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La coscienza del PD [ma il problema è la ‘monnezza’ di Roma]

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Preambolo: sesso con prostitute, cocaina e un video diffuso dal Sun, il vice speaker della Camera dei Lord già ex ministro del partito laburista nonché “garante delle norme di comportamento dei colleghi” ma evidentemente non del suo si dimette e chiede scusa per i suoi passatempi privati subito dopo che Cameron ne aveva chiesto la destituzione.
Nei paesi normali il primo ministro non assicura l’impunità ai suoi subalterni usando l’alibi del garantismo, del “che je fa” o del così fan tutti e che male c’è.
Dopodiché il pover’uomo non ha strepitato contro la stampa brutta e cattiva che non si è fatta i fatti suoi e gli ha violato la privacy, non ha detto che il suo comportamento privato non è penalmente rilevante né il parlamento si è attivato per fare una legge che impedisca ai giornali e giornalisti di informare: si è dimesso con disonore e ha chiesto scusa.
E il comportamento “non penalmente rilevante” gli costerà anche un’inchiesta di Scotland Yard, l’espulsione dal parlamento e dal partito.
Il sense of humour gli inglesi sono abituati a metterlo dove si può.

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Azzollini, niente arresto grazie ai voti di metà Pd
E ora Serracchiani dice: “Abbiamo sbagliato”

Che differenza c’è fra quelli che tirano i vasi dai balconi, si mettono di traverso davanti alle forze dell’ordine per impedire l’arresto dei delinquenti nelle zone malfamate delle periferie e che fanno tanto indignare la cosiddetta società civile, la stessa che magari vota il PD, e il senato che nel segreto dell’urna impedisce l’arresto dei delinquenti? Ad occhio, nessuna. 

La richiesta di arresto della procura di Trani per Azzollini‬ salvato soprattutto dal PD era per bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere.
Dov’è finito il daspo per i politici corrotti di cui vaneggiava il cazzaro?

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Uno che per dodici anni è stato presidente della commissione bilancio quanti favori deve riavere indietro da tutta la politica?
Un direttore di banca viene spostato di sede dopo un periodo piuttosto breve anche per evitare che si venga a creare un rapporto troppo confidenziale coi clienti.
Un mandato politico che dura dodici anni è un abominio, un crimine scientifico.

Quelli che si lamentano del PD ma poi restano nel PD possono evitare la fatica di lamentarsi e di citare la questione morale a proposito del PD che la moralità l’ha persa per strada da un pezzo.
Quando un partito non rispecchia più la politica in cui si crede e non porta più avanti le istanze dei cittadini ma si occupa e si preoccupa di tutt’altro c’è solo un modo per rendere credibili le proprie dichiarazioni: andarsene da quel partito.
Caro Felice Casson, tu non puoi uscirtene così oggi come un pisello dal baccello e dire che il PD salvando Azzollini‬ ha salvato uno della casta, perché il PD è lì per salvare tutti quelli della casta che hanno bisogno di essere salvati. 
Oggi un Azzollini a me e domani un Verdini a te: il teorema della politica è sempre stato questo, basta sostituire i nomi. Il patto del Nazareno non nasce con Renzi e berlusconi ma arriva da lontano ed è sempre in mode on.
Fra l’altro Casson è un magistrato, uno a cui dovrebbe venire la pelle d’oca solo a sentir parlare di una legge che vuole impedire ai cittadini almeno di sapere chi sono i delinquenti che poi il parlamento si fa premura di tutelare, proteggere e lasciare al loro posto.

Nella stessa giornata in cui il senato della repubblica diceva no all’arresto di Azzollini la guardia di finanza è andata a prendere Mauro Balini, un noto imprenditore del litorale romano presidente del porto turistico di Ostia ora sotto sequestro, i reati a lui contestati sono l’associazione a delinquere e la bancarotta fraudolenta: gli stessi di‪ Azzollini‬. Ovviamente Balini non essendo un senatore che può contare sulle coscienze altrui è già in carcere.

La giornata parlamentare di oggi e l’ottimo risultato ottenuto dalla Banda Larga che ha evitato non la galera ma i domiciliari in villa ad Azzollini‬ vorrei dedicarla a tutti i meravigliati e indignati dall’iniziativa del Fatto Quotidiano per la riduzione della custodia cautelare a Fabrizio Corona, l’unico essere spregevole che in questo paese doveva marcire in galera per quasi 14 anni.
Per tutti gli altri più o meno spregevoli e delinquenti c’è la comprensione, la pietà, la prescrizione, l’indulto, le amnistie, i servizi sociali con annessa attività politica e la coscienza piddina.

Quello che mi fa imbestialire di più rispetto a certe faccende non è tanto il fatto in sé, ormai tutti sappiamo che la politica è quella che è, che non c’era e non c’è affatto l’intenzione di avvicinarsi alla gente di cui blateravano Napolitano e la Boldrini all’inizio della magnifica saga delle larghe intese quando concionavano di populismi e demagogie senza vergognarsi nemmeno un po’ .
Quelli non ci vogliono mandare più nemmeno a votare quindi figuriamoci quanto gli interessa la nostra vicinanza.
No: non è questo, confido nella storia che presto, tardi e troppo tardi i malnati li ha sempre puniti; quando sarà il momento della brutta fine che auguro a chi ha distrutto anche il benché minimo significato di democrazia e di stato spero che i responsabili siano almeno lontani dalla politica, in maniera tale che quaggiù fra noi plebei ne giunga solo una minima eco.
Io ora immagino i cosiddetti guardiani della democrazia, il giornalismo più che complice della costruzione di questo scempio a getto continuo, quelli che riceveranno l’ordine di minimizzare un fatto gravissimo come la richiesta di arresto negata di Azzollini‬.
Li immagino davanti ai loro monitor compiaciuti che anche stavolta il governo di Renzi, ma si potrebbe andare indietro all’infinito per tutti i governi compresi quelli di berlusconi, è riuscito a fregare, umiliare e offendere gli italiani grazie al sistema “democratico” che premia i delinquenti, ma solo se sono onorevoli, deputati e senatori.

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D’io, cioè lui

“No a lezioni da chi non ha capito b”., dice l’arrogantello toscano. Lui invece l’ha capito così bene da ritenerlo indispensabile per rifare la Costituzione. Quando uno capisce, capisce. Si vede soprattutto dalla faccia. Nella foto l’autoscatto del maniaco compulsivo da twitter subito cancellato ma che qualcuno ha fatto in tempo ad “eternizzare”.

Agli spin doctor di berlusconi, quelli che suggeriscono al personaggio che poi si presenta in pubblico cosa fare, come parlare, come gesticolare arrivavano critiche da tutte le parti.
In molti ci chiedevamo perché non arrivasse mai il benefico calcetto sotto al tavolo, l’occhiataccia ogniqualvolta berlusconi diceva una cazzata cioè sempre.
Renzi in questo senso sta molto peggio di berlusconi che, essendo proprietario di tv e media poteva fare in modo che le sue cazzate diventassero poi cose importantissime e che anche la sua immagine venisse data ai media senza farla risultare più sgradevole di quanto lo sia al “naturale”: infatti c’è riuscito benissimo. Indimenticabile Carlo Rossella che da direttore di Panorama s’improvvisò coiffeur per aggiungere a berlusconi i capelli che gli mancavano in una foto di spalle e che per questo fu anche processato per “piaggeria”.
Oppure quando, in occasione di una conferenza stampa semideserta i solerti funzionari funzionali della tv mostrarono una diversa location per far vedere che la sala era piena di gente.
Renzi però non ha Rossella, non ha Panorama né un sacco di altre cose e nemmeno gli argomenti convincenti coi quali berlusconi otteneva quello che gli serviva per la sua propaganda.
 Il gran lavoro prodotto dai media per far apparire Renzi come il Messia 2.0 è frutto di inspiegabili scelte editoriali,  relative agli ordini di scuderia nelle varie redazioni di giornali e telegiornali, che hanno abolito la critica e il dissenso per la solita teoria napolitana che “o così o la catastrofe” che trasforma chi osa fare qualche appunto al globetrotter in camicia bianca in gufo e rosicone.
Quindi non si spiega la sequela praticamente ininterrotta di cazzate con cui sta portando avanti la sua attività politica. Non si spiega perché nessuno dopo l’ultima [cazzata] in ordine di tempo, tipo la foto twittata e poi cancellata, non spieghi all’illuminato Matt’attore perché sarebbe il caso di farla diventare ultima e basta.
Non si spiega perché la “normalità” a cui si riferiva Alessandra Moretti ieri sera a otto e mezzo – quando ha detto che il modus di Renzi è quello che più avvicina alla gente – sia invece tutto ciò che rende ridicola e poco affidabile una persona con le responsabilità di un presidente del consiglio. Chiunque pubblicasse una foto con quell’espressione sarebbe un cretino. Uno che ha voglia di farsi prendere per il culo. Penso che tutti quanti prima di condividere una foto sui social le diano un’occhiata per assicurarsi che non sia ridicola oltremodo: lui no, scatta e condivide. Il presidente del consiglio. 

Poi si pente e cancella, come se non sapesse che i tre quarti d’Italia sono lì ad aspettare proprio l’occasione per prenderlo per il culo.

Ecco perché non si spiega quel 64% di consensi, relativi ai sondaggi di questi giorni, che non fa di Renzi uno statista ma fa dell’Italia un paese alla canna del gas.

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Tutti i selfie e le altre bruttezze del Matteo nostro – Andrea Scanzi, Il Fatto Quotidiano

Una cosa più idiota non gli poteva venire in mente. Ma questo sempre perché i nostri cari informatori stanno lì a scaldare i banchi, perché nessuno, a parte le solite rare eccezioni, gli mette mai davanti agli occhi le sue cazzate.

Autogol.

Probabilmente è un problema di narcisismo ingiustificato, o forse di frustrazione adolescenziale da riscattare ora che è famoso, ma – in ogni caso – qualcuno dovrebbe aiutare Matteo Renzi. Il selfie-tweet postato e poi cancellato dopo tre minuti, convinto che nel frattempo qualcuno non lo avesse eternato, è la prova definitiva di un’autostima inversamente proporzionale all’efficacia. Un autoscatto di bruttezza vivida, viso gonfio e sguardo stralunato, roba che neanche il suo nemico più spietato avrebbe mai potuto immaginare. E invece Renzi, due sere fa, ha avvertito (hacker esclusi) l’urgenza di regalare al mondo uno scatto simile.   Poi l’ha rimosso, ma troppo tardi. Sfottò e insulti erano già esplosi: “Questo giocherella col telefono, l’altro giocherellava con la pompetta”; “Ma questo si è completamente rincoglionito?”; “Forse mira all’infermità mentale”. E via così. Notevole anche il “testo” del tweet: “Io”. Come se, guardando quella foto, una persona avesse potuto covare il dubbio che cotanta bellezza non fosse appartenuta al figaccione Renzi bensì Einstein, Clooney o (più probabilmente) Mister Bean.

Verrebbe da chiedersi: davvero Renzi non ha nessuno che lo consiglia? La discrepanza tra percezione di se stesso ed efficacia fisica oggettiva è sempre più marcata. Matteo Renzi sembra sempre più un Bombolo misteriosamente convinto di essere Johnny Depp. La lista dei suoi harakiri fantozziani, spesso celebrati dai media non meno di quando Mussolini si faceva eternare nelle pose più improbabili, aumenta ogni giorno di più. C’è il Renzi che si versa in testa un secchio d’acqua gelata per la Sla, con effetti estetici raggelanti. C’è il Renzi che continua a usare una taglia di camicie (masochisticamente iper-aderenti ) molto più inferiore di quanto potrebbe permettersi, andando così a evidenziare un aumento adiposo inversamente proporzionale alla diminuzione della disoccupazione. C’è il presidente del Consiglio che si rimette la giacca perché gli amici (una volta tanto) gli hanno fatto notare che nello streaming coi 5Stelle sembrava un bombolone sbruffone; c’è il ragazzotto che si strafoga di gelato in un tripudio di tripli menti e pappagorge; c’è il Premier che corre sopra il tapis roulant con agilità da rinoceronte infortunato; c’è il Rottamatore che gioca a tennis come neanche il Ragionier Filini. E tutto questo con l’aria del playboy, del ganzo: del gigolò ipotetico. Come se non bastasse, c’è pure il Renzi democraticamente libidinoso, che (accanto ai tenores del Ppe di bianco vestiti) sbircia le parti pruriginose della Mogherini: i colleghi guardano garbatamente la collega, lui sembra quasi il Fantozzi infoiato. Non ne indovina una, neanche per disgrazia. Renzi potrebbe rispondere che vanta comunque il 64% dei consensi nei sondaggi, e avrebbe ragione. Evidentemente può permettersi di tutto. Ciò nonostante, quel selfie-tweet – e tutto il resto – paiono la dimostrazione che gli specchi in casa sua siano stati tutti creati da Nardella o Farinetti. Qualcuno lo aiuti. Al più presto.

Il terzo mondo è qui: basta leggere i giornali per accorgersene

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A proposito del presunto assassino di Yara.

“L’Italia è un Paese dove chi uccide e chi delinque viene arrestato e finisce in galera. Può passare del tempo o può finirci subito. Ma questo è il destino che attende i criminali”.[angelino alfano, ancora, incredibilmente, ministro dell’interno]

Tutti meno uno, vero angelino? Per quell’uno si può fare una deroga, Anzi, è stata fatta, e con viva e vibrante soddisfazione.

 

Avere cura di noi stessi – Alessandro Gilioli

 

Era il mostro quel padre accusato di aver stuprato una figlia bambina ma che poi si scoprì, era malata di tumore, è morta lei e dopo un po’ anche quel padre, ci sono dolori che hanno un effetto a rilascio lento, come un veleno. Ma questo non interessa ai professionisti del crimine autorizzato a mezzo stampa.

I mostri servono, perché mentre si dà la caccia ai mostri,  mentre ce li mostrano nei vari talk show, sulle copertine dei settimanali, le sanguisughe criminali si spartiscono l’Italia. Ecco perché ci vogliono sempre anni per trovarli.  Qui i mostri si confezionano ad uso, abuso e consumo della propaganda politica e della spettacolarizzazione mediatica di drammi e tragedie, mentre la criminalità politica viene trattata coi guanti di velluto, anche quando è conclamata e condannata. In Italia il giornalismo si divide in servo e criminale.  Criminale perché non si sbattono mostri in prima pagina prima di assicurarsi che lo siano davvero. Servo, per i motivi che abbiamo imparato a conoscere molto bene: come diceva Victor Hugo “c’è gente che pagherebbe per vendersi”, che è l’attività più svolta da gran parte degli addetti all’informazione di questo paese. Serietà e deontologia sottozero.  E’ molto importante che il mondo sappia che marito e moglie hanno avuto un rapporto sessuale appena prima che scattasse la follia criminale di lui. E’ un dettaglio che fa la differenza.
Di un vecchio delinquente prestato alla politica che comprava favori sessuali da ragazzine minorenni, invece, non si doveva sapere né parlare; c’era la privacy del delinquente da tutelare, da riparare perfino pensando a leggi speciali che impedissero la diffusione delle notizie.
Luridi cialtroni.

Penso a quei ragazzi che da oggi in poi saranno i figli del mostro, oltre ad avere il futuro distrutto se il loro padre  verrà riconosciuto colpevole davvero  e a cui qualcuno ha avuto premura di rovinargli anche l’immediato, il presente solo perché non si poteva aspettare di avere notizie più certe  prima di divulgare il loro cognome,  a differenza di quel che accade ad altri tipi di criminali, ad esempio quelli che abusavano di ragazzine: gente facoltosa, altolocata, il marito della mussolini che patteggia, paga il conto e si rimette a letto con sua moglie, ci va alla messa della domenica perché Dio si sa, perdona tutti: soprattutto quelli che hanno cospicui conti in banca.  Per sapere il nome del figlio del parlamentare di forza italia coinvolto in quello schifo ci sono volute settimane. E nessun alfano si è preso il merito di questo.

Complimenti ai garantisti sempre, quelli che “nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio”, quelli che difendono la presunzione di innocenza solo quando a commettere i reati sono i malviventi abituali, ad esempio i politici, ma poi, come a La Repubblica, e a seguire tutti, compreso Il Fatto Quotidiano fanno i cazzoni pubblicando nome, cognome e foto di famiglia [prese da internet] di un fermato ancora da sottoporre ad interrogatorio, inchiodato da una prova ma che in questo paese basta – se si è persone normali e comuni – per essere colpevoli e condannati di omicidio prima del primo grado di giudizio. Per il politico invece bisogna aspettare anche il giudizio di dio.

E naturalmente complimenti agli imbecilli che, grazie a chi ha divulgato il nome del fermato, da ieri condividono le foto a più non posso, perché agli imbecilli se gli levi i mostri da giudicare e  condannare, magari a morte perché loro sono i buoni e gli altri i cattivi  poi sui social non sanno che cazzo fare, a loro non interessa che si tratta del padre di tre figli la cui sicurezza potrebbe essere messa in pericolo. Perché al giustiziere del web in realtà non frega nulla del dolore degli altri, lo usa per mettersi in mostra, perché sa che in quel modo è facile catturare il consenso e l’approvazione di altri imbecilli.

Complimenti ad alfano che per chiedere la libertà di un delinquente seriale è andato, insieme ad altri colleghi  a fare eversione occupando tribunali ma poi si vanta pubblicamente come se il mostro lo avesse trovato lui personalmente, a differenza di quello che ha fatto quando il mostro era lui che per compiacere l’amico delinquente non si è fatto nessuno  scrupolo e ha permesso la deportazione di una madre e di sua figlia; e complimentissimi al quadrato e al cubo  soprattutto a Renzi che solo in questo caso non ritiene di dover aspettare i tre gradi di giudizio prima di gioire per l’arresto di un “assassino”. 
Eccola l’Italia che fa paura a me, altroché quella dove si avvisano, si indagano e si condannano persone a cui poi il massimo che può capitare è di andare a scontare i domiciliari in villa.

AMICI DI SANGUE SU FACEBOOK – di Diego Cugia  [Jack Folla]
Entrambi gli assassini, quello -presunto- di Yara e quello che ha sgozzato la famiglia in fretta e furia perché dopo c’era la partita, hanno profili Facebook. Noi italiani li clicchiamo perché ci piace sguazzare nell’orrido per fare “Ooh!” come i bambini di Povia e perché ci illudiamo di essere innocenti. Ma che colpa hanno i figli degli assassini, i loro bimbi fotografati al mare o quando spengono la candelina sulla torta, che hanno fatto per meritarsi questo danno collaterale i nipoti, i genitori, gli zii del “Mostro”? Sfogliamo gli album degli assassini su Facebook come milioni d’improvvisati commissari Montalbano. “Hai visto? Quello che ha ucciso la moglie dopo averci fatto l’amore e prima di gridare Forza Italia era “seguace” di una sola persona, guarda tu, una donna, e pure bonazza, sarà mica lei l’amante di cui vociferano gli inquirenti?” Clicchi e apri il profilo della donna “seguita” dall’assassino. E toh, guarda un po’, c’è un post di lei, in evidenza, che inveisce contro “chiunque” abbia commesso proprio quel delitto lì. “Strano no? Sei amica dell’assassino e inveisci contro “chiunque” sia stato? Ma se è stato lui, il tuo “seguace”!” Così la tragedia-madre, il delitto, si costella di centinaia d’altre micro-tragedie, quelle di chi è colpevole solo di essere figlio, parente o amico di sangue su Facebook. Penso a quelle povere bambine, alle figlie minorenni del presunto assassino di Yara, l’uomo che ha dichiarato agli inquirenti “Sono sereno”. Loro, le figlie del “Mostro” che chiunque può copiaincollare sulla propria pagina fosse solo per commentare “Oooh! Poverine!”, dopo tutta questa terribile pubblicità a quale serenità potranno mai aspirare? Sono contro ogni censura ma i profili Facebook degli assassini, forse, è il caso di spegnerli come le vite delle loro vittime, per non crearne, involontariamente, altre ancora.

 

Alla Fornero piace la riforma del lavoro di #Renzi. E se piace a lei non può per ovvi motivi piacere a noi #JobAct

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Ma come può venire in mente a qualcuno che la Rai, Raiuno poi, possa raccontare la Storia di questo paese per com’è andata. Come quelli che si sono stupiti perché nelle fiction di mafia mandate da mediaset mancavano dei tasselli importanti, quelli che mediaset per un evidente conflitto di interessi con l’argomento non può raccontare. In un paese dove la Storia si sta togliendo pezzo pezzo dalla scuola solo degli illusi possono pensare che la racconti poi la televisione. Sono anni che non guardo più le fiction di Raiuno, perché le storie vengono stravolte a beneficio della propaganda.

Gli anni spezzati, la frase che manca

Il film-tv di Graziano Diana, dedicato al commissario Calabresi, riscrive un periodo del nostro paese senza né storia né verità. Le bugie dello Stato, le montature contro gli anarchici, il buio che ancora avvolge la morte di Pinelli, scompaiono come in una foto sbianchettata. [Dal Manifesto]

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Chi fa politica o sindacato deve vivere come le persone che rappresenta. Oggi la gente è rassegnata, non ha neppure più la forza di incazzarsi. Se tocchi un ricco è capace di incazzarsi, la maggioranza di chi sta male si rassegna e non si incazza più. [Maurizio Landini, Servizio Pubblico, 9 gennaio]

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A Santoro voglio pure bene, e so che se chiama brunetta un motivo ci sarà. Ma sentir parlare brunetta, uno che campa di stato da quarant’anni, senz’aver cambiato di una virgola le questioni relative alla sua esperienza professionale di problemi del lavoro mi fa sentire male. Non è più possibile pensare che la causa del male possa essere anche la soluzione. Siamo pieni di economisti, giuslavoristi, gente che non ha mai svolto un lavoro vero in vita sua: per informazioni citofonare Ichino, il padre della figlia, qualcuno ci dovrà spiegare che cos’hanno fatto in tutto questo tempo. Chi l’ha fatta una politica economica in Italia: Tremonti?  Il problema è sempre lo stesso. La distanza abissale fra cittadini e politica. Chi i problemi non li conosce non li può risolvere. Non li sente su di sé come chi ha fatto una gavetta, ha vissuto una parte di vita nelle stesse difficoltà che oggi è chiamato a risolvere, o almeno a provarci. Gente che vive di politica da venti, trenta, quaranta, sessant’anni ma che ne può sapere, questi non sanno nemmeno quanto costa un litro di latte e un chilo di pane perché è una vita che qualcuno li compra per loro. Sono tutti componenti di un’élite di ricchi e benestanti da sempre che di povertà, sacrifici, lavoro duro, rinunce, non sanno niente, e non si possono immedesimare in chi pur lavorando non arriva nemmeno a potersi permettere il necessario. E non solo non lo sanno fare, non lo vogliono fare, non intendono rinunciare ad uno solo dei privilegi che la carriera politica in questo paese consente di ottenere ma ci mettono anche quell’arroganza che è impossibile poi che non susciti sentimenti negativi. Questo regimetto alla mangino brioches non si può più francamente sopportare. E non si spiega che razza di stabilità possa garantire gente così.
Per quale motivo dovremmo stare tranquilli a lasciar fare a persone così, e non trovo un aggettivo perché non vorrei sembrare una violenta portatrice d’odio.
Ché ormai l’odio è la prima e l’ultima fermata come nella peggiore delle vie crucis.
Dobbiamo imparare a detestare senza detestare. 

 

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La ministra Cancellieri lascia il posto al direttore del carcere di Marassi dove si danno permessi premio ai serial killer. Al posto del trasferimento un semplice provvedimento disciplinare: due sculacciate e via. Il messaggio che arriva è sempre lo stesso: c’è gente che si può permettere di ignorare perfino il concetto di assunzione di responsabilità, perché la responsabilità in quanto tale è stata resa già inoffensiva ed è già praticamente inesistente. 

Ci sono categorie dove tutti possono fare tutto e pensare che tanto dopo non succede niente.

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De Girolamo, ecco il contratto d’affitto
che prova il favore del ministro allo zio

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Il fatto che la De Girolamo sia potuta diventare un ministro della repubblica dovrebbe essere un motivo di speranza per tutt*. Nel senso che, se c’è riuscita lei chiunque può riuscire praticamente in tutto. Dovrebbe trovarsi proprio tutte le porte spalancate anche se non fa parte di nessuna categoria di eccellenze. Mentre e invece è proprio il contrario: il fatto che gente come la De Girolamo abbia avuto la possibilità di occupare un posto da ministro è il segno, il sintomo, della malattia incurabile che affligge questo paese e solo questo sarebbe un ottimo motivo per scappare dall’Italia senza fare nemmeno le valigie.

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CRITICA, VILIPENDIO E LESA MAESTÀ (Bruno Tinti)

[…] Bene l’aveva capito il Re di un piccolo pianeta dove era finito il Piccolo Principe nel suo vagabondare (Le Petit Prince, Antoine de Saint Exupéry) e che affermava di regnare su tutto, perfino sulle stelle. Poi però si era affrettato a precisare: “L’autorità riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, farà la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l’ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli”. Ecco, quando Napolitano terrà comportamenti ragionevoli (per esempio non si affretterà a stringere la mano ai marò che hanno ammazzato due poveri pescatori) sarà così autorevole da poter esser considerato autorità non criticabile.

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Casa al Colosseo, chiesti tre anni
per l’ex ministro Claudio Scajola

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Scajoletta
Marco Travaglio, 10 gennaio

In un paese normale, e persino nell’Italia di qualche anno fa, il governo Letta sarebbe caduto da un pezzo. A fine anno Matteo Renzi, cioè il segretario del principale (per non dire l’unico) partito che sostiene in governo, l’ha accusato di fare “marchette”. Anziché trarne le conseguenze e salire al Colle per rassegnare le dimissioni, il premier Nipote si è detto “amareggiato”, poi ha esaltato la “svolta dei quarantenni”, infine è partito fischiettando per le ferie in Slovenia. Intanto l’Europa bocciava la legge di Stabilità e il Quirinale il decreto di fine anno, quello delle marchette. E si scopriva che l’Imu, più volte data per abolita, è sempre viva e lotta insieme a noi: il 24 gennaio pagheremo la mini-Imu, mentre alla maxi hanno cambiato nome, e già che c’erano l’hanno pure alzata. Un tempo detta Invim e Ilor, poi Isi, Ici e Imu, l’imposta sulla casa ora si chiama Trise, a sua volta suddivisa in Tari, Tuc e Tasi; ma Trise non suona tanto bene e l’hanno ribattezzata Iuc. Nessuno ha ancora capito chi la paga, come e in quante rate. Però si sa che i contribuenti, oltreché del commercialista, dovranno munirsi di un enigmista e di un esorcista. 

Il ministro Saccomanni ha le visioni: a ottobre ha visto la ripresa, a novembre ha notato la luce in fondo al tunnel e l’altro giorno ha avvistato una categoria di privilegiati spudorati che si permettono di guadagnare la bellezza di 1.300 euro mensili: gli insegnanti. 

Così ha pensato bene di rapinarli a botte di 150 euro al mese. Purtroppo quelli se ne sono accorti, allora è andata in scena la solita commedia all’italiana: Renzi protesta, Letta rincula, Saccomanni dice che è colpa della Carrozza che sapeva tutto, la Carrozza dice che non sapeva niente ed è colpa di Saccomanni, poi Saccomanni corregge il tiro (un piccolo “difetto di comunicazione”) e così pure la Carrozza (“a volte i ministri non sanno nulla”), quindi non è colpa di nessuno. Scajola docet. Risultato: Renzi, segretario del primo (e quasi unico) partito che sostiene il governo, fa un figurone perché tutti lo credono il capo dell’opposizione e sale un altro po’ nei sondaggi. Così è stato per i casi di Alfano e della Cancellieri in Ligresti. Così sarà in futuro non appena anche Renzi, dopo i 5Stelle, si accorgerà di quel che sta facendo Lupi con l’Expo, il Tap e il Tav, e di quel che ha fatto la De Girolamo. 

Da qualche giorno, in beata solitudine, il Fatto racconta le gesta beneventane della ministra dell’Agricoltura, paracadutata dal Cainano perché appassionata di giardinaggio. Dalle sue conversazioni registrate di nascosto da un dirigente Asl, ora indagato, s’è scoperto che la futura ministra premeva su un ente religioso che controlla l’ospedale Fatebenefratelli perché affittasse il bar del nosocomio a suo zio Franco Liguori, togliendolo al di lui fratello (di lei nemico) Maurizio. E, per accelerare l’operazione, intimava al direttore generale dell’Asl: “Al Fatebenefratelli facciamo capire che un minimo di comando ce l’abbiamo… Mandagli i controlli e vaffanculo!”. Poi i controlli (dei Nas) arrivarono, il bar del Liguori sbagliato fu chiuso e riaprì con il Liguori giusto. Ma quando certe cose le facevano Mastella & famiglia, ne parlavano e scrivevano tutti. Ora invece tutti zitti. A parte la ministra che spiega al Tempo: “Riunivo i vertici dell’Asl a casa mia perché dovevo allattare mia figlia”. Come se fosse normale che una deputata convochi i dirigenti di un’Asl (non importa dove) per parlare di bar e appalti. 

Se questa è la svolta dei quarantenni, tanto valeva tenersi Mastella. Ma mai come oggi il silenzio è d’oro. Se qualcuno parlasse, dovrebbe chiedere le dimissioni della De Girolamo. Che a sua volta dovrebbe chiedere quelle della Cancellieri. Che dovrebbe chiedere quelle di Alfano. Che, se non fosse dello stesso partito, dovrebbe chiedere quelle di Lupi. Che dovrebbe chiedere quelle della Carrozza. Che dovrebbe chiedere quelle di Saccomanni. Alla fine resterebbero Letta e Napolitano, che hanno nominato tutta questa bella gente. Dunque non c’entrano. Scajola, tesoro, dove sei?

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” Saccomanni spiega, testuale: “C’è stato un problema di comunicazione, il ministero dell’Economia è un mero esecutore, aspettavamo istruzioni che non sono pervenute”. Da chi dovevano pervenire? Dalla Carrozza, che sapeva tutto dal 9 dicembre. Ma lei spiega: spesso i ministri non sanno nulla. Alfano ha confermato: “È vero, anch’io non so mai un cazzo”. Viene in mente la vignetta di Altan: “Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che dico”.

“Dopo aver tentato di vendere le caserme non si sa bene a chi, e poi le spiagge e gli ombrelloni, Saccomanni passa all’accattonaggio molesto: chiede 150 euro al mese agli insegnanti che ne guadagnano già addirittura 1300, se no poi con tutti quei soldi gli gira la testa e chissà dove vanno a folleggiare”.

Marco Travaglio

Il ventennio infinito

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Perché quando succede qualcosa agli altri succede e basta, mentre quando succede qui deve disturbare anche gli altri? Per esempio l’Infanta Cristina [infanta? anche basta, comincia ad avere un’età pure lei] messa in stato d’accusa per frode fiscale, la stessa sorte toccò a suo marito qualche anno fa. Il Palazzo Reale ci fa sapere di aver accettato serenamente la decisione e che il Re di lei padre è dispiaciuto [ovviamente, è sua figlia] e morta lì. Altrove non si usa accusare la magistratura cattiva che perseguita le famiglie e le persone “perbene”.
Di lei si riparlerà quando e se andrà a processo e dopo un’eventuale condanna o assoluzione. Mentre le vicende del noto delinquente latitante di casa cosa nostra vengono seguite dalla stampa internazionale praticamente a cadenza quotidiana anche e solo per ridere di questo sciagurato paese. 
Ci deve essere un motivo in tutto questo. Probabilmente un motivo che ha a che fare con la civiltà.

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Ma come si permette Napolitano di andare a dire agli altri quello che devono o non devono scrivere sui giornali? Dopo tutto il repertorio offerto da berlusconi in questi anni alla stampa e all’informazione internazionale per ridicolizzare l’Italia ci mancavano le rimostranze del Napo Capo che s’incazza perché all’estero i giornalisti fanno i giornalisti e la politica non s’impiccia. Con tutto quello che avrebbe da pensare il presidente si preoccupa di quello che fanno i vicini di casa?  All’estero i giornalisti fanno il loro e i cittadini sanno che si possono fidare perché nessuno racconterà loro di cieli azzurri quando e se il panorama è offuscato dal maltempo. Qui invece un presidente della repubblica e del consiglio possono allertare  i loro uffici stampa per andare a disturbare la gente seria che lavora senza preoccuparsi poi  delle reazioni del disturbato che, ovviamente, non può tacere su un fatto così grave mettendo così in ulteriore imbarazzo un paese che non ha certo bisogno di essere “imbarazzato” oltremodo.  Con tutto quello che avrebbe da dire e che dovrebbe dire Napolitano, ad esempio su un magistrato minacciato di morte dalla mafia: non è mai più arrivata mezza parola dal colle circa le minacce mafiose a Nino Di Matteo, ad esempio su quello che ha mostrato l’altra sera Iacona a Presa Diretta, a proposito dei mille e più drammi che angosciano gli italiani il presidente trova il tempo per chiedere che si vada a bacchettare la stampa e l’informazione libere solo perché osano criticare l’anziano monarca?

Gli stati democratici sono indipendenti e sovrani, e la differenza nell’indipendenza e nella sovranità la fanno la politica e i governi che non si fanno influenzare, come accade qui col vaticano, né influenzano, come accade qui con un’informazione che da sempre si fa influenzare più che volentieri. E il dramma è che in un paese ridotto così male per libertà di stampa e informazione sono proprio gli “influenzati” poi a pontificare che in Italia c’è troppa libertà solo perché qualche imbecille sproloquia da un computer. Anche questo di Napolitano si può derubricare ad “errore di comunicazione” come le numerose minchiate con cui ci hanno allietato ultimamente il governo e certi ministri? E che succederà il giorno che non ci sarà nessuno a correggere l’errore? 

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Da Cancellieri a Lupi quanti guai per Letta (Carlo Tecce)

M5S dà sberle al governo Letta, Renzi si prende i meriti

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IL FARAONE DEL KATONGA – Marco Travaglio, 9 gennaio

Era da mezzo secolo, da quando Totò si travestì da ambasciatore del Katonga col lucido da scarpe in faccia, l’anello al naso e la feluca di ordinanza nel film Totòtruffa ’62, che non si rideva tanto.

Ai primi di quest’anno il Quirinale, non si sa nella persona di quale altissimo funzionario, ha protestato con l’ambasciata francese a Roma per una modesta critica mossagli sul suo blog dal corrispondente di Le Monde, Philippe Ridet (leggi qui) . Dopo uno dei tanti moniti da Pizia di Delfi per una tregua nel presunto scontro fra politici e magistrati, Ridet aveva invitato Napolitano a uscire dall’ipocrisia e a chiamare i “politici” col loro nome: Berlusconi. Apriti cielo: “Il Colle – racconta Philippe a Beatrice Borromeo – ha chiamato l’ambasciata francese per lamentarsi del mio articolo. Mi è venuto da sorridere, tanto né l’ambasciata né il mio giornale hanno fatto una piega, ovviamente”.

In quel “sorridere” e in quell’“ovviamente” c’è tutto l’abisso che separa il sultanato del Napolitanistan dal mondo libero. Immaginiamo la scena, e soprattutto la faccia dell’ambasciatore: “Pronto, è l’ambasciata di Francia? Signorina, è il Quirinale, mi passi l’ambasciatore. Pronto, signor ambasciatore, perdoni il disturbo, ma il fatto è davvero grave: un giornalista del vostro paese si è permesso di criticare Sua Altezza Reale. Non lo sapete che è severamente proibito? Non avete ricevuto le ultime disposizioni dell’Ufficio Stampa e Propaganda? Egli è intoccabile, inascoltabile e ineffabile per diritto divino. Prendete buona nota e diramate a tutti i vostri corrispondenti. Per questa volta, passi. Ma la prossima scatta il foglio di via”.

Per vent’anni molti si erano illusi che l’anomalia italiana riguardasse solo B. e i suoi cari, così allergici alle critiche della libera stampa (quella straniera) da molestare le diplomazie di mezzo mondo perché facessero ciò che lui faceva in Italia.

Nel 2002 il governo B. ritirò la sua delegazione dal Salone del Libro di Parigi perché il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi era stato contestato da giovani italiani e francesi e snobbato dal ministro Catherine Tasca. E quando il canale tv franco-tedesco “Arte” trasmise un reportage su “L’irresistibile ascesa di S. Berlusconi”, il Caimano telefonò personalmente al premier Jean-Pierre Raffarin per protestare e chiedere di non replicarlo più. Raffarin rispose incredulo che in Francia il governo non fa i palinsesti televisivi, lì non si usa. Nel 2004 il documentario Citizen Berlusconi sui primi anni di regime berlusconiano fu selezionato all’European Documentary Festival di Oslo: B. ordinò all’ambasciatore italiano in Norvegia di intervenire per bloccarlo, e quello obbedì. Ma giornali e tv locali denunciarono la censura, il pubblico impose la proiezione in ben tre repliche, tanta era la folla interessata a vederlo. Nel 2010 il ministro della Cultura Sandro Bondi disertò il Festival di Cannes perché osava ospitare Draquila, il docufilm di Sabina Guzzanti sugli scandali del dopo-terremoto in Abruzzo. Thierry Frémaux, il direttore del Festival, ironizzò sul ministro che “boicottando il festival ha fatto un buon lavoro” e deplorò l’“inconcepibile atteggiamento contro la libertà di espressione”.

Ecco, qualcuno pensava che – archiviato B. – si potesse serenamente chiudere la parentesi dopo vent’anni e ricominciare. Non era, non è così. L’epatite “B.” ha contagiato tutta la politica e oggi chiunque eserciti una fetta di potere, dal Colle in giù, pretende l’adorazione dei sudditi e scambia ogni critica per lesa maestà. Napolitano – osserva Ridet – “fa politica attivamente, senza sosta” ed “è normale criticarlo sul piano politico”. Invece “ha sempre più l’aura del Re”, anzi del “Faraone” e “sembra che non si possa più giudicarlo, che vada lodato dalla mattina alla sera”. Manco fosse “la regina d’Inghilterra”. La quale peraltro non si sognerebbe mai di chiamare un’ambasciata straniera per protestare contro le critiche della stampa estera al suo ultimo cappellino. Queste sono cose che capitano solo nel Katonga, senza offesa per il Katonga.

 

Dibattiti à la carte

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IL CESTO E LE MELE MARCE (Antonello Caporale)

LO STATO CHE TORTURA E UCCIDE LA RABBIA DI CHI GUARDA (Chiara Paolin)

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Sottotitolo: a 24 ore dalla messa in onda di Presa Diretta sulle violenze di stato non si è aperto nessun dibattito sui media, a parte il solito Fatto Quotidiano. In compenso però sappiamo tutto quel che pensano gli autorevoli giornalistiopinionistiintellettuali de’ sinistra che si esprimono sui quotidiani de’ sinistra come Repubblica e Unità circa il loro grado di indignazione nei riguardi di chi dalla Rete ha espresso parole offensive su Pierluigi Bersani. Né tanto meno è giunta voce dal governo: nessuna richiesta di leggi speciali nei confronti dei violenti né un supermonito napolitano. Evidentemente per le istituzioni, per la politica e per l’informazione ordinaria, nel senso che si esprime su ordinazione, quello della violenza di stato non è un argomento, e,  se lo è, è meno grave e importante di qualche imbecille che esterna idiozie attraverso un computer a proposito dei quali ieri e ieri l’altro  dibattiti invece sono stati aperti un po’ ovunque. Pure troppi.

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Oscar Wilde diceva che solo gli idioti non cambiano mai idea e aveva ragione. Perché la sua idea di cambiamento aveva come obiettivo il miglioramento, le idee si possono e si devono cambiare in base alla nostra evoluzione spirituale, culturale. Più s’impara e più il diametro della comprensione si allarga e permette di guardare alle cose con occhi diversi. Guai se oggi si pensassero le stesse cose di cento, mille, diecimila anni fa: la parola “progresso” non esisterebbe nemmeno. E il progresso è anche quello che permette di comunicare al mondo la scemenza come la cosa importante.

In Italia però c’è chi opera per farci esagerare, nell’arco di 24 ore costringe a considerare quel che si pensava fino a poco prima con un moto di stizza e la sensazione di essere stati presi in giro com’è avvenuto per la vicenda di Pierluigi Bersani e degli insulti in Rete. 

Dopo aver letto i giornali di ieri, i commenti di ieri, gente che esaltava perfino sallusti, un volgare diffamatore pregiudicato al servizio di un delinquente che a sua volta ha esaltato un assassino. non so se oggi scriverei le stesse cose che ho scritto in questi due giorni.  sallusti è lo stesso che disse che avevano fatto bene ad ammazzare Carlo Giuliani. Quanto dibattito c’è stato intorno a quella frase e a tutti gli insulti che ha ricevuto la famiglia di Carlo non solo in Rete ma anche dalle pagine dei quotidiani? ZERO. 

Eviterei non perché io abbia cambiato idea circa la questione del rispetto che andrebbe espresso ovunque, anche qui, semplicemente perché ho capito meglio che in certe situazioni, quando si veicolano pubblicamente dei pensieri qualsiasi ognuno poi può essere usato come un’arma contro. 

Perché come scrive benissimo oggi Travaglio l’intenzione dei propagandisti, dei servi e servetti di regime è quella di raggiungere l’obiettivo di reprimere qualsiasi dissenso, anche quello buono, finalizzato alle cose positive. 

E allora a gente così non si può né si deve dare nessun aiuto, nessuna collaborazione con chi pensa, dice e scrive assurdità, ingigantendo appositamente delle cose che invece basterebbe semplicemente ignorare per ridar loro la dimensione che si meritano, e lo fa per far credere all’opinione pubblica che esista un inventore in carne ed ossa delle teste di cazzo che invece sono sempre esistite e sempre esisteranno.  Se Grillo è un coglione che fa le liste dei giornalisti cattivi  lo sono molto di più quelli che gliele fanno fare. La calunnia, la presa per il culo quotidiana sono come l’insulto: non rientrano in nessun diritto alla libera opinione. Non esiste nessun diritto a scegliersi il bersaglio grosso e puntare sempre e sistematicamente addosso a quello. I corazzieri di regime si trovassero un altro gioco che questo ha scocciato e non da ora. Libera espressione un cazzo: quella contro Grillo e i 5stelle è propaganda e anche di quella pessima, strisciante, fatta da ribalte che non hanno nulla da temere ché tanto c’è sempre papà stato che finanzia.

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Ma l’amore no
Marco Travaglio, 8 gennaio

Ci risiamo. Appena un politico si sente male, i soliti sciacalli che infestano il web si abbandonano a scene di esultanza, messaggi mortiferi, auspici jettatori. E ogni volta giornali e tv rilanciano i loro deliri, con articoloni di cronaca ed esegesi parola per parola, deplorando degrado, denunciando mandanti, impugnando estintori e predicando bon ton. Era accaduto con Bossi e Berlusconi, ora la scena si ripete con Bersani. Domanda: ma perché l’informazione rilancia e amplifica questa robaccia? Dov’è la notizia nel fatto che 60 milioni di italiani nascondono migliaia di teste di cazzo che augurano la morte a questo o a quel politico o a tutti?
Quando non c’era il web, c’erano le pareti dei cessi pubblici, ma nessun cronista li visitava giornalmente per annotare le scritte e riportarle in un articolo. Quando Radio Radicale apriva i microfoni senza filtro, era come spalancare una fossa biologica. Un altro sfogatoio di flatulenze verbali sono da sempre le curve degli stadi e le manifestazioni di piazza, dove il branco garantisce l’anonimato oggi assicurato dal nickname. Ma che c’entra il diritto e il dovere di cronaca con il tizio frustrato o incazzato che vuole morto Bossi o Berlusconi o Bersani o tutti? Delle due l’una: o chi amplifica questo fenomeno non si accorge di fare il gioco di questa gentaglia a caccia di visibilità, e allora è uno stupido; o se ne accorge benissimo, ma lo fa apposta per criminalizzare tutta l’area del dissenso, e allora è un mascalzone. Il sospetto è proprio questo: che tutta questa attenzione agli insulti in Rete serva a tutelare il potere costituito screditando le aree di critica e di opposizione più intransigenti. È ovvio che chi vuol morti i politici va a cercare audience e adepti sui social network più frequentati. E, siccome la tv e la grande stampa sono viste (perché lo sono) come i guardaspalle del potere, è giocoforza che ogni malcontento si sfoghi in Rete. Non a caso prima i girotondi, poi i movimenti “contro”, compreso il 5Stelle, trovando otturati tutti i canali d’accesso, siano nati e cresciuti nel web. E qui il sillogismo è facile quanto truffaldino: siccome chi non ci sta frequenta certi blog e certe pagine facebook, allora i mandanti delle frasi assassine sono i titolari di quei social network, solo perché non hanno il tempo o i mezzi per moderarli e depurarli all’istante. Grillo augura la morte politica ai partiti e al caravanserraglio di parassiti che ci ingrassano, poi si permette di non fare subito una dichiarazione d’amore a Bersani ricoverato? Eccolo lì il violento, il cattivo maestro, l’istigatore di chi vuol morto Bersani. Tant’è che Grillo, l’indomani, è costretto ad augurare precipitosamente pronta guarigione a un malato mai visto né conosciuto in vita sua, con cui molti parlamentari a 5Stelle, che invece lo conoscono, avevano già solidarizzato. Il tutto per non passare per il mandante dell’aneurisma. Ma davvero l’unico modo per dimostrare umanità e compassione è sfilare in passerella nei corridoi di un ospedale a favore di telecamera rilasciando dichiarazioni insulse con la faccia triste? Questa storia dei politici da amare è una follia ricattatoria introdotta dal berlusconismo (il Partito dell’Amore, che semina odio da 20 anni) e dilagata in tutta la politica, che deve finire. Ogni cittadino dev’essere libero di amare, odiare o ignorare i politici, senza che nessuno si senta autorizzato a chiedergliene conto. Invece questi signori, non contenti di ammorbarci con la loro pestilenziale presenza a reti ed edicole unificate da mane a sera, pretendono pure che li trattiamo come persone di famiglia, soffriamo quando stanno male e piangiamo ai loro funerali. Fermo restando l’elementare sentimento di umanità, che però vale per tutti, dovremmo tutti quanti rivendicare il sacrosanto diritto, se non all’odio, almeno all’indifferenza. Come l’anonimo cittadino che da tre giorni viene linciato dai commentatori dei giornaloni col ditino alzato per avere twittato una frase di genuino buon senso: “Anche mio nonno è stato in ospedale, ma non se n’è fregato nessuno”.

Il Napo dello stato

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Sottotitolo: gli manca solo l’abigeato e poi li ha commessi tutti.

Corruzione, Berlusconi a processo
Rinvio a giudizio con Lavitola

Come se non se lo aspettassero tutti:  come se Napolitano e il pd non sapessero che sarebbe arrivata la raffica dei procedimenti penali quando hanno fatto le belle larghe intese.  Ma naturalmente ci tocca riascoltare la solita tiritera dei giudici cattivi che ce l’hanno con lui, il rewind di tutta la pletora dei berlusclowns senza dignità che difendono il povero delinquente perseguitato.

E con uno così in circolazione, a piede ancora libero dopo una condanna definitiva, un pericolo pubblico, una mina vagante in questo residuo di democrazia che abbiamo ancora a disposizione [per poco eh?] il bel governo utile, quello che doveva servire a risolvere le prime urgenze e a fare una legge elettorale meno pornografica e oscena di quella di calderoli pensa a disintegrare la Costituzione e Napolitano all’indulto e all’amnistia.
Questo paese è in ottime mani.

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PD, L’ALTRO GOLPE DEI 101 (Antonio Padellaro)

 BLOG DI MARCO TRAVAGLIO: LE LARGHE FRAINTESE 

LA NOTA DEL COLLE: “SOLO IL FATTO CREDE A CERTE PANZANE” 

Napolitano si sente vittima di complotti“Calunnie gettano ombre su istituzioni”

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Che vuole Napolitano, gli editoriali e le articolesse li facciamo scrivere tutti a Scalfari così lui non si dispiace?
Ma quante volte sono che il presidente della repubblica “si augura, auspica che…” a proposito dell’informazione, nella fattispecie quella del Fatto Quotidiano?
Ce lo vedo Obama fare un monito contro la stampa, negli States.

E il bello è che il cosiddetto garante ha ancora il coraggio di parlare di “calunnie e faziosità che minano e destabilizzano l’equilibrio dello stato, il governo e le istituzioni più alte” il giorno che si viene a sapere dell’ennesimo procedimento giudiziario verso quel delinquente condannato a cui proprio lui consentì nel marzo scorso, di “partecipare alla delicata fase politica”, entrando come di consueto a gamba tesa nelle questioni giudiziarie relative all’allora futuro pregiudicato berlusconi che ha potuto così contribuire alla sua rielezione e alla formazione dell’oscenità delle larghe intese nonostante tutti sapessero, anche il pd che le ha accettate, della sfilza di procedimenti penali a cui stava per andare incontro, fra i quali una condanna definitiva per frode fiscale. E questa è una cosa che, insieme a molte altre la stampa e l’informazione dovrebbero rinfacciare a Napolitano fino all’ultimo dei suoi giorni, altroché “panzane” e destabilizzazioni. Cosa c’è di più destabilizzante e che mina la credibilità delle istituzioni di un presidente della repubblica, di uno del consiglio, di un governo voluti, pretesi da un fuorilegge con l’obiettivo, sempre quello, di sistemarsi i suoi affari e affaracci come ha fatto per venti lunghi anni? Quale segreto serpeggia a Palazzo che inquieta e turba così tanto il Napo dello stato che non riesce proprio a prendere una posizione di distacco da berlusconi, che pensa che la soluzione ai problemi immensi di questo paese risieda nel disfacimento di quella Costituzione che è l’unico e ultimo baluardo di quel che resta di una democrazia a cui ogni giorno viene segato un pezzo proprio perché è stata pensata per difendere la democrazia ma continua a prendersela coi giudici, coi giornalisti, con la Rete colpevole di dare la possibilità di esprimere un dissenso ad una società civile a cui la politica ha tolto voce, quella sì, vilipesa e oltraggiata tutti i giorni?

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Non vuole l’opposizione, non vuole la stampa libera, dimostra fastidio nei confronti delle opinioni altre e si mette a battibeccare anche coi passanti che gli rinfacciano di aver firmato ogni porcheria incostituzionale.

Ha detto che non si sarebbe più reso disponibile ma la viva e vibrante necessità lo ha spinto al gesto estremo del sacrificio per il bene del paese ma prima di tutto il suo, visto che due o tre giorni dopo l’incoronazione per acclamazione sono state fatte sparire le prove di certe sue conversazioni con un ex ministro indagato per falsa testimonianza in un processo per mafia. 

Considera il Palazzo casa sua anziché una residenza istituzionale quale dovrebbe essere e lì riceve gente che non dovrebbe avere nessun motivo di essere accolta, ad esempio un appena condannato a sette anni per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile scambiato forse per uno statista con cui discutere dei fatti importanti, della politica e a cui delegare la possibilità di avere voce in capitolo nelle scelte e nelle decisioni di tutto un paese, nonché un paio di teste di legno di un delinquente condannato per aver rapinato lo stato, uno dei quali sembra che sia apparentato addirittura con l’attuale capo del governo, che hanno libero accesso al Palazzo a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Da mesi chiede incessantemente delle riforme circa leggi e Costituzione ad un governo selezionato dal delinquente di cui sopra e da lui medesimo dopo aver vaneggiato negli anni e nei mesi scorsi di un cambiamento all’interno del parlamento e della politica affinché i cittadini si riavvicinassero alla politica e alle istituzioni contro tutti i populismi e le demagogie.
E contro quell’antipolitica che lui rappresenta alla perfezione.

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La calunnia è un venticello – Massimo Rocca, il Contropelo di Radio Capital

All’improvviso vi trovate in casa un amico o un conoscente. Ma tu che ci fai qui, come hai fatto a entrare? Ho forzato la serratura. Magari qualche dubbio sulla vostra relazione vi verrebbe, no? Ebbene è quello che è successo, sta succedendo, succederà con la nostra Costituzione. Camera e senato continuano, anche se di pochissimo ieri, a procedere a colpi di grimaldello nei confronti del lucchetto dell’articolo 138, uno dei 5 sacrissimi che formano il titolo sesto, quello delle garanzie costituzionali. Ormai c’è solo più un passaggio prima che il parlamento dia il via libera alle procedure di riforma. Quella che nasce sotto l’usbergo di chi quella costituzione ha giurato di difendere dall’articolo 1 fino al 139 è una riforma che, vigente la carta, è incostituzionale. Eppure non passa giorno senza che arrivino sproni e incitamenti a far presto, quasi che si temesse che prima o poi un raggio di luce scenda ad illuminare gli scassinatori. Che questo infido e ignobile equilibrio politico che sta consentendo l’inimmaginabile possa disintegrarsi. E chiamatele pure, se volete, calunnie.

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I protocolli dei savi di silvio
Marco Travaglio, 24 ottobre

I casi sono due: o Silvio Berlusconi è vittima di un’allucinazione e si è convinto che in cambio dell’appoggio al governo Letta avrebbe ottenuto un qualche salvacondotto giudiziario; oppure qualcuno gli ha davvero promesso, o fatto balenare, o lasciato credere con quelle formule allusive del dire e non dire che contraddistinguono il politichese italiota. Perché una cosa è certa: da quando, a fine aprile, sono nate (anzi rinate) le “larghe intese” con un governo presentato da tutti i giornali e da tutte le parti coinvolte come “di pacificazione nazionale”, dopo “vent’anni di guerra civile”, non passa praticamente giorno senza che B. o qualcuno dei suoi invochi l’intervento di Napolitano per salvarlo dagli arresti o dalla decadenza o da tutti e due come se fosse un atto dovuto, o almeno promesso. E questo non lo scrive il Fatto bevendosi le “panzane” della Santanchè. Lo scrivono da sei mesi tutti i giornali. Rispondere che Napolitano quel salvacondotto non l’ha (almeno per ora) concesso e dunque si tratta di “panzane”, significa rivoltare la frittata. L’interrogativo rimane: che cosa si dissero, nei loro segreti conciliaboli, Napolitano e Letta jr. da una parte, e B. e i suoi numerosi sherpa sguinzagliati ogni due per tre sul Colle da quando il presidente fu rieletto per volontà di B. e il premier fu scelto da B.?

Il 24 giugno B. viene condannato al processo Ruby. Il 25 viene ricevuto a Palazzo Chigi da Letta Nipote e il 26 al Quirinale da Napolitano, che fa sapere di averlo invitato lui. Per parlare di che? Del tempo e della pioggia? B. fa sapere ai suoi che il Presidente “vuole la pacificazione e mi è vicino” e lui l’ha invitato a “non restare neutrale di fronte al trattamento che sto subendo”. Poi aggiunge: “Se mi danno il salvacondotto mi ritiro dalla politica”. Il 9 luglio la sezione feriale della Cassazione fissa per il 31 il processo Mediaset per evitarne la prescrizione. Il Foglio la accusa di “distruggere d’un colpo il lavoro di costruzione di un equilibrio possibile realizzato da Napolitano”. Il 1° agosto la Cassazione condanna definitivamente B. per frode fiscale. Napolitano comunica dalle ferie: “Ritengo e auspico che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame in Parlamento dei problemi relativi alla giustizia”. Che c’entra la riforma della giustizia con la condanna di B.? L’indomani, secondo vari giornali, Napolitano riceve le telefonate di Schifani e Berlusconi e forse addirittura una visita in Alto Adige di Gianni Letta: per parlare di che, delle marmotte e degli stambecchi?

Il 3 agosto Bondi avverte: “Agibilità politica a B. o guerra civile”. Napolitano s’infuria: “Parole irresponsabili”. Cicchitto gli rammenta i protocolli segreti delle larghe intese: “Questo governo implicava anche una pacificazione che attenuasse lo scontro frontale berlusconismo antiberlusconismo fondato sull’uso politico della giustizia”. Il Colle replica che non è arrivata nessuna domanda di grazia. Il giorno 4, pesante avvertimento di Sallusti su Il Giornale: “Napolitano, sveglia. C’è in gioco la democrazia e il presidente fa l’offeso. Ma quando toccò a lui la porcata giudiziaria…”. Il 5 Napolitano riceve per un’ora e un quarto i capigruppo Brunetta e Schifani saliti al Colle per invocare “l’agibilità politica”, cioè il salvacondotto per B. Alla fine, non dice affatto di averli respinti con perdite, ma che “esamina con attenzione tutti gli aspetti delle questioni prospettate”. Quali questioni? Il solleone agostano? Il 13, finito di esaminare le questioni, Napolitano dirama una nota ufficiale in cui spiega a B. che cosa deve fare per ottenere la grazia: presentare “la relativa domanda”, “prendere atto” della sentenza di condanna, accettare la pena che “la normativa vigente esclude debba espiare in carcere” (falso), ma in forme “alternative” che il giudice potrà “modulare tenendo conto delle esigenze del caso concreto” (intromissione nell’autonomia del giudice).

Poi il presidente esaminerà “un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale”. Il Giornale, mai smentito, scrive che il messaggio è stato “concordato” con B. che l’avrebbe “letto in diverse stesure, fino a quella definitiva”. Il 10 settembre il suo consigliere Macaluso, intervistato da Repubblica , traduce: “Napolitano ha spiegato che lui una grazia estesa anche alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, non la concederà mai. Non è materia di discussione. Una eventuale valutazione sarebbe circoscritta, quando e semmai dovesse arrivare una domanda di Berlusconi al Quirinale, alla condanna principale”. E l’amico Scalfari scrive più volte su Repubblica che B. deve dimettersi da senatore, poi Napolitano lo grazierà. Nessuna smentita del Colle alle panzane sulla grazia. Il 24, gran consiglio Pdl ad Arcore: i falchi Verdini e Santanchè convincono B. che Napolitano “lo prende in giro”. Alfano si appella “alle massime istituzioni della Repubblica, al premier e ai partiti della maggioranza” perché “garantiscano piena rappresentanza” a B. e ai suoi elettori.

L’indomani Violante apre al ricorso alla Consulta contro la legge Severino, seguito da uno stuolo di scudi umani vicinissimi al Quirinale (Cancellieri, Capotosti, Fiandaca, Onida, Manzella, Vietti e i saggi ri-costituenti Caravita di Toritto, De Vergottini e Zanon). Napolitano ci mette il timbro, facendo sapere al Corriere che ha “letto con attenzione e apprezzamento” l’uscita di Violante. Il 30 B. mette la museruola a falchi e pitonesse e dichiara: “Napolitano se vuole può fare tutto: dare la grazia, commutare le pene, risarcire il danno morale”. Poi ricorda – come riferisce Ugo Magri su La Stampa – che “in un incontro mesi fa al Quirinale, Napolitano gli avrebbe fatto balenare vie d’uscita. Ed è anche in base a questi affidamenti che il Pdl si sarebbe deciso a sostenere le larghe intese”. Il 26 Repubblica e Libero gli attribuiscono una frase ancor più minacciosa: “Rivelerò a tutti le promesse che mi ha fatto Napolitano quando abbiamo acconsentito a far nascere il governo Letta”.

Il 27 Gianni Letta risale al Colle: per invitare Napolitano a una castagnata? Il 3 settembre, accusato dal Giornale di “attentare alla Costituzione” e di essere “mandante e carnefice” dell’eliminazione di B., Napolitano – racconta La Stampa – telefona furente a Letta zio: “Berlusconi, se vuole la clemenza, non può illudersi di non pagare un prezzo politico e di evitare tanto la decadenza quanto le pene accessorie”. Il 6 riceve Confalonieri e il solito Gianni Letta al Quirinale: per parlare dei palinsesti Mediaset? Il 20 intima davanti al Csm di “spegnere il conflitto fra politica e giustizia”. Il 1° ottobre, su Tempi, B. accusa Letta e Napolitano di “distruggere la loro credibilità” e “affidabilità” perché rifiutano di “garantire l’agibilità politica al proprio fondamentale partner di governo” e consentono il suo “assassinio politico per via giudiziaria”. 2 ottobre B. cambia idea e vota la fiducia al governo perché – dice – “abbiamo avuto rassicurazioni da Letta”: sul prezzo dei fagiolini? Il giorno 8, guardacaso, Napolitano si appella alle Camere perché approvino l’amnistia e l’indulto. Questa è la consecutio tempurum degli ultimi mesi, tratta dalle cronache di tutti i giornali escluso il Fatto, che scrive “ridicole panzane” e dunque non conta. Signor Presidente, come si dice dalle sue parti: “ccà nisciuno è fesso”.