri non abbia consumato tutta la sua umanità per fare scarcerare la povera Giulia. E ne conservi ancora un pizzico per liberare il Pd dai Ligresti domiciliari.

Il Rottam’attore

Renzi, l’aborto e il cimitero dei non-nati: un’idea di sinistra di Matteo Renzi.

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Mai più larghe intese, mai più giochini alle spalle degli italiani. [Matteo Renzi]

Intanto però le larghe intese in parlamento ci stanno anche grazie al consenso di Renzi che addirittura se le augurava, così come si fa nei paesi normali – dice lui –  nei quali però non si mandano i berlusconi in parlamento – dico io –  ma non facciamolo sapere in giro.

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Matteo Renzi, ospite di Ballarò, ammette che secondo lui in un altro paese che non sia l’Italia, PD e PDL avrebbero già trovato un accordo per governare.

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Renzi: “Basta con gli inciuci ma non puntiamo alle elezioni subito va fatta la riforma della giustizia” (SIMONA POLI).

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 Due schiaffi in faccia al pd ci stanno sempre bene perché se li merita tutti dopo le ottime performance di cui si è reso protagonista il partito più inutile, più male assortito e più dannoso della storia politica di questa sciagurata [prima] sinistra italiana e del centrosinistra dopo.
Ma chi pretende di impartire lezioni di politica dovrebbe aver dimostrato di essere all’altezza di farlo. Questo figlio di papà [democristiano] cosiddetto innovatore ma in realtà uno a cui lo status quo sta più che bene, uno che si porta ai convegni banchieri e finanzieri e poi dice di essere di sinistra, uno a cui berlusconi stesso disse tre anni fa nel famoso incontro in quel di Arcore: “tu mi somigli”, che è cosa di cui non vantarsi non so, secondo me non è quello più adatto.  

Renzi fu quello che si congratulò per il “proscioglimento” di berlusconi al processo Mills che in realtà era invece la sesta prescrizione ottenuta [alla decima pare che si possa vincere un’amnistia o un indulto premio] grazie alle leggi volute da lui se stesso medesimo e firmate puntualmente dall’altro “sedesimo”. Non oso immaginare dunque che razza di riforma della giustizia possa pensare e realizzare uno che non conosce la differenza fra prescrizione, proscioglimento e assoluzione. E questa è solo una cosa di tante.

 Ma come scrivevo un paio di giorni fa nella mia pagina di facebook  Renzi i voti li prenderà, perché nella tradizione italica c’è la caratteristica di non imparare mai dagli errori, di ripeterli com’è accaduto, fino al parossismo dei vent’anni berlusconiani.

Se gli intellettuali di cinquant’anni fa avevano fotografato così bene l’Italia è soprattutto perché è la maggioranza degli italiani a renderla prevedibile e noiosa. Fa sempre le stesse cazzate. Basterebbe andare a rileggersi Pasolini per rendersene conto.

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Matteo 6,31 – Massimo Rocca – Il Contropelo di Radio Capital

La tentazione di dare ragione a Fassina, perché Fassina ha ragione, sul discorso di Renzi è forte. In un breve intervento sull’Huffington post il viceministro dell’economia demolisce la parte economica dei discorsi leopoldeschi. Un’immensa quantità di fuffa, da cui non si riesce a tirare fuori neppure un euro di gettito o di investimenti. Ed è per questo che bisogna che Renzi vinca la gara per la segreteria del PD, e se possibile, il prima possibile arrivi a Palazzo Chigi: L’ultimo grande venditore di fuffa, ci apparve in televisione vent’anni or sono, affascinò la destra, sconcertò la sinistra. Anche lui tutto a base di slogan da baci perugina, il nuovo miracolo italiano, la libertà, il paese che amo. Qui invece come nelle pubblicità che ti appioppano la bottiglia o il barattolo perché sopra c’è il tuo nome, ognuno di noi è chiamato a scandire la sua parola chiave per il futuro. Stupore, felicità, bellezza. Fuffa di primissima qualità. a partire dal no agli inciuci, ma dalla prossima volta per adesso continuate pure. Per questo dovete portarmelo presto al potere. Io comincio ad avere una certa età e vent’anni per aspettare che capiate potrei non averli.

Per perdere la faccia bisognerebbe averne una

La cosiddetta vittoria di ieri è come quella di chi vince una partita con un gol viziato da un fuori gioco, ottenuta dunque da un errore precedente. Il fuori gioco in questo caso sono le mancate dimissioni di chi il 22 aprile aveva promesso che “dinanzi alle sordità non avrebbe esitato a trarne le conseguenze”. Evidentemente Napolitano non ha ritenuto che fossero sordità le minacce contro lo stato, i ricatti e l’azione eversiva di berlusconi perpetuata per due mesi di seguito. Nemmeno stavolta ha sentito il ‘boom’.

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Il comunicato del presidente super partes, del garante, sembra scritto da Razzi, ci manca solo il cazzu cazzu iu iu finale.

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Quanto entusiasmo sui giornali de’ sinistra e quelli cosiddetti moderati stamattina: berlusconi ha perso la faccia?

Mi stupisco quasi quanto tutti quelli che lo hanno fatto fingendo di scoprire solo l’altroieri che razza di persona sia berlusconi.

Ma veramente, c’è da schiantarsi dalle risate a leggere chi scrive di vittorie stamattina, di chi ha perso cosa, nella fattispecie una faccia che non ha mai avuto ma che, sempre i grandi giornaloni italiani gli hanno costruito di volta in volta a seconda delle necessità.

E, sempre in base alle necessità del momento hanno nascosto spesso e volentieri il suo vero volto, che altro non è che quello di silvio berlusconi: quello che è sempre stato, oggi più di ieri e meno di domani.

La verità è che ieri si è consumata l’ennesima pagliacciata, l’ennesimo teatrino che fa apparire l’Italia agli occhi del mondo il piccolo paese miserabile che è la cui politica, le istituzioni hanno ascoltato, invece delle necessità della gente che poi dovrebbe essere l’unico motivo dell’esistenza del bel governo napolitano, almeno questo è quello che ci han sempre raccontato, i capricci di un condannato, come detto da una giornalista della CNN, ché se aspettiamo che lo dica qualche telegiornale nostrano stiamo freschi.

Hanno permesso che, non solo gli ultimi vent’anni in cui la politica e le istituzioni si sono fatte condizionare volontariamente dal capriccioso condannato accontentando ogni sua richiesta trasformata poi in legge, ma anche gli ultimi due mesi nei quali un condannato alla galera, uno che ha commesso un reato pesantissimo contro lo stato ha avuto la possibilità di ricattare, minacciare, porre lui le condizioni allo stato, parlare di colpo di stato nel merito di una sentenza di un tribunale e nessuno dei giornaloni di cui sopra si è mai stupito della mancanza di reazioni di quello stato, anzi, a marzo di quest’anno il presidente della repubblica lanciava il consueto monito contro i giudici colpevoli di non lasciare tranquillo il povero condannato, ha preteso e ottenuto che potesse partecipare alla vita politica com’era nel suo diritto in vista di quel cambio della guardia al Quirinale che poi non c’è stato, ma in compenso la nuova elezione di Napolitano ci ha consegnato il peggior governo della storia di questa repubblica nascondendo l’esigenza di un delinquente, quella di mantenere il più possibile il suo ruolo politico, dietro le urgenze del paese sulle quali nessuno fino ad ora ha messo mano.

E, nel frattempo, mentre succedevano tutte queste cose la cosiddetta opposizione incassava e ingoiava in perfetta alternanza senza fare un plissé, i giornaloni moderati e de’ sinistra si guardavano bene dal mettere uno stuzzicadenti fra le ruote dell’ingranaggio perfetto, di sollevare un dubbio circa la porcata delle larghe intese, i comportamenti inspiegabili di un presidente della repubblica che ha taciuto di fronte all’eversione pura di gente che una faccia non la può perdere mai semplicemente perché non ne ha mai avuta una, e quelli che invece la dovevano ritrovare l’hanno persa definitivamente accettando di lavorare a braccetto coi giovanardi, i formigoni, i quagliarello, persone con cui chi una faccia ce l’ha non andrebbe a prendersi un caffè.

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UNA STORICA FARSA  – Antonio Padellaro

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LA GIORNALISTA CNN SU TWITTER: “I CAPRICCI DI UN 77ENNE CONDANNATO”

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Letta ha ragione: è un grande. Un grande delinquente. Come tutti quelli che lo hanno legittimato fino ad oggi. Ad iniziare da chi ha pensato che il bravo imprenditore, il self made man poteva essere la soluzione alla crisi politica generata da quella tangentopoli che non ha mai smesso di essere. Quando anche un bambino capirebbe che l’imprenditore è portato per sua natura a fare i suoi affari, ed è quello che berlusconi ha fatto dalla sua “discesa in campo”, ad iniziare dal salvataggio delle sue aziende che erano al fallimento. Il parlamento per berlusconi, il perseguitato dalla giustizia, dai comunisti che nel frattempo sono morti tutti, soprattutto politicamente, è stata l’alternativa offerta sul classico vassoio d’argento alla galera. E l’ottimo violante, neo saggio di Napolitano, evidentemente soddisfatto della sua collaborazione alla creazione del berlusconi politico, ha tenuto a precisare qualche anno fa in parlamento, non all’osteria numero mille, che le televisioni non gliele avrebbe toccate nessuno e che ” i guadagni di berlusconi erano aumentati di 25 volte”. Esiste anche la delinquenza politica, e l’aver continuato a considerare uno così un interlocutore da far sedere al tavolo delle decisioni importanti, avergli permesso di mandare un paese a carte quarantotto è stata ed è delinquenza politica. Continuata e reiterata da venti anni. E non è ancora finita.

Governo Dudù
Marco Travaglio, 3 ottobre

Tutto è ridicolo quel che finisce ridicolo (come del resto era iniziato cinque mesi fa). Ridicolo B. che annuncia la fiducia last minute a Letta Nipote dopo avergli dato dell’“assassino” e “inaffidabile” in condominio con Napolitano e aver mandato avanti il povero Sallusti a immolarsi sulla pira di Ballarò e il tapino Bondi a insultare il premier alla Camera. Ridicolo quel che resta del Pdl, che gli va dietro scodinzolando come Dudù, prima ritirando i parlamentari dalla maggioranza poi ritirando il ritiro, in seguito ritirando i ministri dal governo poi ritirando il ritiro, infine ritirando la fiducia al governo poi ritirando il ritiro. Ridicoli gli Alfanidi, che fino all’altroieri gli portavano pure i giornali e la brioche al mattino e poi hanno scoperto la resistenza contro il tiranno e i giannizzeri del metodo Boffo. Ridicoli i giornaloni come il Corriere , che ieri per la penna di Polito el Drito paragonava il presunto “parricidio” di Alfano con B. a quelli di Fanfani con De Gasperi, di Sarkozy con Chirac, della Merkel con Kohl e turibolava sul Letta-bis “sorretto da una nuova maggioranza temprata nel fuoco di una battaglia parlamentare aperta e senza rete” in vista di una mirabolante “riforma del sistema politico” e naturalmente dell’avvento “di una terza Repubblica” con Cicchitto, Giovanardi e Alfano (il gruppo “Nuova Italia”). Ridicolo il ritorno dei Monti viventi, con il loro Centrino sparito dai radar delle urne e dei sondaggi, tutti intenti a spacciarsi per gli strateghi dell’Operazione Alfetta. Ridicolo il Pd, che ormai prende tutto quel che arriva e non rimanda indietro nessuno, come se non avesse degli elettori da rispettare. Arriva Alfano, per gli amici Lodo? Ma prego, si accomodi. Arriva il piduista Cicchitto? Bentornato, compagno. Arriva l’imputato Formigoni con tutta la banda? Benvenuto, Celeste, carina quella giacca arancione, portaci pure Daccò. Arriva Giovanardi, quello che inneggia a chi ha ucciso Cucchi e Aldrovandi e ai torturatori della Diaz e di Bolzaneto? Per carità, è una così cara persona. Arriva Quagliariello, che insultò i presunti “assassini di Eluana”? Vai, Quaglia, sei tutti noi. Arrivano gli ex grillini, compreso quello che bivacca dalla D’Urso? Che pezzi di statisti. Arriva Augello, quello che ha copiato l’autodifesa di B. per sostenere la sua non decadenza da senatore? Avanti, c’è posto. Stomaci forti, gente di bocca buona.

Ingurgitano e digeriscono tutto, anche l’onta di tenere in piedi un governo con una truppa raccogliticcia che inglobava persino l’onorevole avvocato di Gianpi Tarantini. Torna il Cainano? Ma sì, abbondiamo, chi non muore si rivede. Nessuno dissente (a parte Civati), nessuno obietta, nessuno (elettori a parte, si capisce) manifesta conati di vomito per una simile compagnia: si dividono gli altri, ma non il Pd, pronto a tutto e capace di tutto. Del maiale non si butta via niente. Ridicolo il Quirinale, pronto ad avallare l’ennesimo pateracchio pur di non alzare bandiera bianca e non ammettere che le larghe intese sono una boiata pazzesca, miseramente fallita in appena 150 giorni. Ridicolo Letta Nipote che, orgogliosamente reclutati i diversamente berlusconiani con il loro bagaglio di leggi vergogna e processi in corso, bestemmia in Parlamento evocando Einaudi e Croce che si rivoltano nella tomba. Poi, siccome non bisogna esagerare con la legalità, promette la responsabilità civile dei giudici citando la sentenza della Corte di Strasburgo che dice tutt’altro (condanna l’Italia a risarcire un imprenditore assolto, non certo a far pagare ai giudici le sentenze ribaltate nei successivi gradi di giudizio) e riesuma il programma dei saggi copiato da quello del Pdl. Avverte la giunta del Senato di guardarsi bene dai “voti contra personam”. Infine sorride, ma tace sul ritorno degli ugualmente berlusconiani: governare con un pregiudicato per frode fiscale non è, né è mai stato, un problema. Si spera che gli elettori, quando e se si voterà, conservino un pizzico di memoria.